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FASTE SECDXM.
S' I Tur« In pierra • n' culjo là al dmIìbb ,
S' in' vlÈnln ibllìr qiii tò da nù ,
Qual' i ceri cb' Macumèt è al nòilar diu
Per eh' ai «inala all'arveraa al turlurù :
E pur •'! andinen wU a Vienna il'aiin ,
I vinarèo pur qui a dir : la dlu , la (ù ;
Percbè la ri' alter popi ha una ceri tom,
Ch' anch del volt ron 1 slgn nù «Iter sroria.
A calù baogna dunirl un (leatamàot
Cb' r Impara d'adruvars per nòaler coni ,
Perchè lù tot pò fir con la aò Knt
Guadagnir di quairìn al paw d' CarònI ;
Gran Sgnor , piiMìl pur ben , e tgnivl a imi
Per eh' r a n' è caia da mandar a mool ;
Ana che •' adèag da vù n' fbM ca«llgì ,
La puaarè In abù» In verlli-
Hacumàl cnlntò anpòndr, ea diva b«1
A lor [a mìo a ci' alter, mò in acalmana
Al Mita tu Plulòn: HO c(M''è qneilT
Slv fon dvlntì duo icartauìn da lana T
Danllli un pò d' llligir , e a d' fa naiill ,
Per cb' mi ta cosa inlènd cun l'è alla pfatM
E l' Mirumèt Rta ralla ba b(l un fall ,
L' ari por benemèrìl un caTill.
Zà hiD fora, e per nà l'è aqaai licura ,
.eh' ai' mandarào di spiri cb' sann al lati »è
A razzir in scuaquàss l'arebflettura
Ch'Ira l'un e l'iller popi ■ ('preparò.
Macumèt salla sii dlgànd : L' è dur* ^
Da riisgiìf ; quint al mod, _
Ho s'a vii eh' a via diga rmnd s'pi W
La cosa dui rnvàll \'n la&sa andar, j
^uizimbrà^a, un dullór ch'in l'uà C^
e iKanli a *ialir al Mh
4
Al mmlfcJtW to^ aà !■ ^t\ btl4Ì,
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SAGGIO
SUI
DIALETTI G4LL0-IT4LIG1
^
DI
B. BIOINDELLI
MlLAiNO
PRESSO (;il;S. BKKNAKUOM 1)1 CIO.
1 853
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I dìaklli riDiàogono ùnica memoria di quella prisca Eiropa , rke n«n rbbt
bloria e no* laKiù roooomeoli.
Cattamo.
IVOTA FHBMéMMMlVAHK
La redazione e la stampa delVOpera che diamo alla
luce ebbe incominciamento da alcuni anni^ e ne fu pro^
messa molto prima la publicazione. Se non che la som--
ma difficoltà di compiere la collezione dei materiali^
màssime di quelli che spettano a dialetti lontani e sinora
meno avvertiti, accresciuta dalle disastrose vicende pò-
lìtiche che sospèsero il corso cosi delle investigazioni ^
come della stampa, ritardarono eziandìo l'adempimento
della fatta promessa.
Frattanto alcuni Scritti vennero in luce, dei quali
notàvasi la lacuna, o si annunziava la prossima publi-
cazione nel corso del presente Saggio. Tali sono: il Vo-
cabolario dei Diciletti Comensi delVahate Pietro Monti,
il Vocabolario Cremonese del professore Angelo Peri ,
ed il Vocabolario Cremasco del professore lìonifacio Sa-
maranij opere tutte frutto di lunga lena e di cosdcn-
-riose ricerche, le quali, se non raggiùngono compiuta-
mente il nòbile scopo cui sono dirette, racchiùdono ciò
d
nullameno preziosi materiali per lo studioso che indagc
per questa via le origini delle popolazioni lombarde^ <
et pòrgono arra non dubia dell* attuale cultura e de
futuri progressi di tali studii presso di noi.
Mentre quindi sopperiamo con questa breve notìzit
alla lacuna dei successivi cenni bibliogràfici^ chiediami
venia per la ommissione di alcuni altri scritti vernàcol
di minor conto ^ che vennero pub licati nel corso delti
presente edizione.
1/ Autore.
INTRODUZIONE.
Pochi anni sono publicavamo nel Politècnico al-
cuni canoni fondamentali per lo studio comparativo
delle lingue in generale (0, ed alcune Osservazioni
suir italiana favella in particolare (^), nelle quali ac-
cennavamo air importanza dei dialetti nella ricerca delle
orìgini, così delle lingue, come delle nazioni che le
parlano. Siccome gli studj da noi a tal uopo instituiti
sugli itàlici dialetti, e dei quali porgiamo un brano
nel presente Saggio, sono appunto fondati su quei
canoni per modo, che si possono considerare come ap-
plicazioni speciali dei medesimi, così reputiamo cosa
ùtile , se non necessaria , il preméttere riassunto in po-
clie pàgine quanto venivamo più diffusamente espo-
nendo in quelle due separate Memorie.
(i) Vedi il Politècnico, repertorio mensile di studj applicati alla pro-
«perìtà e coltura sociale. Voi. II, pag. 1 61-184. Milano, tesa.
(t) Ivi. Voi. III. pag. 185-141.
TI INTRODUZIONE.
I.
Dappoiché lo studio comparativo delle lingue venne
generalmente riconosciuto qual mezzo efficace e sus-
sidiario deii^ istoria nella ricerca delle origini e dei rap-
porti delle nazioni, i linguisti procedettero nelle loro
speculazioni per due vie diverse, mentre alcuni prè-
sero a principal fondamento il vocabolario , come rap-
presentante la materia , altri invece preferirono la gram-
màtica, come rappresentante la forma delle lingue.
LMnsufficienza di ciascuno di questi mezzi preso iso-
latamente, per la soluzione di qualsiasi problema lin-
guistico, venne abbastanza dimostrato dalla dissonanza
delle rispettive loro induzioni. Infatti è a tutti palese,
come la simiglianza lessicale di due lingue possa di-
pèndere, o dalla comunanza d^ origine, sia che derìr
vino da un ceppo comune , sia che V una proceda dal-
r altra, o dallMnfluenza che un pòpolo esercitò sulF al-
tro, sia con diretto dominio, sia per iscambicvole
commercio, sia finalmente per mezzo della letteratu-
ra , che più sviluppata e più ricca nelF una lingua,
lasciò impresse alcune traccie neir altra. Talvolta an-
cora il vocabolario d^una lingua rassimiglia in parti
^uali o dis^^ali a quelli di due o tre lingue di fa-
miglia e natura discordi, senza che F eguaglianza o la
dis^uaglianza delle parti condur possa ad induzioni
certe e fondate; come avvenne appunto nella Gran-
Brettagna. Troviamo colà una lingua, il cui lèssico in
parti diseguali ha manifesta parentela col cèltico, col
sàssone e col latino. Se T istoria non ci avesse edotti,
che i primi abitanti di quelF isola erano Celti, soggio-
gati nel VI sècolo da alcune tribù germàniche , le quali
INTRODUZIONE. VII
alla loro volta soggiacquero neli^ XI alia conquista dei
Normanni già lungamente stanziati nelle Gallio fra pò-
poli anticamente conquistati dai Romani^ come potrebbe
il linguista, col solo soccorso del lèssico, sciògliere il
problema di quel miscuglio d^ elementi disparati, e di-
stìnguere fra i varj che compóngono la lingua inglese
r idioma primitivo di quelle tribù? Ora simili miscella-
nee sono appunto avvenute più volte sul nostro globo ,
senza che la storia ne serbasse reminiscenza. Il mondo
è antico; innumerevoli pòpoli lo percórsero più volte
in ogni direzione, e poi scomparvero; T avidità di do-
minio accozzò insieme più volte le più disparate na-
zioni ; più volte si confìiscro i vincitori coi vinti , e T i-
storia , troppo gióvane per isquarciare T impenetràbile
velo dei sècoli, ci addita troppo vicino il tèrmine, oltre
il quale non può spaziare il nostro sguardo!
Senza mendicarne gli csempj neir America, neirA-
frica o nell'Arcipèlago indiano , ce ne porge abbastanza
la nostra Europa nelle nazioni cèltiche, nelle valacche,
nelle albanesi ed in quelle persino che coltivano la pe-
nìsola itàlica.
A provare T insuilìcienza del sistema grammaticale
abbiamo sottocchio le moderne lingue dette latine^
appunto perchè derivate principalmente dalla lingua del
Lazio; ma se poniamo a riscontro le rispettive gram-
màtiche, vi scopriamo le più radicali difTerenze. L^uso
deir artìcolo a tutte comune ed ignoto alla latina, la
mancanza del nèutro, la sostituzione delle preposizioni
alle flessioni, la combinazione dei verbi ausiliari coi
participj d' altri verbi per la formazione delle voci pas-
sive e delle passate attive, che mancano in tutte le de-
rivate, ed altrelali varietà, costituiscono la più radi-
vili INTRODUZIONE.
cale dissonanza tra la grammàtica latina e quella delle
sue derivate. Arrogo T enorme differenza della sintassi
derivata dal vario reggimento delle parti del discorso,
differenza molto importante pel linguista, giacché il
diverso ordine delle parti nel discorso importa niente
meno che una diversa successione d^ idee nella filiazione
dei concetti, e quindi vario il principio lògico ed il
processo intellettuale. La medésima osservazione po-
tremmo estèndere a tutte le moderne lingue d^Europa,
le quali sostituirono il processo analìtico al sintètico,
distintivo degli antichi idiomi dai quali derivarono;
ond^è manifesto, quanto erronea sarebbe un' induzione
dedotta dal sémplice confronto grammaticale.
Né intendiamo con ciò eliminare dallo studio com-
parativo delle lingue i due mezzi che ne sono prin-
cipal fondamento; ma bensì mostrare la necessità, che
questi insieme combinati procèdano di pari passo, e di
più concordino con altri clementi atti a contrasegnare
la natura delle varie lingue. Infatti , se Y affinità les-
sicale di due lingue manifesta probàbile comunanza di
rapporti fra le nazioni che le parlano, non vMia dubio
che, aggiungendovi F affinità grammaticale, questa pro-
babilità diverrà certezza ; onde avremo una forte pre-
sunzione per amméttere eziandìo la loro comunanza
d'origine; mentre all'oppostola sola simiglianza lessicale
tra due lingue essenzialmente discordi nella gramma-
ticale struttura , provando la diversa orìgine rispettiva,
accuserà nell'una e nell'altra l' influenza di due lingue
diverse, delle quali una dev'èssere stata la prima.
Esaminando questo fatto presso le nazioni delle quali
ci sono palesi le istòriche vicende , osserviamo general-
mente, che quando una nazione fu condutta dalla forza
IKTRODUZIONE. IX
degli avvenimenti ad adottare la lingua d^ un' altra, per
una recòndita legge naturale, adattò più o meno il nuovo
lèssico alle forme della lingua nativa , il che vuol dire :
che una nazione può colla influenza sua sospìngere fino
ad un certo punto un' altra a cangiare i nomi matC'
riali delle cose; ma non a dare nuova (orina e nuovo
ordine al pensiero.
IM questo fondamentale principio abbiamo irrefra-
gàbili testimonianze nelle tante nazioni slave germa-
nizzate lungo le rive del Bàltico, e persino in tutte le
moderne lingue latine, sopra tutto nella francese e nella
valacca, le quali serbano le più distinte afGnità gram-
maticali colle lingue che le precedettero prima ancora
della romana invasione ; e quindi emci^c spontaneo
un cànone importante per la linguìstica, che cioè, ogni-
qualvolta il lèssico e la grammàtica d'un dialetto i
appartengono a due idiomi disparati y la grammà-
tica indicherà i rapporti naturali ^ ed il lèssico i for-
tùiti ^ della nazione che lo parla , con quelle^ alle quali
gli idiomi affini appartengono.
Di qui emerge altresì evidente la causa della molté-
plice varietà de" nostri dialetti, la quale consiste ap-
punto nelle disparate orìgini delle nazioni che li par-
lano. Quante radicali discrepanze non serbano essi dopo
tanti sècoli scambievolmente tra loro , e quindi ancora
colla lingua scritta ! Di fatti V italiano letterale fu pri- |
mamente uno di questi tanti dialetti, che, a poco a poco
prevalendo come intèrprete comune di tutti i pòpoli
d^ Italia, dovette partecipare deir ìndole e del vocabo-
lario di tutti i rispettivi loro dialetti, e accògliere ele-
menti di varia natura. Tanto è vero che, per parlare e
vìvere italianamente, dobbiamo imparare questa no-
;
liNTRODUZlONE.
stra lingua con lunghi e laboriosi studj , poco meno che
se apprendessimo la latina ola francese; e a malgrado
deir affinità sua coi nostri dialetti, e del continuo leg-
gere , scrìvere e parlare V italiano , ben pochi giùngono
a trattarlo come conviensi, e grandi e frequenti sono le
difficolta che incontriamo, ogniqualvolta vogliamo e-
sporre con chiarezza e proprietà le nostre idee , poiché
veramente dobbiamo tradurre il nostro dialetto in altra
lingua , vale a dire , rappresentare sotto diversa forma i
nostri pensieri. Perciò appunto, ancora oggidì in Pie-
monte, ove Fuso d^struire la gioventù nella lingua
francese, anziché nelF italiana , prevale in alcune classi,
trovasi di sovente chi agevolmente esprime in lingua
francese ciò che non saprebbe fare italianamente, seb-
bene parli un itàlico dialetto. E non ha guari, che in
f molte Provincie d^ Italia, ove lo studio della lingua latina
era materia principale e quasi esclusiva delF insegna-
mento, restando negletto quello deir italiana, trovàvansi
sovente scrittori, che più facilmente e con maggiore
proprietà esprimevano in latine forme i loro pensieri,
che non italianamente. Senza più, qual v^ha sconcio più
mostruoso e ridìcolo , che il sentire un uomo illetterato
dei nostri paesi a parlare F italiana favella?
Ora questa medésima osservazione , essendo applicà-
bile del pari a presso che tutte le nazioni incivilite, ci
I porge un importante corollario, ed é: che assai male
s^ appone colui , il quale , intento a classificare una na-
zione, si fonda sulla lingua scritta della medésima; poi-
ché, essendo questa per lo più convenzionale, e risul-
tando dalla riunione di più dialetti, può diiTerire es-
I senzialmente dalla lingua parlata; o, ciò che vale lo
stesso, per pronunciare suW orìgine e sui rapporti
INTRODUZIONE. XI
dei i?ari pòpoliy è necessario studiare partitamente t
loro dialetti^ e non la lingua àulica loro comune.
Gli altri elementi da noi enunciati , che necessaria-
mente concórrono colla grammàtica e col vocabolario
a determinare V indole peculiare di ciascuna lingua ,
sono due , cioè : la serie de^ suoni costituenti la pronun-
cia d^ogni popolazione, ciò che noi abbiamo altrove
designato col nome di sistema sonoro, o fonètico, e la
filiazione dei concetti desunta dal modo di esprìmerli
proprio d^ ogni nazione , ciò che abbiamo denominato
Mtema concettuale o grecamente ideotòmico. A questi
due elementi, che sopra tutto costituiscono la fisiologìa
e la filosofia delle lingue , ci sembra doversi dare la pre-
ferenza nelle linguìstiche ricerche.
Quanto al sistema sonoro: decomponendo le voci
d^un dialetto nei loro elementi, è certo che si avrà
una serie più o meno lunga di suoni sémplici, dalla
cui varia combinazione deriva appunto la sua partico-
lare pronuncia. Se, disposte in cgual órdine le serie
dei suoni proprj di molti dialetti, le confrontiamo tra
loro , osserviamo generalmente , anche in dialetti affini
d^una medesima lingua, un maggiore o minor nù-
mero di radicali dissonanze , mentre ogni serie possiede
qualche suono distintivo mancante nelle altre. Da que-
sta radicale dissonanza degli elementi appunto derivano
le tante varietà di pronuncia tra le nazioni. Progre-
dendo neir osservazione , veggiamo ancora che que-^
sta diversità di pronuncia si mantiene costante nelle
nazioni , non solo attraverso una lunga serie di sècoli,
ma in onta al più frequente commercio, ed agli sforzi
fatti per annientarla. Rasles. che soggiornò dieci anni
tra gli Abenàchcri, dolèvasi di non saper pronunciare
XII INTRODUZIOISE.
la meta dei suoni proprj della lor lingua; Gliaumont,
dopo cinquantanni di commercio cogli Huroni, non
sapeva esprìmere la varietà dei loro accenti ; ma questi
sono fatti individuali ; ne abbiamo esempj ben più ge-
nerali e convincenti. Qual più avito e più frequente
commercio , che quello del cittadino milanese colFabi-
tante de' suoi vicini contadi? E pure, non sì tosto apre
questi la bocca sul pùblico mercato, che è noto se traesse
i natali sulla collina o sul piano.
Questa tenacità d'ogni sìngola nazione nel conser-
vare la rispettiva pronuncia dèvesi attribuire sopra tutto
alla costituzione degli òrgani destinati alla formazione
ed articolazione dei suoni, i quali òrgani, educati sin
dall'infanzia a quelle determinate flessioni, divengono
col tempo inetti a funzioni diverse. Ne giovn opporre
che, gettando un bambino d'una nazione nel mezzo
d^ un' altra di vario stipite, questi, sviluppandosi, as-
sume la pronuncia che gli viene insegnata , senza
manifestare traccia di quella della nazione propria; poi-
ché una simile obiezione , lungi dall' afiievolire il no-
stro principio, giova anzi ad avvalorarlo, mostrando
la prevalente influenza dell'educazione. Ora i bambini
imparano sempre a proferire i primi accenti dalle ma-
dri, che sono le più tenaci nel serbare i suoni nazio-
nali, e perciò qimnd^aìiche una nazione vengaacan-
giare il proprio dialetto^ consers^a sempre qualche di-
stintilo della nativa pronuncia.
Questo cànone ci spiega per qual ragione le tante
cèltiche tribù, sostituendo la latina alla propria favella,
serbarono fino ai dì nostri i proprj suoni , attraverso
tanti sècoli , e in onta alle successive invasioni di tanti
pòpoli d'altre stirpi. Perciò i pòpoli ibèrici, rinun-
INTRODU/IUMIi:. Mll
riandò ai loro primitivi dialetti, impressero nelle voci
latine quei suoni aspirati e gutturali^ che eredita-
rono dai loro maggiori (0; e perciò quando la lìngua
germànica venne parlata dalle nazioni vèncde setten-
trionali, vi depose la naturale sua asprezza. Dalle quali
considerazioni ci sembra dimostrato, che T anàlisi del
sistema sonoro delle lingue è utilissima e necessaria
guida al linguista, giacché, ^e una nazione potesse as^
sumere la lingua dhui^allra^ senza alterarne la gram-
màlica^ né il vocabolario^ il solo esame della pronun-
cia basterebbe a svelarne r orìgine diversa.
Parlando de^ suoni, non possiamo ommèttere d'ac-
cennare air imperfezione de' mezzi usati sinora per rap-
presentarli. Tutte le lingue d'Europa, tranne le poche
situate nelTorientale suo lembo, vengono scrìtte cogli
scarsi e mal determinati segni dell' alfabeto latino , la
cui manifesta insuflicienza diede luogo alle più arbitrarie
ed assurde combinazioni. Il medesimo segno, e la stessa
combinazione di segni rappresentano dieci suoni difle-
renti in dieci differenti lingue, mentre all'opposto il
medésimo suono è rappresentato da segni diversi in
lingue diverse. Ciò nulla di meno qualche suono manca
in ciascuna lingua di segno rappresentativo, mentre
altri ne hanno più d'uno nella medésima lingua. Di
qui ebbe orìgine quelP intricato labirinto di sistemi
ortogràfici, nel quale si smarriscono gli scrittori, ogni-
dì) A quelli che allribuiscono T orìgine de' suoni gutturali spagnuoli al
lungo dominio degli Arabi in quella penìsola, si potrebbe chièdere: per
qual ragione questi suoni gutturali non si trovano nelle provincie compo-
wnti il Portogallo, già soggette agli Arabi per varj secoli, e tròvansi in-
vece più frequenti e più forti fra le bal/n dei Pirimei oocidi'nf ali , ovo gli
Arabi non penetrarono mai?
XIV INTRODUZIONK.
qualvolta vogliano scrivere il proprio dialetto; di q
nasce la noja e il disgusto che provano i fanciulli d^og
nazione, (piando incominciano a leggere; di qui fins
mente derivano le difficoltà, che disviano persino f
adulti dallo studio delle lingue straniere, costringe)
doli a logorare il cervello tra le più strane e ripugnàn
leggi ortogràfiche, per imparare a lèggere. Ora lui
questi inconvenienti essendo più o meno comuni
tutte le scritture conosciute, ne seirue necessari!
mente che, per detenni iiant con precisione la ser
de' suoni proprj di ciascun dialetto^ è d^ uopo rn^
coglierli dalla bocca del pòpolo slesso che lo parla
e non dal modo di scrìvere u^mto dal medésimo pi
rappresentarli. DalFenumerazione degli esposti incoi
venienti, e d^ altri molti che si potrebbero aggiùngerv
appare altresi dimostrato quanto vantaggio ritrar
potrebbe dalla formazione d^un alfabeto europeo atl
a rappresentare la serie de^ suoni proprj di tutte le m
zìoni d^Europa, e che a tutte fosse comune. Non v^h
dubio che questo mezzo, mentre agevolerebbe olln
modo lo studio delle lingue straniere, predisporrcbb
la gioventù alle varie pronuncie, e ravvicinerebbe ti
loro le più disparate nazioni.
Il secondo elemento da noi proposto come guid
nello studio comparativo delle lingue, si e il sistem
concettuale^ vale a dire la concatenazione delle idee
Fòrdine col quale si succedono in ogni lingua; sistem
che, sotto altro aspetto e con diverso intento, fu d
celebri filòsofi sviluppato. Bacone fu il primo che, ai
bracciando d^un solo sguardo la congerie tutta dell
cognizioni umane, tentasse sviluppare V importanz
mentale del linguaggio. Onesto tentativo appena trai
IMTR0DUZ10?(K. XV
ciato cbl filòsofo inglese, fu coltivato da Locke^ il quale
riconoscendo nel linguaggio un potente mezzo analitico,
lo riguardò come collaboratore del pensiero; da quel-
Tistante la scienza del linguaggio entrò nella giurisdi-
zione della fìlosoiia. In sèguito questo principio fu
svolto da Condillac. da Rousseau, da Sùssmilch . da
Herder ed altri , i quali con differenti sistemi considera-
rono sempre il linguaggio in generale, e cercarono nel
suo artificio il processo della mente nella formazione
delie idee, o nelK orìgine e nell'ordine delle idee Tori-
giue e la formazione dell' arte del dire. Goulianoff .
Sclil^el ed il barone Guglielmo di Humboldt spìnsero
ad alto grado questo principio , dirigendo i loro studj
ad illustrare la grammiitica generale^ e determinare lo
studio fondamenUde delle lingue. In quella \cvaì. assu-
mendo il medésimo princìpio tal quale venne da quei
sonimi sviluppato, noi ne |)roponiaino T applicazione
alla linguistica, risguardàudolo qual mezzo principale
pel confronto dei singoli idiomi.
Di fatti: .se decomponiamo una proposizione negli
elementi che la rappresentano in una lingua . abbiamo
una serie d^idee disposte con órdine determinato; ri-
petendo la stessa operazione nella medesima proposi-
zione espressa in altre lingue, abbiamo altretante serie
d'idee disposte in altretanti órdini più o meno sva-
riati; ed instituendo un confronto, si tra la natura delle
forme adoperate in ciascuna lingua a rappresentare un
medésimo concetto, come tra le varie leggi che in cia-
scuna determinano il rispettivo posto, scopriremo la
oiaggiore o minore dissonanza delle forme lògiche in
l'olii idiomi. Procedendo con cJUest' esame nel con-
ato di parecchie lingue di natura diversa, troviamo
XVI
INTRODUZIONE.
gencralilìeiite afTalto diverso il processo mentale u
forma rappresentativa d^ogni concetto complesso:
che appunto costituisce principalmente la diversa
tura delle lingue medésime: ma la stessa osservazi
si ripete assai sovente eziandio negli idiomi costiti!
una medésima famiglia e. quel che è più, nei dia
d'una stessa lingua ! Esaminando questo fatto nelle
gue, delle quali ci è nota fìno ad un tèrmine abbasta
rimoto ristoria, abbiamo assai di frequente riconosci
che le nazioni, le quali si ridussero a nìutare la proj
lingua, trasportarono nel nuovo dialetto le forme or
tali proprie della primitiva favella. Ne pòrgono eli
e convincenti esempj i dialetti lombardi e pedemont
le cui forme, dissonando dalle latine, concordano pe
pili con quelle dei cèltici dialetti, sui quali il latino
cabolario fu innestato. Parecchi esempj ne pòi^or
'moltéplici dialetti inglesi, nei quali prevalgono p
menti le forme del cèltico, e più chiare prove ci som
nìstrano i pòpoli finnici e slavi germanizzati, i qu
sebbene parlino e scrìvano in lingua tedesca, ciò i
ladimeno tèndono a scrìvere una lingua piana, la
costruzione palesa nello scrivente F orìgine diversa
La forza prepotente delF abitùdine potrebbe per
ventura èssere bastévole spiegazione <li questo fa
giacché egli è ben agévole immaginare quanto dif
C():^a esser debba alla massa inculta duna nazion
rappresentare i proprj concetti con idee e forme
verse da quelle alle quali è assuefatta sin dalla pu
zia; ed è ben più naturale che^ serbando queste foi
nella nuova lingua impóstale, le tramandi alla pcj
rita. insegnandole nel commercio domèstico alla p
crescente: ma una ragione del pari sufficiente ci !?
INTRODUZIONE. XVII
lira poter desùmere dalla varia tendenza delle facoltà
intellettuali deir uomo. Egli è certo, che la potenza del
concetto, del confronto e delF induzione non e eguale,
ne molto meno temprata sopra una medésima forma in
Uitte le nazioni ; ma ciascuna , a norma dclF intensità
e del grado delle sue attitùdini, vedendo e considerando
sotto aspetti differenti gli oggetti, ne concepisce in varia
guisa e per diverse vie resistenza ed i rapporti; ed il Un-
guaggio , il quale ,' come collaboratore del pensiero , ne
riflette rimàgine sensìbile, deve quindi essere modellato
sulh medésima forma. Ora il complesso delle facoltà
ioicUetluali delF uomo é strettamente collegato agli òr-
gani materiali componenti il suo cervello, i quali, ma-
nifestandosi per lo più anche nel complesso delle forme
esterne del cranio, costituiscono ciò che i fisiòlogi chia-
mano tipo, o impronto distintivo di ciascuna nazione.
Perciò al bel cranio ovale della stirpe caucasea va
unito il più dovizioso corredo di facoltà intellettuali,
ntentrc la tardità mentale del pòvero Negro si annuncia
dal cranio deforme e compresso. Dopo ciò, se , come at-
testano le costanti osservazioni dei fisiòlogi, questo im-
pronto segnato dalla divina Providcnza in ogni na-
^nesi mantiene invariato a traverso F avvicendarsi dei
secoli, e in onta al cangiamento del suolo e del clima,
<^e potrà variare ad un tratto V attitùdine mentale ,
«^c il vero produttore e regolatore del materiale?
^'è con ciò vogliam dire, che i dialetti parlati siano
^l^oonarj, come una lingua morta deposta nei còdici
*lle biblioteche ; è ormai dimostrato , che le vicende
^lla vita imprimono una mobilità continua nei dia-
\ *•« viventi ; essi cangiano inosservati ogni giorno; no-
. ^^ voci succedono ad altre che passano in oblivione:
XVllt INTRODUZIONE.
nuove frasi vanno sostituendosi a quelle che rappre-
sentano idee o costumi che più non sono, per modo
elle , nel vòlgere delle generazioni , eziandìo senza cause
violente, od in virtù del mero órdine naturale delle
cose, tutti i dialetti subiscono inevitàbili trasfomia-
zioni; ma queste restrìngonsi per lo più alle parole,
alle frasi ed a certi modi , senza estèndersi alle forme,
le quali non si pèrdono interamente mai; e quindi stabi-
liremo, che ogni qualvolta, decomponendo varie pro~
potizioni idèntiche in due o più lìngue diverge , vi
riscontriamo eguati elementi insieme collegati da una
medésima legge, la communanza d'orìgine tra ledue
tiazioni che le parlano è assai probàbile.
Quanto abbiamo sin qui esposto ci sembra sufGcientc
a provare la necessità d'aggregare l'anàlisi sonora e
concettuale alla grammaticale ed alla lessicale nel con-
fronto delle lingue, onde sollevare anche questo studio
al grado di scienza positiva. Prima però di chiùdere
questi cenni normali osserveremo per ùltimo, come
appaja dai medèsiijii manifesta la fabità degli ing^nosi
sistemi di Herder., Condillac, Nodier e dei moderni
linguisti teutònici, i quali, considerando Ìl linguaggio
coi^e lòpera delle generazioni , gii attribuirono una con-
tiniia lògica psogressivìtà , come se dall'informe em-
nrioiie; d' una finigua semplice , formata di sole inter-
jeziofii, Tuomo avesse, potuto passare a poco a poco
a qu^'artifizioso oiiificiu !^ranimBticale,,col quale rap-
presentò più tardi tdjnininic gradazicAli e modifìca-
^el pensiero. Swbcne sia. questa ilfa questione.
I al nostco dosamento ,-jsiò nul^tantc, por-
Ài ovvia te MufV^"^ "^g" Sposti rf^ssi, osiamo
s che rfinoompffensìbile duM dell^fovella venne
IKTRUDUZIOKE. XIK
fallo all'alunno dalla divina Previdenza, quando gli in-
fuse un'anima pensante, e gli diede un apparato d'or-
gani atti alla rappresentazione sensibile del pensiero;
qualunque fosse però il linguaggio delle prime genera-
zioni, esso fu òpera dell'uomo, il quale, obcdiente alle
leggi della crtuizione, sviluppò questo suo naturale istin-
to per sodisfare agli incessanti bisogni ed enarrare la
gloria del Creatore^ e questo sviluppo, entro certi limiti
di necessitai, dev'èssere stato istantaneo, come quello
della farfalla, che, uscita appena dalla crisalide, libra»
sull'ali, e spiega ardita il volo per le fiorite campagne.
II.
Passando ora dall'astratto a) concreto, ed applicando
(jucsti princìpi g^i^^rali alla patria nostra favella , sarà
manifesto, quanto male s'apponessero coloro cbc pro<
uuociàrono sull'orìgine della medésima prima di stllh
iliamc partitamente i dialetti, e paghi delle più ovvie
sue ùmiglianze grammaticali e lessicali colla latina, Ut
dissero dmvata da questa, senza «unarsi di rìntrao-
€Ìare se elementi di natura diversa all'ossero per av-
ventura più o meno contribuito ulla Èus formazione.
Raccogliendo le antiche tradizìonii so^rgiunio, che.iL»*
tini èrano la minima purlc dt'llc taivtiè genti,- .che ai
tempi di Romolo coltivavano^ da ispira penisela; e
qoestc avcanp senza iiubiu Ki^uag^i proprj ^ù o
meno distìnti ^ quello del Laziuf^|La -tUduessivu pQt«nza
di Roma dtffi^ a poco a puci^hucst ^diurna s^iutta
Il penisola ^ còlle l^i u col t^lto;, ^llrusci, Susci,
Vmbrì, £quÌ[4 VoIsoftSabini, Màrsi, Piceni, S|miiti,
li^ri, VÉnu,Eugg|eì, Cuniii,'(Ìullt,j>ì|:uli. \fninci,
XX
INTRODUZIONE.
Osci, Ausoni, Campani, Lucani, Bniziì ed altri, buoi
parte de^ quali parlavano lingue disparate, venne
fusi coi sècoli in una sola nazione, che si chian
Romana y e scrisse un solo idioma comune, il Latin
Ma le lingue, come abbiamo veduto, non si dettai
ai pòpoli come le leggi; Punita romana poteva ben
condurre tanti milioni denomini ad assùmere il latii
come lingua scritta; non già costrìngerli a parlar
domesticamente. Il miscuglio di tante nazioni^nc|
esèrciti, il pùblico insegnamento e T influenza del
religione e del governo rèsero infatti generali le vo
latine, sebbene con molte eccezioni; ma ogni provine
parlò latino a suo modo, cioè vestì di latine voci
proprio dialetto, poiché non era in suo potere dimeni
carne interamente le forme, né molto meno la nati^
pronuncia.
Di qui appunto ebbe orìgine quella varietà di dii
letti che distìnguono tuttora le varie provincic datali
e che, sebbene riguardati generalmente come varie
d^una sola lingua, racchiùdono a vicenda elementi
più distinti e disparati. E siccome questi elementi i
alcuni dialetti derivano ad evidenza dalle antiche lii
gue che precedettero la latina, così egli è certo, che
lingua parlata da ogni sìngola popolazione dovette è
sere diversa in ogni tempo dalla lingua scritta. Ques
differenza fu notata anche in Roma dagli stessi Roman
i quali appellarono latina la lingua scritta , e romat
rùstica o plebea quella che parlàvasi nelle campagi
e nei (trivii. Onde pare più verisimile, che la pu
lingua latina fosse patrimonio esclusivo degli scrittoi
e, tutt^al più, venisse parlata dalle classi più islrutt
come appunto avviene oggidì di parecchie moderi
lingue d'Europa.
INTRODUZIONE. r- XXI
Rissati i bei tempi della repùblica e dell^ impero^ e
soUentrato il governo arbitrario, scomparve la cultura,
e la distinzione delle stirpi s^ affievolì. Roma , già in
braccio di mercenarj stranieri, non ebbe più oratori
e/oquenti, o forbiti scrittori; gl'imperatori non furono
più tratti dalle famiglie patrizie; ma T esèrcito li elesse
neir esèrcito; e l'arbitrio militare, come indeboli la
potenza dello Stato, distrusse ancora in gran parte la
primitiva civiltà, onde la latina non fu più se non la
lingua degli scrittori.
Air anarchìa militare succèssero quei sècoli di fero-
cia , che , distruggendo le relìquie della passata cul-
tura, rèsero sempre più rari quelli che sapevano scrì-
vere il latino corretto; per modo che, verso il mille,
tutte le Provincie si trovarono col solo linguaggio
plebeo corrotto in parte dalle invasioni; ed appena
alcuni notaj ed alcuni mònaci studiavano grettamente
il latino, qual depositario delle municipali e delle
religiose istituzioni. Allora fu che, per provedere ai
bis(^i della vita sociévole, ogni provincia ebbe a &r
uso del proprio dialetto, il quale, col nome generale
di lingua romanza^ venne poscia disciplinato nelle
tenzoni e nelle serventesi dei Trovatori ; ed appunto
da questa favella romanza, anziché direttamente dalla
latina, derivarono le moderne lingue delF Europa me-
ridionale. Qui però fa mestieri preméttere che cosa
intendiamo per lingua romanza. Fra i molti che ne
scrissero, varii la considerarono come una lingua sola,
osala indistintamente nelF Europa latina, dai tempi di
Carlo Magno sino al tèrmine delle Crociate; noi, diver-
samente, intendiamo la favella parlata nelle provincìe
itmane prima e dopo la caduta dolF impero, che nei
XXII
»TR0DUZI0NE.
sècoli dMgnoranza successe, come lingua scrìtta,
latina. Ma questa lingua, come avvertimmo, era ]
lata in più dialetti, non solo in Italia dai discenda
degli Etrusci, dei Vèneti, dei Galli, dei Liguri e
tant^ altre stirpi disparate; ma eziandìo nella penu
ibèrica dai nipoti dei Lusitani, dei Turdctani, dei C
tabri, dei Bàstuli; in Francia dalle numerose tribù j
liche e càmbriche, e più tardi dai Franchi, dai (
e dai Burgundi; e tutte queste varietà di dialetti, {
sando dalFuna alF altra generazione, comparvero
stinte nella lingua scritta delle varie provincie, ce
scòrgesi di l^geri se si confrontano le poesie dei 1
vatori provenzali con quelle dei Trovieri della Frar
settentrionale, o Fidioma dei Giullari catalani con qu
dei poeti italiani di queir età. Perciò abbiamo ripui
necessario, nella nostra classificazione delle lingue d^]
ropa, raccògliere tanti dialetti in varii gruppi, dis
guèndoli coi nomi di rotnanzo itàlico y gàllico y is
nicOy rètico e caiacco. Forse perchè sentiva la nei
sita di questa distinzione, lo Speroni, parlando
primi saggi degli scrittori d'Italia, chiamò la lor linj
romanzo itàlico; e Brunetto Latini, dicendo nel
sorOy che preferiva la lingua franzesca all'Italia
non poteva allùdere se non ai dialetti romanzi dei (
paesi, dappoiché le due lingue italiana e francese i
èrano ancora ben determinate. Egli è vero bensì e
essendosi prima d^ ogni, altro sviluppati i dialetti
citanici, sotto gli auspic| delle corti di Barcellona <
TàI^, molti poeti it^iani e francesi li preferin
nett loro componimentk ma questo non toglie, ci
dialetti delle altre protmcie fossero diversi. Nella S
gna, sin dai^ tempi ddlf Grocialìe. veggiamo distint
■
■;
>• 7\ :
1^ • j •
Il < I
'1 . *•
• >
INTRODUZIONE. XXII
romanzo castigliano dal catalano; ne possiamo cprn^
prèndere, come tanti scrittori abbiano potuto risguar-
dare come una stessa lingua quella dei tanti scritti
di quell^età!
Di più: le lingue parlate, per loro natura, non sono
mai stazionarie; ma fedeli interpreti dello spìrito delle
generazioni, ne seguono tutte le vicende; e perciò anche
i dialetti romanzi, in quel tempo di transizione, nella
bocca di pòpoli risurti a nuova vita^ e puliti da scrit*
tori inesperti, la cui sola norma era il naturai senso
e più sovente V arbitrio , dovettero subire una lunga
serie di modificazioni. Ogni anno del medio eco^
come osservò anche il Lanzi, era un passo verso un
nuwo linguaggio y e perciò non vi fu lingua stàbile
in tutta TEuropa latina fin dopo il milletrecento, quando
cominciarono a determinarsi gli idiomi moderni.
Distingueremo per ùltimo la vera lingua romanza
dalla favella arbitraria di certi antichi monumenti, che
si suole talvolta confóndere dagli scrittori sotto lo stesso
nome. E noto che, mentre zelanti scrittori s^ adopera-
vano a dar forma stabile alla lingua vulgare, altri, seb-
bene ignari d^ogni elemento, vollero scrìvere latino, ed
apponendo latine desinenze a voci triviali, ed inserendo
fra le romanze qualche latina locuzione, impastarono
una lingua bastarda, che non fu mai scritta, né -par-
lata. Si distìnsero in questo sumero i notaj ed i chiè-
rici dei bassi tempi, i quali, .fiella generale ignoranza,
si diedero sovente maestri di)4atinita , e ci tramanda-
reno gran copia di documentijpiconfusi a torto da alcìmi
coi pretti romanzi. G)sì a torìb fu proposto dagli ieri t-
Ukrì a saggio di lingua romaim il giuramento di Lo-
dovico il Germànico f nel qiwle si; ravvesa ió)pena il
• ; . >!
'• '3
XXIV
INTRODUZIONE.
linguaggio d^ un Tèutono, che tenta invano stacca;
dairìntiina costruzione e dalle forme della lingua natii
Ad accrescere la corruzione dei dialetti romanzi co
tribuirono altresì le migrazioni dei pòpoli settentrions
parte dei quali fondarono regni nella nostra penisol
e dopo varii secoli di dominio si sommèrsero fra j
indìgeni. Goti, Vàndali, Longobardi e Normanni ins
rìrono quindi alcune straniere voci nei nostri dialeti
e li resero alquanto forse più discordi; e le polìtici
vicende , che più tardi frastagliarono la penìsola in pi
cioli Stati, perpetuarono le dissonanze.
Tale era la condizione d^ Italia verso il XIII sòcol
senza unità nazionale, senza lingua e quasi senza non
I primi in tutta TEuropa latina, che si adoperassero
coltivare ed illustrare il proprio dialetto, furono i Pr
venzali. La celebrità che raggiunse quella lingua sol
gli auspicj della corte di Tolosa chiamò a sé molti II
liani, che poscia ne trasportarono in pàtria i nume
e le grazie. Tra le varie provincie d^ Italia prima i
diede il segnale la Sicilia, ove Federico II e Manfre
premiarono e stipendiarono alla corte loro Trovate
nazionali, che cantarono nel proprio linguaggio ad in
tazionedei Provenzali. Carlo d^Àngiò re di Napoli seg
r esempio dei re di Sicilia, e dappoiché Farte di f
versi amorosi veniva premiata da tutti i prìncipi, quc
tutte le città d^ Italia ebbero ben presto i loro Trovato]
Genova ebbe Folchetto, Calvi e Doria ; Venezia, Gior|
Pàdova, Brandino; Faenza, i Pùcciola; Pisa, Lue
Drusi; Mantova, il Sordello; Bologna, Ghislieri e F
brizio; Torino, Nicoletto; Capua, Pietro dalle Vign
e sopra tutte si distìnsero le città toscane, ove fiorìroi
Guido, Lapo, Cìn da Pistoja, Cavalcanti. Brunetto L
INTRODUZIONE. XXY
lini ed altri molti. Sebbene però questi scrittori vul-
gan dessero la prima spinta a stabilire la nuova lingua,
egli è certo* che. procedendo di quel passo, V Italia sa-
rebbe divenuta ben presto una nuova Babele; impe-
rocché, mentre gli uni pohvano il \^ilgar fiorentino,
altri scrivevano il siciliano, altri il napolitano ed altri
preferivano il provenzale. La gelosìa delle piccole re-
piibliche imponeva a ciascuna di far uso del proprio
dialetto; né v^era città, che col peso del suo primato
dettar potesse una lingua sola a tutta la nazione.
A liberar T Italia da questa confusione di lingue era
d'uopo, che un potente ingegno, spoglio di pregiudizj
municipali e rivolto alla patria grande, ne mettesse a
contribuzione tutti i dialetti ed, estraendone la parte
nòbile, fondasse una lingua nazionale, cui perciò a buon
diritto si addicesse il nome d* itàlica. Si grave assunto
adempì Dante Alighieri, verso il principio del sècolo XIV;
e concepito Fallo disegno, lo espose nel trattato del
Vulvare Eloquio e nel Corinvio, ponendolo ad ef-
fetto nella Divina Comedia. Tale appunto fu T origine
del nostro idioma, che in sulla prima aurora eclissò le
snervate lèttere provenzali. Quando rj4lighieri scrisse
il poema con parole illustri tolte a tutti i dialetti
d'Italia^ e quando nel libro del f^uUjare Eloquio con-
dannò coloro che scrivèi^ano un sol dialetto , allora
diremo ch^ei fondasse la favella italiana^ ed inse-
gnasse ai futuri la certa legge d^ ordinarla ^ conser-
varla ed accrescerla. Cosi avvertiva il Perticari, e cosi
fii; perocché tutta Italia, invaghita dagli aurei scritti
deir èsule fiorentino, abbandonò l'orgoglio municipale,
segui r esempio del gran maestro, ed ebbe una sola
lingua scritta, la lingua sancita da lui. E perciò nello
XXVI
INTRODUZIONE.
studio dei dialetti italiani, meglio che in qualsu
altra fonte, dobbiamo attìngere le orìgini del nost
idioma, e cercar la ragione, cosi delle sue leggi, coi
delle moltéplici sue i^ariazioni.
III.
Ciò premesso, ci resta a vedere quali studj venisse
instituiti sinora sui nostri dialetti, e quali materiali
apprestassero per determinarne V ìndole e le proprie
Raccogliendo quanto fu publicato sinora su questo i
gomento, scorgiamo bensì, che parecchi tra i prin
pali dialetti italiani posseggono più o meno vasta l
teratura; ma questa generalmente consta di poe
satìriche o dramàtìche, intese a solennizzare mui
cipali avvenimenti, o a reprìmere le ridìcole tenden
dei tempi. Quasi tutti i municipj italiani hanno pi
i loro vocabolarj vernacoli; ma, oltreché il lèssico d^
dialetto, come abbiamo avvertito, costituisce uno s(
degli elementi che lo compongono, questi vocaboli
furono compilati a (ine d^nsc^nare T italiana fave
alle classi meno eulte dei rispettivi municipj, anzic
per raccògliere e mettere in evidenza le radici disti
tive e proprie di tante lingue diverse; inoltre furo
per lo più ristretti nelF angusto recinto delle città
dei loro sobborghi, restandone per tal modo esck
il prezioso patrimonio della campagna e dei mon
depositarii tenaci d^ogni avito retaggio.
Meno ancora si è fatto, onde rivelare le propria
grammaticali dqlPuna o delPaltra favella, e il rispetti
sistema sonoro, tanto importante nelle linguìstiche
squisizioni. Appena qualche saggio grammaticale ven
IllTRODUZIONE. XXVII
leobto sinora di pochi dialetti, nel quale invano si
oercberébbero le molte leggi del principio orgànico
e della sintassi rispettiva; nessun piano ortogràfico
venne determinato sìnora, comune almeno agli scrit-
torì cFuno stesso municipio; sicché torna pressoché im-
possibile allo studioso formare sui libri una bastévole
idea dei suoni distintivi delPuno o delFaltro dialetto.
La mancanza appunto di tali studj preliminari rese
impossìbile presso di noi uno studio comparativo dei
nostri dialetti, e diede orìgine alle assurde ed arbitrarie
classificazioni proposte da varii scrittori. Per tacere di
Adelung, di Malte-Brun e di quanti stranieri s^accìn-
sere a quest'ardua impresa, basterà accennare la strana
nomenclatura proposta da Adriano Balbi nella compi-
lazione dell Jtlante etnogràfico del globo. Ivi , poste
in un fascio le favelle genovesi e piemontesi , che sono
radicalmente dissonanti, mentre i pòpoli che le pàrlana
hanno solo e da pochi anni comune il governo, Fautore
annovera tra i dialetti della Francia meridionale quello
dei Valdesi, ch^é pretto piemontese; divide dal Berga-
masco il Bresciano che ne è un suddialetto, ed unisce
in due gruppi distinti il Bresciano coi dialetti essenzial-
mente discordi di Mantova, Ferrara, Parma e Mode-
na , ed il Bergamasco col Bolognese , che rappresen-
tano due gruppi per ogni riguardo diversi. Per tal
modo , rotto ogni vincolo che insieme collega i dialetti
emiliani, negletto T altro più importante, che rivela la
non dubia fratellanza d^ orìgine di tante genti cisal-
pine, distinguendole dalle vènete, dalle toscane e dalle
altre famiglie della penìsola , la classificazione del si-
^or Balbi ridùcesi ad una confusa nomenclatura, nella
qnale, non che i principj della linguìstica , sono travolti
XXVIII
INTRODUZIONE.
i pili owii elementi dell^ etnografia; giacche se, r
nendo i nomi dei dialetti italiani in un^ urna, si estra
sero a sorte per formarne più gruppi, non si ott
rèbbero per certo più incongrue combinazioni! (0
Volendo or noi ovviare simili sconci, abbiamo 8
visato, in tanta inopia di studj preliminari doversi a
prestare prima di tutto i materiali necessarj alF erezio
deir edificio; ed a tal fine, raccolto quanto preesistei
abbiamo intrapreso un particolare esame dei multifon
dialetti itàlici, visitando i luoghi ove si parlano, e mt
tendo a contribuzione la scienza degli studiosi d^og
paese. Di questo lavoro appunto , da noi esteso a tul
le famiglie italiane , porgiamo un brano nel pi
sente volume, inteso a stabilire la classificazione r
gionata dei dialetti gallo-itàlici ^ designati con ques
nome, perchè parlati in quella regione d^ Italia, ci
prima della romana potenza era abitata dai Galli.
procèdere impertanto con órdine in argomento sì gr
ve, dopo avere tracciato i naturali confini entro i qui
tutti questi idiomi si parlano, li abbiamo decompos
nei loro più sémplici elementi, esponendo mano man
le loro proprietà distintive, sia sonore, sia gran
maticali, e raccogliendo in brevi pàgine un estratl
comparativo dei loro vocabolarj, col dùplice scopo <
(i) Ci siamo fatti solléciti di notare questi errori normali, ai quali p
tremmo aggiùngerne una ragguardevole serie, poiché, il compilatore
queir opera essendosi querelato più volte nei pùblicl fogli, che altri sii
fatto bello del suo lavoro, abbiamo creduto necessario prevenirne i Icttoi
onde, attingendo in avvenire a questa fonte, sappiano a che attener
V. Jlloi Eihnographique du Globe j avec environ sept centi vocabulaircs d
prindpaux idiomes connusj eie, par Adrlen Balbi, Paris 18S6. Tab. Xi
PfÉ, Questi settecento Vocabolarli dei principali idiomi sono racchiusi i
cinque sole tàvole, nelle quali sono tradotti io nomi e i primi dieci ni
meri cardinali in alcune lingue ed In molti dialetti e suddialetti !
12iiTR0DUZ10?{E. XXIX
rivelame le orìgioi ed i rapporti; e per provedere
quanto meglio per noi si poteva alia chiarezza del-
i'esposizione , abbiamo corredato le molteplici nostre
osservazioni di Saggi, sì in prosa, che in verso, por-
gendo cosi allo studioso copia di materiali , onde prò*
cèdere nelle ricerche, ed arricchire di novelle induzioni
la scienza, che sola potrà rivelarci un giorno chi noi
siamo, e quali furono i nostri maggiori.
Per ciò che risguarda il sistema sonoro, la necessità
di rappresentare scritturalmente in tanti e sì svariati
didetti una lunga serie di suoni, in parte diversi dagli
italiani, e V insufficienza del troppo esìguo alfabeto la-
lino, ci costrìnsero a far uso di alcuni segni conven-
zionali, per quei suoni speciali, pei quali T alfabeto e
r ortografia italiana mancano affatto di segno rappre-
sentativo. Invano avremmo tentato valerci delle mo-
struose combinazioni di lèttere usate a capriccio da
quanti sinora imprèsero a rappresentare i dialetti in
iscritto, le quali, alterando il valore primitivo dei se-
gni, e nascondendo le radici dei vocàboli, rèsero più
difficile la lettura, senza provedere al bisogno. Onde
accoppiare la semplicità alla chiarezza, anziché inven-
tare nuovi segni, o imaginare a capriccio nuove com-
binazioni, abbiamo preferito far uso dei segni adottati
generalmente dal maggior nùmero delle nazioni eu-
ropee per le lingue dotale d^una copiosa serie di suoni,
quali sono le germàniche e le slave; giacché egli è
ormai tempo che si debba riconóscere da c^i nazione
r utilità e la necessità d'un comune sistema ortogrà-
fico, il quale possa venire inteso dal maggior nù-
inero possìbile di nazioni. La patria comune assegna-
la dalla natura è T Europa, e più pretto varrà a ì-aAU:^
XXX INTRODUZIONE.
game le numerose popolazioni con vìncoli indissolùbili
di fratellèvole commercio un sistema ortogràfico ge-
nerale, che non la più fitta rete di strade ferrate.
Fondati su questo principio, valendoci sempre delPita-
liana ortografia , quando bastò air uopo , abbiamo preso
dagli alfabeti delle lingue germaniche, scandinàviche e
slave i segni a, òy Uy per rappresentare i suoni corrispon-
denti, dei quali manca la lingua italiana; cioè, il segno ày
per esprìmere il suono aperto ae dei Latini , ai ovvero è
dei Francesi, che partecipa d^ ambedue queste vocali, e
non può essere definito, ma solo designato colla voce;
o equivale al segno 6 dei Tedeschi , ai segni eu y oeu
dei Francesi, rappresentandone lo stesso suono; ed u
equivale parimenti alla u dei Francesi. In tal modo,
oltre il vantaggio d^una espressione più sémplice, più
precisa e più generalmente intesa, abbiamo eziandìo
quello di serbare intatte le radicali , e di rendere quindi
più agévole lo studio delle derivazioni, giacché più
presto ravviseremo sotto le forme coTy fogy moriy le
radici latine coVy focus y morioTy che non sotto le al-
tre coei^r^ foeughy moeuriy le quali, sebbene usate dai
Francesi e dai nostri scrittori vernàcoli, non ripugnano
meno al buon senso. Per le graduazioni delle aUre
vocali , die variano oltremodo in ciascun dialetto , ci
siamo ristretti a distìnguere le aperte dalle chiuse per
mezzo degli accenti grave, acuto e circonflesso.
Abbiamo impiegato il segno A a rappresentare V aspi-
razione, seguendo in ciò pure F esempio di molte na-
zioni europee; e volendo conservare in tutta la sua in-
tegrità Tortografia italiana, lo abbiamo impiegato ezian*
dìo a rèndere duri i suoni delle e, g colle vocali Cy t. A
rappresentare poi i suoni mancanti nelP italiana favella,
UCTRODUZIOKE. XXXI
e pei quali in consegueMa P alfabeto laUno non porge
venin segno , abbiamo tolto a prèstito dalle moderne
ortografie slave testé promulgate dai celebri Gaj e dafa-
riÌL, i segni z, è, ^^ iy dei quali il primo esprime il suono
sibilante je^ o gè dei Francesi ; le Cy § valgono a
rappresentare il suono dolce di queste medesime lèttere,
ogni qualvolta T ortografia italiana non vi prò vede,
quando cioè tròvansi in fine di parola, come in lèè,
faCy dicy oppure in /é^^ t?ta^^ coré^; e quando la e,
sdtbene preceduta dalla 8^ deve pronunciarsi staccata,
come nelle parole sciòp^ sciùma^ scèt^ nelle quali al-
trimenti confonderèbbesi col suono italiano sce^ sci,
tanto svariatamente espresso dalle altre nazioni d^ Eu-
ropa. Ogniqualvolta peraltro F italiana ortografia bastò
da sola a precisare i suoni dolci delle e, g, ci siamo
astenuti dal far uso dei nuovi segni, scrivendo cen^èl,
eiàeer, giavin, mangia, e simili. Il segno i vale ad espri-
mere il suono italiano se, ogniqualvolta si trova in fine
di parola , od è seguito da consonante, come nelle voci
9trai, pajàs, hlat, siala; e l'abbiamo ommesso quando
bastarono le due se insieme combinate, come nelle
parole sciar, scìfries, cascia^ e simili. Per tal modo ab-
biamo fiducia d^ aver ridutto alla più sémplice e precisa
espressione la scrittura dei dialetti, non che d'averne
agevolata la lettura agli indìgeni, del pari che agli stra-
nieri; e quindi facciamo voti, afiinchè gli scrittori ver-
nàcoli italiani, persuasi della rettitùdine e delF utilità
dei nostri principj, ne seguano d'ora inanzi l'esempio,
0 ne propóngano un migliore , onde porre àrgine una
volta alla crescente Babele ortogràfica.
Neirenumerazionc delle proprietà distintive di tante
e sì svariate favelle , anziché dilungarci . compilando un
XXXIl INTRODUZIONE.
esteso trattato grammaticale , e porgendo soverchi mo-
delli di declinazioni e di conjugazioni, ciò che avrebbe
dato luogo a stèrili e soverchie ripetizioni, abbiamo
preferito restringerci a méttere in evidenza i punti prinr
cipali in cui i dialetti gallo-italici, e si allontanano
dalla norma fondamentale della lingua scritta, e divèr-
gono tra di loro, onde porre così in mano allo stu-
dioso il vero bàndolo, che solo può èssergli guida a
svòlgere F intricata matassa delle origini rispettive. E
perciò ci siamo trattenuti precipuamente nelP avvertire
le principali permutazioni ed inversioni, cosi delle lèt-
tere nella formazione delle parole, come delle parole
nella costruzione delle frasi, contenti d^ accennare ap-
pena alle flessioni dei principali dialetti, ed alle leggi
che i medésimi hanno comuni coir itàlico idioma.
Volendo poi darne un Saggio comparativo a com-
plemento, ed in prova di quanto siamo venuti mano
mano esponendo intorno air organismo speciale di cia-
scun dialetto , abbiamo prescelto la versione della Par
ràbula del figliuòl pròdigo^ fatta a bella posta sulla
latina da studiosi dei luoghi rispettivi , dei quali ab-
biamo notato i nomi a suo luogo, onde convalidarne
Fautenticità ed attestare a ciascuno la sincera nostra
riconoscenza. Ad escusare questa scelta, gioverà av-
vertire, che questo brano evangèlico, dappoichè^venne
preferito dal benemèrito Stalder, che lo fece voltare
in tutti i dialetti elvètici (0; dal Ministero deirio-
terno del cessato impero francese, che lo volle tra-
dotto in tutti i francesi ; dalF Academia Cèltica e dai
più illustri moderni filòlogi d^ogni nazione, che ne
(i) stalder. Die landebsprachen dcr Schiveix» oder schweizerhche Dia'
Ickioiogie, Jorau, icio.
INTRODUZIONE. XXXIII
imifàrono l'esempio, è divenuto la pietra del paragone
pel linguista, più agévole a rinvenirsi dovunque, e ad
ogni modo più atto al confronto, che non la breve e
simbòlica Orazione Dominicale prescelta dai filòlogi del
secolo trascorso.
Procedendo nella disàmina delle radici, onde i nostri
dialetti compòngonsi, sebbene la massa principale ap-
palesi manifesta orìgine latina, ciò nullostante ne ab-
biamo trovato eziandio un nùmero ragguardévole di
forma ai&tto diversa, e di estranea derivazione. Valgano
d'esempio le quaranta voci diverse (e sono assai più),
eolle quali dai soli dialetti gallo-itàlici viene espresso
il nome di figlio. Tali sono: bèder^ canaja, cèt^ creatày
effànty enfàn^ ères, fanc, fanciòt, fty fi^gl, fioy fioly fiòl,
fiily figliòla màcany marajay mar ài ^ marh, masàcher,
niasCy maty matèly matèt, malògUy matu^ miilèty pòl^
pitèly ràisy ràissa^ rèdes^ rès, scèt^ sciàt, sciàt^ tós,
tus. Così il nome padre viene espresso colle voci : atta^
bapy bobày pày pàder^ padri, pàire, papà, pare, pari,
pariti y pupày tày tata^ ed altre molte, delle quali,
sebbene il maggior nùmero tragga manifesta T orìgine
dalle radici latine creatura^ hcereSy infans^ filius, maSy
pater y ciò nullostante alcune hanno tutf altra deriva-
zione ('). Ora, considerando il ragguardévole nùmero di
queste voci dalla lingua del Lazio discordi, ed espri-
menti idee od oggetti comuni a tutti i tempi, appare
assai verisimile, che traessero F origine dalle antiche
lingue nella stessa regione parlate prima delP invasione
romana; giacché egli è ormai dimostrato, che le Ungue
oon Sì distrùggono, se non disi
(i) yè^f^gjìsì tutte queste voci nei Saggi di V<
**' òpera.
XXXIV INTRODUZIONE.
le parlano. Prima che dai Romani, la storia ci ad-
dita il nostro paese occupato dai Celti, che, divisi in
Genòmani, Insubri, Senoni, Boj ed altre tribù, sì ri-
partirono a vicenda il dominio delle nostre pianure.
Essi avevano lingue e dialetti Idr proprj diversi dal-
r idioma romano , dei quali per avventura alcune re-
liquie sopravìvono in appartate regioni delI^Armòrica
e delle ìsole britanniche, e dei quali, per conseguen-
za, dovca radicarsi almen qualche traccia sul nostro
suolo. Ma i Galli erano pure stranieri in Italia, già
abitata da nazioni indìgene e straniere, prima che
Beloveso vi trapiantasse le bellicose sue caterve. Essi
infatti ebbero a luttare cogli Etruschi , cogli Umbri e
coi Liguri, che, rivarcando TApennino, abbandona-
rono ai Druidi le fiorenti loro campagne. Prima degli
Etruschi r Italia ebbe più antichi abitatori, che gli stò-
rici distìnsero col nome di Aborìgeni, forse per dino-
tare che avevano lingua e costumi lor proprj. Appunto
di queste antichissime popolazioni nessun altro monu-
mento ci rimane, se non per avventura i pochi rùderi
sparsi nei nazionali dialetti, giacche (^ quanto più si ri-
sale la corrente del tempOy ogni nazionalità si risolve
ne' suoi nativi elementi; e rimosso tutto ciò che vi
è di uniforme y cioè di straniero e fattizio ^ i fiochi
dialetti si ravvivano in lingue assolute e indipenden^
ti, quali furono nelle native condizioni del gènere
umano (Ow.
Ciò premesso, è manifesto che, depurando i nostri
vocabolarii vernacoli dalle radici latine, non che dalle
più recenti attinte a lingue moderne, ed eleggendo tra
(i) Introduzione dmX dottor Carlo Cattaneo alle Notizie Naturati e Civili
stUla Lombardia, Milano, 1844, Voi. I, pag. WII.
l!«TRODUZIONE. XXXT
le rimanenti qjoeììe voci che rappresentano o^^^etti, o
idee comuni a tutti i tempi , e quindi alle prische del
pari che alle moderne generazioni, verrebbero raccolti
e sceverati i rùderi più o meno corrotti degli antichi
idiomi, sui quali institucndo giudiziosi confronti colle
lingue conosciute, si potrà forse giùngere talvolta alla
scoperta delle orìgini delle moderne favelle, o ricom-
porre in parte taluna delle antiche, ciò che invano si
tenterebbe per altra via. Su questo principio abbiamo
compilato un pìccolo Vocabolario dei dialetti gallo-ità-
lici, dividendoli nei tre rami principali lombardo^ pe-
demontano ed emiliano, riunendovi solo alcune mi-
gliaja di voci di strana forma e di oscura radice,
alle quali per conseguenza con maggiore probabilità
attribuire si possa antichissima orìgine e derivazione;
avvertendo nel tempo stesso che questo Saggio , da noi
con molta fatica raccolto, potrèbbesi notevolmente am-
pliare, ripetendo accurate indàgini nelle campagne, e
sopra tutto nei monti. Per condurre a buon fine un
lavoro di tal fatta e di tanta importanza, lungi dal
bastare F òpera d^un solo, è necessaria la prestazione
di molti, che prima di tutto raccòlgano i materiali,
compilando con sana crìtica e speciale diligenza i vo-
cabolari! d'igni paese, onde potere poscia instiluire
un ragionato confronto sulla loro parte estrattiva. Per-
ciò . redigendo il nostro Sa^o comparativo, prima di
tutto abbiamo estratto quanto ci par^e più acconcio al
nostro scopo dai Vocabobrii già puiilicati . vaie a dire:
pei dialetti lombardi, dal )lilanese-ltaliano di Vfn%u%>
soo Cherubini . dal Latino-Bergamasco difl (Mtks\$^n%i\ e
dai Bresciano-Italiani del canònico Paol^i iM^j^tài e
\XXV1 INTRODUZIONE.
di Pietro Mclchiorri (0; per gli emiliani, dal Bolognese*
Italiano di Claudio Ermanno Ferrari, dal Romagnolo-
Italiano di Antonio Morri, dal Reggiano-Italiano, dal
Ferrarese-Italiano dell^ abate Francesco Nannini , dal
Mantovano di Francesco Cherubini , dal Parmigiano di
Ilario Peschieri, dai Piacentino-Italiani del canònico
Francesco NicoUi e di Lorenzo Foresti , e dal Saggio di
Vocabolario Pavese-Italiano d^ anònimi compilatori (*);
pei dialetti pedemontani, dai Vocabolarii Piemontese-
Italiani di Pipino e di Ponza , dal Piemontese-Francese
di Luigi Capello , e dal Dizionario Piemontese-Italiano-
Latino-Francese delF abate Zalli ('). Essendo fatti con-
sapèvoli che i benemèriti professor Angelo Peri ed abate
Pietro Monti stavano frattanto compilando i Vocabo-
(1) Vocabolario Milanese-Italiano, di Francesco Cherubini. Milano, I. IL
Stamperia , 1840-44. Voi. 4 in-4.^ — f^ocabolarium brevcj in quo contine^-
tur ffocabula, qua in frequentiori usu i?ersantur, cum italica ^oce, Gaspa-
fini Bergomensis magistri. Mediolani, 1868. — Vocabolario Bresciano e
Toscano, premessa la lezione dì Paolo Gagliardi, intorno alle orìgini ed
alcuni modi di dire della lingua bresciana. Brescia, pel Pianta, 1789. —
Vocabolario Bresciano-Italiano, di Pietro Melchiorri. Brescia, pel Franzo-
ni, 1817. Con un'Appendice publicata nell'anno taso.
(s) Vocabolario Bolognese-Italiano, colle voci francesi corrispondenti,
compilato da Claudio Ermanno Ferrari. Seconda edizione in-4.® Bologna ,
tipografia della Volpe, 1858. — Vocabolario Romagnolo-Italiano, di Antonio
Morri. Faenza, per Pietro Conti, 1840. — Vocabolario Reggiano-Italiano.
Reggio, tip. Torreggiani e C.® loss. — Vocabolario portàtile Ferrarese-
Italiano, deir abate Francesco Nannini. Ferrara, i808, per gli eredi di
Giuseppe Rinaldi. — Vocabolario Mantovano-Italiano, di F. Cherubini. Mi-
lano, per G. B. Bianchi e C, 18S7. — Dizionario Parmigiano-Italiano, di
Ilario Peschieri. Parma, dalla stamperia Blanchon, 1888. Voi. s in-8." —
Catalogo di voci moderne piacentino-italiane, del canònico Francesco Ni-
coUi. Piacenza, pel Tedeschi , i sss. — Vocabolario Piacentino-Italiano, di
Lorenzo Foresti. Piacenza, pei Fratelli del M^no, isso. — Dizionario do-
mestico Pavese-Italiano. Pavia, tipografia Bizzonl, 1829.
(5) Vocabolario Piemontese, del medico Maurizio Pipino. Torino, nella
R. Stamperia, 1785. — Disionari Piemontèis, Italìan, Lalin e Frauscis,
INTRODUZIONE. XXXVll
larii dei dialetti Cremonesi e Comaschi , abbiamo otte-
nuto dalla loro gentilezza un estratto dei loro mano-
scritti, che speriamo vedere quanto prima alla luce per
intero. Per gli altri dialetti, e specialmente per quelli
della campagna e dei monti , abbiamo raccolto sui luo-
ghi stessi quanto era possibile in ripetute peregrina-
zioni, ed abbiamo sollecitata la prestazione di alcuni
studiosi, tra i quali professiamo sincera riconoscenza
al conte Sanseverino per un florilegio di voci crema-
sche, al signor arciprete Paolo Lombardini di Calcio
per alcune voci cremonesi e bei^amasche ed al prof.
Cesare Vignati per alquante lodìgiane.
Sebbene principal nostro divisamento fosse il raccò-
gliere in questo Saggio le sole voci che , per la forma
e significazion loro, si possono riguardare come rùderi
degli antichi linguaggi italici, vi abbiamo tuttavìa no-
tate alquante voci di manifesta origine e forma latina,
escluse però dair italiana favella, onde si vegga quanto
sono tenaci i dialetti nel serbare a lungo le antiche ra-
dici; e vi abbiamo pure indicate alcune voci attinte
alle lingue straniere moderne , perchè si conosca quanto
poca influenza ebbero queste sui nostri dialetti, in onta
alle lunghe e Successive dominazioni straniere nel no-
stro paese. Abbiamo poi avuto cura dMndicare a qual
dialetto ed a qual luogo speciale ciascuna voce esclu-
sivamente appartiene , onde rendere proficui questi ma-
teriali alle osservazioni dello studioso. Infatti, il picciol
compost dal prèive Casimiro ZaIII d^Cher. Carmagnola, isitt, da la stam-
parla dTeder Barbié. VoL 8 in-8.* — Dictionnaire portatif PiémonicLii-
Francai», suivi d'un f^ocalnUaire Francai» des terme* usités doni Ui art»
H mèUer$, etc., par Louit Capello, comic de Sanfranco, Twin, de Vimpri-
ìterie de Vincent Bianco, 1814. Voi. s in-s.® — Vocabolario Piemontese-
Kaliano, di Michele Ponza. Torino, isso, dalla stamperìa reale.
XXXVIII INTRODUZIONE.
nùmero delle voci comuni a tutti, o alla maggior parte
dei nostri dialetti, a confronto di quelle che radical-
mente differiscono da luogo a luogo, manifesterà di
leggieri un^ antica pluralità di lingue, o almen di dia-
letti , nelle rispettive provincie. ÀlPincontro la più fre-
quente comunanza di radici strane ed antiquate, che
scòrgesi in alcuni dialetti, come nel bresciano, valtel-
linese e veronese , rivelerà un antichissimo nesso d^orì-
gine tra i primitivi coloni di quelle regioni , nesso che
dovette precèdere le invasioni dei Vèneti e dei Cèlti, e
le cui tracce non furono da queste, né dalle posteriori,
interamente distrutte. Ecco le principali considerazioni
che c^ indussero a porre talvolta a canto alla voce lom-
barda , emiliana , o pedemontana la corrispondente vè-
neta, tedesca, francese, spagnuola, romanza, latina,
greca o cèltica, onde cioè più agevolmente e con più
dì ragione dedurne si possa a prima vista , o V antico
nesso d^ origine, o la moderna introduzione, in forza
deir immediato commercio coi pòpoli vicini. Tra que-
ste voci di straniere lingue abbiamo sempre preferito
quelle che più si accostano alle nostre vulgari, cosi nella
forma , come nel significato ; e, diffidando di noi medé-
simi, abbiamo consultato le migliori e più autèntiche
fonti, che abbiamo potuto procurarci, quali furono:
pei dialetti armòrici, i Dizionari di Le Pellelier e di
Le Gonidec; pei càmbrici, quello di Price; pei Gaèlici,
il gran Dizionario compilato per cura della Società del-
l'alta Scozia; per le voci greche, i Vocabolarii di Schre-
velio e di Ricmer ; per le lingue romanze , quelli di
Roquefort , Ray nouard e Conrad! ; e per le lingue mo-
derne, i Vocabolari! compilati dalle varie Academie.
Né abbiamo inteso con ciò spaziare di pie franco
IVTRODUZIO.NE. XXXIX
nell^ arduo e periglioso campo deiretimolo^ ^ tanto
fimtfaioso ove sia perlustrato da retto criterio e da
mente spoglia di pre^-enzioni , quanto screditato da
quelli che vi si pro^-àrono sinora. Pur troppo gli eti-
mòlogi che ci precedettero, colla semplice scorta dei
clàssici idiomi, e tutto al più di qualche celtico dia-
letto, quasi ignorando l'esistenza d'altre anticlùssime
lingue . stiracchiarono , mutilarono ed alterarono in
mille guise le voci e il loro valore, o crearono nuove
lingue a loro talento, onde ridurre ad elemento ellè-
nico, cèltico o latino le più disparate favelle! Gonscii
della somma importanza delle etimol^che investiga-
zioni e della necessità di lunghi e severi studj prelimi-
nari, fondati sulla piena cognizione di molti idiomi
antichi e moderni, per condurle a buon fine, ci siamo
ristretti a raccògliere parte dei materiali da sottoporsi
ad esame, accennando qua e là le corrispondenti ra-
dici straniere, solo quando ci si offerse spontanea la
consonanza delle forme. Dichiariamo peraltro franca-
mente, èssere stato nostro divisamento il proporle co-
me dubii, e non come stabiliti giudizìi ; ed appunto per
questo \ì abbiamo apposto sovente un segno d^ interro-
gazione. La sola intenzion nostra, in tutto F ordinamento
di questo Saggio, si fu quella di rivelare quanto co-
piosi afppàiano i rùderi d^ antiche lingue, onde i nostri
dialetti compòngonsi ; di raccòglierne <piel maggior nù-
mero che ci fu possìbile, nelF attuale inopia di mezzi,
ordinandoli ad un medesimo scopo , e porgendoli sotto
il loro più semplice e naturale aspetto*, e di tracciare
la vera strada , per la quale giunger potremo un giorno
alla piena cognizione dei medésimi, alla scoperta dei loro
mutui rapporti colle antiche e moderne lingue, e per
ùllimo a quella delle origini dei pòpoli che li piirlano.
XL INTRODUZIONE.
Onde supplire alle molte imperfezioni dei precedenti
capi, ed accennare al grado di cultura da ciascun dia,-
letto raggiunto nel vòlgere dei sècoli , e nelF avvicen-
darsi degli avvenimenti polìtici e morali , abbiamo poi
tentato delineare un quadro istèrico della letteratura
vernàcola, accennando alF orìgine delia medesima ed
alle successive sue fasi sino ai dì nostri. L^ assoluta
mancanza d^ anteriori studj su questo argomento, e
r importanza del medesimo, ci danno a sperare che sarà
per riuscire gradito ai nostri lettori questo primo ten-
tativo, per redìgere il quale ci fu d^uopo raccògliere
e studiare la màssima parte delle produzioni èdite ed
inèdite in tanti e sì svariati dialetti, produzioni, i cui
esemplari sono in parte assai difficili a rinvenirsi; ed
abbiamo corredato le nostre osservazioni d^una colle-
zione di Saggi, incominciando dal più antico monu-
mento che ci venne fatto conóscere d^ogni dialetto, e
scendendo di mezzo sècolo in mezzo sècolo sino ai dì
nostri. Per tal modo il lettore, mentre vedrà raccolti
in un solo manìpolo i Saggi di tutte queste favelle di-
verse, onde instituime un facile confronto, potrà an-
cora scòrgere nelle successive produzioni d^ogni favella
le fasi e le alterazioni da questa subite nel vòlgere dei
sècoli.
À completare questa successiva serie di Saggi in cia-
scun dialetto non abbiamo risparmiato le più accurate
indàgini nei luoghi rispettivi, né calde e ripetute sol-
licitazioni ai molti nostri corrispondenti e collabora-
tori ; ma in onta ai moltéplici sforzi , non potemmo
riuscirvi , se non per alcuni dialetti principali, per quelli
cioè che hanno più antica e più copiosa serie di com-
ponimenti ; mentre ve n^ ha parecchi , la cui letteratura
INTRODUZIONE. XLl
ebbe solo da pochi anni incominciamento; altri invece,
e non pochi, sono albtto privi di produzioni èdite ed
inèdite, sì in prosa, che in verso. Perciò, ogniqualvolta
ci fu concessa libera la scelta, abbiamo preferito fra i
migliori coitiponimenti quelli di men lunga lena', che ci
parvero più acconci a prestare idea precisa, così della
lìngua, come del gusto e dello spìrito dei tempi; eyfum-
mo abbastanza avventurati, per poter arricchire questa
raccolta di alquante produzioni inèdite, non solo in
dialetti meno conosciuti, quali sono il lodigiano, il co-
masco , il cremonese , il mantovano , il bresciano , il
ravennate cogli altri romagnoli , il modanese , V ales-
sandrino, Taquense, il saluzzese ed altri molti, nei
quali pochissimo o nulla fu publicato a stampa; ma
altresì di produzioni inèdite di autori distinti , e di non
comune pregio poètico , antiche e moderne, da noi dis-
sotterrate dagli archivii, o procurateci dalla gentilezza
di varii corrispondenti, dei quali abbiamo con solleci-
tudine e riconoscenza ricordati i nomi a suo luogo.
Ove peraltro mancavano le inèdite, abbiamo riempito
t vani , riproducendo , fra le èdite , quelle che ci par-
vero meno diffuse colle stampe; ove mancarono com-
ponimenti pregévoli, abbiamo supplito con altri di mi-
nor conto, onde valessero almeno a saggio di lingua
e a documento delle istòriche nostre osservazioni; ed
abbiamo lasciato le lacune, ove ci costrinse P assoluta
privazione di Saggi èditi ed inèditi, buoni o cattivi.
Per ùltimo, a più chiara prova di quanto siamo ve-
nuti nel ragionamento istòrico esponendo , ed a pòrgere
sott^ occhio allo studioso tutte le fonti, alle quali potrà
attìngere i materiali necessarii a conseguire piena co-
gnizione di tutti questi dialetti, abbiamo soggiunto,
XLII INTRODUZION£.
quasi Appendice, una lista bibliogràfica dei medésimi.
In essa, il ragguardevole nùmero di produzioni edite
nei dialetti milanese, bergamasco, bolognese e tori-
nese attesterà, come questi fossero meglio d^ogni altro
e da più lunga stagione coltivati ; mentre lo scarso nù-
mero, o l'assoluta mancanza di produzioni in altri, pro-
veranno il minor grado della rispettiva loro cultura.
Similmente il vario gènere dei componimenti nei varii
tempi, e il maggiore o minor nùmero delle rispettive
loro edizioni, indicheranno T orìgine, il progresso, la
maggiore o minor popolarità e il vario spìrito d'ogni
letteratura speciale, e mostreranno in qual conto fos-
sero quei componimenti tenuti presso le varie popo-
lazioni.
Sebbene abbiamo adoperati tutti i mezzi in nostro
potere, onde arricchire questa raccolta del maggior nù-
mero possìbile di notizie, ciò nuUadimeno siamo ben
lungi dal credere d'esserci accostati al suo compimen-
to. Chi divisasse di produrre perfezionato un lavoro di
sìmil fatta , può rinunciare da bel principio al suo pro-
pòsito , mentre ogni giorno scappano fuori notizie nuo-
ve, ed ogni giorno si discoprono nuovi materiali e nuovi
autori. Non esistendo simili lavori pei nostri dialetti,
se si eccettuino alcuni Saggi premessi ai Vocabolarii
vernàcoli, ed a collezioni di poesìe, abbiamo scelto a
punto di partenza questi Saggi medésimi, ai quali ab-
biamo aggiunto quanto ci venne fatto scoprire nei ca-
tàloghi delle pùbliche e private biblioteche, mettendo
ancora a contribuzione la scienza di molti studiosi,
delle cose patrie appassionati cultori. Quindi, pei dia-
letti lombardi buona messe di notizie ci porse la co-
piosa collezione di òpere vernàcole serbataci nelPAm-
nsTRODUZIONE. XLIIl
brosiana, e la ragguardévol lista di scritti milanesi pre-
messa alla Collezione delle migliori òpere iscritte in
dialetto milanese^ in dódici pìccoli volumi. Per gli emi*
liani, ci fu di non lieve giovamento la lista d^ òpere bo-
lognesi premessa da Claudio Ermanno Ferrari al Vo-
cabolario di cpiel dialetto; i catàloghi delle biblioteclie
di Bologna, Modena e Parma, e le indicazioni sparse
in molti libri vernàcoli, sopra tutto nella Serie degli
scritti impressi in dialetto veneziano^ compilata da
Bartolomeo Gamba , ove furono registrate molte òpere,
che, oltre il veneziano dialetto, altri ne racchiùdono
italiani e stranieri. Tanto per gli emiliani, quanto pei
lombardi , ricca messe di notizie bibliogràfiche ci porse
ancora il signor Carlo Salvi , il quale spese lunga serie
d^anni a far raccolta delle cose agli itàlici dialetti spet-
tanti. La bibliografia piemontese poi è tutta òpera del
dotto nostro amico Giovenale Vegezzi-Ruscalla, al quale
siamo ancora debitori di presso che tutte le versioni
della Paràbola nei dialetti pedemontani ed in parecchi
altri d^ Italia , della màssima parte dei Saggi di quella
letteratura, e d^una copiosa raccolta di materiali, che
ci furono di sommo giovamento nella redazione del
presente lavoro.
L^ amore della brevità non ci permise di estènderci
lungamente sulle notizie risguardanli tante òpere ver^
nàcole, le loro edizioni o i loro autori; ciò nullostante
non abbiamo intralasciato di citare le edizioni princi-
pali, di svelare parecchi anònimi e pseudònimi, e di
unirvi quelle notizie che ci parvero di maggior rilievo
al nostro scopo.
Da tutto il sin qui esposto è chiaro^ che abbiamo
divisa quest' òpera in tre parli, nelle quali abbiamo
XLIV INTRODUZIONE.
svolto separatamente le cose riguardanti i dialetti lom-
bardi y emiliani e pedemontani (0 ; e che ciascuna parte
fu da noi suddivisa in sei Capi, nel primo dei quali
abbiamo annoverate le proprietà distintive sonore e
grammaticali di ciascun gruppo ; nel secondo abbiamo
in órdine disposte le versioni della Paràbola delfigliuol
pròdigo j nei principali dialetti ad ogni gruppo appar-
tenenti ; nel terzo abbiamo racchiuso un Saggio di Vo-
cabolario ; nel quarto un Sunto istèrico della rispettiva
letteratura; nel quinto una Collezione di Saggi èditi ed
inèditi d^ogni letteratura vernàcola speciale; nel sesto
finalmente un Saggio di bibliografia vernàcola. Per tal
modo nutriamo fondata speranza d^ aver raccolta in
questo libro una copia dMmportanti materiali, maggiore
di quanto si è fatto sinora , e di aver quindi aperta ed
agevolata la via allo studio dei patrii dialetti, scopo
fondamentale delle penose e lunghe nostre investiga-
zioni. Se quest^ arduo tentativo , che proponiamo come
Saggio , conscii delle moltéplici sue imperfezioni, verrà
coronato dal pùblico favore, ci proponiamo di conti-
nuare senza interruzione la publicazione d^ altri simili
lavori delineati sullo stesso piano e col medésimo scopo,
eziandio per tutte le altre famiglie degli itàlici dialetti,
pei quali abbiamo già apprestata doviziosa raccolta di
nuovi e pregévoli materiali.
(l) La prima di queste tre parti fu scritta^ seblienc in più angusto oriz-
zonte , ed a foggia di sémplice notizia , per le Notizie naturali e civili su
la Lombardia^ nelle quali tuttavìa verrà sommariamente Inserita.
PROSPETTO GENERALE
DEI
DIALETTI GALLO-ITALICI
I dialetti che ora si parlano nell'alta Italia divldonsi propria-
mente in quattro famiglie distinte per radicali varietà di suoni ,
d'inflessioni^ di costruzione e di radici, e sono: la famiglia /t-
gurcj o genovesCy la gallo-itàlica^ la vèneta e la càrnica o friulana.
La prima è ristretta nell'angusto lembo racchiuso tra la costa
marlltima, che dalla foce della iMagra si estende sino a xMentone,
e l'Apennino ligure ; la càrnica occupa solo l' estremo àngolo orien-
tale alpino, ove confina coi dialetti slavi e tedeschi della Camiola
e del Tirolo ; quasi tutta la parte orientale è quindi occupata dalla
Tèneta famiglia, che dalle rive dell' Adriatico, comprese tra la foce
del Timavo e quella del Po , si estende fino al lago Benaco ed al
Mincio, e dalla catena delle Alpi sino al Po. Per modo che, ol-
tre a due terzi dell' alta Italia racchiusa tra l' Alpi e l' Apennino
sono occupati dalla vasta famiglia gallo-itàlica. Più partitamente
parlando, i nativali confini di questa sono: a settentrione, la catena
delle alpi rètiche, lepònliche e cozie, che la divìdono dai dialetti
romanzi , tedeschi e francesi della Svizzera ; ad occidente le alpi
graje e marittime , che la separano dai dialetti occitànici della Sa-
vojaedella Francia meridionale ; a mezzogiorno, la catena degli
^pennini liguri e toscani sin oltre la Marecchia , i «lualì la dividono
XLVI PROSPETTO CEXEUALE
dai dialetti genovesi e toscani; ad oriente, le rive dell' Adriatico,
da Cattòlica sino alle foci del Po, e quindi, risalito il fiume sin
presso alla foce del IVIincio, il corso di questo fiume, il lago Be-
naco, i monti che divìdono le valli della Sarca e del Mincio, e
finalmente T eccelsa catena camonia, che la separa dalle valli del-
l'Adige. E qui gioverà avvertire , come a questa naturale divisione
dei dialetti itàlici settentrionali corrispondano per avventura le
prische sedi dei pòpoli liguri, cèltici, vèneti e càmici, e quanto
più verishnile appaja qiundi la derivazione di quelli dalle antiche
lingue di questi primi invasori !
Restringendoci ora a favellare della sola famiglia gallo-itàlica,
e fondandoci sulle proprietà distintive degli innumerevoli dialetti
che la compóngono, ci si offre spontànea la prima sua divisione
in tre rami, che dalla regione rispettivamente occupata abbiamo
distinto coi nomi lombardo ^ emiliano e pedemontano. Sebbene pa-
recchi fra i diaktti componenti il primo ramo non appartengano
politicamente alla Lombardia propriamente detta, ed all'opposto
alcuni di quelli che vi si parlano spettino al secondo, ciò nullo-
stante l'abbiamo denominato lombardo ^ e perchè infatti il mag-
gior numero dei dialetti che lo compóngono, tra i quali i prin-
cipali, sono parlati in Lombardia, e perche in tempi non molto
da noi lontani la divisione polìtica meglio corrispondeva alla lin-
guìstica, che non al presente. I suoi cx)nfini sono: a settentriono
le Alpi rètiche e lepòntiche, dalla catena camonia sino al monte
Rosa; ad occidente, il corso del Sesia, che da questo monte sca-
turisce, sino alla sua foce nel Po; a mezzogiorno, il corso di
questo fiume dalla foce del Sesia fino a quella dell' Ollio, tranne
un pìccolo seno, il quale abbraccia la città di Pavia e i vicini
distretti sino alla foce del Lambro e al tèrmine del Naviglio dì
Bereguardo; ad occidente, una linea trasversale dalla foce del-
l'Ollio a Rivalta sul Mincio, indi il corso di questo fiume da Ri-
valta a Peschiera, il lago Benaco, i monti che divìdono le valli
della Sarca e del Mincio e la catena camonia. È quindi manifesto,
che il ramo lombardo comprende i dialetti parlati nel regno Lom-
bardo, tranne il pavese e il mantovano; i dialetti della Svizzera
italiana, ossia Cantone Ticinese; e i dialetti del regno sardo com-
presi tra il Sesia^ il Po ed il Ticino.
DEI DIALOTl CALLO-ITALICI. XLVII
Similmente abbiamo denominato emiliano il secondo ramo,
sebbene i dialetti ad esso spettanti òcciipino una regione più
eslesa dell'antica Emilia. Questa comprendeva bensì il paese rac*
ebinso tra il Po e l'Apennino da Borea ad Anstro, e da Levante
a Ponente il lungo tratto che stèndesi da Rimini a Piacenza, o
meglio dalla moderna Cattòlica alla Trebbia; ma il Po, due sè-
coli prima dell'era volgare, aveva un corso ben diverso dall' o-
dìemo, mentre, attraversando la grande palude Padusa, che in-
cominciava nel territorio mantovano meridionale e nel basso mo-
danese, e intersecando la pianura del bolognese, del ferrarese e
del romagnolo propriamente detto, metteva foce nel mare a Ra-
venna. Esso percorreva quindi l'alveo ora denominato Primaro e
percorso dal Reno, piegando ad Austro per raggiùngere Ravenna,
dalla quale ora dista per ben dieci miglia; e la sua foce era qua-
ranta miglia distante, verso mezzogiorno, dall'attuale bocca di
Maestra. Da ciò è manifesto, che l'antica Emilia comprendeva le
Inazioni di Forlì e di Ravenna, la romagnola ferrarese sulla de-
stra riva del Primaro, il territorio bolognese, tranne il distretto
di Poggio Renàtico, allora sulla riva sinistra del Po, il Modanese,
il Reggiano, il .Mantovano cispadano, il Guastallesc, il Parmigiano
ed il Piacentino sino alla Trebbia; per modo che n'era esclusa
ia legazione ferrarese, adesso ima delle più ricche e più estese,
ed allora vasta palude seminata di pìccole isole, o polésìni. In
quella vece i naturali confini del secondo ramo, da noi detto emi-
liano, sono: a settentrione, il corso del Po da Valenza sino alla
saa foce nell'Adriatico, abbracciando ancora oltre il fiume i dia-
letti pavese e mantovano ; ad occidente e a mezzogiorno, una li-
nea trasversale, che da Valenza sul Po raggiunge serpeggiando l'A-
pennino presso Bobbio, indi la cresta degli Apennini fino alla
sorgente della Marecchia , d' onde si prolunga fino a Cattòlica ;
ad oriente, le rive dell'Adriatico, da Cattolica sino alle foci del
Po. Esso adunque comprende i dialetti parlati nei ducati di
Parma e di Modena, eccetto 1 transapennini , i bolognesi, i ro-
magnoli, il mantovano, il pavese e i pochi ristretti fra il Po e le
bidè dell 'A pennino, nell'estremo lembo orientale del regno sardo.
Finalmente il ramo pedemontano è conterminato, a settentrione,
dai monti che divìdono i superiori tronchi della Val -Sesia e della
XLVIII mOSPETTO GE.NERALB
Valle d'Aosta dalle sottoposle valli del Cervo, dell' Orco e della
Stura; ad occidente, dalle Alpi graje e marittime; a mezzogiorno
dalle stesse Alpi marittime e dall' Apennino ligure; ad oriente, da
una linea trasversale serpeggiante , che congiunge Bobbio colla
foce del Sesia, e quindi dall'intero corso di questo fiume.
Giova però avvertire, che queste linee, come quelle che ver-
remo in appresso e con maggior precisione tracciando, segnano
bensì la zona, lungo la quale un gruppo, o un singolo dialetto
si va mutando nell'altro; ma non sempre, anzi quasi mai, un
confine di ràpido e deciso passaggio, poiché in generale i dialetti,
mano mano che si scostano dal centro del loro dominio, smarri-
scono a poco a poco le loro proprietà distintive, e vanno assimi-
landosi alle estreme emanazioni dei dialetti confinanti.
L'esposta divisione, come avvertimmo, è fondala sulle pro-
prietà distintive delle famiglie medésime e delle singole loro
membra; sebbene dai Saggi che siamo per pòrgere dei tre rami
gallo-itàlici, e da quelli che ci proponiamo publicarc in séguito
delle altre famiglie italiane, appariranno abbastanza manifeste le
radicali dissonanze, per le quali ima famiglia naturalmente distin-
guesi dalle altre, e dividesi in più rami, ciò nulladimeno, prima
di procèdere nei particolari, stimiamo opportuno proporre alcuni
esempi atti a chiarire la via da noi seguita nel corso di questi
studj.
La màssima parte dei dialetti gallo-itàlici ha comuni i suoni u
ed ò affatto ignoti alle altre famìglie itàliche, la sola genovese
eccettuata, la quale d'altronde ne è chiaramente distinta per una
serie di proprietà diverse; in quella vece alcuni suoni sono co-
muni alla màssima parte dei dialetti d'un ramo ed ignoti agli
altri due ; cosi il lombardo distinguesi dall' emiliano e dal pede-
montano pel suono z, che questi non hanno; d'emiliano distin-
guesi pel suono a, mancante nel pedemontano e nel lombardo.
Similmente é proprietà distintiva e comune a tutti i dialetti
gallo-itàlici il troncare generalmente le desinenze delle voci, ciò
che avviene di rado nelle altre famiglie, tranne la sola friulana,
d'altronde chiaramente distinta per altre radicali impronte; ma
questo troncamento medésimo varia alquanto tra loro, mentre
p. e. i verbi italiani terminanti in arcj che nei dialetti lombardi
DB DIALBm GALLO-ITALICI.
XLIX
serbano la sola d finale, negli emiliani terminano generalmente
ÌD ar^ e nei pedemontani in è:
Itaua?io
portare
andare
f?olare
pensare
LoVBABDO
porta
andà
vola
pensa
EULIAXO
portar
andar
volar
pensar
Pedemo.^t.uio
porte
andè
vale
pcnsè.
In pari modo variano con determinate leggi in ciascun ramo
le inflessioni dei participj e di tutte le voci dei verbi.
Così r emiliano e il pedemontano discordano dal lombardo per
la proprietà a questo ignota di elìdere sovente le vocali radicali
nel principio e nel mezzo delle voci, come:
ÌTALIA?IO
bisogno
disotterrare
pizzicnre
fìesare
LOSBABDO
bisògn
desoterà
pizigà
pesa
Emilluio
bsògn
dsotrdr
pzighàr
psiir
PcDEVOTTAl^O
bsùgn
dsotrè
psigliè
psè.
Per ùltimo la costruzione delle fra<%i fóndasi d'ordinario sopra
una serie di leggi, parecchie delle quali sono comuni a tutti i
dialetti gallo-italici, mentre variano più o meno da quelle onde
b sintassi delle altre famiglie viene retta; ciò nuUadimeno sovente
i Lombardi, ad esprìmere un medésimo concetto, fanno aso di frasi
(fiverse da quelle degli altri due rami, ciascuno dei quali pos-
siede a vicenda una doviziosa raccolta di radici di e^^clusiva ^ua
proprietà. lUistino questi pochi cenni a mostrare la vìa da noi se-
guita, e i càrdini fondamentali della divisione da noi proposta e
traUa dall'intimo organismo dei dialetti medésimi. A provarne
l'esattezza, e ad enumerarne le varie eccezion^ vaminno le mol-
téplici osservazioni, ed i copiosi esempi, che mano mano verremo
sparatamente esponendo.
PARTE PRIMA.
DIALETTI LOMBARDI
CAPO I.
^. i . Dwisione e posizione dei dialetti lombardi
Divisione. — Se nei dialetti lombardi consideriamo attenta-
mente le moltéplici dissonanze di minor conto ^ che li contradi-
stìnguono^ indeterminato ne è il nùmero^ e impossìbile mia esatta
classificazione^ mentre non solo ogni città ed ogni terra ha il
proprio dialetto^ ma persino nel recinto d'una città medésima
parlasi dall' un capo all'altro con diverso accento e varia flessione.
Con tuttociò^ se, afferrando le precipue loro variazioni e le pro-
prietà radicali più distintive ^^ ne consideriamo il complesso ed i
rapporti^ agevolmente ci si aiTàcclano ripartiti in due gruppi,
che per la posizion loro abbiamo denominato occidentale ed orien-
tale. Ciascuno di questi é rappresentato da un dialetto principale,
quasi modello, che racchiude in sé solo, e meglio sviluppate,
presso che tutte le proprietà distintive dei sìngoli suoi membri,
e intorno al quale tutti gli altri si ravvolgono con gradi più o
meno pròssimi di parentela. Questa affinità per altro sta per lo
più in ragione inversa della distanza dal centro comune, per
modo che i più vicini più si accostano al dialetto centrale, e i
più lontani, serbando appena le traccio d'un' affinità lontana, se-
gnano quasi il passaggio dall'uno all'altro gruppo, o dall'una al-
l'altra famiglia, colla quale si vanno mano mano assimilando.
La linea che, da settentrione a mezzogiorno scendendo, separa
con bastévole precisione questi due gruppi, incomincia dalla ca-
tena delle Prealpi orobie che divide l'estesa valle dell'Adda da
quelle deirOllio, del Serio e del Brembo, e percorrendone le creste
che separano la Val Sàsina dalle confluenti della Val Brembana,
PAUTB PRIMA.
ragghinge l'Adda poco inferiormente a Lecco, indi ne segue il
corso sino alla sua foce nel Po, deviandone sol breve fratto verso
oriente, da Cassano cioè (ino a Rubbiano.
Il dialetto principale rappresentante il gruppo occidentale si
è il Milanese, e ad esso più o meno affini sono: il Lodigiano, il
Comasco, il Valtellinese, il Bormiese, il Ticinese e il Verbanese.
Il gruppo orientale è rappresentato dal Bergamasco, al quale
sono strettamente congiunti, per comuni proprietà, il Cremasco,
il Bresciano e il Cremonese.
Posizione. — Il Milanese è il più esteso di tutti. Oltre alla pro-
vincia di Milano occupa una parte della pavese fino a Landriano
e Bereguardo; e, varcando quivi il Ticino, si estende in tutta la
Lomellina e nel territorio novarese compreso tra il Po, la Sesia
ed il Ticino, fino a poche miglia sopra Novara.
Il Lodigiano si parla entro angusti limiti , nella breve zona
compresa tra l'Adda, il Lambro ed il Po, risalendo fino all'Ad-
detta nei contomi di Panilo; inoltre occupa un pìccolo lembo
lungo la riva orientale dell'Adda, intomo a Pandino e Rivolta.
Il Comasco estèndesi in quasi tutta la provincia di Como, tranne
r estrema punta settentrionale al di là di Menagio e di Bollano a
destra ed a sinistra del Lario; e in quella vece comprende la parte
meridionale'^e piana del Cantone Ticinese, sino al monte Cénere.
Il Faltellinese occupa colle sue varietà le valli alpine dell'Adda,
della Mera e del Uro, inoltrandosi ancora nelle Tre Pievi, lungo
la riva del Lario, intomo a Gravedona, ed a settentrione nelle
quattro valli dei Grigioni italiani, Mesolcina, Calanca, Pregallia
e Pnschiavina.
L'estremità più elevata settentrionale della valle dell'Adda, che
comprende a un dipresso il distretto di Bormio, colla pìccola
valle di Livigno situata sull'opposto pendìo del monte Gallo, è
occupata dal dialetto Bormiese.
Il Ticiiìese è parlato nella parte settentrionale del Cantone
Svìzzero d' egual nome, al norte del monte Cénere, in parecchie
varietà, tra le quali distìnguonsi sopra tutto le favelle delle valli
Maggia, Verzasca, Le ventina, Blenio ed Onsemone.
Il f^erbanese estèndesi tra il Verbano, il Ticino e la Sesia,
dalle Alpi lepòntiche fin presso a Novara, ed è quindi parlato
DIALETTI LOMBARDI. K
lungo ambe le sponde del Verbano ^ spaziando ad occidente in
fatte le vallate che vi affluiscono^ ed insinuandosi nella più estesa
della Sesia colle sue affluenti del Sermenta e del Mastallone.
Il Bergamoico confina a settentrione col Valtellinese, da cui
lo divide Valta catena delle Prealpi orobie; ad occidente col Co-
masco e col Milanese. Esso occupa le valli del Brembo e del
Serìo^ confinando ad oriente col Bresciano, e, giunto alla pianura,
si stende tra V Ollio e V Adda, scendendo fin sopra i Mesi di Crema.
Il Cremasco è una breve continuazione del Bergamasco, a mez-
zogiorno del quale si estende sino alla foce del Serio, occupando
i soli distretti Vili e IX della provincia di Lodi.
Il Bresciano è parlato nell'estesa valle dell* Ollio, in quella del
Clisìo fin entro il Tirolo, e lungo la riva destra del lago Benaco
fino a Desenzano; di là per una linea trasversale, che discende
fino a Canneto suir Ollio, confina col Mantovano.
Il Cremonese per ùltimo giace tra gli indicati confini del Lodi-
giano, del Cremasco e del Bresciano, e la riva sinistra del Po, che
segue dalla foce dell'Adda sin presso a quella dell' Ollio, dove
confina col Mantovano.
l. 3. Proprietà distmtwe dei due gruppi occidentale ed orientale.
Tra le molte proprietà, onde gli orientali dialetti sono dagli occi-
dentali distinti, le più generali, costanti ed ovvie sono le seguenti :
Gli occidentali hanno varii suoni nasali, slmili ai francesi e
ignoti affatto agli orientali; e questi suoni tròvansi cosi nel fine,
come nel principio e nel mezzo delle parole:
Italiano pane lontano àndito imposta filatqjo
D. Oc. pan lontàn àndeg anta filanda
Italiano bene sereno guardanidio incìdere contenta
D. Oc. ben serén éndes émed contenta
Italiano i?ino piccino India utensili accipigliato
D. Oc. cin piscinìn India inguànguel ingrintà
Italiano buono divozione ùngere unghia incontro
^Oc. ben difpozión óng óìigia incónter.
In vece gli orientali sopprìmono in fine di parola, e d'ordinario
^Qche nel mezzo, la lèttera n^ accentando la vocale che la precede :
0
PARTE PRIMA
r
Italiano
mano
pane
bene fine
buono
tuono
D. Oc.
man
pan
ben fin
bon
tron
D. Or.
ma
pà
bé fi
bà
tu
Italiano
quanto
contento
solamente
momento
tante
D. Oc.
quant
contènt
solamént
moment
tanti
D. Or.
Quat
cuntét
sulamét
mumét
tate.
Il suono tagliente ed aspro della z assai frequente nei dialetti
occidentali, e tanto più intenso e ripetuto quanto più si avvicina
alle montagne, ove sovente sta in luogo della s italiana, si cangia
air opposto in ss negli orientali, ai quali è presso che ignoto.
grazia ozio
grazia ozi
grassia ossi.
Gii orientali sopprìmono di frequente la lèttera t;^ permutan-
dola alcuni in forte aspirazione, mentre gli occidentali non aspi-
rano mai.
Italiano
razza
acciajo
azióne
D. Oc.
razza
azzàl
azión
D. Or.
russa
assà
assiu
Italiano cuQallo alari dovere né vecchio né giovine
D. Oc. cavai cavedón dover né vèc né gióven
Ti Op ^cfld/ icaedà ' idoér gnè èc gnè zàegn
icahàl ìcahedù ìdohér gnè hèc gné zùhegn.
Da alcuni esempi già riferiti appare ancora come gli orientali
permutino di frequente la vocale o in ti ^ mentre essa rimane
sempre la stessa negli occidentali:
Italiano
fiore
vapore
paragone
lontano
ortolano
D. Oc.
fior
vapor
paragón
lontàn
ortolàn
a Or.
fiiir
vapiir
paragli
luntà
urtala.
Gli occidentali sopprimono la desinenza re nelle voci italiane
terminanti in ere^ accentando la vocale precedente, e cangiano
parimenti in e o é la desinenza italiana ajOj mentre gli orientali
terminano le stesse voci in ér:
Italiano barbiere sentiere candeliere pollajo sellqjo
D. Oc. barbe sente candite polé selé
D. Or. barbér sentér candilér pulér selér.
DIAUETTI LOMBAUDI.
Simflmente gli indefiniti dei verbi italiani nei dialetti occiden-
tali pèrdono tutta la sillaba finale rCj mentre negli orientali ri-
tengono la r:
Italiano andare portare lèggere ùngere dire {'enire
D. Oc. andà porta lég óng di i;egnt
D. Or. andar portar lézer ónzer dir vegnir.
L'occidentale termina d' ordinario i particìpj dei verbi in à^ o
in t ^ o in fi^ con suono prolungato quasi in doppia vocale, mentre
r orientale conserva sempre la caratteristica t del participio ita*^
liano, mutandola solo talvolta in c^ e Tu dell'occidentale in t:
Italiano portato fatto finito i>isto bcQUto
D: Oc. porta fa fini pedfi 6wù
D. Or. purtàl fac finìt vedùl beit.
^. 3. Proprietà distintive dei sìngoli dialetti.
Ilj^dialetto milanese _, rappresentando il gruppo occidentale, e
raccogliendo quindi in sé solo i principali caràtteri comuni, è
meglio distinto da' suoi affini per le proprietà esclusive di cia-
scuno di questi , che non per le proprie. Se non che , essendo
parlato nel centro della lombarda civiltà, e trattato per ben tre
sècoli da una lunga serie di valenti scrittori, emerge fra gli altri
per dovizia di voci, politezza di forme e dolcezza di suoni, ac-
costandosi sempre più alla lingua àulica generale. Esso infatti va
perdendo tutto giorno i vocàboli più strani e più vulgari, ai quali
sostituisce mano mano i corrispondenti italiani, ed alle antiche
permutazioni di lettere, persistenti nelle campagne e nei vicini
dialetti, va sostituendo a poco a poco le forme dell'italiana fa-
vella. Per esempio, la passata generazione soleva cangiare so-
Tento la / in Tj la f in Cj la d in g^j dicendo scara j vorèj per
Kaloj volere j lecj strècj per letto j stretto; frèé per freddo e sl-
mili; mentre il Milanese d'oggidì preferisce le forme scalOj volè^
lètj sirèl^ frèd^ ec.
La passata generazione faceva uso del passato assoluto nei
▼erbi che la presente ha affatto perduto, ed al quale sostituisce
PARTE PRIMA.
il passato composto coir ausiliare ; onde in luogo delle voci trovè^
disèj fèj per trovòj disse ^ fece, suole ora adoperare l'à troi^àj
rà ditj rà fa. Le quali antiche proprietà^ serbandosi tuttavia in
vigore nella campagna e nei vicini dialetti^ valgono precipua-
mente a separare da questi il Milanese propriamente detto. Esso
però distinguesi ancora dagli altri per la maggiore frequenza^ e
pel prolungamento dei suoni nasali che vi producono una spe-
ciale cantilena. Suddivldesi quindi in cìvico e rùstico j il primo
è parlato dal pòpolo milanese; il secondo nelle campagne^ ove
si parla con infinite varieté^ e queste vanno a poco a poco assi-
milandosi ai più vicini dialetti.
Il LodtgianOj come tutti gli altri della pianura su minore su-
perficie dififiisi, oflfre un minor nùmero di varietà. Le sue proprietà
più distintive a poco a poco si smarrirono nel continuo commercio
colla capitale lombarda, e solo alcune sèrbansi ancora nelle più
appartate campagne, ed in particolare nella terra di s. Angelo,
e in quella parte inferiore della cittii, posta suU'Adda, che si
chiama Lodino. Le principali consistono nel terminare con vocale
ì plurali dei nomi, al modo comune itàlico, dicendo: gaUij sassi^
porte j scarpe j ec, il che si stacca da tutti i vicini dialetti. La stessa
proprietà estendèvasi nei tempi addietro anche ai singolari di
parecchi nomi, come scòrgesi nei Saggi da noi proposti dello
scorso sècolo, e come si suol pronunciare tutt'ora in alcune ap-
partate campagne.
Inoltre il Lodigiano suol permutare in én nasale la desinenza
inOj dicendo: giardén^ spén, azzaléa^ per giardino j spino ^ ac-
ciarino ; proprietà comune eziandio al vicino dialetto Cremonese,
ed a parecchi fra gli emiliani, ai quali queste due favelle si vanno
assimilando. — Volge sovente V ò dei Milanesi in %i italiana, di-
cendo: fag^ fura^ ugij invece di fog^ fora^ oc, ossia fuoco jfuori^
occhi. — Termina in e disaccentato gli indefiniti che negli altri
dialetti si troncano, come: lege, vede, sente j dorme ^ per tèg-
gerey vedere j seìitire^ dormire. — Pèrmuta in e Ta degli imper-
fetti nei verbi, dicendo: andeva, portévan, làvoréss, mangiésSj
per andava j portavano j lavorasse , mangiasse. — Termina in ài
i participj passati dei verbi irregolari, e inà^^ ìt^ Ut quelli dei
verbi regolari, che il Milanese suol troncare in dj i^ fi;
DiALerri lombardi.
Itah'ano andato fatto stato cantato sentito rmitito
FxHiigìano andai fai stài canta t sentU vediit
Milanese andà fa sta canta senti pedii.
Questa proprietà è comune ai dialetti orientali, e quindi al
vicino Cremonese, al quale il Lodìgiano sempre più si accosta
verso mezzodì, come verso Pavia e Piacenza agli emiliani. Nella
città peraltro tutte queste proprietà dileguano notevolmente ogni
anno, sicché è assai probàbile che in poche generazioni, conti-
nuando r attuale órdine di cose , il Lodigìano diverrà un suddia-
letto del Milanese.
Il Comasco cangia in ol l'artìcolo ed il pronome personale
ilj egliy espresso dal Milanese colla voce elj come: ol f^enty
ol dar y ol diSy ol cred, per •/ vew^o, il lumcj egli dicCj egli cre-
de. — Serba la voce sémplice dei passati assoluti nei verbi,
proprietà comune non solo agli altri dialetti occidentali, come
accennammo, tranne il Milanese; ma altresì agli orientali, coi
quali il Comasco si fonde lungo il comune confine. — Inoltre
pèrmuta, come il Lodigiano, in e Ta negli imperfetti dei verbi. —
Volge sovente in ng le desinenze nasali milanesi, r« in z^ o
in z^ e di mano in mano che, verso occidente, s'inoltra nei
monti, assume una successiva serie di leggere permutazioni si
nelle vocali che nelle consonanti, diffìcili a descrìvere non che
enumerare, e che solo può rappresentare chiaramente la voce. —
Nel Comasco del pari che nel Valtellinese la s impura prende, come
V V V V
nella lingua tedesca, il suono Sj dicendo stala^ statj spinj in
luogo di stalla^ stato^ spino.
Il F'altellinese si distingue dal Comasco e dal Milanese per
maggiore asprezza e più frequente concorso di sibilanti, per al-
cune forme esclusive di reggimento, e pel nùmero ragguardévole
di radici strane e forse vetuste. Se non che, sparpagliato quasi
per trenta miglia di lunghezza nella valle dell'Adda e nelle sue
convalli, non che in quelle della Mera e del Liro, benché lungo
la strada che percorre il fondo della valle serbi una certa uni-
formità, sì suddivide in un gruppo di suddialetti, ciascuno dei
quali ha proprietà distinte di suono, di flessioni e di radici. I più
distinti sono parlati nelle valli di Chiavenna, Pregallìa, Masino,
fcìenco., Vennina e Roasco. Gli uni partecipano dei dialetli rè-
iO PARTE PRIMA.
tic! della vicina Engadina, dai quali trassero parecchie forme e
radici; gli altri sono misti di radici germàniche; e mentre quelli
si distìnguono dagli altri lombardi per la frequenza delle dolci
sibilanti e delle liquide romanze^ questi fanno uso delle più aspre
tolte ai vicini e rozzi dialetti tedeschi.
Solo, e quasi isolato sulla vetta della stessa valle, il Bormiese
distaccasi da tutti gli altri lombardi, per la mancanza del suono
tV:, in cui vece fa uso dell'aperta vocale toscana ti. — Pèrmuta
sovente in / la t^ nei dittonghi ia^ ie^ iUj dicendo : implenir^ plu^
planj clamar j o clanièrj in luogo di empiere ^ più^ piano ^ chia-
mare e slmili. Queste due proprietà , costanti particolarmente
nelle voci latine d'egual forma, lo assimilano al dialetto rètico,
o romanzo, della vicina Engadina, alla quale in parte geografica-
mente appartiene, essendo l'annessa valle di Livigno sul decli-
vio settentrionale dell'Alpe. Ivi infatti s'accosta al rètico ancor
più che non lo stesso Bormiese , cangiando in er la desinenza dei
verbi italiani in are^ come: [er^ stèr, cominciar ^ per fare, starCj
V V V
cominciare j e volgendo sovente la s e la 9 in «^ z^ come: esj
fozaj per seij foggia.
A spiegare questa dissonanza del Bormiese dai vicini lombardi
è da notarsi, come il contado di Bormio, dal Medio Evo sino ai
tempi dei Visconti, si reggesse con proprie leggi ; come una forte
muraglia, della quale sopravànzano alcuni rùderi, il dividesse
dalla restante Valtellina; e come ne' suoi Statuti, del 1500 incirca,
fosse inserito un appòsito capitolo de non habenda communione
cum hominibns de Pialle Tellina.
Oltre alle accennate proprietà, U Bormiese suole terminare in r
gli indefiniti dei verbi che nei lombardi occidentali sono tronchi:
Italiano
amare
scrwere
lèggere
finire
sentire
Bormiese
amar
scrìver
lézer
finir
sentir
Milanese
ama
scrif
leg
fini
sentì.
Nella prima persona plurale dei verbi suole trasportare tra il
pronome ed il verbo la lettera mj caratteristica di questa per-
sona, non solo in tutti i dialetti italiani, ma in presso che tutte le
lìngue derivate dalla latina, e termina quindi il verbo in vocale,
dicendo: m 'm sèj no m*àj no ^m porta j per noi siamo, noi ab-
DIALETTI LOMBARDI. I 1
hiamo^ noi portiamo j le quali ùltime proprietà sono comuni al-
tresì al vicino dialetto bergamasco^ dal quale appàjono derivate.
Come il Bergamasco, elide ancora talvolta il Bormiese la p^ nel
mezzo delle parole, dicendo: tornàa^ mangidariy diuj per tor-
nava j mangiavano j dava. Per modo che possiamo riguardare il
Bormiese come anello che congiunge i dialetti lombardi ai retici,
e, tra 1 lombardi, gli occidentali agli orientali. Con tutto ciò esso
distlnguesi dagli unì e dagli altri per esclusivi caràtteri propri,
màssime nella costruzione e nelle radici, come vedrassi nell'unito
Saggio di Vocabolario.
Il Ticinese^ del pari che tutti i dialetti montani, varia non
solo da valle a valle, ma da luogo a luogo, per modo che so-
vente nella valle istessa distìnguonsi di leggeri tre o quattro dia-
letti diversi ripartiti in parecchie varietà. Ivi la sola proprietà,
che dir possiamo generale, consiste nella rozzezza delle forme e
dei suoni; ma sì le une che gli altri variano all'infinito, sicché
ardua impresa sarebbe il contrasegnarli ed enumerarli. Ivi, p. e.,
l'articolo maschile prende successivamente le forme elj er, o,
ol. Uj ulj ur^ rOj rtij il suono duro della e viene raddolcito, o
scambiata a vicenda la vocale seguente in dittongo; così la pa-
rola carne vi assume le forme carn, chiara^ clièrn^ clkièrn^ cem,
I participj assùmono da luogo a luogo varia flessione, termi-
nando in Val Maggia in do o in èò, nelle VaUi Verzasca e di Ble-
nio in òu 0 in èiéj ed in Val Levcntina in ó:
Italiano
chiamato
cominciato
baciato
peccato
trovato
Milanese
ciamà
comenzà
basa
pecà
trova
V. Maggia
ciamào
comenzào
basào
pecdo
truvdo
V. Verz. e Bl.
ciamòu
menzòu
pasciòii
pecòu
trovÒH
V. Leventina
damò
comenzù
baso
pecó
trovo.
Nelle Valli Maggia e Leventina dìcesi ancora mèj dècj ciamèc
per andato^ dato, chiamato; e in Val Verzasca stcif,trovèiè, tor-
nèió, per stato, trovato, ritornato.
Dai quali esempi scòrgonsi ancora le permutazioni del b in pj
dell'o in u, più o meno frequenti nella indeterminata serie delle
varietà. Ed è pure a notarsi^ come la valle di Blenio, oltre alla
sinìglianza coi dialetti liguri nel suddetto dittongo òuj ha eziandìo
12 PARTK PRIMA.
quella degli artìcoli Oj olj ra, m. A spiegare questa moUipliciià
di dialetti in si angusta superficie^ oltre alle inòspite catene di
monti che interrómpono e rèndono malagévole il frequente com-
mercio tra le popolazioni che lì parlano^ è da notarsi ancora
r influenza dei vicini dialetti romanzi e germànici, i quali, tra le
vicende polìtiche di molti sècoli, penetrarono a vicenda nell'una
o nell'altra vallata. Ond'è, che i dialetti delle valli Leventina e di
Blenio distinguonsi ancora, per molte radici e forme romanze, da
quelli delle vicine vallate, corrotti da forme e radici germàniche.
Il Ferbanese :, essendo diffuso sopra una superficie assai più
vasta, lungo ambo le sponde del Verbano, e di là sui più erli
monti occidentali e per entro le appartate lor valli, ed essendo
inoltre a contatto coi dialetti Milanese, Comasco, Ticinese e Pie-
montese, non che coi germànici del vicino Vallcse, che da età
rimota penetrarono nelle valli italiane del M. Rosa, ove tutt'ora
sono in parecchi villaggi parlati (1), offre una moltitùdine di va-
rietà, cui toma pressoché impossìbile determinare. Ivi i suoni
delle vocali percórrono da luogo a luogo tutta la scala delle in-
determinate loro graduazioni, e quindi vi appàjono distinti i suoni
dei dittonghi ae, ovvero a ed ou^ ignoti agli altri dialetti lom-
bardi. — Ivi è frequente la permutazione della ti italiana in i^
che gli altri Lombardi cangiano in u^ dicendo tic per iuili^ {>olU
per voluto j e inversamente della i italiana in iij dicendo pnimma^
{>iislUj per primttj risto. — Più frequente vi è il concorso delle
sibilanti più aspre, e la permutazione della Hn c^ sì in fine che
V V
in mezzo delle parole, come: slrècj nac^ dicciu. faccia ^ quanci,
per stretto j andato ^ detto ^ fatto ^ quanti, — In quella vece il
suono dolce della e vi è sovente permutato in Sj dicendo panscia^
y
porsceij per pancia ^ porci j ed il suono della g m Zj dicendo
zàipnuj zerlttj per giòipine^ gerla.
Proprietà esclusiva e rimarchévole di questo dialetto si ò an-
cora Tuso di trasportare il pronome personale , che fa le veci di
attributo, dopo il verbo, al quale viene sufXisso, anche formando
(i) Vcggasi il nostro Prospello dille colonie straniere in Italia j inserito
neìVJnnuario Geogràfico Italiano, publicato dairufficio di Corrispondenza
geograficajn Bologna, 184».
, OHBe: l'à lUcàughij ch'a venmi^ l'è laccassi, l'à
viittidu, t ò tnwalla, i ò mai disiibidevvi, i sérPiVi., mentre tatti
gli altri dialetti serbano la costruzione italiana : gli disse, che mi
vwne, egli si è attaccalo, lo ha cisto, io fho trovalo, io non v'ho
mai disubbidito, io ci lerco. — Raddoppia per lo più le conso-
naoti nelle parole piane, e più sovente la m facendola nasale,
come: mattu, crappi, cracicchi, stimmaj priimma, mangiumma,
per figlio, crepo, capretto, stima, prima, mangiamo.
Queste ed altrelali dissonanze imprimono nel Verbanese un
a&pelta assai diverso da quello di tutti gli altri , màssime nella
regione posta fra la riva destra del Verbano e la Sesia, ove serba
ancora doviziosa raccolta di voci strane ed originali. Ciò nullo. *
stante, verso oriente e mezz(^iomo, esso va assimilandosi al Mi-
lanese, come verso occidente va fondendosi nel Piemontese che,
olire all'èssere vicino, vi esercita eziandio la sua politica influenza.
Fra tutte queste indescrivibili varietà del dialetto Verbanese,
penetrando nei monti, òdonsi ancora sovente, in mezzo alle tronche
voci lombarde , le aperte e liquide vocali comimi, le aspirazioni
fiorentine, le nasali livornesi, e persino gli accenti spagnuoli e
francesi, importati dagli abitanti nelle continue migrazioni che
da sècoli sogliono fare a diverse parti d'Europa, per esercitarvi
certe arti, che si possono dir quasi proprie di ciascun villaggio.
In prova di questa osservazione soggiungiamo qui in calce il
prospello delle arti proprie degli abitami di tutta la Val Sesia,
comprese le sue convalli, e della Riviera d'Orla, notando i luo-
ghi, ove sogliono annualmente recarsi ad esercitarle (I); e sa-
(l) >UXA V.U-SeSIA I iKt C01VILLI.
o di t'oratla.
Breja — Teuilori e Coloni io patria.
Camasco — Caliolaj ed Arrotini a Hilaiio.
Campetto — Peliraj in Germania, e hegoiianli in Augusta e a TorliHk
Cervardo — Tessitori in Lomellina.
Cervatlo — All>ergalori e Imballatori nella R. Dogana > Torino.
Ciiiascn — Osti in Ispagna, Pcllraj in Germania, StDCCatnriln Frawlai
e Coloni In patria.
Cnvagliana — Tessitori in Lomellina, Caliolaj in PiemoDlc.
Ctévola — SeccbioDaj e Hatlellini por l' Italia.
i4 PARTB PRIMA.
rebbe pur desideràbile, che simigliantì notizie venissero raccolte
in tutte le valli racchiuse fra il Monte Rosa e il Monte Adamo,
Fobello — Albergatori, PizzicàgnoU, Osti e Camerieri a Torino.
Locarne — Calzolaj in Piemonte, Muratori In Francia.
Morca — Pescatori, Calzolaj e Muratori In Savoja.
Morondo — Calzolaj in patria ed ai varii mercati della provincia.
Parone — Calzolaj, Secchionari e Coloni.
Quarona — Calzolaj a Milano, Falegnami a Torino, Agricoltori in patria.
Rimella — Albergatori , Cuochi , Camerieri e Domèstici a Novara , Ver-
celli e Torino; Muratori, Legnajuoli e Agricoltori in patria.
Rocca — Falegnami a Torino, Calzolaj e Agricoltori in patria.
Sabbia — Tessitori in Lomellina, Calzolaj in Piemonte, Pastori in patria.
Valmaggia — Legnajuoli e Calzolaj nel Novarese e in Piemonte, Ottonaj
a Varallo.
Varallo — Negozianti di vario gènere.
Vocca — Muratori in Isvìzzera.
Mandamento di Scopa,
Alagna •— Stuccatori e Scalpellini in Francia e nella Svìzzera.
Balmuccia — Muratori in Francia e Svìzzera , Calzolaj in varie parti
d'Itolia.
Boccioleto — Muratori e Stuccatori in Francia e Svìzzera.
Campertogno — Stuccatori e Muratori in Francia.
Carcòforo — Muratori e Stuccatori nella Svizzera, Peltraj a Milano.
Ferrate — Secchionaj giròvaghi per r Italia.
Fervento — Muratori e Stuccatori in Francia e Svìzzera.
Molila — Stuccatori e Muratori in Francia e Svìzzera, Fabbricatori di
chiodi in patria.
Pila — Calzolaj e Secchionaj per V Italia.
Piode — Calzolaj e Secchionaj per T Italia.
Rassa — Legnajuoli e Calzolaj nei Milanese, e in varie parti dMtalia
Rima — Stuccatori e Muratori in Francia e nella Svìzzera.
Rimasco — Stuccatori e Muratori in Francia e Svìzzera, e Secchionaj in
Italia.
Riva — Stuccatori e Muratori In Francia, Fabrlcatori di ribebbe in patria.
Rossa — Stuccatori e Muratori in Francia.
S. Giuseppe — Stuccatori e Muratori in Francia e nella Svizzera.
Scopa — Stuccatori e Muratori in Francia, Calzolaj e Falegnami in Italia.
Scopello — Calzolaj in Piemonte e a Novara.
Mandameìito di Borgosesiu.
Agnona — Falegnami e Calzolaj in Piemonte e nel Alìlanese.
Aranco — Falegnami in Piemonte .. Agricoli in patria.
DIALETTI LOMBAKDI. i%
dò che f non solo porgerebbe la cagione (jU alquante straneize
proprie dì quei dialetti^ ma spiegherebbe altresì molte partico-
larità di maggior momento.
Borgoscsia. — Negozianti di vario gènere e Vetturali.
Cellio — Tessitori in patria e Falegnami in Piemonte.
Doccio — Muratori in Francia, SecchionaJ giròvaghi per l'Italia.
Fernita — Tessitori in patria.
Forato — Agrìcoli in patria, SeccliionaJ giròvaghi per ritalia.
Isolella — Fabbri-ferraj in patria, SecchionaJ nel Milanese.
Valduggìa — Calzolai, Falegnami e Fonditori di bronzi.
RivisaA d'Oeta Supeeioab.
Alzo — Osti a Roma e nella Spagna.
Ameno — Muratori e Scalpellini a Torino ed in patria.
Armeno — Commercianti a Livorno, Pastori in patria. Coloni sul Novarese.
•
Arola — Calzolaj a Pavia e nella Spagna, Carbonaj i:i patria.
Arto — Calzolaj e Carbonaj in patria.
Bolleto — Osti a Roma e nella Spagna.
Carcegna — Ottonaj a Piacenza, Osti a Roma, Calzolaj a Brescia.
Cèsara — Calzolaj ed Osti a Genova ed a Roma^ Carbonaj in patria.
Coirò — Calzolaj a Pavia e Soresina, Pastori in patria.
Corcogno — Muratori in patria.
Isola s. Olulio — Osti nella Spagna.
Miasino — Muratori e Scalpellini in patria.
Nonio — Osti a Roma ed in Ispagna.
Orla — Osti in Ispagna.
Pella — Osti nella Spagna.
Pettennsco — Osti nella Spagna e Scalpellini in patria.
S. Maurizio d'Opaglio — Osti in Ispagna ed a Roma.
Vacciago — Scalpellini e Mercatanti a Milano , Muratori e Scalpellini in
patria.
Riviera d'Orta Inferiore.
Auzate — Peltraj ed Osti a Roma.
Bolzano — Muratori e Scalpellini a Pavia ed in patria , Falegnami a
Torino.
Bugnate — Osti a Roma^ Peltraj in Germania.
Gargano — Conciatori di pelli, Fabricatori di stoviglie in patria, e Cal-
zolaj a Soresina.
Gozzano — Ottonaj a Torino ed a Milano, Peltraj in Germania, Pizzica»
gnoli a Roma,
^gno — Peltraj in Germania , Osti a Roma , Milano e Spagna.
^ri$o— Calzolaj € Conciatori di pelli in patria, Osti a Roma ed in Ispagna.
i(i PARTE PRIMA.
Il Bergamasco possiede per eminenza le proprietà distintive
dei dialetti orientali^ e sono: le gutturali aspirate^ le permuta-
zioni del z in s^ dell' o in t<^ ed altre più sopra mentovate; ma
vi aggiunge ancora alcune forme al tutto sue. Esso^ come si è
notato^ parlando del Bormiese^ ha un modo strano di formare la
prima persona plurale nei verbi interponendo fra il pronome
ed il verbo la sillaba maj o l'inversa anij invece di suffìggere
al verbo stesso la caratteristica m^ come: nóter (cioè noi altri j
Fr. nous autres) ma scrifj noi scriviamo j nóter am turna^ noi
ritorniamo j nóter am durmaj noi dormiamo s nóter ni*andaràs
o am portare y noi andremo o porteremo. — Muta sovente la i
e la j in gi^ dicendo ucasgiùy scalgiù^ per occasione j scaglione;
e questo modo accompagna la pronuncia dei Bergamaschi^ come
quella dei Vèneti^ eziandio quando parlano Italiano^ onde profe-
riscono familgiaj elgi^ quelgij per famigliaj eglij quegli, — Aspira
le sibilanti, dicendo hervOj hovròj per seri/Oj sovrano. E qui vuoisi
osservare^ che questa proprietà forma appunto uno dei principali
distintivi fra la lingua latina e la greca ^ in quelle radici che
hanno comuni^ come: serpo j salj syha^ che il Greco aspira in
herpOj halSj hyle. — Nelle valli superiori l'aspirazione si fa più
frequente e più forte, e toglie il posto alla Sy altresì quando è
preceduta o seguita da consonante; cosicché le voci italiane ca-
stello j costaj pensare^ pestare ^ grosso j rosso j si odono aspramente
mutilate in cahtèlj cohla^ penila j pehtà\j groh^ ruh. — Pèrmuta
la desinenza italiana ia in éaj dicendo cumpagnéu^ ostaréa o
ohtaréaj malatéaj per compagnia ^ osterìa j malattìa. — Suol
terminare in è le parole tronche terminate negli altri dialetti af-
fini in / e d:
Italiano gatti pianeti fatti stati scudi freddo nudo e crudo
Bergamasco ga6 pianéc fai stai sedè frèi niiè e criiè
Bresciano )
^ r gat pianèt fat stat sciid fred niid e criid.
Qui però è da notarsi, che questa permutazione nei participj ed
in alcuni nomi ha luogo solamente al plurale, dicendosi anche
dal Bergamasco ol gatj l'è andàtj nel singolare.
Il CremascOj il quale, come abbiamo detto, continua sin presso
DIAiETTI LOMBARDI. i7
alla foce del Serio il dialetto Bergamasco, se ne allontana solo
per le men frequenti elisioni del v e dell' n^ di modo] che,* se
per la comunanza delle proprietà può riguardarsi come un sud-
dialetto del Bergamasco, d'altra parte, per la poo4i loro intensità^
segna il trapasso al Cremonese. Un distintivo da notarsi in esso
è^ che nelle desinenze italiane in tre^ tri, trOj dre^dri, dro,
conserta lo stesso órdine di lèttere^ mentre negli altri è invertito
il posto delle ùltime:
Italiano mentre altri dentro jKulre ladri quadro
Cremasco mentre altre dentre padre ladre quadro
Bergamasco) déter ,. ,., ,.
Cremonese S ''''''^'^ ^''^'- dénter P^^^ '^^^ «««r/m
In generale, come dialetto di pianura, è meno scabro del Ber-
gamasco e del Bresciano, è, per la poca superficie sulla quale è
parlato, non offre altra varietà che la consueta distinzione del
dialetto riistico e deir firmano; che anzi nella città, non solo è
più copioso di buone voci della comune lingua italiana, ma per
la passata intimiU\ e alcune parentele delle famiglie più cospicue
colla nobiltà vèneta, accolse parecchie voci di quell'elegante
dialetto.
Il Bresciano serba pure presso che tutti i distintivi del Berga-
masco^ sebbene meno intensi ; vale a dire, ha meno forti e meno
frequenti le aspirazioni, le quali non vi hanno mai luogo nei
mezzo delle voci, al posto della s; e meno frequenti ancora le
elisioni della n, màssime nel mezzo delle parole. Del resto esso
partecipa dei suoni e delle forme del Bergamasco per modo, da
potersi riguardare come un suo pròssimo suddialetto. Se non che,
essendo esteso sopra vastissima superficie, dalla catena Gamonia
alla pianura mantovana., e confinando per oltre cinquanta miglia
coi dialetti vèneti e col Mantovano, offre parecchie varietà, le
quali, di mano in mano che si allontanano dal centro, si vanno
assimilando a questi. Perciò esso ha un Vocabolario più copioso
che non gli altri suoi affini, riunendo alle voci di questi edalle
proprie parecchie radici tolte ai dialetti vèneti ed emiliani. Le
>arìetà superiori pòrgono sopra tutto una serie importante di
voci che si riferiscono alla pastorizia ed alfagricultura, (*ome
Li
{8 PARTE PRIMA.
lungo la Riviera del Benaco se ne serbano parecchie apparte-
nenti alla nàutica ed alla meteorologìa.
Il Cremonese è fra gli orientali il più distinto dal Bergamasco.
Situato fra gli Emiliani ed i Lombardi d'ambi ì gruppi^ esso è
piuttosto un dialetto ibrido e misto degli uni e degli altri ^ che
non originale e distinto. Infatti^ lungo la zona che accompagna
la riva sinistra del Po^ segna il trapasso dal Lombardo all'Emi-
liano, assumendo parecchie proprietà distintive di questo; mentre
a settentrione si confonde col Bresciano e col Cremasco, e ad
occidente col Lodigiana, col quale ha comuni parecchie proprietà
normali. Esso non suole mai elìdere, come gli altri orientali, le
consonanti p ed ny ma in quella vece fa uso di suoni nasali; ed
in ciò pure si distacca dagli occidentali, pronunciando alquanto
aperta la desinenza òn, e permutando la in in én^ come:
Italiano padrone timone ragione spino firn giardino
Cremonese padròn timòn razòn spén fén giardén
D. Or. padrà timù rasù sjA fi yiardi
D. Oc. padrón tiìnón rasón spìn fin giardtn.
Questa proprietà, comune eziandìo al Lodigiano, segna appunto
il trapasso dal Lombardo all'Emiliano, che pèrmuta per lo più
quelle desinenze, come vedremo, in òtin^ èin^ oppure in òn^ èn.
Del resto il Cremonese ha comuni cogli orientali le seguenti
proprietà: pèrmuta in é la i finale accentata, dicendo chéj tnéj
déj inséj per quij mi o mCj dij cosìj — volge sovente la o in u^
dicendo urtulàn, fiiir, odùrj per ortolano, fiore, odore; — e
la ti in ò'^ dicendo gióst, gòst, tòt, tóm, per giusto, gusto, tutto,
lume. Termina in ér le voci italiane che finiscono in ere ed ajoj
ed i participi dei verbi in àtj ity Ut,
^. 4. Osservazioni grammaticali in generale.
Nella complessiva grammaticale struttura tutte queste varie
favelle sono collegate da uno stesso principio ordinatore, comune
alla lingua italiana, e quindi in parte alla latina ed alla greca,
ed in parte ai cèltici dialetti; ma, in onta a questa complessiva
analogìa di forme, si allontanano sovente dalle une e dagli altri,
in alcuni punti cardinali, dai quali appare manifesto, che estranei
MlLETTl LOVBtHOl. 10
eiementi, di natura diversa, contribuirono altresì alla loro forma-
Tutti i dialetti lombardi fanno uso di articoli e di preposirioni
per declinare i nomi, se è lécito chiamare declinazioDe qualche
lieve modificazione intesa a distinguere, solo in alcuni nomi, il
gènere ed il nùmero, giacché mancano onninamente i casi. Gli
articoÙ variano di forma dall'uno all'altro dialetto, e sono: pel
maschile determinato, eij ol, w, ul, tir, rri; per l' indeterminato,
on, ón, u, ùnj pel determinato femminile, la, raj per l'inde-
terminato, Olia, ònn, na, una. Nel plurale, il determinato è per
lo più uno solo per ambi i gèneri , dicendosi ugualmente i gal,
i ptgor, per i gatti, le pècore. Le preposizioni sono idèntiche alle
italiane, cioè de, a, da, in, con, per, sii, ec, e, come io tutte le
lingue neolatine, vengono contralte negli articoli, onde supplire
alla mancanza dei casi, formando del o dot, al, dal , ììel, col,
MÙt, ovTero dela, dola, ala, data, ec.
L'articolo per lo più è il solo distintivo dei nùmeri, tranne
alcune eccezioni. Queste hanno luogo nel Milanese in alcuni nomi
irregolari, nei quali la desinenza cangia al plurale, come òm,
nomo, che fa àmen al plurale; in tutti i nomi terminali in ia,
cbe al plorale finiscono in ì, come: oslaria, eiesia, che fanno
«lari, ere»', e simili; ed in alcuni altri casi. Il Lodigiano, come
accennanuno, dìstlnguesi fra lutti gli occidentali, per l'uso di
terminare con vocale i plurali dei nomi, dicendo el gal, i gali,
h eà, le case; esso in conseguenza ne forma, non però sempre
eccezione. Cosi il Bergamasco, e con esso la maggior parte dei
dialetti orientali, suol permutare la ( finale in i, nel plurale dei
nomi e dei participj, dicendo ot galj i gai, ol fai, i faè, e sl-
nilì. Si danno parecchie altre eccezioni, cosi in questi, come
negli altri dialetti, cui lungo sarebbe enumerare; ciò nullostante,
generalmente parlando, l' articolo è per lo ]hù l'esclusivo indica-
tore del nùmero nei nomi Itnnbardi.
I gèneri sono due, maschile e femminile; e questi pure sono
per Io più contrasegnati dal solu .'irlRolo, poiché, csm-iuìo i iiimii
il più delle volle tronchi, màni'jmu della caratlcrtsVica finali^ , «'he
b tutte le lingue e in tutti i dialelli neolatini j
Cile; nei pochi eccettoati peraltro la i
!I0 PARTE PRIMA.
maschile; a il femiuiniic singolare ; t ed e i rispettivi plurali. Qiil
però è d'uopo avvertire, che non sempre il gènere dei nomi è
lo stesso nei dialetti e nella lingua italiana; ma talvolta è fem-
minile in un dialetto quel nome, eh' è maschile in italiano, o in-
versamente, dicendosi, on per, l'ombrèlaj la legnóla per una
peraj l^ ombrello j il pipistrello j e slmili; la qual dissonanza ap-
pare di gran lunga maggiore, se si confrontino i dialetti lombardi
col latino idioma, che pur ebbe tanta parte alia loro formazione.
Essendo quest'osservazione di somma importanza nello studio
comparativo dei linguaggi, è manifesto, che farebbe cosa molto
ùtile alla scienza chi, apprestando una lista dei nomi lombardi
discordi nel gènere dagli italiani e dai latini, instituisse poscia un
confronto col gènere dei loro corrispondenti nelle antiche favelle
conosciute dei Celti, degli Etrusci, dei Greci e dei Teutoni, ciò
che porgerebbe un nuovo elemento per la scoperta dei rapporti
e delle orìgini.
Quanto ai nomi propri, essi vengono declinati in generale,
come in Italiano, colle sole preposizioni; rade volte cogli articoli;
in essi per altro, più che il modo d'inflètterli, richiede partico-
lare osservazione la strana forma materiale, sopra tutto nei nomi
di villaggi, di monti, di torrenti e di fiumi, dei quali sovente si
cercherebbe invano congrua interpretazione, o qualche spontaneo
rapporto, nella lingua del Lazio. Che anzi parecchi fra questi
tròvansi con egual forma, e talvolta eziandìo con parità di circo-
stanze, ripetuti in Francia e persino nella Gran Brettagna, mani-
festando assai probàbile derivazione dai cèltici dialetti, i quali
soli ne pòrgono bastévole spiegazione. Ond' è pur evidente,
quanto sarebbe ùtile impresa il raccògliere ed ordinare il mag-
gior nùmero possìbile di questi nomi nel nostro paese, instituendo
un confronto con quelli delle altre regioni, onde poi rintracciarne
r interpretazione nelle lingue ivi un tempo parlate. Ad oiTerire
un saggio eziandìo di questo prezioso elemento, avevamo intra-
preso laboriose ricerche>,^ riuniti alcuni materiali, quando fummo
avvertiti, che appunto ifw questo argomento altri stava con pa-
zienti e coscienziosi stoidt lavorando; sicché, nella speranza di
vedere quanto prima |yiid)licato questo nòbile tentativo, con
maggior copia di notizie/ 9 più maturati giudizj, abbiamo rinun-
•■I
cìalo all'impresa, conienti <li accennare a> questa parttcolarìti
dei nostri dialetti, ed alla irrefragàbile importanza della medésima.
Gli aggettivi subiscono le slesse modilìcazioni dei nomi, coi
qnali devono concordare in gènere e nìmiero. Per la formazione
dei gradi, ricévono a vicenda gli aumenti , ossia le tenninazioni
in, ina, ei, eia, et, etto pei diminnlivii oii, otia, a», atcia per gli
aumentativi e peggiorativi; isscm, ìssenia pei superlalivi; ì quali
aumenti equivalgono esattamente alle corrispondenti desinenze
italiane t'n, ina, elio, ella, elio, ella, one, ona , accio, arina,
iuimo, mima. Si fanno pure comparativi e superlativi, al modo
italiano, premettendo loro gli avverbi più, mollo, e simili. Nes-
suna legge determina il posto che occupar devono nel discorso;
ma il solo uso prescrive d'anteporre gli uni, e di posporre gli
altri al nome cui vanno uniti; cosi dìcesi òa bel òm, óa òm totìg
t sufi/,- né è lécito, senza offèndere l' orecchio, invertirne il po-
sto, dicendo o» òtti bel, ón long e »iilil uni.
ì nuinerdli serbano pure la forma italiana o latina, più o meno
corrolla, essendo in tutti i dialelti lombardi ordinati in diecine,
cenlinaja, ec. Solo è da notarsi che, mentre in Italiano sono tutti
indeclinàbili, tranne il primo, nei nostri dialelti invece i primi
tre. quando sono uniti a qualche nome, contrasègnano il gènere
con varia flessione, dicendo, l'm òm, dù ò»ie>i, tri ùtiìen, óna
dona, dò dòn. Ire dòn. Di più, quando il primo é astratto, o di-
ligo dal nome al quale si riferisce, si cangia in vùit, t>iina, giiin,
jiuna.
I pronomi sono gli stessi dei quali fanno uso tutte le lingue
indo-europee, ed alcuni si accostano colle forme ancor piiì ai
rèitici clic non agli italiani , sebbene siano comuni del pari a
quelle lingue. I pronomi personali, p. e., non distinguono nei
nastri dialelti, con appòsita voce, il caH retto dall'obliquo, o il
nominativo dall'accusativo; mi o me, ti o té, lii e le, sono eguali
in lutti i casi del singolare; come tiù, onuii, o uóttrj9U,vótera
•iiijòlter, lur, lor, i, le, per i plurali. Il |i:^ pronome lii si can^
Uholla nel nominativo in elj dicendo «fd», et crèd, per egli
Hce, egli crede j ma per lo più forma plcvjiasmo, ^u-compagnanJto,
' qua^ rinforzando il primo, essendo pi^frequenic l'altrj forma:
lóti diij l'i fi créd, come pure poi feiapinile, /(■ la dis, le la
%f
PAKTB PRIVA.
créd. Tutti gli altri pronomi sono mere corruzioni degli italiani^
e come questi^ in parità di circostanze^ sono declinati ora colle
sole preposizioni I) ed ora eziandio coli' articolo.
Nella conjugazione dei verbi prevalgono generalmente le forme
e le inflessioni dei verbi italiani ^ sebbene alquanto corrotte e
variate. Quindi tutti i dialetti lombardi fanno uso dell' ausiliare
QQerej per la formazione delle voci passate mancanti^ e deir au-
siliare èssere per le passive, le quali mancano onninamente. Troppo
lungo sarebbe per avventura T enumerare e precisare le tante
variazioni che le caratteristiche dei verbi subiscono in ogni modo
e tempo, e in tanti dialetti; siccome peraltro serbasi in queste
per lo più una certa regolarità costante che si può bastevolniente
rappresentare in due soli modelli di conjugazione, così abbiamo
preferito metter questi sott' occhio, in forma di tàvola comparativa,
nei dialetti rappresentanti ciascun gruppo , racchiudendo essi in
maggior copia le forme e le proprietà dei loro affini, tranne
poche eccezioni che noteremo a parte.
MILANESE
BERGAMASCO
ITALIANO
Modo Indefinito (a).
Tempo presente
porta porla
portare
Tempo ptusalo
ave
porla ^,! \ porlàl
aver portato
Tempo futuro
ave de porla
" i ( de porta
aver da portare
Gerundio
portànd
{ò) portando
portando
Participio
porta 1 (e) portai
portato
Modo Indicativo.
Tempo presente.
mi porli
me porte
io
porlo
ti té pòrtet
té tè pórtet {d)
tu
porli
lù el pòrta
lù '1 porla
egli
porta
nnn pòrtem
mi pórlem {e)
nóteram pòrta {f)
noi
portiamo
viàlter i ^.^.
vLr 1 "»'•«
voi
portate
lor pòrfen
Tur i p<
9rla 1
eg1ìn(
} portano
DIALITTI U IMBARDI.
35
Tempo PafMto PròstioM.
mi
li té
liiel
nùn
\ porfava (g)
I portavi
porlàvct
portava
portàvem
Tajoller \ '
I porlivan
è porlaven
me
té tè
lu '1
portàe
porlàel
portàa
Du porlàem
nóter am porlàa
VII
%óter
io portava
tu portavi
egli portava
noi portavamo
voi portavate
èglino portavano
mi
li
lui*
niin
\
SVé
'et
S
èm
Tiàller è
vùjòller S *^'
lor àn /
me
porlàef
lur i portàa
Tempo PMiato Perfetto (A),
porte, 0V9. ò \ io portai, ov9, ho
té tè portèsset, t'è
IQ 'I porte, l'à I -r
V e
no portèssem^ èm / ^.
nóter am porle, m*à ■ **
lur I porte, i à (i) )
tu portasti, Ila!
egli porlo, lia
o
noi portammo, ahb.* [ E
voi portaste, avete
èglino portarono, hanno
Tempo Pomato Rimoto.
mi
ti le
lui'
S ave\a
i avevi
avévet
aveva
avévem
5
;;?.l'" favévef
vujolter \
lor
mi
lise
lùel
Dòn
viàller
aveven
porta ró
I portare
I portare!
portarà
porlarèiD
me
té t'
lu r
nu
nóier m'
le
iet
ìa
ìem
ìa
5
■1
lor porUnn
vu
vóter
lur i
T
me
té tè
lù 'I
nu
I ief
ìa
pò Fotoro.
portare
portare
portare
porta rem
nóter am porfarà
{ portarì
lur i portarà
▼u
vóter
io aveva
tu avevi
egli aveva
noi avevamo I %.
voi avevate
èglino avevano
io porterò
tu porterai
egli porterà
noi portareao
voi fiorterete
èglino porteranno
u
PARTE PRIMA.
Tempo Fataro Paisato.
mi
li té
lù V
nun
viàller
viijòller
lor
lavró
lavorò
javré
) avare
)avrà
j avara
) avrèm
i ava rem
avri
avari
\ avràn
) avaràn
o
pi
me
té t'
lù 1*
avrò
avré
avrà
nu avrcm
nóter m* avrà
o
vu
voler
lur i
avn
avrà
eh» e!
che
porla
porla
porlèm
porte
pòrten
che mi
che ti té
che lù e1
che nÙD
porta
pòriet
porla
pòrtem
che lor pòrten
lo
tu
avrò
avrai
egli avrà
noi
voi
avremo
avrele
èglino avranno
che mi
che ti té
che lù el
che nùn
portàss
porlàsset
portàss
portàssem
che lor portàssen
Modo Imperativo.
porta
al porle lù
portèm
porle
eh' i porte
Modo Congiuntif^o.
Tempo Presente.
che ine porle
che le tè pòrte t
che lù 'I pòrte
che ì °" PÓrlem
\ nóter am porte
«'•«} voler Ip»'»*»"'*'
che lur i porte
Tempo Passato Pròssimo.
che me porlèss
che té tè porlèsset
che lù '1 porlèss
. , I nu porlèssem
^°®) nóter am portèss
"''^Ivóter { P^'-««'^*^'
che lur 1 portèss
porla
porli
portiamo
portale
pòrtine
eh' io
che lu .
eh' egli
che noi
che voi
eh' èglino
eh' io
che tu
ch'egli
che noi
che voi
ch'eglino
porli
porti
porti
portiamo
portiate
portino
portassi
portassi
portasse
portassimo
portaste
portassero
rbe mi
ifa li 1'
tbe -'"' abief
the tor àbien
abbia
che té t'
rhè lu r j
àbie 1 1
|«birghtrl
Tcapn FuMto Riaoto.
elle IP l'
elle lu r ,
ch'io
ch« lu abbi
cli'cgti abbia
cbe noi abblamof ^
abbblc '
cirègliRO abbiano j
eh' io QTeMi
che tu ave»!
ch'egli avesse
clic noi avessimo J S"
elle
Bluri }-
ch'eglino avèwero I
Coodiiiaute PrcMole.
portare!
! porlaréuel
parlerei
porle resti
porterebbe
porta rèuef
porlarèf
20
PARTE PKIMA.
Condizionale Pasfato,
mi
avria
avarèss
1
me
avrèf
io
avrei i
ti tè
1 avriet 1
) ava rèsse! 1
le t'
avrèsset
lu
avresti |
luT
1 avria |
) avarèss \ "g
1 "^
lar
avrèf
^^
egli
avrebbe 1 *§
V 2,
nun
avrìem [ ».
avarèssom l
nu 1
nóter m* i
Bvrèssem
ivrèf
'e-
noi
/ ^
avremmo 1 ®
viàlter avrief l
vujòllcr avarèsscf i
VII è ,
voler ( *
ivrèssef
•
voi
avreste 1
lor
avrien 1
avarèsscn J
lur 1 avrèf
égli ne
) avrebbero ^
Modo Indefinito
•
Tempo presente
legni
lègn 0
legni
tenere
Tempo passalo
ave legnB
VI \
tegnit
aver tenuto
Tempo futuro
ave de legni
ai de
legni
aver da tenere
Gerundio
1 tegnénd
ì tegnìnd
tegnendo
tegnindo
1 tenendo
Participio
legnil
tegnit
tenuto
Modo h
^dtca^fpo
•
Tempo ]
Pretente.
mi
tègni
me
lègn e
io
tengo
ti té
tègnet
le tè
tègnet
lu
tieni
lùel
tén
lu '1
le
egli
tiene
nùn
tègnem
nóler
i tègnem
jam té
noi
leniamo
viàller
legni
voler
legni
voi
tenete
lor
lègncn
lur i
té
èglino
tengono
Tempo Paufl
ito Pròssimo.
mi
(egneva
legni va
me
tegnie
io
teneva
ti té
\ tegnévet
ì legni vet
le tè
legniet
tu
tenevi
Itiel
i tegneva
i legni va
liin
tegnia
egli
teneva
DÙQ
) tegnévem
ì tegnivem
nóter ^
, legniem
fam tegnia
noi
tenevamo
viàller
1 tegnévef
\ tegnìvef
voler
legnief
voi
tenevate
lor
1 tegnévei
1 tegniver
; 1
lur i
tegnia
èglinc
1 tenevano
DIALETTI LOMBARDI.
27
mi
0
\
1
\\V
è
lui'
OÙD
a
em
fi
viàller
avi
lor
àn
Teapo Pattato Perfidio
me tegnè, wv. ò
té tè tegoèsset , t' è
lù 'I tegnè, ''^f-
)aiD tegne, in'a[ -
vótcr tegnèssef, i
lur i tegnè, i à
io
tu
egli
noi
tenni, oi'f^. ho
tenc<ili , hai
(enne, ha
B
e
o
tenemmo, abbiamo/ s>
voi (cnesle , avete
èglino tennero, hanno
mi aveva
ti té avévet
lù 1' aveva
nun
avevem
viàller avévef
lor avéven
OC
Tempo Passato Rinoto.
me
té r
lù'l
nótcr
voler
lur i
le
iet
ia
S iem
f m'ìa
ìef
ìa
9
IO aveva
tu avevi
egli aveva
noi avevamo / ^
voi avevate
èglino avevano
e
o
Tempo Futuro.
mi
(ite
lùel
nÙQ
viàller
lor
tegoaró
S legna rét
' tegnaré
legna rà
legna rem
tegnari
tegnaràn
mi
lite
lui'
)avro
ì avaro
) avré
/avare
\ avrà
/ avara
) avrèin
/ avarèm
a
viàller » «^" .
/avari
lor \ *vràn
I avaràn
me
le tè
Ili 'I
nóter
voler
lur i
tegnirò
legni ré
tegnirà
S legni rem
)am tegnirà
legnirì
tegnirà
Tempo Fatoro Passato.
uìé
le l*
lu 1'
uòler
voler
lur i
avrò
avrei
avrà [ ^
cn
) avrèm
' m'avrai
avrì
avrà
IO
tu
egli
noi
voi
terrò
terrai
terrà
terremo
terrete
èglino terranno
10
tu
egli
noi
voi
avrò
avrai
avrà
avremo
avrete
a
e
I
èglino avranno
3K
PARTE PRIMA.
«
Modo Imperaiko.
tèli
tè
tieni
ch'el
legna
al Icgne
tenga
tegnèm
tegnèm
teniamo
legni
tcgni
tenete
che
tègnen
eh' i tègne
tengano
che mi tègna
che ti té tègnet
che lù et tègna
che nun tègnem
che viàllcr legni
che lor tègnen
cheli té »|««"èsse»
) tegnisset
cbeluel !»««»?»
\ tegniss
chenao JJ^Snèssem
\ tegnissem
cheviàUcrll"»"?**'/
) tegniuef
che lor
i tegnèsseu
) tegnìssen
che mi àbia
che ti t' àbiet
che Ili 1' àbia
che niin àbiem
che viàlter àbief
che lor àbien
Modo Congiunlko,
Tempo Presente,
che me tègne
tègnet
tègne
cbènóler \^^Z..
I ani tegne
tegnighef
tègne
che té tè
che lù M
che voler
che lur i
Tempo PaMato Pròssimo.
che me
che te tè
che lu '1
legnèss
legnèsset
tegnèss
che Doler M«8n^«™
) am legness
che voler
che lur i
tegnèssef
tegnèss
ch'Io
che lu
eh' egli
che noi
che voi
ch'eglino
eh' io
che tu
ch'egli
che noi
che voi
ch'eglino
tenga
tenga
tenga
teniamo
leniate
tengano
tenessi
tenessi
tenesse
tenessimo
teneste
tenessero
9
Tempo Passato Perfetto.
.. . tabe
che me j^j^j^
<^»^ètét'jì^^\
chènóter}*^,!^'»
} m'abe
che voler abièghef '
ch'io
che tu
eh' egli
che noi
che voi
eh' èglino
abbia
abbia
abbia
abbiamo
abbiate
abbiano
2
s
DIALETTI LOMBARDI.
29
Tempo Pattato Riaolo.
cbe mi avèss
cbe li le avèsset
che fu 1' avèss
cbe niin avèssem'
cbe via Iter avèssef
che lor avè^sen
3
less «
iaèss
cbe me
che (é t'
che lu 1'
che nólcr } **?«"" ( ^
I èsset
ì aèsset i
Mèta l n
che voler
ì m*aèss|
I èssef
ì aèssef
chèluri 5*?^ :
) aess /
Condiziooale Pretente.
ch'io
avessi
che tu avessi
eli' egli avesse I ^
' et
a
e
che noi avessimo/ o
cbe voi aveste
eh' èglino avessero
. I legnarla
mi »,
I tegnaress
li té 1 •«?""'."' .
I tegnaresset
lu el ) 1^8"»"*
ì tegnaress
4 legna riem
) tegnarèssem
viàUer 1 [««narìef
l legna resse!
lor Stegnarien
I legna rèssen
nuQ
me
légni rè f
té tè légni rèssel
lù'1
légnirèf
'am tegniref
vóter tégnircssef
lur i tégniréf
Condiaionale Passato.
io
tu
terrei
terresti
egli terrebbe
noi terremmo
voi terreste
èglino terrebbero
mi
(ite
lui»
oòn
) avrìa
iavrèss
tavriet
) avrèsset
I.V
/av
na
rèss
lavnem
i avrèssem
D
e»
Tiàltcr l *^n«' ,
ì avressef
1
avresseo
me
le V
lui*
nóter
avrèf \
avrèsset
avrèf
te
) avrèssem j =•
t nT avrèf
vóter avressef
lur i
avrèf
io avrei
tu avresti
egli avrebbe
noi avremmo
voi avreste
èglino avrebbero ]
B
e
(hsen>aziont. (a) Non permettendoci la natura del soggetto di
<^ntrare in ragionamenti sulla improprietà delle denominazioni
50 PARTE PRIMA.
usate dai Grammàtici per distinguere i varii modi e tempi nei
verbi^ e desiderando d'altronde d'essere agevolmente intesi, ab-
biamo adottato le più comuni nei modelli di conjugazione da
noi proposti; non possiamo peraltro tralasciar d' avvertire, che
sono per lo più improprie od erronee, e facciamo voti, onde i
filòlogi v'apprestino finalmente d'accordo opportuno rimedio.
(6) Il gerundio, in forma di nome verbale, come portante, leg-
gente e simili, non viene mai usato nei dialetti lombardi, se non
per esprimere qualche grado, ufficio, professione o mestiere,
come el tenéntj l^ajiUdnty el stùdéntj el cavalàntj diversamente
viene espresso colla frase: che tiene o che teneva j che studia o
che studiava.
(e) Il participio, come abbiamo altrove accennato, varia di forma
in alcuni dialetti. Nel Lodigiano, oltre alle terminazionia^ àtj ha tal-
volta ancora ai, It, ùtj dicendo lassàt, fai, andai, setìtit, vedut, ec.
Nel Ticinese invece distlngiionsi le desinenze ào, òu, ó, èi, èie, come
anddo, bacini, damò ^nèè, lroviièj\ìer andato, baciato, chiamato,
andato, trovato. Per lo più si fanno anche femminili in tutti i dia-
letti colle terminazioni ada, ida, ùda, come andada, sentida, tegni-
da, vegnilda, per andata, sentita, tenuta, venuta. Si fanno anche
plurali in alcuni dialetti, cangiando la terminazione; il Bergamasco
muta il (in ^ pel maschile, e vi aggiunge un e pel femminile,
dicendo fai, andàè, per fatti, andati; face , audace, per fatte, an-
date; ovvero, come altri dialetti orientali ed occidentali, termina il
femminile in ade, dicendo portade, malade, per portate, ammalate.
(d) Questo pleonasmo, costante nella seconda e terza persona
singolare di tutti i tempi, e in ogni verbo, è comune a tutti i
dialetti dell'alta Italia, ed è proprio eziandio dei dialetti armòrìci
e càmbrici, i quali, nella conjugazione detta dai Granuuàtici im-
personale, perchè distacca il pronome dalla radicale del verbo,
ripètono il pronome in tutte le persone, dando al verbo una sola
inflessione in tutto il tempo. All'incontro nella conjugazione detta
personale suffìggono al verbo il secondo pronome, il quale, più
0 men modificato, vi tien luogo d'inflessione; e di ciò pure scòr-
gesi traccia manifesta nelle seconde persone dei verbi lombardi,
terminanti per lo più, nel singolare, in t, e nel plurale in v ed f,
che equivalgono ai rispettivi pronomi (i o té, vii o vu. Sìmil-
DULCITI LOMBARDI. 3i
mente è proprietà esclusiva dei dialetti càmbrici l'uso d'inter-
porre fra il pronome ed il verbo la particella eufònica a^ ciò
che non di rado si osserva in quasi tutti i dialetti lombardi, ai
quali è comune la fonna me a oOj té a t' cantei, corrispondente
all'armòrìca me a ia, té a gdìij vale a dire, tò vadOj tu canti.
(e) É da notarsi la simiglianza dei pronomi bergamaschi nu e
nóter^ 9U e vóter, ai francesi corrispondenti nous e nous^autres,
^ous e vous-autre», Nóter e ^àter sono più frequentemente usati;
che ann ^ler e gli equivalenti viàlterj vSjòlter e slmili, si im-
piegano, in tutti i dialetti lombardi, esclusivamente nel nùmero
plurale, quando cioè si parla con più persone; mentre il vu ojp/i
non si usa, se non parlando con una sola persona, come suole
generalmente la lingua francese.
(/) Questa forma, strana in apparenza, è propria ancora dei
dialetti armòrìci e càmbrici, i quali formano allo stesso modo la
prima persona del singolare, dicendo, wé am^ ovvero em, bòa,
me am boé , per io a^eva^ io ebbi; ove am^ ovvero em^ signifi-
cano io y e formano il pleonasmo summcntovato. Il Bergamasco
impiega la particella am^ quando il verbo incomincia per con-
sonante, come appunto nóter am porta , noi portiamo j quando
peraltro incomincia per vocale, sopprime la vocale a, dicendo
nóter mUa., nóter m^ardèsSj per noi aiCi^amOj noi osiamo,
{g) >'ei dialetti rùstici occidentali viene permutata la caratte-
ristica ava in cca^ cva in tVa^ àss in èsSj èss in iss^ in tutti gli
imperfetti; dicendosi portela ^ tegniva^ andèsSj vorìssj per por-
iQfHiy tegnevaj andàss, vorèss.
(h) Il Milanese urbano è forse il solo fra i dialetti lombardi
che ha smarrita da qualche generazione la voce sémplice del
passato perfetto, alla quale sostituì il verbo ausiliare col parti-
cipio. In tutti gii altri, comprèsovi il Milanese rùstico, sussiste
tutt'ora, sebbene venga adoperata solo in alcune persone, ed in
determinate circostanze.
(i) Il verbo acere^ in tutti i nostri dialetti, serba la forma sopra
indicata, solo quando fa T ufficio di ausiliare; ma quando è solo,
e dinota possesso, assume in tutte le sue voci la particella affissa
fjf^ogh'j dicendosi: mi gh'ó, ti té gh'ét. Hi el gh'àj ec; e
<^ni$poDde alla particella dj adoperala collo stesso verbo e nello
6
5^ PARTE PRIMA.
Stesso modo^ in alcuni dialetti toscani, come: io ci hOy iu ci haij ec.
Questo affisso^ il quale, unito al possessivo^ è puramente eufònico
nei dialetti lombardi, del pari che nei toscani, equivale al pronome
personale a /ut^ 0 a /ei^ 0 a loro j se è unito air ausiliare ; p. e., mi
gh*ó ón caoàly Hi el gh* aveva óna càj significano io ho un ca-
vallo j egli aveva una casa; e in quella vece, ti te gh'è fat^ nóter
gh'èm dé(j significano tu gli (o le) Imì fatlo^ noi abbiamo detto
a luij 0 a leij o a toro. Il participio di questo verbo assume
pure varie forme nei varii dialetti ; vale a dire, negli occidentali,
aviij abilj biii^ biij e negli orientali avìt, aitj vìtj ìt. Il Bergamasco
adopera il participio vitj quando è preceduto da consonante, e
sopprime la v^ se la lèttera precedente è vocale, come: Gh'àl
vìt frèè? No gh'ò tt gnè frèè^ gnè còld; cioè: J/a avuto fred-
do? Non ho avuto ne freddo, né caldo. Oppure: Quace sèèègh'àl
vìt? Al ghe n*à ìt sic. — Quanti figli Im avuto? Ne ha avuto
chique.
In onta alle precedenti osservazioni, appare manifesta dal sin
qui detto la complessiva consonanza dei dialetti lombardi colla
lingua italiana, nelle forme grammaticali; ma se poniamo a ris-
contro la rispettiva loro sintassi, e il modo vario di fraseggiare,
questa consonanza dispare; dappoiché nei dialetti le leggi del
reggimento, la costruzione delle frasi ed il frequente concorso
di tropi e di figure, divèrgono talmente dalla struttura lògica
della lingua italiana, da formarne altrettante lingue didercnti.
Di qui appunto deriva la difficoltà che proviamo d'apprèndere
e trattare convenevolmente l'italiana favella, perchè essenzial-
mente discorde neir organismo concettuale da quella che parlia-
mo; ed in ciò consiste la norma fondamentale che può èsserci
scorta sicura a discoprire ì rapporti e le orìgini di tanti linguaggi.
Siccome per altro ad instituire una ragionata anàlisi di questa
concettuale stnittura di tante favelle diverse, richiederèbbonsi
molte nozioni preliminari, estese ricerche e multiformi confronti
che di troppo eccederebbero i lìmiti d'un sémplice Saggio, così,
a pòrgere sott' occhiò la complessiva dissonanza concettuale tra
i dialetti e la lingm scritta^ abbiamo preferito apprestare la ver-
sione della Paràb(4fl del figlìuol pròdigo, in tutte queste favelle,
onde lo studioso possa instituime agevolmente da sé T opportuno
confronto.
CAPO II.
Versione della Paràbola del ftgliuol pròdigo j
tratta da s. Luca , cap, XF, nei principali dialetti lombardi.
Onde agevolare la lettura dei seguenti Saggi coir orto grafia
per noi stabilita a rappresentare in iscritto nel modo più sem-
plice tante dissonanti favelle^ abbiamo creduto opportuno pre-
mettere un prospetto dei segni convenzionali ivi impiegati^ col
rispettivo loro valore, riassumendo così quanto abbiamo diffusa-
mente esposto, a questo propòsito, neW Introduzione.
In generale V ortografia da noi adottata si è la comune italiana,
sulla cui norma devono esser letti tutti i Saggi vernàcoli prodotti
nel corso di quest' òpera. I nuovi segni introdotti a rappresentare
isnoni dagli italiani discordi, o pei quali la comune ortografia
italiana non ha determinato segno rappresentativo, «Jono i seguenti :
Per le vocali,
à equivale al suono misto w dei Latini in proster^ rosee; ed al
dittongo ai dei Francesi, in plaire^ niais; di que-
sto non porge verun esempio la lingua italiana.
^ '• alla e aperta degli Italiani in bello ^ cappello, petto,
« » alla e stretta in cielo, neh,
^ " alla ò dei Tedeschi in hòren, Tochterj ed ai dit-
tonghi eUj OBU dei francesi, in feu, i^oleur^ moBurs,
coBur.
ò :j alla 0 aperta in porta, vòrtice^ amò.
ò » alla 0 stretta in volo^ mollo, popone,
^ ^ alla ti dei Tedeschi in HUlfe, nben, fiihlen; ed alla
u dei Francesi in usage, tétu.
. 9
Per le consonanti.
99
al suono dolce della stessa lèttera in cer{;0j cibo.
Cicerone, '*
54 PARTE PRIMA.
g equivale ai suono dolce della stessa lèttera in germe ^ giro,
aggiùngere.
s » al suono delle se unite in scemare j scimmia _, sci-
mitarra.
z " al suono francese delle j e gf^ in joli^ bijout^ genre^
plonger.
h >• quando non è preceduta dac^odagr^è segno di
aspirazione.
'Gli accenti in generale segnano ancora il posto, nel quale deve
posare la voce. L'accento circonflesso dinota suono prolungato.
Abbiamo poi premessa la versione italiana della Paràbola, per
agevolare ai meno periti neivarii dialetti l'interpretazione delle
altre, non che per rènderne più fàcile il confronto.
DIALETTI LOMBARDI.
35
Dngua Italiana.
il. Un uomo avevi due figliuoli ;
is. E il più giovine di loro disse
al padre: Padre, dammi la parte dei
beni che mi tocca; e il padre sparti
loro i beni.
fls. E, pochi giorni appresso, il fi-
gliuol più gióvane, raccolta ogni cosa,
^e n''aDdò in paese lontano, e quivi
dissipò le sue facoltà, vivendo disso-
latamente.
14. E, dopo ch'egli ebbe speso ogni
cosa, una grave carestìa venne in quel
pae>e , tal eh' egli cominciò ad aver
bisogno ;
18. Ed andò, e si mise con uno de-
gli abitatori di quella contrada, 11
quale lo mandò a' suoi campi a pa-
sturare i porci.
16. Ed egli desiderava d'empiersi
il corpo delle sìlique, che i porci man-
giavano; ma niuno gliene dava.
17. Or y ritornato a sé medesimo ,
disse: Quanti mercenari di mio pa-
dre hanno del pane largamente, ed
io mi muojo di fame.
18. Io mi leverò, e me n* andrò a
mio padre, e gli dirò: Padre, lo ho
peccato contr'al cielo, e davanti a te;
19. E non son più degno d' èsser
chiamato tuo figliuolo; fammi come
lino de' tuoi mercenari.
so. Egli dunque si levò, e venne a suo
padre; ed essendo egli ancora lontano,
suo padre Io vide, e n'ebbe pietà; e
corse, e gli si gettò al collo, e lo baciò.
21. E 'I figliuolo gli disse: Padre,
io ho peccato contr'al cielo, e davanti
% te ; e non son più degno d' èsser
chiamato tuo figliuolo.
li. Ma il padre disse a' suoi servi-
<Ìori : Portate qua la più bella vesta.
e vestitelo, e mettetegli un anello in
dito, e delle scarpe ne' piedi;
ss. E menate fuori il vitello ingras-
sato, ed ammazzatelo; e mangiamo,
e rallegriàmci ;
84. Perciocché questo mio figliuolo
era morto , ed è tornato a vita ; era
perduto, ed è stato ritrovato. E si mi-
sero a far gran festa.
Sft. Or il flgliuol maggiore d' esso
era a' campi ; e , come egli se ne ve-
niva, essendo presso della casa, udì
Il concento e le danze.
se. E, chiamato uno de' servitori ,
domandò che si volèsscr dire quelk;
cose.
87. Ed egli gli disse: Il tuo fratello
è venuto , e tuo padre ha ammazzato
il vitello ingrassato, perciocché l'ha
ricoveralo sano e salvo.
28. Ma egli s'adirò, e non volle en-
trare : laonde suo padre uscì , e lo
pregava d'entrare.
S9. Ma egli, rispondendo, disse al
padre: Ecco, già tanti anni io ti servo,
e non ho giammai trapassato alcun
tuo comandamento ; e pur giammai
tu non m'hai dato un capretto > per
rallegrarmi co' miei amici ;
30. Ma quando questo tuo figliuolo,
ch'ha mangiati i tuoi tieni con le me-
retrici, è venuto, tu gli hai ammaz-
zato il vitello ingrassato.
SI. Ed egli gli disse: Figliuolo, tu sei
sempre meco, ed ogni cosa mia è tua;
ss. Or conveniva far festa , e ral-
legrarsi ; perciocché questo tuo fra-
tello era morto, ed è tornato a vita ;
era perduto, ed è stato ritrovato.
Tratta dalla sacra Bibbia
volgarizzata da Giovamni Diodati.
36
PARTE PftlMA.
DliLLETTO MlLA!IE8E.
II. Ch'era ón òm ch'^el gh** avevi
dQ fio;
18. E '1 pussé gióvén de lór el gh'à
dit al pàder: Pà, dém la pari che me
tóca del fat nòst; e lù el gh'à sparti
fora la sostanza.
18. De li a poc di, el fiS minor rà
fò su tut el bolgiòt, ere gira fort in
d'ón paés lontàn , e là , in mane de
quèla , r& butà via el fat so a fùria
de baracà.
14. Dopo che rà avfi trasà tus-
còss , è vcgnfi in quel paés 6na gran
carestia , e lu T à comenzà a trovàss
ai strcò;
i«. E rèandà, e 'I s'è tacà a vun
de quel paés là, ch'el rà manda in
la sóa campagna a cascia fora i porscèi.
le. E M sùssiva de impieniss el vén-
ter confi giand,chc mangiàven i ani-
mài; ma nissùn ghe ne dava.
17. Tornànd alóra dénter de lu, l'à
dit: Quanti persònn paga in cà de mò
pàder gh'àn pan a sbac , e mi chi
crepi de fàm.
18. Levare sii, e andaró de me pà-
der, e ghe dirò: Pà, I' ó fada grossa
in facia al ciél , e in facia a vii ;
19. Mi sont pii dègn de vcss ciamà
vost fl3; fé ciint che sia come viin di
vòstcr servitór.
so. E levànd sii el s* è invia de so
pàder. L' èva ancamò lontàn on toc ,
che so pàder el rà ved8 , el s'è in-
teneri de compassióne el gh'è còrs in-
contra, el gh'à tra i braS al col, e 'i
r à basa su.
SI. El fl8 el gh'à dit: Bà, ró fada
grossa in facia al ciél e ij^ facia vo-
stra; mi sont pù dègn de'tèss ciamà
vost fi8. V
ss. Ma '1 pàder Tà dit
tór : Alto, andèm , porte ci
vesti , metighel sii , dégt
mèt in dit , e di scarp et
biòt;
ss. E mene fora el vitel |
e mazzél, e mangèm e stè
S4. Perchè sto me fio eh
e l'è resiiscità; l'era pèrs e
E s' in miss a sganassà.
s«. Intanta el fio magiói
a la campagna ; e in del
sinàss a la cà. Fa senti a »
a la pii bela.
se. E rà ciamà viìn d
e 'I gh'à dimanda cesse gh'
57. Costii ci gh'à dit : É
del, e so pàder V à fa ms
tèi pii grass, per avèl rici
salv.
88. Alora rè monta in
voreva nanca andà de d^
pàder Tè vcgnii fora 1u , e 1
a pregai.
89. Ma queP òlter Far
pàder, e rà dit: L'è chi e
che ve servi , e che no sfai
vost comand; e no m'avi mai
ca>Tèt de pastegià cont i
50. Ma dopo eh' è ton
chi , che r à divora tiìt
cont i sgualdrin, avi ma:
in grassa.
81. Ma Ifi'1 gh'à dit: Fi
set sémper insèma a mi,
che gh'ó rè roba tóa;
58. Ma giano se podéva (
de fa ón disnà . e ón pò d
perchè sto lo fradèi Pera
resuscita; Pera pèrs e'I s'
D/ Gio. 1
rt. Ca om ti gV»ren dà fluì;
it. E1 pù glóvlD H ghè dite II
ptder: 0 pàder, d«m quel che me
vp;[i;eMi pàder el gb' >f partii el so.
II. E pavàl miga Unt lemp, stu
lai rà (ài Mie M robe, e «e n'andè
in on p>és bni lootàa , e là ri bi tura
luti , TiTénd da UberlèD.
14. E dopo d'ave avìit lui coiuQ-
m*i. è vignul una graii talMiria In
qatt PM9, e rà eonw&iàt aMnle la
fu;
i(. E lù là lai sii, e 1 s'è miss a
padroo «tu ud «iàr del sil.eb'el là
■andai a fura a cmà i ròf.
la. E fb' è ligsùl Ad ^"uja de i
ttn de le giaode di ròi ; na olsnun
IT. El gh'à pensai si,e rà
Quanti sar\ ìlari gh'r in eà de Me pà-
der, ek'i fbàn pan deslrasà,
■uri de Um.
<■. TBdaro«à,e aodarò da né pà-
itr, e fhe di«ara:0 pàaier ,ó ùl un
tnn Bai ronlra dd riél e coaba de
■•.Hinràitimigad'e^sdaBàl voM
hi ; dapès alMÌoe per voM sarvi-
vliuri: Presto, porlé^be i pà bei pa-
gai, vestii sii, melighe ranci in dlt,
e on para de acarpe In p^;
ss. MeDém sQei vedèi piimi- gru*,
e scanèl, e mangiém e fém (e«l>;
14. Percbè sia né Uiil 1* era mori
e rè vk> aninò;el n'era pers e rem
trovai ; e i àn conenial a méleH a
tàvola.
is. L'alter dui el prim Tera a fura
in l' i «■amp ; quand el vene sii , e 'I
fiidè venèn a cà, el senti cbe i sudì-
ven e cbe I eaniéven.
la. El ciamè vùn dH «arvituri, e'I
^hc domande tm^t fb^era de n6v.
tr. Que«I rbi el iibe respandè: É
vif niit so (radè! , e vi pàder 1' à fil
mauà el vedél el pasaè fra», perAc
rè lomàl san e «alvo.
t*. Alora a Tè andai In fiiria, e noi
vorcva miga aodà drenU; ma Tè Ti-
goni fora so pàder , e r à rami «i "il
l a pref ài.
ta. Ha lo , respQDdrnd, el tibc dl*è;
, Cuardc , i èa Unii anni che ve fe d
I MTillór, mi v ò Mttper ubcdtt, e mi
' mai giunca dal oaeairèt per sta eal
J tal M d
, el V
ttder rà dogiat;gb'r fbalml dcar,
«gbècur» incontra, d teghe trai
na le tirane al col . e 1 rà basai
11. CI fini el gbe dii«: O pàd>
k & OS fra» mal eonln iM citi e
«Mal vwtt iiL
II. >a d padir tt ghe di>e ai ur-
M. E adn«, cke •*» vmt M tki,
cbe r a bi fura liU la ti» port Ma
dele MraaldTiBe , T r tamit a ea , i
mazut per la d «del pi bd.
SI. Ma d imder d (b'a dH: a mi
fi. fui . ti te f •cmptr ma mi, e «■(
rr. eWgb'àmi r« là;
ss. Ha iàr*fMt%;i la «■ femi
c«a la M feM 4^^^^H
e •«• I* Imiif l^^^^^^l
58
PARTE PRIMA.
Dialetto Comasco.
II . On omm al gh'k avfi du flo;
18. 01 miDÓr de sii dS Vk di a so
pàdar: Pà^ dèm la part che me loca
a mi; e lù al gh^à la fo i part.
is. Poe dì dopo , ol flo minor , fa
àu ol fagòt de tut cos9 , V è andà
a viagià in d^ on pacs lontàn , e là
rà butà \ia tut ol fat so , vivènd de
porccl.
14. Quand rà vu fa net de tut, rè
vegnu ona calestrìa bolgirada in quel
paés, e lu al s'^è trova in bisògn;
III. Dooca rè andà a servi in cà
d'on sciór de quel paés-là, ch'el rà
manda fora in d^ona soa campagna a
cura i porcci.
te. L^avrév mangia volontera i
giànd , che mangiàvan i porcèi ; ma
nessiin ga na dava.
i 7. Alora, toma in sé, rà di : Quanti
servito in cà de me pàdar gh^àn del
pan a uf, e mi chi mori de la fam.
i8. Levare su: andaró da me pàdar;
ga dirò: Pà, ò falà, ò ofTendii ol Si-
gnór ^ e pò anca vu;
19. Sont minga dègn de porta ol
nom de vòstar fio; clapèm almànc come
vun di vòstar servito.
20. E dit^e-fat al solta in pè, e Tè
tamonà vers a cà del so pàdar. L'era
ancamò de riva là,e^I pàdar, vedèn-
dal de lontàn a vegni, rà abiu com-
passióne e giò al gh' è curs incontra,
al gh'à butà i braS al còl, e'I rà
basa su.
11. 01 fi8 al gh' à di : Pà , perdo-
nèm , ò fal& , v^ ò offendu vìi e ^1 Si-
gnor; no mèriti minga ol nom de vò-
star flS.
ss. Ma ol pàdar ai s'è volta là coi
servito, e, scià, rà di, porti
bel vesti, mettigal su ; met
di on bel anèl , e mettìgh
para de scarpe;
85. E pò mazze giò on
grass, paregè on bon disni
stàgom alégar;
84. Parche sto pòvar flSl
e rè ancamò viv; Fa vìa pe
dil chi. E s' in mcttu drè a
stt.L'òltarfiorerafoin e
e iu del torna, quand Tè st
a cà, rà senti a sona e a e
86. L'à ciamà viin di sei
gh'à domanda, cosa i^era
frecàs.
87. E lù al gh'à respondS:
a cà so fradèi , e 'I so pad
mazza on vedèl di piii gras
rè torna san e salv.
88. A queschì alora gh'è
schizzi , e '1 voreva minga
dent; donca ol pàdar rà bo
de fora Iu, e rà scomcnzà
88. Ma lu al ga diseva: Il
bon tanti an, v'ò sèmpar iibi
e per tut ; e m' avi mai dà
d'on cavrèt de god insemaai
pàgn;
so. E sto slandrón , che
via tut coss coi strasciòn, al ^
e subat giò se mazza on ved*
bei. •
SI. Ma Ili al gh'à rcspondl
me flS , ti t' à sèmper sta a
tut quel che gh' ò mi P è tò
S8. Bosognava ben che fa
zig de letizia, parche ol tò frc
mort ere risciuscità; Tcra
rè torna a cà.
P. Giuseppe 1
0K1.ETTI IMBARDI.
39
Dialetto di G tosto (f^alleUinete).
1 1 . Al gh** è staé un òmen eh* el
gh'éva dù maltèi;
18. El pussè pisccn T à di£ al pa-
dri : Padri, dèm la mia part de quel
Cile mHòca; e lu el g^à partì la roba.
13. Dopo un pilt de tcmp^ el pùssè
gióen r à ramascè tùtt quel eh' el
gh*éva, e pò rè andaé in tTin paés
lonfàn^ e ilo Vk consumè tuta la soa
fagolfà^ a viver Insi da ligòz, e andà
a iNidènt.
14. E sùbet che Vk blu consumè
tùtt, r è vegnu in quel paés una gran
fam; e ilora V k seomensè a prova una
gran barlocea ;
fl ft. E rè andaé faméi in bàita d'un
sa'ór de quel paés. e a'I Vk manda
in fi se lòo a pastura 1 porscèi.
16. E 'I s' è ridùé tant in miseria ,
che Faréss majè fin i giànd che ma-
Java i ción; ma negun gh'én dava.
i7. E nò Pè tornè in sé stess, e i'à
dio: Quané faméi , che màngcn el pan
in che del me padri, e mi chilo mòri
de la fam.
18. Vói tom ìa de chilo, e vói an-
dar in che de me padri , e vói dìg :
I^dri , mi ò pechè centra el siél , e
contra vii;
19. No son miga dégn d'esser ciamà
per vos fiól ; ma mettèm bessì nel nu- |
mer di vos faméi.
80. E rè leve sfi, e Tè andàé dai
sé padri ; e denént eh* al vnéss a che,
el padri el V k vedù un bel toc da
lontàn; e! s'è metti a compassión, ci
|Vè andàé incontra, e '1 Vk brascè sii.
ti. El fiól ilora el gh'à di£ al padri :
Padri , mi ò pcchè contra el siél , e
V ò offendù ; no son miga dègn da
èsser ciamà per vos fiól.
88. Ilora el padri l' à die ai sé ser-
vidór : Andén prèst ; tolè fò el pùssè
bel vestì che gh'è in che, e mottèghi
su ; porte un anél e mettèghi su; meU
tégh su anca un bel para de scarp;
8A. E tolè un vedél grass, copèl,
ch'em p«ssa mangiar e fa festa;
84. Perchè sto me fiól Téva mort,
e adéss Tè resuscitc; Téva perdù e
r ò trova ; e i à seomensè a fa una
gran festa.
8«. flora el fiól pussè vèò, che Pera
in t' el chèmp, e eh' el tornava a che,
rà sentì a sona e a canta;
86. L'à ciamà ìin servito, e al gh'à
domande cos^ che Téva quel boT-
deléri.
87. El servito el gh'à die: El tè fra-
dèi rè torna, e '1 tè padri l'à copà
ìin vedèi grass , perche el V k trova
san e salv.
88. E lu rà ciapù tant la ràbia ,
ch'el voleva miga andè in che; ilora
el padri Tè andàó fò. e Pà seomensè
a pregai, che Pandàss int.
89. Ma lu el gh'à respondu: Vii séf,
che v'ò servi tanè agn, e no v'ò mai
fa£ gnà cria contra quel che coman-
dàov , e no m'é mal daó bessì un chis-
sòt o ìin caurèt, che podèss mangiai
coi me compàgn;
30. E quel alter vos fiól , che l' à
fornì tuta la soa pari a vìver da lùs-
siirins, per lu éf scanà iìn vedèl grass.
SI. Ilora el padri el gh'à dio: Véta,
el me fiól, ti set sèmper insèm a mi,
e quel che gh' ò P è tè ;
38. Ma adèss ò de sta alégher e fa
pasl, perchè sto tè fradèl Péva mort
e Pè resiiscitè; Péva perdii, e Pèm
trova.
N. N.
^0
PARTE PRIMA.
Dialetto di Bormio (f^aUelUnete).
li. Un òmen el gh'avéa dòi fidi;
is. E M più giòen de qui al gh'à dit
al pà : Pà, dam la pari de roba che
me toca; e lu ^1 gh^à sparti la roba.
18. E poc di dop, mess inseina tot^
al fiòl più gióen l^c gì in un paós lon-
tàn , e lì rà sciòlt al fat sé , a far al
putanòir.
14. E dopo che rà avù consuma tot,
rè vegni fora una gran penùria in
quel paés, e Vk scomenzà a sentir la
misèria;
I «. L"* è gì , e '1 s** è metù con un de
qui de quel paés, ch^cl rà manda fora
in un sé loc a past coi porcèi.
i6. E ^1 desidcràa de implenìss ol
se vcntro deli gianda, che i mangiàan
i porcèi; ma nigùn i gh'en dàan.
17. llora, torna in sé stess, rà dit:
Quang lorènt in bàita del me pà i gh^àn
pan finche i n' vólen , e mi crapi de
la fom.
18. Toroi su, e varòi col me pà; e
ghe diroi : Pà , èl fèit mal contra al
Signor e vers a*ti;
19. Ne som più degn d'esser ciamà
tè fidi; accètum come un di tòi lorènt.
20. E P à tòit su , e r è vegni del sé
pà. Quand che V era anmò de lontàn,
al sé pà al V à vedù , e '1 s' è movù
a compasción , al gh^è cors incontra,
al gh'à butà i brèó al col, e '1 Tàbaià
su.
81. llora el fiól al gh'à dit: Pà, èi
fèit mal contra al Signor, e vers a ti ;
no som più degn d'^èsser ciamà tè fiòl.
82. Ma al pà al gh'à dit coi servi-
tór : Porta de long al più bel vestì ,
e metédighel adòss, dàdigh un anè
in dèil , e calza e scarpa in di pè ;
88. E mena eia un vedcl ingrascià,
e mazzàdel; mangèmes e stèmes ale-
gri ;
84. Perchè sto me fiòl Pera mort e
rè resuscita; al s'era perdù e Tè tro-
va; e i àn scomenzà a godéssela.
88. Intant al fiòl magiór Tera fora
per i camp, e in del vegnir a pròs a
bàita , r à senti a sonar e cantar.
86. Era ciamà un dei faméi, e 'I
gh^ à domanda cosa che Pera sta roba.
87. E quest al gh'à dit: Ve vegnù
al tè fradèl , e '1 tè pà P à mazza un
vedèl ingrascià, perchè P è torna san
e salv.
88. llora l'à ciapà la rabia, e '1 vo-
lea più ir int in bàita. Intani Pè vegni
de fora al pà, e P à scomenzà a cercai.
89. Ma lu, respondènt, al gh'à dit al
pà : Ecco , Pè tant temp che te servi,
e no V èi mai disubedi ; e no te m'as
mai dèit gnanca un cabrèt per godé-
mela coi me amis ;
30. Ma apena che sto tè fiòl, che Pà
maglia tot al fèit sé coli putana, Pè
vcgnì , V sA copà per lu un vedèl in-
grascià.
81. Ma lu al gh'à dit: Fiòl, ti Tei
scmpri co mi , e tot quel che gh' èi
mi Pè té;
38. L'era ben necessari de mangiar
e béver e star alegri , perchè sto tè
fradèl Pera mort e Pè toma viv; Pera
perdù e Pè trova.
N. N.
DUl.ETTI LOMBARDI.
41
Dialetto di Li\ig?ìo {f'aileUinese).
il Un om rà ddi mare;
is. El più sción de sii ddi Vk dit
al sé pà: Pà, dcm la part de Teredi-
(à. ch''al ma podrò tochèm; i*I gi Vk
dèi la.
is. E dopo ben quài dì, messa in-
sema fola la soa roba , el più sción
de stl mare V ara sci in un paés de
Ioni, e iglià Vk fèit ir tota la soa roba
con una vita lussuriosa.
14. I dopo che rà fcit ir tot, Tara
gnu in quel paés una gran cristìa, e
anca lu Fa comenzc a sentir la fom;
ift. E Tara partì , e Tara sci iglià
d'un sittadin de quel paés; i l'à man-
dé nela soa vila a ir past coi porcèlgl.
te. E M desideràa da emplis el see
ventre dli gianda ch'i mangiàan i por-
cèlgl; e nigùn non g''en dàa.
17. Entré in sé stess, Tà dit : Quanti
mercenari i ne la bàita de me pà i a-
bóndan de pan , e mi chiglia a mori
de fom.
18. Luerèi su, e varrei dal me pà ,
t gli direi : Pà, éi offendu il cél e pò
anca vò;
19. Già no som più degn d'esser
dame vos mare ; tolém come un dei
vòs mercenarii.
10. E alzé su, l'ara gnu dal see pà.
Quando Para cmò de Iòne, rà vedù
el see pà , el gè d* ara féit pigé, e Fara
sci a saltèl intórn al col, e bascèi su.
11. I sto ligUòI al gi à dit: Pà^ èi
oflendù il ciél. e pò anca vò; già no
som più dego d'esser dame vos mare.
tt. Il pà poi al gi à dit ai sèi ser-
vitór: Fét de bot a portèm la vest più
bella, vestii, e metèi in di li man Pé-
nèl , e li schcrpa in di pé ;
8.%. Mene chiglia un vedél Ingrascé,
mazzèl , e mangcm e banchetém ;
24. Pergié sto me marò Fara mort
e Fc resuscito; Faraperdù e Fc stèit
troé; e i àn comenzc a banchetér.
2«. El marò plu vcgl Fara nel camp,
e quand ch^el vegnò, e eh ''ci s' à fa
da pros a la bàita, Fa senti a sonér
e cantér.
86. I Fa dame un dei sei scrvitór,
e 'I gi à domande gi ch^ a F ara sta
roba.
87. El gi à respondù : V e gnu el
tè fradcl, e^l tè pà Fé mazze un
vedèl ingrascé , pergié ch'a Fé troé
san.
88. Lu pò Fa clapé la rabia, e noi
volò brig entrér ; el see pà |>ò F ara
gnu de fora , e F à comenzé a preci.
89. Ma lu Fa respondù al see pà a
sto fogia: Ecco, che mi Fé tenj^ eni
ch'ai v' servi, e no v*èi mai disubldi;
e no m'ét mai dèil un be^ da godei
i nsema ai mei amis ;
so. Ma apena sto vos marò, che Fé
maglie tot al sé coli meretrici , F è
gnu, i et mazze un vedèl Ingrascé.
31. Ma lu al gi à dit : Figliuòl , ti
t' eft chiglia con mi , e tot el me F e
enea tè;
Si. L'ara convenienza pò de nan-
gér, e »tér alegrì , pergié sto tè fra-
dèi F ara mort e F è resiucit^ ; 1' ara
perdù, e Fé *tèit troé.
h^
PARTE PRIMA.
Dialetto di Val Prbgallia (Canton Grigioni — FaUellinete).
11. Un òm veva dui fi;
12. X più giùvan dgét con se bap:
Bap^ dam la me pàrt da roba; a U lur
Spartii i sé ben.
18. A poc di drè, cur ch^al più
giùvan vet tùt quant roba^à , al gel
davònt in un pàés lontàn, a là 1 dis-
sipai la sé roba, menàntnavita deS-
mesùràda.
1 4. A cur eh' el vet tùt fai andà ,
al nit na gran famina in quel pàés ,
a '1 Scomanzàt a senti la misèria ;
1». Alura'l gèl, a s'metét al scr-
vìsei per un da qui dal pàés , eh' il
mandai in V i sé fond à cura i porè.
le. A M vés dgiù gùdgénl da s'podé
sazia da quel ch'a mangiàvan i porÒ;
ma nàgùn n' i an deva.
17. Ma, s'impensànt pel sé stess, al
dgél : Quanti mersenari àn in la cà da
me bap gran bundiànza da pan, a gè
i mor da fam ;
18. 1 m'voi leva, a andà ter me bap,
a ei dgéra: Me bap, i à paca contrai
sèi, a dinànt da té;
19. À i no son più degn d'esser
noma té fi, tràtam pur §cù un di té
mersenari.
so. A s'ievàl dune, a nit ter sé bap;
a niànl, àne da lune, sé bap la vdét,
a 'n vét cumpasciùn , a i curànt in-
cùnter , & s'bùtàl al sé col , a '1 bù-
ciàt.
SI . Ma '1 fi i dgél : Me bap, i à paca
contra '1 sei , a dinànt da le , à i no
son più degn d'esser noma té H.
ss. A '1 bap dgét con I so faméi :
Porla ài più bel vaSti, à i ài tràdge
enl, à meléi un ànèl ài sé del, a dàlan
scarpa ai sé pà ;
ss. A menàm l'avdél grass, a maz-
^à1 , à 'I mangiàm , faiànl bela vita ;
S4. Perché eh' a qucst me fi era
mori a l'à resuscita; l'era perds, e
l'à trova; a i scomanzàtan a sia ale-
gher.
s». A '1 più vél di sé fi era fo i
camp, a s'relurnànl, a niànl ver la
casa , ài sentii i son a i cani.
56. A clamànl un dei faméi, al do-
mandai cur eh' l'era.
57. A quesl ài dgél: l'à ni te fra,
à te bap à mazza l'avdél grass, per-
chè ch'a'l rà trova san a frii.
58. Ma '1 ciapàl la rabia, à no volél
andà enl; à'I sé bap, niànl fora, a'I
pregai d'andà enl.
59. Ma'l respondét, a dgél con sé
bap: Ve , i l'a servi lànci an, a mai
i no à manca ài té comànd; a tùt-ùna
tu no m'à mai daó iin càvrèl, da fa
bela vita con i me amie;
30. Ma dalunga eh' aquésl té fi ,
eh' à fai andà la sé roba con ftlétan
femna, a ni, tu i à mazza l'avdél
grass.
81. A '1 bap ài dgét: Me fànS, tu à
aduna pel gè, à tùt la me roba a li5;
ss. Ma A s'nit fa bela vita, a sta
àlégher, perché ch'aquést le fra era
mori, ma l'à resuscita; l'era perds,
ma l'à trova.
Tratta da Stalder.
DIALETTI LOMBARDI.
43
Dialetto di Val Maggia {Ticinese),
11. U jera un um con du losói;
it. El più piscèn de quist Pà dio
al padri : Atta , dèm al me part da
quel che m' toca ; e lù r a fèó i divi-
sivi e a gh** l^à dèci.
15. Da lì a poc, 1^ à ramassào el faé
su , e u s"* n^ è nèé in pais da luni ,
era raffabiào tiitt coss vivènd da
pòrc.
14. E dop chTà bili fèé net, Tè
vegnù in quel pais una gran carestìa^
e rà comenzào a senti la sgajosa;
ift. E l^è nèé , e l'*à scercào aprèss
a un sciór da quel pais, e quest u rà
mandào al bosc a cura i pori.
fl 6. E u scercava da mangia i giand,
rh'a mangia i porS; ma i nu gh'dava
gnanc da quii.
17. Alora rà capi quel che Peva
fèé , e u diseva : Quanci servitù r in
cà d' me padri i mangiaci pagn da
tocàl col dit, e mi son chi a crepa da
fam.
« 8. Mi voi leva su , voi 'ndà d' me
padri , e voi digh : Alta me , a i ò man-
cào col Signor e con vùl ;
19. ia mi no mèrit più d' css te-
gnu per vòs fio; tegnim come vùgn
di vòs fent.
10. E u s"* è tié sii, ere nèò dal
padri. Quand l'era ancmò da luni,
el padri u T à vedù , e u j è nè£ un
«què al cor, e u j è corìi incontra, u
j à biitèó i brai al col , e u Tà basào.
SI. E'I flò u j à di£: Atta bugn, mi
i ò mancào col Signor e con viji ; ik
no mèrit più d'css tegnù per vòs fio.
«2. El padri V à die ai servitùr :
Prèst, tugi scià el piii bel vestid, me-
tighel sii, dèi Tanèl in dit, e calzèl sii ;
85. Mene chi siibat un bel vedèl ,
tugigh'cl sangu, mangèmal, fèm un
debùS;
24. Parche stu me flò Tera mori e
r è risiiscitào ; Tera perdii e u s' è
truvào. E i smenzava a mangia ale-
gramént.
85. Intant el fio majù Pera in cam-
pagna, e quand ch'o vegniva , e T è
stèò aprèss a cà , T à sentit a sona e
a canta.
86. Era ciamèó viign di servitiìr,
e u j à domandào: cu jèl, ch^ajè du
nuf?
87. E Ili u j à die: L'è rivào tu fre-
dèl, e ratta tu V à mazzào un bel ve-
dèl pel bugn arif.
88. E Ili rè vegnii inlè, e u nu vole-
va gnanc' andà'n cà; su padri doncaTè
vegnù fora, e rà smenzào a pregai.
89. Ma lu rà rispondii a su padri:
V è tant temp che mi serviss a vù, e
nu v' ò mai disùbidìt in nuta ; e pò
nu m' i mai dèe gnanc un iù da sta
un pò alégar coi me amis;
50. E dop rè già stu balàndrug de
vòs flò, che rà fè£ salta tiit-coss coi
su slandrin , à gh' i mazzào el piii bel
vedèl.
51 . Ma Iti 0 j à rispondii: Sent, el me
flò , ti ti sé sempro con mi , e quel
eh' è me rè tò;
58. Ma u sMoveva bè fa un debùS
e un festign, perchè stu tu fredèl Pera
mori e rè rcsùscitào; Fera perdii e
u s'è truvào.
Tratta da Stalder.
4*
PARTE PRIMA.
Dialetto di Val Verzasca (Ticinese).
11. Un òmen ul glrieva dti fio;
12. El più ponzèl de sti dù u gess
al pà: Pà, dam er part der me robe
ch^ a m^ ven^ a mi ; el pà u* ì divide ,
e de long u gh'dc er part.
15. Dagnò a poic dì, ci più ponzèl
el se tire el tut sot lui , e '1 s' en giè
da lontàgn , dove el bordigò er so-
stanze malamént con or bozerre.
14. Quand u ìa biu maghiòu ol tut,
in qui part u vigne una gran care-
stia, e cominsic a baia biodi;
15. L'è nèié ad atacàss ad una cà
d^ un ben starènt de quel paés , e o
rà mandòu a pastùrgà i purghi.
1 6. Là a r auréss volù impini er
bùseghe d^èr coróbia, che magbiàvan
i porsèl ; ma nessiìn i ghMàvan brig.
17. Finalmént, avènd riflctrì, uM
dis: Quenó faméi in er cà dù me pà
i màghien assessèn , e mi assidi qui
d^er fam.
1 8. A vùi leva , e pu a vùi né dal
me pà, a gh^yùi di: Pà, ò pccòu con-
tra cr siél e contro ti;
19. Mi ne sont pili degn d'esser
ciamòu tè fio; fam servizi de mètem
cogli tuo faméi.
so. El s'è vultà intani, e Tè vegnù
con er pà. E! era agmò da lun^ , el
so pà u '1 vide , o s' è metù in com-
passión , rè corù a vctàs sul ciùl , e
u rà pasciòu sii.
21. Fa, u gh'dis el filiu, ò pecòu
contra er siél,e conlra ti; mi ne sont
più degn d'esser ciamòu tò fio.
ss. Ma'l pà u gh'dis al so servì-
dór : Porte chilo una sgiaghe er più
boriola , e vestii , metìgb nel dit ù
anèl, e metìgh su i calzèi ìq d'i p<
ss. Menègh fuori un videi grass,
strùbièl giù, maghièm e stèm alegr
S4. Perchè sto mi fio l' era mort
e rè torna a viva; l'era perdù, e
s' è trovèiè ; e 1 àn incominsià t i
festìn.
stt. Intànt el fio majii, che l'era i
er campagna , V è tornèiè , e quan
l'è stèìò apro d'er cà, l'à senti eh
sonàvan e cantàvan.
se. E domande a vùgn di so sei
vitór: Quel ch'i fan in cà mea?
57. U gh'dis el servitór: Qui 1'
vegnù ei so fradèl , e '1 so pà rà fèi
mazza el videi più grass, perchè V
ricùperòu el figliu sagn e sald.
58. Quest ignora rabiòu u n'ia voi
più nà en er cà, e Io pà l'è nèié fon
0 rè metù drès a pregai.
sr. Ma lui u gi à respondù al pà
Guarda , quenò agn V è che mi son e
tò servizi , ades son stèlo er to ce
mandamént ; e ti m' è mai dèi£ ù
Jori, perchè stàssom un pò alegro co
i me amìs;
80. Ma r è vegnù el tò fio , che
à già maghiòu tut er so part d'er roh
con i pittàn , e ti ti jè fèié strùbi
giù er videi er più gràss.
51. El pàu gh'à respondù: Fio, t
ti sé sempr stèié con mi, e tut el m
retò;
32. Ma bentava eh' a stàssom ale
gri , e che a festegiàssom , perchè e
tò fradèl l'era mort e l'è torna a viva
l'era perdù e'I s'è torna a trova.
Tratta da Stalder.
DIALETTI LOMBARDI.
4»
Dialetto m Val-Levesti!«ia {Ticinese).
11. In seri' òm r à avùt diii fiòi ;
12. 0 pùssè giòvan de chi r à di£
al pà : Pà y dam la me part d'ia roba
ch'om'vegn; e lui Tà dividùt a lo la
roba.
is. E passò mìa tene di, cssènd
ùnìt iùi, 0 fio pùssè giòvan Tè ned
in paìs lontàn, e ignò Tà trèó via o
fc£ so col viv da scandalós.
1 4. E quand 1' a consumò tùtcoss
0 jè stèé ona gran fam in chel pais
e rà comcnzò a avèi bisògn;
fltf. L' è nèò via, e o s'è mess da
iin abllàni de cbel pais, ch'o Tà man-
dò in o so log a pascolò i animai.
16. El voreva impini la so busecia
dei giànd ch^o mangieva i animai, e
nissdn o j an deva.
i7. Essènd nió in sé, Tà die: Queni
faméi in eie d^ me pà vànzan pan , e
mi mòri da fam.
18. knC levare e varò dal me pà,
e a I dirò: Pà, ò fèÒ pechèt contra '1
siél e contra ti;
19. Giè son mìa degn d' èss clamò
tò fio; fam com' un di tò faméi.
20. E, levàndos. Tè nè£ dal so pà.
Lssènd amò begn da lon&^ o sé pà o
rà vist; e 0 s^è moss a compassiòn,
e, nasèndoi incontra , o i è cadut a
col. e 0 l'à basò.
SI. 0 fio o i à die : Pà, ò féé pc-
cbèt vers o siél , e vers a ti ; giè mi
son mìa dego d'ess clamò tò fid.
22. 0 pà rà die ai so faméi : Prcst ,
porte 0 prim àbat, vestii, e dèi Panel
In la so man , e i cauzèl in pò ;
25. E menèi un videi grass, mazzèl,
mangèm, e stcm alégar;
24. Parche sto me fio Fera mort e
r è resussitò ; V era perz e P è stèé
trovò; e àn comenzò a mangè.
2«. 0 so fio pùssè vèè r era in i
camp; essènd nlé e avisinò a la eie,
rà sentùt a sonò e cantò.
26. L^à clamò un di faméi, e o i à
domandò coss''éran sti rob;
27. E chest o i à did: L'è nió o tò
f radei , e o tò pà P à mazzo un videi
grass, parche o Pà trovò salv.
28. 0 fio 0 s'è rabiò, e o voreva mia
nò ind; o so pà donc Pè niòfò^ e Pà
comenzò a prcghèl.
29. Ma lui olà rispondùt, e Pà
die a so pà : Èccomo , mi at' servisi
tene cgn, e ò mal mencio ai tò òrdan;
e te m' è mai dèe un ciavrèt par stè
alégar coi me amis;
30. Ma dapós che sto tò fio , eh' o
P à divorò la so part coi féman , l' è
ni£, e Pa i è mazzo un videi grass.
51. Lù 0 i à dio: Fio, ti P a sé
sempra con mi, e tùò i me bègn in
toi;
52. E convegnlva mangè e stè alé-
gar, parche slo tò f radei Pera mort
e P è resussitò; Pera perz, e Pè stèé
trovò.
Tbatta da Stalder.
ho
PARTE PRIMA.
Dialetto ni Val di Blenio {Ticinese).
1 1 . Uq um 0 gh^ èva doi fant ;
12. E r^ à dio ol pu piscén de quilfi
al pà : 0 pà, dèm ra part dra roba ch^o
mUoca; e lù o gh' à sparti ra roba.
18. E dMi a poc di^ miss insèma
tuo cusS; ol fant pu piscén o i^è naÒ
viagiànd n^ ugn pais lontàgn, e là r^à
biitòu via ol faé so, vivènd in ba-
gùrd.
14. E dapù eh' r' a bili consiimòu
tuo cuss , r"* à faó na gran carestria
in col pais , e corù r' à menzòu a css
in nessistà;
i«. E r'è naó, e o s'è miss con un
zitadin d' col pais ; e U ra mandòu a
ra soa campagna^ a pass i pdr§.
16. E o bramava d'impi ol so bo-
tai d' il scorsa eh' majàva pori , e
onziign gh'an dava.
17. Ma lù^ tornòu in sé stess , r' à
die : Quanó faméi in eà dol me pà i
gh'à pagn a sbac,e mi chi sbasiss dra
fam.
18. A m'drizrò, e narò al me pà,
e gh' dirò : 0 pà, ò pecòu contr'or scéi
e inass a voi;
19. Mo n'sun mia dègn d'ess cia-
mòu vusi fant; fèm cum vùgn di vust
faméi.
80. E 0 s^è alzòu , e r' è nòu da so
pà. 1^ r' era anc'amò lontàgn , che so
pà o r' à vist , e 0 s' è mòss a compas-
gión, e corènd, o gh' e saltòu al col,
e o r'à basòu.
SI. E ol fant 0 gh' à di£ : 0 pà, ò
pecóu contr'or scéi e inàss a voi ; mo
n' sun mia dègn d' ess ciamòu vust
fant.
ss. Ma ol pà r' à die al so faméi
Prèst, tirèi fora ol iupógn dra festa
e mettèigrindoss, e metèigh' ùgn ani
in dèit, e i calze in pè;
ss. E tirèi fora ol vcdil ingrassò»
e mazzèl, e majèm e fèm past;
S4. Che sto me fant r'cra mòrt, <
r'è resussi tòu; r'era pers, e r'è tra
vòu; eia menzòu a fa past.
stt. Intratànt ol so fant majó o r'en
in campagna, e quand r'è tornòu, <
r' era arènt a cà , r' à sentu ol sang <
ol bai.
56. E r'à ciamòu vùgn d'ilg faméi
e 0 gh'à dmandòu cuss i era sti cuss
57. E corii 0 gh'à dio: Vust fradii
r'è tornòu, e vust pà r-à mazzòu ol
vedii ingrassòu , perchè o r' à rico-
vròu sagn e salv.
58. E 0 gh' è gnu ra ràbia , e nor
vuria mia nà in cà; donca so pà, ve-
gnu d'fò, r'à menzòu a prega.
59. Ma lù , rispondènd , r' à did a
so pà: A ra fé, da tanè agn mi a ov'
sèrvia,e n'ò mailg trapassòu un^ vust
prezèt;email^nom'èi daÒ un^ cau-
rèt da fa past coi me amis;
so. Ma dapù che sto vust fant, ch*Pà
majòu ol faò so coi sgualdrìgn , r' è
vegnù, ì mazzòu per lù ol vedìl in-
grassòu.
81. Ma lù 0 gh'à did: 0 fant, ti l'è
sempra con mi , e tuta ra roba mia
r' è tòu ;
ss. Ma zugnava be' fa past e sta
alegro , che sto tò fradii r' era mort,
e r' è resùssitòu ; r' era pers, e r' è
trovòu.
Tratta da Staldeb.
DIALTRI LOHBAIUM.
47
DuuTTO DI Locamo ( Tiein^e),
il. On um rà avut dù Ilo;
fls. E '1 più gióvan da costór o gh' à
di al pàdar: Pà, dèm la mea part
eh' a m'Ioca; e '1 pàdar o gh'à fai
fora i part.
is. Da li a poc di, dop che Vk
mettu losema tutteòes, e! fio più giò-
ran o s'è toÌ sii, e o s' n'andai vìa
lontÀD, e li l'à fai balla tùtteòss in
stravlxzl.
14. E p5 quand Vk avdl flnit da
igùrà tant com'o gh' n'ave\'a, l'è
vcgnoda òna gran carestia in quel
paès, e lu l'à eomenzàt a sentislain
dieost;
i«. O 8' n^è dune* andai, e o s'è ta-
eèt adrè a òn sclùr da quel paés, ch'o
rè maDdàt in d' ona sova vlUa a cura
i poneèi.
flt. E costii 0 vorèva pur anc po-
dèss Intesnà la bùsecea con qui gian-
dasse eh' a mangiava i porscèi ; ma
nissoB a gh' an dava.
17. Alora l' è tom&t in sé stess , e
l' à di : Quanta servitonjs là in cà
d' me pàdar la noda in la bondanza,
e mi intani eh' insci a crèp da fam.
18. A voi propi tom su, e andarò
dal me pà, e a gh'dirò: Pà, arò
propi faja grossa col Signor e con vu ;
it. Ormài a no mèrit più da vess
damai vosi ilo; lem come vugn di
vo8t servitùr.
so. E, tojèndas su, l'è vegnut dal
so pà. Quand p5 l'era ancmò lontàn,
ora vedùt el so pà , e 0 s'è movut a
compassiógn, e, corèndagh 'incontra,
OS' i gh' è buttai sul coli, e o 'I basa sii.
11. E '1 fio o gh' à di : Pà, a T o propi
bji grossa col Signùr, e con vù; ormài
a 00 mèrit più da vcss ciamàt vosi fio.
ai. Ma el pàdar l' à di ai servitùr:
Presto, porte ehi el più bel vestìd, e
vestil-sù, mettigh l'anèl in dit, e i
scarp In pè;
ss. E mene scià ón vedèl ingraS8àty
e mazzèl io, e mangièm, e fèm past;
84. Perché sto me 115 l'era mori»
e l'è tomài In vita; l'era pers, e o
s' e trovai. £ U I s'è mettùd adrè a fa
past.
88. L'era mo el so fid maggiùr In
campagna, e In dal vegni, e In dal vi-
sinàss ala cà, l'à seniid a sona ecantà.
88. E l'à clamai ón servitù», e o
gh'àdomandài quel eh' l'era sta roba.
S7. E costù 0 gh' à di: L'è vegnùd
el vosi fredèl, e'i vosi pà l'à maz-
zàd io ón vedèl ingrassai, perchè l'è
tomài salf.
88. L' è donca andai In colera, e o
no voreva miga andà in cà; però Tè
vegnù fora el so pà, e o s'è mettùd
adrè a pregai.
88. Ma costù, respondènt, o gh'à di
al so pà: Ecco, I è già tanci an che
mi a r' stag in obedienia, e a no son
mai andai fora óna volta dal vosi co-
mànd; e a m'i mai dal ón eavrèi par
sta ón pò alégar eoi me amis;
80. E in scambi , apena eh' o l' è
rivai sto vosi 06, che l'à consumai
tùt el fai so col straftàn, a gh'i maa-
zàd io ón vedèl ingrassàt.
SI. Malù o gh'à di: Fid, ti te sé
sèmpar con mi, e tùt el me l'è tò;
38. Ma bisognava la past, e sta alé-
gar, perché sto tò fredèl l'era mori,
e l'ètornàt in vita; l'era pers, e o
s'è trovàt.
Tratta da Stalder.
«8
PARTE PRMA.
Dialetto d' Intra {yerbanese).
il. Un òm u gh'ere dù fidi;
18. BU pùssè pinìn u gh^ à die al
10 pa: 0 pa, dèm la meja part eh* o
m^ Iucche. E lui u gh^ à Ipartì fò la
fostanse.
is. Da ino a poedi^ul pussè pinìn
r a fa£ su mi fagòU, e rè nàé lontàn,
e là u s^è mettiì a stranagià, mac-
ciànd e bevènd mèi.
14. Dopo rà bu£ M fò ul fai so,
r è gnu una gran carisiie in cól pa-
Jet, e la gh^ nava ma alla gran palane;
15. Quand u n^ gh a vù più d^dané,
rè na6 da on selór d^ còl p^ès, eh' u
r à mandò a mia suva vigne a cura
i poncèl.
la. E Peva tanta la ghèine cb^u
pative^ ch^ I sarèssan staé bun i gian-
darògol di porecèi; ma gnanca d^quii
i gh^an dèvan asse.
i7. U gb* è gnu in ment, e i^à di£:
Quant servitù in c4 dui me pà 1 gb''àn
pan fin chMn vólen^ e mi cbi crapi
d'fam.
18. A tomarò a e2i dui me pa , e
a gh* dirò: Al me pà, a som stai un
§ran balossùn;
19. A n^ mèrft propi pid eh' a m'te-
gnighi par fl6; fèm fa ul servitù.
ao. E fai e di£ r è tornò a eà. Quand
rè staé a un scert post^ ul so pa u
r è vist, u gh^ à vù compassiùn , u
gb^ è curù incontro^ u Tà brasciò, u
V k basò su tùtt.
ai. E ul tus u gh'à diÒ: Car pè^ a
som stai un gran balossùn; a n' mè-
rli propi più eh' a m' tegnighi par fio.
aa. E '1 pà l'è domandò 1 servitù «
e ul gh' à dii: Presi, né i^ tò 1 pago
più beli, vistil, mitìgh su i anèi, e
calsèl ;
aa. Corri , mazze ul videi più grass,
maccèmal, stèm alégar;
94. Parche sto me tus l'èva mori,
e rè rlsciùscitò; a l'èvom perdù, e a
l'èm tornò a trova. E i àn comensò a
porta in tàvole.
2«. Ul fio maggior u l'ève in cam-
pagne, e in d' ul torna a cà, Ta senti
a sona e fa festìn.
aa. U gh'à domandò a un servitù,
cosse l'ève cól catabùi.
a7. E cól u gh'à dio: Catti L'è gnu
a cà so fradèl, e ul so pà l'à fai
mazza ul videi più grass, parche rè
tornò san.
sa. A senti insi l'è gnu rabbie come
un can, e u n' volevo mia gni In cà.
Ul pà l'è gnu fó lui, e u gh' nava adré
com i bun.
ao. Ma lui u l'à rogante su: L'è
tani agn ch'a som in cà, a n* v'ò
mal disùbidi ona volta, e a n' m' ì
mai dai gnanca un cravètt da sta un
pò alégar com i mei compàgn ;
ao. Ma quand l' è gnu còl ch^ à Diac-
ciò tùtt ul fai so com i pelànd , a ì
subii fai past, e piantò fistin.
ai. E ul pà u gh' à rispondù: Seni,
ul me car tus, ti ti stèl sèmpar chilo
con mi, tùtt col eh' è me l'è lo;
aa. Ma l'èva bè di f iùsl da sta un
pò alégar, parche sto lo f radei che
l'èva mori, l'è risei uscito; a l'évom
perdù, e l'èm tornò a trova.
N.M.
DlALEin LOMBARDI.
«0
DiALiTTo 01 BoRGOHAHuo ( f^eròaneic ).
11. Al ghièra na botta un òmu, e
VÌYZ du mattig;
19. EU più zuvnu du cusói Vk dio
unse a so pari: Pari, dcmiM me tocu
ch^a vènmi ; e lù Vk sparté fóghi la
roba.
is. Da là poc tempu, ust matu V k
Urà riva tut cui eh^ V tra tncàghi , e
rè naé via a stimma luntàn luntàn, e
r à mangia n fat so con al svaldrini.
i4.Equand Tà blo^ngualà tut cussi,
l'è gnòghi na gran carestia *n tu cui
pùsu, e Ili rà smanzà a véi da bso-
gnu;,
15. E rè naò ina, e rè tacassi tacà
n*omu dù cu siti là, cli^ i^à mandàiu
a vardè i purlei in t^ la sd campagna.
16. E riva vòja d'ampini la panfta
dal' glandi ch^ i mangiavu I nimài ;
ma^nzun dàvagu.
17. Quand rà bid Urà càn co, rà
dio unse tra d'iu: Quanci sarvitùl a
cà d'irne pari 1 àn pan fin chM vòlu,
e me chilo I crapi dMa fami.
18. 1 lévarò so, e i narò eà d^ me
pari, e I dlròghi: 0 pari, i ò offando
al Signor, e vii;
10. 1 n'merti pio da vèss clama
Tost 115; tignami come un di vost sar-
vitùl.
to. Al leva so , e U va da so pari.
VertL "^ncù luntàn, che so pari rà vù-
stulu, e rà santossi a pianiiM cor,
e rè nàcinghi'ncuntra, l'à ciapàlu'n
tal colo, era basa solu.
ai. E M fio r à diciughi : Pari , 1 ò
offesu al Signor, e vù, i n' merli piò
da vèss dama vòst fio.
ss. Alora U pari rà diciu ai so sar-
viiìii : Pràstu , porte Sa la piii bela
casacca , e mattò sogla ; mattèghi 'n
di 'n aneli, e cauzèlu;
ss. E né tò subtu'n bel vide, mai-
zèlu , mangiuma , e fuma na raccon-
chiglia;
%4. Parche ust me mattu rera m5r-
tu, e rè risuscita; rera persu, e I ò
truvàlu. B I àn smania la iavaròtta.
25. Al priimmu di du mattai rera
fò *n V un campu ; e 'n r al gni cà ,
quand rè sta£ a riva, rà santo ch'i
sunavu, e chM cantavu.
ae. V à clama un di sarvitùl, e rà
dumandàghi, cud rera sta roba;
S7. E cui sarvitù rà die unséghl:
L'è gno cà vost fradè, e vost pari rà
faò mazze 'n vide bel grassu , par al
gùstu da vèghilu san e saivu.
88. L^è gnòghi la fotta, e ruriva
gnanca né 'n cà. E inora l'è gno fò so
pari, ora smanza a préghèlu da né
denti.
88. Ma lu, rispondènti, r à dio a
so pari: Eco, ino tan£ agni ch'i ser-
vivi j, e I 6 mal disobidéwl 'n bottu,
e vu i mal gnanca dàciumi 'n cravic-
chi , eh' I podiss 9tè légru con i me
amisi;
so. Ma dapussu eh' l'è gno cà stu,
eh' r à mangia tut cussi cun al plandi,
i mazza 'n vide du cu'ngrassà.
SI. Ma lù rà die unséghi: Abba
pu nutta; té rè'l me caro^ e tut cui
ch'i ò, ré tut cuss io;
ss. Ma a n' s'pudiva parò fé d'man-
cu da sté légri, e fé 'n bel dlsné, par-
che to fradé rera mòrtu, e ré risu-
scita; rera pérsu, e ré staó truvà.
Nicolò E. Cattaneo.
80
PARTE PRIMA.
Dialetto Bergamasco.
fi. Sn òm el gh' ia <tu fidi;
19. EU pi5 zùen de lur V k dèa a
so pàderiTata^dèm la porsiù deso-
stansa ch^el me teca ; e la U ghe divide
la sostansa.
is. Dopo poc dé^ ol pi$ zùen Fa
rvgondit tot ol so, e Tè *nda£ In paia
lonti^ e là rà dissipai qaat al gh^ìa
a viv de barachér.
14. E dopo ch^ el s^ è majàt tot ol
so , al 8^ è faé In quel pais dna care-
stéa gajarda , e 1 eomensè a èss al
bisògn;
15. L^ è ^nda2 doca a tacàss a u be-
nestànt de quel pais, ch^el rà man-
dai fò ^n da so campagna a fk pascola
j porsèh
16. E làU desideràa de impienìss
la pansa di glande chM mangiàa i stess
sani; ma nissù gh^ en dàa.
f 7. Tarnàt In lù Vk dé£: Quale bi-
sacche in cà de me pàdcr 1 g^ a dol
pà a brondós, e me che crape de fam.
18. Lcarò so 9 e ''ndarò de me pà-
der, e ghé dirò: Tata^ ò pecàl con-
Ira'I siél e conlra u;
t9. Za no so pi5 dègn de ess clamai
vosi fldl;ciapém come iì di vos£ sgaà-
ter.
to. E csé , sbalsàl In pè , U végnè
de so pàder;ma Pera amò de Ionia,
che so pàder el Pà ddgiàl; el s^è mùìl
a compassili, e, corìt incontra^ U ghe
s^è botai al col, e*l l^à basai so.
ti. 01 fidi el gh^à dcò : Tata, ò pe-
càl centra 1 slél e conlra u ; za no so
pii dègn de èss clamai von flol.
ss. Ma'l pàder rà déó ai aò ser-
vitùrrPrèst, porte che H pio bel àbet,
e vestir; meliga Panel In dit, e I scar-
pe in pè;
28. Méne che Q vedèi ingrassai, e
copéi , e maèm , e fèm baracca ;
24. Perchè sto mò flol P era mori
e Pè resùssitàt ; Pera pers e s' P ò
troàl ; e csé I eomensè a fa fesla.
2». 01 flSl maglùr , che Pera fò 'n
di cap , ih del lume a ca , Pà sentii
a sana e canlà ;
26. Clamai ó di so ser^itùr, el g'ii
domandai, cossa Pera sto baca.
27.E1Ù 1 gh'àrispondiUL'f égnit tò
f radei , e tò pàder l'à copàl Q vede!
grass, perchè 'I Pà ricuperai sano e
salvo.
28. Alura al fradèl magiùr al ghe
saltò la mosca , e M velia mlga ^ndà
'n cà ; e 'I pàder Pè ógnil fò, e Pà
comensàl a pregai.
99. 01 flol Pà rispòsi a so pàder:
Ecco , a me, che P è face agn che ve
ser>*e, sensa mal trasgredì n vosi ùr-
den , no m' i mal da£ gnà ù cavrèl
de godrm col me amis ;
so. £ dopo che P è égnil sto flol
che , che P à majàt lol ol so coi po-
tane, i copàl u vedèi Ingrassai.
51. Ma 'I pàder et gh' a dé«: Té, U
me sòèl, le sé sèmper con me, e lol
ol me Pè tò;
39. L'era però de giòsl de god e
tripudia, perchè sto tò fradèl Pera
mòri e Pè reégnit; Pera pers e s' Pà
calàt.
Piia Rdcc^ ni Staiéll.
DIALETTI LOMBARDI.
51
Dialetto Crcmasco.
II. Od ÒDI al gh' aTÌa da flòl ;
tt. Al pussè zóen Pà del a ^ pà-
der : Pupa , dam la part che m'^a^vé ;
e In M gh'*à spartii la so roba.
13. Dopo quaich de, al pflM tòen
r à fai so 1 fagòt de tot quel eh' al
gh'* a\ìa, rè andàt In l'ùn paés luntà
lunfà , e là rà apcndit tdl e! so In
di Tèsse.
14. Quan rà avit consumai t5t, rè
fgnìi uoa gran carestéa In quel paés,
e IO al gh^ ìa mlga de eumpràss da
mangia;
I». Alura rè^dài da on siùr de
quel paés , eh' el P à mandai nel so
elos a vardà I ròl.
fl t. E lù ^1 vorìa impieniss la pansa
cole giandechemagnàa i ròl; ma nissù
gh*a na dàa.
17. Alura al s''è mess a pensa i fai
so , e r a dèi da per lù : Quanti ser^
Titùr in casa da me padre i gh' à pà
infina eh'' 1 vói , e me che mòre da
fam.
18. Léarò so, andarò da me padre
« gh'a dirò : Pupa, me ò pecài anvèrs
al Signor e ''nvèrs de ié ;
19. No so miga dègn che te me cià-
mei pò tò fiól ; ma iègnem come ''n
tè servitùr.
to. L^ è leài so 9 e r è égnìi da so
99. Ma el pàder V à dèi al so ser-
vitùr : Presi , porte che el vestii pò
bel , e metighel so, metiga so ^n anèl
an dit, e metiga so dele bele scarpe;
23. E mene che 'n vedèl grass , e
massèl, ch*el mangiarèm e farèm
festa ;
84. Perchè sto me fiòl Pera mori
e adès P è resussltài; P era perdit, e
adèss l'èm truai; e i s'è mess adrè
a mangia.
9tt. £1 fiól prém P era a fora , e
quand Pè turnài, che Pè stai areni
a ce , P à sentii a sunà e canta.
96. L'à clamàton servitùr^ eM gh^à
dumandài cossa che Pera quel baca.
87. E '1 servitùr al gh' à dét: È égnìi
tò fradèl , e io padre P à massài ^n
vedèl grass , perchè P è iumài sa.
88. Lii P è ^ndàt an colera, e '1 vu-
ria miga'ndà'n casa; alura 'I padre
P è égnit fora , e 'I P à clamai.
98. Ma lù 'I gh' à dét a so padre :
Varda, P è tanti an che me ie serve,
ta so sempre stat obedièni; e la m'è
mal dat un cavrèi da mangia cui me
cumpàgn ;
so. E perchè è égnit sto tò flól, che
Pà consumai tot an d'* i vésse, té Tè
massài un vedèl grass.
8f . Ma '1 padre M gh' à dèi : Seni ,
padre ; quand P era amò luntà , so al me fiól , té ia sé sempre con me ,
padre Pà vést; Pà sentit cumpassiù,
el gh'^è curìt ancuntra, el gh'à trai
t brass al col, eM P à basai so.
ti. El fiòl el gh'à dèi: Pupa, me ò
pecài anvèrs al Signor e anvèrs da
^*,e no so miga dègn che te me dà-
^ tò fiòl.
e tot quel che g' ò P è tò ;
89. Bisognava però fa festa e alé-
grca , perchè sto io fradèl P era mori
e adèss P è resùssitàt; P iem perdit e
adèss Pèm truài.
Faustino Samsevirino.
«9
PART BPRIMA.
Dialetto Crkmasco Rùstico.
11. N'ùmen a'I ghMa du bagài;
19. 'L pò dóen Vk dé£ a so tà: Tà,
dèm la part dal me , che m' a teca ;
e la, 8Ò tli, a'I gh*k M Ira lar le dii-
sgià.
15. Da le a poc de, faó'l fagòt da
tot al so , '1 bagàl pò dóen V è na£
amvià'n d'5n pais da lans ièss, e
ìkn gh' à consumàt fò tdt'l sò'n stra-
vesse.
14. Dopo cli'el gh'à llvràt da daga
la fi, 'n chel pais gh'è naé na cara-
atea putardla, e la'l s'è truàt propeso
bisògn;
ia.E gh' è Igiùt 'n cor da nà da jù
dal pais, al qual al r& cassàt an la
yela a là '1 parchér.
le. E'I sa sarèv'nféna sadùlàt co
li glande di rol; manissu ga na daa.
17. A la li a '1 s' è faó na rasù , e
da lu 'n tar lu '1 gh' k dèe: Quaé ser-
vitùr an ca da me tà i gh' à '1 pà ^B
bondansia^e me so che quase ^ pisa
da la fam.
18. Naro véa da che , narò da me
là, e ga dldarò :Tk, me gh' ò fa£ '\
pacàt ancuntra'l siél , e 'ncuntra u;
19. Me no so' pd degn da ess ciamàt
▼est bagài ; tratèm anfnrma i vos£
servitùr.
90. E sensa fa tate sprolunghe, l'è
naé da so tà. %ibé che l'era amò da
luns, so tè^l rà cugnussit, gh'è ignit
da carogna, a'I gh'è curii ancuntra,
e brassèndol s5 '1 l'è basèt.
91. 'L bagài '1 gh'à dé£: Tà, me
gh^ ò foó '1 pacàt 'ncuntra '1 siél , e
cuntra u ; me no so pò degn da ess
damai vosi bagài.
29. E '1 tà l'à déé ai serWtùr: né-
mp, svelte, serni fò la vesta pò reca,
e matiglaso; matiga la èra 'n daldll,
e i scarp an dM pè;
98. Hané '1 vadèl pò grass e mas-
sél; sa mije e «a bie alegramento;
94. Che sto me bagàl Pera mori,
ere resussitàt; al s'era pardit, e 1
s'è truài amè. E le i à scumensàtU
diertimél.
95. "Ntal luma a eà Tetre bagài pò
vè£ che l'era a fò , e M seni a sunà e
canta;
96. A 1 clama ^ servitùr, a ^1 Pan-
turèga da st5 budéss.
97. E lu'l gh'à respundit: Gh'è
tumàt a cà tò fradèl, e lo tà l'à faó
massa 'n vadèl, perchè '1 Tà quistàt
sa e salv amò.
98. E iù r è naé tal an còlara, ch'el
vurìa mia nà da dét Ilura so là l' è
Ignit da fò a pregai.
98. Ma lu'l gh' à respundit: I è laé
agn che va serve, e gh' ò faè senp
tot chel che m^ i urdenàt; e m'i mai
daé gnà ^n cavrèi da god an cumpa>
gnèa di me camarade;
so. Ma daché gh^ è ignit a cà sto
vosi bagài , ch'el gh^à livràl da con-
suma fò tot con de li done da mal Cà,
gh^ i massài al vadèl pò grass.
81. Ma'ltàUgh'à dèe: Bagài, té
r a sé semp con me, e tot chel che
gh'òmé rè a'tò;
89. Ma Fera bé da giosto, che stés-
sem ^n pò alegramént e féssem na fe-
stiola, perchè sto tò fradèl Fera mori,
ere resussitàt; a '1 s'era pardit, e M
s^è truàt amò.
Prete GiovANm Souea.
DIAMTri LOVBAKDf.
55
DlALKTTO BinaARo.
II. Ón òm el gh^ ia do Me ;
11. El pio lùen el disè al so t>obè:
Boba , dèm la part de beni che me
perfoea; e lu el ga fé le pare.
1 3. Poe dopo el pl9 zàen, fai 85 tòta
la 8Ò roba, el sé metè^n viàsper on
paéa looti, e là ^1 mijè f5ra t9t el so,
en del Ttea.
i4.I>opoch''el g^i itoonsdipàttdt,
8^ è fot en quel paès 9na gran carl-
stia, e la H seomensè a troèss en bi-
Mgn;
flS. E rande, e**! sé mete a sètrer
giù de quel paé», ch^el la mandò en
dd so camp a A pascola I porsèl.
la. E r aerea volit Impleni la so
pansa dele taéle, che I mangila I si;
ou nissu gh^ en dàa.
17. Tomàt pò ^n lù, M dlsè : Quaé
serrltùr en cà de me pàder I gh**! a-
hondanaa de pi ; e me che mòre de
fun.
18. Léarò so , e ^darò da me pà-
der , e gh*a dlsarò : Boba, ò pecàt con-
tro 1 SIgnàr, e contro de vò;
la. Za no so piò dégn d^ èsser da-
mai vosi fiòl ; tlgnim come gin del
▼osi servltàr.
so. E leàt so, rande de so pàder.
8ò pàder el la vede, che Pera amò
de Iona , et s^ è moit a compasslà, e,
ooràndof h' Incontra, el gh' è sbabàt
alcol, enràbasàt.
ti. Maral flòl el gh'à dìt: Boba,
ò pecàt contro ^1 6lgnùr e contro de
vó ; za no so piò dégn d^ èsser ciamàt
tost flòL
SI. Ha 1 pàder el disè ai so servi-
tur: Z6 prest, porte ché^l piò bel
àbit e vistil, e mitiga Panel en dlt,
e le scarpe ^n pè ;
sa. E mene fora òn vedèl engraa-
sàt, e copèl, e manglòm,e stòm ale-
gher;
S4. Perchè sto me fiòl che che fera
mort ere resòssltàt; Pera pera e Vk
stat catàt; e i sa mete a tàola.
58. El sòèt piò grand Pera^n del
camp, e ^ del vègner a casa, quand
che r è stat visi , el aenlè a sona •
canta.
te. E ciamàt fÒra Òn senrftàr, el
ga domande , che noità gh* era.
S7. E la ^ ghe risponde : L^ è rial
lo fradèi , e tò pàder P à copàt òo
Vedèl ingrassai, perchè *1 Pà ricupe-
rai sa.
Ss. E lu rè andàt en còlerà, e noi
volia andà dént; ma so pàder Pandè
fora, e*l se mete a pregai.
59. E lu'n risposta'! ghe dlsè: Var-
dè , P è tao agn che va serve , e no
v'ò mal disùbidit; e vò no mM mai
dal gnà 'n cavrèt per godimela coi me
camerade ;
50. E adèss che qaesP alter che che,
che Pà majàt fora '1 so cole done, Pà
tomàt, i copàt per lai vedèl Ingras-
sai.
ai.Enpàder elgh'à rispósi: Carel
me sòèt , té te sé sèmper con me , e
quel eh' è me Pè tò;
ss. Bisognàa fa pasl e godisela ,
perchè sto tò fradèi che che P era
mort e Pè resòssltàt; P ie pers e Pò
catàt.
Conte Lui« Lkbi.
5«
PARTB PRIMA.
Dialetto di Valcamòsiicà (Bresciano rùiticó).
II. On om el gVìa du matèi;
19. E ^1 pio zùen de lur el gh^à dit
al pare: Bubà, dam la part de la so-
stanza che m^toca; e lù P à diidit a lur
la sostanza.
is. E poc de dopo, el fiol pio zùen,
tot so tota la so roba, Tè ^dàt en d^un
pais lontà, e là Vk consomàt el fat
so a godisla.
14. E dopo i consomàt tot, el gli'c
gnìt dna gran caristia en quel pais, e
lu rà scomensàt a patì;
18. E rè ^ndàt a ier con giù de quel
paiSyCh^el Vk mandàt en d^ona so cam-
pagna a pastura i porsèl.
16. E ^1 gVia via d^empienis el vè-
ter de le glande chM majàa i porsèi;
e nigù 1 gh^en dàa.
17. E pensando so , rà dit : Qua£
laureò en cà del me pare i è ^n mèz
al pà; e me crape de fam.
1 8. Oi Ica so e ^ndà de me pare, e
diga : Bubà , ò pecàt aànte U del e
aànte té;
19. No so pio dégn, eh' i medlse to
fidi; tègnem compàgn d'un tò laurét.
so. Ere leàt so , e Tè gnit de so
pare. E'ntàt che Pira amò lontà , so
parel Pà est, e'igh'à it compassili,
rè curìt, el Pà brassàt, el Pà ba-
Sàt 80.
91. E 1 fiol el gh'à dit: Bubà, ò pe-
càt aànrel elèi e aànte té; no s6 pio
dégn, eh* i me dlse tò fidi.
99. El pare 1 gh'à dit ai servitùr:
Prèst, mitiga 'ndòs la pio bela glpa ;
mitiga Panel en dit, e i laùr en d^l pè;
95. E mene che 1 vedèl ingrassàt,
cupèl e mangiómel, e stóm alégher;
94. Perchè sto me matèl Pira mort
e Pè resussitàt; Pira pers e s' Pà troàt.
E i s' è mess drè a fa 1 past.
9». El so matèl pio èc Fera en dM
camp , e 'n del toma e gni visi a la
cà, Pà sentit a sunà e canta.
96. E P à ciamàt giù di ser\itùr ,
e 1 gh' à domandai cosa P ira quela
roba.
97. E lui gh'à dit: Tò fradèl Pè
gnìt, e tò pare Pà cupàt un vedèl in-
grassàt, perchè 1 Pà troàt franco.
86. Lu 1 s'è 'nrabiàt, el velia mìr
ga 'ndà de déter; ma so pare, gnit de
fò, el Pà ciamàt.
89. E lui gh'à respondit a so pare:
I è ta£ agn che te ser\T , che no ta
desùbedesse; e mal ta m' è dat un ca-
vrèt de majà coi me amisi;
50. E dopo che P è gnit sto tò fiol,
che P à dioràt el fat so co le porche,
ta gh^è cupàt un vedèl engrassàt.
51. E lui gh'à dit: Hatèl, té ta se
sèmper con me, e toó i me laùr 1 è tò ;
39. E Pira nesessare fa past, e sta
alégher, perchè sto tò fradèl Pira
mort e Pè resussitàt; Pira pers e a* Pà
troàt.
Gasribuo Ros4.
DIAI.inn LOMBARDI.
»»
Dialetto Ciemokese.
il. Ch'era n'òni ch*el gh'iva du
12. EH pù gióven de lur el dlsè al
jttder: Pupa, dème la purziù del vò-
5ter che me loca; e IQ '1 ghc fé le part
del so.
is. Dopo pochi de, el fiól pu gió-
Ten el todè so tdt, e Tandè in luntàn
paès, e là el cansuinè tdt el so vivènd
da scapestrat
14. £ dopo eh' el 8' ave mangiai tot^
vegnè na gran carestia in quel pa^s-
1à. e lu'*l cumlnzè a'vighen de blsogn;
ift. E Pandè^ eM se mete asta con
en »iùr de quel paés, ch'el la mandè
fora col nimài.
10. E lu r aràf fina vnrìt impienisse
la pansa con le glande che mangiava
l nimài; ma nlsson ghe na diva.
17. Alora turnàt in IQ, el dlsè^
Quanti servitùr in cà de me pàder i
gh'à del pan da tra ^nso; e me chi
mori de fam.
18. Todarò só^e andarò da me pà-
der, e ghe dirò: Pupa, ò pecàt con-
trari siél, e In faccia a vò;
19. ?(esont pò degn d'esser ciamàt
vòster fiól ; tegnime come on di vò-
ster servitùr.
Is. E'I tudè so^ el vegnè da so
pàder. L' era anmò da luntàn, e '1 pà-
der d la vede, e '1 na sente cumpas-
>ià; el ghe core 'neon tra, el ghe tré
i brazx al col, e '1 la base so.
SI. En flólel ghe disè: Pupa, ò
pecàt contra 1 siél, e in faccia a vò ;
ne sont pò dègn d' esser ciamàt vò-
sterflól.
^ Alura el pàder al disè ai so ser-
vitùr: Purtè sobit fehi el pò bel ve-
stit, e vestii so , metighe 'n anèl in
dit, e dele scarpe ai pé;
9S. E mene chi el vcdèl {)u grass,
mazzèl, e mangiùm e stùm alégher;
24. Perché stc me fiól chi V era
mort, e rè resussitàt; l'era perse'!
s'è truvàt; e i cuminzè a mangia alé-
gramént.
28. El nói magiùr pò l'era a fora,
e quand ei végnè, e ch'el fudè a prof
a casa , el sente eh' i sonava , e eh' I
cantava.
26. El ciamè on di servitùr, e '1 ghe
dumandè cussa l'era.
27. E lù 'I ghe dlsè: É rivàt so fra-
dèi, e so pàder Tà mazzàt en \itèl
grass, perché '1 gh'è turnàt anmò san
e salf.
28. E lù l'andè in còlerà, e'I vu-
riva mlga'ndà'n cà; e so pàder el
venz fora, e 'I cuminzè a pregai.
29. E lu, rlspondènd a so pàder, el
ghe disè : L'è chi tanti an che ve ser-
vi, e ò sèmper fat né pò né men de
quei ch'i vurit; e pur ne m'i mai dat
gnanca en cavrèt da goder cui me
amich;
.^0. Ma mala pena che l' è rivàt sto
vòster flòi chi, ch'el s'è mangiàt tot
cun le done de mònd, sobit gh'i maz-
zàt en vitèl grass.
SI. E lù '1 ghe disè: Te, flol me, te
sé sèmper chi cun me, e tot quel che
g'ò de me. Tè anca tò ;
ss. L'era pò ben de giost d' avighe
gost e de sta alégher, perché ste to
fradèl chi l'era mort e l'è resussi-
tàt; l'era pers e'I s'è truvàt.
Ing, Elia LoMBAanini.
CAPO IH.
SAGGM DI VOCABOLARIO DEI DIALETTI LOMBARDI.
Spihsazioiib
Delle obbreHazUmi impiegate nel eegueiUe Vocabolario,
Alb. — AlbaiMie.
Ar. — Arabo.
Aim. — AnDÒrìeo.
A. 8. — Anglo-Sàssone.
Bis. — BaseueiiBe.
Ber. — Bergamaseo.
lor. — Bonniese.
Bt. — Bresciano.
Brian. — Brianzolo.
CaL — Caiedònico.
Cim. — Càmtyrlco.
Com. — Comasco.
Com. — Comovàllico.
Cr.* — Cremonese.
Cr.* — Cremasco.
i^. — Danese.
B-Or.— DialettfOrìent
B.Oc— DialetU Ocdd.
Bia. — Diminutivo.
Bbr.— Ebraico.
Fem. — Femminile.
Fer. — Ferrarese;
Fr.— Francese.
frio. — Friulano.
GaeL — Gaèlico.
Gen. — Generale.
Gr. — Greco.
IngL — Inglese,
fri. — Irlandese,
isl. — Islandese.
It — Italiano.
L. — Latino.
Liv. — Livignese.
Lod. — • Lodigiano.
Mant. — Mantovano.
M. Got — Meso-Gòtico.
Mll. — Milanese.
MII. ant. — Milan. antico.
Mod. — Modanese.
Nov. — Novarese.
Olan. — Olandese.
Pav. — Pavese.
PI. — Plurale.
Prov. — Proveniate.
Rom. — Romanzo.
Ras. — Russo.
8«M. — Sanscrito.
I Spa. — Spagnolo.
Sv. — Svezzese.
Ted. — Tedesco.
Tic. — Ticinese.
Tir. — Tirolese.
T. P. — Tre Pievi.
Tras. — Traslato.
Tren. — Trentino.
V. — Vedi.
V. Ani. — Val Anzasca.
V. Bl. — Val di Blealo.
V. Cam. — ValCamònica.
V. Cav. — Val Cavargne.
V. For. — Val Formazza.
V. Intr. — Val Intragna.
V. L. — Val LevettUiia.
V. Liv. — Val Livigno.
V. Mal. — Val MaleMO.
V. M. — Val Maggia.
V. Str. — Val Strona.
V. T. — Val Tellina.
V. V. — Val Venasca.
Ven. — Vèneto.
Ver. — Veronese.
Verb. — Verbanese.
Adrobasto. y. T, Pane di casa, o
ctsaUngo. Gr. Artos. Pane; Ba-
stoD. Inferiore, pia basso.
Adùs. f^7. Appontino.I.Adamas-
sim.
A g ò r d. Ji. Abbondante, di buon peso.
▲greià. Af<(. Affrettare.- i9r.eAf(ml.
Grezàr. -K. Grei&r.
w
PARTE PB1XA.
Ai. f. T, . Ei. mi. Si.
A i d ù. Br. Adesso.
Alò. f^. Anz, (Affermazione) Si, farò;
Aula ma. Si, faremo.
A Iba r 0 l.^r.VilelIo da uno a due anni.
A U a m i n é. MiU Grido di gSo]a po-
polare in occasione di nozze.
Alp. Gen, Pastura sulla montagna,
con ricovero per le mandre.-Goe/.
Alp, ailpy Eminenza; -^r.Alb.,
Mucchio.
Amada. Cbm. Zia. " V.V. e K M,
Anda. -Affi. Ameda e Medin;-
prei$o Como, Midìn. - D, Or.
Mèda. - y. ^nz. Amia, Amia.-
y. Co», N e n a.-f^ 7\ M e n o na {tign.
Zia paterna). - ^ A m i t a. - Gr. N a n-
ne.
Amba. Mil, Inclinato, obliquo.
A m b r e n a. Br, Corregglaolo per fer-
mare Il giogo ai buoi.
Amola. Gtn, Ampolla; dim. Amo-
lin. • L, Hamula.
Ampia. Br, - Ampi. Mil. Afa, dif-
ficoltà di respiro. Tra». Noja.
Ancóna. Gè». Tàvola o tela dipinta.
Andlghèr. Br, Cànapo.
Anghèl. y, Cap. Agnello.
Anta. Gen. Sportello , Imposta , an-
teaerratura.
Ante 8 in. MiL e Cbm. Piccolo agone
(specie di pesce).
Anlù. Br, Lo spazio compreso tra
due Alari di >iti. - BreL Ant iV.
Antù.
Aola. Br. e Marni. Lasca ( specie di
pesce).
A per. y, T, Steccalo che separa la
stalla dal fenile. - Gael. Apar an. -
JngL Apron. Steccato, recinto.
Após.Jlft7.-Apos. ^r.-Apùs. Cr.*
Dietro, dopo. - Z. Post.
ApròL MU. e Br. Appresto.
Arblòn, erblòn. Mil. e Pa9. - Ar-
bèly erbài. On». « ^0r6. Piselli. -
Goel, Arbhar. Biade. - Gr. Ère-
bi ndos. Geee. - Lai. E
sello.
Arella. Gen. Canniccio, (
L. Arundo?
Arènt. Gen. Vicino, rasei
Argiàdiv. y. M. Guaime
A r 1 i a. Mil. e Mani. Rilia,
perstizione.
Arsela. Mil. Nicchia , gu
chiglia. - Bret. Bara. E
Ars la. Br. Beccaccia, acc
A r t a n i t a. ^r. Pamporclm
tos. Pane.
Asca. Mil. Senza. - i^. Al
AscandiS. Mil. Pigro, p<
Àscara,àscher.^r.Spa^
ra. - Ascher in Br. «4
Duro, difficile.
Asfor. Br. Zafferano Talso
Asist. y. y. Conca del la
Assinènto. K.K.Assaifai
iinenza ento in quuta i
a formare il grado iugm
cendoti bonento per buon
lento per bellissimo. At
tempo fotte ancora «foto
modo Mito nottre Pr^Hm
Cora dieesi in varii hng
per nuo\'issimo, Nudènt ;
Simo, ed allri.
Assossèn, Sossèn. MiL
suo senno.
Astòcfc Storfc Stole. I
montano. - /.. Tctrao
lus. - 7(. Astore.- L. A
gello di rapina. - GaeL f
pe; omde Storg tarebU
montano.
Atta. K.Af. Padre. - M.a
Alb. A te. - Ba». Ai tu
Athair.
Aurizi, Orizi,Urizi. r
no. - Bor. Orivi. - Bom,
Àvas, àves. Gen. Vene d'
gIva-Butan I àves. S|
sorgive.
DIALETTI LOXBARDf.
59
labL fVrft. Ro6po. - Mil, Jnf, e Mant.
luso.
Iic a I é r. O*.*- B a e a 1 i r. iVofil. - B ii-
eilà. Pq9, Lucerniere, portalucer-
Di. -.orioli. Stampe. Sta in piedi.
Bada. MiU Socchiùdere. -Par. Bagà.
Socchiuso, rabbattuto.
Biga. Gffi. Otre da vino. -Bagà,
bagàr, sbagazzà. Cioncare, ine-
briarsi.-Goe/. Balg,bolg,builg.
Sacco, bolgia, pancia, ventre. -Ba-
gacb. Corpulento, panciuto, obbo-
so. - TVrf. Bau eh. Pancia.
Bagàj. Gm. Ragazzo, fanciullo, in
Mani. Biffn, ancora persona o cosa
di cui non si ricorda il nome.
Bàita. Gen. Casolare, capanna, ricó-
vero, /n y. T. tign, ancora Casa ;
tu alcuni imoghi del Mil, Cartwnaja.
Qmsta voce è propria di motte Un-
f/ue orientali, e iigniflca Casa.
Bile a. Mil. Br. e Cr.* Calmare, ees-
aaure; - Balcàss. Calmarsi.
Bilm. f^, M. Sasso, masso.
Salma. V, Anz. Cavità formata da
ina rupe.
Balòres. Mil. e Ber. Melolontha
Titis (Specie dlnsetto).
Bilèss. Br. Rozza, carogna. - Thu.
Mil. e Br. Vagabondo, furfante.
Bilsa. Br. Pastoja. - Gael. Balt,
belt. - Lembo, stràscico.
Baoiòl. Or.* Sgabello.- Boi. Ban-
zola, Banzolèln. Panca, pan-
chetta ; sgabello.
Baraónda. Gen. Parapiglia, im-
piccio.
larbèl. Br. Farfalla.
Bare. f^. Mal. Gruppo di case abi-
Ute solo in certe stagioni ; Nome
divarll villaggi.- Corri. Bargus,
iipiflea sopra il bosco.
Bardòc MiL Mentecatto.
Bàrecffr. Agghiaccio. Qud prato
0 campo in cui sógfiono 1 pastori
chiùdere II gregge.
Bargàt. Com. Specie di gerla.
Bari oca. F. T. Fame. K.SgaJosa,
e Ghèlne.
B a rz é v. Cam. Manglatoja. I.Pncsepc.
Base la. f^. T. Gràppolo. - Goef. B a-
gailt.
Basèl. Mil. Scaglione, gradino.
Basgia. 0.*-Basla. rr.*-Ba«la.
Mil. Vaso di terra pel latte. - Cr.^
Basgèt, Basgióta. - Mil. Ba-
stò t.- Pop. Bas Iòta, Basiót. Taf-
fèria; piatto di legno su cui si versa
la polenta, jllcuni lo vogliono deri'
palo dal L. Vas loti (vaso di ter-
ra)?
Bàzol, bàsgier. Mil, - Bàsol.
Mant. Bìlico; legno alle cui estre-
mità vengono apposti due pesi e si
mette in ispalla. - Piem, Baso.-i^.
Bajulum.
Bastàg. y. T. Canale fatto neirintcrno
dei boschi per agevolare T estra-
zione del legname.
Bcder. Bor. Ragazzo, fanciullo. -
Com. Bcarn.
Belzòm. y. K. Cencioso; Bilz. Cen-
cio; 0 m. Uomo. - Ted. Bilz. Fungo.
Benìs. A Oc. Confetti di nozze.
BenS. y. y. Veste làcera, cenciosa.
Bentàr. K ^. Bisognare, convenire.
In varii htoghi di più provinele fom-
ttarde diceti: Venta che vaga.
Convien eh' io vada. Lo ttet$o verbo
è comune ai dialetti pedemontani ,
e 8i adopera solo in terza persona
singolare del presente. E qui è
d'uopo osservare, come altri dior
letti abbiano voci esclusivamente
loro proprie a rappresentare lo
stesso verbo, cioè: il Ljod.^ il Mil. ed
il Parm. fanno uso del verbo Miàr,
il Bergamasco del verbo Se (imi , il
Begiano di Blgnàr, il Mil inf. di
yeriì^edaltri rilutici di %co$nkr.
00
PARTE PRIMA.
Uìkr si adopera tolo in terza pers.
sing. dialcuni tempi, Scumi ha il
participio Scumit, dicendosi ò
seùmity ec, per ho dovuto, e
cosi in alcuni altri tempi trovasi
unito aWausiliare; Ugnkr si adò"
pera anche neW imperfetto, che è
M g n a V a , oMf'a^ era d'uop(^ e S e 0-
gnàr /m parecchie voci in varii
tempi s oltre al particfpio Scognà.
Corrisponde al prov. Quignè col
quale ha qualche consonanza. Tutu
questi verbi hanno tnolta forza nel
laro significalo^ esprimendo ancor
più che il Fr. Falloir, il Ted.
Mùssen, e Fingi. To must. K
Scùmì^ eScognàr.
Bere. T, P, Lumacone ignudo.
Bercia. MiL Piàngere , lamentarsi
continuato.
Berdalón. y,T. Abito sdrusdto.
Berfòi. T. P, Bisacce, zinne.
Berna. Br. Carne vaccina.
Berna». Br, - Bernàz. Mil. - Bar-
nas. Pap.Paletta^ pala da fuoco. -
L. Pruna.- ^om. Sviz, Berna,
bernase.
Besàl. MiU Cencio , cencioso , dap-
poco.
B esca vii. Lod, Sconto che si fa
8ulla pesatura del formaggio.
Besià. MiL Pùngere, frizxare^Besèi.
Puntura, frizzo. - (>.• Bisièl. -
Man. B 8 i 1. Pungiglione.- /iiflf. B ee.-
S9, Bi]. - i)(m.Bie. - JrL Beach.
Ape. - Ted, B e i s s e n. Mòrdere, aver
prurito.
Best Ica. Brian, Garrire , sgridare.
Betegà. Mil. e Cr." Balbettare -Be-
la gòi. Balbuziente.
Bibin. y, T, FagiuoU. - Ingl, Beau
{Leggi Bin) significa semi di legumi.
Bi& f^erò. e V* T, Tronco d'arbore,
fusto.
Bicocca. MiL Arcolaio ; • Bicocà.
Barcollare.
Bigarol. Br. Grembiale.
Bighe. Br. Hugo , frondi d^ abete.
Biót. Gen, Nudo.- Afoni. Pan biùt
Pan solo.- Ted, Bios z.-Pro^, Bios.
B i r 1 0. MiL Tròttola, palèo. K. P I r là.
Biro. Gen, Bìschero ; piccolo chiodo
di metallo o di legno, che serve di
perno.
Bisàt. Br. Anguilla. - Ven, Bisato.
BIS. Mil. Riccio, ricciuto.
Biso. MiL e Poff. Amia delie api,
sciame. V, Besià.
Biùm, albium.Af//. La parte meno
colorata del legno , che sta Inune-
diatamente sotto la corteccia. - L
Albugo?
Biacca. T, P, Abito d^uomo.
Boba. Br, Minestra ordinarla da car-
cerati. - Mani. Abondanza , copii.
BodèS. Gen. Strèpito, schlamazio.
BoéS. y. T, Sùcido. - MjL Bois. Rih
stlccere , venditore di carni cotte.
Boffà. Mil, Soffiare. - Prv9, Bufar.
Bòga. Gen, Ceppo al piedi. Ghiozzo
(specie di pesce). -7*ed.Bogen.-
Gael. Bogha. - Sv, Boga. Arco.
Bojacca. MU, Poltiglia, melma.
Bojòc, bolgiòt. Aftff. Rapa sativa
oblunga.
Bondài. Br, Gorgo, profondità nel
fiumi. • Gael, Bonn, Bonnan.
Fondo.
Bonza. Gen. Botte lunga da trasporr
to. - Cor. Bondhat. Cerchio. -
Bret, Buns. Misura pel liquidi.
B òr a. Gen. e yen. Fusto Idi pianta scor-
tecciato, ed atto alla sega. - Afoni.
Vento di Greco-tramontana;)Bòrea.
Boràcia, boracina. Gen, Piccola
fiasca per liquidi, o pólvere da
caccia.
Borea, f. r. Trivio.
Borda. Lod. Nebbia, y. Barda.
Bordòc. MiL Scara&gio.X. Blatta
orientalis.
Bordonàl. Br, Alare, capifuoco.
MAUm UMIBiAlM.
61
■orèla.Ar.Pall<ola-Borclà, bor-
ia. Gm. Kotolire.
lorgiBt. F. r. Ponàngtoi.
Btrgàa. Br. AKeire.
Bérla. Gm. ed if. Alterala. • GaeL
Borr, Borra. Saperfaia.
Borie. Mil. Somaro. - fV. Borri-
que. - Sp. Borrico.
Borio. Gen. Capézzolo. - Gbr. Bron.
Bammella.
Borinéri. rer6. Uragano, tàrMne.-
GaeL Borra». Ira.
Bornio. (pfii.Gliilgl«9 IMlla. ' Pt0.
Bàrnisa. - L. Comburens?
BÒ8. Br, ]fontoiK.»Booa. Pècora. •
BooarL Agnello. - Teik Bock. -
IL Becco. - Cam, Boc Capro.
Bòia. lofi. BoIDdiia del latte messo
al fooeo.
Bosin. Mii. GonfadlBO deirAlto Ml-
IÒ8S0L Br. (Creolo di persone rac-
colte per trastallo. -Ker. Bòssolo.
lòt y, T. 0 MiL Volta, Uta. - Kerb.
lotta, votta. - Laura a bòt in
tutta la Lombtardia $ Ai mot^ altre
parti ^Italia tign» Lavorare a cót-
timo.
Brimà. K T. Piov%giiiare. - Gael,
Braonich. PfoTlgglnaie.
tram ina. QmL Nubi grigiastra, fo-
riera di temporale.
Brandi nà. D. Oce. Alari. - 7*ed.
BrancL TlaiOBe. • Goil. Brann-
dair. Graticola ferrea.
Br&adola. K. dar. Sbarra di legno
•al pendio d^on monte.
Brandòs(A). Br, in aboodanza. iVep2/
oUri dialetti A branca iign. A
Igiene mani.
Bruca. Gem. Bragia.
Brtda. Br. Podere con casali. Pr»-
dlim?
Brèia. y. T.eBr. Casa diroccata, ro-
dino.-0rsl. BrelD. Cancrenoso. -
Brogli è tmeke nam di paeu.
Br em à. iV^i. i^B. Soppestare, romperei
Breva. y. T. Vento di levante, nan-
ilo di pioggia. ^M/ làrfo 0 sul Kofw
bona tigm. mi vento regolare quo-
tidiano, che spira da Greco-levan-
te.-7tel. Brezza. -/iiyl.Breeze.
Brevà (.Orni. Vento forte di levante.-
Brevagérl. Uragano.
Bric,brica, brig. AOr.Bricclolo.
Nulla, punto, mica. -Afofil. Bri sa,
voce emiliana s che iiffnifica Mica,
non. - Goal, Briseadh. Frattura,
frazione. - Brei. Brlsa. • F)r. Brl-
ser. Frìare.- Ted, BrocÌLen. Brìo»
dolo; sminuzzare.
BricoL MiL Erti dirupi, balze. -
GaeL Brlg. Cùmulo, mucchio.
Bri gola. y. T. Otre da vino.
Bri 08 ce t y. y. Ginepro.
Brlsa. MiL Brezza tramontana.
Brissón. 7*. P, Asprella per lavare
stoviglie.
Britola. y. T. e Br, Coltello da sac-
coccia.
Eròe, broca. Br, e MiL Ramo d'al-
bero. La 9oce Broca è comune a
molti altri dialetti di Lombardia e
d^ Italia, Ne derivò a tutta FEuropa
la 9oce brocato, che eorrieponde
al franceee ramage.
Bro^. y. Cofi. iQgiallito, vizzo. Dìeef^
delU fogUe degU àlberi. - GaeL
Brog. Triste.
Brojér. Br. Cespuglio, macchia.^ fV*.
Bruyère?
Bromà. yerb. Gridare, schiamaz-
zare.
Bròmbol. Br. Tallo del càvolo, che
comincia a fiorire.
Bronda. y. Ciap. Chioma; oNcAo Capo.
Broppa. y. Anz, Ramo d'albero.
Brovà, brovàr, broàr, sbrojà.
Gen. Sboglientare, scottare.
Brùg. Gen. Èrica.- Brùghéra. Eri-
ceto. - fV*. B ru y è re. - i9rel. B r u g,
Brnk.
09
PARTI PRIMA.
Bruga. V. Co», Piccolo promontorio
sopra un monte.
BrQgiy brogli. MiU $ Arfmi. Mug-
gire^ ed anche Rugghiare del tuono.
Brumaduri. f^ Co», Far bollire,
cuòcere nell'aqua. - Fcne daWlt.
Prematurare?
B r u 8 ò 1 a. MiL ìnf, Vespajo, ed anche
Favo. - Afoni. Bresca.
Bugà. Brian, Il rumoreggiare del
tuono.
B u 1 a r d é. MH. Frastuono , chiasso.
Buio. Gen, Bravaccio, prepotente.
Burda. O.® Kebbia. - MiL e lod.
Borda.
Burné. f^. Jnz, Bacino formato dal-
l'aqua stagnante. * GaeL Bùrn.
Aqua.
Burza. Br, Argine erboso del campi.
BCiscelèUf^.TMJImus suberosa.
Buza. K.f'. Torrente gonflo. - f^erb.
Torrente che serve a trasportare al
piano i tronchi d'albero.
Caedù. D. Or.^ Cavedòn. D. Oc.
Alari, capifoco.
Cagli ù. ^. Pìccolo.
Càis. K. T. Pècora novella. - Gael.
C&lse, càls.-Onnò.Caws, caas.-
Ted. Kase. - L. Caseus. Cacio. -
Gael, Coaraich. Pècora.
Cai ss. K T, Rana arborea.
Cajal. y, M, Càrico enorme di fieno.
Cala. Mil, Mancare. Prw, Caler.
Calàster. Mil, Sedili, sui quali pog-
giano le botti. - Cbm. Calatter.
Sostegno che tiene ferme ed unite
le parti di un tutto.
Cali./>.0r.-Calizen.O.*-Calisna.
Po». " Carisna, calùien. Mii, -
Galosen. V, Cam. - Calùzene.
yen, Foliglne.
i^eiWt, Mil anU Gasale, abituro al-
pestre rovinato. - fV. Chalet. |
Calméder.A". -Calme. Aftfl.-llèta.
Gen, Calmiere.
Calobróza. Br.' Calabrusa, ga-
1 a V e r n a. Moni. Brina, gelavennl.
Calsèder. Br. gecchU di rame.Cal-
cidra. - Gr, Galcos. Rame. Tdor.
Aqua.
Cambra. Br. Arpese. - Cambra.
Sprangare.
Cambròsen. A^. Ligustrum vul-
gare.
Caminada. Br. Sala.
Càmola. 6eii.Tignuòla. -6ae/.C a n n a.
Cane. y. T, Piàngere.
Canada, y, T. firan fame.
Canaja. y. L. Fanciullo, ragazzo.
Canàvola. y. Co»,' Canàvra. Af/t
Collare delle vacche, dal quale peo-
de il sonaglio.
Cane. Br, Capelli grigi. £. Canus.
Canèe, y, y. Stanza diroccata.
Cantar ana. Mil, Fogna, chiàvica,
. cloaca. - Gad, Cannràn. Palude,
stagno fiuigoso. - Arm. Can. Car
rogna.
Cantir» cantér. Gm. Palo lungo ,
che serve a formare i ponti da fa-
brica.
Caput. Br. Cupo, profondo.
Caragnà. D. Oc. Ragnar. Mani,
Piàngere leggero e continuo.- C a r a-
gnada. Piagnistèo.- Caragnènt
Piagnolente.
Caràs. ^r.-Caràl. MiL Palo grosso
da vite. - L. Charax.
Carebe. ^. Luogo stèrile e deserto;
anche Trivio e quadrivio. - K. Ca-
róbi.
Caréé. yerb. Gioncajo, giuncheto. -
L, Carectum.
Carezà. y. y. Ingrassar bovini per
macello.
Caróbi. Gen. Quadrivio.
CaròL Cr.« e i?r.- Cairo. MiL Tar-
lo; ed anche la pólvere che questo
insetto produce. - 1. Carlos.
DIALBITI LOMBARDI.
65
Caròga. Carugola. MiL Melo-
lontha vitis. - Jrm. Crug.
Caspa. Br, Gaochii^ per fornace.
Càt K y. Legna spaccata.
Catamò. Br, CotrHtoia.
CatigoL 0.« SoltèUeo, dilèUco.
Càola. y, Anx. Strumento chesen'e
a portar pietre soUa schiena.
Cavàgn. Gen, Paniere; Dinu Cava-
gna.
Càv ed. Mi/. Tralcio novello della vite.
Cavedagna, cavdagna. Gefi. Viale
che separa on campo dalPaltro , e
serve di passaggio ai carri pel tras-
porto dei riooltL - I^ Caudanea.
Lembo laterale.
Gavèz. BiiL Assettato , acconciato. -
Caveizà. Assestare, ordinare.
€erìt. Cr,^ SbigotUto^ maravigliato.
Chigi ìL y. U9, Qoi, ivi. f". Chilo.
Cbilbi. Tfe. Festa patronale. - Ted,
Kilbe.
Chilo. f^erò.Qni,qoa.-£. Hic loci?
Chiloira. K. Jnz. Faggio.
Chiror. y, y. Avellana. - y, T. Cò-
lerL -£. Corylns.
Chisòl. y. T, AgneUo di circa un
anno.
ChitèLr.r. Sottana.-red.lLittel.-
Gr. Chitoo. Tùnica, y, Còtola.
Chùs. Tic. Tormenta, pioggia con
neve. - Ttd. Spìz. Gugsete.
Ciii. MiL Sciocco , scimunito - Cia-
lada. Sdoccherìa.
Cicia. y. T. Pècora.
ClèaioL y. M, Sòbrio, temperante.
Cisid. y. y. Sonnolento. -Gr. Koi-
mào, Koimiio. Dormire; d'on-
de Cimitero?
Cina. y. y. Capra.
Cloe Gen. Ubriaco - Ciòc. Br, Tocco
di campana- Clóe^ clochin , nei
Melfi pedemtmkmi s^Xampana,
«■panello ; Cloche. Campanile. -
CU. Goocalr. Ebrioso.
Cióga. Br. Ottimo, squisito.
Ción. y.T. Porco, n^jale.- F.Suni.
Ciórla. ^r. Yaccherella magra.
Clutter. Sor, Guardare, osservare.
Èuiolo nella voce Ciutta. Guarda.
Civéra. y, Jnz, Gerla. - Mil. Sci-
véra (proso il Maggi).y.y.ScìO'
vera.
Clòt, cròt. Br, Cassettino. - jirm.
Rlued. Chiave.
Clòt. Br. Sazio, satollo. - Jngl.CÌO'
yed. Satollo.
Coàt y,T, Campo, o Prato fra selve
e rupi.-iirm.iLoat.- Cbm. Coat.
Bosco.
Cobese. Bor, Sacerdote.
Cobgia. y. T. Fune da legar some
sui giumenti.
Còbis. Br, Casuccia.-Gael.Cobh a n.
Casetta, luogo sinuoso. Di qui forse
l'ital. Capanna.
Cobìs. Br, Moltitùdine.
eòe. y. y. Sasso. Coccio in Italiano
iignipca un frammento o vaio di
terra.
Coca, y y. Vecchiona.
Còden. Mil, Ciòttolo, sasso. / Luc-
chesi chiamano C ò t a n i ^ ciottoloni-
Cogia, scogia. Tic, Frana. Scoglia
in Italiano è lo $te$io che Scoglio.
Colla. Cr,^ Porca di campo arato.
Colma. Mil, e yerb. Cima, vetta. -
L. Culmen. - Ted, Kulm.
Com bài. Mil, lungo VAdda, BatteUo,
burchiello. -/>. Cymba?
Com oc. Br, Purché, a condizione. -
L, Cum hoc
Comòd, comòt, cmòd. D, Or. Co-
me? - L, Quomodo?
Con tra. yerb. Ripiano d'ogni sca-
glione di collina coltivata a poggio.
Copie. ^. Capovolto.
Còreg. Al ^/. Carrucdo, guardMnfan-
te. - L, Curriculus?
Co rno. y, y. e y. T. Sasso, ciòttolo. -
Arm, di yannes, Corn. Sasso, roc-
cia. - Coi. ed Irl, Corn. Sasso.
8
«a
PARTE PRIMA.
Cor nòe. V» r. Angolo di stanza. -
Com. Cornat - Jngl, Corner.-
GaeUe Comò. Cearn, curra. An-
golo^ cantone.
Coróbia, coràbia. Aft7.-Colóbia.
Pop, e Cr,^ Aqua grassa^ nella quale
furono lavate le stoviglie. -Z.Col-
luvies?
Corùzzola. Com, Salamandra.
Cospe. r. 7*. Scarpe di legno.
Còtola. D» Or. Gonna, gonnelIa.-Cò-
fola appartiene a tutti i dialetti
yèneti. - Gael, Gota. - L, Cotta,
Tùnica. - Ehr, Cotan. - Gr,
Chiton.
C5z. y, V. Veste rattoppata. - Tea.
Kos 8 e. Coperta grossolana.
Grap. V. 7*. Macigno, greppo. - Arm,
Grag. Granito. -Gae/.Gr e ag. Rupe.
C ras pò la. T, P, Scumaruola.
Crenà. Cr.* Stentare. ->^nii. Cren a.
Agitarsi , dimenarsi.
C renna. MiL Fessura, screpolatura.
eros. r. Jnz, Ruscello.
Crosàt. y. T. Giubba.
erosela. V, M, Ribes. - Fr, Grò-
seille.
Crdss. Titu 0fV6.Cavo. -fV.Cr eux.
C rot a. i9r. Tòlta di ponte. - Piem.
Carcere.
Crul. Tic, Accosciato. -Crusclàss.
7Yc.-Scrùsciàss-giò. UH, Acco-
sciarsi.
Cubano. Or.** Villano, forense.
Cucca. V> Os», TVware in genere, ra-
dere i capelli.
Culmégna, colmégna. Mil, Comi-
gnolo dei tetti. - £. Culmen.
Curpen. MiU Terra colorante.
Cusetta. V, Af. -Guse. V, T.-Cos.
V, V, - Curetta, cusetta. UH,
Scoiàttolo.
Dagnò. V, V, Dopo.
Dalfì. Br, Lampo- Dalf ina. Lampeg-
giare. - Gaiel, Dea fan. Fùlmine. -
Gr. Da lof. Fulgore..
Darà. Br, Cribro, crivello. - V. T.
Tràina, baroccio a due ruote. -
Gaieh Darbh. Traina, carruccio.
Darbiò. 7Yc. t Vwb, Cerchio di le-
gno , col quale si dà la forma al
cacio fresco non ben rappreso.
Dardér. Br, HIrundo riparia.
CAiomosi Dàrdan,Dardaoèl ne-
gli altri dialetti lombardi.
Darenòo. K F, Frana.
Da réni, y, y. Tenace, stinco. - Afi7.
Difficile, scabro.
Dartòo. y. V, Colatojo del latte. -
Arm. Dar. Colatojo delle cucine.
Laveggio.
Darul. UH, Scabro. Da R fisca. Cor-
teccia. V,
Daùra. V, T, A8colta./r. Da aures?
D a z a. ^. Ramo d'abete.- D a z à. Sfron-
dare, dibruscare. - Gr. D a su s. Ir-
suto, peloso.
D e d a. Cr,^ Zia. - Mani, Sorella - Ded o.
Uant, Fratello.
Delèg. Br, e Mani, Grasso di porco.
y. Lédeg.
Dema. Br. Maniera, guisa; Settima-
na. - Gr. Dem a s. Forma, figura.
Denà. Mil, Ant. Da lungo tempo. -
L, Diu?
De ria. UH. e V. T, Noce smallata.-
Derlà,derlón. Pop. Mallo-Derlà.
Smallare.
Derma. Br. Appoggio -Derma. Ap-
poggiare.
Derùscà. Mil. Scalfire, spellare. -
Derùsc. Rùvido. - /Vop. Drùc.
Da Rùsca. y.
Desà. y. T. Ornare 9 acconciare. -
Cai. e Gad. Deasaich.
Descuatà. UH. Scoprire. • Frw.
Descatàr.
D e se u m i kJiiLAn. Snidare, sfrattare*
Desenestrà. Br. Sconnèttere.
D e s è n t. i9r. Coii chiamanti nette fer-
riere gli alunni che apprèndono il
MALRTl UWBAEDI.
65
mestiere. - L, Discens, dlsci-
palas?
DesfaDti.5r.e Ter. Stemperare, sdò-
glfersl y svanire, y. Sfantà.
Desmissià. ^r. -DetmissIÀr. Afoni.
Svegliare. Qnetla «oee è propria di
tuUi i dialeiU oèiM.
Desmomboli. Br. Dissestare.
Desse dà. MiL Svegliare, destare. Il
contrario di Sedare.
Destro. V. T, Sporco, sùcldo. -7Vd.
Drist. Lordura. - IngL Dirt.
Diana, ér. Lo spuntar del giorno.
Die re. F. V, Faccendiere. - Ted,
Dirne. Serva.
Dina. A^.eK.r. Tardi.-Gr.Dynai.
Al tramonto.
Diròn. y. Bi. Vòlta di casa. SoUjo.
DoleL y. M. Piegare. T. Dnlcas.
Do m à , m à.Geti. Solamente.- Prw, M a.
Drèn.f^. ilf. Lampone.- ^rm. Draen,
dren. - Cam6. Draen. - Com,
D r én. - Gaél, Dr e an. Spina. Lam-
pone.
Dròd, Orni. Vègeto , rigoglioso. Dt-
tni d^àibero,
Drav. K Anz, Grasso , robusto.
Druza. Br. Péntola.
Dngàl. 5r. e Mani. Canale e solco
nei campi e sui colli, per raccò-
gliere e condurre Taqua piovana.
F^rteéal L, Ducere?
Dàlcas. Com, Pieghévole , Heasìbile.
lAteii di ramo d'albero. - L. Dul-
cii,docilis?
^hen, èien, èseL Br. Cytisus
laburnam.
'Uà. MiL Ladgnolo; pennecchio,
lanetta di line, # $èmiU.
Papesca. Br. Disgradlre. - Gr. En
Puko. SoffrirM.
KmpUtà. Br. - Piisft. Miil. e Com.
^ceèadere.- A#aiiL0 f^ir. I m p issa r.
Empizolis8.i9r.eK(Br.Sonnecchiare.
Encalmàr. Br, Innestare, inserire. -
liiant, e Vtr, Incalmir.
Eneo, anco. Br.-Inco.D. Oc, Oggi.-
Ven, Anco, ancùo. - 9iem, In-
coi. - fVop. Enq u^h u y. Anch^oggi.
Encogolà. Br, Ciottolare -Cògoli.
Ciòttoli.
É n d e s. MiU - É n d a s. Moni, Guarda-
nìdio, uovo nidiate. - L, Index?
Engazà. Br, Infocare, accèndere le
brage.
Engermà. ^. -Ingermà. Af^/.-Fa-
tare, rèndere fatato.
E n g i n à.^r.Impacclare, imbarazzare.-
Fr, Géner. - Goe/. Geinn. Strìn-
gere, prèmere. - Com, Gene. Ves-
sazione. - Fr, Gène.
Engnorgàs. Br, Musare, star sileni
zioso e triste.
Engremìs. ^.Accorarsi, asside-
rarsi.
Enledà. Br, Infangare.- L, Lutum.
Enregais. Br, Divenir rauco.
Enrenghis. Br, Intorpidirsi.
Enrossàs. Br, Adunarsi a stormo.
y, Ross.
Ensapelàs. Br. Imbrogliarsi.
Ensìn. Br, Senza, a meno.- 1. Si ne.
Ensorgàs. Bv, Ubriacarsi.
Entapàs. Br, Vestirsi bene.
Éres. K. 7". Figlio maschio. -/r.Ha»-
res?->^iyofidr/o dioeit'Rédesper
Ragazzo ; a Bìoxìzom R a ì s s a; a 7Y-
roxìo Rais.
Ergna. Mil, Édera.
Èrteg. Mil, Grosso, fitto.
Essevrèzza. Mil. Ani, Agevolezza,
piacere.
Fabio. K. Anz, Zùffolo di scorza d^àl-
bero. - Mil, Sciocco.
Falca. Bor, Bianca, Falba. HietMi di
vacca, 'Ted, F a h 1. - Ingl, Fall o w.
66
PARTI PRIVA.
Fi 1 cor. ilft7. Funi che fermano il gio-
go al collo de^ buoi.
Falò p a. Mil. Bòzzolo mal riosclto.
Faltr&m. Br. Immondizie ^ cose so-
dide di niun pregio.
F&n£. K L. e MiL Jni. Infante.
Fapèi. ^r. Ingaggiatore.
Farloca, farfojà. Mil. e Br.'Fer-
loci. Cr* Balbettare, parlar con*
fuso.
Fardi. Cr.*Castagna lessata, sùcdola.-
j4rm. Faruèl. Ballerino, sciocco.
Farii, feru, farùf. Mil, e Or,* Ca*
stagne sbocciate lesse.
Fasséra. D.Oe, e Br. Forma, cali-
bro.
Fàt. Mil, Sciocco, tastpido, senza
sale.-^. Fatuus. «fV*. Fade, fat.
Feda. y. T, Pècora; Sacco di pelle
pecorina. - £. Hsedus. Capretto.
Feràl. MiL Sangue porcino cotto.
Fergui e fregul. Gen. Brìcciola.
Péne dal L. Friare?
Fers. Gin, Rosolia, morbilli.
Fés. Br, - Fi ss. Berg, Molto.
Feta. V, T, Cado fresco.
Fiàp. Gtn, Appassito, vizzo.
Fiègol. ^. Flessibile, fiévole.
Fièl. y. T, e Br, Coreggiate , o bat-
tente. - Jrm, Flbla. Bàttere a
grandi colpi.
Fiòca, ^r. Falce; Dim. Fiochèl,
fiochi. - Gael, Fioba. Scure bèl-
lica.
FI à ber. Br, Denaro falso.
Fò. Mil, Faggio. - Prov, Fau.
Fòfa, fifa. Gm. Paura, timore; Ma-
rame, scarto.
Fògn. r. L, Tento di sud-ovest. -
Mil, Raggiro furtivo.
Fogna. MiL Frugare; Nascóndere.
Fol. y, T. Sacco di pelle per la fa-
rina.
Fòlfer. Mil, Ani. Scaltro, destro.
Fomela. y. Co». AJuòla; piccola area
coltivata sui monti.
Fopa. MiL e Br.Fossa.- 1
pù. Sepolcro comune,
Fosna. K. Af. Praticello
un campo. - Gael, Fo
scolo artificiale. - 6c
Foss. Steccato. - ^rm
circonda un campo , e
Fracà. Br, Prèmere.
Fràina. Br. Loglio.- ,
perenne.' Mil, Grane
L, Polygonum fi
Farrago?
Fr aza. i9r. Neve congel
del fràssino. "Gael.Fri
Pioggia gelata, grandi
Frégola. Br, efer. -Fr
gui. Mil. Brìcciola. K
Fri ne. Br, Grìcciolo, ca
Fril. y, Pregallia. Sano
Ted. Frisch.
Froda. Tic. Cascata di fl
rente e simili. - y, Jì
y. Far, Frùa, Frùt.
maii An der Frut il
tuato jnregio la cotcofa
Fui, fol. Br. Cartiera,
chiera ; F u 1 à. CtUcart
re.- Fr, Fouler.
Gaba. Gen. Pianta, i cu
tagliati a corona sin pr
G abi. Or. Mandriano. - Gi
Capra.
Gabin. y. T. Vestito da
Gabinàt. y. T. Regalo f
tina deir Epifanìa a eh
parlare ad un altro. Da
(Dono) e Nacht (Notte
Gabor. Br. Cosi il vali
sciano chiama il contadi
Gaér. Br. Lolla, pula.
Ga j a. Br. Capecchio-GaJ(
rimasto suir aja. - Gr. (
leggero.
DIALRTl LOMBARDI.
67
Gajòf IL Mit.^ Po»,, Cr^ e Mani, Sao-
coeda.
Gajàm. y. T. e Mil. - Gadm. Br.
Mallo. • Oesgaòmà. Br, • 8ga-
jomL yerb. - Sgajulà. f". r.
Smallare.
Galbéder. Br, e MmU • Mil, Gal-
bé. Rigògolo (specif i: ucotlio), -
I. Galbula. - TmL Gelb. Giallo,
colore di$Unii9o di guest' uccello.
Gal ed a K. T. Blgonciuolo di legno
con coperchio e lunga cannella per
bere, ueaio ancora dal volgo in V, T,
Gale dora. Cbm. Gabbiano. - £. La-
ma canus.
Gale, galér. MiL e Br, Fosso dei
condapelle; Mortajo.
Galera. Mil, Ruspa, treggia per rac-
oorre e trasportare la terra.
Galìtt, garìtt. Mil. Sollético, di-
MeUco.'Br. Gatigol.-6r. Gelao.
Rìdere.
Gal5f. Br. Burla- Galofa. Truffa -
Gaio fa. Truffare.
GambiSy gamblsa. K. 7^. f ffr. Col-
lare di legno per legare il bestiame .
Gamina, ghemina.Afl/. Complotto.
Gamìr. Mil. Jnt. Gomena, menale.
Gamissèl, gómlssèl, remissèl.-
Gen. Gomitolo. - f^er. Gomissièl.
Ganda. y. T. Masso staccato da ru-
pe; p[. Gandl.
Gandiol, gandol, gandóla. Gen,
nòcciolo della clriegia, della pesca
tiimiU, - Gandia. ^erb. L'Amàn-
dorla contenuta nel nòcciolo - Gan-
dolìiL. Seme. - L. Gianduia?
Ganga, Ghenga. Mil, Spazzatura
dei eessl che serve di eoflcime.
^airb. Br. Acido.- ifonf. Greggio.-
Goel. Garbh. Aspro.
^^mera. Cr.* Scopa, granata.
GirUa. yerb. Lo strobilo , o la pina
<idle piante conifere.
^^ròt. Cbm. Mucchio di sassi nel lago
PerpIgUarvi pesci.
Garovàt. y, T, Corba grande per
condurre II concime.
Garrig. Orni. Calcinaccio.
Gàtol. Br. Salcio, sàlica. - L, Salix
caprsea.
Gàuda. y, T, Mucchio di sassi for-
mato da una frana.
Gavada. Mil, e Br, Tenaglia mor-
dace per ferri rotondi.- Com. Ga-
var. Granchio.
Gavard. 0-.«-Gavil.Afanf.PaIetU
da focolare.
Gavetta. Mil, Filo di ferro. - Afoni.
e yer. Cordicella, spago. - Mani
Gav. Grossa fune.
G a V i n è 1. Mil. e Mani, Acertello. . i.
Falco tlnnunculus.
Gazol. Br. Castagneto da frutto.
Gè a. Mil. Peluja (la pelliccina inter-
na della castagna).
G e e e h i s s. Mil. Intristire , dima-
grare.
G e i^t à. y. ^.Figliare. - /,. G i g n e r e.
Gèr, ciàer. y, T. Assai, guari. -
Ted. Gar.
Gèrb, zèrb. Mil, Sodaglia , terreno
stèrile -Deszerbà. Dissodare.
Gheba. Ar. Nebbia. -T.r.Ghèb ia.-
yerb. Ghiba.
Gh ed a. Br, e Mani. Grembo. Gh ede
de la camisa. Gheroni.
G he in e. yerb. Fame. y. Sgajosa.
Ghèo. Br. Vezzo.
Ghèz. D,Oc. Ramarro. K.Lingorl.
Ghia. y. y. e Mil. - Ghiadè. Pav,
Gujól. 0.« Pùngolo dei bifolchi. -
Sp. Guiàr;-«9p. Aguijar. Pun-
zecchiare. - Com, Gnu, Gè u. Lan-
cia, freccia, y. Gol.
G h i a V i n a. y, Jnz, Frana; negli al-
tri dialetti Tic, Uvina.
G h i n a 1 d i a. Mil, ani. Destrezza, at-
titùdine a checchessia.
G hi rio. Br. Vòrtice.- Ingl. Whirl.
Giàcol. Mil. Verga del coreggiato.-
Gael, Geug. Ramo d' àlbero.
«8
PAETB PRUA.
Gitfvaròt. Presio BriHo $ign. Perti-
cone, che serve a frugare nelPa-
qua per isfrattame i pesci. Si lega
a Giavellotto.
Gibigiana. MiL Bagliore, riverbero
di sole fatto ripetutamente eolio
specchio. In Mani, e Cr.^ dieesi
La Veccia.
Gina. Mil. Caprùggine. - K. Ina.
G i òa. f^. Ca9, Strumento di legno per
estrarre le castagne dal mallo spi-
noso che le ravvolge. - Mant. Stru-
mento di ferro col quale i falena-
mi assicurano le tàvole da piallare,
detto Granchio.
Giòia. Br. Allegrìa.- K K Spalla. -
Gael, Gì olla. Gióvane. - j^rm. e
GaeL Giolam. Loquacità, garru-
Utà. Festa.
Glòria. Br. Tristezza. - Gael. Giu-
ra m. Pianto, gèmito.
G i 0 r 1 i. KM. Vezzeggiare.
Gir. f^. 7*. Andare, gire. -i?om. Gir.
Gius. MiL e Piem. Sugo.-^. Jus. -
Gì ussós. Succoso. -I. Jus. Brodo.
Giusti, r. Jl#. OrigUare.
GÌ a su. Br. Bache di mirtillo.
Gnàl. Br. Uovo nidiale, barlacchlo.-
K Éndas.
Gnèc. Mil. e y. T. Svogliato, triste. -
Gneca, gnechisia. Mil. e Br,
Svogliatezza, languore.
Gnèra. ^r. Canile.
Goga. Mil. e^r.-Gogla. PoP.-Fa-
80. Brianz. Buffetto.
Goghetta. Br. Gozzoviglia.
Gogò. Mil. Baggòo. - Gr. Goggyn?
Gol. ^r. Pùngolo; Gojà. Pùngere,
spingere.- Afoni. GoJadèl,GoJdl.
Pùngolo. -K. Ghia.
Gòlp. MiL Carbone, malattia nota
del frumento. 'GaeL Guai. JngL
Coal. Cbm. Kulan. Ted. Kohle.
Olofi. Kool. Dan. Kul. ^p. KoL
Bue. Ugol. Carbone. K. Gùà.
Golzà. MiL Ardire.-/Vop. Gauzar.
Gómena. Gen. Gómena, ni«
Bas, Gumena. - Sp. Gum
Gora. MiL L^ ossatura o sci
delle barche. - GaeL Golrt
parato , armatura , scheletl
Go rg 0 n è 1 a. Br. Canale che 8
scaricatore ai mulini.
G 0 r i n. MiL Vinco, vétrice. An
ììx vlmlnalls.
Gorla. Br. Buco deiraquaio.
Gorlere. ^r.-Corlera. Mi
gliature.
Grà. r. r. Vecchione. - (jT. G
Jrm. Grach. Vecchia. •
Gruah. Vecchia.
Grafión. D. Or. Marchiana
di ciriegia grossa).
Gramezza. Cr.^ Gramàglia.
G r a t a. fir. Grappo, gràppolo.-
Vinacce.
Grébegn. ^r.-Grébanl, S|
ni. yer. Greppi, terre stèrll
sose. - K Gèrb. - Ted.
Rozzo , inculto. - GaeL Grl
Gregna. MiL Covone di riso
Grann. Riunione di qualsii
mucchio, ammasso. - Gael.
nan. Covone.
G rema. MiL - G r i m à. Pop. i
zare con ferro caldo. - à
mare.
Grenón. f^. K Nebbia folta.
Grezà. Br. Affrettare, aizza
Agreià. - GaeL Greasal*
frettare.
Grignàpola.i?r.-Gregnap
Cr." - Sgrignàpola. Ber
g n à p 0 1 a. yer. Pipistrello
mammifero presio il Pape
yerbano chiamati ancora 1
ratt, Usèl-ratt; a ijodi
sg olaidò, dò che $*accottai
plemonltftd^ R a 1 1 a- v ol òi ri
Gri ugola MiL ani. ManL
Giùbilo, gioja.
Grinta. MiL Cipiglio, Vlsot
DIALETTI LOMBARDI.
«0
Orlt y. T, Malcontento. - Gael
Gread, Graidh. Cniecio, ansietà.
GriioI, Sgriiol. Br, e Mant. Brì-
Tldo. - Ingl Gri sly. - GaeL Grea-
dhan. Brivido.
Grom. Br. Granchierella. - £. Cus-
cuta Europea.
Gòà. MiL Carbone, malattia nota del
frumento. - CaeL Guai. Carbone.
f. Gòlp.
Guà p. r. r. - Gna p. K K Scodella,
nappo. - 7*fld. Napf. - Jrm. Gob.-
. Fr.^ Gobelet Tazza, bicchiere.
€a a massa, gua rnèl.Cr.* e ifanf.
Gonna, gonnella, guarnacca.
Gài dà ss. Gai. Padrino; fem. Gui-
dassa. Madrina.
Gafa. Fr. Pianta, che nei boschi ce-
dui è segno di contine, o partizione.
GuìndoI, Ghìndul. A Oc. Arco-
laio. - /Vip. G u i n d a n. - TikI. W 1 n-
dc-Còm. Guins. Vòrtice; dìodi
del venia.
Oùmì. K. 7*. Piovigginare; Gùmet-
ta. Pioggierella. - Gtiel. Cumha.
Piangisteo.
iad. r. T, Gran freddo; ghiado.
Idròglia. r. r. Millanteria.
iKnòga.Jftff.ati^Qui.^. Hlc loci?
iUni. Br. Belladonoa. - £. Atropa
Belladonna.
Ilògi. MiiL cmL Là. - L. Illuc.
Hit. Or* Treggia. - Mani. Slitta.
im. r. Mal. Basso, imo - Aim. A bas-
to.-!. Adimum,
loibeseL T. P. Mischiarsi.
Inbàstemàt CSr.* Adirato, corruc-
ciato.
l^kronzài. Or.* Inooilertto. DÌ4se9i
dd tempo e del elima.
'flipronà. KT. Atterrarc.-Gr.Pro-
neyein. Abbassare. - L, Pronus.
China.
Ina. Br. Caprùggine delle doghe. -
Ina. Fare le caprùggini.
Inasta. Ali/. -Inastar. Afoni. 0f^0r.
Allestire, Preparare.
Incrùscàss. O*.' Isttzzirsi.
Indemnàss. Cr.* Formar vòrtice.
Dieesi del vento.
Indevenà. Mil Aggomitolare, in-
cannare.
Indevià, i ndù via. Br^on. Viglia-
re, cumulare, ragunare.
I n e n d r e t. Br. Dabbene , giudizioso.
Inevìd, Inevida. Mil. Malvolen-
tieri.-I. Invite?
Infèl. Mil. Intrigo, impaccio -In fe-
8 eia. Imbrogliare, intrigare.
Infichiòss. y. K Dispettoso.
Infolarmà. Mil. Affaccendato, infer-
vorato.
Infoici. MiU Innestare, inserire.
Inga. Mil. Loglierella.
Ingatià, ingatiàr. Gen, Avvilup-
pare, imbrogliare.
Inguànguel. Mil. Utensili. - In-
g u à n g e i a. Frottola , Fàvola.
I n n i n z. Mil. Non intero, manomesso.
y. Ninzà.
In n osi. Cova. Ammaliare.
Insedi. MiL Innestare, incìdere, in-
serire.
Insièt. Cr.*^ Forse.
I n t. y.T. Dentro. -£. I nt u's.^ I r i n t.
-!. Ire intus.
Intravisènt. Brian, Trasparente,
liscia. Dicesi della pelle.
I n t ut t ù. MH. Rapporto a, in riguar-
do.-!. In intuitu?
Inverna, rf^rò. Vento dt| libeccio.
S. 0.
I n za. Mil. Incidere, inserire.- ^rt'on.
Nizza. -K. Insedi.
Jòl, Jori. 7Yc. Capretto d'un anno.-
/r/. Gioita. Gfòf^ne.
70
PARTE PRIMA.
Ladin. Gen. Scorrévole, lidie; Trifo-
glio. -Ladini. Fare un prato di
trifoglio. - F è r ladin. Ferro mal-
leàbile. - j4rm. e Cam, Ledan.
Largo. - Cai, Lath. - L Latus.
Laf. Br. Frana. - Cam, Lafron.
Brani , pezzi.
La ina. Br, Scoscéndere, franare. È
ancora nome di paese in Lombardia,
Lama. Br, Uligine. Terra vacillante.-
Com, Lama». Terra sollevata.
Lamp. Gen, Falda, lembo.
Lanca. Gen, Ramo morto di fiume.
Lantà. Br. Sambuco aquàtico.
Lapà. Gen, Lambire. - Ted, Lap-
pen. - /Vop. Lipar. - Ingl, To
lap. - i^rm. Lapa.
Las a. Br, Lastra di pietra.
L a t a. K. r. Pèrtica per viti. - Camb,
Llath.-i^rm. Laz. Lungo bastone,
pèrtica.
La véz. Gen, Vaso di pietra oliare. Da
Val Lavezzara ne prende il nome.
Lazo. i9r. Agio.
Leda. Br, Loto. - Ledàm. Letame. -
L, Lutum.
Lédeg. Mil ani. Strutto, grasso di
msjale, d'oca, e simili. K Delég.
L e g n 0 r a. Jlft'I. Funicella che serve di
règolo ai muratori per tracciare di-
ritte le muraglie, ed agli ortolani
per le aJuole.-iL. Lineo la?
Leguégn, leguign. Br, Schlsto mi-
càceo, matrice del ferro. - Gael,
Lea e. Lamina di pietra.
Lem. jlfl/.LegumI In gènere.- Br, L i m.
Le ma. Brian, Escrescenza morbosa
della quercia.
Lèmed. Brian, Scaglioso. Dieesi del
legno.
Lene. MiL Pingue, nitido.
Lenclà. Brian. Lisciare, render pin-
gue.
Lerga. Br, Loglio. -LLolfum pe-
renne. - Brian, Lirga.- L
lium temulentum.
Lesena. Gen- Pilastro addossai
parete.
Leso, lesùm. K y, Lampo.-L<
Lampeggiare.
Liffia. F, V, Bocca. - 7Wf. Li
Labbra.
Llgabòsc. Br.,liianl,e Po», È
Piem, BrazzabÒ8C.-Cr.* Ra
garola.
Liganga.Br. Leggenda.
Ligàngola.Br. Cavillo.- Ligh
Cavillare.
Ligòss. Br, Sciocco, villano. -
Scapestrato.
Limàt. y, M, Praticello pres
campo. ^Gr, Lelmon. Prat
Li moria. Bar, Persona madie
Gr, Limeros. Famèlico.
Llngori. yerb, - Lùgar, Lt
Mani, Ramarro. - yer. 1
dór. /h qualche dialetto ti
chiàm, LIgùro. - y, Ghèz.-
Luachal r, 0 meglio Dea r e •
eh air. Lucerta. - L, Lace:
Lacertus vlridis. Ramarri
Li usi. Br, Manométtere, iuta
una cosa intera. - y, Nin za
Lis. Gen, Ii»goro, consunto. IHi
tela 0 d* altra sto/fa,
LÌtta.Jlf^<. Melma di fiume.
Lobra. y, T, Cànapa, o linog
Lo e. y, T, Vuoto. Dicesi del gr
Afi'l. Balordo. -Afan<. Lóc
Pula. - TVd. Locker. Vano.
Loco. Stolto, leggero.
L 0 e h è r. Br, Gusci di grano. - y
Loertis. Br,'^ Lovartis. M
Vertis. Aio. Lùppolo.-Lovi
Lovertis.itfi7. sign.ancheSti
to, (raldo di fragole, e fi
Lu vertis. Cr.« Lupini.
Loffi. Mil, Spossato, vizzo. CI;
Logia. Mil, Cèlla, baja.
iLSgla. jlff/. e Pop, Troja, m
DIAUSm LOMBARDI.
li
Gad, Liagach. Sòrdido, im-
mondo.
IhìMiL Sonnolenza, svogUataggine.-
GaeL Loclid. SoDDOIenia.-Loigh.
Débole, lànguido.
Lolza. Bar. Sorta di slilta.
Lop, lopa. Br, Seòiia dei ferro.
Lòstig. K. I.Allegro.-7(nf.Lastig.
Lòi. MiU e Mani, Zitto, quatto.
Lota. (ìen. Zolla* - Slotà. Rompere
le lolle. - L, Lntum.
Lo va. MiL Spica del pànico; pannoc-
chia del grano turco. In Plinio è
detta Loba.- Lo va. Spigare.
Lo va. Cam, Nebbia.
Ldzel. Br, Scodella di forno fusòrio,
d^onde si estrae la scòria.
LdzItL Br. Scempiàggine. - Oam,
Los. Scioperato, stordito.
Lucia. MiL e Br, Lamentarsi pian-
gendo. - L* Lvgere?
Lùgà. Br, Raggiùngere.
LOghér a, lùéra. Gen. Favilla, scin-
tUla.
Lune la. Br, Ugola.
Lura. et,* e Br, - Lóra. Mante f^cr.
Pévera;- Lurèt, lorìt. Imbuto.
Lntare. Ber, Desiderare,
Màcan, màcana. V, T, Fanciullo,
fanciulla. -Maeà ehiàmami i fan^
duiU nelle palli (tergamasche Heine
a Lecco, 'GaeLUtLCSin, Fanciullo.-
MacamnaJ'anciulla.-IIac. Figlio.-
Jrm, e C(»ni.Moch,Mab, Figlio.-
TaL Magd, Madcben. Ragaua.
J, S. Maga. - Coi, Magus.-Z>afi.
Maagdt- /ff.Mognr. -«^p.Mo^o.
Ftaidallo. - Mil, Magatèl, Maga-
tela. Bimbo, bimba; oficAe Fantoc-
cio, il Mannequin de* Francesi.
lacarà. MiL Piàngere.
Hteu. Br, Or&no. - K. Màcan.
Madàsc Br. Massa di frasconi.
Vàdena. Cr.* Màdia. -K Panerà.
Madrul. f^, 7*. Casa ruinosa.
Magàra, magari. Gen, Diovoglia!-
Gr, Macar. Felice.
Maghi. Cr.'' Potatore di viti e gelsi
venuto da altri paesi. - Gael. Mag.
Campo. - Magbach. Campestre.
Magno. Mil. Rarbatella, tralcio di
vite.-0»m. Magie n.Vinco, legaccio.
Magò 16. KT, Aqua stagnante e pù-
trida. 'Gael, Magh-uisge. Lago
invernale. -Magolcònt. Sudicio,
sòrdido - Magolcià. Ammosciare.
Magón. Gen. Accoramento, molti dis-
piaceri successivamente accumu-
lati. - Ted, Magen. Stomaco.
Magore. ^.Zòtico, rozzo, villano.-
f^. Maghi.'
Magù t. Mil, e D. Or, Garzone di mu-
ratore.
Mais. Mil.inf, Guazzabùglio, intrigo.
Mai sài. yerb, Risìpola. - Ted, Ma-
sern. Rosolia.
Ma iti. Br, Tenebre.
Malàega. ^.[Anònide. - ^. Ononis
spinosa.
Malga. Gen, Mandra e suo ricetto ;-
Malghe, malghés. Mandriano.
Malòss, malossé,marossé.J9.0e.
Sensale , mediatore.
Ma ni le. ^r. Coregglato, battente.
Manòquar. Verb, Comocchio ; torso
del grano turco sgranato. Nella caa^
pagna milanese riceve ancora da
luogo a luogo Ì9arii nomi di Lovìì,
Borlit, Mollascio, Mollìt,
Morsòn, Gravisin, Gnòc. - F.
Mogol.
Mansarola, mansarina. fir.Spàz-
zola.
M a n s e i n. Brian, Sleale ; forse da Man-
cino?
Madia, ^r. -'Magi ùs ter. MiL Fra-
gole.
Mapèl. Br, Acònito. -I.Aconitum
napellus.
Maràs. ^.-Marascia. Aff/. Ségo-
lo, potatojo per vite.
74
PAIiTB PEIMA.
MaràS^ marasce. P\ Jntr. Figlio,
figUa.
Mari. Bor. eK Lìq. Figlio.- Com,
Mcrh.-^rm. Merc^h. Figlia. Qtie-
f fa iemhra la vera radice, anziché
la laiina Mas, m a r i s, o VikUiana
Maschio, etiendo usata la poce
Marò anche per Figlia, che dicesi
Marcia, p/. Marcie. Figlie.
Maréng. MiL Vento marino, nunzio
di pioggia.
Mar gai. MiL Sornacchio.
Margniga. K T. Gozzo.
Margnigna. r. T, Gobbo.
Marie, y. Jnz, Ombra, sotto cui ri-
posa il bestiame nelle ore calde.
Marmèl. MiL e Cbm.' - Marmlin
Manu Dito mìgnolo.- IrU Marm-
mear.
Ma r m e n ti na. Br, SaIcereUa.-Z. Ly-
tbrum salicaria.
Marna. D, Oc. - Merna. V. Bl. -
Marnò n. iVop. Màdia.- r. Panerà.
Maroca. Gen, Marame, scarto.
Ma rsi na. Gen, Abito da uomo. Forte
da Mari, Aglio maschio, o dal L.
Mas, maris?
M9i9.Br, Romano della stadera; Majo.
Masàcher. Br. Fanciullo.
Mascadiss, mascariss. Gm. Guò-
Jo, combina.
Mascherpa. Gen, Ricotta.
Ma se loca. K. T. Latte inacidito.
Masi a e. MiL. Grosso, di buon peso.-
Gael, Masach. Di pingui nàtiche.
Mas 0 cà. MiL Infarcire,impoltigliare.-
GaeL Masgaidh. Macerare.
Mas 51 a. Br, Ventriglio del polli, uc-
celli, ec. - Ted, Magen.
Masón. Com. Ricóvero di pastori sui
monti; Masù. Br. Casa, pollajo. -
Fér. A masón, iign. A pollajo. -
Fr. Maison. Casa.
Massa. Or. 0 Po», Vòmere. Anche la
manm^a, colla quale si taglia il fieno
sulhi tettoia.
Masti. Br. Lezzo, puzzo. -
Mastar. Lordura.
Mastinà. MiL Mandrugiare.
Mastra. lod. Màdia.
Mastrànl. MiL Malaticcio.
Mat. D. Oc. Ragazzo;pl. Mata
tèi.-M atei. Ragazzino. -Ma
Ragazzaccio.-^r. Mata. Fusa
Ma tei la. Forosetta.-Matè]
tadinello. - Tic. Mat tu sa. :
za; ^ia ctii derivò forse Tusa,
del MiL - Jrm. Matès. Ser
Matàs. ^r. Nibbio.
Matèi. y. Gap. Piccole castagi
M a t ò a. y. Cav. abbreviazione i
gnifica La madre tua.
Matuscia. r. Cav. Zuppa d'erbe
e pan gratuggiato. - K. T. 1
Manión. Zuppa di varii leg
Me a. Br. Loppa del ferro pesta
il maglio.
Meda. MiL e Br. Catasta di
legna e simili.- Arm. M'eda
golatore e misura.
Medàl. Br. Magona. Luogo in
ripone il ferro greggio.
Méder. Gen, Modello, forma.
Metron. Misura. - >^nfi. Mi
Regolatore.
Médol. Br. Ferriera, cava di pi
Medoladér. Lavoratore nell
niere.
Mèi. MiL e Br. - Mèn. y, T. C
del cane e d'altro animale ;
zaglio. • L. Melium , prcàso
rane significa Collare di cane
Méngol. Br. Menno.
Mès. Br. Misura dei carbonici
contiene un sacco ed una part
quiàltera. - Ted. Masz. Misui
Mèss, miss. Br. Vizzo, stramai
yer. Mizzo. -TImc. Mezzo.
Méula. y.jÉnz. Falce de'mietil
Méza. D, Or. e yen. - y. T. ì
Màdia. - y. Panerà.
Mìgola. Br, Brìcciola. - L Mie
DIALETTI LOMBARPI.
n
M inela. Br. Deschetto da ciabattini.
Miòt y, T. Cappello.
Hòc Mil Mortificato. - /VtK>. Mouc.
Mòca. MiL Ylsaccio. - iSjp. Mueea.
Ho ci Ila. Br. Sacco di pelle con pelo,
per Mldati e pastori.
■òdig. r, K. Pigro.
Moft. £r. llaiiietto.-C9rfi. Moh. Man-
letto d^ un anno.
■ògol. ^r. -Mòl. Jlfanf.-Mòmol e
M ò L Cr.*-M ò e o I o.-f^iBT. Mallo sgra-
nato del sorgo turco.-GoeLMògul.
Sìliqua , guscio.
Mola, mnlà. Gen. Lasciar cadere,
scagliare.
Molgla. y. T. Bestiame minuto.
Momina. MiL Musco terrestre.
Monàt. MiU Custode de' cadàveri.
MoBcèc. Cbm. Montanaro che abita
sopra Gondo.
Moranda. f^. ^. Prete che cerca im-
piego in altro paese.
Morbi n. Gtn, Allegrìa, buon umore.
Hordenau Br, Rododendro, lean-
dro, ec
Morigi o. Gen.Piccolo sorcio.-!. Mus,
nusculus.
Mossa. MiL Spumeggiare. Diee$i del
tino, della hirra e »imiU, - fi;
Mousser.
Kòtria. MiL UpigUo, muso. - JMaiil.
Mùtria.
Kotta. Gen, Mucchio, monte, am-
masso. • jirm, Mouden. Mucchio
di ferra. - py. Motte.
Uosa. Br. eVer. Decomposto, sciolto,
stracciato.
Molina, ra Ufi n a. D. Or. e f'er. Sal-
vadanaio , Grnszolo.
Vugra. Bor. Giovenca. - y. Mo^.
Mùndul, mnndulin. y. T. Gon-
nella da contadina.
tùsèt y. y. Canuto,
lassi. Or.* n lamentarsi dei bam-
bini.
N a i n a. MiL Setino. (Specie di confer-
va). -Gr. N aio n.
Napèl. MiL Coppo.
Nar. y. y. Ignaro. - Ted, Narr. Pal-
io, mentecatto.
Natta, y, V. Formaggio catUvo. - y.
T, Natin. Cacio casalingo.
Nàula. y. T. Mucchio di fieno.
Nèó. r. y. Vitella d'un anno.
Ne e. Br. Vapor fetente nelle ferriere.
Nedèsc. F. f^-Navèsc, nevèsc.
MiL Gramigna che Infesta i campi.
Ned ruga. MiL Astèrgere, pulire
internamente, sventrare. - £. N u-
tricare.
Negota. i9r.-Nagota. Jlf^^-Nota,
Nuta. J^.O;. Nulla. -itfrm. Neket-
GaeL Nag. Non. - Negota in Br,
sign, ancora Altalena. - Negota.
Barcollare, tentennare.
N e m e si. ^r. Ira, còllera. - Gr. N e me-
si s. Ira. -Nemesao. Adirarsi.
Nére. Tic. Gràcile, malfermo.- i^rm.
Nerz. Forza. - Dinerz. Gràcile^
lànguido.
N è s to 1 a. Br. Nastro, tela stretta. -
y. T. Ligaccio, ligambo.
NettéS. Brian. Esterminlo, strage.
Mas. MiL Leggero, frivolo.- fV*. N i a i s.
Nimel. Brian. Mìnimo.
Ninzà. Af^l.-Ninzàr. Mani. Mano»
méttere, intaccare. Forte dtUPJL
Iniziare. Cr.* Rompere, dividere.
Nio. MiL Afato, malvegnente.
MI, niz. Gfn. Livido, fràcidc- Nl-
s e i à. Languire, infraddire. - Comò.
Nych. Languore. - Nycha. Lan-
guire.
Nissora. MiL - Anissdla. /Vv.
Lungo filo armato di molti ami per
la pesca.
Noma. MiL - Noma. ^.-Numa.
Gr.* Solamente. - f^. Doma.
Nudrigà. Cr.* Assettare.
74
PARTE PRIMA.
01 va. Br, Gusci del grano. -K. 7\
La farina di miglio men bella.
Omiga. K. T, Specie d^orzo.
Or. y, j4nz. Luogo prominente; Dim,
Orai. Forse è la radice di Or Ohio.
Orb. MiL Cieco. - fyiop. Orb. • £.
Orbatus. Privo.
'Orbeda. K T. Màrgine erboso di
campo. -I. Orbita?
Óre. MiL e K Anz. Mentecatto , cre-
tino;/èm. Órca.- Goel. Ore. Tor-
pore, letargo.
Orgna. i9r. - £. Plstachia tere-
bintbus.
Ori. Cam, e Vero, Làuro ceraso.
Ornai. Br. Zàngola; vaso In cui si
dibatte la crema per fare il burro.
Ova. Tic, Erto pendio, dal quale si
rotolano le legne al piano.
Ovàc. y. ^nz.-Ovàg. y. .S<r.-Ovig
aliroQe. Pendio di montagna vòlto
a settentrione. Opposto di aprico,
0 solio. Bacio.
Óia. ^. Fràssino comune. -£. Fra-
xinus excelsior.
Pabi. MiL Pastura.- I. Pabulum?
P ad i m à. Tic, Cessar di piòvere dopo
un temporale. - Trai, Calmare. -
Pro», Apaiimar.
Pagai. V, y. Sprùzzolo di neve.
Paghér. Br, Pezzo. - L, Plnus
abies. -Pagherà. Bosco di pezzi.
Pai. Br, Digerire, evacuare.
Pajora. Afj/. Puèrpera.
Pallù. T, P, Timone delle barche
grosse.
P a I p i g n à. ^. Bàttere le palpebre. -
Palpi. DI corta vista.
Pana. Br, e Mani, - Panerà. Gen.
Crema.
Panarón, panaròt. Or.* e MiL
Scarafaggio, blatta orientali
Bordòc.
Pane, Pàner. Gen, Lentiggini
chic sottocutànee. - Pro». Pi
Pane. Com. e K. T. Truogolo d
li.- Camò. Pan. Coppa.- IrL ì
Taso. - Sant. P&na. Vaso di
Panerà. D. Or. - Panàrie. .
Panàra. TVeik-Panadóra
Màdia.
Panpòss. MiL Poltrone. - Sp
posado.
Pantegana. Gen. Grosso topo
Par a. Gt>m. Timone. - Parò n.
niere.
Parli n. Com. Lucignolo.
Parsèiv. K Anz. Mangiato]!
Presepe? - y. Presèf.
P a s m à. MiL Agognare , brama
dentemente, spasimare. -
Pasman. Agonìa.
Pasque, pasquiro.Af//. Piai
bosa. • L. Pascua. Pàscolo.
Passón. y, T. Palo. -PassèL
Palo sottile. - £. P a X i i 1 u 8. -
sona. MiL Palificare, palafli
Pataja. Or.* Camicia.
P a t à m. Br, Sterpame, copia di e
Paté. MiL e Po». Rigattiere,
vecchio.
Patòc. i?)^. Sbalordito, sorpresi
nifesto.
Patùl. MiL - Patos. Br. Pati
strame.
Pècher. jlfi<.e AiP.-Pècar. .
Caraffa , bicchiere grande. -
Becher.
Pèdeg. MiL e Lod. Pigro, len
Pegà. r. r.Insudiciare.-itfnii.l
Impeciare.
Pel agi. Br. Bacchettone.
Peloja. Br. Sodaglia, luogo ti
PelòrI. y, T. Cànapa grossoL
Pelorscia. Coperta rùstica.
Pen. Br. Nulla, mica.
Penagia.7Ye.-Panagia.Afif/.
gola; vaso in cui si dibatte la ci
DIALETTI LOMBARDI.
75
Pene. Brianx. Rigoglioso , nibioondo
e grasso. Dieeti di permma.
Penta. MiL Speeie di parùssola. -
JL Pa rus candatus.
Pentegòs. Br. Carcame. -6r. Pen-
tadicòs?
Per aria. MiL Vitupero, oltraggio. -
5p. Perraria; da Perro. Cane.
P e r 8 e i m. MH. Lattime , forfora dei
bambini. - Cr.* Per z dm.
Per vèr». K. M, Buono.
P é s. Af /i.Gervo-volante.-L. L u e a n n s
cervus.
P e s 0 e 1 ì. ^.Scarpellino, tagliapietre.
Pestón, plstón, pistù. Gen, Fia-
sco. - Gr, Piston.
Petày pelar. Gen- Applicare, attac-
care, gettare.
Petard. MiL Palhito, grassotto.
Petorgne. Cr.* Koiné.
Piìdena. D, Or, e Ver, Tagliere,
tafferia. - V, Basgia.
Piinca. MiL e Fiem, Tàvola, asse.-
Piancón. Tàvola grossa. - fV.
Planche.
Piar da. Gen, La ripa bassa dei fiumi
ti pie degli àrgini. - Afoni. Golena.
• Br. Lavoro d' una giornata nelle
miniere.
Piàttola. MiL Gran vaso di rame,
ove si ripone 11 latte fresco per se-
pararne il flore.
Piconizia. ^r. Leziosità. -P leu. Le-
zioso.
Pidrla. MiL Pévera. - Pidrio. Im-
buto.
Pièl. D. Or. Frìvolo, leggero. - Pi-
vèl, pive la. MiL Ragazzo, ragaz-
za. - £. Puellus?
Pigolsa. K T. Altalena.
Piligolda. V. T. Fiammella.
Pilòt Br. - Piloto. Ver. Guard'in-
fuite di legno.
Pinci a nà. MiL Celiare, scherzare.
Piaghe r. MiL Pòvero, sbricio.
Pini, plnxada. ^. f^. Sasso, sassata.
Piò. Gen. Aratro. - jì. S., Sv. ed I$L
P log.- Ted. P fi ug.-7nor<.Pl 0 u g h.
{Leggi V lo).
Pi oc. Brianz. Pòvero superstizioso.
Piòda, pio da. D, Oc. Tegola di pie-
tra per coprire i tetti. -Piodéra.
Cava di pio de.
Plot. V, r. Calcato. 4
Piòzz. MiL inf. fanciullo.
Piperà. F. T. Donna che ha cura dei
bimbi.
Pirla. D. Or.eVen. Scommessa.-PI-
rià, piriàr. Scomméttere. - Fr.
Parler.
Pirla. MiL Girare. - Ted. Wir-
heìn.'lngL Whirl.-^p. Evirila.
PIrù. J9. Òr. Forchetta. V. T. e Ver.
Pirón.
Pis. AfiL Lànguido, sonnacchioso.
Diceei deWocchio.
Pisón. Bor. Mazzapicchio.
Pisòra. Cbm. Sotto vento.-Navegà
a p i s ò r a. Navigare a coperto 0 die-
tro il vento. Di quiPi% iignifica
dietro 0 sotto. Forse daPos,che si"
gnìfica nei dialetti Lombardi Dietro
Pisorgnà. Afi'L Dormir leggiero dei'
cani.
Pi spot MiL Specie di scaldino di
ferro usato in Brianza.
Pi stagna. Br. Toppa.
Pit. y. T. Poco- Pitosèc Alquanto.
Pitaca, petaca, pataca.Gcti. Plet-
tro di liuto.
P ì t i m a. Gen. Uomo cavilloso , flem-
màtico.
Pitona. V. V. Zucca lagenaria.
Piz. Gen. Sommità di monte. - Ted.
Spitze. - /lai. Àpice.
Plèc. MiL Indùstria, arte,apparato.-
Ofì/m. Pleag. Piacévole, piacevol-
mente.
Plèit. MiL LiUgio, contesa. - Fr.
Plaider. - L. Placitum.
Piera. V. M. Prato selvoso.
Piò] a. MiL Jnf. Febbre.
76
PAETE PRIMA.
PI 0 ta, p 1 0 z a. iSr.Lavagna.-f^. Pi 0 d a.
Po fa. Br. Buca, avvallamento. Lo
ttes$o cAe Fopa. f^.
Pojàt. Tic, , Verb. e Br. Catasta di
legna preparate per far carbone.
Questa 9oce è generale nelle noiire
montagne. - Jrm, Poaz. Cotto,
« abbnicciato.
Poina, puina. D, Or, e f^r.Ricotta.
PÒI. Tic, e propriamente a Biasca,
Ragazzo; fem, Pola. - £. Pullus?
Pòlec. Br, - Pòles. MiL - Pòlag.
Mant, Gànghero, perno. 'Gr, Po-
leo. Girare.
Poledro. f^. 7\ Pannocchia del gra-
no turco.
P 0 1 i g a n a. Gen, Astuto, gattone.-^rm.
Po e 1 lek. Prudente.
Pomate». i9r. - Toma tes^ torna-
ti ca. Gen, Solano licopèrsico.-5pa.
Tornate.
PombIana.Ot>in. Fuliglne.-f^.Calì.
Pompogna.^r.-Pampogna. Afan<.
Scarafagio strìdulo. - L, Scara-
baeus melolontha.
Ponga. Gen. Esca.
Ponzèl. K y. Gióvane.
Pósca. Brian, Tralcio reciso, che il
vignaiuolo collega colle testate di
due capi tra loro discosti, per rav-
vicinarli e sostenerli.
PÒ88.Af^/. Raffermo, vieto; Pan pòss.
Pane indurito. - Com, Powes. •
Arm, Paves. Posa, riposo.
Prede sa. Br, Barbatella trapiantata.
Pregherà. Com, Pineto.
Presèf. y. T. Mangiatoja.- L, Prse-
sepe.
Prestin. Mil, Forno. -Prestine.
Fomajo.
Presura. Cr,^ Trave maestra dei
tetU.
Priàla. y, T, Carro di legna o fieno.
Prosa. MiL e Pop. -Presòt. Mant,
Ajaola, porca.
Próv. y, Anz, Prato.
Prussiani. Br, Fanello. - L, Frln-
gilla cannabina.
Pùa, poa, puòt, pigotta. Gen, Fan-
toccio , bamboccio.
Pudina. 0*.« - Pudin. y, T, Rón-
cola, falcetta. Z>a Potare.
Pus ter la. D,Oe, Porticina, seconda
porta; porta di soccorso.
Quàc. iViP. Airone cenericcio.
Quacin, quadro. Mil, Forma, ca-
libro. r. F a 8 s e r a. fbrt e doZ />. C o a-
gularc?
Quat, quàtol. Br, Incubo. Affanno
che uno prova dormendo, per mala
giacitura.
Rabadàn, Ramadàn. Gen. Rumo-
re, frastuono, baccano. - /Vop. R o u-
madan.
Rabót. Mil. Furfantello, audace, li-
bertino. -Rabotà. Furfanteggiare.
Raconchiglia. yerb. Gozzovìglia.
Rafabià. y, M, Dissipare.
Raggia. Mil, Treggia, civèo, ruspa.
Kkì,y,y, Bastone. -£. R a d i u s.Verga.
Rais, y, T. Ragazzino. - K. Éres. -
Gael, Rais. Germoglio, virgulto.
Rampa. Mil, Erta, salita. - Fr,
R a m p e r.
Rampolla, y, T. Ferro adunco per
tagliar le legna.
Rancùràss. Mil, Dolersi, accorarsi.
To$c, Ran curare. - Fr, Ran-
cune. Rancore.
Ran gogna. MiU Lamentarsi, bron-
tolare. • Rangògn. Lamento.-^.
Ran e un e. Rancore, sdegno.
Rangù. Cr,^ Palo, che sostiene la
vite nei filari.
Ransignà. Br, e yer. Aggrinzare ,
rannicchiare. - y. Rescià.
DIALETTI LOIIBAROI.
77
E a ma. MiL e D. Oc. Tàlee da fieno.
Bapa. Gem, Roga della pelle; piega
nelle stofè.
Eapatà. Br, Rospo terrestre.
Ras. Br» Gerla per portare il carbone
alla fornace; j4nehe Risura di car-
bone equivalente alla quinta parte
del sacco.
Raso 1, ras 5. MiL HagHoòlo, sarmen-
to di vite. - Cr.* Rottone di rosa.
Eassa. K. 7*. Gonna.
Rat. Br. Erto^ scosceso.- Rata. Sa-
lita rìpida.
Ravajòt. 0.*-Roajòt Br, - Ru-
vlòn.Jlfafif. PÌselli.-l..Pisuin sa-
tivom.- K. Arbión.
Ravarìn. Gen. -Rivarèi. Aip. Car-
dellino.
E a V a s i a. Brian. Rmllchìo.
Réaldis. Br. Rimettersi in forze, in
coraggio.
Kebesisse. Cìr.* Riméttersi in vigo-
re, in forza.
lecito n. Or,* Rivendùgliolo, incetr
Utore. -Sp. Regatón.
Redablà. Br. Colmar le campagne,
introducendovi aque torbide.- Re-
dablà i pós. Vuotare il fondo dei
pozzi colla cncdiiàja, che si chia-
ma Redàbol. - fV*. Remblal. -
Remblayer. Colmare ec.
ftegana. Br. FOmaee a secco da
ealce e gimiU. - Arm. Reghez.
Caiiwne acceso.
Regogna. Br, Èrica erbacea.
Regondà. Brim. Raccògliere, adu-
nare.
Regórs. Cr, Attributo del fieno di
secondo taglio. - Regolsi. Rin-
calzare,
leoada. Br. Frana, y. Rina,
^tnsc i ò t.^rtaii. inerte, neghittoso.
Statar. F. T. Legare. - Cpm. Re-
aiihas. Legato.
Rés.Rr. Parto, bambino. V. Rais.
Resciseì. Brian. Riavuto.
Reset à. MiU Rannicchiare, arrie-
ciare.
Reséiòss. MiL Sito, tanfo. Riscal-
damento.
Re senti. Gen. Risciaquare. - fVie.
Arsentà.-AfanlJkrzanzàr.-^mi.
Rinsa. - Fr, Rincer. Sciacquare.
Re tra. Brian. Negletto, malvisto.
Re trai. MiL Propàgine. - f^. Trat-
terà.
Revegiàd. Lod, Sano e lieto.
Re io. MiL Reggitore, amministra-
tore di casa; fem, Reiora.
Riana. MiL Traccia lasciata dalPa-
qua piovana lungo il suo corso.
Ribotta. MiL Gozzovìglia- Ribot-
ta. Gozzovigliare.
Rido!, ròdoi. i9r.Tussilago pe-
tasites.
Righignà. Aftff. Nitrire.
Rilia. ^r. -Arlia. ManL Avversità,
specialmente nel giuoco.
Rim. r. y. Cucchiaio.
Rina, rinàsse. Or.* Franare, lo sco-
scéndere del terreno.
Ri 8 e io 1. yerb. SaliU, selciata. -Ri-
sciolà. Selciare.
Rivi. Gen. - Rùviòl. Or.^ Capec-
chio.
Robidla, robìora. Gen. Pìccolo
cacio , per lo più di latte caprino
0 pecorino.
Ròcol. Gtn. Ragnaja (Specie di uc-
cellagione).
Rogantà. Verb. Rispóndere arro-
gantemente.
Rógia, roia. D. Oc, Gora; canale
di derivazione che serve air irri-
gazione.
Rogià. y, M, Portar gravi pesi.
Rogiò. D. Oc. Cruschello. -Pan de
rogio. Pane di farina e crusca.
Ròi. O.^ e lod. Porco, majale; fem.
Roja.
Rogne. K. r. Tralci lussureggianti.
Ròja. Cbm. Vacca vecchia, magra.
78
PARTI PEISA.
BÒI. Oom. Gùsci di castagne.
Roméni. Brian, Il macchio della
puia suiraja. Anche Tritume e ra-
schiature di legname. - £. R a m e n-
tnm. - i?iim. Rumient.
Ro menta. Brian, Ammucchiare le
céneri sul fuoco.
Rómp. Tic, Rumpòtino^ alteno. La
vite educata sulla cima degli àl-
beri, yoce aniichissima etpresta la-
tinamente con Rumpus presso f^ar-
rane e Columella,
Ronà. Mil, Lod, eCom,- Romnà.
D, Or, Numerare. - Arm, Rum.
Nùmero. • /«/. Runa?
Rónc. Gen. Poggio a viti.-RoncaJa.
Vigneti a ripiani. • Arm, Run.
Collina y che dolcemente si eleva
sul piano. - Com, Runen.
Ro n e a i e n. JMff/. Fusàggine. - £. E V o-
nymus europsus.
RonfÀy roncÀ. Gen. Russare.
RopÀt. Br. Rospo. • y. Rapa tu.
Ròs, ròl. Gen. Stormo, stuolo.- Ròs
d^ùa. Penzolo, fatelo di gràppoli.-
Ver. Rósso. • Comò. Ross. Muc-
chio y monticello.
Ros. Br, Velocemente.
Rolada. Mil, Rovescio d^aqua.-^p.
Rociada. Forse dalla radice Rol.
Stormo.
R5sà. Br, Spingere. - K. Rùzà.
Rosana. f^ y. Salamandra.
Roversò, Roversòr. In Brionia
sign, il coltello delParatro; in qual-
che villaggio del Mil, oale Aratro,
che nel D, Fer, è detto Versór. -
L. Vertere?
Rùc. Br, - Rùt, Ruf, Rùd. -Gen.
Spazzatura, letame.- Rùé, Rude.
Letamijuolo.-R uéra,Rudér a.Le-
tamijo. - i2om. D r u t z e. Letamico. -
£. Rudus. Terra grassa. - Gr. Ry-
pos. Letamico.
Rufa, rofa. Gefi. Fórfora del capo.
Rum. f^. y. Ploggierella.
Rusca. Oom, e Mani. - Re
Corteccia.- Rùscà. Scori
/VopjR fisca. -Gae(. Rui
e Gol, Rusk.- ^rm. Ri
teccia. - Diruska. Soort
Gael, Rusgadh.
Ruscinà. Brian, Nitrire.
R u z à. Brian, Urtare. - Oc
thar. Impeto, violenii
thadh. Rissoso, y. Sbui
Ruzèl. Brian, Ribes gì
ria. - Fr, Groseille.
8
Saar una. Br. Cloaca, fogli
Sabià. ^r. Vigliare il gran
Sabal. Granajo.
Saj^. y, T, Cattivo; fan.
IngL Sad. Cattivo, nojosi
Sad. Noja, fastidio.
S à g h e r. Mil, Rùvido, tàng
lano.
Sa ina. Br, Capra.-//. Dàli
selvàtica.
Sajòd, sajòt, saJóttoL
Sajótru. y. L, Grillo, <
verde. - Arm. Sala. Sali
Saliens. Saltellante.
Sairèd. y. M, Triste. - In
Sang. y. BL Canto. - Ted, <
S à 1 e s. Br, Arenaria rossa^i
Salustro. y. T. Paura, ir
Samara. Br. Scombujare
dere.
Sambói. y.Cop. Sonaglio d
S anco la. Br, Càntero, pib
Sa pél. ^r. Varco angusto i
passo di monte, y. Zapè
Saradèl. Br. Cerro. ^ L.Q
cerris.
Sard. y. Co». Zappa. - £.
lus. - IL Sarchio. 8ar
Arm. Sarp. Róncola, nn
Sàrodan. Tic. Tardivo. - .
tinus.
DIALETTI tOMBARDl.
79
Saróii, 4ftff. -Sarògn, Sarùda.
Tic. Siero.
8àt. A^. -Seiàt. MiL- Ciàt. y,
Jnz. - 2à t. ManL Rospo. Tttu,
Avaro.
Sali. ^. Botticella.
Sazu. Br, Stagione, maturità. - Ft,
Saison.
Sbasì. MiL Spossato, lànguido.
Sbelenàt. Br, Vispo, vivace.
Sb e 1 1 d ri. Brian, Strillare , strìdere.
Sbercia, y, T, Camicia rotta. -
Mani, Cispa.
Sbergna. Br, Smòrfia. -Sbergnà.
Far le fiche. • L, Speme re?
Sberla. Gen, Schiaffo.
Sberla. Brian, Stracciare • Br, Piàn-
gere dirottamente.
Sberloclà. ìBt. Adocchiare.
Sbertì. Mit, Uccidere, ammazzare.
Sbèsa. Or,* e l?r. Cispa ;Sbe8a dèi.
Lippo, cisposo.
Sbesèt. Br, Pettirosso.
Sbetegà. Br, Clngnettarc; oppoito
d^ B e t e g à. Balbettare.
Sbièl. Brian. Tritume del fieno.
Sbilidrì. Mèi, Ringalluzzarsi.
Sblùi. MiL Kodo , spoglio.-^. Biót.
Sbodezà. Br, Affaccendarsi.
Sbogià. Br, Sbarrare, abbàttere.
Sbraglà, sbraglàr. Gen, Gridare
ad alta voce.
Sbregà, sbregàr. D, Or, e Ven,
Stracciare, lacerare. - Ted, Bre-
ehen. -Sbrég, Sbregón.Squar-
cio.
8brèt. Brian, Tapino, meschino.
Sbri..^. Vétrlce. - LVetrix fra-
gili s.
Sbrindo la. D, Or, e yen, Donnlc-
ciuoia, bagascia.
Sbrinza. Br. Striscia, fettuccia.
tSbris. Mil* Meschino, mìsero, lò-
loro.
Sbrojà , sbroà, sbroventà. f^r.
Lo ìk$$o clic 11 ro V à. V.
S b r 0 n e à. Miì, Borbottare , sgridare.
Sbrosa. Br, Lésina grossa.
Sbrnsl. Brian, Rùvido, scabro.
Sburlàr. Cr." Urtare. - Sburlò n.
Urto. f^. Ruzà.
Scàbria, scàvria. Brian, Streg-
gia , striglia- S e ab r i à. Strigliare .
Scafi. Mil. Paura, ribrezzo • S ra-
già. Rabbrividire, Intimorire. -
(iael, Sgath. Apprensione, timore.
y, Séèss.
S e a 1 a b r ì n. y, /Inz, Àgile , snello. -
GaeL Sgail-B rei gè. Fantasma ,
ombra.
S e a I à s s. ^i7. Degnarsi ; oiieAtf osare .
S e a 1 fa. MiL Tagliare angolarmente.-
Scalf. Taglio. - j4rm, Scalf. Fes-
sura. - Seal fa. Fèndere.
Seal ma. Br, Acconlgliare I remi.
Ritirarli entro la barca.
Scalmana. Gen, Eccessivo calore al
capo.-S calmanàss. Affaccendarsi,
affannarsi.
Scalòss. Gen. Trabalzo, scassa. -
Cr,* e Br, Stalòss.
Scamofi, Scamòfia. Gen, Brutto
ceffo.
Scàndola. y, T, e ^r. Tégola di
legno -£. Se and ola.
Scanferle. Gen. -Sgamberla,
Sganzerla. Moni, Tràmpoli. -
Arm, Sitar in eie. Che ha le gambe
lunghe e sottili. Nello sleao signi'
ficaio si usa Scanferla in Lom-
bardia, L. Ferula?
S e a n f ò i. i9r. Agrifoglio - £. Ilex
agrlfolium.
S canon. Mil. Convalle. Quella ca-
viti che tra colle e colle ser\'e co-
me di canale alFaqua piovana.
S e a n 9 e 1 a. Mil, Gruccia. - Sp, C a n-
Co.
Scarà&. Com, Accetta, scure. - L.
SecurisV
Scaravù. Brian, Pinòlo di scala a
mano.
9
80
PAaTB PRIMA.
Scarfòi. D, Or. Cartocci del sorgo
turco.
S ca r i 6 n. Cam, e Tic. Prunajo , spi-
neto. -Scarionà. Imprunare.
8 e a r 1 1 g à. Mil. Sdrucciolare , scivo-
lare.
Scardi. Br, Rete traversarla.
Scarós. Mil. Molle, tènero. - TYas.
Schifoso, ributtante. • Corri. S e h e-
rewys. Sdegnoso, sprezzante.
Scarpa. Mil. Lacerare. -^.Dis ce r-
pere, conscerpere?
8 e a r p i a. 0.% Or.* e Mil. Ragna-
tella.
Scàrzole. Cr.'Gmcde.-ylrm.Scass.
Tràmpoir.
Scatta, y. Anz. Lieve incavatura
nella rupe, ove il piede si affida per
salire le erte. - Gael. Sgathadh.
Incisione, incavatura.
Scavés. Br, Colatojo delle miniare.
S ce r vose. 1^. T. Scumaruola.
Sòèss. Mil. Ribrezzo, paura.
Sièt. y. T. Ber. e Br. - Séiàt-O.*
Fanciullo, figlio.
Seheàda. Com. Saetta.-.^rm. Sked.
Scoppio , splendore. - Com. Sgàv.
Luce.
Scbeda,SchÌda, Scheja, Schea.
> Gen. Scriminatura , partizione dei
capelli. - Arm. Skejadur. Fessu-
ra , taglio.
Schelfa, Schirpa. Gen. Corredo
di sposa, oltre la dote.
S eh e 1 g i a. Mil. Treggia , tràino.
Scherz. 7Yc. Amia d^api.
Schincà, sèiancà. ^r. Schianta-
re, spezzare.
Schnat. K Anz. Rupe assai rìpida.
Sóiàsser. Mil. Fitto, compatto.
Sciàt. f^erb. Rospo.
Sdjatarà. Cr.^ Spruzzare. -Sola-
te ra. Spruzzo, zàcchera.
Sci avaro tt a. f^erb. Banchetto, goz-
zoviglia.
Scibì. 1^. Anz. Sdrucciolévole. Di-
cesi del terreno oiciulto. Forte dai»
Vitaliano Scivolare?
Scic,scigà.jiri7. AbbagHato, tór-
bido, abbacinato.
Scidrión. f^. r. Bache di mirtillo.
Scighéra.^fi7. Nebbia.
Scilòria. Mil. - Stòria. Pop. -
S 1 ò i r a. • Piem. Aratro con un solo
orecchio.
Se il ter. Mil. Ani. Volto.
Se i m b 1 ò e. Mil. V umor vitale delle
piante.
Scinièl. Mil. Palo che serve a coN
legare e rafforzare le siepi.- Com.
Synsia. Legare. - £. Cingere.
Sciòlvcr. Bor. Desinare. - /tei.
Asciòlvere.
Sciòstra, sóstra. Mil. Magaizino
di legna, mattoni, calce e simili. In
Jìiscana cMàmasi Chiostra il fv-
cinto destinato alle legna.
Scirò. Mil. Garzuòlo (interno del
càvolo).
Scirpia. Af//. Avaro.- Sci r pi «.far
r avaro.
Scisela ttola. P'erb. Vincibosco.- L.
Lonicera caprifolium.
Scispit Com. Sterpi, radici, colle
erbose. L. Cespi te s.
Scitra, inscitra. f^. Obp. GosL -
£. Sic, ita?
Scoda, scotta. Tltc. e JMff^. Siero
misto a ricotta. - f^. M. Scoda. -
Ted. Schotten.
Scognàr. D. Oc. BusUei. Dovere,
convenire, èssere necessario, itom.
Quignè. È irregolare ^ e si adò"
pera solo in alcune 9oci.y. B e n là r.
Scoladés. Br. Saligno, marmo.
S colei òn. Mil. Peluria. - BriCM.
Stoppia, sterpo.
Scorézegn. Br. Sodo, compatto.
Scortò]^. ^r.Rumex acetosella.
S e ò s s. /).Oc.Grembo.-7>d. S e h 0 o s z.-
. Scossa, scossai, scossai. Grem-
I biulc. - Rom. Scossai.
DIAUrm LOMBàUM.
81
8cot5a. Aer.e A^.-Scotmal.Afofil.
Sopranome.
Scròzzol. MiL Tràmpoli^ Gruede.
8cru8CÌàs«gfòJlftf/.-8ca8clÀ9-glò.
Brian. Aoeosciinf, acquattarsi.
Se ami. Ber. Dovere. È verbo irre-
golare; adoperato telo nei tempi
fuluro , pastaio perfetto e rimoto,
999 trÒPOMi unito alVamiUare ave-
re, y. Bentàr.
Seù s à. Affi. Far seiixa.-<Sp. E x e u 8 a r.
Sdùg. yerb. Urto» scossa che ri-
muove dal poeto. -A. 8 educere?
Sea, Saja, Seja. Br. Gliisa, scea,
ferraccia.
8 è ber. Mil.» Poe. e Piem, Mastello.
Sebré. Bottajo.
Seeùdi. Mil. Scuòtere. - L. Secu-
terc-^p. Sacudlr. ^Bom. 8ac-
euder.
Sedùs. Br. Salcigno. Legno difficile
a lavorarsi.
Segàgn. Br. Niente.
Scgaìt. Cr.* fìdto.
Seghegnól, sighignol» sega-
goòl Br. Spiedo.
Segreiola. Br. Sature] a lior-
tensis.
SeUn. MiL Malattia, per U quale il
riso avvizzisce.
^èma. MU. Ani. Ora» una volta. -
t Semel?
Sem il. Br. Polloni tèneri delle
pUnte.
Séo|. ^r. • Senglo. yer. Ciglio,
ni|M.-2Yc. 8 oént. Pastura fra nu-
de mpi.
Scntol, sètoL Hr. Lombrico ter-
restre. - L. Lumbricus.
^«règn. Br. Ciòttolo, campo sassoso.
^«ròi. Br. Sinopia, ealcistruzzo.
Sèstoia. Br. e Ver. Cuccliiaja per
iolradurre la pólvere nei cannoni .-
Cue^l^aper levar Taqua dal fondo
delle barche.
^èt. Br. Istante, momento.
t
8ete. Br. Capre.
Sezana. Br. Nebbia fitta suir oriz-
zonte.
Sfantà. Brian, Sparire, dileguarsi.
8 feria. Mil. Squarciare, schiantare.
Sforagiàss. Mil. Affaccendarsi, ri-
scaldarsi.
SgaergnÀ. Ber. e Br. Piovigginare.
Sgagnò. Gen. Addentare, pasteg-
giare.- Sgagnòn. Morso, adden-
tata.
Sgajòsa. jlfil. 0 y. M. -Sgheìza.
f^. f^. - Sghiza. Moni. Fame.
SgalÀ. ^. Schiantare, fràngere.- f^.
Sgarà.
8 g À 1 m e r e. ^r . Tràmpoli .-f^er. Sg à I-
mare. Scarpaccie di legno.
Sgamus.^r.-Galùz. ^er.-SgaJul.
Mil. Il ricettàcolo dei semi nelle
mele, pere e simili, che si rigetta.
Sganzèl. Brian. Gradino.
Sgarà. MiL Sfèndere.- Arm,% k a r r a.
Sféndersi, crepitare.- Gaél, Sgar.
Disgiùngere.
Sgarbinàs. Br. Altercare, garrire.
Sgardissènt. LoA. imbrogliato.
Sgarì. Mil. Strìdere piangendo. -
Gael. Sgairt. Strido.
Sgar là. Br. Raschiare, razzolare.
Sgaròs. Brian. Sospettoso, schiz-
zignoso. - f^. Scaròs.
Sgarùgà. Br. Stuzzicare.
Sgarza. Mil. Ciuffetto. - I. Ardea
flavescens.
Sghebinà. Br. Piovigginare. • y.
Gheba.
Sghlbià. Br. Smallare.- Mil. Sfug-
gire con destrezza e rapidità. -
Cbm. Skibia.
Sghibii. Bt, Débole, floscio.
Sglòzz. ywrb. Meretrice, sgualdrina.
Sgnèpa. Qen. Beccaccino. - Sgne-
pin , sgstepón. Beccaccino mino-
re, maggiore.-!. Scolo pax gal-
linago. - Ted. Schnepfc- ìngl.
Snipe.
$%
PARTE PRIMA.
i^gogna. Brian, Rassomigliare. Dt-
ce»i delle ftionomie. Far le fiche. •
f^en, Sgognàr, far le Sgogne -
Prw. Degaugnar.
Sgotta. Mil, jfnL Gota.
Sgórbia. Gen, Scalpello fatto a doc-
cia per intagliare il legno. Nel D,
Mil, sign, ancKe sìliqua , bacello ;
d'onde Sgorbia. Sbacellare.
S g 0 1. Br, Snervato. • jirm. S 11 u i s.
Lasso, affaticato. - Corn. Syghys.
Snervato.
Sgrìzol, sgrìzor, grizol. Gen,
Brivido^ ribrezzo. • Arm, Sltria-
den. Frèmito con emozione.
^grQS, sgrùz. Mil, Terreno magro
e stèrile. - Ted, Sviz, Gr u 1 1 i.
Sguarrà. f. Jnz. Sdrucciolare.
Sgugelà. Brian, Lo spuntare dei
cereali fuor di terra.
SgiJrà^ sguràr. Gen, Astergere,
forbire.-/nflf{. S co n r. -Gael. S g u r.
Astèrgere. - /Irm, S 11 uba. For-
bire , spazzare.
Si. Br, Porco, majale; fem, Sina. -
f". Suni.
8 i a. Mil, Giglione erboso.
SI è. f^erb. Scaglione di terra nelle
colline coltivate a poggio. È l'op-
poilo di Contra. y,
8 1 è 1. Br, S ù è 1. Mil, Acciarino; pezzo
di ferro o d^accisgo che s'infila nel-
r azzale delle ruote.
Siga. Br, Motteggio, soja.
Sigàr, zigàr. D, Or, e yen. Gri-
dare. - Zig. Grido.
8 1 g n ù. ^r. Tignone.-Fr. Chignon.
Sìlter, sètter. Br, Palato; anche
vòlta 0 soffitta. - Ingl, S h e 1 1 e r. -
•^p. Skyla. - />an. Skiul.
Sion a.^. Fola, racconto inverosimile.
S i s s a, a n s i s 8 a.K OoP.Or ora, f ra poco.
SI ènza. Mil, e Mani, Pioggia dirotta.
Slèpa. D, Or, e yen. Schiaffo.
Slétan. y. Pregallia. Cattivo, mal-
vagio. - Tcd. S e h 1 e eh t.
Slitighènt. Brian, Sdnicclotè\olc'
Sii zig. y, Anz, Sdrucciolévole. Di-
ceti del terreno iunido, - Cam,
Sii ne ha. Sdrucciolare.
S 1 0 f i. Mil, Floscio , snervato. - inql,
Slow. - Dan, SI dv. Pigro, floscio. -
Mil, S 1 o V à. Spannocchiare. - f^ L o-
va, Slovaz. CartoccL
S 1 ù s e i a. MiL Aqua dirotta. - S 1 ù-
s e i e 1 1 a. Pioviggina • Cam, S 1 o t-
te re e. Tempo piovoso e fosco.
S m a 1 a V i à. Mil, Dissipare.
S man sa. Br, Pannocchia di grano
turco, pànico, miglio e $imili,
Smara. Br, e ycr. Malumore, di-
spetto. - (voe/. Smalan. Trlsteza,
malumore.
Smargiàs, 8mergès.Afi7. Chiasso,
rumore. - Smargiassa. Far m-
more , millantare.
Smersa. Br, Pollone tènero delle
piante.
Smiròld, smilordón. D.Oc, Co-
luber mito.
Smorbià. Mil. Sperticare. Ùice$i
degli alberi,
Snèlar. yaL Lev. Facchino. - Htd,
Schneller.
Snéved. Lod, Liscio e sottile. - Goe/.
Snaidhte.
Snidar. y,L. Sarto.-^TWi. Schnei*
der.
Sobra. i9r. - Zlbra. O.^-Sibrèt.
Mil, Pianella.
So e. Br, Misura di carbone, c<iui^-a-*
lente a cinque sesti d^un sacco.
Soca. Gen, Gonna.
Socarola. ^r. Grillotal|Mi.
Soga. Gen. Corda, fune.- Soghér-
Cordajo.
Sòl. Gen, Mastello, bigoncia.- 8 oé r,
sojér. Bottaio. -GoeL Soir. Bott^
vaso»
Soli, soli. Mil. Uscio, puro, sènri'
plice. - Solià. Lisciare.
Soni. Mil, Ani, Scemo, pazzo.
DIALCTTI LOMBARDI.
83
Some. MiL Trave.* Someri n, so-
merón. Pìecola e gran trave.
So mèle e. D. Or. Lampo.
Sonia. CrOi. Grasso di porco, sugna.
Sorà y Soràr. Gen. Svaporare, raf-
freddare; scaricarsi.
Soregàt MiL SvÌatO;S\'entato.-Sor-
gatà. Divertirsi.
Sorto m. MiL Ulìgine.
Sosnà. y, y. ' Sosnè. F.L. Gover-
nare il bestiame nelle stalle. - Rom,
Scinianar.
Sosnà ss. y, M. Mangiare avida-
mente.
Sota. Br. Sterco bovino.
Sovén d a .. detia anche Tracio,
Bròv, Ov, Og. f^erò. Strada gla-
ciale inclinata per agevolare Pe-
strazione delle legna dal monti. -
Com.yòg, Voga. - Tir. Tovi.
So ver. Br, Vento di tramontana. È
aneke fwme di paete,
Sovèrs. Brian. Turbato, stravolto.-
L Subversus?
Spajarda^Gen.Zigolo giallo.-!^ Pas-
cer flavescens.
Spagna, f^. V. Separare.
Spalm. y, T, Latte misto con aqua.
Spampana. MiL Propalare, divul-
gare.
S pan sa. MiL Scalpello.
Spantegà. Gen, Spàrgere, dllTòn-
dere, svelare. • Spantegón. Mil-
lantatore.
Sparón. K. V, Palo biforcuto per
viti. - /r. S pa ru s. Palo acuto. -
4rm. S p a r r. Pèrtica «Gatf/. S p a r r.
Trave. - Sparran. Sbarra.
Spatossà, spatussà. Gen. Arruf-
fare i peli, disordinare i capelli.
Spavìgia. P^erb, Strumento che ser-
ve a sgusciare le castagne.
^tz. Brian, Unità di misura per la
ItiBghezza delle treccie di paglia
per cappelli . o di budella per sal-
ciccte. È circa tre braccia, quanto
cioè stèndonii le braccia tbarraie
delVuomoje quindi iimile aifElla;
importante, perchè rappre$mia
un* antieìUssima misura.
Spergnacà. Cr.* Scbiaoclare.
Sperlenghin. Cr.* Buffetto.
Spersó. MiL Bigoncia, ove si depon-
gono gli stracchini prima di salarii.-
S perso rèi. Asse obliqua, ove il
cacio fresco si ripone per lo scolo.
Spertesà. Br, Esaminare, rivedere
1 lavori fatti.
Spctacià, spelasela. Gen, Schiac-
ciare, calpestare.
Spi ansa. Br.e yen. Aspèrgere d'a-
qua o d* altro liquido. - 8 p i à n s.
Spruzzo.
Spinàs. Br. Pèttine da cànapa.
S p i u r i. Mil, Prurire. -Spira. Mant,
e yer. Prudore, prurito.
Spregà. Com. -Spregascià. yerb.
Trascinare.
Sprcgadìz. Chiamami in Cr,* i pol-
loni tèneri delle piante che spun-
tano fuori dalle radici. - A, S,
Sprlngan. -/np/. Spring. Sbuc-
ciare , spuntar fuori dal suolo.
Sprug. f'.f^. -Spinga, r. 7\ Masso,
che serve a riparo; antro.
Stacchetta. Mit, Pìccolo chiodo. -
Boni. Stakctta. -Ted. StackeL-
i^p. Estaca. Chiodo.
Starter, i^erb. Percosse , busse.
StarluS. 7Yc.-StraluS.Aff7. Um-
po- Starlùscià. Lampeggiare.
Stefinìa. Com, e yerb. Tafferia.
S t è la. Br. e Ver. Ceppo spaccato per
àrdere.-Stelazòc. Mant, Taglia-
legnc.
Slerpada. Br, Agnella che non ha
ancor partorito.
S t ò d i. Br. Acconciare, accommodarc
per le feste. - IngL T o s t u d. - ht,
Stod. - Dan. Stoder.- S9. Stòd.
Acconciare.
Stómbol.^f'/.-Stombio.^'er.Pùn-
84
PARTE PRIMA.
golo che serve a stimolare i baoi.-
£. Siimulus?
8 1 0 n g i à. Brian. Recidere parte del
polloni d\ui albero.-I.Tondere?
Storà. Mil, Anoojare, turbare. - 7>d.
Stdren. - IngL 8 tir.
8 tosa. ^.Ammaccare.- TVci. Stos-
aen. • L, Tundere?
8trachèt. Br. Cacio di capra.- Gr.
Tragos? Capra. -Gen.Strachin.
Specie particolare di cacio vaccino.
8 traiate. MH, Dissipare.
8tramùscià. Brian, Scompigliare ,
spennacchiare.
Stranagià. yerb. Dissipare.
8 1 r a s i. MiL Assiderato.-fy*.T r a n s 1.
Strassà. MiL - Strùsslàr. Mani.
Dissipare , scialacquare.
Straracà^ Stravacàr, Streacà.
Gen. Capovòlgere , rovesciare. —
Mani, Sdrajare. - Travacadór.
Scaricatoio di canale.
Stremisi. MiL e Cr.* Spavento.*
Stremi. Impaurire. - Sp, Estre-
mezo. Spavento. - Estremecer.
Spaventare.- £. Contremiscere.
Strenu. K Cop. Pieno, zeppo.
8 1 r e V a. MiL Uànioo deir aratro. -
L, Stiva.
Strlbi. Còlti. Scintilla di tronco ac-
ceso.
Striga. jSr. Arrestare.- jlfanf. e jlft/.
Trigà. f^.
S t r i n àJ" D. Or. Diseccare, abbrustire.
Strobià. K y. Ammazzare.
Strocà, strac à. Gen. Prèmere,
sprèmere.
Siròl MiL Zàcchera. -StroUà.
Inzaccherare.
Stropa. Gen. Vincastro -Stro par.
Sàlice, vincaja.- Br. Stropeléra.
Vetriciajo. - Stro pài. Legaccio. -
jirm. Stroba. Legare. - Strob.
Legaccio. - f^er. Strepa. Vimine.
Strosse. Br. - Struzi. MiL Fatica,
stento. • Strùssià. Faticare.
8 tua. f^. T. f Br. Turare > spègne-
re. - P^en. Stuàr. Spègnere.
Sublà. f^. K. Precipitare.
Sùer. Br. Brezza da mattiiui.-F^. So*
ver.
Suni.^0r. Porci. -Sona. Troja. - I.
e Gr. Sua.- jirm. Suin. Mi^ie.
Sulu. Br. Pula, loppa.
Sussi. MiL Agognare, desiderare ar-
dentemente.
S V e g r à. ^r. e f^fr. Diboscare, dirom-
pere un terreno inculto.
Svergna. Brian, - Vergna. MiL
Leziosàggine.
S V è r g 0 1. Gen. Fatto a sghembo. -
Svergola. Sbiecare.
Svigli àc. Brian. Insipido. Dieeti
delle vivande.
Tabi a. Brian, Gambo della patata,
della cipolla e simili.
Tàcola. MiL Sacello con piselli Im-
maturi. - ManL Corvo.
Taconà. Gen. Rappezzare. - Jrm,
Takona.
Taèla", Tavèla. Br.^y.T.eyer.-
Tega. ManL e Cam. Siliqua, gu-
scio dei legumi In gènere.
Tal amor a. Br. Ragnatella.
Tamba. Br. Tana. - V. Cop. Tam-
bra. Grotta.-Gae/.Tamh. Abituro.
Xa m b a 1 ò r i a. Coii cMàmatinetwumH
di Na»a un forte vento.
Tamis. D. Or. e Ver. Staccio , cri-
bro finissimo. - Arm. Tam'oés.
Tampela. Br. Bastone.- Tarn pela.
Bastonare.
Tampina. MiL Annojare, importu-
nare.
Ta n à s. i9r. Rappigliarsi , «oagalarsl.
Tanavlin, Tanavelin. Gen. Suc-
chiello.
Ta pasci à. MiL Sgambettare, affret-
tare il passo. - Prw. Ta vegear.
UAUm LOMBARDI.
8»
Tapèl^Taplìn.D. Oc. « Pfèm. Scheg-
gia, scbeggliiola di legno, ritaglio
da alibniceiare.
Ta pe là. MiL Cliiaccherare, cianciare.
T a p i n L Br, Camminare a piccoli
passi.
Tarèl. MiL Bastone. Pezzo di legno
al collo dei cani In loogbi di cac-
cia riservata.
Tarón. Com. Coeehiajo.
Tata. Ber. Padre.- Bret. Tad, tat.-
Oom, Tas, tal.- VaUuxo. Tàtol.
Tega. Com. e Mani. Siliqua, bacel-
lo.- L. Tegere. - Ted. Decken.
Coprire.
TegàL Mil. Vinaccie.- L. Tegere?
Tègna, Tegnola. ifi/. Pipistrello.-
K. Grignàpola.
Tèm. Om. - TIemo. yen. Stanzino
di poppa nelle bardic-Gaef. Tarn h.
Abituro.
Tèpa. A Oc. Musco , zolla erbosa. -
Sp. Tepe. Piota.
Tera. Br, Fila, sèrie.-Ti r i téra,
Tringotéra. Una lunga sooees-
sione di cose.
Teràm. ÌMffane$e. Crema. - Ted.
Rahm.
Ternegà. Mil. Affogare, attoscare
col fetore.
Tela. T. P. Capra. - Mani, e f^er.
Fienile^ tettoja. Apparato di caccia.
Tesi. r. F. SatoHo.
Teiu MiL e Br. Tegghia. Vaso di
terra destinato a rosolar le vivan-
de- L. Testa?
Tirlifldana.^/1. Lungo filo armato
di molti ami per la pesca , deiio
(Mdle AnisSla. V.
Tobis. Mil. Orbo.
Tofà. Mil. e V. T. Fiatare. -Tof a.
*hto.
?o«t. MiL CaduU.- G^. Ptoma.^
TopsL Br. Zolla di terra. - Corti. To-
w a n. Macchio di sabbia.
TòpiaD.Oe.peiigolaCo.
Tdr. Briwik. Tronco d^àlbero, fusto. -
Arm. T o r r. Frazlone.-/n(|f/. To r e.
Squarciato.
Torba. Brian». Dormiglione^ braco
del melo, del pero e $itniU.
Torsa. K T. Soma di fieno.
Tor lardi. iBr.-Tortór. f^0r. Imbu-
to. - f. Pidrio.
T ó s , T 0 s a. 3f ^/.Fanciullo, fandulla.-
ProQ. Tos.
T OS sèi. yerb. Antenna da barca.
Trae. f. T. Sorso. - Sp, Trago. -
IngL Draught.
Tracia. Fero. - f . Sovenda.
Trkgoì, detto anche Slràbol, TròI,
TrÒ8,Tro8a. Br., Tir. e V. T.
Tiàino, treggia. -I. Trahere?
Trai. Brian. Consumato, estenuato. -
L. Trans-ilus?
Traina. Br. Trapelare , trasudare.
Tranci un. V. Anz. Calze di lana
usate dalle donne della valle e dalie
tedesche di y. MattaUoHe, y. Pitia
e y. Saia , che investono la sola
gamba , lasciando scoperto il piede.
Transi. Brian. Assideralo, Intiriz-
zito. - Jlfi/.Slrasi.- F)r. Transi.
Tra pi cera. F. Anz. Talpa.
Tra sa. Br. Trappolare. - Mil. Sciu-
pare.
Tràuc. y. T. Scarpe da contadino.
Trebatà. Af/I. Vagliare. - T reba-
ia vó. Vaglio.
TreÌ8,TrevÌ8,Tarvis. D. Or.Han-
giatoja. È anche nome di alcuni
villaggi.
Tresanda,Tresenda,TresandèI.
Br. Vicolo. - L. Trans-eunda?
Tresca. Mil. Tritura del riso. -/?om.
Tresca. - Mil, Tresca. Treb-
biare. - Ted. Dreschen.
T r i e n z a. Mil. Forca , tridente.
Trifola. Gen. Tartufo. - I. Lyco-
perdon luber.
Trig. Brian. Fermo.- Sta Irig. Sta-
re fermo. - Trigà. - Br. Striga.
85
PARTE PRIMA.
Fermare, arrestare.- Prov.T r i g a rw*
Cam, Trig. Fermare, slare, abi-
tare. - GaeL Trelg. Cessare.
T ri za. l'r. Jova ; Strumento di legno
per dirómpere II latte coagulato.
Troc, Truc. Gen, Urto. - Truca.
Urtare.- 1. T r u d e rC'Gael, T r u k.
Trolar. K. £. Litigante.- 7(B(f.Troh-
ler.
Tròs. Mil, Tralcio novello di vite.
Tr osa , Iroso. Br» Fetta, sezione cir-
colare di pesce. - fY. Tron^on. -
ProQ, Tranche.-fVtfm. Trancia.-
Com. Trogh. Spezzato. - jérm.
Trouch. Taglio.
Trot. Br, Torrente , burrone. - Tro-
te là. Bollire a scroscio. - Com.
Trot. Letto di fiume.
Troza. ^r .Intreccio di tralci di vite.-
Caiorzo. Sermento.
Trùscia. AfiL Fretta. -Tr usci à. Af-
faccendarsi.
T r ù m a n. K T. Gaglioffo. - Ted,
Treumann. Uomo crèdulo.
Tùón. MiL Palombo, colombo sel-
vàtico.
Tup. y, Anz. Tenebroso.
Turba, y, Anz, Càmera.
U
Usadèl. O."* - OsadèI in Ghiara
4'Adda. Aratro.- Usadèi in dior
letto Mil, iigniflca Masserizie ed amr
che machine.
Usma. Gen, - Usta. Mani, e Ver,
Odorato. - Usmà. Fiutare. - Gr,
Osme. Odorato.
y ag. MiL e Br, Bacio; opposto a So-
lìo. - V, Ovàc - GaeL Ualgh. -
Com, Uag, Vag, Guagion. An-
tro, spekmca.-Vag inV.Cw, «t'gnt-
fica ameora Acido,dÌsapor brusco.
Vajrón. Com. Specie di pefoe. - £.
Cyprinus grislaglae.
VandoI, Vandùl. 1^. Valanga, la-
vina.
Vanta, Vandèr,Vandi. Br.-Ver,
Vandàr. Vagliare.
Ve bai. V, L, Usciere di tribunale. -
Ted. WeibeL
Vedretta. K. T., Friu. e Tirai, -
Vedriàl. V, Cam. -V ad rè è. Tic.
Ghiaccii^o perpètuo.
Végher. Br,* Ve grò. Ver, Terreno
stèrile 0 inculto. - V, Svegrà.
V e 1 0 m. Br. Pioggia adusta nociva
alle vili.- Velòmàs. Allibire, dis-
seccarsi.
Vènt. Mil, Significa vento tramon-
tano , Maestro. Jn generale poi i
venti ipedali trà$$ero il loro nome
dai luoghi d'onde epirano, onde $ul
lago di Como furon detti: Tivào,
Molinài, Bellanàsc,Menasin,
Argegnin, Mendrlsón, Tcsìn,
Bergamasca, ec, da Tivano, Mo-
lina, Sellano, Menaggio, ec^
Vera. Br.eVer. Anello. Cerchio d'oro,
di ferro o d'altro. Ghiera.
V e r g n a. Mil, e Com, Smòrfia, moina ;
. anche Maniera, modo.
Vergòt, vargota, argota. A Or.
Qualche cosa. -Vergo, vergiin»
Qualcuno.
Ve rie ci a. Br. Bandella, intomo allm
quale girano o si ripiegano le partK.
d'una scàttola, d'una porta, e «t —
miti. - L. Vertere?
Vèrtesa.JlfJL-Avèrtis. un'alt. Scri-
minatura del capelli.- f^ S e h e da. —
f%»rMdaVèr z e r, Avèrzer Jkprire^—
Vertì. Mil. Inf. Dovere. -Ver ti ^o
Dovuto. V. Bentàr.
Verùscià, Deruscià. Brian, Ranm-
V>0>^re aspramente, trattar dur^^
mente.
Vetà. r. f^. Rubare.
Vettabbia.Arj<.^fa. Estremità del-
DIALETTI LOMBARDI.
87
l'invòlacro delle cipolle , e shnili;
anche Verdura in gènere.
Vezola. Br, Acquldutfo, botticella.
VirisèlyViscor. MiL Vispo, vivace.
Vi scarda. MiL Tordella (specie di
tordo).-/.. Turdas visclvorus.
Vissi nel. Gen. Vispo, inquieto. IH'
mi di fanciullo. - Vissinèi nel
D, yen, Migmpca Uragano. - GaeL
U Isl igi n n. Scompiglio , furore.
Vissòpoia. yerb, Lucerta vivi-
para.
Yo I. / ".CbP. Zolla erbosa.- Fr.G a z o n.
Zacàgn. MiL Piatltore.- Zacarà.
Utigare.
Zaccarella. JMTII. Màndorla prèmice.
Zigòt y. f^. Riccio senza castagne.
Ztina. Geli. Quarto di boccale; mi-
sura di liquidi.
Ztnfòrgna. MiL Rlbebba.
Za pél. Cr,* Pìccolo accesso dalla
strada al campo.
Zata. D. Or, Zampa.
Z a vaj a. Mil, Canzonare, burlare. Gi-
ronzare.
Zavèr. ^r. Caprone. - //a/. Zeba.
Capra.
Zela. Orni. Correre.
Zèmbol. MiL Pollone, virgulto.
Zèrb. MiL Sodaglia, y, Gcrb.
Zia. CoM, Ornare, acconciare.
ZIbra, ZIbrèt. Gen, Pianella.
Z i d r è 1 a. Cr,* Carrùccola.
Zlgra. K. L, Rlcotta.-7>d. ZIeger.
Z5bia, Zigola. I?r. - Zanzavrén.
Cr,* - Zenziiìn. MiL Giùggiola.
Zocca. Coni. Seno di lago.
Zola. MiL - Zola r. ManL Bàttere,
bastonare.
Zoncadura. Br, Filone verticale
nelle miniere di ferro.
Zosc. Cr' Cespo, cespuglio.
Zu. y, M, Capretto.
CAPO IV.
Cenni istorici sulla letteratura dei dialetti lombardi.
Parlando di propòsito delle vernàcole letterature , è mestieri
primamente distinguere la popolare àaìV artificiale. Per lettera-
tura popolare intendiamo quei componimenti in vario metro,
che nàscono nel seno delle nazioni rozze, il cui autore è il pò-
polo stesso che ne è depositario: componimenti tradizionali, che
tèndono, o a tramandare ai pòsteri, a guisa d' annali, con vivaci
colori , favolosi avvenimenti e gesta d' eroi , o a descrìvere con
eròtico stile e càndida ingenuità gli amori, le fazioni, i costumi
del pòpolo stesso che li ha dettati. Tali sono i canti nazionali dei
montanari Scozzesi, dei pastori Serbi, dei Clefti dell'Epiro^
dei Pallicari della Grecia, nei quali vèggonsi fedelmente descritti
Q cielo, i monti, la natura materiale delle rispettive regioni, o
rappresentati i costumi ed i passati avvenimenti delle nazioni
rispettive. Per letteratura artificiale invece intendiamo quei
componimenti, A in prosa che in verso , che furono dettati nel
dialetto del pòpolo bensì , ma dalla classe eulta d' una nazione ;
aei quali per conseguenza lo studio e l'arte ebbero la parte prin-
cipale, e tèndono per lo più a reprimere con satiriche forme gli
abusi e i depravati costumi dei contemporànei , o a celebrare pù-
blici e privati avvenimenti. La prima è sémplice e pura come la
natura che riflette ; la seconda arguta e studiata , come il vizio
tihe reprime; la prima è òpera della natdra, la seconda dell' arte;
qo^lla tende a spàrgere i primi semi di civiltà presso le nazioni
nascenti ; questa a corrèggere e riforma le instituzioni già ve-
tuste e guaste presso le incivilite.
L
90 PARTE PRIMA.
Ciò premesso^ è abbastanza noto^ come la civiltà romana^ e più
tardi la dìfTusìoiie del Cristianésimo scancellassero da molti sècoli
presso di noi ogni rimembranza delle poètiche tradizioni dei Bardi,
non che delie superstiziose leggende degli antichi Druidi; e ap-
parirà quindi manifesto^ quanto male s' appóngano coloro, ì quali,
confondendoci coi bàrbari, cercano tuttavia fra di noi canti po-
polari, come faceva Omero nelle ìsole dell'Arcipèlago ed in Asia,
prima che Solonc dettasse agli Ateniesi novelle instituzioni , o
come tutt' ora suol farsi ne' più appartati monti dell' Europa set-
tentrionale ed orientale , presso nazioni non ancora informate alla
moderna civiltà. 1 dialetti lombardi non hanno infatti canti popo-
lari; ma bensì una letteratura artificiale, ristretta sinora a colle-
zioni di poesie ed a drammi , la quale ebbe incominciamento solo
nel secolo XVI. Né vogliam con ciò dire, eh' essi manchino di mo-
numenti anteriori a quell'età ; basta vòlgere uno sguardo ai docu-
menti dei sècoli di mezzo, non che dei successivi, dei quali doviziosa
raccolta serbasi nei nostri Archivii e nell'Ambrosiana , per iscòr-
gere nell' incòndito latino d' allora una serie di voci e d'idiotismi
bastévoli a formarne un Vocabolario (1). Né solo una raccolta di
voci, ma si potrebbe estrame altresì buon nùmero di frasi e
modi , che sono pretti lombardi. Gran copia di tali voci ed idio-
tismi trovasi ancora nelle crònache èdite ed inèdite de' nostri muni-
cipj, ed in alcuni vetusti Vocabolarii, nei quali l'ignoranza delle
voci italiane indusse gli scrittori a sostituire sovente le corrispon-
denti vernàcole italianate. Abbiamo sotto gli occhi un vocabo-
lista ecclesiàstico redatto da un mònaco agostiniano, sin dal 4489,
dal quale abbiamo estratto parecchie voci lombarde , che sog-
giungiamo qui in calce, in Saggio del vocabolario dei nostri an-
tichi dialetti che potrèbbesi agevolmente compilare sui monu-
menti (tK). Ma se questi monumenti provano la rimota antichità
(i) Sarebbe pure un'impresa molto ùtile ana scienza la redaifone d'un
vocabolario vernàcolo tratto dai monumenti latini del medio evo. Mentre
dall'una parte sarebbe chiaramente provato , che i nostri dialetti furono
in ogni tempo con leggere modificazioni parlati^ dall' altra sarebbero salve
dall' oblio parecchie radici da sècoli andate fuor d' uso, e meglio atte a
constatare l'orìgine dei medésimi.
(s) L'opera della quale qui porgiamo un estratto è intitolata: El Ffh
DIALETTI LOMBARDI.
91
dei vernàcoli idiomi , e la consonanza )oro cogli attualmente par-
lati^ non ne viene che si possano ascrivere alla letteratura ver^
nàcola.
cabuUsla ecc!e$iatUco ricotto et ordinato dal povero sacerdote de Christo
Frate Johanne Bernardo Savonese , del sttchro Ordine de heremiti obser-
vanii di santo Auqnstino, Ed in fine del libro si legge: Impressum Medio-
Ioni per solertcm opificem Magistrum Leonardum PactteL 1409. Die XXIII
mensis Feàruarii, Ivi trovammo registrale le seguenti voci , le quali , in
onta alla terminazione italiana Untavi dalPautorc, sono In perfetta conso-
nanza con quelle del vivente dialetto milanese.
Cavalcarla^ cavalleria.
Aconxarc , acconciare,
Aguccia , ago, agttcci^ia.
Amolato , arruolato.
Amarcia , morchia,
Angrestara , inglUslarra» misura pe'
liquidi.
Armario, armadio,
A9pero sordo , àspide.
Asselarse , sedersi.
Astregare^ àstrego, lastricare, laslri"
caio.
Avolio , avorio,
Balanza, bilancia.
Barba# x/o.
Bèllora , béllula.
Blasfemare, bestemmiare.
Biava, biada.
Biscantiero, soffitta, cielo deUe stanze.
Bolhre, soffiare,
Bóglier, boUire.
Bota, eoipo , percossa.
Braghe, brache.
Brancata , mampolo.
Brasca, tfragia.
Brezzo, bracco.
Brusare, brucare.
Bniscato , abbrustolilo.
Caldaro , caldera , caldaja.
Càmola , iignuola.
Càncano^ càrdine.
Capuzo, capuKio,
CanuT, carne.
Càuli , càvoli.
CognoMc, cognossuto, conoscere^
nosciulo.
Copo , tégola, émbrice,
Costrcnzcrc , costrìngere.
Cressuto, cresciuto,
Cusirc , cucire.
Dar fora , publicare.
De drcto, di dietro,
Dep<*nzerc, dipingere,
Desprcsio , disprezzo,
Dessedare, svegliare, destare.
El , il.
El se dice , si dice,
Extendudo, esteso.
Fantino, banéOino.
Fczza , feccia.
FiaTiare, respirare,
Ficare, infiggere,
Fidigo, fégato,
Fogiola» focaccia.
Fopa, ctoaca.
Forestero, forestiere.
Eòrfexe^ fòrbice,
FroDza, fionda.
Camberà, gambiera, calzare.
Geraj^Aio/a.
Gialdo, giallOn_
Giaza (la) , il gtUaecio,
Cozzare, gocciolare.
Crassa (la), il grasso, V àdipe.
Crilanda, ghirlanda.
Impressa , frettolosainmle.
co-
OS
PJUiTI PRmA.
1 primi tentativi , fatti di propòsito per iscrivere i dialetti lom-
bardi furono intrapresi solo quando gli scrittori italiani , ad imi-
tazione dei Toscani, introdussero la prima volta nella comedia
finproperlo , ingiuria» iruuUo, JMòlgere , mùngere.
In , quando precede V articolo s res/a! toltone , montone,
invarialo» dicèndovisi: in el lago, Corone, gelso.
in la lucerna.
Incùzine , incùdine.
Inguaiare , eguagliare.
Inlordire , fra» tuonare,
Insema , insieme.
Insegno, màcchina, istrumento.
Inzenocclarse , inginocchiarsi.
Lasagna, lasagna. L, Làganum, Gr.
Laganon, Specie di focaccia.
Lavezo, pajuolo » caldaja,
Laxzo , laccio,
Lecardo, ghiotto,
Legerisca , leggerezza.
Leni igia , lenticchia,
Levadore, lièvito,
Lèvore, lepre.
Lisca , càrice,
Lixo , senza lièvito, iHcesi del pane,
Lnmisello , gomitolo,
Macare , contùndere» ammaccare.
Madone, mattone.
Hamolino, bambino,
Hanezàr , maneggiare » trattare,
Marzar , macerare.
Masione, casa» maggione,
Mazera, clUusura» muriccia, L. Ma'
cerio,
Mazerato, fràddo.
Meda, mucchio. Dicesi del fieno e delle
biade ammucchiate. L. meta,
Médere , miètere.
Mele (la), il miele,
Messedare, mescolare» agitare.
Mezarola, specie di misura pe'*UquÌdi,
Mezena, metà del lardo d*un ma jote.
Hitrìa , mitra.
Mocarc, smoccolare.
Mozo, moggio,
Mufolento, ammuffito,
Nàdega, nàtica,
Nassuto, nato,
Nora, nuora,
Oltra , Oltre, Passar olirà el vado ,
tragittare il guado,
Pagura, paur<i.
Pala da grano, pentilatnv.
Panzera, lorica.
Parpela , palpebra.
Pede, piede.
Perlusare, forare, pertugiare,
Pignata, pentola.
Prestino, fomajo.
Quindexe, quindici,
Rampegàr, arrampicare.
Rangognar, borbottare.
Rasone, ragione.
Rasore, rasojo.
Rognoni, reni.
Rosegato, roso,
Sappa, zappa,
Sbater le mane, appUmdire,
Sbadagiare, sbadigliare,
St>efigamento, delirio.
Scarcàre, sputare.
Scòder, riscuòtere,
Sconfio, gonfio.
Scovare, scopare.
Scracare, scatarrare.
Seda, seta,
Semeso, specie di misura.
Sémola, fior di farina. L. Simiia.
Sengiuzo, singhiozzo,
Sentero , sentiero,
Sénzer , cingere.
DlALBTn LOMBARDI.
95
interlocatorì vulgati ; e ciò che reca singolare stupore si è, che
i primi che vi si provarono èrano estrànei alla Lombardia, quali
furoDO, tra i molti, Andrea Calmo veneziano, Angelo Beolco da
Pàdova, Gian-Giorgio Alieni d'Asti, Giulio Cesare Croce da Bo-
logna, ed altri tali dell' una o dell' altra regione d'Italia. Calmo,
Beolco, Cini, Gcognini, Pedini ed altri molti in più comedie
si valsero del Bergamasco, il quale, colla ruvidezza e semplicità
del linguaggio , contribuì a render lèpide le rappresentazioni.
L'Alioni, nella farsa intitolata : El Bracho e el Milaneiso inna*
morato in Ast j alternò il dialetto astigiano col milanese ; ma
tutti questi Saggi , il cui nùmero è grande, non si possono dire
uè milanesi né bergamaschi, mentre vi sono talmente svisati
dall'imperizia degli scrittori, che appena \i si possono riconó-
scere. Perciò basterà averne fatta menzione, come del primo se-
gnale dal quale ebbe principio la letteratura dei nostri dialetti;
esob per quelli che ne bramassero più estesa notizia, abbiamo
soggiunto alcuni Saggi tratti dai più antichi scrittori e più difficili
8esa, «{epe.
Seie, «W.
Sir, wifre.
Sobro, lavolatOj parte iuperiore della
caso.
Speciarìe , aromi,
Spegazzato, imbraltato.
Stara , iU^a,
SUione, tizzone.
Strepare , strappare.
Stoa, stufa.
Sugare , asciugare.
Tavano, tafano.
Temporito , precoce.
Tridare, tritolare.
Vènere, venerdì.
Vodare, vuotare.
Zanzare , cianciare.
ZenevrOy ginepro.
Zenzala, zanzara.
Ziaramella, zampogna di canne.
Zn, giù.
Qqì si vede chiaro, come, eccetto le poche radici andate in disuso, quaM
s<>no, Mscantiero, sbeflgamento e simili, tutte le altre serbino le medésime
permutazioni distintive del dialetto vivente, così delle lèttere, come dei
(ènerì dei nomi. Eguali osservazioni potremmo fare solle inflessioni , por-
{eodo lo stesso vocabolista le terminazioni pianzando, torzando, per pian"
9«iio, torcendo; andarla, doferia, per andrete, dovrebbe; sédenoj dicè-
^» per sièdonoj dicevano, e simili. Tale era quattro sècoli fò la conso-
^'^lai del dialetto milanese coir attuale; altri monumenti la comprovano
^ pari evidenza In tempi di gran lunga anteriori ; sicché pare, che non
si PQMa più dublUre deir indestrutUbilità dei diaietU, delP antichità dei
lio^tri e della somma loro Importanza.
9^ PARTE PRIMA.
a rinvenirsi , non che un' indicazione delie principali produzioni
di questo gènere, nella BibU(^rafia.
Da ciò è manifesto , che i dialetti da prhicipio furono scritti
per célia , e coir intento di trastullare le moltitùdUii , come ap-
punto nello stesso tempo furono intrusi in molte comedie il
Greco , il DMmata , il Tedesco , il Francese ed il Turco , che
in Tana foggia masticavano un guasto italiano , o qualche suo
speciale dialetto. E che tale fosse V Intenzione dei primi scrit-
tori appare eziandio dalla scelta dei dialetti medésimi, tra i
quali veggìamo preferiti i più rozzi, vale a dire: l'Astigiano fra
i pedemontani , il Bergamasco , o quello di Val di Elenio tra i
lombardi , il Chioggioto , o il rùstico Padovano fra i vèneti , il
Bolognese fra gli emiliani. Che anzi, ovunque , e per molti anni ,
furono preferiti i dialetti dei monti e delle campagne a quelli
delle città , sulla norma appimto degli scrittori vulgari tosca-
ni , che primi ne diedero V esempio. Cosi veggiamo in Ungui
rùstica padovana i primi saggi poètici o drammàtici di quel dia-
letto celebrato da Beolco e da Maganza coi finti nomi di Ruz-
zante , Magagnò , Menòn e Begotto ; in lingua rùstica veronese
sono scritte alcune bizzarrie poèticlu* dell' Atinuzzi ; riistica è quella
dei primi Saggi poètici friulani , bellunesi , bresciani e mantovani;
Colombano Brescianini assunse il nome di Baricòcol dottor di Val
Brembana, quando travesti in rùstico bergamasco le Metamòrfosi
d' Ovidio j ed i primi poeti milanesi imitarono le rozze favelle delle
vallate di Blenio e d' Intra , o si nascósero sotto le spoglie del
BostHj nome generale e comune tutt'ora ai villici dell'Alto Mila-
nese; onde fìurono poi dette Bosinade le innumerevoli poesie li-
riche d' occasione composte nei dialetti lombardi.
Qò premesso, volendo noi pòrgere una chiara idea, comecché
sommaria , della letteratura di questi , l'abbiamo ripartita in tre
distinti perìodi, il primo dei quali comprende appunto i compo-
nimenti in lingua rìistica, estendendosi dai primordi della poe^
vernàcola (ino alla sostituzione dei dialetti civici ai rùstici, ope-
rata dal Maggi ; vale a dire , dal principio del sècolo XM fin»
alla seconda metà del XVII. Il secondo, dal Maggi si estende sim»
ai tempi della ristaurazione , incominciata da Giuseppe Parim*^
vale a dire, dal 1680 incirca alla metà del sècolo scorso. Il
terzo, incominciando dal Parini, giunge sino a noi.
DiALBin LOnARDl. 95
Di qui appare , che la letteratura dei dialetti lombardi viene
predpuaniente rappresentata dalla milanese propriamente detta;
pacche, se si eccettui il dialetto bergamasco , il quale fu stolto
da parecchi distinti scrittori in ogni gènere di componimento ,
tatti gli altri non hanno vera letteratura propria, ma tutt'al più
alcune poesìe d'occasiono, o Saggi di vocabolario. Con tutto dò,
per procèdere con maggiore chiarezza , abbiamo preferito sce-
verare la letteratura dei dialetti occtdento/t da quella degli arien-
Mi.
Lctteraton dei dialclti ocddeatali.
Periodo I. Questo periodo, come accennammo, è contradistinto
dal lingaaggk) rùstico, il quale variò di mano in mano che la
tetteratmra vernàcola si venne sviluppando. Da principio i poeti
ndlanesi adottarono il dialetto della valle di Blenio, i cui aln-
tanti solevano recarsi in firotte annualmente alla capitale lombarda
per esercirvi il mestiere di facchini, e, sul modello dell'Arcadia,
i ed membri assumevano spoglie pastorali coi nomi di lìtiro
e Mdibeo, fondarono Vj^cademia della wlle di Blenio j nella
quale, colle mentite spoglie di facchini, tentarono nobilitare
coi {poètici nùmeri la lingua, i costumi ed i rozzi concetti di
quella pòvera plebe. L'origine e gli statuti di questa firlvola
Addeaia furono publicati nei Babisch dra Academiglia dor
Ompi Zaoargna, ove sono racchiuse molte poesìe facchinesche
di Gio. Paolo Lfomazzi, autore di questo libro e principe dell'Aca-
deoda , non die varii componimenti d' altri zelanti acadèmici.
1^ questi emèrsero Bernardo Baldini , Lorenzo Toscano , Ber-
nardo RainoUo, Gio. Batista Visconti, Giacomo Tassano e Lodo-
vico fi^niiini ^ dd quali sopravìvono appena alcune iM>esìe vo-
la&tL In quel tempo di decadenza, la moda avea difiuso in Italia*
il bàrbaro gusto per le lingue &Uhìejanaddttica e furbesca^ alle
quii anche valenti ingegni pagarono il loro tributo (4); e in
Uabardia tenne per breve tempo il loro posto quella della
'i
(O^^Vgisl ropàseolo da noi tcslè publicato col tìtolo: StwHi sulk Un--
iHfeModhf^ di B, BiondelU. BUlano, per Cìv<*lli e G."" 1846.
10
i
90 PARTE niMA.
valle (fi Blenio. Pocx> dqK> , vale a dire in sul principio del sè-
colo XVII , vi fu sostituito il dialetto della valle Intrasca , non
meno strano del primo, e proprio parimenti d'una parte dei fac-
chini e vinaj della capitale nativi di quella valle. Venne quindi
fimdata la gran Badie doi fecqin dol lag Méjòj e in essa i poeti
lombardi, serbando sempre la màschera facchinesca , illustrarono
questo nuovo dialetto montano con molti componimenti poètici,
che sfoggiarono per lo più in sontuose mascherate camesciale-
sche, in almanacchi, ed in opùscoli d'occasione, dei quali ser-
basi una ragguardévole raccolta nella biblioteca Ambrosiana, e dei
quali produrremo alcuni Saggi nel capo seguente. Di tali masche-
rate camescialesche porge bastévole idea un'incisione pubblicata
dal Bianchi col titolo : Mascarade doi FecMn dol Lagh Mqó
atcrìcc in Ila Magnifiche Sedie j (accie in Milanj ol dt SO feorm
1704. Il componimento di maggior conto in questa lingua, di-
stinta comunemente col nome di lingua (acchimsca^ si fu un poe-
metto dell' avvocato Bertarelli , intitolato : Lucdade dol Compi
Strusapolentaj da noi riportato nella Bibliografia; e buona copia
di racconti in prosa tròvansi nell'Ahnanacco intitolato La BaUe^
pnblicato per alcuni anni successivi nella seconda metà del sè-
colo scorso.
h mezzo a questo bàrbaro gusto pei linguaggi più bàrbari e
meno intesi, alcuni vollero sollevare all'onore del metro la mene
informe favella della campagna milanese, e fra le innumerevoli
sue varietà scélsero quella del Bosin , che fa rappresentalo di
Baltram da la Gippa^ nativo di Gaggiano , villaggio posto soUi
riva destra del Naviglio Grande a sette miglia incirca da Milano.
Allora per la prima volta la poesia vernàcola, abbandonando |^
insipidi sali facchineschi, prese indole satìrica. Era Beltrame mi
pòvero contadino, sémplice, ma sentenzioso ; ignorante, ma franco
e loquace; censore della politica, e sempre disposto a piàogera
sulle sciagure della sua patria, ed a festeggiare, cantando, i fausti
avvenimenti pùblici e privati. Con quest' àbito a vario odore pre-
valse sui facchini del Lago Maggiore, che a poco a poco ammutii
Urono, e fu per lungo tempo l'intèrprete prediletto dei verseggia-
tori milanesi, ai quali prestò n(»ne e linguaggio , e più sovente
ancora ignoranza e melensàgine.
DIALRTI LOMBARDI. 07
Allora ebbero origine le Bosiiiadej ossia quei componimenti
poètici d'occasione, sovente satirici, in ogni metro e stUe, che
distinguono la poesia vernàcola lombarda, e dei quali immenso
è il nùmero , e per lo più oscuro V autore. Fra quelli che suc-
cessivamente si distinsero in questo gènere di componimento ,
ricorderemo Girolamo Madema, Scipione Delfinoni, Pietrasanta,
Domenico Francolini, Paolo Mainati, Giuseppe Abbiati e Gaspare
Fumagalli. Una raccolta di queste poesie, màssime appartenenti
ai tempi moderni, fatta per cura del benemèrito Francesco Bei-
lati, serbasi ordinata in nove volumi nella Biblioteca Ambrosiana,
e sarebbe di gran lunga maggiore , ove alcimo prima di lui
avesse impreso di fame collezione. Di tante produzioni però ben
poche meritano ricordanza, non solo pei loro frivoli argomenti,
ma sopra tutto per V assoluta nullità. La sola importanza loro con-
aste nel documentare la storia patria , non che lo spirito dei tempi
e le fan che il dialetto milanese ebbe successivamente a subire ;
sdibene eziandio a tal uso il maggior nùmero non valga, o per man-
canza di data, o per l'imperizia deirautorc,o per troppa esiguità.
Il solo poeta che emerse in questo lungo periodo, e che pos-
siamo riguardare qual fondatore e padre della poesia milanese,
si fu il pittore Gian Pàolo Lomazzo, il quale, comecché principe
benemèrito dell'^codetiua de la Fai de Breijn^ pure scrisse an-
cora pel primo alcune poesie liriche in dialetto civico milanese,
che non sono prive di qualche pregio. Il suo esempio fu imitato
da Giovanni Capis, da Ambrogio Biffi, da Fabio Varese e da altri^
dei quali ci rimangono pure alcuni sonetti èditi in gran parte.
Che amd, Giovanni Capis fu il primo che sbozzasse un Saggio di
vocabolario etimològico milanese , nel quale si sforzò dimostrare
la derivazione di questo dialetto dal greco e dal latino. Quest'o-
pera, troppo encomiata dal canònico Gagliardi, che, affetto dal-
l'egual nun*bo allora generale in Italia, sottopose ad egual tor-
turali dialetto bresciano, fu più tardi ampliata ed in parte emen-
^ da Giuseppe Milani, dopo di che vide più volte la luce col
No: Faròn milancsde la leiujuadc Milàn, Il suo pregio con-
^solo nell* averci serbato parecchie voci antiquate, ornai scom-
P^i'se dai viventi dialetti , essendo le note etimològiche per lo
più vane stiracchiature , o sogni. Ambrogio Biffi dal canto suo
98 PARtE PRIMA.
tentò posare le basi della pronuncia e dell' ortografìa vernàcola
in un breve trattato in prosa intitolato: Prismn de MUàrij d
la pamonzia milanesa. Quest' opuscoletto è prezioso oggidì, ad
ditàndoci quali modificazioni la pronuncia milanese ha subito negl
ultimi sècoli (4 ) ; e venne pia volte in luce unito al Faròn Milanès
Periodo il. in onta a questi primi tentativi , il gusto per k
Bosinade e pel linguaggio riistico prevalse sin oltre alla metà del
sècolo XVII, quando compar\'e Carlo Maria Maggi, che, versato
nelle clàssiche letterature antiche e moderne d' Europa , sollevò
quella della sua patria, sostituendo al dialetto ràstico il civico,
e dettando parecchie comedie e poesìe volanti , intese a rifor-
mare coir arguzia e colla critica il falso gusto ed i costumi de'
suoi tempi. Ond' è che , sebbene egli inalzasse V edificio sulle
pietre primamente poste dal Lomazzo e da' suoi seguaci , fu pm
meritamente riguardato, per superiorità e fecondità d'ingegno,
non che pel compimento dell' òpera , come vero fondatore della
poesìa milanése. Infatti solo dopo di lui fu dato perpetuo bando
a Baltram da la Gippa^ nel cui posto successe Meneghin Per-
cenna a rappresentare l'uomo del pòpolo.
Questo nuovo eroe della Musa lombarda era un servo fedele ,
ammogliato, càrico di figli, ingenuo, faceto ed arguto, tìmido è
franco ad un tempo , d' òttimo cuore , e vìttima sempre de' più
scaltri. Con questo caràttere egli fu la chiave dell' intrigo nella
c(»nedia , e l' intèrprete dei successivi poeti lìrici , ai quali pre-
stò col nome, ora lo spìrito e la sàtira, ora l'ingenuità ed il pa-
triottismo. Questo modello fu delineato per la prima volta dal Maggi
nelle sue comedie intitolate: 7 consigli diMeneghinoj II Barone
di Birbanzaj II Manco malej ed // falso Filòsofo j le quali sono
ad un tempo òttimi modelli di pura morale, e di drammàtico stile.
Al Maggi tenne dietro una lunga schiera di valenti poeti, che
illustrarono il sècolo XVUl. Tra questi emèrsero Girolamo Bira-
go, Giulio Cesare Larghi, Stefano Simonetta e Cari' Antonio TanzI,
con una serie di poesie egualmente pregévoli nello stile grave
e patètico dell'elegìa, che nel faceto e brillante della novella.
(i) Avvertasi che qui intendiamo parlare del vario modo di pronunciare
l'uno 0 r altro vocàbolo ^ e non già del sistema fònico , il quale fu sempre
eguale.
DIALRTl LOMBARDI. 00
Dòmteico Balestrieri, uno de' più fecondi-ed eminenti ingegni del
Pamaso milanese, dopo avere illostrato il patrio dialetto con ogni
sorte di componimento in prosa ed in verso, lo inalzò ancora all'o •
Bore dell'epopèa, travestendo la Genuakmfne Liberata del Tasso,
sull'esempio di tanti altri scrittori, che Taveano voltata in quasi
lotti i dialetti d'Italia. Se in questa strana impresa il Balestrieri
spese diecisette anni di fatica, ebbe il mèrito di mostrare di quanta
forza d* espressione , e ricchezza d' imàgini proprie il dialetto mila-
nese fosse fornito; e voltando in vernàcolo con miràbile fedeltà pa-
recchie canzoni di Anacreonte, provò ancora quanto bene s'addi-
cesse agli argomenti affettuosi; per modo che, se il Maggi ebbe il
tanto di fondare pel primo la vera poesia milanese, il Balestrieri
ebbe la gloria di consolidarla e di arricchirla di molti pregévoli
componimentL A' suoi tempi , avendo il padre Branda barnabita,
in una lettura acadèmica , sollevato a cielo la lingua italiana , e
tentato dimostrare , essere il culto delle vernàcole lèttere nocivo
all' incremento delle clàssiche , il Balestrieri difese la causa del
jiatrìo dialetto, e rintuzzò con una serie di componimenti, intito-
lati la J^randana^ le asserzioni del cenobita; ed essendosi alcuni
fatti campioni di questo, altri s'unirono al Balestrieri, per modo,
^he s'accese un'enèrgica lotta, la quale terminò col trionfo dei
tM)eti vemàcolL
Balestierì fu attorniato, finché visse, da una corona di valenti
^poeti, i quali , gareggiando a vicenda , lo emularono cosi nelle
^[razie, come nella forza e dignità del dire. Tra i molti basterà
ricordare Francesco Girolamo Corio, Giorgio Giulini, Cari' Andrea
Oltolina, Ungi Marllani, ed il P. Alessandro Garioni, le cui sagaci
poesie piene di sali sono ancora il diletto dei concittadini.
Periodo III. In tal modo terminò il $ècx)lo XVllI gloriosamento
per la poesia milanese, la quale, se nel primo periodo aveva as-
sunto sotto r oppressione spagnuola il falso gusto , e lo spirito
frivolo dei tempi , venne modellata nel secondo sulle clàssiche
letterature, e sollevata ad alto gcado. Se non che, la monòtona
scuola delle lèttere clàssiche, inceppandone il libero svilupjK), le
impresse una servile imitazione, a svincolarla dalla (lualc richie-
dèiiasi una riforma. I memoràbili avvenimenti che, in sul cadere
dello scorso sècdo, dalle rive della Senna estèsero la ràpida loro
100 PARTE PRIVA
influenza su tutta Europa , sovvertendo V antico órdine di cose,
ne fornirono ben presto occasione , e , come nelle sociali insti-
tnzioni , così ebbe principio la riforma nella lombarda letteratura.
Il primo che vi pose mano si fu il benemèrito abate Giuseppe
Parini, il quale^ mentre dall'una parte maturava cogli aurei suoi
versi la riforma delle lèttere itàliche ^ preparava dall' altra con
parecchie poesìe volanti quella delle vernàcole. Gli tenner mano
neir ingentilire gli animi quel lùcido ingegno di Giuseppe Bossi,
e il conte Francesco Pertusati, i cui numerosi componimenti sono
cospersi d' àttico sale e di quegli affettuosi e morali concetti che
caratterizzano la vera poesìa; ma questi diedero solo il segnale
della riforma , il cui compimento era serbato al genio creatore di
Carlo Porta ^ prìncipe de' poeti vernàcoli. Forte pensatore, pittore
inarrivàbile, poeta inspirato, quest'uomo straordinario tutto si diede
a sradicare 1 mali che deturpavano il suo paese , e , dipingendo
co' pia veraci colorì i costumi del suo tempo, dall'una parte at-
terrò il decrèpito edificio delle opinioni antiche, rintuzzò dall' altra
l'arroganza dello straniero; inesoràbile nella sàtira, delicato negU
affetti , seppe congiùngere alla forza còmica di Molière ed al pa-
triottismo d'Alfieri, il frizzo di Giovenale e la dolcezza di Beran-
ger ; ond' ebbe la gloria di contribuire più d' ogni altro a sradi-
care i pregiudizj, e ad aprire la via alla vera e viva letteratura.
Sulle sue orme procedendo, alleviarono in parte il dolore
dell' immatura sua pèrdita due valenti poeti, Tommaso Grossi e
Giovanni Raiberti, i quali, perchè viventi, non turberemo con
tributi di lode. Basterà solo avvertire, che si educarono in gio-
ventù alla scuola del Porta , penetrati da sentimento del pari
generoso; e giova sperare , che la patria possa esser loro rico-
noscente di nuovi mèriti.
Da questo ràpido cenno si vede, che il dialetto milanese non
solo è affatto privo di poesie tradizionali , ma non ha òpera che
non sia di scrittori versati nelle letterature antiche e moderne.
E perciò , pel nùmero e pel valore delle sue produzioni, sùpera
molte delle letteratiu*e vernàcole , e può rivaleggiare altresì con
parecchie delle clàssiche modeme(i), giacché la poesìa non con-
(0 Vèggasi nel Capo VI la Bibliografia di questo dialetto.
MAUSm LOMBARDI. 101
sisie nella lingua, ma bensì nelle imàgìni e nei concetti; come
dimostrò colla ragione e col fatto anche il Porta nel seguente so-
netto non mai abbastanza ripetuto :
I paròi d'ón leoguàj^, car sur Manèl»
In uni tavoloiza de oolór ,
Che pòn fa'! quàder brut, e^l pòn fa bel,
Segònd la maestrìa del pitór.
Senta idèi , sema gust , sema òn oervèl
Che règola 1 paròl in del discòr ,
Tùt I lenguàj^ del mònd in come quei
Che parla on so ùmelissem servitór.
E sti idèi, sto bon gùst, glà^l savana,
Che no in privativa di paés ;
Ma di oò , che gh^ àn flemma de studia.
Tant 1^ è vera, che in boca de ùssuria
El belìssem lenguà|^ di Sfenés
L^ è M lengu&j^ pu cojòn che mai ghe sia.
Gm questo corredo di materiali era a desiderarsi, che taluno,
STDÌgendo le leggi gramaticali, e compilando un vocabolario
di questo dialetto , ne agevolasse la lettura e l'interpretazione
^jà Italiani ed agli stranieri. Nessun tentativo venne fatto sinora,
^de porre in evidenza i prindpj fondamentali che regolano il
discorso. Quanto al vocabolario , vi provvide il benemèrito Fran-
cesco Qierubini , il quale , dopo averne dato un Saggio sin dal-
l'amo i8i4, pose testé compimento alla difficile impresa, pu-
bHcindone un nuovo assai vasto in quattro volumi. Egli acquistò
diritto alla patria riconoscenza, per le solerti cure colle quali
V arricchì di modi proverbiali, di tècniche espressioni, abbrac-
ciando ogni arte e mestiere^ e tenendo cx)nto dei minimi membri
componenti le màcchine più comuni, non che pei confronti so-
vente instituiti con altri dialetti d' Italia. Se non che , il troppo
ristretto suo propòsito , come dichiara egli stesso nella Pre£ft-
àone, di ajutare i concittadini a voltare il patrio dialetto nella
%aa scritta, lo deviò troppo nell'esposizione dell'interminàbile
ìntaile serie dei derivati d' ogni radice, e nella ricerca de' più
^^ti modi corrispondenti italiani, a danno della precisione e della
chaitaa. Noi commendiamo questo libro per la dovizia dei ma-
^^riaB racchiusi, non che per la bella appendice di voci brian-
IO) PARTB PRIMA.
soie e di Ghiaradadda^ apprestata pi^r la maggior parte dai si-
gnori Villa e Decapitai!! , ma troviamo soverchio lo sfoggio dei
più antiquati arzigògoli fiorentini, e dei più triviali provindalnmi
delle vallate toscane , che non faranno mai parte della soda e
schietta lingaa italiana.
Conchiuderemo questa prima parte del nostro schizzo colla
testimonianza del benemèrito abate Panni, il quale, dopo avere
encomiata la schiettezza e semplicità del dialetto milanese, cosi
soggiunse:
<« Chi più d'ogni altro ha riconosciuto quest' Indole della nostra
lingua, e che lo ha dichiarato in più d'un luogo de' suoi com-
ponimenti milanesi , è stato nel sècolo antecedente V immortale
nostro segretario Carlo Maria Maggi, il quale avendola perciò
adoperata in varie òpere morali ed istruttive, fece doler i fore-
stieri del non poter essi intènderla bene. Egli, che nella sua più
ifresca età èrasi acquistato tanto grido colle lèttere greche , la-
tine e toscane, non isdegnò nella più grave e matura di servirsi
del nostro dialetto nelle migliori sue comedie, da lui scritte,
non tanto per proprio trattenimento, quanto per istrudone e per
vantaggio grandissimo de'suoi concittadini; e le quali meritarono
d'essere dagli intelligenti, non dirò eguagliate, ma eziandio pre-
poste in qualche guisa alle più rinomate delle antiche.
» Sulle pedate gloriose del Maggi hanno poscia seguito a
ver nella nostra lingua alcuni dotti e savii uòmini, che
morti di fresco, ed alcuni altri che ora vivono, i quali mòstitno
di far grande conto del giudizio e della lode della lor pafeia,
scrivendo nel proprio dialetto cose che non possono esser ^giu-
dicate o lodate da altri , meglio che da lei. Quindi è , che noi
abbiamo veduto in pochi anni la nostra lingua mostrarsi capace
di tutte le vere e più sòlide bellezze della poesìa. Bastivi di
lèggere le rime scrìtte in milanese dal virtuoso e dabbene si-
gnor d.' Girolamo Birago, per sincerarvi , che non solamente il
nostro linguaggio non è per sé medésimo goffo e scipito^ ma
nemmeno per ciò che in esso si scrìve. // Meneghino alla Se^
navraj di questo autore, può dirsi una scuola della vera pietà e
della più sana morale, e cosi ciascuno de' componimenti dì' egli
indirizza a' suoi fi^uoli, e quel bellissimo, fatto da lui ultima-
DIALETTI LOMIARU. |05
nénte, intitcdato: // Testamento di Meneghino; ne' quali tutti ^
oltre ad una fina e soa^e eiitica de'costumi, òttimi insegnamenti
si danno conditi con vìvaci sali, con urbane lepidezze.
t» Ma che vi dirò io del signor Domenico Balestrieri , e del
s^or Cari' Antonio Tanzi? Il primo de'quaii, colla leggiadra e
sémplice naturalezza de'suoi versi, insinuasi dolcemente nel cuore,
e l'altro, colla, rotnistezza de' pensieri e delle imàgini, mostra
come trovar si possa in mezzo alla semplicità del milanese dia-
letto il fantàstico ed il sublime della poesia. Leggete dì questo,
oltre alle molte altre cose, il bellissimo sonetto ch'ei già stampò
per una monacazione, in cui egli rappresentò alla candidata il
punto della morte di lei, e, figurandosi d'esser seco nella cella,
le dipinge si ai vivo le circostanze in cui ella troverassi in quel
di, che scuote ed agita l'animo di chiunque legge, e lo riempie
d'un salutare orrore. Sul medésimo argomento della morte leg-
gete i versi sciolti ch'ei recitò nell'academia dei Trasformati,
eh' io mi rendo certo, che voi non li potrete lèggere senza racca-
piiccio , tanto vìve e patètiche sono le imaginazioni , onde quel
Componimento è ripieno.
» Per dò che riguarda al sig. Balestrieri, qual cosa insieme più
l^dla e più tènera del suo Figliuol Prodigo? Questa dolcissima
allegoria della divina misericordia , quasi direi che diventi più
prewna nella nostra lingua , imperciocché , richiedendo l' argo-
mento una certa semplicità e un certo soave affetto eh' io non
saprei spiegare , sembra questa èssere a ciò meravigliosamente
adatta, o, per dir meglio, sembrano i Milanesi particolarmente
atti a sentirlo e ad esprimerlo nel loro dialetto. Senza che, l'aut-
tore ha saputo in quell' operetta raccògliere tutte quelle grazie
e purità della nostra lingua, che meglio servono a rappresentare
sotto gli occhi la cosa, e ad eccitare la compassione e la gioia.»
Gli altri dialetti occidentali non ebbero in verun tempo lette-
ntora propria. Nessun componimento venne in luce, per quanto
^ consta , nel dialetto ^altellinese ^ eccetto per avventura qual-
^ oscura poesìa d' occasione di più oscuro scrittore. Un voca-
l^io del medésimo trovasi racchiuso nel Vocabolario dei dia-
^ iella città e diòceri di Como^ deli' abate Pietro Monti , che
^l<Miamo riguardare come uno de*, più importanti lèssici fra i lom-
'^^ pei molti dialetti alpini che abbraccia.
104 PARTE PRIMA.
Due soli componimenti ci venne fatto rinvenire, piiblicati a
gtampa, nel dialetto comasco j e questi pure di nessun conio, come
appare nei seguenti Saggi.
Tiitta la letteratura ticinese e x^erbanese consta dei mentovati
lavori dell' Academia della Valle di Blenio, e deH'Abbaiìa dei fiio-
chini del Lago Maggiore.
Nel lodigiano furono bensì composte nei tempi addietro alquante
poesie; ma queste pure d'occasione e di lieve pregio; sicché, non
trovando chi le raccogliesse , smarrirono coi nomi dei loro autori.
Il solo componimento degno di ricordanza è una commedia del
conte Francesco De Lemene, intitolata: La Sposa Frwizescaj
publicata in Lodi nel 1709, encomiata dal Barretti nella Frusta
letteraria^ e ristampata nel i8i8. Lo stesso De Lemene tradusse
in dialetto lodigiano il secondo canto della Gerusalemme Libe^
rataj ossia l'episodio di Olindo e Sofronia, versione assai pregé-
vole, e tuttavia rimasta inèdita sinora nei patrii archivj ; e perciò,
essendoci pervenuto alle mani l'originale autògrafo, ne abbiamo
arricchita la seguente raccolta di Saggi. Ivi si scorge quanta in-
fluenza abbia avuto negli ùltimi tempi il dialetto di Milano sa
quello di Lodi, in origine diverso da quello che ora vi si parla.
Sul princìpio del nostro sècolo,.ed ancora ai nostri giorni, pa-
recchie poesìe volanti circolarono pure manoscritte , fra le quali
ottennero plauso in patria le argute e brillanti del chirurgo Gio-
vanni Batista Fugazza e di Carlo Codazzi; altre ne compose non
meno pregévoli il vivente Riboni ; ma sì le une , che le altre
caddero in parte in oblìo, per mancanza di rìcoglitori. Appunto
affine di provvedere a questo vuoto, ne abbiamo scelto un pìc-
dol nùmero fra le migliori procurateci dalla gentilezza dd pro-
fessore Cesare Vignati e dalla compiacenza dello stesso Riboni, e
ne abbiamo fregiata la nostra raccolta , ove compijono per la
prima volta in luce.
LettcntwR del dialetti orientali.
Come tra gli occidentali fl Milanese^ così fra. gli orientali il
solo dialetto Bergamasco ebbe copiosa serie di cultori, mentre
il CremascOj il Brtsàamo ed il Cremùn^se rimasero sempre ne-
DIALETTI LOMBARDI. 108
gleUi. Dai nninerosi monumenti supèrstiti appare , come il Ber-
gamasco fosse scritto fra i primi , giacché i più antichi scrittori
di comedie italiane, come accennammo, lo introdussero asaai
di buon' ora sulla scena , a rèndere piacévoli i loro drammi.
Questi primi Saggi però, comecché in niuuero ragguardévole (1)^
meritano appena d' èssere mentovati , mentre i loro autori ,
quasi sempre stranieri , mal conoscendo questo dialetto , impa-
starono un gergo misto di voci e forme proprie d' altri dialetti ^
che non fa mai parlato in verun àngolo della terra. 1 veri scrii-
tori bergaBiaschi , a quanto appare, incominciarono a far uso
del loro dialetto solo verso la metà del sècolo XVI, e preferirono
senoqnv fl dialetto rùstico delle vallate settentrionali a quello
della dtti. In quel tempo comparvero molte poesie volanti , le
quali ^ non trovando ricoglitori, andarono per la maggior parte
smarrite , senza che perciò la gloria di quella letteratura avesse
a soffrirne. Per modo che i soli componimenti di lunga lena
rimastici , sono traduzioni di clàssici poemi latini ed italiani di
(empi posteriori.
U mònaco Gassinese Colombano Brescianini, verso il 1050^
tradusse in rùstico bergamasco le Metamòrfori d'Ovidio^ sotto il
mentito nome di Barkòcol dotar de FaU-Brembana ; questa
Versione non vide mai la luce, e solo un breve Saggio ne inseri
V autore nel suo Ragionamento sopra la poesia giocosa , ove si
celò col nome di Acadèmico Aideano. Il dottor Carlo Assònica ,
autore di varie liriche poesie, voltò pure in rùstico bergamasco
il Goffredo del Tasso, che vide per la prima volta la luce nel 4970.'
\eno lo stesso tempo , anònimo autore , sotto il nome simulato
di Persia Melò , travesti alla rùstica il Pastor fido del Guarìni ,
intitolandolo: 01 Fochi Fedéle w?i?èr ol Pastor a In bergarnowa,
encomiato da Lione Allacci nella sua Dramniaturtjìa. Altro ano-
nuno autore, sopranominato El Gob de f^eìicma^ tradusse VOr^
^ondo Furioso dell'Ariosto, nello stesso dialetto, sebbene corrotto
^Vmtodi provincialismi vèneti e lombardi. Tutti questi monumenti
d<A' antica letteratura bergamasca sono ben lungi dall' emulare
^fcna d'espressione, vivacità d'imàgini, spontaneità e grazia,
^^ versioni di simil fetta , eseguite in altri dialetti italiani.
(0 valgasi nel Capo VI la Bibliografia di questo dialetto.
106 PARTE PaiMA.
Oltre ai summentovati, si distinsero ancora nello scorso sèa
con produzioni originali, altri scrittori benemèriti, fra i qn
basterà ricordare Gioyanni Batista Angelini , e Y abate Giusef
Rota. Il primo, oltre a \arie poesie, riunì ancora alcune noli
intorno alla letteratura yemàcola della sua patria, e compilò
vocabolario bergamasco-italiano-latino, che non vide mai la hi<
sebbene un buon vocabolario di quest' importante dialetto sii
' desiderarsi sopra ogni altra cosa, se non come intèrprete da'si
letterarii monumenti, almeno c^me fondamento ad un più sòl!
studio sulla sua origine e sui rapporti che serba cogli idio
antichi e moderni. Il secondo publlcò nel i77S un lungo Ca^
toh contro gli Spiriti fortis in terza rima, preceduto da un i
netto colla coda, in luogo d' Introduzione , e vi si scorge per
prima volta un piano ragionato d'ortografia, inteso ad agevoli
la lettura di quel rùvido dialetto.
In tale stato era la poesia bergamasca alla fine del sècolo pi
sato , e nei primi anni del presente, afiiatto priva di qualsiasi i
marchèvole produzione originale ; e solo negli ùltimi tempi fìi i
staurata per cura di Pietro Buggeri da Stabello, autore di alquai
graziose e l^ide poesie, testé raccolte e publicate. Sebbene qu
sto valente poeta miri piuttosto a trastullare i suoi concittadi
con ridUcole novelle e lèpide imitazioni , anziché a descriverne
emendarne i costumi , con originali e sodi concetti , ciò nuli
dimeno i suoi componimenti ottennero plauso generale pei mo
sali e poètici fiorì che vi sono profusi , ed occupano a ìm
diritto il primo posto nella patria letteratura.
Da tutto ciò è manifesto, che la poesia bergamasca mane
non solo di canti tradizionali, ma altresì di originali inspiraiio
e di nazionali impronte ; mentre consiste generalmente in ve
sioni dei clàssici , e in lèpide imitazioni di racconti e comgm
menti propri di letterature straniere.
Il dialetto Gremasco non ebbe in verun tempo cultori che n
ràssero ad ingentilirlo coi nùmeri poètici, se si eccettuino poé
versi d'occasione in gran parte caduti in oblio, perchè privi •
mèrito e di ricoglitori. I più antichi monumenti da noi ami
sduti sono: una poesia fatta per monacazione nel prindp
dello scorso sècolo , che abbiamo riprodotto più avanti , ed ui
OlALBin LOMBARDI. 107
lunga e stucchévole ègloga sulla Immacolata Cotuxzionej inse-
rita nei Fastti intòrki di Crema di Gìo. Batista Gogrossi. Qual-
che altra produzicme di minor conto serbasi manoscritta in pri-
vate raccolte. Negli ùltimi tempi il nùmero delle poesie d'occa-
sione fu accresciuto, per òpera di alcuni viventi scrittori ere-
maschi; e questi tenui Saggi con altri del sècolo passato furono
salvati dall'oblio, per cura del conte Faustino Sanseverino, che
testé li raccolse e publicò in un plcdol volume intitolato: Sag-
gio di foem in dìakUo Cremasco. Ivi, oltre alla versione di due
Anacrednlicfae del Vittorelli fatta dal prof. Rocco Bacchetti , ed
a varie poede nel dialetto urbano dell'abate P. Màsperi Battajni,
distinguono due sonetti in lingua rùstica di D. Giacomo Inzòl ,
di qualche pregio.
n dialetto bresciano non (u men negletto del Oemasco: la
sola produzione antica rimastaci è un Diàlogo in versi tra una
serva e la sua padrona, intitolato: La Maitsera da bèj ossia la
Serva dabbene j d' anònimo autore, nel quale una serva insegna
i Tarii modi d'apprestare e cx>ndire le vivande. È poi seguito da
una canzone villereccia, intitolata : Mattinala, che più oltre ri-
prodneianio in Saggio dell'antico dialetto rùstico bresciano. Questo
librìcdnOy oggi rarissimo, comecché ristampato tre volte, vale a
dire nel 1554 e nel 4590 in Brescia, ed in Venezia nel 1555,
fli trovalo nel palazzo Martinengo della Palada in Gobiato, da Mes-
ser Galeazzo dagli Orzi al tempo del saccheggiamento di Brescia.
In onta all'assoluto difetto di letterarie produzioni, il canònico
i^resdano Gagliardi volle illustrare il patrio dialetto con una lunga
Kstertaaone sulle origini del medésimo , inserita nelle sue òpere,
ore, seguendo l'uso ed i pregiudizi del suo tempo, intese a dimo-
stnune la derivazione dal Greco , porgendo la verisimile etimo-
logi! di poche voci.. Più tardi provvide alla compilazione d'un
vocabolario bresciano-italiano , che vide la luce noli' anno i750.
in'inqierfezione di questo primo tentativo apprestò qualche ri-
vieiSo Giovanni Batista Melchiorri, compilandone uno più esteso,
che vide la luce nell'anno 4817 in Brescia, sotto gli auspicj di
W benemèrito Ateneo.
h (pel tempo due forti ingegni, 0 Mascheroni e TArid, ch'eb-
^ tanta parte nella ristaurazione delle lèttere itàliche , non
108 PARTE PRIMA.
isdegnàrono rivòlgere le loro cure al patrio dialetto, nel quale
dettarono alcune poesie volanti rimaste sinora inèdite. Alla gen-
tilezza dello stesso Arici siamo debitori delle poche sestine in-
serite nella seguente raccolta , nelle quali con miràbile sponta-
neità racchiuse la versione letterale della Paràbola del figliìiàl
pròdigo. Nessuno però di quei poètici caprìcci venne, per quanto
ci consta, in luce, e solo nel i826 T avvocato Pietro Lottieri di
(Chiari publicò una raccolta di quarantaquattro sonetti, traendo
gli argomenti dal Quaresimale del P. Sègneri.
Ancor più inculto del precedente rimase sinora il dialetto Cre-
monese , nel quale nessuna produzione vide mai la luce , se si
eccettui qualche insipida Bosinada^ o poesia d' occasione. Sol»
dopo molte inùtili ricerche , e mercè la gentilezza dei signori
arciprete Paolo Lombardini e dottor Rabolotti di Cremona , d
riuscì riunire una piccola collezione manoscritta di poesie ver-
nàcole cremonesi, che abbiamo alle mani e della quale produr-
remo qualche Saggio. Tra queste ricorderemo un dramma in
cinque atti, intitolato Toìnmashio e MartinUj ed alcuni diàloghi
in versi, nei quali col dialetto urbano trovasi alternato anche
il rustico. Tutti questi componimenti peraltro sono affatto privi
di mèrito, e per lo più ancora di buon senso.
In si misero stato di cose, ci gode Tànimo d'annunciare, che
il professore Peri di Cremona sta ora compilando un vocabola-
rio di quel dialetto, che verrà quanto prima alla luce, e del
quale il chiaro autore ci comunicò gentilmente la parte est^a^
tiva contenente voci di più oscura derivazione. Sarebbe però a
desiderarsi, che il benemèrito autore avesse ad estèndere il suo
lavoro eziandio nella campagna, la quale porgerebbe senza dubio
più interessanti materiali.
Conchittdendo questi brevi cenni, avvertiremo, come tutta la
letteratura dei dialetti lombardi ristringasi a più o meno copiose
collezioni di poesie per lo più imitative di scrittori educati alla
scuola dei clàssici , ed a pochi vocabolari! di alcuni principali
dialetti urbani. Nessun tentativo venne sinora intrapreso, onde
svòlgerne la grammaticale struttura , o scoprirne i mutui rap-
porti con adequati confronti fra loro , o cogli altri dialetti itàlici
e stranierì , o colle lingue estinte , se si eccettuino i pochi cenni.
DIALETTI LOVBJOIDI. 101^
bserili nell'appendice alla gramàUca comparativa delle lingue
latine del celebre Raynoaard , ed intesi a provare i particolari
rapporti dei dialetti dell'Italia superiore colla lingua dei Trova-
tori ; e pure importanti rivelazioni sulle origini di quelli che li
pirkno tròvansi raccliiuse nelV anàlisi dei loro elementi e del
loro organismo, come abbiamo altrove dimostrato (i), e non meno
rilevanti rapporti di fratellanza fra le popolazioni itàliche setten-
trionali e le occitàniche rivelerebbe il loro confronto coi dialetti
della Francia meridionale , ciò che ci proponiamo far manifesto
in una pròssima publicazione ; per la qual cosa facciamo voti ,
onde , mentre V Europa tutta è occupata ad ampliare per ogni
dove gli studj linguìstici , eziandìo i nostri connazionali provve-
dano finalmente ai molti vuoti , ed apprestino i materiali neces-
sarj alla compiuta illustrazione dei patrj dialetti.
l^) lèggasi la nostra Memoria intitolata: Della Linguistica applicata
oUa ricerca delle Origini itàliche, inserita neUa fìivista Europea (Novem-
^ iiM), e riprodotta neir òpera: Studii LingiUstici di B. Biondelli, che
si sU pobUcando.
..">
CAPO V.
Saggi di letteratura vernàcola lombarda.
Dialetti Occidentali.
Milanese.
isso. Il più antico monumento supèrstite della letteratura
'i^nese trovasi , come accennammo , nelle Opere giocose di
Gian-Giorgio Alionij libro divenuto assai raro. Ivi l'autore in-
^i^Hlusse in una Farsa il milanese che parla il proprio dialetto \
^ r affettazione di certe frasi, alcune espressioni e forme ba-
^^e, ci fanno dubitare della perizia dell'autore, ch'era asti-
Sì^ , nell' imitare fedelmente la lingua allora parlata presso
^ noi. Checché ne sia, giudichi il lettore dal seguente brano. È
^^ Milanese che parla , e vanta l' abbondanza del suo paese.
^n mi vegnù per triumfà
^ in Ast ; ma la non è cossi.
O mi cercàd mò mendesi
De qua e de là per i ostarì ,
l>a fa banchìt e leccarì ;
^a el Don si trova da magna,
^'àdeno lor farsi impregna
Quist Astesàn , Monteì ehi sii ,
^' i vòleno stimar da più
^ vìver so , eh' el milanés.
^^ H el vai lù megl* i spis ,
^^Uq lor i ortolàn iniò ,
^^« qoel di gran magnàn chilo.
'D Mitèn èi cagna bosón ,
^^** I pressùt e salsissón ,
I Bagiàn , busecca , la^ imbròc ,
O fli cogliàn, berlende, gnòc,
Salvadesìn, cavrìt^ doni ,
Quai girardinc , gargani ,
Bon pescar ì , bon vin, bon pan.
Vù trovar! drent da Mirèn
Per i list mo di parrocchiàn
Darsèt niiara de pùtàn ,
E pili, che i bciven vin dasiàd ;
Qucstsan Franciòs ch'i Pan provàd.
Vada a Mirèn chi voi guadàgn ,
E bon marca ; vii avri lasàgn
Piena sciidela al bon comin,
Cun del fonnàg più d' un scrìn \
El dàn mo lor per cinq'imbie^ ce. oc.
il
.^v
■t
^
1 12 PARTE PRIMA.
1580. Sonetto di Gio. Paolo Lomazzo^ sopra un pittore dap-
poco.
El pii stenta penció de tut Milàn
A r è on garzón del Camp e del Figin ,
Compà giura de Togn , de Bcrgamìn ,
E amìs tut du d^Andrca, che no gh"* à pan.
Costór, lassèi andà de man in man
A hajà chi e li dì so scovìn ;
Che fan picciur doma d' oltramarìn ,
Ch' in bon de forbì i ciap a Cavriàn.
Costór van corona come s"* fa i bò ,
D' aj , de por , de melgàS e de gìànd ,
E manda in tri'ónf sora di so
Asnin, e in man spegàfi pisnin e grand;
E incontr^ a lor ghe va la Stentadùra ,
Che doma di par s5 la fa gran ciira.
1600. Il seguente documento è un brano del Trattato della
Pronunzia milanese dì Ambrogio Biffi ^ che tanto più volentieri
riportiamo, quanto più lo riputiamo idoneo a pòrgere precisa
idea del dialetto a quel tempo, essendo scritto in prosa.
Quìi fio d' ingègn ch'àn comenzà a mostra el fondaméoi del nost parla
da Milàn, a i ve mètten in tei co Poltra sira el caprizi da fam vlssigà
d^ intorna a la parnonzia milanesa , insci in pò in pè , dond^ è diss quel
pòc che sentìssev, no pensànd d^avc pò anc da dura fadlga a scrivel. Ma
parche mi son vùn de quii Ambrosiàn, che no san di de nò, e tant pù a
on amìg com' em^ sì vù, e vM Jò scrivù come m' ì di, senza stàg a pensa
trop, par ess mi parént del musciafadiga ; e anc che i nost se sijen mettù
in US el scriv toscàn , par fa dai caga-pistèl , che dan tort ai so par pari
savi, i jò parselo vojù in nosta lengua, par fav intènd ben spiatarà ci son
di Ictter com^ al va. E se ni avéss biii pressa, ch^ al pariva ch^ al ve sèlo-
pass i fasOy e Pavrév mettù io com"* al va, e s'avrév anc di quaicossoréna
dela sova zelenza, parche al gh'*è óna sort de gavaión, che, com^a i pòn
di ma de qualcun, al ghe divis, che impìssen trop ben el gotói ; ec. oc.
4600. Per saggio poètico di questo tempo abbiamo scelto un
Sonetto di Fabio Varese, contro gli ambiziosi.
Compà , sont ormai sa} de cert minciòn
Che van in volta sgonfi per Milàn ,
E se parlò con lor, per biò, no gh' àn
Tanta lettra in sul cii come òn barbón.
MALKin LOMBARDI. ii3
Oh ! te dire , gh^ àn ben di dùcalón.
Ò in cu tùtt i so sold, se no m' en dan;
Coss'ò a che fan mi de sti marzapàn .
Imbosorà doma de ambizión?
I vcrtuós tùt quanta car Bernardin,
Mi i stimi, perché in òmen de strapàz,
E san coss'c '1 volgàr, coss' è 1 latin ;
K quand parli con ti con tant solàz ,
E parli de sta sort de gavaión ,
Disi . ch^ in ón frecàss de vis-de-caz ;
Perche no in capàz
Nane de nettàm i scarp nissùn de lor ,
Sebèn fùssen pii sgonfi che ón tambòr.
170O. Il sècolo XVn fu illustrato da Carlo Maria Maggi^ autore
di varie comedìe e di molte poesie vernàcole morali. Tra queste
abbiamo scelto la seguente canzone, la quale, se non è il mi-
gliore de' suoi componimenti lirici , basta però a dare un' idea
della spontaneità del verso e dei retti principii dell' autore.
CaMZOìE morale riferita da un 0RT0L.4!10.
L'òltcr dìy ch^era sta per tùt Milàn,
Vendènd iiga , zùcchèt e peverón ,
Tornava a cà sul bass insci planpiàn ,
Dondànd cont ón' andana de lizón ;
Qoand ò vist, che óna tropa de vilàn
De Bosìn orb sentiva óna canzón ;
E anca mi cùriós mette glò i scorb ,
Per senti la canzón de Bosin orb.
Fioi^ Bosin diseva, ci mond Tè insci,
De tempèst e gabèl n'cn manca mal;
Di cruzi el ne crèss vùn in ogni dì ,
E 1 remedi mijór rè a no ciapài ;
Me rìd de certa gent com' vii! dì mi ,
Che van col lanternin cercànd travàj.
Me pias la devozlón de pret Fagòt ,
De no ciapàss fastidi de nagòt.
Oh, me fa piir stizzi cert scrolacó ,
Che sèmpcr ai sciguèt vorcn dà meta;
Che sèmper, o s' el piòv , o s' el dà 'I so .
San doma rincùràss e là el profetai
Mi me par <io sta mèi quant mane en so ;
Vegna nev, a^Q^, vent, mi fo goghctu,
E pens, per pasentà tù£ sti rumor,
Che sora de sti nivoi gh' è M Signor.
114 PARTK PRIVA.
Me diri fors che, quand vòj Tè 'I soró,
El ne patiss in ek fina el cagnd ;
E mi respondaró, che bìì cùnté
Lasse al reiò, che sti cine sold in so;
Vù tire driz el sole, no guardè indré,
E se vorì guarda 9 guardè i vost bd.
In coss del cap de ca; basta al famèj;
Che quand el 1^ ubediss , noi pò fa mej.
Tosón , senza intrigàss in sti boltrìg ,
Vivarèm tue finché la mort ne branca;
El despensér magiór l'è nost amìg;
Chi In lù confida à la panerà franca;
Chi pass i fior, e chi vestiss i flg,
A la so cara gènt vorì eh' el manca?
Mi per mi la vuj to come la vèn ;
Chi le manda el ghe véd, e ^1 me vor ben.
Me plas cert cor ladin de tò e de mètt ,
De zolla su óna spalla com' se vor;
8'el mond ruina, no gh'en dan on ètt,
E soppéden 1 spin come viòr.
Ma casciàss in tùtt coss e dà prccètt ,
Me pèrcn amblzión de crepacor.
Dìsen , che al lóff el ghe cade de brùtt ,
Per vorè mett la cova de pertutt
8tè ben con quel de sora, e fé '1 fatt vost;
Del rest lasse che pensa el cap de c&;
Lasse che lù el ve metta a less e a rost ,
E, vaga Roma e toma, lassèl fa.
Fé quel che disi, e vedarì , se tost
Sto vost cor Insci stréni se slargare.
L^è M sparpòset pu gross ch'abia vedù,
Catà rovéd, e pian^ che n^àn spongiu.
^ Vedèm, che parlò volt Tom se despera ,
Perchè al so coss on remedi noi ved;
Ma '1 relò di reiò M gh'ii la manera
De cava ben del mk, quand mane se cred.
Taccàss a lù ben ben, quest'è la vera;
E pò no dùbité, ch'el ghe provéd.
Ben spess ne par el méj quel eh' è peió ;
Ma lù pò '1 ved e'I vor quel eh' è 'I mio.
El eompà Togn, che 1 verz Teva pientà.
Fava orazión, perché '1 piovèss on bott.
Vori olter? à plovù; e '1 fen sega.
In scambi de secca, ciapé del cott;
DlALETn LOMBARDI. ii6
L'ùga fioriva, e per i gran rosela,
Andànd in cavrio, rande In nagòtt;
E Togn, guardànd al elèi, tornè a prega,
Per de lì Inani, che noi ghe dass a tra.
No sém quel che se vobiem; e besogna
Vere giùst quel che vdr quel ch^è desora.
Per i coss de sto mond fa tant la togna ,
El me par on spessì per la malora;
De spèsa a cerca tant, se cerca rogna,
E vedèm, per sta mej, che se pegiora.
Fa per el ciél, sem pur i gran marzòr,
A cerca in tera el paradìs di oc!
Chi fini la canzón. Diss chi sentiva:
Corpa d'ón biss, che Vk resón Bosìn!
Sgarìven toi: E viva l'orò, e viva!
Ma con tutt quest gnanc vun ghe de ón quatrìn.
Mi, ch'era strae, e a sta li in pè pativa,
Pur, sbadagiànd, ghe stè perfina al fin;
E anca mi ghe fé onór cont i compàgn ,
Desbattènd la stadera in di cavàgn.
1750. Sebbene a quest'epoca, dopo la spinta datavi dal Maggi,
^^rìsse principalmente. la poesìa milanese, ciò nullameno èrano
^^ttavìa in vigore il dialetto rustico milanese e quello della Valle
'^trasca, perocché l'Abbada {Badìa) dei facchini del Lago Mag-
giore continuò sin verso la fine del sècolo scorso. Quindi por-
giamo in Saggio di tutti e tre questi dialetti quattro componimen-
^; due di vario stfle pel milanese propriamente detto, ossia di
città; uno in dialetto rùstico del Larghi, ed il quarto d'anònimo
autore in dialetto Verbanese, e propriamente della Valle Intra-
sca, scrìtto nell'anno 1758, che produrremo a suo luogo fra i
S^ di quest' ùltimo.
Sonetto del curato Stefano Simonetta, intitolato: Divorzi zeri-
WHmiM tra la mula e Vabà Moriggia croci fer del cardinal
'%mpa, nrcivékoQ de Milàn,
Tùtt magona l'oltr'ér diss' ci Moriggia;
Tùtt' altana , la ghe rispós la mula:
Cara mula, te lass : — Oh I car Moriggia ,
Gb' avi tant cor de bandonà slu miila ? —
ii6
PARTE PRIMA.
Mai pù rivi a monta, diss el Meriggia,
Bestiòla piì bisara de sta miila. —
On òm insci legér, come ei Moriggia
Mai pù me ven sui spali; rispós la mula.
On gran penós sospìr tre su Moriggia ;
Una scorenia lasse andà la mula.
Sicché fàven pietà mula e Moriggia.
Lù slonghè '1 coli, vorènd basa la mula;
Le volta el cu , e a scalz vcrs el Moriggia ,
Le mandè in santa pas, de vera mula.
La seguente Bosinada- di Cari' Antonio Tanzi fu da noi prefei
agli altri componimenti dello stesso autore ^ non che alle pro4
zioni dei molti scrittori dello stesso tempo ^ sopratutto pei ni<
diotismi e modi proverbiali che racchiude, i quali, sebben
sècolo dopo, sono tutt'ora usati allo stesso modo e con egu;
significato dal pòpolo milanese.
Sora i proverbi e i fras milanés caipà del mangia.
Nova bosinà
Su Targomént del carnevà.
Dove se ved che i Buseccón ,
Perché ghe pias i bon bocón ,
No dèrven boca per parla.
Se no ghe mèséen el mangia.
Bosinà stampa in Milàn^
Del stampadór Carla Bolzàn.
In sti sir de Danadà,
Stand seta giò al fogorà ,
In cà del padrón de cà ,
Dove sont sòlet a andà.
Stava li come on sognàn ,
Come on lóc , cont el co in man ,
Gomponènd insci a memoria
Quàter vers, sora l'istoria
Del bizaro marendin^
Ch'èm godù sul baKreschin
Del Valmàns fin st'àn passa
Mi , e di òlter Trasforma ;
Quàter vers de recita
Per incò sora el mangia;
Quand me senti li dedré
Messe Steven legname
A desGÓrela e a dì sii ,
Cont on bàier come lii.
Per spiegàss cert mod de di ,
Che tCitt quant van a forni
In de quela sort de coss
Che ne va giò per el goaa.
Ve segùr , che gh^ ò avu spass ;
Je drovava per spiegàss ;
Ha el parìva, a dagh a tra,
Ch^ ei parlàss sora el mangia.
Ghe fé pont, e allora allora
Me ghe miss a pensàg sora ,
E trovè, ch^el nost lenguàÒ
De sti mòd el n'^à a bresàé.
Alto là : n' ò avu asse insci ,
Marendin, sciavo, bondi.
Me resòls de tira dént
In d'on simel argomént,
E portàv an mi óna man
De paròi del nost Milàn
Su sto nost gùst milanés ;
E in quest chi fèven bon spes.
Bosinà de intitola:
CcU^in 8ora el mangia.
DIALETTI LOMBAHm.
117
A vìin grass , a on bel baciòc
S^ gbe dis, che l'è on bojòc;
S« rèon màgher; Tè on merluz,
^'psaràc, sardela, lui;
Quel eh» è grand , P i on bicciolàn ;
^'è anedòl quel che 1* è nan ;
^ l'è on bàcol , l'è on merlòtt,
^noc, salàm, ben de nagòtt;
^ r è vun eh* el sia poltrón ,
^'c on pan poss. Tè on polentón,
Aereiàn , menatorón ,
I>èg la papa al bernardón;
l'ani che tùt el nost parla
El consist in del mangia.
Chi sta in mótria. Tè on brOgnón;
C^hi caragna , on macarón ;
•uel eh' è bruti , on mascarpón ;
'uel eh' è fiac , on lasagnón ;
, giaeh' el fomks in on,
« V è on mùseg , rè on capón;
s'incontra on fa de lóc,
'è on mostà^ de flragnòc;
ch'el mord, o ch'el sgraflgna,
■- éde eoe e rè de bigna,
^ l'è de barbìs de gàmber,
■-'èon vajrón de quij del Làmber.
^arié pur, se si parla:
^h] entra «èmper el mangia.
ÈI ch^l sia on quej furbón?
^'gh'àel lìtoldegajnón,
^he al diànzen el vor là
^polt, e, se sorta dà,
^1 vor faghela mangia.
^0 lassèvela fracà ,
^he, giara Poca pltoca,
^'è on scrocón s'el fa ben d' oca;
^ gajna el sa perà ,
^^nza gnanc (ala cria ;
^ chi el ruspa, de là el guama,
^ '• è on ben bocóo de cama.
^ (to mòd se tira là
^ «ìepéngel col mangia.
^ parlèm d' on desgrazià ,
^ Pmerbi in paregià.
Quand U légora P è in pè ,
^^^ì canghe dan adrè;
iFini vun gh'è on òlter gu^,
Dai, dai, che l'à roba Paj.
Vòren fan tanta tonioa ,
Vèden P ultema ruina ,
E mangiai in insalata ;
E s' el pòver òm noi sbrata ,
Se presi noi mena i poi péti ,
El va in toc , el tran a feti.
Gran Milàn per sassinà
Doma a fùria de mangia !
Dà via stròc, l'è menestrà;
Mangia Paj, Pè mocolà,
L'andà in grenta , P Inrabiss;
Fa bùsèca, Pè el feriss;
On mosUzin, Pè on sgiafón,
E P è on pèrseg, on copón;
Strapà el zùf, P è caviada ,
L' è copeta, óna spalmada ;
Se*ghe dis sardèi, pigno
A ceri bot per i fio ;
E se i ti rem sui genoé,
Carsenzòr con dént el bòa.
Tant che fina el nòster dà
El fornìss tùt in mangia.
Se gh'è vun ch'el vaga coni,
Se ghe dis sùbet , P è on foni ;
Se gh' è vun eh' el sia lecàrd ,
Ghe se dis : P è on scumalàrd.
Él vun ch'abia on bel cerìn?
Ghe se dis : P è on laé e vin ;
il vun giald come i feria?
Che color de cervelà !
ÈI on pò lofi e smorlòtt ?
Oh , che ciera de pancòtl !
Él vijn brut, ma ch'el sia bon?
Ghe se dis : per soz e bon.
Tal che no se sèm spiega,
Se no drovem el mangia.
Él rich? L' e pién come P òv;
Chi à el so intènt , el fa el so ov ;
Chi va pian, el va sui òv;
Quel che sbaia , el copa i òv ;
Dà el velén . P è dà la papa ;
L'è caroterà óna lapa;
Chi fa errór , fa on macarón ,
El là on per, el fa on raarón ;
H8
PARTE PRIMà.
El tó SU òna tcnca , V è
On negozi de tasè«
Gh' è el proverbi : o ben , o ben,
La maseberpa paga el fen.
E per tut bogna tira
Voltra roba de mangia.
Chi k colzèt tut sponcigni ,
V k ì colzèi tut caponi;
Quel che gh^ à '1 vesti guarnì ,
L' à el forma] in sul vestì ;
AI vestì guarnì de piaga ,
Ghc cor sora òna lijmaga ;
E 1 lumàg in anca i d£;
Chi à i pagn lis, e che va a boÒ,
Et gh^ à i pagn de gradisela ;
Quei che porta el foni sott sela ,
E r a el sèler su la spala ,
L^ è on biro che no le fala ,
Che à '1 capei , e insema el gh' a
El cordón bon de mangiL
A chi n^ abia rott el co
Con di ciàcer , disem : N' ó
Avù óna supa , e avù on stùà ;
A on flizòn che dà stoeà.
Se ghe dis ciar e destés,
S' el se cred , che ghe sia i sces
Caregà de cervelft.
Dìsem a chi è fortuna,
Ch^ el formij ghe fa flràgn ,
E '1 ghe fioca in sui lasàgn ;
Dìsem che Vk sgùrà '1 pèlter,
Chi a fa nètt e tr& via i sghèlter.
Dìsem tutt.... ma V è on gran fa ,
Che tutt dìsem col mangia!
Bombonìn e maraapàn
In i zerbìn de Mllàn;
On dotór de quìj de fora
L' è on dotór mesa robiora ;
L^ è leva , chi è sortlSn , •
A fregu] de bescotìn ;
L' è on gambus quel eh' è on baiò*
Chi no èfurbràteU poc;
Chi d* on log r è descascift ,
Per quel log lù l' à scena ;
Chi e sùpèrb come on serpe nt ,
r à di nos, r k del formént
Sèc de vend; eh' in coss doma
Che resguàrden el mangia.
QuanÒ proverbi e mòd de dì
Su sto gust, che a dii » bondi ,
Finirév gnanc domatina.
Mangia el cu de la gaina ,
Oh' è sii el pcver; che pacià!
No V ocór sta chi inguilà.
El gh' k el cu che fa pom pom ;
L' è on bocón de pòver om ;
Quel r è vùn che r à mostra
Zif e zaf e cervelà.
Tut i coss vègncn a taj ,
Fina i on^ de perà l' aj.
Ghe n' è insci de minzonà
De sta roba de mangia !
Ma per mi vi^ U^à sii.
Che r è tard : chi en vor de pù ,
Mi sto in porta VerzeUna ,
E gh' en poss dà óna listina ;
Ma per din de quìj de pés
Basta parla mllancs ;
Vegnaràn come i scìrés.
Che adrè a viina gh' en vèn dés.
Con sti quàter eh' ò infilza
Mi n' ó asse d' avév mostra
Ciaramént, che i Busecón
In da vero lecardón ,
Se perfina in del parla
Ghe infolciscen el mangia.
Mattinata, o canzone villereccia di Pietro Cesare Larghi in di
letto rùstico milanese.
Degià che sont chignova in su la strava ,
E vò passànd ol temp senza dormirò ,
Mi te vuj fa senti , se vòt sentirò ,
01 me amor , on sgrizin de serenava.
DUUTTI LOIBAIIOI. Il 9
aò ben , che te saré li imei M)lecU,
RiUrà in eà a flrà la tea stopena ,
E cbe te fare forsl la pfMena
Iiuci da po9 al lèé in te la strecia;
0 che te ponciarél ol to oolaro ,
E te she taearé •n plxin galento ,
Per far ol to moroso tuto quento
Andar in brodo , e farlo dcsperaro.
Cara, trat fo cbignò, làsset vedero ,
No sta a pientàm chilo come on fustono
Consòleme on pò ol fidego, ol polmono,
No me lassar chilo come on galbero.
Fam vede, cara ti, qnij bei oggiti ,
Che m'inamóren tent, che noi so diro.
Che me fen sta Un£not senza dormirò,
E pò me léven anca V apetlti.
1 tò oggiti me pèren dò bel steli.
Che In p& lusuriènt de la lusnava,
E qniJ tò ganassit ch^ in de ioncava
In insci sìremlghòntl e tanto beli!
Fam Yedè , cara ti , quij tò bochini
Tanto strecit, che pèren M col fuso.
Che fan ol pòver Togn deslenguà In giuso,
E van disènd a tu£: Fan di basini.
Senti , cbe tue I pois fan tic e toco,
Quand che vo sbarlogiènd la toa peltrera ,
E me senti andà giò tute troverà,
E pò resti li mut oomè on lifroco.
Quand sarai mp quel di tant fortunati ,
Che te consolare ol me log ardente ,
Che tiro e mi se tirarèm arente ,
Con tu£ I man dol nòster sdur cQrati ?
E petaremo li di bei fandti ,
Se te me aeteré per tò consorte ,
Cbe te giSrl d'ess tò fina a la morto,
E te sbavaiarèm e tiro e miti.
Sonènd ol eallssòn, men vii] partirò,
E vu] lassàt chilo la bona sotto ;
8ò ben, che anc ti te fare Insci de botto ;
E la sbavazarèm e tiro e miro.
^^80. Come Saggi della lingua e della letteratura deir ùltimo
'^^Wo dello scorso sècolo ^ abbiamo scelto due componimenti^
^ < F. Girolamo Cono, l'altro dell' abate Giuseppe Parini;
ISO PARTE PRIMA.
dall' argomento e dallo spirito dei quali chiaramente si vede
i poeti di quel tempo apparecchiassero gli ànimi alla riforn
turata più tardi e compiuta per òpera del Porta.
Istor iella d'on Fra cercòt. Sestine di F. Girolamo Coi
Ve vorév cùntà sii óna bela istòria
Sucessa poc di fa tra Inciàss e Com ,
D'on fra cercòt^ fintànt che Pò in memòria.
Quest Fera on Francescàn, ma no so el nom,
Ne so el convènt qua^ el fùss; ma fa nagota^
La cunti su la fed del dotòr Crota.
De scià e de là ogni bott, col bisachìn,
A pè scali , tira sii con la zentiira
El vesti a meza gamba, e con Pasnin
Caregà de sportin (a la figura
El pareva on remita de desèrt;
Màgher giiist come on gatt mangia-lùsèrt ).
Deo gratias, el bateva a tue i Qss ,
Cercànd llmosna per el so convènt ,
Coi majstadit , medaj , rellqui e agnus ,
Coròn de legn che var poc o nìent
De tii£ i part ghe dàven roba a sbac ,
E lù intànt r impieniva I so bfsàc.
Sto fra bona Umòsna, sto fra scroc
El passava de spèss de Com a Inciàss ,
In sili Sgiiizer, e insci come on balòc
El tornava de scià bel bel , pass pass ,
Con r àsen càreg de tabàc sfrosà ,
Fingènd de porta via la carità.
Con sto pretèst, con sto salvacondótt,
Glaché r èva Impara la bela scora ,
El passa frane in mecz al borlandòtt ;
Ogni tre bott 1 dò el va dént e fora
Col bisàc , e una Inànz e V oltra Indré ,
El portava dii corp in d^ on carte.
Prestine el sòlet , sto fra gattamorta ,
Battènd el so sente voltra i confin ,
On di el toma de scià con la soa scorta
De pan, de lard, salàm, luganeghìn ,
D*ogni grazia de Dio; ma in fond del sac
aitol gh'ò dént des Ura de tabàc.
MàLRTI LOMBARDI. ISI
Giùradlmi! stu volta Pan tolt via,
Come dlrèssem nun , per trabitonda
Qui] batidór monàt. Ona qiicj spia
El r à catà sul ov; ghe fan la ronda,
E mo ghe tègnen qa࣠de noè, de dì
La ghiringola, per podèi grani.
I batidór sMmpòeten al traghètt,
Curànd on quej bel tri, per fàg i sfoj;
Per dia, no ièm ehi tèm, t*ei mareadètt
Per sto ^to noi tirem déni a moj;
Sem flòj de p , 10 a ito fra igtaca
No ghe ifalUem iuUa la Mioea!
Ma el fra, ch^el gh'eva òna fedascia al Sant,
Che doma a porta Indòs la soa mijstà
Le preservàss di fulmen e tu£ quant
I pericol del corp, de tu£ I ma.
De làder , de monèj , de boriandoti ,
Come dis la patàfia che gh' è sott ,
Ch'iblei miss san Franièse Pinspinurfón,
0 siel mo sta averti d^on quèj so amia ,
Basta 9 el s'acòrt ch'on maladètt spiòn
Gh'à fa el fiòc; obligato de l'avis!
Per no dà déni In qui] de la tracola.
De boti e slanz el toma indré M firà tola.
Apena li dii pass gh^eva óna cà
D'on fitàvoL Deo graiku l picea Tuss
El bon fra ; la reiora: ehi ^m là? —
Soni on fra eereadór, Jena, Jeeus!
Mi credi d'eli riva propri in bon* ora;
ForéQ devuon piaeè^ cara rHora,
A parla? nèti e sèelt, ioni sia in' dogana
ad indri dPIndàu a vitità de frèse
On mala con la févera quariatuk.
Per guarii eoi eordàn de san Fnmxhe;
E ò ai9u in Uimosna dei benefatór
Cine seariòz de iabàe propri de sciar,
dàpem tuiebss, l?è vera, e no fa dagn;
Ma nùn sàm sòlet de tira sea/àra.
Perchè sèm pòver fra; né mi in Urne agn
Che f) el meste, m*è mai ptasù sta scora
De fa sfros de talfàe; Dio guarda! ai térmen
Pose atulà a risé^ che i borlandòt me fèrmen.
ì%% PARTI nniA.
rer Uberàm, reiora, de mìo ècqj
Podarèisem ira nOn fa an qwj bailròzz;
Vii me dari àna forma de forma j.
Mi el tabèe; e per gionta i iitèa icariòzz
ìmbotimii de erùiea a vun per un
Per pasHira al me àien, dCè degiùn.
Gh^c propri andà el forma] sui macarón.
La reiora, essènd gràveda de pàrtcr,
LQ el ghe dls: Iwfodih con devoziàn
Al me iont proietor, vérgen e màrter.
Le la ghe cred iùtcòss, e 1 fra cornu
L'à scrocà via tutt quél che rà volsu.
Pax huic damutU E Insci , llrÒD liràn ,
Fr& (ola el trota via col 9Ò ronxìn ,
Cont el co basa , con la corona In man.
Ecco , che quand el riva li al oonfin
(Ecco perchè ghe disen borlandòtt ,
Perchè bòrlen adòss al fra oercòtt).
Pàder, o pàder, gh*àl ^U€jeò$$ de dazit -
Jaiu, ioneta Maria! no» la mia geni;
Mi no gh* ò d^òlier, éke qìiel poc prof ozi
De carità. - Ma chi eotea gh* ài denti -
Pan, 9in, bUlér, formai, lord e salàm;
Ma, e piòlier geni gk'a/fi nagòt de dàmt
- Tèi mo chi! en 9orem nun; ghe n*à àna pretat
La el cava el scatolin del 8Ò capùi,
E '1 ghe sport on tabàc de poca spesa,
On tabàc eh' el parìva on resegui.
No gh'àl àlier de dòn, che sia gingiaca?
Gh*en «orò de mia ehi in sta bitaea.
- Quett Fé qìiel dune dà *l pàder prióra
Ovest propri elfo fami in la nostra ortaia,
E Talza 1 òò al santo protetór.
- Donc ch*el lassa vedi , dfs sta canina. -
E al nost àbet vorisseQ fàg sto tori
De log el priHlii del passaporti
- S^el fuss anc san Franzèsc vegnii del del,
Nùn no guàrdem in faccia a chisesia;
Nùn fem el nostr^offizi, e Hi mo chi èl?
Donc eh* el vegna con nun tu compagnia.
' Mi in compagnia T Mi n'ò che fu nagòtt
Con sbir^ con batidór, con borlandòtt.
DULim LOMBARDI. ÌW
El fra M tegneva dur; ma tnpunemànc
El s' lasMva mena come on Ecce hàm.
In meB n qnij Gladi che ghe sta al liane.
Ma in dèe ISgmewimèTtì ghe dis. - jì Cam. -
O san Pyanxiie^ oh reUgiói, o» pàder
Del voti órden trald pei che né cn lèder!
- Io, Ha, el mènem in dazi ai rixeiàr.
E Intani ch^el fri el dlseva la corona ,
QuìJ birbón bestemàven Ira de lor :
Biasiopàier, fra itampa botgirona,
Frd 6...« /!..., e '1 tegnéven ben de pista;
Ma quel fra l'era minga on fra Batista!
Te ghe iè dd in ia stria; mo te stè frè$c
In di paHj; no gh'è $ant che tejùta;
Hacomàndet mo pOr a ean Franzètc»
AéUs che tela védet tropo bruta;
Ma quij tùganeghit, quij iolamòtt
l^egnaràn propri in boca ai bortandòtl.
Riven al dazi, e i òlter manigóldi
Cufn fiutiàut, come diseva quel ,
Et eum Umtomii, el stréngen cold cold;
Tùó ghe córren Incontra per vedèl.
La faràven trop magra coi salari ,
Se no ghe fuss on qu^ strasordenari.
Sdor pàder, Pè vegnù ane per là 'l so sàbet!
Chi el fa mostra de ian vegni on deliqui.
Gherùghen In di pCires sott a Pàbet,
E In del bortin perlina di relìqul ;
E ghe descuàten fora de la mànega
Quindes o sèdes braia de Ingànega.
Rfighen per tiitl I boó, tóchen, e nàsen ,
E rospen su coi agrif eomè can brac ;
Fan alla su perfin la cova a l' àsen.
Per vedi se ghe fusa scondn el tabic ;
Ghe ùsmen de dént In del diaforetic.
Che pùttosto el saveva d^ assafitic.
An tanlosgnà llntànt che I cine pachiti
Sòlten voltra; adiss si che la ghe cipa;
Ma el frà,4>er dà el color mej ai polpètt,
El se la vegni el squìt , ohi che deslipa l
El tra on sospir, el se bota in genòé
Coi man in eros, e V alia al ciél i òò.
1S4 PARTE PRIMA.
O $an Franzètc, eh* tm dà vita ai tuorli
Proletòr de la f>osfra reUgión,
De fra neghete tcur» bi$ e de toni sort.
Del capSi, e de quij coni el cordoli^
De minor ouervànt, del eaoigió.
Fé anmò on miràcol ioti al di d*inco.
Per t me mèrel nò, che ioni fra indègn.
Ma in onór di voit fio, 'n gloria de Dia,
Benedi quij pachit, fèg sora el sègn
D* la ianta croi, e fé, che dénl ghe eia.
In icambi de fabàc, crùica e cruichèl.
Per dàg el beverón al me oiinèl.
Ghe tojen fora el prlni; doma a la nasta
Gapissen ben che mercanzia gh'è dénl;
Quest r è ^1 tabàc che cèrchen, e tant basta.
Sgavàien, fan bandòria, in luti contènta
Deslàzen, dèrven (ora... Ohi che miracoli
Gh'è dént crusca, e lor rèsten come bàcol.
An fa tanto smargiàss, e pò bot-li:
Muf 9 camuf , sbalordi come gogò ,
Se guàrden tra de lor, no san che di ;
Pur se ostinen , e sèguiten anmò
A descartà quij òlter; ma tant' è...
Fé che ghe iia deni crtwea» e criìsca r è.
Cospetto ! a dila mo chi in tra de nùo ,
L^è on bel miràcol cert! Ma, cltto, asquàs
En resèntem nu el dagn a vun per ud;
Perchè, quel che me sa de gran despiàs,
El tabàc che se compra , a dila séèta ,
El par tutt de sta crusca malarbèta.
San Franzésc, se v^ avòss de dà on consèi ,
Per podèla fa in barba a quU spión,
E dazié e boriandoti, el saràv mèj
BenediJ lor Istèss col vost bastòn ,
Regalàndeg on rèzipe sui spali
De moneda de lègn, propri sul sciali.
1800. Sonetto di Giuseppe Panili intitolato: Elmagóndiù
de Milàn per i baranàd de Franza.
Madàm, ghiàia quej nova de Liòn?
^ren anc adèss i pret e i fra
Jrbonl de Frames, ch'àn Irà
'^. e tiitcòss a montón?
«.V
DIALnn LOMBARDI. 125
Cossa n' è de colù de quel Petiòn ,
Ch'el pretènd con sta bela libertà
De mètt insèma de nùn nobiltà,
E de nun dam , tùt quant i mascalzón ?
A propòsit, che la lassa vede
Quel capei là , che gh' à d' iotorna on vèl ;
Èl sta inventa dopo eh' àn mazà el re V
Èl el prim eh' è riva ? 0 bel, o bel !
Oh! I gran Franzés ! Besogna dil , no gli' è
Pòpol , che sapla fa mej i coss de quel !
'n saggio della letteratura milanese degli ùltimi tempi ^ ab-
^i^mo tratto a caso dalla preziosa raccolta delle poesìe di Carlo
^oria tre brevi componimenti^ di vario stile e vario metro; li
*' 'ubiamo presi a caso^ mentre ciascimo ha tali e tante bellezze
^^ginali sue proprie da rènderne malagévole la scelta.
El TemporàL
^^'olina , varda , varda , i Pitùrà sot al bochèi
^me sguizza la saetta ! 1 Del mezin, sàlven la vita.
^ he tronada malarbetta 1
^nt el turben che Ingajarda !
^ quel ciài de don Galdìn
Noi desDiètt con quìj campàn,
El fornis cont el tiràn
On quej fulmen sul copio.
Carolina , Carolina ,
Minga in gesa , per amor !
Va a tò i ciàv, prest, presi, cor, cor;
Giò giò, andèm tùt dù in cantina.
Giò giò , andèm , no te dubita ,
Che quij bei zìfer morèl ,
Che sèiaró ! Santa Maria !
Frane V è on fulmen eh** è sòlopà.
Che ? Perché mi ò bestemà ?
Hi ? Set matta ! Va on pò via.
Varda i fiàm , vàrdej lassù ;
L^ è sÒlopà In del campanin.
E mo quel bevèvel vin?
Bestemàvel anca lii?
Giò giò, andèm, senza tant ciàcol.
Che quij bei xifer morèl ,
Pitùrà sot al bochèi
Del mezin , faràn miracol.
Sonetto.
Remirava con tiita devoziòn
Viina de sti matìn in V ospedà
El ritràtt de Monteggia , e V iserlzión
Che dis con poc paròl tanè verità.
Quand on tric e trictrac sott al porlón
El me presenta on àsen mezz spela ,
Cìì* el fava on vòlt reàl cont el firón ,
Per rampi sora in cort on amala.
1S6 PARTE PMIIA.
A Sto poni tut Tamór per la virtù ,
eh' e! me ispirava quel dotór de sass ,
L' è anda in fond di calcàgn lù de per lù.
E ò visi infin che i sdori no gh'àn tori,
Quand se disen ira lor per conlortàss ,
Ckt var pù OH à$en viv, che im dolor mori.
A cert foreste che vtven in Milàn, e che se dilèten di
roba de ctòd,
Odb.
Merda ai vost arièz ,
Marcanagi pajàl de foreste!
Ande fora di pé ;
Tome pù per on pèz ;
Fènela sta regina di flnèz.
I avèstem nanca visi
Col fagotèl soli sella a entra in Blilàn ,
Blót , descalz, a pesciàn ,
Hàgher , umel e frisi ,
Sii gran bondànz, sii malarbetti crisi!
In sia chi, s* in f& su
Leni e peiard col nòsier cervela ,
Che a bon* ora el gh' à f&
Slongà el col come i gru,
E adèss, porconi, el ghe fa ingossa anc lu !
Nun , pòver biisecón ,
Se sèm sirenglù in di cosi, per fag el log
De scoldàss al nosi fog;
E lor coni el carbón
Se spàssen via a iéngen el miisón.
Merda, ve iornl a dì,
Marcanagi pi^àl de foreste 1
Ande fora di pé ;
E inànz de iornà chi ,
Specè de prima che vei diga
E chi in sii foreste ,
Che se la scòlden iani contra
In Chinés , in Persiàn ?
Sur no: in iùi geni chi adré ; U
In d'Italia anca lor... Feht lalHbél
DIALETTI LOMBARDI. 4S7
Oh 1 Italia desgraziada!
Gassa serv andà a tota cont i mori ,
In temp che lui el tort
De vèss insci strasciada ,
V è tùt de ti , nemisa toa giùrada?
Sur si : se te set senza
Lej^ e lenguàg, se tùt in foreste
I tò ùsànz , i meste ;
Se , a dìla in confidenza ,
Te tègnen I dandin , V è providenza.
E fin eh' el natiiràl
Noi te giusta on deluvi, o òn terremòt,
L'css inscio rè nagòt;
Mej i Tiirc coi so pai ,
Che r invidia e i descordl nazionali
Ma stèm a la resón :
Èl sto porc d'ón paés che ve despiàs?
LassèI in santa pas t
Andèm , spazzetta^ ailòn !
V'èm forsi llgà chi per i minción ?
Alto donca, tabàc!
Ande fora di ball , sanguadedì !
Già che podèm guarì
La plaga del destàc
Forsi mèi col bùtér, che coi triàc.
Tlelnese.
1B80. Dialetto della Pialle di Elenio, — Onde pòrgere più
liara idea di questo dialetto, abbiamo estratto dai Babisch di
io. Paolo Lomazzo un brano della sua Dissertazione in prosa
ili' orìgine e fondamento della Valle di Blenio, ed un Sonetto
i qualche pregio, nel quale il poeta (facchino) si duole colla
la amata per non essere corrisposto.
OaiéZN E rUNDAMÉRT DBA VaL D' BRBGN.
\orènd Gliov ( parl^Jfd secónd ra antiga gintilità ) eh' tiió i cus^sotpùst
là, insci , come o ^itign comenzàd in liì con or mez dra sua idèglia,
yéaten con dèbet mud ^ proscéd inànz , or fé una introdiisiglión, eh' tiiÒ
enrp da bass fiìssen ilBSciiid da cogl de sora, dand perselo a quist or
lad dei' inclina , e a quigl or mud dor fa ; e per quost avènd ordenàd
i2
iW PARTE PRIMA.
nuv sfcr, come curp scelèster supergliór agi terèster g inlerlgliór , or
gh' è pars de dag cogl virtù eh' o gh' bisognava, che (Insci, com^anch scià
diss' or vèg Orfegl ), gr ign cosi dò par ognun: ra primaé mùtu nel gnuss,
e r'oltra in dor vivifica e rescie or su curp, e a sto mud or vuss, che
Baccogn infrascad su flgliu fùss ra prima virtù , Idest or gnuss , e r^ oltra
ra li lisa , o ra Bettùra , eh' o s' vuglia di, ec. ec.
A RA Coma Bettuka.
Duh! s' tu saviss, Bcttiira, or I>en eh' o V \ugì ,
Te fariss moresign quol cur duràs !
Quand vùt che d' cumpagniglia fàgom pas ,
E che magi pù tra nugn sìglia garbùgl ?
S' 0 r puss un but in d' un cantón accugi ,
0 t' vùgl sta aprèss pù surigi, ch'ar bombàs;
E no t' vara pii a di : te ne me piàs ,
Ne lusìngh, né men^, n'òlter strafugl.
Co digliàver fartst aun eh' o V battéss,
Se a mi , eh' 0 t' vugl tant begn, te n'en vii bricca ^
E sogn pur begn vestid, gagliàrd e sagn !
D'om da begn, t'è mo turt a fam tra véss.
Deh! àbem piglietà! Vut, che m'appieca,
Bettiira dolza pii eh' ar marzapàgn?
Ah ! curp com dig d' fin cagn 1
S' o t' squit adùss, o V faS fa crìgUatur,
Ch' in mexz' ora faràn trenta portar !
I67B. Avendo noi trovato fra i manoscritti inè<fiti dell' Ambro-
siana una lunga, comecché stucchévole, Canzone scritta quasi
due sècoli fa, nel dialetto della Val Sesia, ne produciamo in
Saggio un brano, per la lingua dì quel tempo, giacché la roz-
zezza di quel componimento non ci allettò a produrlo per inte-
ro. Avvertiremo solo, che gli Alagnesi, introdotti come interlo-
cutori nella Canzone, sono gli abitanti del C^une di Alagna ,
villaggio posto nella parte più elevata deWVal Sesia, a' piedi
del Monte Rosa. Sono essi d'orìgine tedesca ^^ e parlano tutt'ora
nn corrotto dialetto germànico. ) f
* i
V
MAlXrn UMBARDI.
iU
Canzoìie in Imgua materna F'alsesiana composta da Pròipero
Torello da BorgomaynerOj sopra d*un* incursione fatta in Va-
rollo Sesia da' Montanari j a* ib Agosto 1 678j prima del
mezzogiorno.
Cile dìàu 9 che càud fa mai?
N' in la gent bela inspirtàl ;
L' è già qui doi mèis o tri ,
Ch' soma bela perbogU.
Tant più ch^ ora in Campartògn ,
E in ila Val , gh' è iio gran bisògn
Onsì d' gran , come d' denèi ;
Perché cugl Scribi e Farisèi
Ch' i reggio al Cmun d^ Varali
V è un gran temp eh* i nUratto mal.
Aoz r è pef , a col ch^ Intcnd ^
Ch^ i van traltànd d* oléinl vend
U Val Granda e la Val PitU ,
£ impignèni fin la vitta^
Noi , e tui i nost mattai.
Jlò,. Signor, che sarà mai?
*è vendeta voi. Signor,
€2h^ 1 sèi staj nost Redentór ,
^uand noi ino pomma mi netta,
^rsù, i vògi bùttèmi giìì un pò sotta
A r ombra de cost bel fò ,
E i vogl buttèmi giù chilo ,
Bela long , bela destéla,
E i vogl lasse cor giornài e mcis,
E poi, chi sa, che cól ch'à faj al tùtt
A n' portrà ben quaich ajùt
Da qnaich banda mai pensa ;
Ma, per Dio, mi i srèi paregià
Per desprèmi e bùttèm via ;
Ma a m' v^n sempr' in fantasia,
Pr ajùtèmi«in t' al più bel,
Ch'a n Voglia accaddi quàich bordèL
che gent è cola là^
OC i vegno giù da 1^ montagna?
Fé de Christ, in geiMla Lagna;
Che DTàu ! come in al^ài t
Gagl i bà più d' cent' aldài ;
Ivogl un pò mettmi ilcotè
Ciò eh 'I parìo In t' alasse.
^ i n' pomma avèi lÌ|Uotti ^
Da podèi mene al gran ;
E se qualcun a s^ meCt t parlò
D^esenziòn, de primi legi,
Al sarò megl ch^al fèto di sacri legi ;
Perchè cugl sindichi e deputai
I ne petto cert sassài ,
Con querèi e con papégl;
E la masna i^ è già in pei
Da paglie vint sod per sac ;
Mo, Signor, mi i vogl anè matt!
Quand più i gh^ pens, son fora d'mi.
Ma sarà megl a lassèla onsi,
Che al buon De a gh' remediarà.
Uomini akmati d'Augna.
Prènder venta arnUosiion,
Noi non étser tant cogUón
Quant un eiter ttfnid,
Tun Ferlorum V è tMffà;
Noi voler nostre Mette,
Poi qualem, che ne promette
Far andar nostra montagna
Senza un $otdo de guadagna;
Alter restj èsser mane mal
Dar a fog e a song yaràlt
Mazzàr tOj i traditór.
Noi minga patir più fame per lor.
Sa sé, bon alla mitinandra
Fog e tangu, e poi in Fiandra^
Mia guerra in compagnia.
Viva al Re, e sua Signoria!
Mazzàr tuj i tradilòr.
Noi non stentar più per lor.
Costa si la sa da appio;
Costa sì fa brùsè al nappio !
D'onta anèif, o bela gent,
Onsi armai a fé spovcnt?
Oh! che gent ben a la via ,
Pari bà una compagnia
J30 PARTE PRIVA.
D' begi soldàl mandai da De
For dal Clél per castighè
Qualcun eh' Tabbio meri tè.
Alagnbsi.
D* Stepo Modo da irow
A Varai a defènOer no$ira Val
Da ladròn, che ienza fai
Voi itorbàr nostra esmttón^
Primi legi, faw, nòsUr retón
Concedùi da Carlo QtUnl;
Noi èi$er stàj opisà j Noi èster più de eent e ^nt
Otta noi ^^ ^^1^ Mtnt \ ee,, ec., ee,
1758. Compagnie d' Fecfùn dol Lag Mejò in tol nà a càj
despò jèss 8taj a fa *l Canxeoà citilo a MilAn.
SONBTT
€ar I nost sur petròn , i vosi fevó
len stai de tal mesure , eh' ol pensé
De tut quant i feehin dol Lag Mejó
A sfeguràl noma r è noi' esse.
Nun 0 resfèm a^ sema sento;
Vóm devrì boche, e s' trovem ben dMndré;
0 bogne eh' o fùdèssem tug doto ,
Par dav ringrezicmént , che pur o s' de.
Baste , 0 vem , ehe r è vore ; a revighés ;
Al cà de din| , rivo lassù 'n Autragne ,
Narèm vosànd d' intorne a quel pajés ,
01 lag» la vai , ol pian e la montagne :
E 9i9e i no$t petràn, i Milaxuii
Vive Milàn rnijò dia gran cùcagne!
Brere racconto in prosa facchinesca tratto dall' almanacco La
j?a//e dell'anno 1766.
Ka marasoe ben face su de cà o la s' è mariade coni on feehin, e despo
jen gnu a sii iu in lol Milàn; e na iomade ol feehin 1* è na£ a cà , e l' à
trovò in tol so llal on pestlnn , eh' o bescoreve con la so Zuenioe ; e lui
0 gh' à soercò ol parche r ève gnu in tei so ital? E lui o gh'à dio: parche
0 gh^ pleseve a besedr con la so Zuenine. 01 feehin inore o gh' à rasposi :
Doh! ol me sclór pestizin, eh* o mette da bande sto pensé, e'h' la me Zue-
nine 0 n' r è note par lui ; eh' o tende pai so da fa « eh' in montagne o
n' gh' è note sta maledette usanze dol Milàn ; e r à cascia fó dol Ital ; e
despo 0 gh' à die a la Zuenine , eh' o lagàss par l' inane da dà scoli a sta
iènt, dol resi o l'abiaràv mannade in montagne; elei rèblùde bediente.
Il più antico poeta lodigiano conosciuto è il conte Francesco
De Lemene, che fiorì sulla fine del sècolo XVII e nel principio
DlALEm LOMBARDI. 131
dei XVIII, nel qual tempo diede in luce la Sposa Francesca in
versi lodigiani. Nessun' altra prodazione in questo dialetto fu
pablicata prima, o dopo questa comedia, sd)bene lo stesso De
Lemene lasciasse altre poesìe manoscritte, fra le quali un'inge-
gnosa versione in ottava rima del secondo canto della Geru-
salemme liberata; e diversi altri poeti dopo di lui dettassero ele-
ganti componimenti d'occasione cospersi qua e là d'arguti sali,
d'affettuose imàgini, di morali sentenze e di concetti originali.
Esskìdoci stata comunicata dalla gentilezza del professor Cesare
Vignati una piccola raccolta di questi poètici fiori vernàcoli tut-
t'ora inèditi, crediamo far cosa grata ai nostri lettori, publi-
cando per la prima volta quelle che ci parvero migliori. A varii
componimenti del Lemene, del Fugazza e del Codazzi, godiamo
^ poter aggiùngerne alcuni del distinto poeta vivente Giuseppe
Riboni, la cui ritrosa modestia cedette finalmente alle nostre
istanze, permettendoci di publicarli per la prima volta, ed inse-
rirli fra questi Saggi.
i70O. Versione del secondo canto della Gerusalemme liberata
•di Francesco De Lemene, tratta da un manoscritto autògrafo.
Argùmént.
EI gran cas de Sofronia a vói «anta.
Quel che za cantè '1 Tass con sUI toscàn;
Ma mi con pòca spesa al vói muda ,
E vel vói fa senti con stll nostràn.
El Tass rè ÓD BergamàsCy però chi sa,
Che na ghe bagna el nas òn Lodesàn?
Vu che senti, dirì^ se magiòr lod
Quel da Bèrgom avràn, o quei da Lodi
Mentre 'I tiràn ben ben d' annàs prociira,
Se ghe fa inànz Ismèn òn di solètt ;
Ismèn, chMnflna da la sepoltura
El dama i morti in vita , e s' el se mett ,
Fin a Pluiòn là a bass al fa pagùra ;
Noma col barbotà d^òn so versètt
El ghe comanda ai spiriti , eh' el pòi
Ligài e desligài , conforme n vói.
IS8 PARTE PRIIIA
L' era CrìsUàn , e adèss P è con Macon ;
Ma na 'I pòi Iralasaà r antica ùsania;
El fa i incanti , e in tìite dò poc bòn ,
El fa dele dò le|^ òna meséianza ;
Da quel so log , dovrei sta a fa 'I striòn ,
Da la zente del mondo in lontananza,
El Yèn a consejà el re Aladén ,
E se pòi dì : ré cAi H ntt de Carlén.
Slòr y el ghe dia , pur trop avi sentii ,
Cbe yèn marci&nd quela crndél canaja ;
Sarà el ciél , sarà el mond dal nost partii ,
Se però na se màngium sott la paja;
Vu da re , da soldài, i fatt , I ditt
Pii, che né 1 podestà de Sinigsja;
E se ognCm , come vu , se sa desverze ,
Gert , eh' el nemic nal porta via le verze.
An' mi son chi per fa quel poc che so ;
Stèm luti al ben e al mal da bòn fradèi ;
Mi , come mag che son , ineantarò ;
Mi , come vèi che son , darò consèi ;
Quei Angioi che dal del 1 caschén zò
I farò lavora come famèi ;
Ma prima ve vói di per quale vie
Mi sia per comenzà le striane.
I gh' àn i Cristian in la so gesa
On alta in confessiòn , con sii '1 retràt
De qùela^ che per màder fadè presa
Da quel che, 1 disen lòr, a n' à salvàt ;
Gh' è sèmper piza na làmpada , e destesa
Gh' è sòra òna tendina de brocàt ^
E gh' è d'intorno intorno, in vari modi ,
Scròzzole ^ gambe » braazi e mile invodi.
Vói mò, che questa effigie vu todi,
E che la porte via de vosta man ,
E In la vosta meschita a la metti ;
Mi farò pò r incanì y e alora invàn ,
Finché ben ben vu la ciUtodirì»
V assaltarà r esòrdi Cristian;
E per òn ceri secret mi v' assicuri ,
Ch' el vosi impero e vu sari slciiri.
Insi U ghe dia, e lu con impazienza
£1 corr a quela gesa, el se fé làder,
El sforza I preitl, né '1 dis con licenza ,
Ma 'I porla via '1 ritrai de la gran jnàder.
I
DIAUm LOMUARDI. 15S
In la so sinagoga , ìnvè nal senza
Catà pecàt se prega , al meit et quàder.
Cbe fé pò 1 mag l'ineànt, e quel bruti scroc
Cred, ch^el gbe diséss so: Berlie, Berlòci
Ma la mattna ad ré, li al campante ,
El sacrestana o 1 canpané ch'el fusa,
Na ^1 trova pù IMmigin, e tapén
Invàn la cerca, el ruga in ogni bus.
EI dà sta medeslna al re Aladén,
Che tùtt infuriàt e titt confus
EI crede ben, ma na ^1 sa mò la strada.
Che sia stat qua! Cristian che l' à zuffada.
0 fùssen I Cristian cbe la robén,
0 fuss el del cbe l'opra senza ostàcol,
Ch' essènd quel volt in log che ne eonvèn ,
Nel posse remlrà simU spetàool ,
La cosa l'è anmò Insi, né se sa ben.
Se Topra fuss umana, o pur mlràcol ;
L'è però ben, che 1 omnI a i céden lòr,
E fa d'òn si bel latt el eiél autor.
El re el fa fa na gran perquislziòn
In tute quele gase, in ogni ce;
A chi 'I furi ghe descuata al ga fa òn dòn,
E chi la qnata la vói fa impicca.
El fé corr d crivèl anca el strlòn,
Ma na 'I pòsa mai savè la verità,
Ch' el ciél, 0 siel stat In, o che siel stat ,
A la so barba a Fa sèmper celàt
Ma quand na 'I pòi acovri la robarìa.
Sùposta dei Cristian,* alora el re
El dà in le stelle, el monta in frenesia ,
Né 'I se pòi pasentà né poc, né asse.
In tùtl quanti i modi, in ogni via
El se VÓI vendica, cada cbe de.
8'el reo, 'I dis, l'è In eostòr, né so vedèi,
Mazzèmei tuti, e manarèm an'quel.
Purché na se na vanta el malfatòr.
Mora anca el gifist; ma tn lòr qual giust se trova?
A Jén na man de scrodil, e a jén eostòr
Tiiti nosti nemist, el sàm per prova;
Se in sto fati l^è inocènt qualcun de lòr,
Peccadl vegl, penitenza nova;
Soldadl, alòn, savrè oostòr in mesz ,
Ande, mazaè, brùsè, fé 'I diàol e pez 1
iSk PARTE PftlHA.
Insì el di8 ai so Turchi, e a fass intende
Subel per i €ri8tiiui la fama còrs ;
I rèsieo tmtUaiaidI, e ben comprende
Ognun, ch'el tU de U so vita in fora.
Nessfin ball el taccón, né se defende;
Neaaoii ae acfisa, o prega ; alfén aooórs
Ghe vèn da invè mane tpèren; ma na brisa
eli' el tarda anmò» l^era el aooórs de Pisa.
Ghiera tra ìàt na putta da marìt,
D^òn gran coraf e d'òna gran beltà;
Ma la sprena el so bel, o '1 gh'è gradit.
Perchè Pè d^omamént a T onestà;
L'è sèmper da per le, come ^n remìt ,
Scósa per i cantòn de la so cà.
Che ne la vói aplàusi, né lerbén.
Me mai se ved In porta, o sul lobbién.
Ma r è impossibil de tegni ben soosi
1 splendori d*òa volt insi perlet;
Ma ti, quei so bei ògl e vergognosi.
Ti stess tei mostri. Amor, a òn lovenèt;
Mò t' è òn òrb, mò t'è òa Arg, e i tò morosi
De fai vede, d'orb^ Tè tò diièt;
Adèss te fé de quel ohe na so pòi,
E te fé ved sta flòU da sto flòK
Gh' àn nom Sofronia e Olind costù e coste ,
De fede e d^òa paés i van d^ òn pass;
Le rè bella, lù savi, e cose asse
Lu U voràu, poc el spera e sempr^ el tas ;
Né M sa scovrìsa, o n^el s^inscala, • le
Na se na dà, o na M vede, o n^en fa cas;
E insi, finché sto poverét rà amàt
0 da per lu, o mal not, o mal sortàt.
Ménter che cor Tavis per la citlà,
Ch'àbben d'ave i Cristian si gran molestia ,
Sofronia rà In pensé de liberà
El so pòpol fedél da quela bestia;
La pensa òa pò, U sta sul fa e ne fa,
Ghe scombàtt el valor co la modestia.
Vence el valor, ami i se oòrden prest,
Perché l'Istésa valor ae la modésl.
Da par le U tòl su; el so volt bel
Gnè ne la scendo, gnè na fa pomperà;
U basse i òi, U tire lò 'I so vèl,
Ma in òna forma manerosa e rara;
i
DIAUTTI UniBARDI. 155
Ne la se fa in peBciòo, né 8O9.se quel
Sia M cas, o Tari» ch^el so bel volt prepara;
La lassa sta tuli i belé da pari ;
Ma queir andà xó insi Tè na gran art!
Ne guardànd a nessiìn , da ognun guardada ^
Passa la dona, e la va Inànz al re;
Ne la se ferma minga a mezza strada ,
Sebèn la ved in die gran fùria arò;
Vegniy Signor, la gh' dis ( ma intànt a bada
Tegni 1 vost pòpol), vegni ai vosti pè.
Perché, se vù cerche quel gran ladrón,
Son chi a cùsàl, e a dàvel in presón.
Al vede compari 'nsì baldanzósa,
Ma Insi modesta, bela dona e brava
El re fai mCìluséB , come na sposa ,
A n'al se fa pù brùtt, e pù noi brava;
Se lu Pera mane dur, le mane retròsa,
Gh'arèu zugàt, che lù ^1 s^inamorava;
Ma dur con dur a na se pòi la nién,
E gh' òl le moine per fàss voré ben.
Che movéss el tiràn, se Amor ne fu.
Fu gùst curiosità, fu amirazión!
Fermèu lì, me soldadi, e ti di su,
0 bela putta, el dis, la tò resón. — ^
Quel làder che disi n* al cerche pù ,
Alora la resp6nd, che quel mi son ;
Questa è la man ch'à fatt el fùrt, e questa
Ve pagarà la pena ardita testa.
Dei pòveri Cristian i comùn guai
Tùti séra de le la tól inai;
0 bosia gloriósa ! e quande mai
Si bel è '1 ver, eh' el possa mett con ti?
El re vói mò savè, come rè stài.
Né si presi, com' el sòl, el sMnstizzi;
El ghe domanda : Che V à consejada
A fa sto latrosinl , e Va Jùtada? —
N^ò vorùt che nissùn sappa el fatt me,
Che sia me tùtt Fonór, ò stimàt mèi ;
Nessun m'à dat ajùt, nessun ne gh^è.
La ghe respónd, che m^abba dat consèi.
Don noma ti te me la pagare;
Allora el re ghe dis con gran besèi.
Oi! lè la ghe respónd con volt sevér,
S'ò mangiàt, pagare; n'èl el dover?
i
fS0 PAUTB millA.
Cbi 'I nas ghc torna ross: Dìm , In che log,
El dis^ et seós el furt, bruta forfanta? —
Na rò scós, la respónd, rò trai sul fòg,
E pensi d^avè fai na cosa santa ;
Perché cosi n^ al porrà fàssen zóg ,
Quel maladètt iMirbòn , colu che Incanta.
Se vorì ^1 reo, rè chi; s''el volt devén ,
Al bugna che spettè 1 di de san Ben.
Sebèn na se p6l di, ch^ abbi robàt ,
Che per tutt, dove l'è, se pél tó ^I so.
El re , sentènd tal cosa, infSriàt
Sbatt i jiè, mord le man , scorliss el co.
On bel volt, ón cor cast, n^ incègn levàt
De retrovà perdèn na I spéren nò,
E invàn Amor oontra si gran flerena
A gbe Al scod a le de la belezza.
Alora 1 fan presón la poverazsa ;
El tirìin la condana a Jèss brusada;
Tuli i pagni dMntonio ognun ghe strazza ;
La resta mezza blota, e Tè ligada;
A la se mostra intrèpida alla fazza;
Però de drén a Pè ón tantén tfirbada ;
Ma 8' el sòlit color al volt ghe manca ,
Na.la deventa pàllda, ma bianca.
Se cunta el cas pertutt , e cfiriós
Olind con V oltra tent Pè chi vegnnt
Che possa Jèss Sofronia a Pè dubiós ,
Ch'el nom del reo n* al s^ è gtoanmò savut.
Quand el ved che P è le , pòver morós !
E che la vóen brusà , per dèg i^iit.
Come ^n isplritàt a se ne va ,
El córr , e 1 dà sbfitón de za e de là.
El crida al re : Ferme , na Pè stài le,
Lassèla andà, che rè na matazióla;
Come avràn mal possut , gnanc coi pensé ,
Ardi tant e A tant na grama fióla?
Come àia iatt el f&rt, e iati i pè,
Trampànd i sacristàn da par le sola?
Se rà fai, che la diga: a son stat mi.
Ah ! ch^ el vorè trop ben 1* è quel eh' è lì !
E pò '1 seguita a di : Mi, col me inzègn .
De nott entrò per via d^ón fenestròn ;
Vóss fa le male fine, e per tal segn
In certi brutti passi andò a gattòn.
DfAiirn umAiM. %St
MI der OBÒr, al de mori Min dcgn,
Coste na DO n nlAn, da qa^ che soni
Su , donea, llgbèn ni , deslighè qnesta ;
Mi son el reo. Tè Al per mi la festa.
L^ alia Sofrtola 1 ógl, e per pietà
La guarda doleemént riBamoràt:
0 poiverèttt cosa veg^o mò a II?
Che ve condus mò chi? 8iu savi, o mat?
Na 80^ mia bòna mi da soportà
Tùtt el mal che pél ftm ón òm rabiàt ?
0 stòmec da soffrì la morte mia
Da par mi sola, e sema compagnia.
La dls Insi ; ne r a però poeiQt
Fa, che se muda quel morós d^umór.
Oh! che gran cas è questi Chi è mal vediìt
Scombatt si gran virtù , si gran amor?
La pena de die perde è la salfit ,
E l'è premi la mort al vendtórl *
El re s^ infuria pn quand pu 1 oognósa.
Che ognun se vói tirò la colpa adóss.
A senti sto eontràst gb^è InsI devis.
Che lór la tègnen per ón tfirinra ;
E però tott infurilt el dls:
Hi vói erède a tutt dd; masxèi tùtt du.
El ik de sign ai sbiri, e ognun s^è miss
Intorno a Olind , e laprendén an' tu,
E la llghén a la morósa apprèss»
Voltadi sóena a sdena al pai iste».
Che porta le eovade, e ehè i liusén,
Che bolla , che la fóg de quei demoni ;
Quando 9 pianxènd, el dis quel poverén
A la presenta de quel testimoni :
ti quesl el lais chiavava, oh! me mesehónt
Con vu da cómobbiàm in matrimoni T
h quest el fóg, col qua! pensava el cor
Che dovéss resealdim el dio d^Amór T
Òlter fóg, òlter laul Amor moetrè ,
Oltri ne dà la sort in sto mal pont ;
Pur trop , con vfi mi sont morènd , ohimè!
8' in vita fu pur trop da vfl desiAnt,
Gh'ò gost almànc, tà che mori se de.
De Jèss ai vost morì con va coniAnt ;
Me rincréss el vost mal; dei me dolori
Ila ghe do nlén, perché eon vu mi mori I
158 FAKTi maA.
Oh! che fortuna mai saràu la mia^
Oh! come in la mia mort aarèn beat,
Se, mènter mori in vosta o6mpagnìa .
Spirìm in bocca a vu V iiltem me flit ;
E in mi M Yost spìrit per l'istessa via^
Za che mori con mi, fadésa spiràt !
Mentre, in sto mod diaènd, planieva quel»
Sofronia la conséja insi liel-l)el :
Fradèl , qnest na 1^ è temp da inamoradi;
Lasse andà M mond, e na gtae pensè pu;
Àm da morì; bugna pensa ai peccadi;
i da prega '1 Signor » eh' el sia con vii;
Se num» per amor 8Ò> sàm tormentadi,
Aram el paradis, s' el pias a lù.
Di là 'i sol che ne invida » e '1 ne consóla !
Guardò lii n del, come T è bel! Oh! fiòla !
Chi pianxén i Pagàn, e I pianién fori ;
Pianién anca i Cristian» na ón pò pn pian ;
On tantén per pietà deventè smort»
Anca al so mars despètt» r istàss tiràn ;
Ma quando dMngramiaB al se fu Incori,
El se fa fona» el Barda via pian pian.
Che se sgraffigna d volt» che strassa i pagni;
Sofronia» noma ti ne te caragni!
léren in sto streU biis » qnand per ventura
Compàr ón Cavallér iHnui e cortes ;
A guardàg al vestldi » e a Tarmadura,
Al par, eh* d vegna da lontàn paés;
L* à su Telmo na tigre» e rè figura
eh' usa de melt Clorinda in su V amés ;
La zent gbe guarda» e i disen in vedala:
Zùrormil Pè Ckrimlai e Pera quda.
A no la vóss mai mèttes ito desperi
Al meste eh' a le donne se eonvèn ,
De cusi » de Illa» de monetteri »
De recàm» na la vóss mai savèn nién;
L' andava ed soldadi in di qnarteri »
eh' an' là se pòi ben Jèss dona da ben ;
Sdperba e deruscóna la fudè ;
Però 'nsi despredósa la piasòl
L' era anmò pieeenina» e la voreva
Messedà spade» lame, e cavalca;
La feva i pugni » i sasd , e la sfideva
Tutu a là le branade » e a scorrlatà ;
I
DIALERI tOVBAlDI. 150
I orsi e i leòn a jà perseguiteva
Per montagne^ per boschi, in là e in là;
L' andè pò in guerra, e la fudè sta fràola
Con le bestie e coi òmni óna gran dlàola.
La vèn da Persia per mostra 'i móstàu
Contra i Cristian nemiii a la so setta ,
Sebèn in oltri loghi col so brazz
Pù volte la gh' à djd la maladetta ;
La véd neir arriva tant popolàzz ,
E i dù meschén reduttl a quela stretta,
E per curiosità fra tanta zent
La spónze el rozz , e la se cazza drent.
La zent la ghe fé largo, e le s^è miss
Ben ben arènt a remirà colir;
La ved, che V una tas, Pòlter zemìss ,
E la dona de V òm mostra pù cor ;
Per compassiòn lu par eh' ei planza fiss ,
0 de le , no de lu Tabba dolor;
Le, immobil, tas, la guarda ei ciéi, e insì
A la par morta prima de morì.
La se smessi Clorinda a vista tal
Per cómpassión, e la lucciè ón tantén;
Pur de che mane se dól ghe sa pu mal,
Pu che tas, che che planz ghe par meschén;
Senza spetta la dis a ón òm , el qual
L' era lì da na banda a le vesén ;
Disìm , car vù , eh' à miss in stl travài
Costór ? Èl mò desgrazia, o cos' ài fai ?
Insì la prega; e quel al ghe cùnté
In mezz'Ave-Maria come la fu ;
La se fé 'I segn de eros, e la stime
Che fussen inocenti tùti du ;
A la se mett pertànt in tei pensé
De trova mod, che ne i a brusen pù ;
La córr presi al falò, la fa smorza,
E la se mett coi sbiri a contrasta.
Ferméu , smorzò quel fóg , nessun ghe sia ,
Che lizza su, prest, metti zò U boffétt ,
Fin che me parli al re, che, In grazia mia.
Se tardarì, lù na n'avrà despétt.
I sbiri i obediss a Sossiorìa ,
Portànd respétt a quel so bel aspétt.
Le la va pò dal re ; ma la s' incontra
Con lù, ch'appunt a le 'I vegneva incontra.
ito FAETB nnA
La ghe dis: som Qorinda; avi sentit
Fós molte volte , o Siór, a menionàiÉ ;
E vegni chi, eh' ò intcs ch^ i móven Ut
Cóntra la nosta fede e U vost ream;
Comande , che da mi sari servit ;
Mettim in ogni post, o bòn, o gram,
Mettim in ogni log, o bel, o brùtt,
Mettim a lessi e a ròst ; farò del tùtt.
Olter le na la dis ; el re respónd :
0 zóvena valenta , là se sa ,
Ch^ in tuta PAsia , ami per tut el mond
La vosta funa , e M vost onór sen va ;
Adèss, che in sto duèl v^ ò per segònd ,
No me resta pù nién da dubita;
Pu speri in vii per me socórs, che quand
Vegnéss ben anc coi Paladén Orlànd,
Za me par, che Golfréd sia ón Menasira
A vegnim a trova ^ oom^el menazza;
Se v' ò mò da impiega , n* al sia mal vira ,
Che na ve daga a vù la prima piazza ;
A fàu mia generala el dèi m' ispira ;
Comande vìi , quel che veri che lazza t
Insi '1 diseva 9 e le con volt amig
A la ringrazia , e pò la torna a dig :
Che prima de servi vobba '1 salari.
Diri, che T è na mezza impertinenza ;
Ma a ciint del soldo me saràven cari
Quei ladri , e i clami alla reàl clemenza ;
1 clami in dòn; e pur, s^ el iatt rè vari ,
No se poi minga dàg quela sentenza ;
Ma tasi questa e tasi ogni segnai ,
Che me fa cred, che ne i àn fatt sto mal.
Dirò noma, che , se ognun cred e ziìra ,
Che sia '1 pòpol Cristian ch^ abba fatt tant.
Mi son d^ iimór contrari, e son siciira.
Per na resón pu fori e pu calzant ;
Che vìi n' abbiè fid mal ò gran pagiira
A fa quel che ve diss^ ci ncgromànt ;
Che na sta ben l' ave nele moschèe
Noste i idol del oltri, e nòve dèe.
Donca , se r àm da di conforme a T e ,
El miràcol Tè stài de Blacomètt,
E r avrà fai an' liì , per fan vede ,
Ch'ai loghi so bugna portàg respètt;
DIAUm UMBAIDI. |||
Ch' el fam donea Ismèn el so mette ,
Gh' el fa i Incanii , ma n' al mostra 'I péti ;
No6i meste V è oòn I arme fass onór ,
B num affi da ffc pana sul valor.
Insi la dls; e n re, eh' a cómpassión
Inevida el se plga, e con desgùst
AI se lassa però meCi In resón ,
Pari da qndle pregtaere e pari dal giùst ;
I liberi da mori e da presón,
El dis, perché sì vu , vói dàu sto gust ;
I assolvi, o I doni , e i lìberi In sta gnlsa,
I àbbien o netia, o bruita la camisa.
Così i a deslighén, e veniurài
Fu ben, a dila giusta , Olind ardii ,
eh' el podè A finezie, e col so stai
On nòbil cor , ma dur , Vk intenerii ;
Cosi da morie a vita a T è passai,
E r è za spós , non che morós gradii ;
Et vóss mori con le, e adèss , che pù
A n' al mór lu con le , le viu con 10.
1800. Memoriale di Cario Codazzi, per avere in dono un gatto.
^ ^ ^ra sùra Marianén ,
^^^ che vedi che la gh'à
^ J^a gatta e dù gattén,
^•^e spasseggia per la cà,
j^^ quaidÙQ na vói dà via ,
^^ò besògn vun per cà mia.
Ma siccome i m' àn ciiniai ,
^ìie quel pónt de dà via gaiii
^' è per le ón affàr de Stai ,
^^e ghe vói sùppliche e patii ,
^he presenti el Memorlàl
^he la preghi esaminai.
Ghe prometti d' òm d' onór ,
^te a quel gaii che la me dona
^h' avaràn in cà l' amor
Che gh' à adèss la sóa padróna;
Che de cuni el tegnaràn
^ù eh' el bè de san Giovàn.
^nenzànd , a la maiina
Ghe darèm de colazión
^ 'i caffè , 0 la polentina ,
^ 'i suppén cól fórm^j bón ;
Che sarà al disnà , e a iena
U seudela sèmper piena.
Preparai gh' ò ón leti polìt
In cùsina per la noti ,
Che de penne r è imbottii
De capón e d^ anedòti ,
Perché el possa lag la fopa ,
E sia cald come na iopa.
Che la gh^ abbia no pagùra.
Che ghe dàghen pò de gross;
Che per mi la fo sicura ,
De ciapàl de spess in scoss ,
Careisàl , fai córr adrè ,
Tal e qual che la (a li.
Ghe prometti e fo reguàrd
De iasè , d' avèg paglenza ,
S'el robàss quài toc de lard,
Qual polpeiia in la cardenia ;
Ghe sarà proibizión
De pezsade e scopazzón.
In persona a fàg rappòri
Vegnarò na volta al mes ,
Se r è viu , 0 se r è mori ,
S' el vèn bel , s' el cress de pes ,
S' el sta in cà , 0 s'ia tovsga
Per i lecci a fa la saja.
U!l
PARTB PRIMA
Per r inflùss dela contrada
Me figuri , che sto gatt
El farà quài bardassada ;
El farà fors' anca el matt;
Sanr Antoni ! figuràss !
Là de savi gh^ en poi nass ?
E per quest on cert pensér
Me ravana in de! cervèl ;
E son quasi de parer
De ciamài el nuUtarèl ;
Che sto nom el spiega ben ,
La caplss? de dove ei ven.
Se la gh' à gnente da dì.
De giòntàg^ o de tó via ,
Che la disa donc de si ,
Che mi U gatt el porti via ,
Ringraziandola de cor
Intratànt del so favor.
I due sonetti seguenti sono di Gio. Batista Fugazza, chini
maggiore dell'Ospitale di Lodi, ed autore di molte poesie anc
inèdite.
// PoeUi paragona sé stesso a S. Giwponni Batista.
Predicheva al desèrt san Gioàn Batista ,
E anca mi cole done ò fai 1* istèss ;
Fra tati i sant V è mess in cap de lista ,
£1 saréss anca mi , se ghe n^ avéss ;
Lù el leggeva in del cor a prima vista ,
Cognossi an' mi i cojón del me paés ;
Per na dona rà fai figura trista,
E mi r ò fai almén per vot o des.
Lu el batteseva in riva del Giordàn ,
E ne gh^ era per lu mai di de festa,
Battesi an' mi, lavori come 6n can!
A lù perfén i gh' àn tijàt la testa ,
A mi pò , speri , che m^ la lassaràn ....
Pucciasca, ajut! ghe calaràu an^ questa!
Contro un caf(tpo poeta.
Ciappèl su in brai, tirèghe gió i calión,
Alzèg su la boUetta , e fèl setta
Sii una pigna de rCische de melón ,
Che quest a T è U Parnàs che a lù ghe va.
Quattèghe el co de foje de zùccón ,
Che sta verdura a lù la se confà;
E per cetra al poeta ciólattón
Dèghe in man el braghe de nonobà.
Fé pò, che i birlcchin i vègnen vìa
Con cùccùmeri marzi, ùngìn de bò ,
Pettazz de zucca e ogni altra porcarìa ;
Fèghii tra in del mòstàzz, e vose : viò,
E disighe : j4 infama la poesia
Atnòn mazéng ghe tómarét anmò ?
DIALETTI LOMBARDI. Ili 5
\ 8)0. Poesìe dì Giuseppe Riboni.
In morte di Danna Elena Crodolani
woglic dell'avvocato GHteeppe Risconti amico dell'autore.
SUTOIB.
Se 'I trìst peiiM gh' avéss de TAretén ,
Disaréssi de quel cbe sta ben no ;
Perfén la tacaréss... ma Tè destén!
E col destén mia propri sbassa 'I co ;
Quand che lassù gh^ è scritt : incó V è V óra ,
V è iniitil , la se passa miga fora.
Lìbcr essènd però '1 pensa de Tom
(E quest Pò vlst mi scritt, ién miga iappc.
Su la Icge de Dio, né so In che tòm),
A cóst de lam brùsà ón bris pu le ciappc ,
Vói dìla, che Tè chi che la m''ingossa:
Signor, cossa avi (ai? L^i lai piir grossa!
Pòvera dona Lena ! Perchè mai
A mez dela sòa vita l'avi tòi?
Perchè giòvena e spòsa Tavi fai
Tant brava, e rara màder de nòv fiòi?
E perche gbe V i tolta sul pu mèi ,
Lassàndij cole man in di cavci?
Podevo pur.... ma no: ve clami scusa ,
0 Signor, s*ò passàt voltra i confcn;
L'è qucst òn pari cas de quela busa,
E de queir ànglol de sanrAgostcn;
Sì, sì: perché Ti tolta el savi vii!
Sul perchè mi la pianti, e parli pu.
Miga però a nega me sentirò ,
Cbe possa decanta le sòe virtù;
ft E, se rè morta le, che viva anmò
La memoria de quel cbe on di la fii ;
Il lisa de Lod, te preghi, dam la lena
De scriv e vita e mort de dona Lena.
In Lod , e in fén del sècol chi passàt
Da bon pàder e màder l'è nassùda;
Da fiòla dei bon segni n^à pur dat,
E dei pd mèi n'à dat dopo cressiida;
Bravura, co, prudenza, spìrit, flemma.
Dona Lena la gh^éva tùtt insemma.
45
m PARTE nUU.
BeirasCa, ógi parlanti e cavéi négher
La gh^ aveva Tlstèss come ón velut;
Brunetta ti, nu d'óo mostài alégher,
Xiga de sto gran bel; ma bela in lut;
Icren tute de le grazia e manera.
Bona de eór^ e glie r aveva in cera.
Ai primi tic e toc de quel flolètt
Cile tenta e mett sott-sora tutt el mond ,
Da franca dona Lena ciar e nètt
Al sfazzadèl la gh^à savOt rispónd,
Disèndeg: Nel me cor se ò da fat sit ,
Vói miga dei gingén; dame ón mariti
E, 0 ti ben fortunata che te se stài
L'unic, Viscónte che al cor te gh^è fai piaga;
E se per lè del sospiri t'è lai.
Col tóla infén a te gh^è avQ la paga;
Perché, se fra de mila e pii mójé
La bravissima ghiera, l^era lè.
Se qualcun ghe fuss stài, che pur ghc n'è.
Che tenta in dele cà de mett el morbo.
La feva el sórd, e se qualcòss an' lè
Caso mai Pavèss vist, la feva l'orbo;
Quel che a Tom gh'era car lè tutt la feva;
Pii per ròm, che per lè, lè la viveva.
Per quei so cari 8ói, Gesùs Maria!
La se saréss perfi&n caziada in tocchi;
A di pu pòc laressi la bosia.
In pónt de cà, la feva andà coi flocchi;
A finila, e di tutt: a Tera rara!
0 mort, 0 mori, te sé stài trop avara!
Ma rè mond! De contenti per ón pò
S^en trova, e per ón pezi miga ghe n^è:
Sente, o lettor, che brutt passai chi fo,
Dala vita ala mort passi de lè!
On sos|nr, óna làgrima, se diir
Come ón sass do te sé, ghe l'ò skur.
In quindes ani e ón ten i^à fai dés flói;
Nóf san, bei, de vegnuda e de talèni,
Viin sol, né so hi che temp, a ghe a^à lói
La mort; ma In dés tón viin rè poQ o nién^
E dal penùlUm pàrt a sto pàrt cli^,;
Cinc^anni senza firn l'era stài lì. \
DIAUm LOMBAEDl. H5
Poverina! parìva, ch'et so cor
EI ghe disèfls: in quesl t'è da morì;
La gh' èva pù quel so gran bel umor ,
La sosplreva sèmper noti e dì ,
Figùràndes denàni P ultima fén
De la mójé de so fradèl Gecchén.
Pur tanetànt^ per grazia de rAltìssira ,
Ai ventisés de sto febràr Vk fai.
Oh ! che bela flolina! e pò benissim
Le pù care speranze la n' à dai.
Fina ai cine dì benón se Tà passada,
E pò nei sés rà dat òna voltada.
Nei sett, nei vott rè stai , né si, ne no.
In perìcol; nei nòf rà pezóràt;
A sègn, ch'el sdor dotòr, seorlènd el co,
Siibet i sacramenti el gh'à ordina t.
Chi dal prèt, chi de lì, de là corriva;
Che a pianz, che a sospira ne se sentiva.
Don Pepo pò... si, poverén! A vèdel
L'avaréss miss ai sassi compassiòn;
A dil, e vèdel no, se pòi no credei!
L'era lì lì per dass a perdiziòn;
E mi.... e mi, ne Tatt ch'el confortevi,
Fascndeg cor, squas più de la piolevl.
Quand s'è sentit el mormora lontàn
De le vòs del devoti che vegnèven ,
E tramezz qud dien dien, de man in man.
Dei campanén, che al cor frèf i mettèven.
Vegnùdi in còri, a pian! gh^èm dit, e al lètt
Ne n'èm lassai vegnì che sòs o seti.
A vèdela a ricév Dio per viàtic,
Con tuta quela santa còmpònziòn.
L'era na roba de resta là eslàllc;
Pò, de destàss nel pianz per compassiòn;
Con giòni le man , eòi ógi alzadi in su ,
M'è pars che la diséss: Signor, fé 9u!
Bela rassegnaziòn \ Se ò da morì ,
Pazienza! In flaca vòs dopo rà dit;
La vostra Manta nutn. Signor, tegni
In sui me ^iH /lo/, sii ma nutrif ;
Quest Ve ffi^c cànfori, negkèmel tw !
Dèmel, Simèr^ che dop contenia a f^.'
ÌHd PARTB PRUA.
Da Dicza moribonda Tè stii li^
Lassànden nel sperà, nel dispera,
Dop del viàtiG, squasi quàter di;
De questi in vùn , seben con del da-fà ,
L^à prononziàt ste dò parole anmò:
F'òi vede me morii; neghèmel no !
Sul si 9 sul no sèm stai li ón bris; se cor
Là pò da lù, che Fera squas che le
Moribònd de passiòn, e ghe fèm cor.
Andèm, andèm! Lii Tè levai in pè,
E li, quasi portàt da ses o seti,
Éccol, tei là! da la sòa pari del lett.
Letòr, guàrdeg al cor, e miga ai ògi;
Te vedarè che làgrime ghe gronda !
Guàrdel là miss in tera in sui zenògi
A fàg le scuse; e le, da moribonda
A dighe: / /fó^/... mi mori, etite resti!
0 Dio, 0 Dio! Signor, che passi ién questi!
Lii rem tói via, che pii el podeva ré^;
El pur respir a le ghiera restàt,
E, sèmper suvia là, de mal in pet.
Ai dés de man, apena el di spontàt.
Senza squas pu speranza, le rà dai
D'óna sicura mori tuti i segnai.
Gòmit, sangòt, la làgrima e liisenta
Le la gh' aveva del moetàz la peli;
E Tana de man in man al se ghe lenta.
A le dés ore gh'era za el caroli ;
Sònen i botti, e del so lett ai pè,
E piansènd e pregane stèvem per le.
E mentre proferiva el Reverendo
Don Luigi qucirùlUm Cosi-eia,
E Vin numm tutu, Dòmine, commendo...
Si, dtrna Lena^ si,,. Gesù e Maria,
Le, trand la bòca In sblèas, e òn pioool sghil^
L'è morta; ahi! vegnl frè^ anmò nel dil.
Alter che pianti e che desolaiiòn
Se sentiva, e sott vòs a di: Tè andai.'
Ve disi niente In che disperazlòn
A sta nova Don Pepo Fera mal!
Letòr, tei pòdi figura chi ti ;
Vita e mort de le ò scritt, mi lassi li!
MAUin LOMBARDI.
447
Per nozz£ di GistìWìido jilbertmi con Luigia Franchini.
pezz fa te mei disevi,
Che sposala te vorevi
La Luisa , e n' el credevi.
■ perchè vót che tei diga?
Me pensevi propri miga.
Che t'avésset de sta in riga,
ri però con gran piasè
Senti adèss, che te la fc
Dop^omàn per tóa mòjè.
re fé ben, Gismónd, a tóla!
L'è na bòna, bòna fiòla,
E che spuzza niént de ciola.
[^'èbelina a mezz a men;
Ni el trop bel, Gismónd, rè pei;
Mal sicOr r è '1 piati de men.
permea, tei disi mi,
E sei disi, tei pótsdi.
Da per le la fa per tri;
Le sòe man san A del tutt.
La sa 111 graziòs e'I brutt.
Parla in temp, e in temp fa 'I mut;
A finita, e dìla Clara,
L*è na fiòla slngolara,
E che a tanti saréss cara!
Se sta perla rè per ti,
Vag de cor a di quel sì.
Che a sentii ghe vegni an mi.
Dopo pò tòa cura sia.
De fàg bòna compagnia,
E fi no da testa-vìa;
Ciapa eò d^òm de giudizi;
Mett de pari òn qua! caprizi;
Schiva Tozi e certi vizi;
Senza stizza e senza fel.
Fa tuttcòss, e va bei-bel;
Mi te parli da fradèl.
Pò, regòrdet, o Gismónd,
Ghe, per gode òn pezz sto mònd,
Mìa cercàghe mlga ci fònd !
Sestine
m morte della signora marchesa Sofia Sommariva
nata Seghizzi.
Vittoria, portinaia ddh Gmì Somaarifa, nceoala al marchese Eaiilìo suo padrone
'a visione da 1d avola odi notte del Stf mano lattt, giorno in cai h marchesa spirò.
Stringàt el cor, gh^evi òn pugn d'ògi e ón gròp
A la gola, da tòm quasi el resphr,
E con la Mort danada còme òn còp
Mi seri i^jér da slra, per quel tir
Che rà fatt inànz temp, a portàm via
La me padróna e sòa mòjé. Sofia;
Quand, dop la mezanòtt, invèrs de ròra,
Senza pò forze in eorp, per la passión.
Coi pagni a mezz a mczz cavadi fora,
A me son trai siil Ictt a traversòn;
Ai brazzi in eros gh^ò mettut sora el cò^
Savènd squas pu, se fud^s viva, o no.
448 PABTB nnA.
Nel barlum dei pensér che me vegneva
Però de tratt in tratt a me pariva
D''avèla anmò li inànz, che la me feva
L^iilUiii parla che la m^à fai da viva,
Disènd: Prima de Dio^ dopo de U,
Pò de Sofia regàrdet tuli i di!
Dop questjnànz a m^è vegnutel qu&der
De rijltime óre de la so angonia;
Gbe disèven i fiòl: ah! cara màder!
Lu, pòver siòr marcbés: cara Sofia!
Spirit! E le, si, sij la respondeva,
Basànd quel Crist, che strett in man la gh'eva,
Squasi el Crisi ghe déss fiat ; pò in bassa vós
Ste parole che chi Tà dit anmò,
Dal sangòt soffegade e da la tos :
O Emili! 0 pòi! 0 cor! o cari, a 9Ò;
Sèmper nel cor, sèmper denànz pe iia, . .
Chi Pà tasnd, e rè spirada via.
TuU che in vision, in quel moment provevl
On gran dolor, nel vèdela a spira;
El cor sfrazzàd de tal manera a gh''evi.
Che s'eri Tiìltim bòf an^ mi per tra;
Quand che me senti vun come a scorlim ,
E pò na vòs: corèi, spirit! a dim.
El co levànd, òn òm li insi me vedi,
E vosi a punepòes: Getta Maria!
hù ^1 me prevègn, disènd: E che te credi?
For$, che ón balòss, àn malfatór mi sia?
Som óm amisi Con sta parola el m'anima;
Lù: son Fàgazza; e mi: el dotar bon' ànima?
SI, propri quel; de lù pò, siòr marchés,
Ciamànd, el me vegn fora a dim: dovrei?
Che se Ve in MI, làsseghelpur, eh* è istèss;
A ti, f^ittoria^ te pose di tutt quel
Ch'ó de dig dela quòndam marchesina.
Col patt de riferighel domatina.
Prima de vU però mia che te disa,
Che^ dop qm/ir^ani e p& de fóg anliènt.
Da conzàmStnisatàt in mala guisa.
Per ria d*iitrcessiàn d:'ón me parént,
El me zioimnegión de Voratori*
Son ricettmke porle al purgaleri;
mALEItl LOMBARDI. HO
A porta Europa t^ eri de tpezión
Jer a ie <imter dopo del mezzodì .
E imi come te fàj per quel ttradón
Che gh*è in fàtda gwtrdànd^ 9edi a vegnì
Vùna de gamba ei talmént aletta^
Squas, no a penà^ ma la vegnées a fetta.
Jprètt de li a ben poc le lame riva ;
Le la guarderà mi, mi la guardevi;
Èia! non èia?... ti: la Sommariva!
PÒI jètt che fata. . . aVèi tra mi ditevi;
Li in quela te cónóttem futi dù >
Senza podè parla, te bràzzetn ttì.
Chineto miga dèi iìUt el tratpàrl
Che gh'èm ami; a «o, che dop cùntàl
TQU qetéll che n'è tuccètt dop la mia mori.
La tóa tenlenza in man le la m'à dal.
Mi gh*ò meii&kel viti, e gh*ò fai teoria
Cinquanla paui e pH dmt da la porta.
Quair*atii d^ impazienza da purga
La gh^eva^ effetti d'ón tineér amar;
Ménter per qualche trodizión te gh'à.
Che, quand a Ve ttat òm, anca H Signor
L'è vegnùt verd come ón pettàn de veder ^
À la voltada che gh*à dai tan Péder.
yoUt ore dop (queti Vera H tirmen fttt
A le eòe pene) fera Ve tomadm;
Dai Angioli li pronti^ al paradit ,
Squat de VAttOnta ittètt^ Ve ttài portada.
Premi dei bón!... E ehi, dopo tvèm dit:
ViUoria, addio! Pagana el m^è sparìt.
Cara vision! fudèsset. Dio voréss!
In scambi de vision la verità !
Si, elle la sia, sperèmel, siór marchés,
Mentre 9 pòsa dil, che ne ghe ne sarà
Dona pù brava, e pu dabèn de iè^
Tuta Dio, tuta màder e mójé!
Sùnetto contro i caltioi poeti
La Ito al di d^incò gli'àn i «i^n .
E tón se dan'e Paria de cantànl;
Cérchen i gii de fi la sammia vnnt;
De fa da prim In sai Parnàss I éAén.
itfO PABTE PRIMA.
Ma se ne accòrgen nò sti poverén.
Che chi nass nan mòr nan, e mai gigànt?
E che, per quant se sfònen, taneiànt
Sèmper saràn asnén, mossén, grilléni
Con quest vói dì, che i nàssen i poeta ^^
E a fa! chi è no ciamàt da la natiira,
Fa trop, se al quarto el riva de la meta.
Quand'èster naturai ne gh^avi no,
Brùsè, pive! 9 la penna aderitùra;
Ciappèl, quest Tè ^1 parer che mi ve dò.
Comasco.
Le sole produzioni èdite in dialetto comasco, essendo T opù-
scolo in prosa rùstica del canònico Gattoni, e le poesìe per vesti-
zione monacale della signora Francesca Carli , da noi indicate
nella Bibliografìa, ambedue apparteneuti alla seconda metà dello
scorso sècolo, porgiamo in Saggio un pìccolo brano del primo
ed un sonetto tratto dalle seconde, avvertendo, che questo dia-
letto, pel frequente conunercio colla capitale, va tuttogiomo ac-
costandosi al linguaggio volgare della medésima.
A ol Franzésc Olive ai liUtrmemi so scior patron^ ec.
Gh^a domandi scusa, sé anca a serif a lor sdori luatrissemi dopri a ol
linguàio, ^^^ s^A sèrvom nun scigolàt che lavora la tera in di Corpsanti.
Quij poc paròi polit che m^éran insegna a scòhi ol pret Braga, ol cùràt
v^ de san Martin, adèss no so più ona straacia. Comenzi a rapreseotàg,
che son pien de disgiist e de dolor, perché la maggior part de lor sciori
lustrissemi m'àn leva quela protesidn, che con tanta carità àn sempro
trata a ol me pàdar e mi, par squasi cinquanta an; ec. ec. ec.
Sonetto per Monaca.
In del so stat ognun se può salva;
V é minga necessari andàss a scònd
Tra quatro miìr; in Clél per tuj gh^é cà;
Basta portàss da ben; ma quest ré *1 pònt!
El pònt ré quest, de regordàaa d^arà,
Come la gent da ben àren al mònd;
E quest ré el prim bottòn da no falà.
Chi fala el prIm bottòn, fahi el segònd.
DIAURTI LOMBAIDU itti
I
El póni rè, regordàss, che no s'piiò viv,
E se fa magri i ven e cativ spés
I>ove gh^è del pallàn, e ari cativ;
E regordàsS; che de cinqcènt scirés
Càschen la magiór part, quand in fioriv,
E l'è on miricol, s^en madiira dés.
O tosàn, iv Intés?
Se al ve strangola el fià a sta sarà su ,
SIè 16, are drlz, ve salvari anca vfi.
Dialetti Orientali.
Tra i più antichi monumenti èditi di questo dialetto che ci
venne fatto rinvenire, distlnguonsi alcune poesie di Giovanni
Bressani, inserite nell'opera da noi mentovata col titolo: Tu-
muli ^ tum latina f tumetrusca^ tum bergomea lingua composilù
Sebbene privi di mèrito poètico, pure, in Saggio deir antico dia-
letto, abbiamo scelto i due componimenti che seguono, appar-
tenenti alla prima metà del sècolo XVI.
Epitaflo di Francesco Petrarca,
Al fó sotràl chilo 'n sto miillmét
Quel chi fé per amor taj; bel sonéj^ ,
E chi sentiva a meza stat ol frég,
El cold al tép ch^ol nas gota a la zét;
E chi da lonz brasava , e da redét
daziava y ol volt vedièd» la gola e 'I pé^
De quela csi stinada, chi n'avcg
Ma' compassili per fai impò contét
Ivi pensai d^ volil a' mi loda,
E faga con sti vers impò d^onór;
Ma veg, ch^a i è piatosi da fa grignà;
Iesi ch^a voi lagà sia ^mprlsa a clór
Chi se delecia sno parlar zeniilo,
Che quesi lenguàj^ non è cosi sutilo.
Contro un maldicente.
Ch'k àgher In bocca no pò spiidà dolz;
A 8^ sul di per proverbi;
E ehi spi somna, no i vaghi descòlz;
Sieehè chi dia paroli strani e aserbi.
/
IK9 PARTB PRIMA.
E chi inguri quac mal..
Mostra quel ch^iga dét.
E spess fa gni talét
Ai 6ter d^deslazàss ol bartiozzàl.
Per mi no àveg per mal
Di paroli d^alslra pieni d' fél,
Perctié a s'dis^ che rat d^àsen no va in celi
1600. Per mancanza dì miglior modello^ porgiamo in Saggio
del dialetto bergamasco, in sul principio del XVII sècolo, un brano
deir opiiscolo anònimo intitolato: f^Ua e costum de Messìr Zan
Tripù.
OtUi{>e.
Astròloghi la noj, e scrif ol di
Le fantesìj che mMntra In dol cervèl,
E m^ò pensàt de lav un pò vedi
(E chi no vói vedi vaga al bordèl)
La vita d^iìn valente paladi.
Om chi à cercàt el mond , e chi à cervèl .
El qual el si domanda Zan Tripù^
Ch^ aràf mangiai na vacca in t^ un boccù.
Costo fu un sitadi tat generòs;
Chi '1 clama da ComàJ^ chi da Mila,
Chi dis che V è nassùt f<6 d'una nòs,
E chi gh^ dis Bergamàsc, chi Venessià;
Diga che Yoja, ch^el fu un òm braòs.
Mi M credi da Cremona, ovir Bressà,
Che dapò past Pavia csi per iisassa
De mangia un isen, per impiss la passa.
Zan Tripù Pera un òm de quei ricàzz
De possessiù, de casi e de danér;
E no r pensò, cb^el voléss tuss Timpàzz
De andà fó a cazza, gnac a sparavér;
Ma IO tendiva a impiss ol so corpàzz,
Dagànd guadàgn a Vài i tavemér ;
E de sto mond noi vòss ma' òter da fa ,
Se no mangia e bif , e pò chigà, ec.
4670. A quest'epoca appartiene la versione in dialetto rùstico
bergamasco della Gertualemme liberata del Tasso, òpera del
dottor Carlo Assònica, Da questa, e proiurtamente dall'episodio
DIALETTI LOMllARDI. 155
dì Olindo e Sofronia, abbiamo tratto, per Saggio, le seguenti
J^tanze :
Al gh'era tra de lór serta lovnaza
De desnnv o vint agn iluga drét;
Bela, ma che de quest no gh' pensa straza;
Savia, che mai vardava in vòlt la zét;
A blsigà per eà sèmper la s' caza ,
E la góggia e la rocca è ^1 so contét;
Gnè mai negù la ve tarde, o a bon'ora,
Parla co la Cornerà, o la scrtora.
Ma no l'occór a dì, no Tè sfazada,
Gnè sMa ve sul balcù, gnè per i strade,
Ch^ù patt 0 gh^a tire una baleslrada.
Al despèi di fencsfre csé serade;
Ora Amor Vk la vista imbarbajada.
Ora eh'' a la trapassa 1 balconade;
E quand a s'cré, che i putte sia segùrc,
Al r indicela dal bus di ciavadùre.
Vk nòm Sofronia, e Olindo è sto moròs:
CattòUc tati dò, iui dò da u lue;
Le bela fcss, e liì tat vergognós.
Che per tasi ^1 va in scndcr ol so fuc ;
No Tolsa, e no rà cur, Tè senza vòs;
Questa sen grigna, o no la s*corz dol zuc;
A sta foza sto pòver tùrlùrù
L'è inamoràt ch^al mur; ma noma lù.
^770. Il Saggio seguente è un brano del Capìtol prim cantra
* ^Spìri^ forj di don Giuseppe Rota.
Costùr che sfogla '1 nom de Spìri^ For j; ,
E che i fa al di d^ancò tata fortuna,
Mi no 1 vói lassa sta gnè vif , gnè morj^;
So quat a i pisa, e, a dille sent in d^ una,
Fora de quater b^e e ù bu mostàss .
In del rest i è minciù, come la luna.
Wa i vegni inif sti autur che fa tat ciàss,
Sti bflU de bergnif , stl Rodomòn^ ,
Balù de vent de scartesà coi sass;
Ch'a i vegni, e quei che sta de là di mon^,
E serti bu Italia che ghe cor d rè,
Come la bocla al dat, toni e birón^*
m^ PAUTB niHA.
Fora di bullighft e dai caffè
Costùr che parla a u mòd de Dio, de' Sani^.
Clic propi al par ch'i li abbia fa|^ coi pè;
Stampa de temerari e de birbin^,
Ch'ai par, che ^'ojè al ciél di la scahida
Coi vosie allure, com'al (è i Gigènft;
Per mostrar qua! a sìef fò d' caresada.
No gh' voi miga ol savi de Salomù ,
Gnc quac gran testa fina e trapanada;
Basta ù barlum eh' a s'gh'abbi de rasù.
Basta eh' un òm noi sia matt de ligà ;
E per quest m'aschi a di, che a' mi so bu. ce. oc.
1830. Finalmente dopo una lunga, ma pòvera e stentata
stenza, la poesia bergamasca venne ristaurata per ò];>era de
nemèrito scrittore Pietro Buggeri tutt'ora vivente, autore
gran nùmero di poesie di vario metro e stile. Dalla raccolta
medésime abbiamo scelto le seguenti, per dare un Saggio
del moderno dialetto, come della perizia dell'autore nei vai
neri di componimento.
La mori cf u ì^ (waro.
V tal Mlssér Anione de montagna
Pie come on ov de sole e de pecaé.
Che a monlunài, per fan pò ù de cocagna.
L'ia faè de onge per sinqoanla gaÒ,
Passai i caméài seltantasèll,
L'era visi al momél de Irà sgarlèll.
Vale a di, che ristava mal de mor,
E che in virtù, no so de qual Beat,
El Siùr ol gh'ia toccai ù tanti 1 cor;
Ma sessanragn noi s'era confessai;
Onde vedi 'n quel co che ingarbojù
De ladrarée, d'usure e Irasgressiù!
El fé dama 1 curai del so pais.
Che l'era de quei òm che ghe n'é pòc,
Miga de quei ch'i vend ol paradis.
Che sèi pec࣠di siore i fa de ioc
Per ol caffé, per d disnà, o la sena,
Per god in santa pas la Madalena
DIAUrn LOUARDI. 1115
La Madalena, lé: costai capii,
ChM resta lé come leandaliiàé?
I farìiv miga csé sM gh^aés nt.
Perchè « se almàiic no parie con di maè.
Per Hadalena intende la boccata.
Che 8' vèd in di ostarée la piS badiala.
Dunque, per god In pas la Hadalena
Piena de ì, magare d^ trentadù;
Me no ghe tróe nlssona roba oscena
ChM diràv lur, de fa quel sguersignù!
I scuse, ma'l ma par brott natura!
Quel sobet vardà sblès e pensa mal.
In somma Pera on òm frane comè'l sol.
Con tat de cor per td£ de fii sguazsètt;
Pacciòt, alègber come u fra d^ san Poi ,
SUmàt e brao, ma omel eomè ù sòètt,
D^agn sol dò anta, e stat come Dio di.
Con tòte i prolessiù fò del badi.
Ma andèm col pret al lèi del moribónd ,
Che, dopo confessàt In quac manera,
Ei dis a olta us: Dovrò 'fidò in fmd.
Se no iume la roba de ehi Veraf
Padrù de sento e passa mèla scùi,
Do^ò lassa i me sèèi che nùé e eriiè?
— No gh*dighe d* lassai nui; ma de paga s
De compensa chi gh* ponsa e i danegiàè;
Infi vergola, o Ioni ghe reslarà;
Cosi l^ischia de 'ndà zòindi dami;
Dis ol cùràt: o la restilmsiù^
O zòa V inferno sensa remisiiù !
E 'I moribónd: El lasse ^ che u mommi
En foghe abnànc parola eoi me sèèè;
Che vede *l sòbu cSr^ eomè i la seni;
Ivègne por chilo 'ntùren al Ui,
E Iti, che forse a casa ergu i Vatpetla^
El 9aghey el Utme chi de che m* uretla.
El tuma a cà '1 curàt gnèc e intrognét ,
Perché Vk capìt bé, che quel ladrù
Óna quac balossada 'I voi fa dét,
Òna quac di so bune transasslù.
Col guadagnaga almàne ol sent per seni ,
E negossià, s'^el poi, al Sacramént.
ÌM PARTE PRIMA.
Tra lù U disia: M'imàgine i consèi
Ch'i ga darà quel so tri flur de irtù;
Balòss, canàe, i par tri Agnos-Dei ,
E se i podèss, i è forse pès de lu;
I me! cassa a l'inferno quel margnoc,
S'el Siùr no! la té sald per 1 pelòc!
Ha lassèm ol curai, e via de voi
Tùrnem al lèi de Tavarù ch'el mòr;
Che za col carozzòi chM à tolt a noi
I Taspefa i diàoi con tal de cor;
Ch'el Clama amò i so sièÒ tòt disperata
Per vi d' dà fò tòt quel che l'à robàt.
Col co bass e coi ò£ impetolàé
De làgrime e de i, scé bu flòi.
Sa e là'ntùren al lè£ i ve quaò quaé;
E lù '1 ga dis: Me iÒèSj gh'ò 6n ingarbói
De fa9 «01, che fon* el icenri za;
Che per i cnge ménom* poii saM,
El salta sd 'I magiùr: Tata^ tasi.
Che m'iè infurmàS za tóé che Ve quac agn;
Per me diti, fé por tòt quel che oU;
Ma no tré fò i fattode di calcàgn;
De miga tcolt ai bùzzere de tóé,
Per l(u$àm nu pitòe i mez ai piòè;
yedi , che nu m*iè tri^e vu ti u/
Ritèièla^ tata, cor, dis ol segónd;
£1 terz, ch'el ghMa dna ciera de cucù,
El par^ el dis, che l'abe de 'ndà H mond!
jlndèm^ ristìèla, in fin pò de le fi^
A* t'andè zó, ala longa 9'ù$ari.
Vu^ che pati csé fin sémper ol frèé.
Che 8té a caàl al foc tot guani ol de,
Chefena'lmitde Lui 9i scoldè i Uè,
Dopréssev anze stoga piiitòet bé;
E 9*ìuari; rieélèla. ..eh! gìen'é %ò tace
Ch'i gh'ia $ói dii^ perdial onge cté face!
BitHéla, cor, de brao, epetè che v'vòte;
Lasièm fa nu a se&iàv col tiór curai;
Si boss de co, aidémel, alza so té,,,
learda ch*el mòr! l'à qwue i òS serài!
E lù '1 dis sotta us: f'ò dd de bu;
E lur : Addio né, preghé 'l Siur per nu.
OUUm LOHIARDI. 1117
Avrì vést sai knchcé di brolte stam|)C
Ch'i fa vedi la mori del peeadùr,
I mez a quei diM ck^el par chM rampe
Fò de per tot, per laga grand'onùr ;
Figurèvla de filo in de sto lèé,
E che i dìaoi i sia scé tri ho. sdèé.
E cose rè crapkt i sto avarù ,
Abandonàt e maladèt de to£.
A vòter, maÒ per i specGIassiù,
Che oli (a solò so in d'ona peli de plòé,
Preparèv a sta mort buzerunassa.
Se mai gh' i daÒ de onge a fa rolnssa !
Sonetto contro un barbiere.
Gran telescopi e canocclài ghe séa,
Speculo otte fena eìCì 51 lur,
I è toi insèma ona mincionaréa ,
A la scoperta, de la qual so aotùr.
Chi di studia e chi stodla astronomia;
Chi rà stodiada, e i è za professar;
Chi sa diletta co la fìuitaséa
A contempla del slél i bei laùr;
Chi luna, sol e stele i voi vèd bé,
Fòsse! a^ Galilei, senza spetii,
I vaghe del barbér che gh"* dirò me ;
Che la minar di so abilità
L'è "1 fa vedi i pianèd ac al mez-dé;
Figurèv pò de noè cosa 1 farà !
Canzone^
0 Margi, salta fò del balcù.
Che d'amùr chilo crèpe per té;
No poss pio majà pà de melgù ,
La polenta la m' par toc de fé.
1 tò d£ i è da dò de sietta,
Du balcù , dò lanterne del siél ;
Se i osèi, 0 i farfalc i saetta,
I è servici, no i ga lassa pio pél.
01 tò nas rè il gropì che consula,
La tò bocca a bochi de coràl ,
Dove i grazie i basi 1 ga ridala ,
E 1 fa ròm deventà u slforàl.
itt8 PARTE PRIMA.
I cheéi, che intoreii£ e fai tressc
I ta fa so la crepi>a u taèll
De gogiù, de spadlne csé spesse ,
Del tò co i fa del sol ù fradèll.
Se pò adòss e s^ U féss r inventare.
Dighe me che sostansa s'ta troa!
De granate e corài on armare ,
E diamànò iscondìi In da boa.
Che brassòÒ, che spalotte, che età.
De copà '1 facchinù pio robòst !
Oh! che timpane, che calamela.
Oh! che pòm in tei zèrel del bòst!
Té sé léssa, lòstrada, lòsenta,
Come '1 manec de vanga o badél,
Te fé gola come ona polenta
Con lòanga, o sardù de barél;
Ma quat bela de fò té sé tota ,
Té sé brotta, crùdela de dét.
Come pom che fa schéfe, el ribòta
Soto rosea che ingani la lét.
Per quat corre, che dighe e che faglie
Con tòt me, té se sèmper ristessa;
Té sé té « che té vò porta i braghe,
E té m" fé de prìura e badessa.
Coi gogi rò compràt i sta fera
Sic ferree, dna rócca e tri fùs;
E té sèmper té m^ fé bròsca ciera ,
A te m^ vàrdet con tanto de mùs !
Cremadco.
1712. Il più antico Saggio, che ci riuscì rinvenire in questo
dialetto , e la seguente poesM , per monacazione della con-
tessa Medea GriiToni S. Angelo, in dialetto rùstico, stampata in
foglio grande volante, in Crema dal tiflògrafo Mario Gàrcano.
A la lùstrissema signora contessa Medéia Gri/fona Sant'Anzolj
in del fàs monèga nel nobeléssetn Conici de S. Marcia de
Crema y col nom baratàl in sora Marcia QnintUia. Poeséia
de Zo^àn Méneg Ollolliv de Gabià, filàgol de cà de so sigìio-
réia liistrìssenia,
né, eh 'a so tt a tend la vacaréia ,
Me, che de letiA n'ò stiìdiàt nagòt,
Cross de legnàm, de Icngua rùstegòt
Vcgn chilo per dcscòr in poeséia t
DIALRTl LOMBAmOI. 150
Giròi da fa? Ch'^ da di 7 IMsìmel vu,
Muse bele, chMlò da press al Sere
Bcscantèy sfloreiè per quele gere,
E sonè issé bliare M callssù.
Indichièm quatre bete serimonie.
De fa un presènt a quela Signorina,
Ch'a s''è faccia monèga stamatina;
Se no, per Bac, me dig de li fandonie.
Sente 'I me cor ch^a! dis, di sii Menèg;
Almàc aviss la boca inziìcherada !
Orsù, la vós sia drCncia, o delicada.
Se tase (in bòt, a m^vol crapà 1 stumèg.
Doca, con tùtt'amór e reverenzia ,
Lùstrìssema signora me Patrona,
E col respè^ cb'a porte a Cà Griffona,
Scomenzarò con vosta e so lisenzia.
L'i faccia pò mazenga in fi di fa^,
1 lagàt a cà vosta li caroze,
I dàj; di pè de drè a li galoze.
Or, e mantù, e montére i tiitt dcsfàg;
Conteta v^ trovari; fó di bodé, .
Fó di perìgoi deli vanitati
In sto convét ari la libertat,
Che god chi sa servi Domenedé.
Sa poi fa bé per tùtt; ma fó del mond ,
Per serv' a Dio, gh'è più comoditàt.
Chi capiss sta metàfola, biàt !
So bé gnorànt; ma quel ch^ò di^, Vk fónd.
Proverbe vegnit fó da un vertùvós,
ChMn zezia^l remirava la fònsiù;
Oh! quaj desc^rs Tà fit{ sora de vù,
Parlànd a un otre siór issé sot vós !
Inzenociada zó a la fenestrela
Quand a sérev ilo coi oj^ bassi ,
A la faza di Padre Capùssì,
L'à dìj[ sùbùt: Vardè na santarela;
Vardè quei Croscfiss ch'i gh'à portai;
L'è una bandera contra 1 diavolàz;
De li pompe T insegna a fa strepàz.
D'obedienzia model, e d^omiltàl.
Ma quel ch'ai diss, sul benedì li veste,
Per tegn a mét, gh'oliva un òMt de tetra;
Manco mal ch'ò na gnùca che penetra,
E tra tate parole poss dif queste:
160 PARTE PniMA.
Li veste benedete i è ornamét
Ch'a mostra la vertùi de chi li porta;
Qaele i è ùn^annadùra, che conforta
Cent r^ al demone brutt e inviperét.
Quei eh' a I v^à mésa in co snévej^ zendaf ,
1 è segn de cor sogèt, morti flcàt
Dal vestimét modèst de Tonestàt,
Che spiega al Croseftss e! so tra vài.
Sa la candela chM v^à dàg impizza
Un bel segniflcàt al gh'à fà^ sóra;
Ch'a rè na lus intema che spiandóra,
E a la strada del siél T ànima indrizza.
Al dcsfà de li trezzc incadenade,
Deslassàg fó del co i impedimé|^^
Pensér del mond i salta io rabiéj^.
Nel daga jeire quele sforbezade.
Amò n^àl dei sùn quele belc trczze;
Starév trop dina, se voléss repètl
A m'vé sùt al gargàt, sa m^strcnz al pèt;
Gh'an saràv de cùntà de li belezze!
in quela li monèghe tutt a un trai
Li s'è messe a canta de li orassiùj
I iètre i à fà^ la santa vestissiù ;
£ i vertùvós de zezia fó l' è anàj.
Restàt ilo me cola boca verta;
Li monèghe, chi s'mìss a scampana,
Chi nava atorne al Coro a bescantà.
Piene d^ùna legréia tiita sperta...
Oh! oh! so dàt in succia; bija fornìla ;
Al vertùvós da bé gh'ò là} zó i fùs;
Laghe 1 talér de part, e so confus.
Perché no gh^ò più fli de fa sta tila.
Inàj^ perzò de meti in sac la piva,
M'angùrarò la lengua de Pitàfola,
Per compì slu descórs ch'ò mèss in tàgola.
De grazia, dèm de scólt una faliva:
0 mond, chi fa seguita, i è pur mà^l
De rose impè fa de di gretaciii;
Trìboi e spi i è sempre i tò trastùi.
Amar, e pia del tòsseg renegà|(.
Resta fó nò con tanto de barbazza
Sbefàt da una zovnina vertuosa !
Col lagàt té, de Crisi rè faccia sfiosa.
Ciapì, de rabla màjet la lenguazza.
DIAUrri LOMBAEDI. 161
A vói cridà di viva sento milia:
Viva quel spirita viva quel amor,
Che l'à dàt a Gesù tui el so cor!
E viva sempre sor Marèa QuinUliaf
17^0. Sonetto in lingua rùstica del canònico Antonio Maria
Vallotti.
Per Mònaca.
Ta pò fa, ta pò di, ta pò briga,
Ciappi^ bergnif , demone desgraziàt ;
Cile più toc no ta gli^è de sgraflgnà
Sic bel tesòr, che t'è de ma scapàt.
Mastéga por la rabia per bajà,
Come ^n cagnàss d'infeme scadcnàt,
Come 'n luf che spaventa a lodolà ,
Come ''n drag che sigòla despiràt !
Za l'è franca in convènt la moneghina,
E de té no la gh^à miga fllù,
Se ta la scombattbs sera e matina;
Desséda temporài, saette e trù;
L'è con Crlst, no Fa pura, e issé zoenina
Centra de té Tà un ànem de liù!
1800. Sonetto di don Giacomo Inzól, in lingua rùstica, per
una Prèdica sul Giudizio Universale.
Sonetl,
Che prèdica^ putàrdia! sta matina
£1 nost predicatór Tà petàt li!
L'è prope Jona, per na smalandrìna!
Da quele che fa strénz el pceri !
Ange!, profeto, e pò aca la Regina,
E quel eh' a faò ci mond in soi sés di ,
L'à faò parla tòé scorazàj^, per brina,
In sta manera come dise mi:
A la vai d'Giosafit zòegn e vèè,
I bu da quei eattìv i séa divìs.
Giusta come i agnèi fò dai cavrèé ;
No rè pò quest el tcmp d'alza i barbìs!
vótre ch'i faÒ del mal z6 eoi folèd;
Vòtre eh' i fa£ del bé so 'n paradis.
^ ^30. In Saggio del dialetto e della poesia cremasca dei nostri
V^rm^ porgiamo im sonetto dell'abate Felice Màsperì Battajni,
l((d
PARTE PRIMA.
c la versione di due Anacreòntiche del Vittorelli fatta dal pro-
fessore Rocco Rocchetti nel dialetto men rozzo, propria della città.
SonetL
Nene, impéssa la lom, che rè za sera;
Ga dis so dèda; e Nene, che rè n'oca,
Con tota flaca la mett zò la roca,
E la n^ fa jòna che par gnaca vera.
La va e l'impèssa la so Iòni, che l'era
Tacada a ''n ciòd, Tal tol an ma, la'l moca.
Pò gira e gira, senza derv la boca,
Che la parìa na statua da sera.
La varda da per tot, da bass, da sura,
Fina'n quel bus doe i té Pòle e '1 ris.
L'avrà spindit ansomma pò d'un'ura;
E dopo alga dàt tote le próe,
La sa volta a la dèda, e la ga dis:
L'àla le lè la lom? Me no la tróe!
jituwreàntkhe.
i.
Varda che bianca luna.
Che nott spassada e netta!
No tira un pò d' arietta ,
No trema d'erba un fil.
El rosignòl gh'è doma
Che se lùmenta e vosa;
E par, che la morosa
El ciame con un tri!.
Le, che Tal sent a pena.
La ve de foja in foja,
E la rispónd de voja>
Peci, no pianz, so' che.
Che spass, o Dorotèa,
Per quele dò bestiole!
Ma té con ste parole
Tè mal respòst a me!
a.
V insògn de stamatina
Sent, sent, o Dorotéa:
Ch'era con me hi stréa,
Sérem in d'un ponciù;
La veccia stréa rampina.
Che, quand ghe ve la stéssa,
El simèlec r impéssa,
E la desséda al tru.
Marna, gh'ò dct, le coste
Me brììsa una gran fiama;
Con quac rimede, o marna,
Guaréssem, per pietà!
Tacca, la dis, le poste.
Impianta una furbetta:
Sta sert, che mèi risetta
Per té la stréa no gh'à.
1550. La più antica produzione, pervenuta a nostra notizia,
ia questo dialetto, è un opùscolo intitolato: La Massera da bé,
pmr dritta 4o9f^ Fior da Coblat^ stampata in Brescia nel 1554, e
DIAUrri UNIBARDI. 105
ristampala poscia più volte. In questo poemetto una Serva insegna
alla Padrona le varie maniere d' apprestare e condire le vivan-
de. Ed è seguito da una Canzone villereccia, intitolata: Mali'
ìiada, idest Strambò^ che fa il Gian alla Togna. In fine dell'o-
pùscolo stesso lèggesi quanto segue: «Questo libretto s'è havuto
da Messer Galiazzo dagli Orzi, già Cancelliere delli Magnìfici
Signori Martinenghi della Palada in Brescia , il quale disse ha-
vcrlo trovato a Cobiato, in un camerino del palazzo del clarissimo
signor Cavalliero Mariotto IVIartinengo buona memoria, al tempo
del sacco di Brescia >».
Essendo noi per>'cnuti, dopo molte inùtili ricerche, a possedere
questo rarissimo libretto, ed avendolo sottoposto a scrupoloso
esame, in onta ad una congèrie di errori tipogràfici, che ne rèn-
dono malagevole la lettura, e sovente oscuro il significato, vi ab-
biamo rinvenuto molte forme esclusivamente bergamasche, firam-
miste ad altre esclusivamente bresciane. Onde siamo d'avviso, che
questo dialetto, anziché bresciano, dèbbasi riguardare, come un
misto di bergamasco e di bresciano, appartenente a qualche villag-
gio intermedio, ove i due dialetti si fóndono. In tale supposizione,
potrebbe èssere per avventura il dialetto di Orzinovi , patria di
quel Messer Galiazzo, dal quale s'è avuto il libro stesso, e che
n'è forse l'autore.
Onde gli studiosi possano proferirne più maturo giudicio, ne
produciamo in Saggio la MaUinata^ ed un brano del mentovato
Poemetto.
Matinadcj idest Strambò^ che fa el Gian a la Togna.
ElPrim.
Madona, Amor si m^à condùt chilo
Sbrict ad alta vos canta strambò^.
Chiloga stravacàt al vent la not
Per daf piasi, Madona, quant am' pò.
Vó stè In del let al cold , mi m^ sta de fò ,
Perchè Tamór si m^à brusàt e cot;
Am' fa di matlnadi per piasi
Co la gringa, el siibiul, el tamburi.
El Segónd.
Quand a V sguàiti, Madona, quel bel mù^ .
Ch'a gh'ì caiàt ol co fò dol balcù.
L'è lesi lusét codsèla, ch^al sberlùs
Da la zelosìa flna siii cantò.
4((t PAUTE PftlHA.
AI vé ttmign splendor fò per quei bus,
Che manda quel vos pel con quei tetù ,
Ch''a i m'à passai ol cur co li rais,
Ch^al par che siagbi après al tò bel vis.
El Terz.
Oh ! quanl senli d^ amor quel verelù ,
Ch^a m^ vegn con tal furor in dol slomèct
E fos rè a quel, Madona, la casù
Che m'à fai tage no^ zela de frèt;
Alora quand a m' dèssef quel sguailù ,
Cun quel suspir d'amor ch^af del bagèl,
A m' senli al cur ta^ rasp, piche e rasfèi,
Ch'a gh'ò lassai la miola di bùdèi.
El Quart,
Quand ò moli l:>é comprìs ci vos faciù,
eh' a v^ ò smina dai co fin ai calcàgn.
Quei ai che par do bus lazsabotù ,
Cun la mascherpa in sere per dò oompàgn,
El nas che m' fa somia '1 cui d^ un capù ,
Casù de mia schigàila, e pena e lagn,
Cun quel odor aprèss de scalmani,
Che m^à mess In angossa de muri;
El Sic.
Quand consideri bé quel vos stomèc,
A m' s'a cumuf ol sang al Iraj^ plumér,
Ch^a rè icsi blan, icsì sgùràl e nel,
Che m' spreghi el fos el cui d^un carbonér;
Cun quele beli spalli da xerlèl,
Ch'à ik giazzà le predi di zenér;
Quel bochi zavalù, doja, malàn,
Ch'à icsi ferìil d^amòr la Togna e ^1 Gian.
El Sei.
A m'à canlàl fln si' ora laft canzù,
Ch^a gh^um sui la Innèla in dol magiJI.
El Sèi.
0 bé, mo za ch'a m^ dig ol bojamél,
Sherpa mo in pò i orè| al me salmù ,
A la presezia de sia bela zél,
Qui circumspè^ ruzi| in d' u montò.
So' ol Gian, che rò servida fedelmét,
Quand che no t'abi breca compassfù.
E rè di agn sés, e riva aprèss a set
Ch^ a m^ cala per tò amor su sto cantò ;
Tu m' vedi sobrinòt chilo dol frèt,
E ti no riè dol Gian cas d'un marchèt.
DIAUm LOaiARDI.
lon
V Off Strambòi.
Togna rè fDse, rè ol tep d'andà a dormì;
Isr ora nò no boi via i me parai ;
So pur, Togna, el tò Gian, e s'nol vù cri.
Fa la speriema de quat bé eh' a r voi ,
Pota de Tanlecùr, scugne pur di.
Tu vii inquarnè ehe volti carta o foi .
E so bc mi, che poM crapè e muri.
Per té, striazza, de l'afan eh' a m'toi.
L'*amór dol tò bel goss blan e tamàgn
N'à fat brusà dal co fin al calcàgn.
S"* tu vù, Togna, ch'am canti u bel canzù.
Sporz fura ol co de Tììmo, o dal balco.
ElFi.
La Man$era da-bé.
M(u$, Brìgada , za , à tii^ ,
Faméi, masséri e pi^.
Corri, corri, corrét.
Corri za prestamét.
Che vói di una canaù;
Za tùi In d'un montù.
Na m' derumpi ol parla,
Conzèf qui lui da ma ,
Che la posse senti;
Orsù plii no fmovi,
Kotè bé el zanzum.
Che impari un costùm
De quel che no sen somna.
El fó iin trat una fomna
Che cercava guadàgn;
Strazzada, senza pagn.
Brutta come un zavàtt.
Pelosa come un gatt ,
La parlva in del volt
U mesorèi de polt;
L'era pò tal piti accorta;
La vegn batti a la porta:
Che zój de cà, dò tifi
E m'respònd: che volif?
Pùnte, eazxéf in cà.
Mad. Bondi, madona mia.
Mot. Che sif? che andè fazàt.^
Maa. E so'Flor da Coblàt;
Vlgnét lesi de dét,
El m'è vegnùt talét
De vegnir a trova;
Ó Intés che fé fila;
Vegn mi da vó per quel.
Ò ioil ac sto sacchèl
Da logàl, se m'en de.
Mot, Perche no so che f sic
No vorif quas falà;
Che, quand Tò fò di ma.
Che no foss pò scottada !
Mad. Oh! quand m'ari pruada,
Vedri le mie bontat;
81 bé foss da Cobiàt ,
E so' peraò fldeta;
L'è bé lu ver eh' a m' steta,
Nu m' vul perzò roba;
^810. Non avendo potuto rinvenire venin* altra produzione in
^^^esto dialetto^ balziamo d'un salto dal XVI al XIX sècolo, nel
^^lale il ^1o Quaresimale delVav^'ocato luottleri, distribuito in
160 PAUTE PRIMA.
quarantaquattro sonetti, conipar\'e alla luce. Mentre porgiamo
uno di questi in Saggio, cosi della lingua, comedi tutta l'opera
del Lottieri, godiamo di poter soggiùngere una versione tuttavìa
inèdita della Paràbola del Figlhiol Pròdigo in sestine bresciane
del celebre scrittore Cesare Arici , nella quale è miràbile V in-
gegno cx>l quale seppe accoppiare alla versione letterale la spon-
taneità del verso e la purena del dialetto!
// Mercoledì delle Céneri.
SONETTO.
Memento homo quia puMi es
Encù sui pùlpet tuna i oratùr:
Parole che mett frèd , spaènt, orrùr
A chi no pensa giusta al brut straml:>és!
E, ascoltànl^, se ghe féssem su riflès.
Noi regnaràf el maladètt umùr
De tus8 nel camoàl i sonadùr,
E (a qua! dura l^an tutt a la pès.
Pur, rè pòc rèsa de pólver ampastàt,
El più importane a Tè quel reverieris,
Col guai finiss el test sura sitàt!
Oh! tristo, oh! avaro, oh! òm spropositàt!
Che diset a sto colp de reverteris?
Ne èl forse on laùr de dienta mat?
El fiòl dtMtpù.
SESTINE
Ch'era dna olta dn òm ch'eoi gh'ìa dù s6èé:
On de '1 pio zùen el dis al so boba :
Boba, dèm quel che m' tocca; e 'l pòer vèé
El ghe fa la so pari, e '1 ghe la dà.
Poe de dopo, con tòt quel ch'el gh'ia it,
Dal so boba 'l pio zùen rè partit.
E rè nat bé de lonz, e là '1 vivìa
En d'Sn gran lasso, e *1 vujò ma M fatt so.
Entànt rè ignlda dna gran carestìa,
Ghe ac ai piò ree la fàa grata sòl o6;
Pòer flòl! penaèga oàlter che pati!
ij iscé bé no iga piò u quatri!
DIAUm UHIBARDI. 107
La fam la cassai luf zò dia montagna;
El pòer zùen l'è nat a fà'^l ffamèi,
E da on patrù eh^el la tignìa ^n campagna
Perché 'I menéss a pascola i porse! ;
Dóe spess el s^engSràa^n d'on porc a' lù,
Per sassià co le glande el so dlzu.
On de che squase no 1 podia sta 'n pe
De la fiachessa, el gh'è saltàt in ment:
En casa del boba 1 ghe mangia bé
Taé servitùr, e no ghe manca niént,
E me sto che a mori de fam ! Ah ! no:
Naro del me boba e ghe disarò:
Bobà/1 so ch'ò fat mal, por trop el so.
Che v'ò offendìt vò e pò a^ el Signùr;
Me no mèrete pio de sta che amò
Come vost fidi ! tegnim per servitùr ;
Ah! bobò, issé sfinii e issé sbindù,
Disìm, no ve fo miga compassili?
E l'à tolt so, e rè nat del so boba;
E Pera amò de Ioni, qoan ch'el pòer \kè
Ch'el ria podit appena figura,
El gh' è corrit encontra , e coi brass strèé
El rà dapàt, e per el gran contènt
El rà baia» e noi podia dì niént.
E lù '1 disia: boba, por trop el so.
Che v' ò oflèndit vò e pò a' el Signor;
Me no mèrete pio de sta che amò
Come vost fiol; tegnim per servitùr.
Ma '1 boba 'I ciamè subet i faméi,
E*l ghe disè: Porte i vestìò piò bei;
Porte Tanèly le scarpe; zò consèi
So, come l'era ^n prima ch'el néss via;
Né a to on vedèi bel grass, fé presi, copèl;
Voi che manglome e steme en alegria;
El m^era mori, e l'è resossitàt,
Gh'ie perdit dn me fiol, e rò trovai.
El tome intani dal ciòss el fiol pio grani,
Che i era za reàé a mei desnà;
E a sta de fora, che s^sintia tòt qnant
El gran bodéss de quel sona e canta,
Ko 1 sia capi gna^ lù quel ch'eoi fodéss;
E ^1 domande a on faméi cosa i se féss?
108
PARTE PRIMA.
Quand l'à sentìt, che se mangiàa òn vedèl.
E eh'el boba Fera cose contént.
Perché Fera tornai el so fradèl,
Enrabiàt noi volìa pio gna' nà dént;
E quand ch'el so boba per quietai
L'è leàt so e Tè egnìt lu a clamai.
L'è dal fora, e '1 gh^à dit: a i è laé agn
Che ve obedesse, e no m'i dal gnamò
Gna' dn cavrìt de mangia coi me compàgn;
E a lu , che Tà fat fora tott el so
'N le fomnc, adèss ch'el ve, ghe fé copà
Òn vedèl, e ghe de de sto dlsnà!
E M boba el gh''à rcspòst: Ma té te sé
Sem per con me, car el me flol; la mia
Roba rè roba tò; ma me gh'ìe bé
De fa dn bel past e sta 'n santa alegrìa .
Che me girìe pers dn fidi, e Pò troàl,
El m'era mori, e Tè resòssitàt.
Cremonese.
Nell'assoluta mancanza di produzioni letterarie in questo dia-
letto meritévoli d'essere prodotte, trascriviamo ^ per Saggio di
lingua, un brano d'una stucchévole Bosinada publicata nell'an-
no 1800 contro i Giacobini, ed un brano del Diàlogo mano-
scritto, e da noi testé mentovato, fra due f$erve.
1800.
Bosinada Cremonesa,
Me mei vòs imaginà.
Che la ladra Ubertà
LMva pò d' andà a feni
Con di guai da fa morì.
Ecco adèss, ecco el bel fén
Dei fanàtic Giacobén ,
Che se fiva rispetà
Come tanti podestà!
Part bandii, pari in presòn.
Sarai so come 1 capòn
A spetà la soa sentenza ,
Per fa pò la penitenza
Dele soe iniquità;
Vel possìves figura!
Vòster dan, se gh'i di guai!
Imparò, toc de sonai,
A fa meni a di birbànt
Che fa guera fina ai Sani;
Imparò a fa i prepotènt ,
A roba Por e l'argènt
Ale case del Signor,
E levaghe anca Toner;
Toc d'indògn, senza pietà
Andò adÒM a venera
Quel bel vòster capital,
La briola In sima al pai.
Andò adèss a despojà
Le famiglie, e fave dà
DIALETTI LOMBARDI.
109
Le camise e i Iclt fenìl;
Paghe adcss quel ch'i godìt.
Se in galera creparì ,
Vòster dan , ve lorni a dì ;
Se ne sì cu m passionai
Da nessiin. Vi meritai.
Che n^abbiè anca da Ani
Tanti e tanti, son per dì,
Con vergogna e confusiòn ,
Tacca susa a pindolòn,
Come i lard , come i salàm ,
A morì col nom d'infàm!
Diàlogo fra due serw.'.
Teresa / M aegheeita.
Ter. Ve saluti , Margarita !
Mar. Oh! ve, ve! la mia Teresa!
Ve saluti; andè fa spesa?
Ter. Tutt el de me fo sU vita.
La mia cara Margarita;
Sèmper curri inànz, indrè,
Fo tnittade da lacchè
Per la strada e per la piazza ,
E ne so cume me fazza
A sta in pè^ che ne me mala;
E vó, fiola, come vaia?
Afor. O'r gh'è mal; insé, via là;
Ma vò pòc fora de cà;
Ma fò miga la pujana;
Mangi ben, e me sto sana;
Adèss vò cussé pian pian
Da Fatùtt a tò del pan.
Ter. E me vò sul MercadèI
A tó '1 ris da Signorèl.
^ar. Andóm donca, fiola mia,
Se pudùm fass cumpagnia;
L'è^n gran pèzz che ne v^ò vista;
Stè amò là col siur Batista?
Ter. Pensò mai! Se nir ghe stavi
N' alter mese, me malavi.
Quell'avaro, ]ìer risparmi,
El me fava sta a dormér
In na stalla, in s'ùn pajàzz;
Senza gnanca en materàzz.
Mar. Oh! che can! oh, che padrón
Oh che basa-tavelón !
Sti co bass, che fa 'I beat
Jén avari renegàt;
I fatt ben a licenziave ,
Se ri fatt per ne malave;
Stari mèi dove stè adèss?
Ter. Fiola cara. Tè Tistèss;
0 saltai, come dis quela
Dal lavéz in la padela.
Che gh^è Irop da fadigà.
Mar. Sì ben malia a seguila;
Licenziève, baraltève;
Ma disìme: cun chi sic?
CAPO VI.
Bibliografia dei dialetti lombardi.
MiLAinsi.
Filolauro. SolmioM cooiedia d*un atto solo , sema distinxione di scene,
di vario metro, e mescolata di molto linguaggio lomlNurdo. — Bologna ,
in casa di Maestro Gfrolamo de* Benedetti , isfo, in-t.°
Opera jocunda nob. D. Johuuiis Georgi! AUoni Astensis, metro macha-
ronlco, materno et gallico composita. Impressum Ast per Franclscum de
Silva., anno Domini imi. — In queito Ulnro trÒ9asi la Farsa del Bracbo e
del Hilaneiso inamorato in Ast, nella quote il MiUmeee parla il proprio
dialello. Fu riitampalo due volte eoi $effuenti titoli : V opera piacevole di
Georgio AUione. Asti, per Virgilio Zangrandl, laoi. In-is.® — L'opera
piacevole di Georgio Allione asteglano di nuovo corretta et ristampata In
Asti , et ristampata In Torino per Stefano Maniolino, leas. Quelle éueedi"
zUmi per altro non contengono, né i componimenti francai, ne i quattro
ultimi pienumtai della prima edizione, già fatta rariisima, e la lingua fu
in ambedue ritoccata e rimodernata. Scrìisero intomo a quetto lUtro Jn*
drea Bouotti, nel Syllabus scriptorum Pedemontil , Chiaa Jgoetino nel
Catàlogo di tutti gii scrittori piemontesi, Grani Serafino, nella Storia della
Città d'Asti, Failauri TommoMO natia Storia della poesia in Piemonte, ed
^^tri. Un eeemplare eomptelo della prima edizione fu venduto in Ingkilr
^^rra 700 franchi.
Il Muratore. Comedia Rnsticale Lombarda , nella quale si contiene
^^me un Villano e un Muratore si partono da lavorare per voler diventar
^^^cchi, e come furono fatti riedii; ed una Epistola d'Amore. In Siena, ad
^^lanza di Giovanni di AlessandroUbraro; adì ft di settembre, tssi,in-e.*
Tonio e Pipo , il Contadino e V Oste. Comedia in dialetto lombardo.
^oua veruna indicazione tipogràfica.
^aron Milanes , de la lengua de Milan , e Prissian de Milan , de la par-
^MMuia milanesa. — Milano , laot , per Giacomo Coma ivi eono conUnuU
«mi Smm del CapU e del Biffi. Parecchie edizioni furono pubUcaie dei
172 PARTE PRIMA.
Varon Milanes, delle quali la prima in Pavia, pel BàrMi;poi fu riprodoiia
colle annolazioni ed aggiunte di Giuseppe Milani; la terza, col Trattato
della pronunziacela testé indicata deli eoe. Una quarta vide laluce in Ali-
ano, per Giuseppe Marcili, nel i7tto; e to quinta nella Collezione delle mi-
gliori òpere scritte in dialetto milanese. — Milano, per Giovanni Pirotta,
1810. Voi. I.
Nova cipollata in lingua rustica milanese. — Milano, I6I6, per Pandolfo
Malatesta.
Navarineida. Descors intorno a la resa de Brada in despresi di Navarin
nostran, dà In lus da Batista de Miran, lesis.
Bradaineida. Ragionamento fatto in lode di Bredà di porta Nuova, ec. ,
composto da Andrea da Milano. — Milano, per Pandolfo Malatesta, senza
r anno.
Il Lamento del contadino sopra diverse arti, ec. — Milano, per Pandolfo
Malatesta. Senza data (10211-27).
Lamentatione che fanno Baltramm de Gagian e Bauscion de Gorgonzola
sopra I presenti tempi calamitosi, ec. — Milano, teso, per r erede di G.
B. Colonna.
La Cena. Milano, per G. B. Malatesta, iMS.-r- M tròHUtsi dm $on€t$é
di Baldassttte Migliavacca in dialetto milaneie.
La mascherata fatta In lingua villanesca, per Tallegrezza del re del Ro-
mani contro a'Navarrinl. — Milano, 16S7, per Dionlsi Gariboldi. Questa è
una ristampa.
Raccolta di sviscerati affetti , e breve racconto delle allegrezze fatte in
Milano, ec, per la resa di Vercelli. — Milano, I6S8, per G. B. Malatesta.
Questa raccolta contiene varie poesie milanesi,
Disoors faa da Marfori e Pasquin sora rassodi de Lerida, socorsa dal slor
Marches de Leganes e i so soldaa, con la rotta delParn^ada franaesa. — Mi-
lano, per Lodovico Monza, 1647.
Girolamo nemico della fatica. Comedia. — Milano, in-is.*' Senza data.
La Superbia umiliata , con Girolamo. Comedia. — Milano, fn-is."
Senza data.
II Segreto, con Girolamo. Comedia. — Mlteno, in-ie.® Senza data.
Le feste delPAdda per P Ingresso di D. Francesco Maria Sforza Viscon-
ti, ec, al marchesato di Caravaggio. Racconto di D. Adaniro Jonunaggio.
(jédriano Majoraggio). — Bergamo, letts, per Marc'Antonio Rossi. M tro-
vasi una poesia milanese.
Poema In lingua milanese per l'arrivo della serenissima Infanta Marghe-
rita d'Austria moglie di Leopoldo Cesare. — Milano, pel Ghisolfl , it64.
Questo poema anònimo è di Onofrio Busserò.
Terzetti nuovi per ogni stato. di persone. — Milano, per Gius. Pandolfo
Malatesta. Senza data.
Chi ha Donna ha I>anno. Opera di Tomaso Sant'Agostini. — Milano per
il Monia, 4870, in-i8.®
DIALem LOMBARDI. 175
Innamoraa in villa, pensand d*em correspost , se titeuva ingannaa. So-
netto di I. M. — Milano, pel Ramellati; senza data.
Poesie varie toscane e milanesi di Carlo Maria Maggi. — Veneiia, 1700.
Voi. 3 , In-f .•
Commedie e rime in lingua milanese di Cario Maria Maggi. — Milano ,
1701. Voi. 4 in-is.''
Lo stesso. — Venezia, 1708, e Milano, i7ii.
Nuova aggiunta di varie poesie, sì in lingua milanese, come eroiclie, dì
Carlo Maria Maggi. — Venezia, I70i.
Sera la noeuva sparsa dai Navarin che tomen i Franzes, Sonett. — Mi-
lano, fl70«, per Pandolfo Malatesta.
La Sata degli Incanti. Opera di Sottoginio Manasta (Toìfuuo SaH^Jffo»
tlino). — In Cremona, nella stamperìa del Ferrari , 1706.
La Tartara milanese , o sia il Cavetto di Baltrame da Gaggiano. Alma-
nacco per Tanno f 714.
BoHinade di Gaspare Fumagalli, stampate separatamente in Milano, verso
il I7ss; per Francesco e per Carlo BolzanL
Raccolta copiosa d** intermezzi, parte in lingua milanese. — Amsterdam^
I7M. VoL 8 in-iS.**
Due Sonetti di Giuseppe Clerici Rossi. — Milano, pel Montano, sfiiza data.
La Zanforgna infregiada in boca a un pegoree de quii nostran, ec. Lu-
nari per Tann bisestll 1794. — In Milano.
Relazione nuova sopra la pace fatta tra la Francia e P Imperatore. — Mi-
lano, pel Scionico. ^enza data.
Lagrime in morte d'un gatto. — Milano, pel Marcili, 1741. QueiVòpera
pii6(toiila da Domenico Baie»trieri contiene alquante poesie di vari autori
in dialetto milanese.
Rlmm milanes de Meneghin Balestreri academech trasformò. — Milano.
<744, pel Ghisoifl.
Rime per la professione religiosa di donna Giulia Sormani. — Milano ,
i 74 e, per C. Giuseppe Ghislandi. Ivi tròvansi sei Sonetti, del Tanzi, del
Balestrieri, del Sinumetta e d'aUri.
Il figliuol Prodigo (di Domenico Balestrieri), ^ Milano, 1747, pel Marelli.
Lo stesso, colla versione in verso toscano di G. B. Calvi. — Milano, i7tts,
P«l Gldsiandl.
Poesie per le Nozze Luvini-Barbavara. — Milano, 1748, per Giovanni
fontano.
La Borlanda impasticciata (publicata dal conte Pietro Verri), — Mila-
^u>, 1781, per Antonio Agnelli. Contiene un Sonetto in dialetto milanese,
Foesie per le Nozze Durinl-aufflni. — Milano, i78i , per Gius. Elchlno
Halalesta. Ivi trovasi tm Sonetto del Tanzi , ed uno del Balestrieri, in
^iai0Xo milanese,
EI HoMgiiln Decaa (Pietro Cesare Larghi decano dei segretarii di Co-
^erno) a aoa zellenza el sciur cent Gio. Lucca Pallavisin , ec. — Milano ,
47* PARTE PRIMA.
per Gius. Richino M&latesta. Senza data (i 7tf2-tt4). Jleime iestine in dia-
letto milanese.
Versi per la signora Arcliilde Naturani , ctie veste l' abito religioso. —
Milano, I7tfs, per Antonio Agnelli. M trovasi un Sonetto del Tanzi.
Versi per la vestizione monacale della signora Arcliilde Naturani. — Mi-
lano, 17114, per Antonio Agnelli, f^i si trovano quattro Sonetti del Tanzi,
Poesie per monacazione della signora Agudi. — Ivi pure tròvansi due
Sonetti in dialetto milanese,
Alegreza fatta da Beltramo da Cagiano sopra la bondanza^ ec., in lingua
rustica milanese. — Milano, per G. B. Malatesta. Senza data.
Alla virtuosissima signora Caterina Gabrielli. — Milano, I7tf9, per An-
tonio Agnelli. Poesie raccolte dal Tanzi , fra le quali, tròvansi tre Sonetti
del medésimo in dialetto milanese.
le due seguenti poesie del Balestrieri e delVOltolinaj furono scritte con-
tro il P. Branda ba9mabita ette lesse unapùòlica Dissertazione contro quelli
che scrivono in dialetto.
Brandana , ossia la Badia di Meneghitt , ec. Poesie di Domenico Bale-
strieri. — Milano, f 760, per Antonio Agnelli.
Baltramina. Sestine di CarFAndrea Oltolina. — Milano, pel Malatesta, i76o.
le cinque poesie seguenti furono dettate da un certo dottor Gandini ,
in difesa del P. Branda, contro te precedenti di Balestrieri e d*Oltolina.
Meneghin Gambus del Poslaghett a la Badìa. — Milano, per Gius. Maz-
zucchclli, 17 so.
Sposa Luganega miee de Gambus a Baltramina. — Milano, per Giuseppe
MazzucchelU, 1760.
Meneghin Boltriga del Borgh di Goss a la Badia. Sestine. — Milano , pel
MazzucchelU, I760.
Meneghin Sgraffigna del Pont-Veder, al mcret imparegiabel de Meneghin
Tandoeuggia, Sonetto. — Ivi.
Meneghin Tàndcsuggia a Meneghin Gambus. — Milano , per Gius. Ma-
ganza, 1760.
Ottav milanes recitaa a Mombell da Meneghin Balestrerl , ec. — Milano
1766, per Federico Agnelli.
Poesie per vestizione monacale della nobile Regina Codognola. — Milano,
senza data. Ivi tròvansi alcune Sestine del Balestrieri in dialetto mitanese.
Poesie milanesi e toscane di CarrAntonio Tanzi. — Milano , 1766, per
Federico Agnelli.
Poesie in morte del rev. don Giuseppe Ciocca. — Milano; 1766. M tro-
vami diverse poesie vernàcole.
Donna Perla. Comedia in tre atti di MolarigoBarigo(Giròtomo^iraifo). —
Milano, pel Nava.
Strambott de Meneghin Foresetta, in occasion del matriaonlde la tu-
siiissenm sdora donna Carolina Carchena col scior don isqip Catch. — Mi-
lano i 1768, pei Bianchi.
DULim LOMBARDI. 175
GoBiponimenU in morie del conte Gius. Maria Imbonati. — Milano, per
US. Galeazzi, 1769. f^i ii iròoono due Sonetti ed una Canzone di Dome'
co Baieetrieri.
Poesie per la professione religiosa della signora Claudia Folli. — Mila-
ly I7S9 , per Antonio Agnelli. Vi $i legge un Sonetto di Gita. Bonari in
ìaìetto milaneie.
La Gerusalemme liberata travestita in lingua milanese da Domenieo Ba-
strieri. — Milano, I77S, perG.B. Bianchi. Voi. 4. La itesia fu ristampata
i seguente anno 1778.
Poesie in lode di Rosa Brambilla che si fa monaca. — Milano, pel Nòn-
no. Senza data. In trwanH due Sonetti in dialetto milanese,
El prim Cani delPOrland furlos deirAriost tradott in lenguacc de Im»-
ceon da Master Linceuggla {Francesco Pertusati) fioeu della comaa Sciam-
ina. — Milano, per Giuseppe Mazzucchelll , I77S. Nel principio del libro
wasi un Dialegh tra el Linceuggla e la comaa Sciampana.
Rime toscane e milanesi di Domenico Balestrieri. — Milano , IYT4. Vo-
mi • ln-8.®
n Meneghino critico. Almanacco publicato da un certo Sommaruga per
ùndici anni consecutivi, cioè dal 177« cU §789. Contiene molte pregévoli
ìciie milanesi.
Poesie per le nozze Talenti-Castelli. — Milano, I77«, per Antonio Agnelli.
miiene alcune Sestine milanesi dell* ab. G. B. Grossi.
n Mirabell , Delizia sontuosa del cardinal Durini , Ottave. ^- Milano ,
r78. Stamp. Malatesta.
La Rateila. Intermezzo diviso in due parti. Senza data, né stampatore.
Componimenti poetici per vestizione monacale di suor Marianna Bellasi.— ^
ogano, 1778, per gli Agnelli e C. M trovami due Sonetti in dialetto
ìiìmmt.
Per nozze Anguissola-Stampa. — Milano, per Gaetano Motta, 1779. Com-
mimenU poètici, fra i quali due sono in dialetto milanese.
Igrra fonebris, in morte del Balestrieri. Ivi trovasi un componimento mi-
viese intitolato : La mort de Meneghìn Balestrer scritta a TabbaaCarrAn-
NjaOItolina d'Amsterdam, in d'ona lettera del I7 giugn I780. Questa
ittia è di Carlo Grato Zanella.
Sei Sonetti milanesi di Giuseppe Carpani sul soggetto della comune trl-
ena {la morte dell'imperatrice Maria Teresa). — Milano, I780.
8orm la mort de la fu augustissema nostra patrona {l'imperatrice). Can-
B milanese di L. M. B. — Milano, per Giuseppe Marcili, 178I.
Mizie Letterarie, Giornale. Nell'anno 1784 tròvansi le f^ersioni in dia-
ilémiianese d'un epigramma di Catullo e d'una fàvola di Marmontel ,
sr ifera dell' ab. Uorondi.
L* inganno in casa dell'ingannatore. Commedia per Tanno 1788. — Mi-
ao > pcv G. B. Bianchi. Jvi i personaggi parlano varii dialetti.
Pel ritomo deUe LL. AA. II. RR. Tarciduca Ferdinando d'Austria e Tar-
15
I7ft PARTE PRIMA.
ciduchessa Maria Bealrice d^Este, Ottave milaiiesi d'un milanese (Gimeppe
Carponi), — Milano, pel Marelli, 1786.
Al pittor Pietro Gonzaga. Sonett sora on scenari che rappresenta ona co-
sina. — Milano, per G. B. Bianchi, 1788.
GiudizJ de Meneghin tra i do Lill. Sonetto alla danzatrice Caterina VII-
leneuve. — Milano, G. B. Bianchi, 1788.
I Consej de Meneghin a Cech e Betta. Almanacco per Tanno 1789. —
Milano.
Sonetti per gli sponsali dei figli di Ferdinando arciduca d'^Austria. —
Milano y 1789, pel Pirola.
Sestine sulla macchina areostatica alzatasi in Milano il 19 giugno I79i,
di Giuseppe Carpanl. — Milano, pel Marelll, I79i.
Poesie per le Nozze Saluzzo-Belcredi. — Pavia, I78s. Ivi trovasi una
poesia milaneie di Giuseppe Bemardoni.
Quadro della caccia generale data In occasione d' una fiera che infesta
le campagne del ducato di Milano. — Milano, I78S.
£1 Lavapiatt de Meneghin ch^è mort. Almanacco per gli anni 179S-9S.—
Milano.
Le glorie delle armi Austriache. Versi milanesi con note. — Milano , per
Francesco Pogllani, i78s.
La Batracomiomachia d'Omero. Parafrasi In Ottave milanesi del P. Ales-
sandro Garioni. — MlUno, pel Motta, 1785.
Per el sposalizi Gaccia-Martlgnoni, quatter vers alla sposa (cU Carlo GraU^
Zanella). — Milano, per Gaetano Motta, 1798.
Rime milanesi e toscane pel ritomo delle gloriose armi Austriache ìib
Milano. — Per Luigi Veladini.
II Borgo degli Ortolani. Almanacco per Panno 1794. — Milano.
Per Laurea in filosofia e medicina d'Angelo Martinelli. Versi milanesi di
Giuseppe Bernardoni. — Pavia, 1794, stamperia Gominiana.
La gran torr de Babilonia. Almanacco per Panno 1798. — Milano.
Poesia per Laurea in ambe le leggi di D. Gabriele Tosi Simonetta. —
Pavia, 1798, per Baldassare Gomlni.
Ode a Silvia di Giuseppe Parini , colla versione milanese di Franeesco
Bellati. — Milano, 1798.
Quatter quartinn per el sposalizi Bicci-Cerutl (di C. Grato Zanella). —
Milano, per Cào. Bemardoni.
Rime milanesi di Domenico Balestrieri. — Milano , 1798 , eolie stampe
del monistero di s. Ambrogio Maggiore.
El Venee de Milan. Almanacco per Panno 1798. — Milano.
Invid a la Malizia. Componimento pregevole, senza daUs, ni stampalore.
Lodi alla nazion francese. Versi di Francesco Nava. — Milano , pel Sir-
tori, 1796.
Quatter rimm de Martin Taccogn , per el sposalizi della zlUadina Ma*
rietta Besozza cont el sclur don Francesco Grass. — Mitano^ i7»7.
DlALim LOMBAEOI. 177
Alla sdura D.* Carolina PertaMda8ertoll,iiiiée del sciurD. Zèser SerioU,
el 80 papà {Francesco PerUuati). — Novara, 1797 , tip. VescoTile Canili.
La settimana grassa eoa la prima domteega do Quaresima. Almam^jcco
per Tanno 1797. — MHano.
Versi milanesi di Girolamo Costa, in occasione delPinnalzamento delPal-
^ro della libertà In Piazza Fontana. — Milano, 1797.
Invid al popol de Milan per la festa della resa de Mantova. — Milano ,
«797.
Per el matrimoni Giani-Pertusati, Sestinn milanes del pader della sposa
Cfyancesco Ptrtusaii). — Milano, 1798, per Gius. Galeazzl.
Il trionfo democratico, di Girolamo Costa. Senza data, né iiatnpaiore.
Versi milanesi di Girolamo Costa per la festa della federazione della re-
pubblica Cisalpina. Senza dolo.
La piazza di Mercant cont on poo de coin , ec. Almanacco per V anno
« 799. — Milano.
Heneghin sott ai Franzes. — Milano, 1799 , per Antonio Guerini.
Raccolta di rime milanesi e toscane pel ritomo dei Tedeschi in Milano
«iel 1799. — Milano, per Luigi Yeladini.
Ultem avis che dà el Bosin a chi va vestii de Giacobin, ec., «799. Senza
«latoj né itampatore,
Quader bernesch e naturai de la guardia nazional. — Milano^ 1799.
Veritaa vera e real del circol ditt costltuzional. — Milano , pel Bolza-
Qì, 1799.
El diavoi coi pee dedree ch^ an faa in Milan in di trii ann 1 Republi-
can, ec ec. — Milano, 1799.
L'ombra del Balestreri in cerca de la veritaa. Almanacco per Tanno isoo^
Collezione di poesie. Iscrizioni e prose publicate nel reingresso delle
armate imperiali in Italia. Milano, 1800 — in-s.* Risono alcuni Monetti in
dialetto milanese.
Boslnada sui Franzes — Che fan dì tutt el paes. Milano; senza data —
Ottave milanesi per la festa della riconoscenza della repubblica italiana
(<« giugno, 1809 ). Senza data.
£1 servitor de la bon' anema del pover poeta Balestreri. Almanacco per
luino «804.
I Confi d'Agliate. Commedia In prosa milanese. — Milano, 1808, per
Giacomo Plrola. ^
El Caffè de la reson. Almanacco per Tanno loott.
Gompoolment In Milanes faa sui fest chi del paes per la gran coronazion
del re d^ Italia Napoleon. — Milano, I80S.
Dialegli tra Pasquin e Marfori sul proverbi, oA dessi —Milano. Senza data.
Dlalcifi tra Taccola e Marflsa sora i mpd del temp present. — Milano ,
pel T^LBbiriiii, I80«.
KelazioB de la descesa del Ballon, ec. — Milano, pel Tamburini, 1807.
i78 PARTE PRrVA.
Il Tobia. Parafrasi in sesta rima milanese del P. Alessandro Garloni. •
Milano, pel Pirotta, I8O8.
Componimene per Poccasion di zerimonl e di fonzion per el battesem 1
la bambina de la nostra vize-regina. — Milano, pel Tamburini, I8O8.
Dodes Sonett d''on Mcneghin del Credo vece {di FYancesco Periusati
sulla moda del vcstiss di donn del di d** incanì. — Milano, I809, pel I
nitau
Meneghin Peccenna. Commedia ridotta ad uso d^Almanacco per V ani
1 809. Riitampata più volte.
Brindes de Meneghin a V Ostaria, per el sposalizi de Napoleon con Mar
Luisa. — Milano, pel Destefanis, I810.
Ris e fasoeu. Taccoin per Tann I8f 1. — Milano.
Versi milanesi sulle feste datesi in Milano per la nascita deFfaugusi
primogenito di Napoleone il Grande. — Milano, I8ti, pel Tamburini.
Conversazion d^on quart d^ oretta sul propose! della cometta, tra Men*
ghin Tirafuston e Marc^Astronem Felandon. — Milano, pel Tamburini, tei
Per le Nozze Keysler-Sala. — Milano , per Fusi e C. M iròfonsi $ei S
netti in dialetto milaneee di J. A. D, {Ab, Amdmo Defilippi).
Dialogo oomico-eritico fra un servitore ed una cameriera, ec. — Mila»
pel Pulini, 1818.
Per el matrimoni Berz-Pertusaii , Rimm mHanes d^ on Mcneghin de ss
crestia. *- Milano, pel Pirotla, isis.
La Diesirse, la DieslUa, se scoltee, son chi per dilla. — Milano, pel Tao
burini, ibis.
Dialogh tra Dondazia e Vigonzon. — Milano, 1813.
Strambott de Meneghin Foresetta {Tommaso Grosii) , in occasion de
Laurea in legg del sur Pepin Viglezz , ee. Seslinc. — Milano , pel PqJ
ni, *8is.
£1 Testament del Camovaa. — Milano, pel Tamburini, ists.
Meneghin Peccenna servitor de trentatrii padron e mezi. Almanacco pi
Tanno I814. — .Milano.
I Garbuj del floeu de Meneghin Peccenna. Almanacco in dialetio miUme.
publicato dalPanno I8i4 iino at i827% — Milano.
Vocabolario Milanese-Italiano di Francesco Cherubini. — Mflano, stami
reale, 1814.
Le due Gemelle, ossia il seguito delle Avventure di Meneghin Peecenn:
Commedia. — Milano. Senza data*
Pel faustissimo arrivo in Milano delle LL. BfM. IL RR. Francesco I e Mari
Lodovica. Ode in dialetto milanese di Gius. Carpani. — Milano , per Gio
vanni Pirotta, 1815.
Meneghin Peccenna impresari de tijater. Almanacco per Panno ttis.-
Milana.
Quatter vers per Parrlv in Milan di So Maestà Timperator Francese I
rimperatris Maria Luvisa. — Milano, per Sonzogno e C laitt.
DiALiffi LomARM. 47g
^t'indes de Meneghin a Tostarte per rentrida in Milan de sova Majstaa
^^Qzesch I, ec. — Milano, per Ani. Fortunato Stella, ism.
Milan in alegria per Tariv de sova Majstaa L R. A. Franaesch I. — Ml-
^0, pel Tamburini.
Il Nuovo Sigillara. Almanacco per Tanno f sin. — Milano.
Vita di Ciarlatan. Sestine milanesi. — Milano, laie.
Per le Nozze di S. M. Timp. Francesco I con S. M. V imp. Maria Luigia
^'Austria. Anacreontica milanese di Giuseppe Carpanl, scritta Tanno 1808. —
milano, per Gio. Piroita, I8I6.
Terzine milanesL — Milano, I8t8, pel Destefanis.
L'ultem a comparì Tè Gambastorta, 0 sia Giornal e Lunari per Tann bi-
sestil 1816. — Milano.
Collezione delle migliori opere scrìtte In dialetto milanese. — Milano ,
per Gio. Pirotta, I818-17« Voi. XIL
Rimm scemii del Balestrer. Taccoln per Tann bisestil t8i8. — MUaoo,
per Ferdinand Baret.
Commentario sopra un Sonetto scritto in dialetto milanese , ec. — Mi-
lano, 1816, per Gio. Pirotta. Questo opùteslo è di Domenico Soldati , ed
il Sonetto illustrato è quel rinomato del Porta che incomincia: I paròll
d'on lenguà^, car sir Manèl, ec
Meneghin Peccenna garzon de cuslna. Taccoln per Tann 18I8. — Milano.
In morte del conte Ignazio Sforza del Majno, Ottave milanesi. — Milano,
pel Buccinelli, 18I7.
Meneghin Peccenna, che col lanternon, ec Taccoin per Tann I8if. - •
Milano.
Versi milanesi in morte del sacerdote Gio. Antom'o Bonanomi. — Mila-
no, 181 T.
Rime milanesi del conte Francesco Pertosati. — Milano, 1817, pel Pirotta.
El dì del san Blichee, taccoln tutt da rid per Tann I817. — Milano.
La faggi ti va. Novella in dialetto milanese di Tommaso Grossi, colla tra-
duzione lìbera italiana dello stesso. — Milano, 1 ai 7, pel PullnL
Pel fausto ingresso in Milano di S. A. I. R. T arciduca Raineri. — Milano,
1818, per Gio. Bernardoni. M trovasi una poesia milanese, intitolata: -
Bositt de Milan.
Meneghin Peccenna medegh, avocat, ce. Taccoin per Tann I8I8. — Bfi-
bno, pel Buccinelli.
Sogn de Meneghin In Toccasion che Monscior Carla Gajtan de Gaisrouch
^1 fa la sova Intrada in MIUin, 18I8.
Per el matrimoni Verr e Borromeo. Sestine di G. eP.(7*omimuo Grossi
«Carlo Aw-to). — Milano, 1819.
It ftomanticlsmo. Sestine in dialetto milanese di Carlo Porta. — Milano,
*^ift, per Vincenzo Ferrarlo.
L^eiedltaa del matt fachin che sta sul pass de .s. Martin. Taccoi4i per
Taan lait. — Milano, pel Tamburini
480 PARTE PRIMA.
Amor di Aglio e avidità deir oro. Novelletta in ottava rima mttaneM.
Milano, 1819.
Per la Laurea in legg del sur marches Vitalian d^Adda e del sur D. An-
toni Citteri, on Torototella de Porta Renza. — Milano, per Giovanni Sil-
vestri, 18St.
I Staglon, di Yolonteri Carlo. — Milano, isst, pel Pirotta.
Raccolta de Proverbi milanes. Almanacco per Tanno issa. — Milano,
pel Valiardi.
Meneghin sofflstec. Taccoin per Tanunceuv i8as.-7-Bfilano,pel Tamburini.
II flglluol prodigo. Parafrasi in sesta rima di Domenico Balestrieri. — Mi-
lano, I8S8, pel Rivolta.
Poesie edite in dialetto milanese di Carlo Porta , coir aggiunta di due
componimenti di Tommaso Grossi. — Italia (lugatio), isso.
Per ona Messa noeva, Strambott (di />. Giulio Batti), — Milano, 18I8,
per Angelo Bonfanti.
Le donne non han torto. Almanacco milanese per Panno 1828. — Milano,
per Giovanni Silvestri.
Fantasie di bestie. Almanacco milanese per Tanno i8so. — Milano, per
G. B. Bianchi e C.
Pasta , Rubini e Galli al tempio della Gloria. Visione in sesta rima mi-
lanese di G. F. M. — Milano, I8si , per Pasquale Agnelli.
La Galleria De-Cristoforis. Sestine milanesi di Carlo Angiolini. — Milano,
pel Crespi (i8ss).
IBottegh della Gallarla De-Cristoforis, Sestine. — Milano, pel Dova(i ess).
Sont de Carella. Taccoin per Tann 1 8ss. — Milano, perOmobono Manlnl.
Lettera de Meneghin a Cecca sul cunt de M." Mallbran-Garda. Seslinn
milanes de Carlo Angiolin. — Milan, per Giuseppe Crespi e C, 18S4.
Meneghin de Pavia el va a Milan per senti a canta la Malibran. Sesta
rime in dialetto milanese di Carlo Cambiaggio. — Pavia, pel Bizaoni, i8S4.
Per T arrivo delT esimia artista cantante Maria Garcia-Malibran in Vene-
ala, Seste rime in dialetto milanese di Carlo Cambiaggio. -* Venezia, tipo-
graila di Commercio (i8S8).
Poesie in dialetto milanese di CarfAlfonso Pelizzoni. — Milano, tipogralla
de^ Classici Italiani, lesis.
L^amls di donn ; taccoin per Tann bisestil I8S6. — Milano, per Santo
Bravetta. Questo almanacco continìw per sei anni eomeeutipi, dal isae
al 1841.
Miscellanea de poesii milanes de C. B. Almanacch per Tann biiestil taae. — .
Milano , per Cavalletti.
L^arte poetica di Q. Orazio Fiacco esposta In dialetto milanese {dal dot-
tor Gtooanni Baiberti), col testo a fronte. — Milano, per Sambrnnlco-Vi-
smara, 18S6.
L^Avarizia, Satira prima di Q. Orazio Fiacco esposta in dialetto milanese
{dal dottor Giovanni Baiberti), ^ Milano, I8S7, per Sambrunlco-Vismara
DIALVm LOMBARDI. 181
Poesie scelte In dialetto mflanese di Carlo Porla, colla comi-tragedia ed
^Itre poesie di Tommaso Grossi , del Larghi , Balestrieri , Bossi , Zanoja e
^ertani. — Milano, les?, pel Ferrarlo.
Carolina. Novella in dialetto milanese con altre poesie di Ferdinando Val-
^samonica. — Milano, 1858, pel Rivolta. — Ivi, I84i, per Placido Maria Visaj.
n Lamento di Cecco da Varluiigo In dialetto milanese, tentativo di C. P.
<C. Pertmati), — Como, pel figli di GarFAnt. Ostinclli, isss. Estratto dal
Ti.^ 14 della Gcazetta PnHnciale di Como.
Penser de Meneghin ch^el ven a Mllan per ved Timperator , per sbatt
1 man. Sestinn milanea de A. A. — Mktno, per Felice Rusconi, I8S8.
El \^tt settember I8S8. Poesia in onor de S. H. Fimp. Ferdinand L —
Sfilano, pel Malatesta, 1888.
La sura Cecca di blrllnghltt, proverbio milanese. Almanacco per Panno
18S9. — Milano, per Tamborinl e Valdoni.
L'arte di ereditare. Satira V del libro li di Q. Oraiio Fiacco, esposta In
dialetto milanese dal medico-poeta {G4o. Baiberii), — Milano, 18S9 , per
Sambninlco-Vismara.
n monte parturlente, favola di Fedro esposta In dialetto milanese da G.
F. M. ^ Milano, pel Manlni, 18S8.
Vocabolario Milanese-Italiano di Francesco Cherubini. — Milano , f . R.
stamperìa, 1840-44. Voi. 4.
Poesie scelte in dialetto mikinese di Carlo Porta e di Tommaso Grossi ,
mostrate con disegni originali. — Milano, per Gugllelmini e Redaelli, i840.
Le strade ferrate, sestine Milanesi del medico-poeta (Gto. RaiberU). —
Milano, per Guglielmini e Redaelli, 1840.
Descrizione della strada ferrata da Milano a Bfonza, ec. Ottave milanesi
di Tommaso Magistretti. — Milano, per Boniardi-Pogliani , 1840.
La cucagna per i Omnibus, col fanatismo di Milanes. Sestinn deLeopold
Rarz^. Milano, per Tamburini e Valdoni.
CarTAmbroeus , versi milanesi di Giovanni Ventura. — Milano , per Gu-
gtlelminl e Redaelli, I840.
Amici^ e Tolleransa, Satira di Q. Orazio Fiacco esposta in dialetto mi-
lanese dal dottor Gio. RalbertL — Milano, per Giuseppe Bernardonl, 1841.
Poesie edite in dialetto milanese di Carlo Porta, con due componimenti
di T. Grossi. — Italia, 1841 { Lugano j per GUueppe Bnggia e C).
Diciarj e narrazlon su Tecllss del 8 luj 184S, SesHnn de Leopold Bar-
zagh. — Milano, 184S , per Tamburini e Valdoni.
Qaatter sestinn su Tecllss del i84t de R. G. — Milano, pel Visa], i84t.
Desmenteghet minga de mi. Strenna meneghina. — Milano, per Giuseppe
€hhHl,^i84S.
Immessa, per Tanno 1844. — Milano, per Giuseppe Chiusi.
Deseriiione e ragionamento sulla strada ferrata da Milano a Venezia ,
rime mlniesi di Leopoldo Barzaghi. — Milano , per Tamburini e Valdoni,
§S4S.
482 PARTE PRIMA.
Una notte d'inferno, Sestine in dialetto milanese di Carlo Cagnoni.
Milano, per Tamburini e C, 1844.
Poesie Italiane e Milanesi di Giovanni Ventura. — Milano, 1844.
LODIGIANO.
La Sposa Francesca, Commedia del conte Francesco de Lemene. — Lodi ,
per C. Gius. Astorino Sevesi, 1709.
Lo stesso. — Lodi, per Giovanni Pallavicini, ibi 8.
Comasco.
Rimm in lengua comasca , per vestixion de la sciora Cecctiina Carila.
Senza data, né itampalore.
A ol Franzesch Olivee, par numerada dit a ol Colombec, al cerca de toma
in grazia ai lustrissim so scior patron, ec. — Como, 1806, per CarFAn tonfo
Ostinelli. Questo componimento in prosa comasca è del canònico Gattoni
di Como.
TiaiCBSB.
Rabisch dra Academiglia dor Compà Zavargna Nabad dra Vali d'Bregn
e dUucch i su fidigl soghit, con ra ricencigUa dra Valada. Or cantò di sver-
sarigl scianscla. — In Milano, per Paolo Gottardo Pontlo, ittst, in-4.'^ —
Lo stesso in-18. Milano, per G. Batista Bidelli, I8t7.
Vbbbarìbi.
L' Invenzione della Santa Croce. Tragica rappresentazione posta in atto
scenico da Michelangelo Fantini da Colla. Operetta non men devota che
curiosa. — Fiorenza, nella stamperìa Masi e Laudi, f «88 , in-8.* Iperso-
naggi di questa bizzarra rappresentazione sono 84 ; /ro i quaU un dalb-
battano parla il dialetto dei facchini del Lago Maggiore, ed un Capitano
Francese un gergo francese-italiano.
Statut dia gran Bedie antlghe doi Fechin dol lagh Mejò, fondò In Milan ,
amplificò In tol ann present I7i8. -^ Senza nome di stampatore j, che fu
G. B. Bianchi.
La legrie che ven in Milan con la Bedie dol fechin dol lag Mejò. — Mi-
lano, per Federico Bianchi, 17S8.
Al Zelentissem sior Guernetó ol sior cont Colleres , ec.; quattro Sonetti
in dialetto della Valle Intrasca. — Milano, per Federico Bianchi, t78S.
Compagnie d' fechin doi lagh Mejò, in tol nà a cà, despò jesa stagg a fàM
Camevaa chilo a Mlian, SogeU. — Milano, per Federico Bianchi^ I7S8.
L'Abbaa con tutt la so megnifiche Badie doi fechin dot lagh Mejò fa re-
Mionn LomARDi. 485
verenie a o1 Guernetò d^ Hameh , OtUTe. — Milano , per Giuseppe Ma-
ganza, f 748.
Lncciade dot Compaa Stinse Polente, par jess nagg in tla foppe ol eom-
paa Besbili, e defese dia lengue faciline, Ottave. Milan , per Togn Agnell,
1760. — Questo componèmmto fu teriUo contro il P. Branda» per la Dii'
seriazione da lui letta contro la letteraiura vernàcola.
La megnificlie Bedie doi feeliin dot lag Mejò l' a fagg rissulvizion da gni
5gfù a Milan a fa ol dierneraa, 1764. Quattro Sonetti. — Milano, per G.
B. Bianchi.
01 compaa Merlin entich con doi elt so compagn par st^ agnade o vò
fermass in Milan. — Milano, per G. B. Bianchi. Senza data,
A 906 Eltezze Serenissime el siorDuche, la Badie doi fechin o fa rlngre-
ziement. Due Sonetti. — Milano, per G. B. Bianchi, 1764.
La rosee doi marasg vergoo sgiù a trova oi so tà , o teu pertenze dai
sior d^ Milan. Sonett — Milano, per G. B. Bianchi, 1766.
La Balle, teecojn par fai gnade del ìT66. — Milano, per G. B. Bianchi.
BnCAMASGO.
Lamento di pre Agusfino^ messo in Gheba, e condanato a pane et acqua.
Senza data (itfts). i» fine di questo piccolo componimento trwasi una
Barzelletta in dialetto bergamasco.
Frottole nuove de Lazaro da Crusola. Con una harzeletta et alcune stanze
a la schiavonesca et due Barzelette a la Bergamascha. Senza data, in 8."
Egloghe Pastorali di Andrea Cakno. — Venezia, per Gio. Battista Bertaca-
gno, itttts, in-8.^ guelfo libro contiene quattro farse giocose, nelle quali i
personaggi» oltre al dialetto veneziano, parlano il rùstico padovano Jl ber-
gamasco e Vitaliano corrotto dei Dàlmati. Furono ristampate piìi volte,
doè; in Venezia itfttS, hi-8.^ — Venezia intfo , in-sJ^; Venezia, per il de
Farri tttoi, in-s.^ e nella raccolta intitolata : Opere diverse di messer An-
drea Calmo. Trevigi, per Fabrizio Zanetti, leoo, In-s."
La Spagnola. Comedia di Scarpella bergamasco (Jndrea Calmo). — Vi-
aria, al segno di S. Mosè, i640. in-8.* Ivi pure i personaggi, oltre al ve-
neziano, parlano i dialetti rùstici padovano, bergamasco e tedesco corrotto.
Se ne fecero varie ristaMnpe, doi: Venezia, per Stefano degli Alessi, ilStttf,
Iq-8.** — Trevigi, per Domenico Cavalcalupo, iiiii8,in-8.° — Venezia, i86i,
in-a.*"; Venezia, i888, in-a."* — Trevigi, per Fabrizio Zanetti, i600,in-8.'*
La Pozione. Comedia facetissima in diverse lingue ridotta da Andrea
Calmo. — Venezia per Stefano degli Alessi, i848. ^ Ivi , I860. —Trevigi,
pel Zanetti, i600.
0 Saltoxza. Commedia (di Andrea Calmo). — Vinegia,per Stefano degli
AkHiy «Mi , in*8.® È scritta in prosa, ed i personaggi vi parlano varii
Man, ira i quali eziandio il bergamasco.
U lodiana. Coamfdia (di Andrea Calmo, attribuita a torto da alcuni
i8^ PARTE PRIMA.
uà Anodo Beoleo), — Venexia per Stefano d^l Alessi, IMS, ln-8.^ / per-
sonaggi 9i parlano oarii diaieili, fra i quali il bergamaseo. Fu ristampata
più volte; in Venexia , per Domenico Farri , issi ^ in-s.® — Venezia, ivets,
ln-8.® — Venezia, 1584, in-is.® — Vicenza i»84, in-is.* — Vicenza, itfss,
in-8.0
Il Travaglia. Commedia {di Andrea Calmo), — Venezia, per Stefano de-
gli Alessi, 1886 , in-8.® Come nelle altre, fra i varii dialetti vi si parla
da lift pedante il bergamasco, e fu ristampata in Venezia , per Domenico
Farri, nel I86I, ìn-s.** e nelle opere diverse del Calmo. Trevigi I600 in-8.®
Diecisette sono gli Attori in questa Comedia, che 9i parlano vari linguaggi,
cioè, bergamasco» venexiano, trevigiano, italo^greco» italo-turco , raguseo^
ed un Ialino pedantesco. Indeterminato è il nùmero delle comedie, che /u-
rono rappresentate e publicate nel eorso del secolo Xyi, e nelle quali il
dialetto bergamaseo unitamente ad altri dialetti d^ItaUa Me parte. Basterà
avvertire, che il Burattino, i due Zanni, Arlecchino e Scapino èrano i
personaggi che lo parlavano, e che a vicenda furono introdotti nella mag»
gior parte delle produzioni di questo gènere. Tra gli scrittori di simili
comedie, oltre ai già mentovati, si distinse Antonio Molin veneziano ,
il quale, rappresentandole, contraffaceva si bene i linguaggi greco-vèneto,
dàlmalo-vèneto e bergamasco , che fu denominato il Roseto delVetà sma, le
sue produzioni furono publicate sotto il mentito nome di Manoli Blessi .
Le bizzarre , faconde et ingeniose rime piscatorie di Andrea Calmo, con
due Comedie in varii dialetti, fra i quali anche il bergamasco, — Vene-
zia, 1888.
Il Sergio. Comedia nuova e piacevole di Ludovico Fenarolo. — Venezia,
per Bolognino Zaltieri, I868. — Ivi , per Franco Ziletti , 1884-88. — Ivi ,
per Lucio Spineda, isoi , in-a.** yénii sono i personaggi di questa Comedia,
alcuni dei quali parlano i dialetti bergamasco e veneziano,
Vocabolarium breve, in quo continentur vocabula, qute in frequentiori
usu versantur , enm italica voce , Gasparinl Bergomensis magislri. — Me-
diolani, 1868. Avvertasi, che invece della voce italiasMè quivi eontrapposla
aUa latina la vernàcola bergamasca.
Commedie del fiamosissimo Ruzante (Angelo AMfao).-— Venezia, per Glo.
Bonadio, i«88 , in-8.® Seltbene scritte in dialeito rùstico padovano , queste
Comedie racchiùdono talvolta personaggi che parlano dialetti estrànei ,
ira i quali il bergamasco. Furono stampale da principio separatamoìte^ e
ristampate unitamenle ad orazioni, ec, dello stesso autore. — In Vicenza,
per Giorgio Greco, 1884, ln-8.^ e più voUo ancora.
La Vedova. Comedia di Gio. Batista Cini, rappresentata all'honore del
Serenissimo Arciduca Carlo d'Austria. Fiorenza pel Giunti, 1888, in-8.*
Gli attori in questa Oomediasono dieci, fira i quali fi Burehietto eervitore
parla il dialetto bergamasco, Fhuioefoo Cola il napolitano, Marinoil^ene^
ziano , Fiaccavento il siciliano.
Sopra la presa de Margaritin, con un dialogo piacevole di un Greco et
DIAUTTl LOHBAEDl. 485
^ ^ un Pachino, operetta df ManéU BlessI {Antonio Molin). — Venezia , per
'^^drea Mmchio, inri , in-4.* Mfl Facchino parla il dioMto bergamoieo.
Tumuli, tum latina, tum etnisca, tum bergomea lingua compositi, care
^« Bressani. — Brixfe, IS74.
Le due Persilie. Gomedia di Giovanni Pedini. — Firenze, isss.
Opera nuova, nella quale si contiene il Maridazzo della Brunettina, ao-
9^ella di Zan Tabarl Canaja de Val Pelosa , e una Villanella Napolltana in
W^ialogo, con un Sonetto sopra TAgio. — In Verona, per Bastiano e Giovanni
^alle Donne. Senza dola. QuaVòpera, oltre al dialetto bergamatco, rac-
chiude altemati i linguaggi framceste, spagnuolo, napolitano^ romano, fio-
rentino^ bologfiese, numtovano e veneziano. Fu ristampata in Brescia nel
i 58« , in-8.* *
Aurora ,. Favola pastorale di Ottavio Brescianini Bresciano, detto il
Chimerico. — Padova, per Lorenzo Pasquatl,i«88, in-s.** Un dottore Aergu-
masco nel Pròlogo, e Zamberlino personaggio della Fàvola, vi parlano il dia-
letto bergamoMco.
n terzo libro delle Camcmette a tre voci di Adriano Banchieri Bolognese,
intitolato : Stadio dilettevole nuovamente con vaghi argomenti e spasse-
voli intermedi fiorito dall'Amfipamato. Comedia musicale dell' Eccellen-
tisshno Horetlo Vecchi.—* Milano, per l'Erede di Simon Tini e Glo.
Francesco Besozii, imo. JM gli attori parlano e cantano nelle varie fopeUe
italianaj bergamatea, peneziana» bolognese, spagnuola, ed italo-^tràica,
n Tradimento amoroso, Gomedia nova non meno piacevole, che ridl-
culosa di Biagio Maggi. — Padova, pel Bolzetta, ieo4, in-s.® Fi si pàrkmo
moM diaUtti.
La Silvia errante. Ardcomedia capricciosa , morale, con gli intermedi in
verri di Bernardino Cenati. — Venezia, I60«. Ristampata pel Combl, nel
iset. /personaggi sono nnUsei, due fra i quali parlano il dialetto ber-
gamasco.
Il Maritarsi per vendetta. Opera di Giacinto Andrea Cicognini, dedicata
al signor Ludovico Piccini. -«-Venezia, i^enza data, M un domèstico eAla-
mato Passarino parla il dialetto bergamasco, ed Arlecchino il veneziano»
La Farinella. Inganno piacevole di Giulio Cesare Croce. — Bologna, per
Vittorio Baldini, ieo9. Ivi, pel Cocchi, tesi. Il facchino Stramazzo 9i
porla il dialetto bergamoieo.
Respiro. Tragedia di Pietro Ingegneri. — Vicenza, teoo. f^i sono iniro-
doiU i dialetti bergamasco, veneziano, ed un gergo veneto-tedesco.
Cocchina. Fàvola di diletto di Fortunio Balli. — Vicenza, leoo. f^i tono
parfotf i dsaleUi bergamaeeo, veneziano e padovano.
11 Capriccio, Favola iMMchereccia di Giacomo Guidozzo da Castel Franco,
nuovamente data In luce da Lodovico Riccato da Castel Franco.— 'Venezia
par Giacomo Vinoanti, telo, In-s.^ Ivi un Burattino parla il bergamasco.
PkrMampaia in Venezia da Alessandro Vincenti , nel leai.
I flUDd, Favola pastorale piacevolissima di Ercole CimilottI Estuante,
180 PARTE PBIIIA.
Accademico Inquieto. — Pavia» perGiambat. Rossi, tsi^^in ts.® Un Bu-
rattino e il Zanni vi parlano il dialetto bergamasco, Fìl rittampata nel
lesOy In Venezia, da Alessandro de Vecchi.
La Magia d'Amore. Favola pastorale di Matteo Pagani Romano^ Accade-
mico Unito, detto il Vigilante. — Roncigllone, appresso Ludovico Grignani^
Lorenzo Lupi, leio, in-is.® / principali attori vi parlano i dialetti berga-
masco, veneziano e napolitano. Momù Ghiliet parla un gergo itato-francese.
Sonetto de' linguaggi ridlcolosi di Veggi Alanio, detto Zan Battoechio. —
Venezia, teso. Immenso è il nùmero dei componimenti d* occasione in dior-
tetto bergamasco j publicati nel corso del sècolo XFI , dei quali trovasi
doviziosa raccolta nella Biblioteca Marciana.
Canzonetta in Bergamasco di Veggi Alanio. — Venezia, itso.
Il Scacciasonno di Camillo Scaligeri. — Bologna, pel Magnani, i6SS,ln-8.*
Questo libro contiene una Comedia in varii dialetti, tra i quali eziandio
il bergamasco.
I Trastulli della villa distinti in sette giornate, ec. di Camillo Scaligeri. —
Bologna , pel Mascheroni , 1687 , in-8.* QuesV òpera fu ristampata in Ve-
nezia, pel Giuliani , nel 1687, e contiene alcune Pfovelle con varii dialetti^
fra i quali il bergamasco.
V Inavvertito, ovvero Scapino disturbato e Mezzettino travagliato. Co-
media di Nicolò Barbieri detto Beltrame. — Torino, i089, in-is.*^ — Ve-
nezia, per Angelo Salvadori , I650.
Ragionamento sopra la poesia giocosa d'un academico Aideano ( Don Co-
knnbatio Brescianini). — Bergamo, i6so. Ivi tròvcui un Saggio delle Me-
tamòrfosi d'Ovidio tradotte in lingua bergamasca dallo stesso Brescianini,
mònaco cassinense e gentiluomo bresciano.
La Pirlonea. Commedia in dialetto bolognese, bergamasco, napolitano e
veneziano di Lazzaro Agostino Cotta. — Milano, 1666. Fu ristampata in
Milano, nel 1 708.
II Lippa, ovvero 11 Pantalon burlao. Comedia In prosa ed in verso di
Domenico Balbi. Venezia, pel Lovisa, 1678. Terza edizione NHPÀtto Terzo
ed iUUmo di questa comedia, Vaulore inseri alcuni componimenti poètiei ,
nei quaU il Pantalone parla yeneziano; il Dottore, Bolognese; ed il servo
BagatUno, Bergamasco. F\i ristampata ptò volte.
La Finta Verità nel medico per amore. Comedia di Fabrizio Nani. — Bo-
logna , 1768. f^i sono parlati i dialetti bergamasco e bolognese.
Il Padre accorto della Figlia prudente. Comedia del Dorigista. — Bo-
logna , i7i6. F'i si parlano i dialetti bergamasco e bolognese.
Il Fanciullo eroe , ovvero l'Artemio all'imperio. Opera tragicòmica di
Gio. Domenico Pioli. — Bologna, pel Longhi, I7i6, in-is.® Ivi Seghettino
parla il dialetto bergamasco.
La Cieonioe , ovvero la Costanza nei tradimenti. Comedia di Gio. Dome-
nico Pioli. — Bologna, per il Longhi , 17I6 , in-is.** Ivi Seghettino parla
il dialetto bergamasco.
DI AUEm LOMBARDI. 187
La Prudenza nelle donne. Comedia del Dorigista. — Bologna, irte, yi
'< parlano i dialetti bergamasco e Magnete»
Il Paggio Fortunato. Comedia di Domenico Laffl. — Bologna, pel Pisarrì,
'7 16. f^t ji parlano t dialetti bergamasco , bolognese e veneziano.
La libertà nociva. Opera Scenica. — Bologna , pel Longhi, senza l' anno
(t 718). Fra gli otto personaggi di questo Dramma , Taccolino parla fi
dialetto bergamasco.
Il Goffredo del signor Torquato Tasso travestito alla rustica bergamasca
^al dottor Carlo Assonica. — Venezia, I670, in-4.'*
Lo stesso, ristampato in Bergamo nel 1674 , e nel 1678, per Antoine.
X^ol. % in-16.**
01 fachì fedel,over ol Pastor a la Bergamasca. Opera de Persia Melò, ec.
Stampai a Cardò apruf a Zanfoiada. «Senza data. QuesVòpera è una tradu-
zione del Pastorfldo del Guarini.
Orland Furius de Mlsser Lodovic Ferraris , compost dal Gob de Vene-
sia. — Venezia, per Agostino Bindoni.
Bacco usurpatore di Parnaso, ossia Arlecchino poeta tràgico alla moda
e di buon gusto ^ bergamaseante giurato per la vita , riformatore delle
Tragedie ; in rispósta ai signori Tragici moderni. — Venezia , per Angelo
Geremia , 1 784 , in-8.®
La Colombina. Zingaresca nuova di sei personaggi , recitata con molto
applauso in diverse dttà , e indirizzata dai Comici che stanno al servizio
dell'Anonimo a' suoi amici, acciò sia universalmente divulgata. — Milano,
17S7. Comedia rarissima in versi, colle figure di sei personaggi. UnaZin-
gora vi parla italiano; Zanni il dialetto bergamasco; PantfUone il vene-
zianoj ed un Capitano Napolitano il Norcino.
Lagrime in morte d' un gatto. — Milano , nella stamperia di Giuseppe
Mirelli, 1741. /«^ trovami due sonetti in dialetto bergamasco.
La Bella Negromantessa. Comedia breve, onesta e piacevole, composta e
data In luce dall'Anònimo per divertimento de' Curiosi. — Bologna, per
II Longhi , Ì7IIS , in-is.** Tre attori vi parlano i dialetti bergamasco» ve-
ffeziam e napolitano.
Stanze in stile bergamasco per le nozze Caleppio-Besini. — Bergamo ,
'yftS, per Pietro Lancellotti.
Vita e costum de Messir Zan Trìpo, con un capitolo de Messir Francesc|io
^Irarcha trasmutai in lengua de Berghem. — Milano , per Gratiadio Fe-
'^U. Senza Panno.
Capitol prim centra i splrìgg forgg fagg da don Josep Reuda , ec. Ber-
%licai per Francesch Loeadel, i77a.
EimeBortoliniane deIRugger de Stabell. Berghem, dalla stamparea Crossi.
"Somi Pasmo. Sono varii fascicoli stampati successivamente nelVanno 1854
e seguenti » e compongono un solo volume di 804 pag. in-s."
M fuisto imeneo Gout-Ponti. — Bergamo, pel Sonzogni , 1888. Questa
rocooila di poesie contiene un Bladrigalù BortoUnià del Ruggcr de Stabell.
188 PARTE PEIMA. DIALETTI LOMBARDI.
Rime Bortoliniane di Pietro Buggeri da SUbello. — MiUno, pel Crespi,
1840.
Rime Bortoliniane di Pietro Buggeri da Stabello. — liilano, pel Crespi,
1841.
Bime Bortoliniane di Pietro Buggeri da Stabello. — Milano, pel Crespi,
1849.
Bime Bortoliniane di Pietro Buggeri da Stabello. — Bergamo , pel Maz-
zoleni, 1848. Faìàcoli due.
01 Viazadur d'AIemagna , ec. Poemett delettevoi descrecc del Marc'* An-
ione Franch, sitabì bergamascb. — Berghem, stamparea Sonzogn, i848.
Miscellanea , o sia ol neuv taccui scrccc del Bonfant Pasti , per V anno
bisestile 1844. — Bergamo, pel Sonzogni.
Cremasco.
A la lustrissema signora contessa Medeja Griffona San^Anzoi, in del fas
monèga nel nobelessem Convèt de S. Marcia de Crema, col nom baratal
In Sor Marcia Quintilia. Poeseia de Zuvann Menegh OttoUav de Gabia''.
In Crema, dal Torchici di Mario Carchan stampador, I7i9.
Fasti istorici di Crema di GIo. Batt. Cogrossi. — Venezia, i7S8./pt irò-
oasi un'egloga in dialetto rùstico cremasco.
Saggio di poesie in dialetto cremasco. — Milano, per Guglielmini e Be-
daelll, 1888.
Sestine ^n Cremasch per al sposalesse del sior Dumenegh Secrgni co la
slora Angelica Maltemp, ec. — Milano, 1889. È deWaò, Felice Masperi
Battajni.
Brisciano.
La Massera da be, per dritta lom fior da Coblat.— Brescia,! 884. — Ve-
nezia, 1868.
Lo stesso. — Brescia, per Francesco Cominclnl, toso.
Squaquaranta Carnevale e Madonna Quaresima. Tragicommedia piace-
vole da intendere con I suol avvocati , che parlano per V una e V altra
parte , come leggendo Intenderete. Senza data Penma. In-8.^ FU rtsfam-
pata in Brescia, per Pollcreto Turlino , t7i4. In-8.®
Operette varie del canònico Paolo Gagliardi bresciano. — Brescia , pel
Pacinl, i789. Nel 9ol II a pag. 8 trovasi una Lezione intomo alle origini
ed alcuni modi di dire della lingua bresciana.
VocaboUirlo Bresciano e Toscano, premessa la lezione di Paolo Gagliardi
Intorno alle origini, ec. — Brescia, pel Pianta, i789.
Vocabolario Bresciano-Italiano di Pietro Melchlorri. — Brescia, pel Fran-
zonl', 1817. Con una appendice publicaia nell'anno isso.
Quaresmal de PAocat Piero LotUeri. -* Ciart , per Gaetano AbIoiia Te-
lami, I8S6. «
PARTE SECONDA.
DIALETTI EMILIANI
JÉtf
CAPO I.
^. I. Divisione e posizione dei dialetti emiliani (*),
DIfIuIoiìc. Quantunque suddivisi in nùmero indeterminato ,
i dialetti emiliani non pòrgono, come i lombardi, queUa precisa
partizione, che abbiamo testé osservato nei due gruppi orientale
ed occidentale, mentre le precipue loro distinzioni sono fondate
piuttosto nella pronuncia, che nella forma. Ciò nuUostante queste
dissonanze di pronuncia, congiunte al vario modo d' inflèttere al-
cune parti del discorso, sono abbastanza notévoli, perché pos-
siamo ripartire tutti questi dialetti in tre gruppi, che dal rap-
presentante principale di ciascuno abbiamo denominato: Bo-
lognese j Ferrarese e Parmigiano. Ognuno é composto d'un
C) Siccome, dopo aver già stampati alcuni fogli di quest'opera, ci fu-
rono comunicati da vari dotU corrispondenti preziosi materiali intorno ai
dialetti emiliani ed alla loro letteratura, materiali che ci furono di speciale
giovamento nel compiere il presente lavoro, così non possiamo intralasciare
dì rendere pùbliche grazie ai chiari signori dottor Ciarlo Frulli, conte
Annibale Ranuzzl, Camillo Hinarelli^ Raffaello Buriani, Giuseppe Acquisti
e professor Domenico Chinassi, per importanti notizie e poesie èdite ed inè-
dite procurateci nel dialetti bolognese e romagnolo; agli illustri signori
conte SebasUano Salimbeni , conte Giovanni Galvani , Carlo Borghi, canònico
Ferrante Bedogni , avvocato Gaetano Parenti e dottor Carlo Ciardi , per co-
pia di materiaU inviàtici ad iUustrazione dei dialetti modenese, reggiano,
frìgnanese e mirandoiese; all' egregio bibliotecario abate Giuseppe Antonelli
per alquante notizie intorno al dialetto ferrarese; ed al chiaro bibliotecario
cavaUer Angelo Pezzana , per alquante notizie e poesie nel dialetti parmi-
giano, piacentino e borgotarese. Ne meno grati ci dlchlariamQ agii altri
molUyChe ci vollero coadiuvare in questa impresa, e dei quali abbiamo
notato i iMii a luogo opportuno, nei seguenti Capi.
16
/^*
192 PARTE SeCOKDA.
maggiore o miDor nùmero di dialetti più o meno tra loro affini,
a norma della posizione rispettiva^ vale a dire, della loro distanza
dal centro comune, o dell'immediato contatto con altri dialetti.
Il gruppo Bolognese è il più numeroso, ed esteso sopra maggior
superficie: esso compònesi del dialetto Bolognese propriamente
detto, del Romagnolo, del Modenese, del Reggiano e del Frigna,
nese.
Il Ferrarese consta del Ferrarese propriamente detto, del
Mirandolese e del Mantovano.
Il Parmigiatio comprende, oltre al Parmigiano proprio, il Bor-
gotarese, il Piacentino ed il Pavese.
Poslslone. La cresta dell'Apennino compresa fra le sor-
genti dell'Enza e della Foglia, il corso di questo fiume, le rive
dell'Adriatico racchiuse tra le due foci della Foglia e del Po
di Primaro, l'alveo abbandonato dì questo prolungato sino alla
foce dell'Enza, ed il corso di questo fiume, segnano con basté-
vole precisione la regione occupata dal primo gruppo.
Lo stesso alveo di Primaro prolungato sino alla foce dell'Enza,
le rive deirAdriàtico dalla foce del Primaro a quella del Pò di
Blaestra, l'ultimo tronco del Po dalla sua foce sin presso ad Osti-
glia, e quindi una breve curva, che, insinuandosi nel territorio
lombardo oltre Po, raggiunge e segue i confini da noi tracciati
dei dialetti Bresciano e Cremonese, segnano le estreme emana-
lioni del secondo gruppo, cioè del Ferrarese,
Per ùltimo il Parmigiano è conterminato ad oriente, dal corso
dell'Enza; a settentrione, dal Po fra le due foci dell'Enza e della
Sesia, tranne un piccolo seno, che nel territorio lombardo ab-
braccia la città di Pavia e i vicini distretti dalla foce del Lambro
al tèrmine del Naviglio di Bereguardo; ad occidente e a mezzo-
giorno, da una linea trasversale, che dalla foce della Sesia, a
meglio da Valenza sul Po, raggiunge, serpeggiando, l'Apennino
presso Bobbio, d'onde segue la cresta dell' Apennino sino alle
sorgenti dell'Enza.
Queste linee peraltro, come abbiamo altrove avvertito, segnano
il diionetro d'una zona, in cui i dialetti d'una famiglia o d' od
groppo vanno assimilandosi al grappo limitrofo, partecipandolo
grado minore delle proprietà distintive d'entrambi, dappoiché^
mAUTri EMIUAMll 195
di mano in mano che 0*^111011118010 su per l'erte gole dell' Apeo-
nino, gli aspri suoni emiUani obdono il posto alla dolce pronuncia
toscana ed alla genovese; in quella vece, procedendo verso mez-
zogiorno, il Bolognese ed il Romagnolo vanno fondendosi nei
dialetti marchigiani; come, verso settentrione, dall'una parte si
manifesta l'influenza della vèneta famiglia, dall'altra quella della
lombarda e della pedemontana. G)ntuttociò talvolta l' alveo del
Prìmaro e la cresta dell'Apennino segnano un preciso coniGne
linguistico.
Ciò premesso, il dialetto Bologne9e propriamente detto è par-
lato in tutta l'attuale legazione di Bologna, con poche varietà,
fra le quali distlnguesi sopratutto il rùstico dall' urteno.
Il BomagtàolOj alquanto più esteso, occupa , oltre alle due le-
gazigli di Forlì e di Ravenna, quella parte meridionale della
legazione ferrarese, eh' è separata dal corso del Primaro. Esso è
piuttosto un gruppo di dialetti affini, che non uno solo, mentre,
non che ogni città, ogni borgo e separato castello ha pronuncia
e flessioni speciali. Siccome peraltro la distintiva impronta è in
tutti la stessa, e le proprietà più normali tròvansi riassunte nel
dialetto Faentino, cosi possiamo riguardar questo come rappre-
sentante comune, sebbene ripartito in molti suddialetti. Fra questi
i più distinti sono: il Rwennate^y Imolese ^ il Forlivese ^ il Ce^
senate ed il RiminesBj parlati nelle città e territorj rispettivi.
Il Modenese parlasi ndla città di Modena e nel suo territorio
sino alle falde dell'Apennino, distinto in urbano e rùstico.
Il Beggiano ristretto in più angusto confine occupa la sola città
<li Reggio e parte del suo territorio, distinto pure in riistico ed
Urbano.
Il Frignanese è parlato nella parte più elevata dei temìoirj
^^U>denese e reggiano, ossia nella regione abitata dagli antichi
'^'^iates^ dai quali trasse il nome. Un tempo Sèstola ne era fl
^^twhiogo, ed ora è Fiumalbo.
H Ferrarese, oltre alla legazione d'egual nome, dal Po sino
^^'Uveo del Primaro, occupa ancora i distretti lombardi di Sòr-
^^^de, Bèvere e Suzzara , non che le città e territorj di Mirandola
^ di Giastalla, sino alla foce dell'Enza. Esso è quindi racchiuso
^^^ le rive dell'Adriatico intersecate dalle due foci del Po di
igU PARTE SBCOMDA.
Primaro e di Maestra^ l'ultimo tronco del Po sino all'Enza^ ed
il corso del Primaro prolungato sino alla foce di quel fiume.
Il Mantovano è parlato nella città e contomi di Mantova^ fra
il Po ed i confini già descritti dei dialetti Cremonese, Bresdano
e Veronese.
Il Parmigiano è pure ristretto alla città e territorio di Parma,
sino alle falde dell' Apennino; ed è quindi parlato nella pìccola
regione compresa fra il Po, l'Enza, le falde dell' Apennino e il
territorio di Piacenza. Le sue varietà sono leggiere.
Il Borgotarese è difinso limgo i monti e le vallate parmigiane
e in parte delle piacentine, in molte varietà, delle quali è rap-
presentante comune il dialetto di Borgotaro, che ne è capoluogo.
Il Piacentino j oltre alla città di Piacenza e suo territorio, in-
vade ancora colle sue molte varietà quella estrema -parte orien-
tele degli Stati Sardi, che è racchiusa fra il Po sino a Valenza^
ed una linea serpeggiante, che da Valenza raggiunge l'Apennino
presso Bobbio, radendo Alessandria e Tortona, e percorrendo la
valle della Stafferà.
Per ùltimo il Pavese, in più angusti limiti racx^hiuso, e par-
lato nella città di Pavia e nei vicini distretti posti tra la foce del
Lambro ed il Navìglio di Bereguardo, confinando coi dialetti Mi-
lanese, Lodigiano e Piacentino.
2. 9. Pi^rietà distintive dei tre gruppi
Bolognese j Ferrarese e Parmigiano.
Le proprietà distintive sulle quali abbiamo fondata l'esposta
divisione sono le seguenti: Primieramente il gruppo Bolognese
situato nel centro dell'emiliana famiglia, e diviso da ogni altra
per mezzo dell' Apennino e del mare, serbò più intatte le primi-
tive sue impronte ; mentre il Ferrarese, surto più tardi dalla com-
mistione di vari pòpoli, ed esposto all'immediato contatto colla
vèneta famiglia e coi dialetti lombardi orientali, assunse parec-
chie proprietà di quelli, perdendo o modificando le proprie; Si-
milmente il gruppo Parmigiano, esposto da tre lati al contatto
coi dialetti lombardi occidentali, coi pedemontani e coi liguri,
smarrì in molti luoghi le nazionali impronte, assumendone delle
DlAUm EMIUANi. 195
straniere. Per modo cho il Bdognese è il solo rappresentante del
ramo emiliano, perdio più poro, e gli altri se ne allontinano
precipuamente per varia commistione estema.
Per tacere deUe minime varianti, che accenneremo a suo luogo,
nel gruppo ferrarese dispare del tutto il suono a distintivo dei
dialetti emiliani, e in quella vece vi si trovano in qualche parto
diffusi i suoni u ed òj afSskWo ignoti al Bolognese. E qui noteremo,
come questi medésimi suoni, distintivi della famiglia Gallo-itàlica,
e propri quindi di tutti i dialetU lombardi e pedemontani, pe-
netrassero nell'Emilia solo dalla parte occidentale, inoltrandoti,
nella pianura, sino .a Borgo S. Donino, e nella montagna, sin
per entro gli Apennini reggiani e modenesi, nel Frignanese. Per
modo che il gruppo parmigiano è distìnto dal bolognese per l'in-
seriione di questi suoni, dei quali il solo ti manca al dialetto di
Parma, avendo esso pure una leggera gradazione dell' o. Nel
gruppo ferrarese essi contradistìnguono il solo dialetto mantovano,
mentre il Ferrarese proprio ne è affatto immune, e solo il snd-
dìaletto di Guastalla possiede il suono o. Dal che pure si vede,
che quanto più i dialetti si dtscòstano dal rispettivo loro centro,
pèrdono della loro purezza, assimilandosi ai limitrofi.
Inoltre il gruppo ferrarese distlnguesi dagli altri due, serbando
in in la desinenza italiana inOj che gli altri gruppi volgono co-
stantemente in èiììj ovvero én, ovvero èi:
Italiano
vicino
cammino
biricchino
latino
cittadino
Ferrarese
(wmn
camn
bifichìn
latin
titadin
Bolognese
Parmigiano
} assetti
camèin
birichèin
latèin
zitadèin
Modenese
avsén
camén
biricMn
latén
zitadén
Piacentino
avsèi
carnei
biricléèi
latèi
zittaSèi.
Cosi ogniqualvolta la e è seguita dalla n nella stessa sllhdNi,
Mene permutata nei dialetti bolognesi e parmigiani in eij mentre
nel Ferrarese rimane inalterata :
lUUano vento sente solafnente mentre bene sereno
' Ferrarese ìtsiiI sent sulamènt méiìtar ben serén
Bolonese y ,
PannMft j^^f^l •'<^"i^ siilamèint wèintr bèin «emw.
496 PARTE SECONDA.
U Bolognese sopprìme la vocale a nella dednenza italiana ia^
che li Ferrarese volge in ièj e il Parmigiano serba senza altera-
zione venma:
Italiano carestìa compagnia eresìa malattia ostaria
Bolognese caristt cumpagnì eresi malati ustari
Ferrarese carestie cumpagniè eresie malatìè ustariè
Parmigiano caristìa cumpagnìa erena malatìa ustoria.
U Bolognese ed il Parmigiano risòlvono d'ordinano in òu le
vocali 0 ed u nelle desinenze italiane one^ ona^ una^ ore^ ora^
le quali rimangono inalterate nel Ferrarese.
Italiano padrone persona luna dottore signora
Bolognese J . , » r ^ *•
p . . ypadroun persouna louna dutour sgnoura
Ferrarese padròn persona luna duiòr sgnòra.
Il Ferrarese cangia in ar disaccentato la desinenza ere dei verbi
itaUani, che il Bolognese termina in er pure senza accento, e il
Parmigiano sovente tronca. Lo stesso avviene in tutte le voci ter-
minanti in drCj drOj trej trOj pre e slmili:
Italiano pèrdere vedere padre ladro mentre vostro sempre
Ferrarese pèrdar oédar pàdar lodar méntar vòstar sèmpar
Bolognese pèrder ^èder pàder lader mcintr vòster sèùnper
Parmigiano perdr pédr padr làdr mèintr vòster sèmper.
Nei verbi italiani di prima conjugazione il Parmigiano termina
il passato perfetto dell'indicativo in t, che il Bolognese e Ferra-
rese finiscono in ò:
Italiano \^ ^} P^'? andàrm, portórono
(andò bacio porto
Parmigiano alidi basi porti anditi portiti
Bolognese ondo basò purtò andàn purlòn
Ferrarese atidò basò purtò i andò i purtò.
Le poche eccezioni da farsi a queste generali osservazìom, e
parecchie altre pnq[>rietà distintive, che qui ommettiamo, per*
che meno generali in ciascun gruppo, verranno emmierate più
avanti fra le proprietà dei sbgoli dialetti. Awertùramo frattanto
DULRTl E1UUANI. 497
che, come ogni gruppo ha distinta pronuncia e flessioni, spedali,
così distlnguesi ancora dagli altri per copia di radici proprie,
come apparirà manifesto dall'unito Saggio di Vocabolario.
^. 3. Proprietà distintwe dei cingoli dialetti.
Essendo il Bolognese rappresentante principale di tutto il ramo
emiliano, e possedendo quindi in grado eminente alcune pro-
prietà distintive del medésimo, è chiaro, che la sua distinzione
dagli affini deriva sopra tutto 4&lle divergenze di questi dalla
norma comune. Questa norma consta precipuamente delle se-
guenti proprietà, che, sebbene in parte altrove mentovate, ripe-
tiamo ora per maggiore chiarezza , costituendo la vera impronta
del dialetto bolognese.
In esso le vocali si succèdono con minore frequenza che in
quabìasi altro dialetto italiano; e quindi più fitto vi è l'accozza-
mento aspro e difBeUe di più consonanti riunite; del che porge
un chiaro esempio il noto detto piacentino: Gnìst eh'$*fÌ8Sj
gn* àìVy che, letteralmente tradotto, significa: F'enisse chi si fosse,
ììon aprite j e dal quale si vede, come T Emiliano sopprima otto
delle ùndici vocali italiane componenti questa frase, esprimen-
done sole tre.
Quasi a compenso di questa frequente elisione di vocali, il
Bolognese suol proferire le rimanenti oltremodo aperte e strasci-
nate, ciò che lo distingue da tutti gli altri dialetti itàlici. Da
questo prolungamento avviene , che sovente risolve in dittonghi
parecchie vocali sémplici, come la e e la t in éi, neUe desinenze
italiane ena^ erte, eno» ino, ina, enta, ente^ entOj ese, esa e simili^
dicendo: cetna^ bèin, serèin, lèin, cantèina, pulèintaj mèintj nwr
rnèinij spèiSy difeisa, per i^ena^ bene, sereno j lino, ec. ; risolve
le vocali o ed ti in òu, neUe desinenze one, ona, una, orej ora^
Come abbiamo più sopra dimostrato; e cosi altre vocali in altri
dittonghi; per modo che sembra, che tolga le vocali ad alcune
sUlabe per riunirle in altre, vagheggiando quasi T accozzamento
di parecchie consonanti riunito da un lato, e quello di parecchie
vocali adi' altro, la qual proprietà lo distingue sopratutto dagli
altri dUkiHi del medésimo gruppo, nei quali i mentovati dittonghi
non hanno mai luogo.
49f^ PARTE SECONDA.
Con tuttociò il Bolognese evita per lo più l'accozzamento delle
consonanti rlj m^ assai frequente nell'italiana favella, non che
nelle altre famiglie vernàcole d'Italia, evi frappone la vocale a^
oppure Ve:
Italiano pregarlo merlo cornò giorno etemo inferno
Bolognese pregerai mèral còren gióran ctèren inferen.
Esso manca affatto dei suoni o ed ùj e in quella vece possiede
il suono àj ignoto a quasi tutti gli altri dialetti italiani , e diffuso
con poca varietà in tutto il ramo emiliano, tranne il minor
gruppo ferrarese. Questo suono decupa il posto dell' a nelle
desinenze dei verbi italiani terminanti in arCj e dei loro parti-
cipj, non che in molte altre voci.
Suole invertire, e con esso pure tutti i dialetti emiliani, più
0 meno, le sillabe iniziali hj Icj in alj e le ra^ rcj rij ro ^ ru in
arj del che abbiamo dato altrove parecchi esempi.
Proc^endo alle proprietà speciali del dialetto bolognese^ esso
termina per lo più in ànd i gerundi dei verbi irregolari e di
quelli di seconda e terza conjugazione, che negli altri dialetti
finiscono in èndj come:
Italiano essendo dicendo facendo togliendo tenendo
Bolognese stand digànd fagànd tuldnd vgnagànd
Ferrarese essènd disènd fasènd tulènd vegnènd
Parmigiano eMénd disènd fasènd tulènd xynènd.
Pèrmuta l't in é in molte voci e nei participi terminanti d'or-
dinario negli altri dialetti in ìj dicendo : rézZj réCj reléquia^ as-
supéj utridéy per riccio^ ricco j reliquia ^ assopito j obbedito. —
Cangia talvolta in sti il suono italiano schij che gli altri dialetti
volgono generalmente in sèi:
Italiano schioppo schiuma scoppiare schiantare schiatta
Bolognese stiòp stiuma stiupar stiantar stiatta.
|v . . \sèiòp sèiuma siiupàr sèiantdr
'. Il Romagnolo è tanto diverso in apparenza dal Bolognese j
quinto in sostanza ne è infine. Basta confrontare il vocabolario
romagnolo col bolognese e la rispettiva struttura grammaticale,
MAunrn emiuani. 100
per èssere persuasi della fondamentale loro consonanza. Eppure
discordano talmente nella prommcìa, che sovente Tuno con diffi*
colta è inteso dall'altro; e siccome questa differenza dì pronuncia
varia oltremodo nella stessa Romagna propriamente detta da
luogo a lu(^o, cosi il Romagnolo settentrionale intende appena
il meridionale e viceversa ^ sebbene parlino in sostanza un solo
dialetto. Avuto riguardo appunto a queste dissonanze di pronuncia,
il dialetto romagnolo suddivldesi in molte varietà, delle quali,
come accennammo, le più distinte sono: il Faentino^ che ne è
rappresentante comune, il Ravennate j Vlmolesej il Forlivese j il
Cesetiale ed il Riminese. I due primi sono più puri ed indipen-
denti; rimolese tende al Bolognese per modo, che gli stessi Faen-
tini dicono che gli Imolesi parlano bolognese; gli ùltimi tre si
accostano al Marchigiano.
Tutti questi dialetti distinguonsi dagli altri emiliani per T ar-
ticolo maschile i, dicendo : é fiòlj é pader^ e $gnàr e shnili; e
pel pronome personale Uj come: u désSj u vlévaj u sintèj per
egli disse j egli voleva, egli senti; i quali negli altri dialetti sono
rappresentati entrambi dalla voce al^ dicendosi generalmente al
fiòlj al pàdar^ al disSj al sintè.
Il Faentino ed il Ravennate distinguonsi dagli altri romagnoli,
e dallo stesso Bolognese, per frequenza di suoni nasali nelle de-
sinenze an^ enj m^ on^ un.
Evitano la collisione delle consonanti sm^ rm^ Im nella me-
désima sillaba, frapponendovi l'ultima vocale che scambiano
d' ordinario in ti muta.
Italiano entusiasmo enorme informe elmo infermo
Faentino entusiSium enòrum infòrxim èlum infèrum.
Simihnente evitano l'accozzamento delle rn frapponendovi un'a
muta, a differenza del Bolognese che vi frappone im'e^ come:
corali^ etèran^ gvèranj per comoj elemoj govenio.
D Faentino termina in é stretto, come 1 Francesi, T indefinito
dei verbi italiani in arcj che il Bolognese suol terminare in ar^
e ijì altri Romagnoli per lo più iti a:
-ItaliaM cantare entrare trovare portare mangiare
FaenliM canti intri Irmi purté magne
ik
200 PARTE SECONDA.
Bolognese cantar intràr truvàr purtar magnar
Ravennate )
Imolese \canta intra truva parta magna.
Forlivese )
É speciale proprietà dello stesso dialetto il vòlgere sovente la
d in gj come:
Italiano tedio bandiera inptitiia misericordia discordia obbediente
Faentino ategi batigera invigia misericorgia discorgia ubigènt.
Pèrmuta il snono i italiano in z aspra:
Italiano fàcile domicilio cervello faceto accidia
Faentino fàzil dumizeli zervèl fazèt aczidia.
Il Bavennate è distinto dal Faentino per una pronuncia molto
più aperta, per maggiore frequenza di suoni nasali prolungati e
pel concorso di doppie consonanti. Inóltre suol permutare sovente
la « in ^^ dicendo: niiónj veni^ savurìij impiij per nessuno,
vennej compiacersij empiersi e slmili.
V Imolese s'accosta più d'ogni altro nella pronuncia al Bolo-
gnese, dal quale peraltro è distinto, si perchè è privo delle pro-
prietà speciali di questo , si perchè partecipa delle mentovate
comuni ai Romagnoli. Inoltre esso ha un particolare dittongo in^
verso del Bolognese, mentre la vocale o accentata, che questo
risolve in òu, è permutata dall' Imolese in uò, dicendo: fiuò,
muort, puòcj puòrz, tuòls, cuòssa, per figlio, morto, poeo^
porci^ tolse, cosa.
Volge in éja la desinenza italiana ìa, che il Bolognese e gli
altri Romagnoli, come accennammo, finiscono in i^ il Ferrarese
in iè^ ed il Parmigiano in ìa,- dicendo: malattéja, carestéja, ustor
réja, per malattia, carestia, osterìa. — Cangia sovente, come il
Ravennate, la 5 in ^^ come nelle voci: amnaij aripundéj htói,
pere, per avvicinarsi, rispose, tolse ^ perduto.
Lo stesso suono i gli vale di pronome reciproco e di parti-
cella eufònica tra il pronome ed il verbo, dicendo: ti fmiltés
e i*déssj e fandarò e simQi, per si mise^ e dissCj e andròj ove
la i corrisponde ora al pronome reciproco se o $i^ ora al riem-
pitivo toscano ci, che in alcuni dialetti toscani viene egoahMBle
pronunciato come sa\
DIAUOm EMILIAHI. SOI
Termina le voci dei passati perfetti, nei verbi di prima conju-
gazione, in é stretta , che gli altri Romagnoli pronunciano più o
meno larga, dicendo: Hnlés prmaipiéj btàé^ per setUi^ principiò^
badò. Similmente pronuncia alquanto strette le desinoize én^ in^
in, che in tutti gli altri sono larghe, tranne il Faentino; per
modo che Y Imolese partecipa delle proprietà di tutti i dialetti
che lo circondano, ciò che lo collega e lo disgiunge ad un tempo
da ciascuno.
Il CesenaU ed il Fcrlwese depongono a poco a poco l'asprezza
del Romagnolo settentrionale diminuendo Telone delle vocali,
e quindi il firequente accozzamento di più consonanti unite, ed
il concorso dei suoni nasali. Ivi all'aspra sibilante z viene sosti-
tuita per lo più la $j non solo in quelle voci che i Romagnoli
settentrionali esprimono con z^ permutando la i italiana, come
zervèlj fàzil^ axzalin^ dunazzij ma in quelle altresì che in ita-
liano richièggono la z, dicendo del pari: sarvèlj fàssilj oisatènj
dun€utij che sensaj ragàuj amasia^ sostansQj per senzaj ragaz-
zOj ammazzare j soitanza. Dal che si vede che laddove i Roma-
gnoli settentrionali volgono in jb il suono italiano ij ì meridionali
volgono la £ e la stessa z in s.
Ivi inoltre incomincia a sentirsi V accento marchigiano nella
cadenza delle frasi, nelle quali ancora appàjono alcune radici e
fonne italiane, sebbene corrotte, ignote agli altri Romagnoli, e
proprie della famiglia toscana, come: gièj babj per gire^ babboj
a m'moTj u $*san magna, per io mi muojos e' si sarebbe man-
giato e stanili.
Sono poi esclusive proprietà del Forlifpese: il terminare in p
la terza persona singolare nel perfetto di molti verbi, quando &
seguila da vocale, dicendo: andepj mandèp, damèfj fopj per
andò^ mandòj chiamò, fuj ed il permutare in e muta Va finale
degli imperfetti, come pure di parecchi nomi ed avverbi:
ItaBano era voleva veniva robba fata allora senza
Foffttvese ere vleve vneve robe feste allore sense
n Sdetto Biminese s'accosta ancor più al Marchigiano j che
i preoedenti, sopratolto nell'accento e nella pronuncia , per modo
che, proeadendo sin oltre a Galtòlica, il Romagnolo si fonde nel
902 PARTE SBCOIfDA.
Marchigiano. In onta però a questa conformità di pronuncia ^ ed a
malgrado dell'asserzione dei Romagnoli stessi, che riguardano il
dialetto di Cattòlica come Marchigiano, esso non porta meno le
impronte distintive del Romagnolo, che si estende sino a Pesaro.
Che anzi ivi si ripètono molte proprietà del Ravennate che ab-
biamo veduto dileguarsi nei Romagnoli centrali, quali sono : la
permutazione del è italiano in z aspro, dicendo: donazze^ fczil^
pziiéHj zélj zénZj per donnacciej fàcile j piccino^ cielo j cencio j la
più frequente elisione delle vocali; la permutazione dell' a in
molte desinenze dei verbi in è aperto, dicendo: magnèoaj an-
dèvuj entrè, salvè^ sprechèj per numgiavaj andaoa, entrare, sai-
iparcj sprecare j la desinenza dei perfetti di parecchi verbi in è
aperto, come: ri fitte j ape^ risohè, per ri flette, ebbe, risoUe; Tuso
del pronome personale u, dicendo: ti fase, u $* moss, u ^Ivist, per
egli fece, egli si mosse, egli lo oide. Dal che appare, come questo
dialetto partecipi delle principali proprietà degli Emiliani.
Tra quelle che ne lo distinguono e lo assimilano al .Mareg-
giano, oltre all'accento ed alla scelta di molte voci, noteremo:
la desinenza dei partidpii maschili in ed, e dei femminili in èda,
dicendo : stèd, pechèd, informèd, rilrw^èd, per stato, peccalo, in-
formato, ritrovato,' stèda, sprechèda, tratèda, per stata, sprecata,
trattata. — Volge il suono italiano § in i, dicendo: iustizia, zi-
losia, iomo, per gimtizia, gelosia, giorno. — Non pèrmuta mai
la 0 in u, come sogliono sovente tutti gli Emiliani. — Cangia l'o
finale in e^ in molte voci, come: vostre, cantre, numre, perro-
stro, contro, nitmero e slmili.
Il Modenese è più affine d'ogni altro al Bolognese, per modo
che si può riguardare come un suo pròssimo snddialetto. Esso
partecipa di presso che tutte le proprietà mentovate del Bolo-
gnese, e la principale sua dissonanza consiste nella pronuncia,
della quale toma assai malagévole descrivere la varia, gradazione,
cui solo può distintamente discèmere un orecchio abituato ai
suoni dell'imo o dell'altro dialetto.
Vi sono però meno frequenti i dittonghi àu, òu, in ciu vece
sovente il Modenese pronuncia la prima vocale aperta e strasci-
nata^ dicendo: dutòr, sgnòr, fortuna, padrona, eonsulaziòn, in
luogo di dutòur, sgnòur, furtòuna, padràuna, consulazOmn.
DIALETTI EMILIAJII. 305
Similmente cangia per lo più nel suono nasale én la desinenza
iìio italiana che il Bolognese risolve sempre nel dittongo èinj e
serba la forma italiana ès nelle iroci^ che il Bolognese strascina
in iÌ9j come:
Modenese ragazzèn ben meni Mudnès cortèi paès
Bolognese ragazzèin beiti mèint Mudnèis curtèis pajèis.
Inoltre il Modenese distìngnesi per l'articolo femminile che nel
plurale fa i"/, come: t7 dorij sMvacij dil salir j per le donne j que-
ste ^cchicj delle salire, laddove gli articoli bolognesi sono • o al.
Solo di mano in mano che ci allontaniamo dalla pianura mo-
denese quel dialetto assume un aspetto diverso dal bolognese.
Il Reggiano distìngnesi dal Modenese per una pronuncia al-
quanto pili stretta, specialmente nelle vocali che sono precedute
da doppia consonante; ed è pure distinto dal Bolognese per la
mancanza dei dittonghi et, àu, òvj come il Modenese, di cui è
pròssimo suddialetto, e dal quale diverge solo per varietà d'ac-
cento , e per alcune espressioni che tèndono alla forma parmi-
giana. Esso però varia alcun poco da villaggio a villaggio, e nella
stessa città di Beggio il dialetto del centro ha pronuncia diversa
da quello del quartiere di porta Castello, come pure da quello
degli altri quartieri di S. Croce, di S. Pietro e di S. Stefano.
Procedendo poi verso la montagna, la favella vi prende accento
e forme assai diverse.
Il Frignanese è chiaramente distinto fra gli emiliani per al-
cune proprietà che lo assimilano ai dialetti lombardi. Ivi infetti
troviamo i suoni uè i mancanti nella màssuna parte degli emi-
liani. Meno frequente vi è T elisione delle vocali , e tra queste
solo alcune vengono pronunciate aperte e prolungate in line di
parola. Ivi non troviamo i dittonghi èij àu, òu propri del gruppo
principale, né molto meno il nasale èn, che il Modenese ed il
Reggiano sogliono sostituire all'italiana desmenza inoj ed in vece
^ troviamo tit alla foggia lombarda.
Manca affatto del suono emiliano àj e si nei nomi che nei verbi
serti d'ordinario le flessioni lombarde; per modo che potrebbe
ancora considerarsi come un dialetto lombardo, tinto leggermente
d'emOhao. h esso è da notarsi la congiunzione es corrispondente
SO^ PABTE SECONDA.
air italiana e, ed una speciale pronuncia aperta con cantilena
sua propria.
Di mano in mano che s' avvicina alla vetta dell' Apennino, que-
sto dialetto assume accento e forma toscana^ del die porge un
chiaro esempio il Diàlogo in dialetto di Fiumalbo, inserito nella
Corografia Italiana del benemèrito Zuccagni-Orlandini.
Il gruppo Ferrarese è meno puro e meno originale degli altri
emiliani^ non solo pel continuo suo contatto coi Vèneti e coi
Lombardi^ dai quali trasse notévoli impronte; ma perchè surse
posteriormente dalla mistura di varie nazioni, che nel corso delle
nòrdiche invasioni si rifuggirono nel paludosi polesini convertiti
più tardi nella fèrtile pianura ferrarese. Fra le varie favelle rac-
chiuse in questo gruppo, la sola che serba vestigia originali ed
antiche, si è quella del pescatore di Comacchio, di quella prisca
Comaculas che molto prima della fondazione di Ferrara sovra*
stava alle paludi ond' era attorniata, e per le quali ebbe sempre
difficile e scarso commercio coi pòpoli circostanti. Di questo dia-
letto parlato appena da qualche milliajo di rozzi valligiani, sa-
rebbe molto ùtile impresa il raccorrò le più distinte radici e le
forme primitive, ciò che invano abbiamo chiesto ad alcuni dotti
corrispondenti, n(m avendo noi potuto fermar qualche dimora in
quelle lagune.
Prima che il Po, deviando dall'alveo abbandonato di Primaro,
ed ora percorso dal Reno, imprendesse l' attuale suo corso, uno
solo doveva èssere il dialetto parlato nella provincia mantovana,
allora molto più estesa a mezzogiorno, difiiiso eziandio nel basso
Modenese e Parmigiano, situati allora sulla riva sinistra di quel
fiume. Ma dappoiché esso mutò il suo corso, comecché l' antico
jdveo rimanesse poi sempre confine etnogràfico, il Mantovano si
divise in due dialetti, dei quali quello che parlasi lungo la riva
destra del fiume si conservò più puro, mentre l'altro, cioè 0
ManUH?ano propriamente detto, ristretto dalla sinistra in breve
territorio, ed attorniato dai dialetti vèneti e lombardi, coi quali
più tardi ebbe comuni le vicende politiche, ritrasie parecchi
suoni e forme distintive di quelli, rimanendo cosi disgiunto dal
Ferrarese.
Questo fra gli emiliani è il meno aspro, avendo esso pure rad-
DIAUSfn EMIUANI. S05
dolciUi la pronuncia al contatto coli' accento scorrévole dei Vè-
neti , e distlnguesi da' «io! albd per la mancanza del suono a e
dei dittonghi èij oh propri di questo ramo. Al primo sostituisce,
come il Vèneto, un' a alquanto aperta, specialmente nell'indefi-
nito e nei participi dei Terbi, dicendo: desiderdrj magnar ^ portar j
amàj volàj mancdj ed in luogo dei secondi, serba le desinenze
italiane doUór^ onór^ rosoti^ padrón e slmili.
Invece di sostituire la z aspra al suono i italiano, esso lo pèr^
muta in g alla foggia dei Vèneti, dicendo: prinriptàr, sUtattìn,
smlj per printipiare, cittadinOj cwile.
Volge m ar breve le desinenze italiane dre^ dro, pre, tre^ irOj
non che gli infiniti dei verbi terminanti in ere:
Italiano padre ladro sempre mentre dentro godere leggere
Fenarese pàdar lodar sèmpar méntar dentar gòdar lézar.
Volge la desinenza italiana ia^ e talvolta ancora la io in te^
dicendo:
Italiano compagnia eresia osteria mio
Ferrarese cumpagniè eresie ostariè mie.
Ha meno frequenti le elisioni delle vocali nel mezzo delle pa-
role e le inversioni delle consonanti, ciò che ne rende la pro-
nuncia più scorrévole a confronto di quella dei dialetti affini, e
fa uso di parecchie voci tolte ai vèneti dialetti.
Le sue varietà poco disslmili sono i linguaggi dei distretti man-
tovani cispadani, il Mirandolese ed il Guastallese.
IVei primi, il continuo commercio coi dialetti dell'opposta riva
del Po introdus^ una leggera gradazione dei suoni lombardi o
ed ti^ ed un accento misto di vèneto e di lombardo. Nel Miran-
dolese sèrbansi miste alle proprietà del Ferrarese alcune tracce
del Modenese e del Parmigiano, nella desinenza aperta ón^ nella
permntazione del é in z^ ed in alcune flessioni dei verbi, come
viìpa^ tgnwa e rimili, che il Ferrarese termina in epay prinzi-
p&nj cbfiandofi, ove il Ferrarese sopprime la n finale , ed altre
di tal sorte.
Nd Guastallese distlnguonsi pure i suoni o ed u dei Lombardi
in molle vod, come /ogfj zógj putin^ tutj per focOj giuocOj Aam-
61110 , Mio. Talvdta volge alla foggia parmigiana la t in é in
SOO PARTE SBOONOA.
alcuDB voci, come: gallérmaj canténtui^ per galHnUj cantina.
Suole terminare in i i nomi femminili plurali che in italiano fi-
niscono per e^ come : li cosi, li belli donni^ per le coKj le belle
donne. Questa proprietà vi fu introdotta pel conmiercio continuo
col vicino dialetto parmigiano, del quale è distintiva. In gene-
rale peraltro, si il Gnastallese che il Mirandolese, serbano molta
affinità col Ferrarese e col Mantovano, dissonando cosi nella forma
come nell'accento dagli altri vicini dialetti, ai quali sono poli-
ticamente congiunti.
Il Mantovano ha in maggiore o minor grado le proprietà men-
tovate del Ferrarese, del quale in origine fu principale fattore;
e solo ne dista per la frequente inserzione dei snoni lombardi ò
ed ti^ e per la forte alterazione subita negli ultimi tempi, mercè
il contatto coi dialetti vèneti e lombardi. Perciò esso è parlato
con qualche purezza appena nella città di Mantova e nei vicini
sobborghi , mentre a qualche miglio verso oriente prevale l' ac-
cento e la forma del dialetto veronese, che in più luoghi s'insi-
nuò al di qua del Mincio; e alla distanza di poche miglia verso
occidente e settentrione, è rimarchévole T influenza dei dialetti
lombardi orientali, nei quali il Mantovano gradatamente si fonde.
Il dialetto Parmigiano distinguesi da tutti i suoi circostanti
per una serie di proprietà, fra le quali basterà notare le seguenti :
Esso abbonda in dittonghi, e fra questi i più frequenti sono
ai^ ei, ou. Sostituisce ai alla vocale a ogniqualvolta in itaiimo
trovasi il dittongo iaj oppure té^ o tò nella sillaba seguente, di-
cendo àiraj f?àirOj per arìa^ vario e slmili. Risolve nel dittongo
et la e^ in tutte le desinenze italiane ena^ ene, eno^ enta^ ento^
esCj ina^ ino ed in parecchie altre voci, dicendo: vèina^ bèin,
serèìn, contèinUij num^t^ tnèis^ pìasèintèinaj farèma^ vèin^ let»-
guttj amr^ per venaj benej iereno^ contenta^ momento, mese,
piacentinaj farina, vino, lingua, avere. Risolve poi nel dittongo
òu le vocali o ed u nelle desinenze italiane ona, one, una, ore,
ora, 080, osa, dicendo : per sàuna, rasòun, lòuna, fortiusui, fiòur^
sgnòura, ascòus, moròusa, per persona, ragione, luna, fortuna^
fiore, signora, ascoso, amorosa.
Volge d'ordinario in o il dittongo italiano uo, dicendo: fiol^
scola, volf pois per figliuolo, scuola, vuole, può.
MALmi EMILIANI. S07
Strascina oltremodo^ quasi a guisa di vocale raddoppiala, le
aj Cj Oj quando si trÒTano in principio di parola e sono accen-
tate, dicendo: màtOj bèi, cóiOj per matta j bello ^ cotto.
Volge la e in a^ e l'a in à^ ogniqualvolta sono seguite da r
nella stessa sìUaba, come: ctiartaj sarxa^ increti j per coperta^
serva j inverno j ed àrtnaj Parma, mar tir , per arme, Parma,
màrtire.
Nelle terminazioni plurali femminili invece pèrmuta la e in t^
dicendo: il beli doni, il mali ^i, cioè le belle donne, le male
vitej cosi pure in tutti gli imperfetti dei verbi al congiimtivo ,
come tgms , pudtu , al^iss, vcrm, per tenesse, potesse, leggesse,
elesse.
All' opposto degli altri dialetti emiliani, non volge mai la o in
ti, ma bensì talvolta la ti in o^ dicendo on, cotia, cast, per tino,
culla, questo. E meglio ancora distinguesi dagli altri emiliani ,
permutando sovente la i in u^ pnmundando prum, fastudi, prwir
zupiar, per primo, fastidio, principiare. La quale proprietà ac-
compagna quasi tutti i dialetti, che all'occidente del parmigiano
a estèndono lungo le rive del Po e del Ticino, sino alla Sesia ed
al Verbano. E qui gioverà avvertire, come il corso de' grandi
fiumi, che d'ordinario, arrestando il commercio frequente fra
gli abitanti delle opposte rive, segna una precìsa linea etnogrà-
fica , giovi all' opposto alla diflhsione delle schiatte lungo le
rive medésime, per ragguardévoli distanze. Cosi lungo la riva
del Po, da Valenza Scendendo sino all'Adriatico, troviamo- pa-
recchie voci e forme comimi a tutti i differenti dialetti che vi
si parlano. Valga d' esempio la strana voce cminzipUr, la quale
appare composta della prima metà della voce equivalente italiana
cominciare, e della seconda metà dell'altra corrispcmdente prìti-
dpiarej essa è comune del pari al Valenzano, che al Ferrarese
ed al Ravennate. Cosà lungo l' opposta riva dello stesso fiume ,
non che lungp quella de' suoi principali affluenti, cioè del Ticino e
ddla Sesia, vediamo rinnovarsi un simile fenòmeno pel corso di
nMte miglia , sebbene frattanto differiscano fra loro i dialetti in-
terflittd|.
CMtn alle proprietà surriferite, il Parmigiaìio suole evitare la
17
908 PABTB SBCONDA.
(wliisi<me delle consonanti cr, Im^ ri, rm, m, rv^ frapponendovi
d' ordinario la vocale e:
Italiano crepare salmo orlo uniforme giorno ncìvo
Parmigiano cherpar sàlem òrel unifórem gióren ìicrcv.
Pèrmuta sovente la è italiana in z aspro, dicendo: fàzilj ca-
prili, zercdr, per fàcile, capriccio, cercare.
Termina le terze persone singolari dei passati perfetti di prima
conjugazione in i^ come: andì, basi, mandi, consumi, Retando,
baciò, mandò, consumò.
Il Borgotarese è alquanto distinto dal Parmigiano , così nella
pronuncia ) come nelF accento e nelle flessioni, accostandosi ai
dialetti toscani e genovesi. Esso manca presso che del tutto del
suono emiliano a che proferisce assai debolmente in poche voci;
e in quella vece ha comuni coi dialetti lombardi i suoni o ed ti,
come vedrassi in alcune voci della seguente versione della Pa-
ràbola, p. e.: fijò, lago, scode, vii, lU, tiito e shnìli.
Scqpra tutto distinguesi dagli altri emiliani , terminando con
vocale la maggior parte delle parole, che quelli troncano sempre;
valgano d'esempio i nomi : i?delo, fradelOy omo, pnjésej ì plurali:
seroitori, parchi, canti; i participj: morto, fatto, dito, penso; ì
verbi : disse, mètito, vgnìsse, essendo.
Fa UBO degli articoli u ed ar, il primo dei quali , come nel
dialetto genovese, dal quale sembra derivato, fa più spesso l'uf-
ficio di pronome personale. Cosi nelle fraa u disse, u saltò, u
respondi, significa egli disse, egli saltò, egli rispose.
Talvolta sostituisce la j al suono molle gì italiano, e le iti al-
l'italiano gn, come: fijò, foja, voja,ìXì luogo di figliOs foglia, <?o*
gliaj maniaipa, Campania, per mangiava, campagna.
Nei nomi plurali femminili serba non solo l'articolo italiano le,
mst ancora la terminazione e die il Parmigiano, come accen-
nammo, cangia in t. Dal che si vede, come il Borgotarese vada
accostandosi ai dialetti toscani e genovesi. Queste proprietà per
altro , che sempre più vanno sviluppandosi nelle valli superiori,
vengono meno di mano in mano che si discende nell'ima valle
del Taro; giacché nell'Agro parmigiano, come altrove^ i dialetti
variano, non che da valle a valle , da distretto a distretto e da
DiAUin EMIUANI. S09
villaggio a villaggio. In un opùscolo manoscritto sui dialetti di
Parma, Piacenza e Guastalla, di Luigi Uberto Giordani, apprestato
sin dall'anno 1804, per inchiesta di Moreau Saint-Mery, allora
amministratore di quegli Stati, e comunicatoci dalla gentilezza
del chiaro bibUotecario della Farnese cavalier Angelo Pezzana ,
tròvansi distinte cinquantanove varietà di pronuncia, che l'au-
tore rappresenta nel vario modo dì proferire la voce andar.
Il PiaceìitiiìOj comecché strettamente affine, e quasi suddia-
letto del Parmigiano, ne differisce notevohnente nella pronuncia
ed in alcune flessioni per modo, che frequenti sono le gare fra
quelle due popolazioni, avvezze da sècoli a deridersi a vicenda
per r affettazione dell' accento e di alcuni modi peculiari. Questa
varietà di pronuncia consta primieramente nell'uso che il Pia-*
centino suol lare del suono iij e nel vario modo di strascinare
le vocali accentate, cui solo può ben designare la viva voce.
Inoltre esso risolve sovente nel dittongo òin la terminazione
italiana inOj ed in iiin la finale unoj per la qual proprietà di-
stinguesi non solo dal parmigiano , ma da tutti i dialetti emiliani,
tranne il solo Pavese che ne è suddialetto. Cosi in luogo di be-
nino j signorino j CarlhM^ Antonino ^ il Piacentino proferisce: tri-
HÒin, siorònij Cariami ToUÀnj ed in luogo di uno, ventwM,
n^tuno, pronuncia tmm^ ptiU^um^ nsiiin.
All'opposto dei Parmigiani che proferiscono sempre le conso-
nanti sémplici , eziandio quando sono raddoppiate in italiano , i
Piacentini sogliono raddoppiarle, altresì quando èsser dovréM>ero
sémplici, e pronunciano: fimtta, poppa, coisa, iella, per mufa,
papa, coia, telaj nel che il Piacentino differisce pure da quasi
tutti gii altri dialetti emiliani e lombardi.
Nei nomi femminili plurali, che il Parmigiano suol terminare
per is li Piacentino tronca d'ordinario la terminazione, dicendo:
il donn, il pori, il vaè, cioè, le donne, le porte, te mocMe,
Suol terminare in a gli indefiniti dei verbi di prima oonjnga-
ziooe, che il Parmigiano termina in àr, e gli altri dialetti in oTy
o k ér^ o in àr, come: ama, porta, anda, per amare, portare,
andmt. fai quasi tutti gli altri verbi poi l' indefinito è eguale alla
prima persona del presente indicativo; cosi mòr, sèni, lèz, piànz,
gignifioM iNorirr, seniire, fégg^re^ piàngere. Ed m ciò pure esso
340 PARTE SBCONDA.
distìDgiiesi dal Parmigiano , il quale d' ordinario suole formare
r indefinito dei verbi ^ troncando dalla voce italiana l'ultima vo-
cale , come : murìrj sintir, lèzer, pianzer^ parer.
Laddove il Parmigiano cangia in a la e seguita da r nella
stessa sillaba, il Piacentino la pronuncia si stretta^ da confòn-
delia quasi colla t^ proferendo: sérK^j coirla j inoémo. Talvolta
ancora pèrmuta la e in o^ dicendo: pod^ crai;>òttj per vedo^ ca-
pretioj la qual proprietà estèndesi ancora lungo il Po sino a Va-
lenza.
Di mano in mano che questo dialetto si estende verso occi-
dente, varia, assumendo alcune proprietà dei dialetti lombardi^
pedemontani e liguri, coi quali confina. Perciò fra le sue va-
.rieti pia distinte abbiamo notato il Boblnese, il Bronese ed il
f^aknsanOs il primo dei quali partecipa di tutti i mentovati
dialetti, il secondo si confonde col Milanese, ed il terzo col Ver-
banese , sebbene in tutti emèrgano le proprietà distintive degli
emilianL
Il Bobbiese infatti, mentre possiede il suono a, ed elide so-
vente le vocali nel mezzo delle voci, fa uso ancora dell' arUcolo
genovese u^ de' suoni lombardi ó ed u^ e di alcune forme e voci
piemcmtesi, quali sono i futuri terminanti in o^ andaro^ aloroj
diròj l'indefinito es$e per èssere edaltretali. Situata sull'estremo
confine di stirpi diverse, è ristretto alla sola città ed agro di
Bobbio , mentre i mandamenti di Varzi e Zavattarello posti al
Nord-Ovest, che un tempo formavano parte del Ducato di Milano,
sentono ancor più del lombardo, ed il mandamento d'Ottone si-
tuato a mezzogiorno, già feudo imperiale del principe Dona,
maggiormente s'accosta al dialetto ligure, il quale òdesi distinto
nel Comune di Corte Brugnatella, fira Bobbio ed Ottone.
Il Bronese depone quasi interamente le proprietà emiliane per
assùmere le lombarde, già radicatevi da sècoli, mercè la lunga
soggezione di quella ,terra alla Signorìa Milanese. E perciò po-
trèbbesi con egual ragione classificare fra i dialetti lombardi oc-
ddentalL Se non che, la firequente elisione delle vocdi nel mezzo
delle parole, che abbiamo posto come proprietà distintiva fira
questi due rami, l' inversione di alcune lèttere , come adj alvàrj
arsussitàrj per dt, le^re^ risuscitare^ e la sua posizione hmgo
DIAURTI EMILIANI. 3tl
l'estremo lembo dei dialetti eailiaiii/ci determinarono a collo*
cario piuttosto in questo ramo.
Il Falenzano oollégasi agli emiliani per T elisione frequente
delle vocali intermedie ^ pel suono à^ e per alquante radici con
essi comuni. Ciò nullostante esso partecipa ancora in modo par-
ticolare delle proprietà distintÌTe del gruppo Verbanese, permu-
tando sovente la u italiana in i, dicendo ia^ inna per tino, una;
e inversamente la i in ti ^ proferendo prufnma, t7ialo per pràna,
visto y ciò che ha pure comune col Piacentino; sostituendo la t
alquanto aspra alla I finale in parecchie voci , màssime nei par*
ticipj , come in tut, iìè, fai, cmdàt e simili. Per modo che non
si saprebbe stabilire, se la popolazione della città ed agro Va-
lenzano appartenga piuttosto allo stìpite emiliano, o al verba-
nese; e tanto più ciò riesce difficile, ove si 04)nsideri, che Valenza
e suo territorio iu per sècoli e sino agli ultimi tempi aj^pregata
alla Diòcesi Pavese, e che trovasi presso la foce della Sesia, il cui
bacino forma sede principale del gruppo verbanese; giacché non
dobbiamo lasciar di notare, che un tempo questo fiume metteva
nel Po alcune miglia al disotto dell'attuale sua foce, come atte-
stano traccio evidenti dell' antico suo àlveo abbandonato.
Per ùltimo il Pavete puossi risguardare come un suddialetto
del Piacentino, alquanto misto di lombardo. Comunque notévole
peraltro sia questa inserzione di lombardi elementi nel dialetto
pavese, non reca meno stupore l'osservare, come esso abbia
potuto conservarsi cosi distinto, dopo tanti sècoli di continuo ed
immediato conunerdo colla vicina capitale lombarda, anzi dopo
è^ere stato nel centro della lombarda dominazione, alla quale
ha sempre politicamente e geograficamente appartenuto.
L' influenza del dialetto milanese sul pavese appalesasi princi-
palmente nel lèssico e nelle forme e flessioni grammaticali, che
in màff^^™^ parte concordano colle lombarde, mentre nella pró-
mncia serba molta simiglianza col Piacentino , col quale ha al-
treà comune il distintivo dittongo oi^ il prolungamento delle vo-
cali e r accanto. E ciò valga a nuovo documento di quanto ab-
biamoiiell' Introduzione asserito {i\, che cioè un dialetto sottoposto
(i) Venati neUMntroduzione, pag. xn.
242 PARTE 8EC0FIDA.
alla prevalente influenza d'un altro, depone anzitutto il proprio
lèssico ed alcune forme peculiari, non mai la primitiva pronuncia?
la quale trapassa indelèbile dall'una all'altra generazione.
2 4. Osnervazimi grammaticali in generale.
Comunque strani e in apparenza diversi dagli altri itàlici dia-
letti, gli emiliani sono tuttavia costituiti sopra un medésimo si-
stema grammaticale , che perciò appunto possiamo denominare
itàlicOy essendo più o meno diffuso su tutta la Penisola, con po-
che eccezioni e lievi modificazioni nelle forme esteme, dipendenti
per lo più dalla pronuncia.
I nomi sono sempre retti da un articolo, o da una preposi-
zione , 0 da un pronome. L' articolo per lo più vale a determi-
narne il gènere ed il nùmero. Due sono i gèneri , mascMle cioè,
e femminile; due i nùmeri: ringoiare e plurale. Pei nomi ma-
schili l'articolo determinato singolare varia ne' vani dialetti, es-
sendo rispettivamente alj ar^ elj l\ e^ u^ che nel plurale cangiano
tutti indistintamente in t. Pei femminili ogni dialetto adopera l'ar-
tìoolo determinato italiano la^ che alcuni nel plurale cangiano
ìXk kj altri in elj alj ij il. L'articolo indeterminato maschile è
tifi, ofi^ thj che nel femminile fa unaj na^ óna^ inno.
Talvolta però in alcuni dialetti la sola desinenza vale a con-
traddisthìguere il gènere ed il nùmero dei nomi, ed allora, cmne
in italiano, la terminazione a dinota il gènere femminile, come
le I ed e hidicano il nùmero plurale maschile e femminile. Si
eccettuino il dialetto parmigiano e qualche romagnolo, che,
terminando in a il singolare di pareòchi nomi femminili, danno
al plurale la terminazione i. Innumerevoli poi sono a tal pro-
pòsito le irregolarità dei nomi , dei quali la maggior parte ri>
mane inalterata in ambi i nùmeri , e parecchi ricévono speciali
flessioni.
Le preposizioni , come in tutti i dialetti e in tutte le lìngue
d'Europa, valgono a determinare i rapporti che collègano i nomi
alle altre parti del discorso, provvedendo all'assoluto difetto dei
casi ; e sono le comuni italiane de o adj a, da^ per o pr^ con o
DIAURI EMIUARI. 919
c?m, iiìj ec. Quesi' ùltiiiia per lo più va unita alla I, die fa T uf-
ficio di lèttera euftaiea, dicendosi generalmente in Val ^ o tu
fla, per nello j, nella , dò che pure si osserva nella maggior parte
de' dialetti italiani. Solo noteremo, come i dialetti piacentino e
Valenzano sostitmscano la t in luogo della I, proferendo invece
in 8^ al y in g* /a. E qui è pure a notarsi la strana preposizione in *
esclusiva del dialetto Riminese, che vi tien luogo della preposi-
zione a, dicendosi tn'e $u bab^m'un pólj per esprimere: a mo
padre j ad un figlio.
Tutte queste preposizioni contriiggonsi d' ordinario cogli arti-
coli in una sola voce, come suol farsi in italiano, formando cosi
déj del, dal, dar^ dle^ dela^ dele^ ditj di, oppure ae, al^ ar^ ai^
aluj aicj e cosi di sèguito. Con esse decllnansi i nomi propri , i
quali pure neir Emilia pòrgono ampia messe d' osservazioni al
linguista, per T originalità delle loro forme e per le frequenti
omonimie che s'incontrano, ponendoli a confronto coi nomi di
luoghi, monti, fiumi e torrenti della Lombardia, del Vèneto,
della Rezia, del Piemonte e di parecchie straniere regioni.
Gii aggettivi non òfrono alcuna particolare osservazione , do-
vendo concordare coi loro nomi , mercè le poche mentovate fles-
sioni , che in essi pure distinguono talvolta i gèneri ed i nùmeri.
Quanto alla loro formazione, non differiscono punto dai lombardi,
0 dagli italiani, assumendo le terminazioni én, èi, èin, in^ éna^
Una, inaj o et, il, ita, pei diminuti\i ; òn ^ àss, àzz^ òna, assa^
azzOj pegli aumentativi e peggiorativi; ìssenij ìssema pei super-
lativi ; come pure gli avverbi più e menoj pei comparativi.
I proDoou derivano dalle stesse radici degli italiani, e solo vi
sono variamente corrotti dalla pronuncia. Si declinano ora colle
sole preposizioni ed ora cogli articoli, e persino le anomalie loro
9ono comuni cogli altri dialetti. Cosi p. e. , nei casi obliqui gh'
oppure 1 corrispóndono all' italiano a lui^ a leij a loro; ne^ o n'
all'italiano ne, q a noi; v' a vì^ o a po/^ e cosi di sèguito. Lo
stesso dicasi degli altri pronomi, i quali propriamente sono gli
itaUaml corrotti dalla varia pronuncia.
1 verbi si conjùgano d'ordinario sulla norma degli italiani, dei
quali, eomecchè alterate, serbano per lo più le flessioni carat-
Icrlslidtt. Perciò il verbo ausiliare aK>ere seguito dal participio
su
PARTB SECONDA.
vale a formare le voci passate mancanti, mentre il verbo èssere
collo stesso participio provvede all'assoluto difetto della voce
passiva. Con tutto ciò molte sono le varianti in ogni dialetto, pei
la formazione delle voci in ogni modo e tempo, ed a pòrgerne
un Saggio soggiungiamo la conjugazione attiva dei due verbi tra-
pare e tenere nei tre dialetti Bolognese, Reggiano e Parmigiano.
Abbiamo preferito questi due verbi, poiché in tutti i dialetti pos-
sono rappresentare il modello, su cui la maggior parte degli altri
si conjuga; non lasceremo però d'avvertire', che innumerevoli
sono le irr^olarità dei verbi in ciascun dialetto, il notare distin-
tamente le quali sarebbe assai difficile e forse inùtile fatica.
BOLOGNESE
REGGIANO
PARUIGIANO
jlfodo indefinito.
Tempo presente
Ten^ passato
Tèmpo futuro
Gerundio
Participio (a)
parlar
avèir purta
àssr pr parta
partand
parta
parlar
aver parla
èsser per parlar
parlànd
parta
portar
avèir porta
èsser per portar
porland
porla
me a pori (6)
té V pori
la a'I porta
na a parlèin
va (e) a parla
lòar pòrten
jlfodo Indicatìoo.
ToBpo Preaente.
me pori (d)
té V pori
Io porla
nò
vò
lòr
I parlèm
)parlòm
parla
pòrten
mi a
liar
col ci
na a
va a
lòri
pori
pori
porta
portèm
porta
pòrten
Tempo Panato Prtetioio.
me a
ter
laan
nn a
vo a
lòur
parlava
purtàv
parlava
purtàven
parlavi
partàven
me
parlava
mi a
portava
ter
partav
li al'
portav
lo
parlava
lael
portava
nò
partavem
na a
portavem
vò
purlavev
va a
porta vev
lor
parlaven
lòri
portaven
MAURI EHIUAMI.
91»
net portò opp.jò
té a r partasi t'a
'u a n puntò à
'lu a purtònn avèin I '^'
v^ a purtassi avi
tour purtònn àn
e
ESS- i*
VSL
me
tét'
la
nu
vu
lòur
me a
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lu aM
xu a
Tua
lòur
né
la
na
vu
lòar
aveva
avòv
aveva
avèven
avevi
avèven
purtarò
purtara
purtarà
purtarèin
purtarì
portaràn
arò
ara
ara
arèin
ari
Taaip* VÉnato PorMo.
mèi
-. irpurtéss
^ )rpurtés8et
) purtò / ^
purttoev favi
lòrj
Teapo Pattato Rimoto.
me 1}
nò
vó
purtam ^
purtòm
mi a porti opp. Jò
Uarportiss Va
"1
Jema i ^*
avemal
té
lo
nò
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lòr
I J^ iva
aviva
I V ivet
) V avivet
li:
If
ij'ivev
Ij'avivev
f iven
aviven
riva
aviva
I J' ivem
avivem
e
lu el porti rà
nu a portissem T
vu a portissev J^avi
lòr i portin òn i
mi a j' l *^*
' I aveva
«'»*^ la^^év
lu r
nuj'
vuj'
lòrJ'
lava
) aveva
lave
lave
avem
avèvem
Javev
f avévev
làven
I avèven
Tempo Fatoro.
fflè purtarò
purtara
purtarà
ter
lo al
nò
vò
lòr
Jpurtarèmm
purtaròmm
purtarì
purtaràn
mi a portarò
ti a t' portarà
lu el portare
nu a portarèm
portarì
vu a
lòri
portaràn
Si
Teapo Fntnro Pattato.
me
ter
lòr
nò
vò
lòr
arò
ara
ara
iarèm
iaròm
arì
aròn
mi J^ arò
ti r ara
lu r ara
nu J^ arem
vu J' arì
lòr j' aran
"1
r.
?
p:
Modo /mperatkfo.
pòrta té
portate
porta
eh' la pòrta
eh' al pòrta lo
eh' el porta
purtéin
ipurtémm
) purtòmm
portèma
purta
parta
porta
chM pòrien
ehe pòrten lòr
Modo Congiuntivo.
eh' i pòrten
•
Tempo Pretelle.
eh' me a pòrta
che me porta
eh' mi a porta
ch'tét' pòrt
che té t' pòrt
eh' ti a t' pori
•
ch^ lu pòrta
che Io pòrta
eh' luel porta
ch^ na purtàmen
c'-* IJUSS
eh'nu a portéma
ch^Ttt purtadi
che vó partadi
eh' vu a porta
chMòor pòrtan
J
ehe lòr pòrten
rcmpo Pattato PròttiaM.
eh' lòr 1 pòrten
eh' me a purtass
«=— * iks
eh' mi a porlass
eh' té V portàss
«*e'*t')ESJS'*
ch'tiat'portass
eh' la purtéss
«"«•*-)&
eh' lu el portàss
eh' nu a purtissen
chenA {P»'l*»««»
J purtassem
eh' nu a portassem
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chevó JP»[Jf«e^
} purtassev
eh' vu a portassev
ehMòur purtàssen
che lòr JP^Iésse»
j purtàssen
Tempo Panato Perfetto.
eh' iòr i portasscn
eh' me J ~^„
f apa
eh' té t' àv
che me àbia \
«"««^tiàSet /
ch'aj' àbia \
ch'at' àbi 1
lapa V a
eh'na avamen [ »*
che lo àhia 1 «g
) e
. . 4 abièmm f 3.
^^«»* iabiòmm h*
eh' r àbta [ ^
eh' i' avéna ( S
eh* vu avàdi 1
che vó abiadi 1
eh' i' avi 1
l apen '
che lòr àbicn /
eh' j' àbian j
ch^ me avèss
eh' té r avès8
eh' lu avèss
eh' nu avèssem
eh' vu avessi
chMòur avèseen
, I purtaré
ì purtarév
ìa |, \ purtarèst
fpurtarèss
la a' I purtaré
nu a purtarèn
va a purtarèssl
lòur purtarèn
me
ter
lu
^u
>ru
^òur
are
arèss
are
arèn
arèssi
arèn
MALim BMlUAflI.
Tenpo Pinato RiMVto.
317
s
e
m
Che nò 1**^ ^ ^*
) avissem
chevó 1^^
lavissev
chelòr te^„
f avissen
jlfodo Cmimonale.
Tenpo PreMnte«
me purtarév
j^ |, 4 purtarìss
I purtarìsset
lo al purtarév
nò purtarissem
vò purtarissev
I lòr purtaréven
Teni|Ni Passato.
me are
té V \ ""**•
^ * ) arìsset
lòr
ch'j' •***
I aviss
chT 1'*»,
Javiss
chT V^s
)avi8s
. , ., I ìssem
^ iavissem
?
ch'i' }
I eh' J'
issev
avissev
lissen
iavissen
jaré
larév
nò
vò
lòr
arissem
arissev
larén
iaréven
"1
mi a portare
ti a t' portariss
lu el portare
nu a portarissem
vu a portarìssev
lòr i portarén
mi a J^ are
ti a t' arìss
lui'
are
•g
nuj'
vu J'
lòr j' arèn
anssem
arissev
Tmpo pre$ente
Tèmpo patioio
Tailfùpawro
Genaéh
Paradph
Modo Indefinito.
tgnir
avèlr tgnù
èssr pr tgnir
tgnagànd
tgnù
tgnir
aver tgnù
èsser per tgnir
Itgnènd
I tgnand
tgnù
tgnir
aver tgnù
èsser per tgnir
tgnèìnd
tgnù
318
PARTE SfiCOIfDA.
me a tegn
ter tèin
lu a' 1 tèin
nu a
tgnèin
vu a tgni
lòur i téinen
me
té V
luaM
nu a
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lòuri
tgnèva
tgnév
tgnèva
tgnèven
tgnèvi
tgnèven
Modo Indicativo,
Tenpo PrcseDte.
tègn (e)
tln
tin
(tgnèm
itgnòm
tgni
tinen
Tempo Passato Pròfsino
tgni va
me
ter
lo al
nò
vò
lòr
mi a tèign
U a r tèin
lu el tèin
nu a tgnèima
va a
lòri
tgni
tèinen
me
tòt'
(tgniv
ì tgnivet
me a teina op.jò
tét' tgness Tà
lu aM tgné à
nu a tèinsen avèin
vua tgnéssi avi
f
IO al tgniva
nò tgnivem
vò tgnivev
lòr tgniven
Tempo Panato Perfetto.
me tgni 099. Jò
rà
mi a tgnèlva
ti a V tgnèiv
luel
nu a
vu a
lòr i
tgneiva
tgnèivem
tgnèivev
tgnèiven
D
me
ter
lu
nu
vu
lòur
aveva
avèv
aveva
avèven
avevi
avèven
té V tgnis
lo al tgni a
nò tgni88em|jj;;|jjj
vò tgnissev J avi
Tempo Passato Rimoto.
0 »viva
V ivet
avivct
^, „ S tèins ^^^^ .»
""'Mtgni ^J^
rà
) tgniss
lueljlt^^
*tgni
•
..» » I tèinsen i j'*cma
nu a { . _ ! •» I
I tgnissem I j avemaj
„„ • \ tèinsev .,
^"M tgnissev J^^'
lòri
(tèinsen
itgnin
àn
té
lo
no
vò
lòr
J V ivei
1 V avi^
J r iva
) V aviva
\ ], ivem
I j avivi
r
avivem
j' ivet
avìvel
" ivan
H
avivan
lava
mi a j' ]
* ì aveva
av
avév
lur
nuj'
vu j'
lòri'
lava
{aveva
I avem
favèveml
lavev
} avévev
làven
I avèvea
9
me a
lèi'
lu sex
nu a
vu a
ìòur i
tné
té l'
lu
na
vu
lòur
ch'ai
ch'i
Ignerò
tgnerà
tgnerà
tgnerèin
tgnerì
tgneràn
arò
ara
ara
arèin
ari
aràn
tèhi
tègna
tgnèhi
Igni
tègnen
ch^ me a legna
«h' V tégn
«h' lu al tégna
^h' nu tgnamcn
«h' vu tgDadl
^cbì* lòur tégnen
di' me a tgnése
chU' tgnéss
eh' la al tgnéss
eh' nn tgnéssen
eh' vu tgnéssi
eh' lòur Imiéssen
DIALEITI EMILIANI.
TcMfo Fatuo,
me
té t*
16 al
219
p
e*
tgnirò
tgnira
tgnlrà
I tgnirèm
} tgnlróm
tgnirì
tgniràn
Tempo Fntnro Pattato,
me arò
tét' ara
ara
nò
vó
lòr
mi a tgnirò
U a t' tgnira
luel
nu a
vu a
lòri
tgnira
tgnirèima
tgniri
tgniràn
lo
nò
iaròm
iaròm
OQ
vo an
lòr aràn
Modo Imperatm.
tinte
eh' al tègna lo
'\ tgnèm
Itgnòm
tgni vò
ehe tègnen lòr
Modo Cùngiuntioo.
Tempo Presente,
ehe me tègna
che té t' tègn
ehe lo tègna
ehe nò tgnèm
ehe vò tgnidi
ehe lòr tègnen
Tempo Pattato Pròttimo.
ehe me tgnéss
che lo tgniss
che nò tgnissem
ehe vò tgnissev
. ,. itgnissen
^^"^ »«' } tgnisser
mi J' arò
ti t' ara '
lu r ara
nuj'
vu j'
lòr j'
eh'el
chM
arem
ari
aran
tèin
tèigna
tgnèma
tgni
tèignen
eh' mi tèigna
eh' U t' tèign
eh' lu el tèigna
eh' nu tgnèima
eh' vu tgni
ch'lòriì?*"^
Uegnen
eh' mi a tgniss
eh' ti te tgniss
eh' lu el tgniss
eh'nu a tgnissem
eh'vu a tgnissev
eh' lòr i tgnìssen
D
220
PAKTB SBCONDA.
CD me I ..
lapa
eh* té V àv
eh' lu I ?^*
eh^ nu avamen
eh^ vu avàdi
eh' lour < -^
f ao
en
apen
eh' me avèss
eh' té t' avèss
eh' lu avèss
eh' nu avèssem
eh' vu avessi
eh' lòur avèsscn
me a
té t'
lu al
nu a
vu a
lòur i
me'
tgnerà
tgneréss
tgnerà
tgneràn
tgneréssi
tgneràn
té t'
are
aress
lu
are
nu
arèn
vu
arè8s<
lòur
arèn
9
Tempo PassAto Perfetto.
che me àbia
chetér!?|j|,
' abiet
che lo àbia
^« "« ) abióm
che vó abiàdi
che lòr àbieii
09
S
ch^ a J' àbia
eh' a t' àbi
eh' r àbia
ch^ j' avèma
eh' j' avi
eh' j' àbian
9
e*
9
Tempo Passato Rinoto.
che Io !•*•.
.; I aviss
-K»„A jìssem
chevò}'"*^
I avissev
che lòr l*»*»"
I avissen
Modo Condizionale.
Tempo Presente.
tgnirév
\ tgnirìss
iss
avìss
eh'j' I
éh'V 1"*
t aviss
eh'i' r^.
i aviss
., \ issem
J javissem
ch'i» }
ch'i' J
issev
avissev
ìssen
avissen
me
** *' ) tgnirisset
Io tgnirév
nò tgnirìssem
vò tgnirìssev
lòr tgniréven
Tempo Passato.
e*
OR
9
f
me
té t'
lòl'
nò
vò
lòr
ara
lariss
iarìsset
iaré
)arév
arìssem
arissev
larén
(aréven
f
mi a tgnirè
ti a te tgnirìss
lu el tgnirè
nu a tgnlrissem
vu a tgnlrissev
lòr a tgnirèn
mi a j' arò
ti a t' arìss
lu r
are
9
nu J' arìssem
vu J' arìsscv
lòr J' arèn
233 PARTE SBOONDA.
lo a^l tèHj no a tgnìmm o tgntmmay od a Igni^ lór a tènen.
Nelle colline e sulle alpi reggiane invece nel plurale ùl: nò tgnùm
o Intima. E lo stesso dicasi di parecchi altri tempi e di tutti i
dialetti, i quali più o meno variano, non che dalla città alla
campagna, da luogo a luogo.
Per ciò che risguarda la sintassi, ripetiamo quanto abbiamo
accennato, parlando dei dialetti lombardi, e per pòrgerne più
chiara idea, soggiungiamo la versione della riferita Paràbola di
s. Luca, in tutti i più distinti dialetti emiliani.
^,T
!*^
CAPO II.
f^crsione della Paràbola del Figlimi Pròdigo,
tratta da S. Luca, Cap. XF, thei principali dialetti emiliani.
Per la lettura delle seguenti Versioni, non che dei Saggi di
letteratura emiliana che succèd(mo, invitiamo i lettori a rivedere
i segni convenzionali da noi preferiti, onde rappresentare nel
modo più sémplice i suoni disparati di tante btelle diverse, e
meglio chiariti a pag. 35.
Perchè poi lo studioso che vorrà lèggere questo libro possa
con maggiore fiducia fondare i propri giudicii sopra le stesse
Versioni, avvertiamo, essere tutte òpera de' più distinti cul-
tori de' rispettivi vernàcoli, come appare dai nomi che ab-
biamo apposto in calce d'ogni versione, onde attestare nello
stesso tempo ai medésimi la nostra più viva riconoscenza. Per
quelli che non fossero per avventura abbastanza versati nelle
letterature vernàcole emiliane, accenneremo ancora, come il
ichiaro signor Camillo Minarelli goda riputazione di valente poeta
fra i soci concittadini, pei molti pregévoli componimenti da lui
^lati alla luce in dialetto bolognese; come il chiaro Antonio Moiri
sia autore dell'importante ^ocafto^orto Botnagnolo'TtalianOy ed il
prof. Domenico Chinassi di vari componimenti inèditi romagnoli;
come il canònico prof. Ferrante Bedogni s' abbia il primato fra i
poeti vernàcoli reggiani, il chiaro signor Landoni fra i Ravennati,
il professore Siro Caratti fra i Pavesi; e come tutti gli altri, che
gentilmente ci apprestarono qualcljie versione, non esclusi coloro
che per sola modestia non ci perioakero pubblicare i loro nomi,
abbiano tutti ben meritato della lor« patria, mercè un prezioso
corredo di studj, c^i sulle clàssiche^ come sulle nazionali favelle
rispettive.
18
22/i
PARTE SECONDA.
DiALBTTO BOUMSNESE.
11. Un zeri òm ave du fiù;
12. E al più pzèin d' questi déss ai
pader: Pà, dam la mi pari dia roba
che m^ tocca; e Io i parte la roba.
15. E dop nen par assà de , mess
Insèm agn cosa, Tandò vi in t'un
pijèis lontan, e là al stmssiò la so
roba, vivènd da trop murbèin.
14. E dop eh' l' av striissia tutt, al
▼gnè una gran carestì in quel pajcis,
e Io cmlnzò a truvàrs in bisògn.
f tt. E rande, e al s^ méss al servezi
d^un ztadèln d^ quél piyèls, e quesi
al mandò in V un so lug a badar ai
purzi.
16. E r aveva vuja dMmpìrs la so
pinza d' quél jand eh* 1 purzi magna-
vBii p e ensùn j' in dava.
17. Intimi pensànd mèi ai fatt su,
al déss: Quant garzòn in cà d' mi
pader i àn dal pan d' avànz , e me
qnh intani a mor d' fam!
it. À turò sUf e s'andarò da mi
|NÌder, e ai dirò: Pà, a jò fatt un
gran tort al zìi e a vò;
19. Za a n* son più degn d* èsser
dama vèster llòl; tulìm cm^un di vò-
itar ganòn.
•0. E tulànd su, al vgnè da so pa-
der. Hèinter l'era anc luntan, so pa-
der al V i vést, e al s"* muvè a cum-
panlòn, e currenda J Incontra, al sM
tré al col, e s^al basò.
Si. E al fiòl i déss: Pà, a jò fatt
un gran tort al zil e a vò; za a n' son
più degn d^ èsser ciamà vòster fiòl.
82. Allóra al pader déss ai su ser-
vilùr: Prèst, tuli fora Pàbit miór e
vstìl, e mtii in did Panel, e i scarp
in Vi pi;
23. E condusì què un videi ingras-
sa, e ammazzai, e fèin tantara;
24. Perchè st' mi fiòl era mort, e
s'è arsussita; l'era pèrs, e s'è truvà;
e i cminzòn a far tantara.
28. Infànt al fiòl più grand era in
campagna, e vgnànd, e avsinànds
a cà, al sintè la sinfunì e i cantùr.
20. E al clamò un servitór , e s' 1
dmandò: Cosa fuss quèst.
27. E lo i déss: L'è vgnu vòster
fradèl, e vòster pader Pà fatt ammaz-
zar un videi ingrassa , perchè al Pà
turnà avèir san e svèlt.
88. Allóra lo sMnstizzè, e a n' vleva
andar dénter. AI pader d* lo donca
vgnù fora, cminzò a pregarci.
2§. Ma lo, arspundènd, déss a so
pader: Guarda, Pè tant aa ch^a v'
sèrev, e mai a Jò dsubidé a un vòster
cmànd , e vu mai a n* mi avi da un
cavrètt , da far una striva con 1 mi
amig;
so. Ma sttbit pò eh' è arriva st' vò-
ster fiòl, chi s'è magna tutt al so
con del dunàzzl, avi ammazza un vi-
dei ingrassa.
Si. Ma lo i déss: Fiòl mi, tè Vi
sèmper mig, e tutt la mi roba è io;.
S2. Intani cunvgnéva fir tantara ,
e goder, perchè si' tò fradèl era mori^
e s' è arsussita; l'era pen, es^ iruvà.
Camiuo MiiuaELu.
DlALEin EMILIANI.
22»
Dialetto Fabntiiio {Romagnolo).
li. U i fo un sgnór, ch^ avevi du
caghèz ;
12. Un de e piò pznén u I dast:
Bab , dem la mi péri dia roba ch'a
in' foca; e e pédar e fé aòbll a e màd
Uè fiól.
is. E quand cbe Peb bèli e clie
avù tot quel die oléva, e l6s so, e u
s** mess a viazèr e mond , e a divar*
lìsla a piò non posa.
14. E za l'aveva oramét de Tonda
«A tol e su , quand eh' u I arivé adòss
una carstéja acsè granda, che se vòs
magne,
1 a. U i iucche d'aidér a sarvì, e e
Co mandé in campagna per guardiàn
da pòrc.
te. E a tìi e quignéva magne dal
Sènd» e pu i In fosse siè.
i 7. Siche nn de pinsènd ai cbét
su, eprlnzipièadi: ChesamèlquénI
«arvllùr adèss in cà d' mi pédar i fa
salàcqv de quell da magne, e me aqué
ma m'' tocca a murim da la fan!
1 8. ▲ voi aviéffl da qué e tnrnér
^ ca d' mi pédar, e ai dirò: E mi bab,
«xie a cn&is ch'ò fallò prema cun e
Signor, e pn cun vò;
19. A n' so' piò degn d' èssar cia-
cco vòstar Sòl, tném aqué par vò-
^^tar aarvitòr.
jlo. E deli e faii u s'incaminc par
^.umésn' a ca; e za u i era iani vsén,
^:ht so pédar n '1 vési, e sòbii u 1
^m^vm iocooira , e u '1 prinzipiè a
^sibrané e base.
ai. E fiòl u i dess: E mi bab, me
«SI cnòss eh' ò falle prema cun e Si-
gnor, e f« cun vó; a n' so' piò degn
ci' èssar dame vòstar fiól.
ss. Ma su pédar aiora e dess ai su
aarviiùr: Presi, purté aqué e piò bel
èbii , e vsiii; meitj nn anèl In i'al di-
da, e i sohèrp in tM pi ;
ts. E amazsé e piò videi grass, ch'a
vlém sièr alegraméoi ;
94. Parche sin aie fiòl l'era mori,
e u rè risussiic; a l'era péra e u i
s'è iruvé d' bel nòv; e acsé 1 cminzè
a magne.
taJB fiòl piò grand l'era aadé In caai-
pagna; in te vnis a cà, e prema d'iniré
dentar, e siniè sia grattd algréja;
sa. E dame on di su sarvitùr, e
u i dmandè quel ch'era loi d'amor.
27. E e sarvitòr u 1 dess: L'è tur-
no su f radei y e su pédar o z' à faii
amazzé e piò bel videi, parche u l'è
vosi tu me san e séluv.
SS. Ha io d' sie qué u s' l'eb iani
a e nès, eh' u n' vleva gnanca inirér
in cà ; e su pédar u l'andò fora a prò*
ghél parche eh' l'intréss.
la. E fiòl piò grand u I dess: Bra-
vo; me che da taniénn in qua ò eèm*
par fati tot mèi quei eh' a m' avi cman-
dé, a n' ò mèi lisù ave da vò gnanea
un cavrét da magncm cun 1 mi amig;
so. E adèsa eh' l'è tumé si' éiar
d'éssas strascinò gni cosa cun dòuB)
a i avi faii amazzér e piò bel vide!
eh' a z' avéssum.
31. Ma su pédar u 1 arspòs: Te, e
mi fiól, t' sé sèmpar cum me, e tot
quel eh' è e mi , l'è anca e tu ;
sa. Mo adèss e bsugnéva ben mu-
stré tota mèi la cuntiniezza, parche
tu f radei ch'era mori, l'è novamcnt
risusslié; a Tavemi pérs,e Tavén
truvc d' bel nóv.
Antonio Morsi.
^^6
PARTE SECONDA.
Dialetto Ravennate {Romagnolo).
li. Uo òm l'aveva du fluì.
la. E e piò aóven d^ lor dess ae
pader : Bab, dasim la mi part eh' a m*
tocca; e lo e fase al pari.
fls. Dop a puc de e piò lòven, fati
e fagòt , u s' n' andò in V un paés lon-
tana e dasè fond a tot, vlvènd da gran
sgnoràzz.
14. E quand eh' Fave struscia tot
quel eh' T aveva, e veni una gran ca-
rìsti In che paés , e lo e prinzipiè a
soffrì la miseria ; *
la. E Taodò da un abllànt d' che
paés, eh' ul mandò hi l^una su cam-
pagna a bada al pure.
le. L'aréb vlu almònc Impìl la pan-
za del glànd eh' magnava i pure , e
nlión tt in' daseva.
1 7. Pensànd allora al cas su, e dess :
Quant servitùr In cà d' mi piider à
de pan a crepa-panza , e me fquò a
mòr d' (am !
18. À toro so, e andarò da mi pa-
der, e ai dirò: Bah, a ]ò pca contr' e
zily e ooQira d' vò;
19. A n' so' piò degn d'esser cla-
ma vòster fiòl; tnim com'on di vò-
ster servitùr.
ftO. U s'alzò so, e l'andò da su pa-
der. L'era ancora lontàn da cà, che
su pader ul vest, e u s' slntò com-
mòss, e u 1 curro incontra, e u s'I
buttò àe col, e ul basò.
91. E fiòl alora u i dess: Bab,ajò
offés e zll,e jò fatt mài centra d' vò;
a n' mòrlt piò d'esser clama vòster fiòl;
as. Ma e pader dess ai su servitùr:
Porte iqvà sóbit e piò bel vstì, e met-
tici in doss, mettii l'aneli in did, e
al scàrp in t' I j)ì ;
a 8. E andò a to' un vidòll e piò
grass, e ammazzèl, e eh' u s' magna,
e eh' s' staga in gazzoviglia;
84. Parche st' mi fiòl P era mort,
e ré arsussità; Tera perdù, e Fé sta
truvà; e I eminzò a magna.
att. Intànt e fiòl piò grand l'era in
campagna, e tomènd, quand e fo
vsén a cà, e sintè a sona e canta ;
a e. E clamò un di servitùr, e u i
dmandè cosa eh' l' era suzcss.
97. E servitùr u i arspondè: L'è
toma vòster fradòl , e vòster pader
l'à fatt ammazza e vidèll e piò grass,
parche l' ò toma san e sàlov.
98. Alora e piò grand qs'insUzzè,
e u n' vleva intra in cà; Evenl fura
su pader , e cmlnzipiè a preghèl.
99. Ma lo, arspondènd, e dess a
su pader: Ecco iqvà, f e tant ann
eh' a v' sèrov, e a n'ò manca nna
volta d'ubldiv, e vò a n' m'avi mai
da un cavròtt, da gedòm cun I mi amìg;,
so. Quand però l'ò turnà st' vòster
fiòl, eh' l'à struscia tot e su col dun»
nazzi , vò avi fatt ammazza e vldèli
e piò grass.
31. U 1 arspondò allora e pader ?
Fiòl mi, te t' si sèmper cun mò, e tot
quel eh' a ]ò, l'ò e tu;
sa. L' era trop gìòst d* fi allegri e
d' fa banchètt, parche sto tu fradòl
l'era mort, e Tè arsussità) l'era pers,
e u a' ò truvà.
Jaooto Landom.
DIAUm EMILIANI.
M7
DuLirro IfUcmii {Romagnolo).
1 1 . Un om r avevi du fiat
is. E piò pznén e déas a su pèdar:
^b , dasìm la pirt diami robaéb'a
ori'' tocca; e Io e fase al pari lrad'16
dal su sttstanx.
fls. Da la a pucda, mesa iosèn eh^
r avét ogni còsa, u s^ n'andè in Tuo
pajés luntàn, e e straseinè tot qud
eh' r aveva in V i véli.
14. £ quand di' Tavél consuma
ogni còsa y e vens una gran carastéja
in V che pajés , e io e priniipiè a
f ruvès in di bsògn.
ts. V andè e u sMntrudusè da un
zittadén d^che piyés, eh* u U mandè in
campagna a cundùsar in camp di pure
1 6. E r aveva vója d' impìs la p&n-
za dal giànd, eh' magnava i pure; e
«nsòn a i in dava.
17. Turna che fo in tè, e deas:
<^uanl servitùr in cà d' mi pèdar i à
^e pan in abnndanza > e aè aquà a
m** mur da la dm !
i«. A m' alzarò so, andrò da mi pe-
<dar , e ai dirò : Rab, a jò pei contra
« Signor, e contra d' vò;
19. A n' so' piò degn d' èssar cia-
na vòstar fiòl; tratèm cum a fasi
«n di vòster sarvitùr.
so. E alièndas so, Pandè da su pe-
star. V era ancora luntan, quand che
su pèdar u '1 vést, e muvèndas a
tumpassiòn , u i currè d' incontra, u
i battè al braaxa a e coli, e u '1 base.
li. E su fiòl u i déss : Bah , a jò
pei contra e Signor , e contra te ; a
n' so* piò degn d'cssar ciamà tu fiòl.
st. £ pèdar e déss ai su sarvitùr :|u s' e truva.
Prèst , andé a tò fora e vati e piò bel,
e mittijal adòs, e mitUi V anèl in te
did, e al schèrp in t'i pi;
Gundusi aqua e videi piò grass,
, eh' a vlèn magne e a vièn
fé prans;
94. Parche ste mi fiòl Pera mort,
e u s' è arsusclti; Pera pers, e o s*è
truva. E 1 prinzipiè a fé guzzuveglia.
ts. E fiòl piò grand intant l^ra in
campagna, e in te turnèr a cà, quand
e fo vsén, e sintè 1 son e 1 bai ;
se. E dame on di su servitùr, e u
i dmandè cosa eh' fioss quel.
S7. E lo u i arspundè: L'è toma
vòstar fradèl, e vost pèdar Pà amaz-
zà un videi gras , parche u P à avù
san e saluv.
ss. Alora u s' instiizè,e u n'u vleva
andè dentar; parò e pèdar e vens fo-
ra, e e cminzè a preghèl.
89. Ma lo u i arspundè, e e déss a
su pèdar: L'è tant ànn che me a v'
sèruv, e a n' ò mai trasgradi un vò-
star cmand, e vò a n' m' avi mi da
gnenca un cavrèt eh' a me godèss
cun i mi amig;
so. Ma dop eh' è vnù ste vòstar
fiòl , eh' P à consuma tot e su cun
dal don d' mond, avi amazza par Io
un videi grass.
SI. Ma e pèdar u i déss: E mi fiòl,
te t' sì sèmpar cun me , e tot quel
eh' a jò P è e tu ;
sa. Ma l' era giòst eh' a fasèss guz-
zuveglia e festa, parche tu fradèl Pera
Imort, e P è arsuscita ; P era per» , e
Prof. DoMBNicu GniNASsi.
928
PARTE SECOPmA.
Dialetto Imolesb {Homoffnolo).
11. Un òm P aveva du fluó;
19. E é piò zuvnàzz u i déss: Bab,
dèm la pari dia ròba ch^ a m^ tocca;
e lo 0 i fé la partliiòn dia ròba.
f s. Dop paòe de , calò e iaòl tò la
so part , e u s^ n' andò in viaz lontàn-
loniàn , e é de é fòm a lòtta la so rò-
ba, fasònd na vita da scanstra.
14. Dop ch^ r ave stroscia ni-cuós-
sa, é veni na gran carestéja in t' che
p^im^ e lo é prinzipii a n* savé oom
s'a
18. E taòS so, e u i' mltté per gar-
zòn con on da là , ch^ ul mandò V la
so possiòn a mnar alla paitora i puòrz.
le. Lo P arév toòlt pr impil la pan-
za a magnar I eurnéd d^ fiva, ch^ ma-
gnava i puòrz; ma nsòn 1 in dava.
17. Allora é mitté è zervèl a parti,
e 8^ déss: Quant garzòn d' me pi s^
botta dré é pan, e me aqué a cfép d'
fami
18. A turrò so, e V andarò da me
pa, e ìM dirò: Bab, a jò fatt pei
centra é Sgnòr e centra d' vò;
19. A n^ so piò degn ch^ a m* cia-
miva vost fiuò; tgnéra com òn di vost
garzòn.
SO. E é tuòS ^ , e i' veni da so pi;
e so pi, eh' ul vést d' lontàn, u i savé
d^ mal , u i curré incontra, u i' 1 bot-
te a é coli , e r é baie.
ti. E allora é fluò u i déss: Bab ,
a Jò fatt pei centra é Sgnòr, e centra
dWò ; a n' so piò degn, eh* a m^ eia-
miva vost fiuò.
ss. Ma r arzdòr é déss al so gar-
zòn : So, porte aqué é piò bel vstmcnt,
e mittéja; mittéi P anèl in t* é dì, e el
searp In V i pé.
25. E tuie é videi d' InTla grassa^
ammaszél, e magnénsel e fén coecagna;
94. Perché sP me floò P era muòrt»
e Pè arsnsclti; u i' era peri, e u i*è
attruva ; e i cmlnzé a sguazzi.
90. Ma é fino piò grand ch^ vgneva
d'in P é camp, t' P avsinai a la cà ,
é ilnté ionar e cantar ;
96. E é ciamé fora un garzòn, e i^ i
dmandé eòasa eh' i era d* dòv.
97. E lo o 1 déss: Pè vgnù vòst
fradèi , e vòst })a P à ammazza é vi-
dei grasB , pr avél toma a vdé san e
svòlt.
98. Allora u i veni la stézza, e i' en
vréva gnanc andi dénter,donca é de
fora so pi, e scminzé a seenzuriL
99. Ha lo P aripundé , e i' déss a
so pi: T' aqué, me eh' a v^ aervch^ Pè
tant, e eh' n^ ò mii sgarri da é vòst
cmand , a n^ m^ avi mii di un cavrétl
da fa baracca con i me amig ;
so. Ma qnand P è vgnà aqué sC vòst
fioò, ch^ s^ è magni la J» part con del
sgualdrén, avi ammazzi é videi grass.
SI. Ma é pi u 1 aripondé : lìuó me,
tè V sé sèmper con mè^ e tòt quel che
me a jò , P è é tò ;
S9. Bisogniva donca sgoassi, e star
allégher , perché st' tò fhMlèl V era
moòrt, e P è arsusciti ; u i' era peri,
e u i^ è attruvi.
Conte Aw. AMTOMto Makcurti.
DIAtRTI EMILIANI.
S9D
DiALiTTo FoKUvisi (/fomofiffioto).
II. U i fop un òn ch^ Pavé da liùl;
is. E e piò pèeenlegièaeiulMb:
Bab , eh' a nu m' daai la parte d' quel
^h' u m^ foche ? £ Io n i la date.
13. Dop a quèic de, e piò
racòlt eh' P ave tot quel che e su hab
u i aveva da, e tose so, e l'andèp in
V un paiès tuntàn, e De u t^ struaciè
igDaquèlyOuiand unavitedabaraccòn.
14. E quand e fop armisi senso
ignìnt, è riva adòss a che paiès una
gran carsti, e cusaraiaiiò sanse l'elme.
la. U s^ andò a méttar a fi e sar-
vitór in V na eà d' un agnòr , ch^ ol
mandèp in campagne aliÉdari pure
16. E u s** sari magni la gèade di
pure; ma intsùn i in dasevo.
1 7. E lo e prinsipiè a méttar eiaiw
vèl a partì , e edsè : Oh 1 queot sar*
vitùr eh' l'à e mi bab, ehM à e pan
a mesa gambe , e me iq«i a m' mor
d'Ian!
18. Ma me a m^ cavare d' iqué , e
andarò da mi pi , dsendl : Bab , me
a Jò pei contro e sii, e a V* ò ufiés •
i9. A n' so' pio degù d' ess clama
e vost iòl ; tnim sol com' un d^ chii-
tar vost Mrvitùr.
80. Det e fat , e tus sòy e u s' n'an*
de de su hab ; e avanti eh' u s^ ari-
vèss a ci , e su bab al vèst da lun-
làn , a 6' move a compasslòn , u i
curs incontro, e ul abrassè.
81. E e flòl sòbit u i déss : Bab ,
me ò pei contro e sii, e a v' ò uffcs;
a nu m' mèrit d'cssar dama piò e
vosi fiòl.
81. Allore e bab e déss ai so sar-
vitiir : Andèn presi, v. tuli i mei abit.
e sòbit amanèl, e purtèi un anèl e mi-
tìal in did, e mitii al scarp in fi pi;
8S. fi a javi da tò un bel videi grass,
e amassèl par potè magni e sii ali-
pèeeul^gramént;
84. Parche sto mi fiòl T era mori»
ere arvivi ; a l' aveva pers, e adèss
a l' ò truva. E sòbit i cminsè a ma-
gni e sii aligramént.
sa. E ragàs piò grand che vneve
alloro d' in tè camp, tumind e ava!»
ninds a ci, e slntè a canti e a suni;
88. E a ciamèp un di su gariunyO
u i dmandè quel ch^ l'ore cT alegrì.
ly. E gariòn r arspondè : L^ò tur-
ni e vost fradèl, e e vost bab Vk M
amassi un videi grass, par «vèl tro-
vi san e siluv.
88. E lo u s' sdignè tant,ch'u nWle*
ve intri gnanche ini' cà. In die mon-
tar e su bab e dasè fura, e u 'I pre-
ghè eh' l'antrèss dentar.
89. E lo u i arspundèy cui déss:
Vo a savi, eh' V è tini in che me a
v' ò ser>ì, e a n' ò fai mii ignint oos»
tra a tot quel eh' a m' i .cmanda, e a
n' m' avi di mai un cavrèi da magnim
cun i mi cumpogn ;
so. E sV èlar vosi flòl, eh' rè tur-
ni, e eh' T è qud eh' s' è stmscii la
robe cun dal dunàssi, ai par lo amas-
si un videi grass.
SI. Ma e bab u 1 déss: E mi flòl,
ti t' sì sèmpar enn me, e tot quel di^ a
jò , r è e tu ;
38. Ma adèss e bègne lai feste e sti
in alegrì ; parche sto tu fradèl V era
mori, e rè risusdii; l'era pers, e a
8* è truvii.
Doti. Amtonui Matteucq di Forlì.
Ì30
PARTE SBCO!n)A.
Dialetto Rimimbse {Bcmagnoio).
1 1 . 1 era un ieri òm eh' l'aveva dò
fiól;
f t. B più pmèln d' lór e déss m'e
pèdre : Bab , dasim la pèrla dia roba
che m' tocca ; e e so bab e sparté la
roba, e el deeé su pèrta.
f s. E dop poc gióme e mane tòt
ni còsa sC* nói più péccul e s' mite in
viax^ e Taodasé V una littà da lon-
tin y e Uà e strusciò tòt la su roba ,
Ylvènd eun grin luss.
14. E dop eh' l'ave lugrè ogni co-
sa, 6 ime una gran cristija a t'che
paéa ;e l6 e pranzlpiò andò in misèria.
is. B l'asdasé e s^ racmandò m'un
sgnòr d* che sit, eh' el mandò m'una
su puitfòun a bade i baghin.
le. E dala gran fama e zarehèva
d* riflipU d' da glanda, eh' magnèva
chi baghin ; ma nissòn et deva qual.
i7. E pranxipiò allóra a pensò, e e
gè da par lo: Ohi quent sarvitùr a
t' chèsa de mi bab 1 à de pan quant
eh^l vòf e me iquè a m' mor da la
fimi
18. A turò so, artumarò da mi pè-
drCy e a i dirò : Bab, a Jò ufès e Si*
gnór, e a v' ò ufés a ma vò ;
19. A n' so' più degn d'ess ciamèd
VDst fiól; tulim cumè un di vost sar-
vitùr.
80. E tuie so, e l'andò de su bab.
L^ era la ancora da luntan, qoand el
▼èst e su pèdre, che za e s' muvè a
cumpassiòun, e ei curré Incòuntre, e
l'abrasiò me col, e ei basò.
91. E el gè allora e fiòl : Bab, a Jò
fai mèi In fazza Iddio e in fazza vò ;
a n' mèrit più eh' a m' ciammèva per
vost flól.
a 2. E pèdre allóra ci dèss gnlinl ,
mo e gè mi su sarvitùr: Fé pràst,
purtc òlla e vstìd più bon eh' i sia ,
e vstìl, mittìi un anèl t'el dèda, e i
calzèt t'i pìid;
ss. Ande a to un videi bèln grass,
mazzèl, e magnamma, e famma festa;
84. Perchè st' mi ilól l'era mort, e
r è risuscitè ; l' era pers, e a l' ò trov.
E I pranzipiò a fé festa.
%6. E flól più grand l'era andò in
campagna; e tnmànd In zitta, quand
e fó vsèin a chèsa, e sante i sun e i
chènt;
te. E clamò un di sarvitùr , e I
dmandò cus eh' l'era suzèss.
87. E 16 e 1 gè: L' è tornò a chèsa
e vost fradèi , e vost bab l'è maziè
un videi grass, perchè e l'è arvù sèn
e sélve.
98. Lo allora e s' n' ave per mal ,
e en vulèva gnènca antro a V chèsa.
E vena fora e pèdre, e i pranzlpiò a
preghèL
98. E lo l'arspundè, e e déss m'e
su bab : L'è tenti ann eh' a v' serve,
e a n' v'ò mèi manche, e vò a n' m' avi
mèi de un cavrèt da fé un imbrenda
cuni mi amìg;
so. E véin a chèsa st' vost flól eh' l'è
strusclè tut la su roba eun del dunaz-
zi, a i avi mazze sòbit un videi Mn
grass.
SI. E bab e 1 déss: Sèint, fiòl, té
t' sé sèimprc eun me, e tut la mi ro-
ba l'è roba tua;
59. La jèra d' giòsta eh' s' tòss fati
festa e alligna, perchè e tu f radei
eh' r era mort , l'è arvivid ; e s' cn
pcrs, e s'è truvèd.
N. .V
DIAUm EMILIANI.
231
DiAUTTo Cnvisi (Roìnagnoto),
1 1 . Un seri òm aveva da fiùl ;
K. E più KÒvan deas a e pàder: 0
bab, dasim la pari ch^a m^ tO€a d^mi
porsiòn; e lo e fez al parti fra i du fiùl.
is. Dop poc giòran fase fagòt e più
zóvan d' tot al su coss , e u s' portò
vagànd in lontàn paés, dov^ e stni»-
siò tot al so sostanzi, tnend una vita
lussoriosa.
14. E dop aver stnissiè ogni cosa,
è suzès in t^ che paés una gran care-
stia, eh' u 8^ ridóss in miseria.
is. Acsé ardót, u s'andò a racman-
dàr a un d^ chi benestànt d' che lug,
che ul mandò a una su terra a badar
i pure
16. E ravrèss volù magnar 1 legòm
eh' magneva anche 1 pure ; ma nis-
sòn gh^ an deva.
1 7. Alora e pensò a la so situaziòn,
e e dess: Ohi quant servènt eh' è in
chèsa d' mi pàder, e eh' i magna in
abondanza; e me a m' mòr dia fami
18. Andarò da mi pàder, e a i di-
rò: E mi bab, a Jò pchc contra e zil,
e alla presenza vostra;
i9. A cnóss, eh' a n' so' più degn
d' èsser dame vòstar flòl ; ma fasim
èsser un vòstar servitòr.
80. E s'andò da su pàder. Ed es-
sènd a zerta distanza , e pàder u 'I
vist , e u s' moss a compassiòn, e cor-
rènd'l incontra, u s' lasco caschè so-
na e su coli, e u '1 basò.
ti. E fiòl alora u i dess: E mi bab,
a jò pchè contra e zil, e avanti d' vò ;
e a a* so' più degn d' èsser ciamè vò-
star ftòl.
88. E alora e pàder e dess ai su
servènt: Prest, porte e prim'àbit, e
pò vstìl; mittj l'anèl in did, e al
scarpi in t' i pi ;
85. Ciapè un bel videi grass, amaz-
zèi, eh' a vièm far allegria, e magnèi ;
84. Perché st' mi flòl l'era mort,e
l'è tornò in vita; u s'era pers , e u
s' è trovò ; e acsé i cminzò a magne.
8t(. E flòl più grand eh' 1' era in
campagna , vnènd e accostànds a
casa , e sintè i son e i cant.
86. E clamò un di servitùr, e u 1
dmandò cos' era che fracàss.
87. 'E servitòr i arspòs : L' è vnù
vòstar fradèl , e vòstar pàder l'à fatt
amazzè un videi ben grass , perché
u r à rizevù in casa san e sàluv.
88. Alora u s'inchietò, e u n' vleva
entrar in chèsa ; e pàder u s' n' ac-
còrs, e sorte de chèsa, e u '1 pregò
d' entrar.
89. Ma lo e rispòs: L'è tant'an che
me a v' sèruv , a n' v' ò mai disubl-
di ; ma vó a n' m' avi mai de nianca
un cavrèt , perchè a putèss far alle-
gria cun i me amig;
so. Ma st' ètar vòstar flòl eh' l' à
strussiè ogni cosa con al donazzi , e
r è tome, a i avi fatt par Io amazzàr
un grass videi.
SI. E pàder alora u i dess: E mi
flòl, té t' sé sèmper con me; tot quel
ch'a jò rè e tu;
sa. E però u s' doveva far allegrìa,
perché sic tu fradèl l'era mort, e
u s' è arvivì ; u s* era perdù, e u s'è
trovè.
N. N.
«52
PABTB SECO?n)A.
Dialetto di Cattòlica {fìomagnolo) (i).
Un ÒDI eh' aveva du fiòl ;
E 'I pzncn d' qnist u s' fase de tuta
la su porzión dal bab;
E Pandò a dissipèle in birbari con
die donazzi in paés lontèn.
Dopo eh' r ave spreehèda tuta, a
s** ridùss a pare i baghin , per poter
viv,
Vedènds in quest sted, el riflitè
ala su miseria ;
E s^ risolvè d' tonte dal su bab ,
da eontci umilmént el su peehèd, e
dmandèi per grèzia d^ èss tratcd co-
ni' un di so servitór d^ chesa.
Subt che su pèdre ul vist da lon-
tèn, u s' moss a compassiòn, e s' ral-
legrò in V l'istèss temp, e i cors in-
contro , e s' butò al col, e M basò;
Mentre eh' el flòl u i dzeva : Bab ,
ò fat el pchèd contre el zél e contra
vò; e n' so' più degn d'èss ciamèd
vost fiòl.
SV ùmil confsiòn la fui da guada-
gnèr la grèzia, e s' rinconzigliò col su
bab.
E quest, dop d' avèl fat spojc di su
zenz, ci fasi vsti con di pan nov e
beiràbit;
El died òrden ancora, che s^Tasìs
un gran damagnè, pu fé festa eh' l'era
ritornèd.
Sta cosa la dispiasè mei su fiòl più
grand ; perchè, quand el tornò dalla
campagna, e fu informèd del tult, e
n' vos^ entrò in t' chèsa ;
Perchè per un fradèl, ch^ P era stèd
cativ, s' faseva quel eh' cn' s'era mei
fati per In , eh** V era sempr stèd ubi-
diènt mi su dvér.
Su pèdre ei diss : Fiòl mi , vu si
stè sempr con mi , e tut quel eh** a jò
è vostre.
Ma bisogneva pu fé un prcns , e
ralegrès, che vost fradèl, eh' Pera
mort , e s^ è risussitèd ; e da perdùd
eh' P era, a s** è ritrovèd.
La cosa è fèzii V aplichè sta para-
bla , e s' enòs In t' la zilosia del flòl
più grand gl'inzùst dia mentde^ Fa-
risei , eh' I s' sdegnève contre el Si-
gnór , perchè ef riziveva con dolieiza
i pecatòr, e con quist el oonverseva,
perchè lu e n' era nud al mond che
per salvèi.
N. N.
(f) Non atendo potato procurarci la versione letterale della Paiàbob tal fafsto dlalello,
la ofieriamo tal quale ci fìi inviata da un cortese corrispondente, sonhràadod bastévole
a pòrgere un Saggio del medèsiaio, e ad èssere confrontata colle altre, in prar* ^^Uc os-
•crvaaiooi da noi premesse.
DIAUITI EVIUAflI.
233
DiAumo Modenese.
f I. Un seri òm r iva da fio;
§2. E al più aòven al déssaaopa*
der : Papa, dam la purziòn d^ sustan-
za elle m^ t4)ca; e la al gh^ divide la
sostanza.
13. E dop poc gioniy toll sa la to
roba, al llòl più lóven al s^ n' andò
via in paés lantàn, e là- al consaaiiò
incossa rivènd in gowvali.
14. E dop ch^ r ave consamà tatt,
in quel pais a vins una gran carestia,
e lu al MniDzipiò a truvirt In biaògn.
15. E rande via, e al s^méss sotta
a on d** qui sgnòr d^ quel paés; e lu
al le méss in r un so alt a badar ai
porc
IO. E al se sintiva voja d^iapires
la pania d' da gianda eh^ magnava i
porc; ma nissùn gli' in diva brlsa.
iv. Allora, Uirna in se, al dées:
Quani aervitòr in cà d^ me pider i àn
dal pan fin chM n^ vólen» e me cbé a
mor d^ fam !
18. A m^ turò de d' che, e andarò
da me pader, e a gh^ dirò: Hpa, a
jò fat pei contra al lél , e de dnani
a vù;
10. Za me a n^ 8on più degn d^ès-
ser clami vòster flòl; talim almànc
eom^ un di vòster servitòr.
10. E tolt su, al vins da so pider.
Ma, easènd anca dalla luntana, so pi-
der al le vést, e Pln sinté cumpas-
liòn; e al gVè cors incontra, al se
||k' buttò al col, e al le basò.
11. Al fiòl al gh^ déss : Papa, a Jò
fat pei contra al zél, e dednanz a vù ;
za me a n' son più degn d' èsser eia-
ma vòitcr fiòl.
11. Allora al pader déss ai so ser-
vitòr: Purté che sùbet al più bèi àbit,
e vestii ; e mtìg un anèl in di, e al
scirp in Vi pè.
is. E pò andè a tor al videi grasa»
e amazzèl, eh'' al magnarèm e a farèm
tulliana ;
14. Perchè si' me fiòl che Pera mori,
ere risuscita ; V era pers, e r è sti
truva. E i prìnzipiòn a magnar ale-
gramènt
itt.Intint al fiòl più grand l'era pr i
camp, e in Val tumar, e in tTavsi-
nirs a eà, al sintè a sonir e a cantir.
la. E al clamò un servitòr, e al
dmandò cessa vliva dir sta roba.
17. E lu gh' rispòs: L'è vgnù vò-
ster fradèl, e vòster pader rà mazzi
al videi grass, perchè a rè turni sin
e salv.
18. A gh' vins l'arila, e al n^ vliva
brisa intrar in cà; ma so pider vins
fora, e al prinzipiò a pregirel.
S8. E lu, rispundènd, al déss a ao
pider: Ecco, Tè tant an che me a
v^ serv , a n' v^ ò mii dsubdi, e vu a
n' m^ avi mai dà gnanc un cavrèt, da
gòderm con i me amig ;
so. E sùbet ch^è vgnù a cà st^ al-
ter vòster fiòl, ch^ à magna tui la so
roba con del dunazzi, a i avi mazzi
al videi grass.
SI. Ma al pader gh' déss: Fiòl me,
té rè sèmper meg, e tut quel ch^ me
a Jò, rè tuo;
SI. Ma Tera giusi d'alar un poc
d^ bandoria e star alégher , perchè
sto tò fradèl che l' era mort, e T è tur-
ni viv; al s'era pcrs, e rè stó Iruvii.
ìN. n.
934^
PARTE SECONDA.
Dialetto Reggiano.
1 1 . Un lért òm avi do fio ;
12. Al più pznén d^sti du diss a
so pader: Papà^ dam la me purzión
dia ròba che m' sta a me ; e al gh^ di-
vide al so.
is. E n* passò miga tant de, clie,
muccla su tutt, al fiól più eie andò
in V un paés Inntàn-Iuntàn , e là al
strusslò la so roba, vivènd in dM vizzi.
14. E quand Peb consuma tutt , a
véns in cól paés una gran caristia, e
la cminzipiò a patir la fam.
i«. E Pandò, e 1 s'affermò con un
zittadén d^ còl paés, ch^el mandò a
una so pussión a pasclar i nima.
16. E Paviva voja d'impirs la pan-
za d^ cbél gfànd ch^a magnava i porc;
e nsùn gh'in dava.
17. Alora, tumànd in sé, al diss:
Quant servitòr in cà d' me pader e
sgnazzn in Vài pan, e me che e mMn
mór d' neclénza !
1 8. Em^ turò su , e s^ j andarò da
me pader, e se gh^ dirò : Papà , me
fò peca dnanz al zél , e dnanz a vò ;
19. En son ormèi più dègn d'esser
clama vóster fiól; tgnim come un di
vóster servitòr.
80. E tuléndes su , al véns da so
pader. Mo quand incora Pera luntàn,
80 pader le vdi , e U s' moss a cum-
passión, e , sbalzàndegh' incontra , a
gh^ trò i brazz al còl, e al le basò.
SI. E 'I fiól gh' diss : Papà, me jò
peca contr^ al zél, e con tra d' vó; me
n' son più dègn che m^ ciamàdi vó-
ster fiól.
88. Alora al pader dsi ai servitòr:
Presti, cavàc fora al più bel àbit , e
vestii, mettigh'un anèi in dì, e del
schèrp in pé.
85. E mna che un videi apasta , e
mazzai, e che magnèm, e che fèm un
prans;
84. Perché st' me fiól era mort, e
Pè risossita; al s* era pèrs, e Pè sta
cata. E s' prinzipiòm a far prans.
88. A s' dà mò, che so fiól più grand
era pr i camp, e vgnénd in za, e vsi-
nànds^ a la cà, al sinti Porcbesta, e ^1
ball.
86. E U clamò un servitòr, e 'I ghe
dmandò cosa vrlva dir sP tèi còss.
87. Al quài gh' rispós: L' è riva vó-
ster fradèl , e vóster pader à mazza
un videi apasta , in grazia d' averci
tumà a aver san e salev.
88. E lo sMnstizzò , e 'I ne vriva
brisa andar dénter. 0onca so piider,
send vgnù fora , al s^ fò a perghèrel.
89. Ma Io in risposta al diss a so
pader: Ecco, tant^ann che v^sèrev,
e mèi jò manca d^ ubdirev, e mèi che
m^ issi da un cavrèt da magnar con
i ma amig.
80. Ho da dòp che st' vóster fiól»
ch^à magna tutt al so con del zamàrr^
è vgnù, j avi amazza per ìò un videi
apasta.
81. Ma Io gh' diss: Al me fiól, té
P jà sèmper még, e tutt quel ch^ jò
me Pè anc tò;
58. Mgnàva ben fèr un prans, e fèr
allegria, perché sP tó fradèl era mort,.
e P è risussita ; al s' era pèrs, e P è sta
cata.
Prof. D. Fersante Bedogki.
DIAUTTI EMILIA?iI.
235
Dialetto Frigharbsf. {di Sèstola).
11. AI ghiera un òm ch^ Pava dù
fio;
12. E al più ióvn d' lor dlss a so
padr: Papà, dam la part d' robbache
m'' tocca; e IQ gh^ di vis la so robba.
13. E da lì a qualch di, al ilòl più
ióvn , quando V ai ammaccià tùli al
so, s' n' andò furra dia patria in fnn
pacs luntàn; e qui al strusciò tutt
quel eh' P ava, vivènd in Vi bagórd.
1 4. E dop ch^ P ai consuma gni co-
sa, a s^ fé una gran carestia in quel
paés; e lù principiò a sentir la mi-
sèria.
18. Allora Pandò, e s' ès miss con
un dttadin d^ quel paés^ ch^ al man-
dò in V na so villa, perchè al daas da
mangiar ai porcè.
16. E al desiderava d^ampirs la
panza d** quella gianda, eh** i porcè
mangiàvn; e ngun ghindava.
17. Allora al tornò in si, e s'diss:
Quant garzòn èn in co d' me padr ,
ch^abóndan d^pan, e mi e m'in stag
qui a mùrìr d^ faun !
18. Torrò su, e s^ tornarò da me
padr, es egh' dirò: Papà, jò ollés Dii,
es v' ò oilés vù ;
19. Già e n^ son più degn d^ èsser
dama vostr flól ; ma tolim cmud un
di vostr ganòn.
80. E al toss su, es sMn vins da so
padr. E mentr eh^ P era ancamò dalla
Isatana, so padr al vist, es s^ moss a
Bisericordla, e, corrèndgh^ incontra,
ai te gh^ buttò al coli , es al basò.
ti. Al fiól a gh' diss: Papà, jò fatt
pcà eontr^ al elèi , e alla vostra pre-
senza; e n'son più degn d'esser cia-
mà vòstr flól.
ss. Al padr damò i servitór, e al
gh' diss : Presi, porta al più bel àbit,
e vestii; mtigh'un anèl in did, e '1
scarp in pè.
ss. Condusi un videi grass, ammas»
làl, mangièn e fèn invid;
84. Perchè st' flól era mort, e Pè
toma in vita; al s'era pèrs, e Pè sta
arcata. E i dén principii al banchètt
88. Al flól più grand Pera mò in
campagna; e in Pai tornar a cà, e
avsinànds, al sinti di son e di ball.
88. E al damò un servitór, e gh*
dmandò cosa gh' era d' nuv.
87. E lù gh' respós : L' è toma vo-
str fradèl, e vostr padr Pà mazza un
videi grass, perch' Pè torna a cà san
e svelt.
88. Al s'istizzi allora, es n' vreva
gnanc andar dentr in cà; bsognò eh' ve-
gnissa furra so padr, e eh' al prgassa.
89. Ma quell al gh' respós , es gh'
diss : I èn tant'an che v' serv, e mai
e v'ò dsùbdi ; e vù mai e m' i dà un
cauréz da mangiar con i me amig.
30. Ma adèss ch'è vegnù a cà st' vo-
str fiól , eh' à divora tùtt al so con
del donn d'mala vita, i mazza un
videi grass.
51. Ma lù gh' respós: Fiól me, vù
e si sempr con mi, e tùtt quel eh' è
me P è anc vostr.
38. L' era pò necessari star allégr,
e far banchètt, perchè st' vostr fra-
dèi era mort, e Pò arsùscità; al s'era
smari, e i P àn artrovà.
Avv. Gaetano Parenti.
236
PARTE SECO?iDA.
Dialetto Ferrarese.
il. Un òm aveva doi fio;
is. E al più piccul d' questi diss a
so pàder : Papà , dem la mie pari di
ben eh' a m' tocca ; e 1u gh' divis al
patrimoni tra d' lor.
is. E da li a poc di, mucdà tutt
al 8Ò, al flól minor a 'l s^ n'andò in
lantàn paés, e a 'l strusciò tutt quel!
eh' r aveva, vivènd in mesi ai bagórd.
14. E dop ch^ Tavi strascina tntt al
so, in cai paès a s' gh' è fatta na gran
carestie, e lu prinsiplò a penuriàr.
itt. L'andò, e s'Intrudùss press a
un sittadin d^ chi slt,ch'a'l mandò In
i' na 8Ò campagna a eustudir di porc.
i 6. E l' iera ridùtt a desiderar d'
patérs saziar dll giànd eh' magnava
I porc , e nsun gh' in dava.
1 7. Turnà In se stess, el diss : Quan-
t'uperari in cà d' mie pàdar gh'à pan
da magnar in abundanza, e mi a son
chi eh' a mor da la fam !
18. A saltarò su, e andarò da mie
pàdar, e a gh' dirò: Ah! papà, a Jò
pecca oonira al del, e in fazza a ti;
19. A n' son più degn d'esser cla-
ma tò flól; tràttam come un di tò
uperari.
90. E a 'I s"* toss su, e l'andò da su
pàdar. Intànt eh' l' iera ancora da lun-
tàn y so pàdar al visi , a '1 s' muvi a
pietà, e a '1 gh' cors incontra, e a 'l
S'a gh^ buttò brazz-a-coll, e a'I la basò.
ti. E al fiól a '1 gh' diss: Ah! papà,
a ]ò pecca in fazza al del e centra a
U; e a n' son più degn d'esser clama
per tò flól.
ss. E al pàdar diss al servitór :
Prest , tire fora la vesta la più bella,
e mtigh' la adòss ; e mtìgh' un aneli
in dida, e di scarp in t' i pie.
83. E mnè chi un vdèl grass, ara-
mazzèl, e eh' a s'magna e ch'a s' staga
allegramént.
24. Perchè st' mie flól Piera mort,
e l'è arsuscità; al s'iera pers, e al s'è
truvà; e i prinsiplò a magnar e bé-
var alla ricca.
ss. A gh' iera mò al fradèl maggior
In campagna ; e in fai tumàr, accu-
stàndas a casa, a 'l senti a sunàr e a
cantar.
26. E al damò un di servitór, e al
gh' dmandò oossa iera sta roba.
S7. E quest a gh' diss: L'è turnà tò
fradèl, e tò pàdar l'à fatt ammazzar
al vdèl grass, perchè al V à ricupera
san e salv,
ss.Lu però munto in furia, e n' vie-
va più andar dentar. Al pàdar donca
andò fora, e prinsiplò a pregàral.
se. Uà quel arspós, dsènd a so pà-
dar: L* è tant' ann che mi a V serv,
e eh' a n' ò mai manca una volta sola
ai tò órdan , e t' a n' m' a' gnanc dà
un cavrètt da gòdarm In cumpi^nlè
coi mie amig;
80. Ma adèss eh' è tamà bV tò flól,
eh' à struscia tutt' al so con dil doon
d' mala vita , t' a ammazza al vdèl
grass.
81. Ma al pàdar al gh' diss: Flól ,
ti V le scmpar con mi , e tuli quel
ch'a jò retò;
ss. L' jera ben giust pevà d" far goz-
zoviglia, e d' far ghlrlgaiiia» perchè
st' tò fradèl l'iera mort, e T è arso-
scita ; riera pers , e a 'I s' è truvà.
Conte cav. Fraiigssco Aveuti,
colonnelio in pemiom.
DIALEm EMILIANI.
237
Dialetto Gomacchiese.
1 1. Un òm aveva du fiù ;
is. D^ questi el più piccai dias a
sue piider : Papà, dèm le mie puniòa
che m' tocca. E '1 pader fé la dhri-
Sion tra lur d' la me roba.
is. Passa pùec gióm, el più pznm
miss assièm quel ch^ l' aveva , e el
partì per un paés lontàn, dov^ ci dsl-
pè el sue in donn.
14. E quand el n^ ave più nlént, e
vins una gran carestie , emlnalpiè a
fàreg sentir le miserie.
28. Aliór el pàder diss ai sue ser-
vitùr: Sùbit purtèi el sue àbit, e
vstìl ; mettigh el sue anèl in dide, e
il sue scarpe in pie ;
85. Pue condusi un videi grass ,
mazzàl, magnèmel, e sten allègher;
84. Perchè stel mie flòl Pera mori,
ere ersuscità; el aveva pera, e T ò
tmvà ; e i cminiè a far feste.
sa. Ere mo in tei camp el flòl più
grand, e mènter el gniva a cà, e el
s' evxinava, el sentì a sunèr e a ballèr.
15. Allora rande, e '1 s^ miss eli 86. El ciamè un di servitùr, e U
servizi d^ un d' chel paés, che U man-
dò in V una sue campagne a dèr da
magnèr ai porc.
16. E mènter fera là, Tavrìe pur
Mu magnèr d^ chil scors, ch^ magna-
la i porc; ma e n' jere ensùn gh''in
dèssen.
17. Gnu in lu, el dIss: Quanl ser-
vitùr e Jera in cà d^ mie pàder, ch^ avè-
ven del pan in abundanza, e mi e son
chi che mùer d^ fam!
18. E m^ muvrò, anderò de mie
pader, e egh^ dirò: Papà, e Jò pcà
Gontre el siel e contre d' vu;
10. E n^son degn d'esser dama
vòster flòl; fèm com^ un di vòater
iervilùr.
80. Pue ri s^ tols su, e el vins de
sue pàder. Quand Tera ancor luntan,
el pider el vist, e moss da compas*
Sion , el gh' oors incòntre, el gh' saltò
al eoi 9 e r el basò.
81. ì^ flòl e gh' diss : Papà , e Jò
pcà omtr' el siél , e contre d' vu ; e
n' fflèrit d' èsser dama vòster flòl.
gh' dmandò cosa Fera.
87. E stu rispÒ8:8uefradèlch'era
vgnù , e che sue pader aveva mazza
un videi grass, perche el Paveva avù
salv.
88. Sta cosa el fé muntèr in còle-
rà, e en vleva più endèr in cà; ma
sue pàder essènd gnu fùere, V el pre-
ghè.
89. E '1 flòl e gh' rlspòs : Eco ; dop
tant'ann che v' serv, e chen' v'ò
mai dsubdì in quel eh' m' avi cman-
dà , en m' avi mai dà un cavrèt per
stèr in allegrìe col mie amìg ;
.%o. Ma sùbit che stel vòster flòl ,
eh' à consuma quel che ghe avi dà
cun dil donn, r è gnu, avi mazza un
grass videi.
SI. Ma el pàder e gh' diss : Fiòl, ti
ti è sèmper cun mi , e quel ch'ò l'è
tue;
58. Ma bsugnava fér feste ^ e stèr
allègher, che stel tue fradèl Pera
mort, e Pè ersuscità; Pera pcrs,eel
avèn truvà.
N. K.
23H
PARTE SECONDA.
Dialetto Mih\ndolese.
11. Un zert om V avi va du tió;
K. AI più piccul diss a pò padr:
Papà, dam dia vostra robba la pari
ch^am^ vèn; e lu al di vis lasòsustansa
tra I du fio.
is. Da li a poc di , al fiól piccul ,
fatt fagòtt, Tandò via luntàn luntàn,
e al consumò tutt in stravizzi.
14. E quand an n' avi più un sòld,
a 8^ fé sintir la fam in cai paés , in
conseguenza d'una carestia, e acsi
al puvrètt prinzipiò a védar ch^ a
gh' mancava al nezessari.
itt. Al s' tols d^ li, e al s'arcmandò
a un zittadin d^ cai sit , e quest al
miss in campagna per guardiàn di
porc.
16. A gh' vgniva voja infinna d'im-
pirs la panza d** chii glandi eh' ma-
gnàvan i porc; ma a n' gh' era aniùn
gh' in dass.
17. Yist donca la matèria eh' l'ave-
va fatt, al diss: Quant sarvitòr in cà
d' me padr i àn dal pan in abundan-
za, e mi a mór chi d' fam!
18. A m' turò su, e a turnarò da
me padr , e a gh' dirò : Papà , a Jò
manca e vers al zél e vcrs d' vu ;
19. A n' a m' mèrit più d'èssar cia-
na par vòstar ilól ; tgnim invéz pum
un di vòstar sarvitòr.
so. E, alvànds su , l'andò dritt fll
da so padr. E quand al gh' era anc
luntàn un poc, al padr el vist, al
8^ moss a cumpasslòn, al gh' oors' in-
contra, e al gh' buttò i brazz al jcoII,
e al la basò.
SI. E so flól al gh' diss: Papà,a jò
manca vers al zél e vers de vu ; a n'
son più dcgn d^ èssar clama vòslar
fiól.
ss. E so padr cmandò al sarvitòr:
Prest , tira forra la più bella vesta ,
e giuslàgla adòss , mtig V anèl in dì,
e il scarpl ai pè.
ss. E andà a tor dalla stalla al vdèl
più grass, e mazzàl, e eh' a s^ magna
e eh' a 8' staga allegar ;
S4. Parche st' me fiól l'era mort, e
r è torna al mond ; al s'era pers, e al
8' è trova. E I prlnzipiòn al dlsnàr e
gli alegrezzi.
Stt. EI fiól più grand l'era in cam-
pagna, e in fai dar volta, e quand
al fu avsin a cà, al sintì a cantar e
a sunàr.
so. AI clamò un di sarvitòr , e al
dmandò cuss' era mo sta cossa.
57. E quest al gh'arspòs: L'è t ur-
na vòstar fradèl , e vòstar padr l' à
fatt mazza r un vdèl grass par la cun-
sulazión d' avéral vist san e salv.
58. Ma al fradèl grand a gh' vcn»
la stizza , e a n' a vliva brisa intràr
in cà. Al padr donca vent forra lu, e
al la prinzipiò a pregar.
59. Ma quel tgnlva ditt: L' e tan-
t' ann eh' a v' serv , e a n' v' ò mai
dsubdi; ma vu a n'm'avi mai dà
gnanc un cavrètt da psérmal gudcr
in cumpagnia di me amig.
50. Però dop eh' è turnà st' aitar
vòstar fiól, eh' V à consuma tott al so
con dil donni d' cattiva vitta, a I avi
mazza par lu al vdèl più grass.
51. So padr gh'diss: Vu, al ine
flól , a si scmpar con mi, e tutt quel
eh' a jò r è vòstar.
ss. Ma l' era giust d' goder , e far
digli allcgrezzi, parche vòstar fradèl
Fera mort, e T è arsuscilà ; al s'era
pers, e al s'è turnà a truvàr.
DOtt. CaILO ClAEDI.
DIALETTI CMILIAMU
23^
IhAlfETTO NaSTOVANU
11. On ÒHI al gh^ aveva du fl5i;
is. El più xóvan d^ lor rà dit a so
pàdar : Papà, dam eia pari de paUri-
monl eh' am^ foca; e Ni ai g' a di vis ia
i't)ba.
Bl. Ma'i pàdar Vk dit ai sòscrvi-
lór: Presi, portègh ehi la pia hela
vesta e vestii, metìgh Tanèl in dit e
le searpe ai pé;
S5. E mene ehi on vedèl ingrassa ,
13. E dop pochi gióran, mùcià sùle maizèl, e magnémal, e stém alégar;
tùt, el flol più zóvan r è andà in t^
terra lontana, e là 1^ à striìsdà la so
sostanza, vivènd da lùssurlós.
14. E dop e^ rà vù consuma tùt,
è gnu in quel sit na gran carastìa, e
lù stcss rà prinsipià a aver de bisògn.
f a. £ rè andà, e' H s'è miss a servir
on sittadin de da terra , ch'^el V à
manda in t'ia so campagna., perchè ^1
rondósèss (ora i ponèi.
16.E Tavrìa volo impiniras lapansa
cole glande che mangiava i porch;
ma nissun g^an dava.
17. Alora, tornànd in IQ stess, l'à
dit : quanti servitór in casa d^ me pà-
dar I g^ del pan in aliondansa^ e mi
chi a morì d' fam !
it. A m^ farò spìrit, e andare da
me pàdar, e a gh' dirò: Papà , ò ofés al
Signor e ti;
« 9. Za n^ son pia degn d' èssar cla-
ma tò flol; tom come on tè servitór.
«0. E al l'è tolt su, e rè andà vers
aò pùdar. Quand Pera ancora lontàn
so pàdar el rà vist, el s'è moss a
compassión, e corèndagh' incontra, el
s' gh'è biità a brazz a coi, e el l'à basa.
ti. E'I fidi el g'a dit: Papà, ò ofés
al Signor e ti; là n'son più degn
4t^ èssar clama to flol.
t4. Parche sto me fidi Pera mori
e rè resussità, Pera pers ere sta
trova; e i s'è miss a magnar.
sa. Intant so fl5l più vèè Pera in
ri camp, e quand rè toma e rè sta
darènt a casa, rà senti ch'i sonava e
i cantava.
«6. E rà eiamà 'n servitór, e 'i g'à
dmandà coss'era eia roba.
S7. E quest el g'à dit: É riva fò
fradèl, e tò pàdar rà mazza 'n vdèl
grass , parche r è torna san e salv.
18. L' è andà sìibit in còlerà, e noi
voleva andar dentar; so pàdar donca
rè vgna fSra, e rà cominzià a pre-
gàral.
te. Ma quel, rispondèndagh , rà
dit a so pàdar: Ecco tanti anni che V
servi, e a n'ò mai trascura i tò órdin, e
n' a r m'è mai dat on cavrèt da ma-
gnar col me amich;
so. Uà sùbit riva sto tòfiòl, che rà
struscia tùtt el so con die sgualdrine,
te gh'è fai copàr on vdèl ingrassa.
SI. Ma quel el g'à dit: Fidi, tiVaè
sèmpar con mi, e tiitt el me rè tò;
ss. Ma rera ben giùst magnar e
star alégar , parche sto tò fradèl rera
mort e rè resussità , l'era pers ere
sta trova.
AVV. PUESAEI.
U
2*0
PARTE SFXO^TD.I.
Dialetto Parmigiano.
fi. Un òm gb'avidu lió;
18. E 'I pu zóven d^ lòr el dzìss a
so ])ader: Papà , dam la parta ch^ m^
vèn ; e U pader al ghe sparti la roba
tra d' lur.
is. Poe gióren dop, el pu zóven el
fé fagòtt e '1 8^ tòs su eVandi in Tun
paèis lontan^ dova el consumi tutt col
clì'el gh'àva In bagordi,
14. E dop cb' Pavi da fèln a tutt,
a véns una gran carestia in col paèis;
e lu el cminzl a trovars in bsògn.
ié, El s^ n' andi, e 1 s^ miss a ser-
vir un zitadèin d' col sit, cb' al la
mandi in V na so posslùn a far pa-
sciar i gozèin.
16. E Tare vu vdja d' Ifmpirs la
pànza dil glandi, cb^ magnava i ani*
mal ; e nissón gb* In dava.
1 7. Toma In se stèss, el dsiss : Quant
servitùr In ca d^ me pader s^ bùtten
adrè el pan, e mi a son cbi cb'a mor
d'fam!
18. A m^àlvarò su, e andarò da me
pader, e a gb^ dirò : Papà , a Jò fati
pca contra al zél e centra d* vu;
19. A n' son pu dègn d^ èsser cla-
ma vòster fidi; tolim per vón di vò-
ster servitùr.
so. E tolènds su al véns da so pa«-
der. Blentr Fera ancora lonttin, so
pader el V à vist^ e al s"* moss a com-
passióne e corèndgb^ incontra, el s^ gb^
butti con 1 brazz al cóli, e 'I la basi.
91. El flol el ghe dziss: Papà, a Jò
offèis al zcl, e a v''ó offèis vu ; a n^ son
pu dègn d'esser clama vòster flol.
ss. Altura ci pader al dzìss al so
servitùr: Porta chi sùbit el pu bri
visti, e vlstil, e mtig P aneli in did,
e I scarp ai pè;
S5. E condusi chi al vi tèli pn grass,
e ammazzai, e magnàma allegramént;
g4. Perchè st' me fidi era mort, e
P è arsusslta ; l' era pers, e '1 s' è tro-
va ; e I s' missen a magnar allegra-
mént
s». A gh^ era mó al $ò flol pu grand
In t' I camp, e In tei tornar, quand
el fu vsén a la ca, al slnti a sonar e
a cantar;
te. E ^1 clami vón di servitùr, e 'I
gbe dmandi cos' era chll cosi.
S7. El ser>itùr al gh' rispondi : Vò-
ster fradèl P è toma a ca , e vòf^lcr
pader P à fatt mazzar al vitali Ingras-
sa, perchè P è torna san e silv.
88. Alura a gh' véns la stizza e 'I
ne vreva pu Intrar in cà ; donca so
pader, gnènd fora lu, al la cmlnzi a
pergàr.
S9. Ma lu , per risposta, al gh' dziss
a so pader : Guarda: Pè tant agn ch'a
v' serv, senza mài dsobdirv, e vu &
n^ m^ i mài dona un cravètt da goder
con i me amig;
so. E dop che si' iter vòster fidi,
ch'à consuma tutt al so con dil doni
d' mònd, P è torna a ca, a J^avi mazza
per lu al vitali ingrassa.
31. Ma lu al gh^ rlspós: Fidi me ,
ti Ve sèmper sta mèg,e tott col cir jò
Pè to;
ss. Ma bisognava magnar allegra-
mént, perchè st' to fradèl era mort, e
P è arsusslta ; P era pers, e ^ s*è trova.
N. N.
mALCm EMILIANI.
241
DlALCTTO BotGO-TAIlfSE.
1 1 . Un omo u gh'ava dù fljo;
18. E u pù lóven u diss' a aòpar;
o pà , dcm la pari che m* pertoca :
e so par u fé le pari.
13. E da li a pochi di 1 pu lofveD
u pie su la pari sofga, u andè lontèn,
e là u la sconsumè iiila nalamént.
14. E dop eh' u r avi scoiMuina lu-
to, in r colo lofo gh' è vgDÌ la cale-
strìa; e lu u scommenzè a patì de fain.
18. E u s^è mlue in cà d'un sior
de o6l pi^ése, ch*u ar mandè In cani-
pània a scòde i porchi.
16. E u gh' vgniva volja d'Impisse
la pausa cole Jande eh^ manjàv' i por^
chi; ma ne ghMn dava gniasùB.
17. Ma p6, essèndose mlsso a pin-
sa, u disse: Quanti servitori in cà de
me par i mànjan dar pan quant i n'àn
voija ; e mi chi moro de fam !
18. Starò su, e andrò da me par,
e ghe dirò: O pà, ò fato ma contro
ar Signor e conlro vii ;
la. E mi n' merito pù d'eese cia-
oia per vostro 4J5$ tratème eom' un
vostro (amijo.
80. E alora u stè su, e Tandè da
$ó par. L'era anca kmtàn, che so par
u ar viste; e u s' è movi a compasclòn,
e u ghiande incontro, u ghe saltò ar
col , e u ar basò.
81. £ ar fljd u ghe disse :Opà, mi
ò fato peca contro ar Signor e contro
\ù ; mi n* mèrito pù d'esse clama per
vostro 4jd.
88. Ma so par n disse ai servitori:
Fé sito, portò chi ar vesti pù belo, e
metiglo adoaso ; metighe Tanelo, e le
scarp:
81. E pie ar vdelo pù grasso, e mas-
zèlo, e raangiómio, e stòma alegri;
84. Perchè sto me fijo Pera morto,
ere resùsslla; u s' era perso e u s'è
trova. E I scomenzòni a gòdesla a tà-
vola.
sa. Ha ar flò pù vedo l'era in Cam-
pania, e quand u vens, e u s' aoostè
a cà, u senti 1 son e f canti.
88. E u damò Jon di servitori, e u
ghe disse: E coss' 1 fan?
87. E còsto u ghe disse : L' è vgm
vostro fradek), e vostro par l' à fata
mazza un vdelo grasso, perdio u l'è
riva san e salvo.
88. Gh'è vgni stizza, e ar ne vo-
reva andà in cà. Ma vgni fora so pàr^
e u rà scomenza a prega, ch'u vgnia-
se drente.
89. Ma lù u gh' respondi a so pàr^
Hi r è da tant ani che ve servo, e ò
sempre fato tùto colo che m'avi dito^
e ne m* avi mal dato gnanca un cnn
veto da god coi me amighi.
30. H' adesso eh' V è vgni me fra-
dèlo, eh' rà sconsùma tùto con le pù-
tanne, i avi mazza per lù arvdèk) pfi
bon.
31. Ha lù u gh' respondi: ti, o me
fljo , ti t' è sta sempr con mi; e tùto
collo che gh' ò r è ar tò ;
38. Bsognava ben che stàssem ale-
gri inc5,che tò fradèlo eh' Pera morto
r è resiissità ; u s' era perso, e u s'è
trova.
Lazzaro Cornazzani,
con approv. di parecchi studiosi di Borgataro.
242
PARTE SECONDA.
DlALITro PlACENTIflO.
1 f . Un ÒDI al gh' ava dù fio ;
13. E ^1 pò gióvan al diss a so pa-
dar : Papa, dèm la proziòn di me bèin
ob^a m^ tócan; e M padar al ga fé la
part a tutt da.
1 3. E dà lé a poc de al pé gióvan,
miss insom tùt al so, al s^ n'andé via
in d^un pais lontàn, e lamò al dsupé
tut al so in stravizzi.
1 4. E dop d^avil cÓDsiima tùt, vèins
una gran calastrìa in d' còl pais, e lu
al prlnsipié a trovas in sia sùtta.
16. E r andé, e '1 s^à miss con voln
a d^ còl pais, ch^ al la mandò In d'una
90 campagna a mna fora i animai.
f 6. E lu l' arìss vori lòimpas la pau-
sa dil giànd ch^ mangiavan i grèin \
ma nsoin gh'in d&va.
17. Finalmèint, mtèind za test«, al
diss; Quanta sarvitòr in ci d' me pa-
dar i gh' in dal pan da trassn adré ,
e me son che eh* a mor ad* f&m!
1 8. Ma me a m' todrò sùsa, a andrò
da me pàdar, e gh' dirò: Paf» , me
vod eh* a jò fala eontra Dio, e dnanz
a vò;
19. He za a n' son pò degn dMòss
clama vos fio; Ignim cmé volo di vò-
star sarvitòr.
so. E M s' toss sd, e ^I vèins da so
padar; e Tera ancamò da lontan, che
so padar el l' k vist, e *l s* à gomì, el
gh*à cors Incontra, e U ga tré I brass
al col e '1 la base.
ti; E '1 115 al ga diss: Papa, a Jò
fala incontra al Signor e incontr* ad
To ; e n' son pò degn d' ièss clama vos
00.
22. Bla al padar al diss ai sarvitòr:
Svelti , tire fora al visti pù bèi e mti-
gal so, e dèg Panel in man, e mtig
Il scàrp in pé^
99. E todì un videi grass e mazzél.
eh* a vói eh* mangióm e eh* fòm altolé.
24. Parche al me fio eh' Pera mort.
Pò risùssitii; n* a s* sa va dòv* al tiss.
e*I 8* è trova; e i prinsipién a sganassa.
SS. Ma al tid pò grand P era pr I
camp; e cm* al vèins indrc, quand al
fé arànd a cà, al sin ti cb*i sonavan
e i cantavan.
90, E H dame vòin di so om , e *l
ga dmandé coss l'era.
27. E còst al ga risponde ; eh* era
gni so fradèl , e so padar Pava mazza
un videi grass, parche al fio Pera
torna a cà san e salav.
98. E in al vèins nèc, e M n^a vrl-
va pò anda in eà; e M padar donca al
gni fora lù, e *1 cminsé a Imbonii.
99. Ma al fio al risponde a so pa-
dar: Tòl; Pè tant an eh* a v*8èrav, e
eh* a fag luti a vòstar mdd, e n' m* ì
mài dat gnan un cravòt, lanl eh' a
podbs gòdal coi me compàgn.
80. Ma pena eh' è gni si vòstar fio
che, eh' al a* è mangia ttit al so con
dil varan, i bèin mazza par lù un vi-
dei grass.
SI. Ma al pàdar al ga diss: Al me
fio, té ta sté sèlmpar con me, e cól
eh* è me Pé anca to;
59. Donca Pera bèin d*giust,ch' fàs-
sam festa e stàssm alégar, parche sP
to fradèl eh* Pera mort, Pé risùssità,
al s*era pcrs, e *1 s*é cata.
^. N.
DIALETTI KMILIA.^I.
^ÌH7i
Dialetto Bobbiese.
11. Un òm 11 gh'aviva dù fio;
12. Al \nì giùvan d^ lur r à dit a
so pàdar : Papà, dem la pari di ben
rh' IX m' tocca; e lii u gh' a sparli la
sostanza.
15. Da lì a pochi di, miss tùtt In-
sani, al fló minìir ii s' n* è andai an
t' un paìs lantàn , e Tà consuma tutt
al fai so in bagùrd.
14. E cmà rè stai neti dal tati, n
gh' è vnù na gran caristìa in i' quel
pais, e a lu u gVè cmcnsà a manca
al nesessari.
lii. E rè andai» e u s'è miss con
un paisàn d' quel pais, ch^ u Tà man-
da a la so campagna apriss ai pursè.
I s. E a dessiderava d^ impiniss la
panza die glande eh' I mangiàvan I
gugnén; ma nsQn gh' in dava.
17. Intani u dslva da par lù: Quanti
ser\'ilùr in cà d' me padir 1 gh' àn dal
pan in^abondania; e mi ehi a mor
d* fam !
18. A m' alvro sù^ e andarS da me
pàdar. e a gh' diro: Papà , mi o pcè
cooir' al ciéi e conira d' vù ;
1 0. Mi a n' son pii dagn d' esse cla-
ma vòstir fio; traitèm emè un di vé-
sta r serviiùr.
so. E, Iva su , l'è andai da so pà-
dar; e quand lu l'era ancùr.da lon-
tìksi, so pàdar u Tà travisi, u n' à senti
pietà, u gh'è cura incontra, u gh'à
campa i brass al col, e u T à basa.
SI. E al fid Q gh' à dii: Papà , mi
ò pcà contr'al elèi e contra d* vù; e
a n' 8on tosi pa dàgn d' esse ciamà
vestir fio.
.ss. E al pàdar V à dit al so servi-
tur: Frisi, tire fora la vesta pù pre-
ziusa, e mtìgla adòss; mtìgh in did
r anèi , e i stivalén an t' i pè.
ss. E mnc al videi al pù grass ,
masscl, eh' u s' mangia e eh' u se sta-
ga allegar.
S4. Parche si' me fio l'era mori, e
l' è risùssità; u s' era perdù, e u s'ì*
trova. E i àn prinsipià a dagh drenta
allegraméni.
S8. Ma al prim fio l'era in campa-
gna, e tu manda, e avsinàndas a eà,
r à senti i concert e i bai ;
so. E rà ciamà un di servitùr, e
u rà interugà cossa l' era.
57. E cuMà tt gh'à risposi: L'è
turnà to f radei, e to par l'à amassi
un videi grass, parche u gh' è turnà
san.
58. E lù r è andai in coirà , e u
n' vuriva gnanca andà drenta; e don-
ca al pàdar l' e sortì fora, è l'à prin-
sipià a pregai.
59. Ma cul-là l'à rispòsi e dita so
pàdar : I son già tanti an che mi a i'
serv, e a n' 0 mai manca a iisùn di
io cmand , e a n' te m' è mai dai un
cravati da gòdmal con i me amis ;
so. Ma dop eh' l' è vnù sto io fio,
eh' l' à smangiazzà tùli al so con don
d' mala vita , i' è amassi al videi al
pù grass.
SI. Ma al pàdar u gh' à dii: 0 fio,
li i' e sèmpar con mi, e tùli quel eh' è
me è io;
ss. Ma r era giùsi d' fa na iavuiada
e d' sia alégar , parche si' to fradèl
r era mori , e l' è risùssità ; u s' era
perdù, e u s'è truvà.
Canònico Giai.ikto Pezzi.
24^
PABTR SE<:0!\D\.
Dialetto Bronese.
II. Ud òm al gh^aviva dù fio;
is. E al secónd rà dit a so padr:
0 pà^ dèm la pari dia roba ch^a m^ toc
ca; e lu al gh^ k sparti intra lor la so
sostanza.
is. E da li a poc di , avènd miss
tOtt coss assema, al flo dardo al s^ n^ è
andàt in paìs lontàn^ e là Vk consu-
ma tutt al fatt so a bagurdà.
14. E quand al gh'à avùpu gnént,
in col pais a gh^ è stai una gran ca-
ristia, era oominsà a manca d' luti
al necessari.
IJI. E rè andai, e 'I s'è miss gió
aprcss d' vtln di abitànt ad' cui paia,
ch'ai rè manda a una so pussìón a
cura i gugno.
16. E al sarcava de cavàss la fam
coi giand eh' mangiàvan i gugno, e
nsun a gni dava.
1 7. Ha pò pensènd a la so sitiiazión,
al s'è miss a di: Quanti servitùr in
ca d' me padr i gh'àn dal pan a brass,
e mo chi crep ad la fam !
1 8. Saltare su , andare a cà d' me
padr, e gh'diro: 0 pà, ò fat di pcà
eontra dal Signor e incontra d' vu ;
19. Ahi eh' a son pù degn ad vèss
ciamè vos fio ; trattém tarequàl vùn
di vos servitùr.
so. E, saltànd su, al s'è porte da
so padr; e in col mentr eh' l'era an-
cor lontan, so padr al l'è sgosi^al s'è
miss a compassión, el gh'è andàt In*
centra, e, tràndagh i brass al coli, al
rà basa.
SI. El fio al gh'à dit : 0 pà, gh'è
fat di mancamént centra dal Signor
e centra ad vu;son più degn ad vèss
clama vos fin.
82. E alora sùbit al padr Vk co-
manda ai servitùr: Prest, tire a man
al pu bel vestid , e raetigal adòss^ e
mattègh in did l' anè e i scarp ai pè.
85. Hnè chi al videi grass e mas-
sèi, e eh' a s' mangia e eh' s'a staga
in gran llgria;
S4. Parche stu me fio reramort,e
adèss rè arsiissilà; l'era pers, e al
s' è trova. E i àn cominsà a mangia
e bev.
Stt. Inlànt al prim fio l'era in cam-
pagna, e, tornandu per vnissn' a cà,
r à senti a sona e balla.
ss. E r à clama a viin di so servi-
tùr, csa l'era sto bordèl.
S7. E IQ al gh' à rispòst : È arriva
so fradè, e so pàdar l'à fai massa un
videi grass, parche a '1 l'à torna a
vèd san e saiv.
ss. E lù sùbet rè andai in coldra,
e 'I voriva pù andà in cà ; el pàdar
rè gnu fora , e Vk cominsà a pregàU
ss. Ila lù r à rispòst, e l'à dit a
so pàdar : I èn giamo tanti àn che mi
a V serv , e n'ò mal manca d'obdì ai
tè comànd; e mai una \'oIta a t'm'c
dat un craven da podi god col me
amis.
*
30. Ma dop eh' è vnù a cà sto to
fio eh' l'à consuma tùtt al fatt so con
di vaccàss ad donn d' mala vita, t'è
amasse al videi grass.
SI. Ma al pàdar al gh'à dit: O al
me fio, ti t'è sèmpar con mi, e tùtt
quel adi' gh'ò 1' è tò.
ss. Ma l'era giùst da sta allégr e
fa festa, parche sto tò fradè l'era mort,
e r è arvislà ; l' ora pers, e al s'è trova.
ti, N.
1)1 A Limi KUII.IAM.
'ìhò
Dialetto Vale>/.\?io.
1 1. In òm a Pava dól flól ;
it. E M pù giovo d^ l6r a l'à die
Til pari : 0 papà , dèmi la part dia rò-
ba eh' a ih"' parlocca; e lù a yh sparti.
1 3. E dopo pochi di al fló pu giovo,
cala su tùt-còss, a rè andàò àn fin
paìs lonfàn^ e Tà tra via aKfat so,
vivènda dia pa bela.
14. E dopo che lù a l'avlva daH
fónd a tutt, a j'è vnQ inna gran ca-
ristia an t' cui pais , e lu Tà cminzl-
pia a stantà.
18. E a rè andai da jGn d^cul log,
ch'n r à miss a fora a mn& àn pastu-
ra f porse.
1 0. E Ili a r avrèissa vulù podéls
àmpi la pansa con al gianduii cVa i
mangiava i pursè; ma'nsun gh^nMn
dava.
1 7. Pensanda pò ben a lii , a l' à
di£: Qnanti servitùr a cà d^ me pari
a J àn del pan a saulàsi, e mi csi-cbì
a mor dia fam!
fa. Su : andrò da me pari, e a J di-
rò : Papà, a J ò manca contr^al Signor
e contr^ a voi ;
10. Za n' mèrit pu eh' a m^ digghi
vòsier fio; plèm cmè s^a fuissa Jun
di vostr' òm.
so. E drli a l'è andàt da so pàder.
L' era ancora lontàn che so pari a Tà
vust, e i n'à avu compassiòn, e cu-
rìndii a neon tra, a T & brassà su, e a
là basa.
SI. E 1 fio a i à di£ : Papà , a ] ò
mandi contr"* al Signor e contr'a voj;
za n' mèrit piì eh' a m' dlgghl vò-
s(er fio.
9<. Aniora ài pari a Vh dìo ai ser-
vitùr : D' lóng,portèi chi al pu bel vi-
sti , e buttèiii adòss ; dèi I P anèl àn
rà! so man, e biitlèi 1 ài scarpi àn
r I so pè.
93. E mnè chi In boccìn bel grass,
e massèli , eh' a man(^rumma, e s"* la
gudrumma.
24. Parche Ist me fló Pera mort, e a
l'è resussità; a l'era pers, e a P è stat
truvà. E a j àn cmensà a sta alégher.
88. Antànt al prim fio a Pera a Torà,
e rnlnda, arriva vsin a cà, a Pà santi
'I son e M bai ;
se. E Pà sercà in di scrvitiìr, e a
] k damò, csa j ero sii robi.
27. Est a ] à die: So fradè a P è
turnà a cà , e ài so papà a P à massa
al boccin grass, parche al Pà vdu
san e salv.
28. A i n' a avu dlsgùst , e ài vo-
tiva gnanca antrà ; ma ài so papà ,
sortinda fora, Pà cminzlpià a pregali.
89. E lù, rispondinda, a P à dl£ a
so pari: A P è zamò tanè ani che mi
a v' serv , eh' n* à j ò mai manca al
vostr' ordu , e voi n' mi éi mal dai
gnanca in bòi da gudèimli col me
amis.
so. Ma dopo eh' vòster fio Ist^ ch'Pà
mangia tùt-coss con del scarusi, a Pè
turnà, voi a Pél tratta col pu bel
lH)CCÌn.
31. Bla lù a j à dii : 0 1 me fio, ti
afe sèmper con mi, e tùt cui ch'a
Pè me a rè tò.
88. Ma bsognava gudèisla e sta alé-
gher adèss, parche ist lo fradc eh' Pera
mori, a l'è resùssItà; e eh' s'era perdù,
a l'è slat truvà.
Conte LoRF.?(7^ ])£ CAnnK>\<.
na
PARTE SECONDA.
Dialetto Pavese.
11. Ch'era ona volta on òn, ch'ai
gh'iva du flo;
la. EU minor Vk dit a so pàdar:
Papà, ch'ai ma daga quàlch'àm loca
d' me pàrt; e lu rà sparti la sostanza
intra i du fio.
is. E dà li a poch di, dopo ave fat
sùfagòt, ài minor rè 'ndàt pr ài mond
in fon pais lontàn, e là rà trai via
tùlcòss in ri vizj.
14. E dop che rà 'vù trasà 'I fat sò>
In quàl pais-là gh'è gnu la calestria,
e lù rà cminsià a 've da bsogn.
itf. E rè 'ndàt a sta con voi da
quàl sit-là, ch'ai rà manda afòra a
pascola i porzè;
le. E l'avaràv mangia i luèi che
mangiava 1 porzè; ma gh'cra'nsol
ch'àgh'nin dass.
17. Alora rà vèrt i oÒ, e Vk dit:
Quanti salaria in cà d'mè pàdar g'àn
dal pan da tra via e mèi eh' insichi
mòri dia fam!
18. Piarò sii, e'ndarò da me pà-
dar, e gh' dirò: Papà, ò pecà vers el
siél e vers lù;
19. Adèss son nànca pù degn dà
vèss clama so fio; ch'ai ma irata come
voi di so salaria.
to. E rà pia sii, e rè 'ndàt da so
pàdàr; e so pàdàr al l'à visi da lontàn
via ', al g'à vii compassioni , e gnàu-
dàgh' incontra ài g'à trai I braz al còl
e'I l'à basa su.
«1. E'I flo'l g'à dit: Papà, ò pecà
vers el siél, e vers ICì; adèss son nànca
pu degn da vèss clama so fio;
22. Afa '1 pàdàr l'à dit ai so sàrvi-
tór: Porte chi siibit al vlstidàd gran
gala, e màtìghel su, e màtighe Tanòl
in dit, ecalzèmàl su bèi;
fis. E mnè sii an videi ingrassa, e
mazzèl e màngióma, e fóm baldòria;
84. Parche sto me fio chi r era
mori e l'è risiissità, l'era pèrs e rè
stai trovn; e i s'èn miss a far baldòria.
25. Al fio maglór intani i' era in
campagna, e tornànd indrè, quand
rè vii slat arèint a cà , rà sinii a sona
e canta.
98. E rà clama voi di servitóre e'I
g' à domanda , cs' al voréss di quàl
bacàn.
27. E lu rà dit: É torna so fradèl,
e 'I so papà l'à fat mazza on videi In*
grassa pr'avèl ricupera san e sàlàv.
28. E Ili gh'è salta la mosca al nas,
e 'I voriva nò 'ndà 'n cà; donca so pà*
dar rè gnii fora, e '1 s'è miss a clamai.
29. Ma Ili rà rispósi à so pàdàr:
Ecco, rè chi tanti an ch'ai servi e
ò mai trasgredì on so comànd, e 'I
m'à nànca mai dal on cravéi da god
coi me amis;
so. Ma apena eh' è toma sto so fio
chi , e' rà consuma tiitcòss adrè al la-
rabàcol, l'à fat mazza on videi In-
grassa.
SI. Ma lù'l gh'à dit: o 'I me fio, bèi
par ti t'sè sèmpàr con mèi, e quàl
ch'è me è tò ;
S9. Ma bsognava sbauciàJa e sta alé-
gàr, parche tò fradèl l'era mort, e l'è
risiissità, l'era pèrs, e l'è stat trova.
Prof. Silo Cahatti.
CAPO HI
SAGGIO DI VOCABOLARIO EMILIANO.
SMKuiomi
Delle abbreviature impiegate nel seffumte f^oeabolario.
A. S. — Anglo-Sàssone.
Berg. — Bergamaseo.
Boi. — Bolognese.
Bre. — Bresciano.
Bret. — Bretone.
Corn. — Comovàlllco.
Crem.* — Cremonese.
EmH. — Emiliano.
Fer.— Ferrarese.
Fig. — Figurato.
Fr. — Francese.
Gael. —Gaèlico.
Gen. — Generale,
f^t.— Gòtico.
Ingl. — Inglese.
Isl. •— Islandese.
It. — Italiano.
L. — Latino.
Lod. — Lodiglano.
Lomb. — Lombardo.
Mant. — Mantovano.
Mil. — Milanese.
Mod. — Modenese.
Parm. — Parmigiano.
Pav. — Pavese.
Plac. — Piacentino.
Piem. — Piemontese.
Reg. — Reggiano.
Rom. -^Romagnolo.
Sien. — Sienese.
Sv. — Svezzese.
Tras.— Traslalo.
Ted. — Tedesco.
V.— Vedi.
V. Cont.— Voce Gont»-
dinesca.
V. Fanc. — Voce Fanciul-
lesca.
Ven.— Veneto.
Ver. — Veronese.
ba I u sa. Rom, Cottiociare, rosolare,
bbaguri. Boi. Ombreggiato, f^.
Bagùr.
bii b a n a. Boi, Acciaccato,
bgajar. BiU. Mescolare, confón-
dere.
Vbrasèr. Jìeg. Raschiare. - L Abra-
dere, abrasum?
>^brigbèrg. Beg, Tardare > indu-
giare.
Accuccirs. fìeg. Arq uat t n rsi , acco-
sciarsi.
Adarcàr. i?o/. - Adarcà. 7?om. Va-
gliare.
A derni. Beg, Intorpidito.
Adrachèrs. Beg. Indeliolirsi. - A -
dracàrs. Boi, Appoggiarsi di pe-
so. - yen. 8 1 r a V a e a rse. Sdraiarsi.
A d u n g ià r s. Boi. Sforzarsi , sbrac-
ciarsi.
A d u p à r s. Boi. Mettersi dietro. • For-
te da dopo?
Afina. Bom. Puzzare.
Agapunà. Bom. Incarcerare. -Iom6.
Mètt in caponcra.
Agherlìr. Beg. Intirizzire.
2(^H
PAUTE SFX(»M»A.
Aghi è. ficg. Pùngolo., Mimolo. /.
Ghia e Gojadòl.
Ag 6 r (1. Piac, Pav. e Mil. Abondantc.
Agrundàrs. Boi. Conlristarsi.
A gu e ci à r. Boi. Palificare, palafittare.
Aguflàrs. ^o/.-CufoIàrse. Ter.
Accoccolarsi , accosciarsi.
Aib. Boi. e Fer.'Wbi. Mod. Truo-
golo. K. Arbi, Ibiòl.
Al a pò. Beg. Assetato.
Atbascn (all'), fieg. A bacio.
Alguor, àlgur. Fer. Ramarro, y.
Ligór e Lùgar.
Alma. Piac. -Ma, doma. Lomb. So-
lamenta. £ da notarsi, come questo
ma lomb. corrisponda esattamente
al but degli inglesi^ equivalente
al ina italiano.
Al va. Boi, Filare di viti, anguillare.
Amanà. Forlivese. Vestire.
Ammagulàrs. Boi. Rappigliarsi,
coagularsi.
Aramarazzèrs. fìeg. Ammontic-
chiarsi. - Cam. Mar. Molto.
Ampi. Piac. Smania.
Ancona. Gen, Nicchia.
Ancroja. Boi. Tristanzuolo, mala-
ticcio.
Anghirola. Fer. Truogolo. -Goc^
Angar. Orcio, botte.
Angia, Anza. Mani. Serpe.- ^.An-
guis.
Anguanìn. Beg. Giovenco, vitello
da uno a due anni.
A n isso. PatTn, Amo da prender pe-
sce. - A n 1 8 s 5 1 a. Lungo Alo armato
di molti ami.
Anqnana. Boi. e Beg. Pigro, tenten-
none.
I
Anscr. Boi. Castagne secche.
Antàg. Pi€u:. Androne.
Antan a. Gen, Vedetta; la parte su-
periore di alcuni edificj.
Anvèln. Parm, Lupino.
A n zana. Gen. Alzaja, grossa funcchc
serve a tirare le barche.
Apaluges. /?<im. Dormiglia re.
Apislèrs. Beg. Sonnecchiare, a<liJor-
mentarsi. r. Pi sol.
A pi ine. Beg. Malaliccio.
A p pa n i r à r s. Boi. Adagiarsi, ozian-
do.
Appiét. Beg. Affatto.
A p pò n t è. Beg. Appresso , vicino.
Aprov. Piac. Rasente, vicino. -L. Ad
p rope?
Arabura. Bom. Rabbujare.
Aragaja. Boi. Fioco, ràuco.- /foni.
affiocare. A^. Argair.
.4ravacè. Bom. Infangare.
Aramfir. Boi. Raccògliere, raggra-
nellare.
Arànd. Piac. Vicino, rasenlc, a ran-
da, y. Arèint.
Arbèr. Bom. Canapiglia. - Anas
streperà.
Arbèga. Bom. Piètica; strumento da
falegname.
Arbi. Piac.'Mh. Boi Truogolo.
Arbinàr. Mani, t yer. Adunare,
mettere insieme. -L. Binare?
Arblàr. Bo/. e Fer»- Arblèr. Beg,
Ribàttere, ricoltare.
Arburdirs. Boi. e Fer. Riaversi, ri-
farsi.
Arcar ve. Hom. Rifare.
Arcatón. Top. Rivendùgliolo di frut-
ta, erbaggi.
A r e h è s t. Fer, Scegliticcio, marame.
Arcòst. Beg, e Piac. Solìo, solatìo.
Ardinsàr. Parm.- Ardi nzèr. Beg.
-Resentà. MiU Risctaquare. /^.
Arsinta.
Ardinzadura. Beg. Sloppa.
Ardònd. Piae. Cruschello.
Arcint. Gen, Vicino, accanto.
Arella. Gffi. Canniccio.
Argaìr. Boi, Divenir fioco, ràuco.
Arggnàr. Boi. Raggrinzare. - Ar-
guì. Bom. Ringhiare.
Arghèib. Boi. Rigògolo.-/.. Orio-
I I u s G a 1 b u 1 a.
DIAUm EMILIA?».
^«D
Argiolèr. Parm. Rabbellire. Foràe
ftatla radice comune francete ioli ,
i'CZZOiO?
Argoz. Piae, Mondiglie, vagliatura.
Arguajumàr. Form, Cestire.
A r g u m b I a. Bom. Rovesciare la liocca
d^un sacco, o simile.
Argute. Boi. Rannicchiato.
Arrengàr. Boi. RivoKareirovcsciart*
(dicesi degli àbiti).
A r s è i g a. Boi, Membro sporgente ne«-
gli ediflzj.
Arsinta. /t'ac. -Arsi ntàr. Parm.-
A rz e ntà. Pop. -Aria nzàr.Afofil.
e Fer. - Resentàr. Ter. Riscia-
cquare, -^rm. Rinsa, rinsadur.
Ariana. Pann. -Rigàgnolo. FCac. A r sin te Ila. Airm. e /?«0. Lucèrtola.
Fogna , cesso e sterco umano.
Ariete in. Parm, e Boi, - Reatin.
Lomb. Scrìcciolo. - il. Sylvia tro-
glodytes.
A r i ù t. Bom. Rinfrescamento, nuova
provvisione di vìveri.
Arie, arlòn. Bom, Incannucciare,
canniccio. #^. Are 1 1 a.
Arti a. Parm.^ Piae, e Afoni. -Ar li.
Boi, Ubbia 9 superstizione. - Af od.
Mal-umore.
A r I ò t. Boi, Cibo e sostanza schifosa. -
Bom. Arlòt, arlutà. Rutto, rut-
tare.
Armàteg. Parm, Sito, fetore.
A r m e l a. Piae. e Mani, Nòcciolo, gra-
nello, àcino. - A rm ci. Pop. Semi di
popone e simili.
Armila. Afanf.- Armi I. Ter. Albi-
cocca.
Armnàr. Parm, Boi, r Fer. Contare,
numerare, f^, Romnà.
Armoccia (all'). Fer, Di nascosto,
di soppiatto.- Fer. Muc ci! Zitto,
zitto!
Armuscja. Bom. Rosume, tuorlo.
A rm u ssi. Bum, Spurgarsi il catarro.
Arnghè. /fom.-Tarnegàr. P(Irm.-
T a r n e g à. Mil, Ammorbare. - F.
Tarnegàr.
Ara oc. Parm, Sciocco, scimunito.
Arparella. /W*. Molla-Vite.
Arquesta. Mani.' Arche si. Boi.-
Requesta. Fer. Cassero de! polli;
stia. -I. Està.
Arranzinàrs.^o/.-Ranzignarse.
Fer, Arroneiglfarsi, raggrinzarsi.
Arsùi. Boi. e Fer, Avanzaticelo.
Arsuràr. Boi, e Fer, - Arso r dar.
/Virm. -Arsorèr. i?0gr. • Assura.
Bom, Svaporare, sfiatare , intiepi-
dire.-Fcn. Soràr.
Arnghè. Bota, Ammorbare.
A r V è j a. Boi. Piselli. - A r v i a. Parm,
e Beg. tiuhìg\\9i. ' Lai, Ervllia.-
A r vèj a. Boni, tign. Pisello di pra-
to.-t. Lathyrus pratensis.
Arviòtt. Beg, Piselli.
A r V s à r i a. Beg, Versièra. Ente Infer-
nale, riguardato dal volgo come la
moglie del diàvolo. In dialetto Ve-
ronese chiamasi Rosaria qualun-
que leggenda favolosa che le don-
nicciuolc raccontano ai fanciulli, in
cui l'orco, la strega o la moglie del
diàvolo hanno sempre la prima
parte.- F. Ròdsa.
A r z e 1 1 a. Bom, Terra da pignatte, ar-
. gilla.
A r z d ò r a. Beg e Fer Padrona, mas-
saia di casa; rcggitora?-MJ/. Re-
iora.
Arzil. Boi. Cassa, armadio. - Luf.
Arca, arcella.
Arzo lin. Mani, Vicolo.
Asa, àsola, asetia.Gcfn. Occhiello,
fermaglio, femminella.
Asaquàrs. Parm. Atterrarsi, cur-
varsi al suolo. Diceti delle biade «
dell'erba e simili, atletTale dalvento.
Ascher. ^o/. -Asera. Beg. Rincre-
scimento, rammàrico.
Asiàr. Boi, Girare, andar su cgiiì.-
Asia. Bom. de" Contad. Andare.
950
PARTE SECODA.
A si 61. Mant. Vespa. -A s loia r. Ve-
spajo e ronzare.- Asiól. Heq. e Fer.
Assillo, tafano.
Asnèr. Req. Asinelio, trave princi-
pale dei tetti a un'aqua sola.
Assaina. Boi Bilenco, bistorto.
Asteria. Boi. Allibito, appassito.
Astia. Boi, Stimolo, pùngolo. -r^
Stómbol.
A 1 1 è 1 s. Boi, e Fer, Accanto, appresso.
Attiimbàrs. Boi. Abbujarsl, oscu-
rarsi.
Aventadura. Rea. Ernia.
Avincàr. /?o/.- Avincè. Rom. Pie-
gare, incurvare, torcere. - iL. Vin-
ci re.
Avintirs. Boi. e Fer. Allentarsi, di-
venir ernioso.
Avulandra. Imolese, Stella.
Azaccars. ^o^- Azaquèrs. Reg,
Sdraiarsi. • K Zaquir.
B
Babaràr. Fer, Ciaramellare, chiac-
chierare.
B a b i. /Vcu\ Bravo , buono. - Man f. ,
Fer, e Boi. Muso. - Parm. e. Reg,
Faccia. - Piem. Rospo.
Babilàn. Rom. Anafrodisiaco.
Babilia. Pìac. Baldanza.
Bablada. Piac. Scempiàgine.
Bac. Reg, Passo. -fcr. Bastone (in
questo senso //. Bacchio.- L. Bacu-
lus).-Bacchèr. Por piede, far
passi.
Baé. BorGuaziabùglio, confusione. -
Fer. Agnello, -Baèlòc. Acciarpa-
tore.
Baca] a r. Parm,, Piac, e Fer. Cin-
guettare, ciarlare.-B a caj k r. Mant.
e ^o/.-Bacajèr. Beg. Strepitare.
Bacca là r. Gen. Lucerniere, porta-
lucerna.
B a e e e r 1 a. Piac, Scempia, scimunita
(dicesi di donna).
Buccia r. Boi. Bastonare, ba('rhi»n*.-
K. Bac.
Baci oc. Gvn. Balordo.
Bada. Piac. Socchiùdere e socchiu-
so.-/^ap* Bagà. - y, Sbadàd.
Bada lue. Reg. e Fer. Chiasso, bac-
cano. - /frm. Bad. Stordimento.
B ad a n à i. Boi. Ciarpe, Ìntrigbi.-/?otii.
Parapiglia.
Bad ci n. Piac. Bracciante, giorna-
liero.
Badia I. Reg, Squisito, perfetto.
Badinèr. Reg, Scherzare. - /*>. Ra-
diner.
Baga. Gen. Otre.
Bagài. Gen. Ragazzo.
Bagajà r. ^o/.Lavorare, maneggiare.
Baga rè n. Rom. Fantino.
Bagarón. Rom. Piàttola. -f. Bur-
digón, fuzlón.
fiagarunàr. Boi, Balbettare. - r.
Tartajàr.
Baghin. Rom. Migale.
Bagiàn. Geli. Balordo.
Bagola. Piac, Cacherello, sterco di
lepre e simili. - Mant. e Feì\ Zàc-
chera.
B a g u 1 è n. Rom, Schiribilla, gallinella
palustre piccola. -Z. Rallus pu-
s i 1 1 u s.
Bagùr, bagura. iSo^Ombra.-Aba-
gurà. Ombreggiato. -Aft7. Paura,
pagura, $ign. pure Biliorsa, be-
fana, ombra.
Bais. Mant., Fer. e Boi. Lisca, ca.
pecchie ; branchie dei pesci.
Balandràn. Gen. Scemplooe.
B a 1 a t r ò n. Rom, Scioperatone. - L .
Balatro.
B a 1 e a. Piac. e MiL Cessare, scemare.
Balcàr. Fer. Guardare, osservare.
B a 1 é i n g. Piae. Bieeo, ' stravolto. -
Parm, Scemo. - B al é n g. Mant. -
Balengo. Fer. significano Bande-
ruola, sciocco.
Baligàr. Fer. Uuòversi; dimenarsi.
DIAUCrO EMILI.4.M.
281
R a 1 U r è r. />(^0. Succiolajo , veadlttr
Bare 9. Heg, Agghiiiccio; prulo ocani'
di sùcciole.
Ballétt. /7e(jf. Vaglio, crivello. -Bai-
ter. Vagliare.
Ballètt. Piac. ' Bkììer, Farm, e
/?£9. -Balctta.*Pap. Balds.-Ba*
lùss. Z^ui. e Afod.- Bai osa. Af ani.
e Fer. Sùcciola.
Baiò e. Gen, Grumo.
Balòss. Pann. Tristo, catti vaoclo.
Ballar. Parm. Vagliare. In qualche
diaUliopiemonteie chiamasi B à 1 ti a
V alfa-lena.
Balucchèr. jfieg. Calpestare.
B a I z. Fer, La treccia di paglia colla
quale 1 niietitorl legano i covoni. -
Parm. Lembo, falda. - Gad. Balt.
Lembo, cìngolo.
Bara ben. Bom, Pupilla.
B a nastra. Piac, Gesta.
Banda. Parm. Làmina di ferro sta-
gnaio. Latta. Queita voce è anciiJe
pn>pria dei diaietU vèneti,
B a n d è g a. Barn, Regalia, dono.
Band or la. Mod, Allegreiza, festino.
Banzól. Bom. Sgabello. -Banzo la.
Boi. Panca, panchetta.
Bar. Boi. Cioccti (DiceMi dei capelli ).-
V, Ber, Bral e Barnèl.
Baracca. Gen. Gozzovigliare.
Bar acuì a. Bom. Piccola specie di
raja.-l.. Raja asperrima.
Barba. Gen. Zìo.
Barbo] a. Piac. Borbottare.
Barbonàdag. /Vac. Anònide. - L, Kr
nonis arvensis.
Barcàr. Per, Piegare, stòrcere.
Barcbessa. Parm,, Bol.eFer. Tet-
toia.
B ar e 1 a e I a. Pine, aanclare, cinguet-
tare.
Bardassa. Gen, Ragazzaccio, giovi-
nastro.
Bardavella. Aom. Falda, sostegno
del baaMni.
Barduf à. Piac. Formicolare.
pò io cui viene rinchiuso il greg-
ge. Da qui forse deriva il nome di
Bargamèin 0 Bergamin, dato
0/ pastori ì Questa è forse ancora
la radice primitiva detta voce par-
co, di quel recinto cioè destinato ad
imprigionare ta selvaggina per la
caccia.
Bargamèin. Gen. Mandriano.
Bàrghem (Dar el). Parm. Imbec-
care, dar rimbeccata.
Bargnìf, bargnìc. Piac. Diàvolo.
Bargòs, brigòs. Piac, Neghittoso,
pigro, impacciato.
Baricocla. Bom. Galla, gallozza.
Bar lèi ne. Piac. Chiàvica, cateratta.
Barliròn. Piac. Guercio.
Bario e a. Bom. Gran fame. - Fedi'
Sghessa.
Bàrniis. Pav, Paletta da fuoco. Que-
sta voce è lomt>arda.
Barnèl d'cavi. Fer, Ciocca di ca-
pelli. DiminuUvo di Bar. F.
Barni. Piac, Assiderare, agghiac-
ciare.
Bar ni sa. Aiv. -Burnìs. Boi, Cini-
gia, cénere calda.
B a ronda. Gen, Confusione, intrigo.
Barsàn. Piac. Trifoglio.-/.. Trifo-
lium incarnatum.
Bar tavoli. Gen. Bertovello, sorta di
rete.
Bartavlar. i*arm, e Piac, Ciarlare,
cinguettare.
Bartinén. Bom. Clnerògnolo.
Bartinòn. i?om. Bigione. -I. Syl-
via hortensis.
Baruffa. Gen, Contesa, rissa.
Bar uva. Bom, Drizzatojo. Foc, de*
cappellai.
Bascavozz. Pioc. -Cavèzz. lom.
Scampolo. • K. Scavèzz.
Basia. Boi. - Basiètt. Beg. - Ba-
sista. A»?. - Tafferia.
B àsola. Parm. e Piac. - Baslòtt.
2»2
PARTE SECONDA.
licg, e Mod. Catino, vaso di terra.
Ita sta. Gen» Sessitura, piega fatta
nelle vesti lunghe, per accorciarle.
Basto ri ir. l'ami. Abbronzare.
Batana. Bom, Schifetto, piccolo
schifo.
Batibòi. Rom. Zafferoglio.
Ba tizia. Piac. Molestia.
Batlà. Rom. Cicalare. Forse dal L,
Blatero?
B a 1 0 1 a. ManL e f^er. Cicalone. - B a-
tolà. Cicalare.
Battei. Boi. Serbatojo d'acqua.
Bàura. Beg, Giogaja, soggólo. -K
Bronza.
Ba vaja. Bom- Pioggerella, nevischio.
Barlcln. Parm, Cenciajuolo.
Baza. Gcn, Buona ventura., buon
prezzo.
B a z u r 1 ò n. Bom, Baderlo.
Bacz. Partii, e Piac. Vizzo, appassito.
Bàzol. Mani, e /^*ac. -Bàzel. Beg.
Bilico, legno alle cui estremità ap-
pèndonsi due pesi e si soprapone
alle spalle.- Bàzel. BoL eBàsul.
Per, significano Randello.- £. Ba j u-
lum(?) (Bajulus facchino, por-
tatore).
Bazòtt. Gen. Di mezza cottura.
Bazurlòn. Bom, Baderlo.
B dò Ila. i^om. Pioppo. - 1. Populus
nigra.
B d ò s t. Boi. Slaggesc, maggiàtico. Ter-
reno lasciato sodo, nel quale Panno
precedente fu segato il grano.
B d ù I é n. Bom. Alberini ; funghi na-
scenti presso i pioppi detti B d è 1 1 a.
Becca. Piac, Malescia, cattiva {IHcai
di noce ).
Beg. Airm., Mani, e Piac. Lombrico
terrestre.-B è i g a. Beg,- B è i g. ilfod.
Nome genèrico dei bruchi e delle
larve di molU insetti. - B èi g. Baco
in generale. -r. Big.
Bega. Boni, Briga, intrigo.
Bcgra. Beg. Lòja, melma.
Beina. Piac, Mena intrigo.
Belsa. ^o/. -Bèls. Fer, Bazzècola,
bagatella.
Bellurde. Bom. Torta, sorta di vi-
vanda.
Bèi za. Beg, Pastoja.
Bomba. Bom. Epa, pancia.
Bendla. Beg, ' Reniti. Parm. Dòn-
nola.-Z. Bcllula. -K Boria.
Ber. I*arm. e Fer. Ramo, ciocca. Nelle
fraii: Un ber d'mattèria, un
ber d' cavi.- Un ramo di pazzìa,
una ciocca di capelli.
Bergagna. Beg. Cestone.
Beriaschèin. Boi, Bravaccio, mil-
lantatore.
Ber le Ida. BoL e Beg, Greto del fiu-
mi ; la parte del letto che vieii ba-
gnato nelle grandi escrescenze.
Berlìckr. Boi, Civettare.
Berr. Bom. Montone.
Bersò I. Reg. Tubercolino.
Bertela. Boi. Bigio, color cinèreo.
hesckLBeg, Broncone, palo grosso.
Beslàr. Parm, Pùngere. - Besl a r
v i a. Scomparire. - f^. B s i a.
Bgarèr. Beg. Guazzare.
Bghéng. Beg. Scemo, sciocco.
Bgòi. Boi. Miscuglio, confusione. -
Bom. Moltitudine. - (Bgòi d'ani-
mai. Pecuglio). -1^. Abgujar.
Bgòi. Boi, Chiasso, frastoono.
B g ò t. Mani. - B g ò n. Fer. Crisalide
morta, in ispecie del filugello. - ^ .
Beg.
B la lièi n a. Piac. Diminutivo di Te-
game; da Biella. Tegame.
Bicocca. Gen. Catapecchia.
Bicoclà. Piac. Buffetto.
Bicuclàr. Fer, Accarenare.
Bida. Boi. e Piac. Biètola.-/.. Beta
vulgaris. -Bida imPurm. e Beg,
significa Bovina , sterco di bue. -
K. Binda.
Bietta. Bol.f Mod. e Beg, Piccolo
cùneo.
DIAUERl EMILIA.M.
2»5
Big. lieg. Bacalo. Dìccmì delle /ihIIa Bisiàc. Gen. Inconsiderato, trascu-
guaste da larva. I rato.
B a g a r à V . Boi. e Piae, Ciondolare,' B 1 8 o. Aip. - B i s ò 1 . Form, Arnia dei le
indugiare. api, sciame.
Biffati. Boi, e Piac, Filugello ed aD*,Bisolfa, Piac. Nùvolo, subisso.
che Verme. Forse (fa Beg?-f^. Blu da. BoL Bovina, slcrcodi bue.-
Bigna. Pfoc. Agitarsi, dimenarsi.* i?o»ii. Chiara d'uovo.
Bignar. Parm. Arrovellarsi, sUz- Bla e. BoL Cencio -f. Straféri.
zirsi. Biada. Piac. Inezia, bagatella.
Bignòn. /Vac.-BugnÓQ. G«ii. Cic-
cione, furóncolo.
B i go lo tt. Pomi., Piac. e Piem. Iter»
clajuolo.
B i g 0 rd i. Parm. e Fer. TrìiòlOj trè-
fano.
B i g 0 r g n a. Parm. Piccola Incudine.-
L. Bicorni s.
Bigòtt. G«n.-Bisòc Sol. Bacchet-
tone.
Billgòtt. Piac. •* Belegòtt. Mil.
sùcciola.
Bimblèina. Parm, Pisciarello, vino
sdolcinato.
Binar. Parm. Scégliere.
Bindòn. Bom, Mugolone.
Biólca. Oen, Jùgero.-t. Bubulea.
-Biólc, bòlo. Bifolco.-/.. Bu-
bu le US.
Bios. Piac. Bifolco. - Boi. Nudo, spol-
pato. - Beg, Disadorno. - f^. Bi ó t.
Biót. Jtfaii/.-Sbiòt.iYac.-8blòs8.
Parm. Ignudo.
Biràé. Beg, Birracchio, vitello dal
primo al secondo amio.
Bi r a d è n. Bom. Montoncello ; piccolo
mucchio.
B i r èn . Bom. Tacchino.
Biriè./Vac.-BirlchèlD./\irm. Mo-
nello, cattivello, biricchlDO.
Biro. Piac, e Mil. Bischero.
Biròn. Boi. Zaffo.
Birùc Mod, Torso del grano turco.
Bisca. IVoc. - Blschòr. Beg.^Bi-
»ckT, Parm. Arrovellarsi, ródere
il freno.
Bi5ia. A'oe. Vespa. -A'. Bsià.
B 1 a n g u r i a.y?o#/i.ContÌgÌo,altiilatura.
BIédeg. Beg. e Mod. Sollético, dilé-
tico.-Bledghòr. /2e0.-Bledgar.
Parm, Solleticare.
Biicter. Mant.e Fer.-hìicXri. Boi.
Dappoco.
Blisghér. Beg. e fer. - Bllsgar.
Parm. Scivolare, sdrucciolare.
Bloc. Gen. Masso, ceppo.
Boba. Bom,, Parm. e Boi. Minestra. -
Bobba. Piac, e Piem. Sterco.
Boc Beg. Spino. -K. Bòzz.
Boé. Bom. Trucchio. -Bòccia. Gen.
Pallòttola.
Bòccal. /}om. Riccio, cincinno. - Fr.
Boucle.
Bochilàr. Piac. Andito.
Bochinchér. Bom. Pesce prete. - L.
Uranoscopus scaber.
Boc in. Pa9. e Piem. Vitello.
Bòdega. Mutit. Crogiuolo.
Bodéinfi. iYian/. e/Voc.-Budenfi.
Fer. Conilo, enflato.-Bodìé. forni.
Atticciato, polputo.
Bòdiga. Piac, Altalena.
B od riga. I*iac. Oire. 'Fig. Ventre.
Bògn. BoL Tumore, enllalura. - f '.
Bignòn.
Bòi. Piae, Arnia, alveare.
Bója. Piac. Contesa, lite.
B 0 j a e e a. Piac. e lUiL Pappolata, be-
verone.
Bo] ada. Piac. Cruscata, pastocchiatu.
Boll ad òr. Piac. Frugatojo, bastone
do^ pescatori.
B o 1 / u 1 a. Piac. Stagnala ; > a.so desti-
nato a contener oglio.
^u
PAKTE SECONDA.
Bonarìsé. Porm., Piac. e Fer. Ai-
(ca. • £. Altbea officinalis.-
Quasi diceise: Buona a far vischio.
B 0 n d ó n. Pa^:'. eMil. Coociiiuine delle
botti.
Bó ra. Mant. Vento di greco^ tramon-
tana; Borea. - Bòra. Fer. e Fen.
Pianta scortecciata ad uso di co-
struzione.
Boracela. Gen, Bariletta.
BorcàJ. Piae, Turàcciolo. - /Z^g. Al-
largatojo. -KBurcàj.
Bordana. Parm. e fìrg. Borda» Be-
fana.-A/^/. Borda, bórdassètt,
bordo. -f^, Bòurda.
B 0 r d i g a r. Parm. Frugare.
Bordigliòn. Piac. e Hem. Filo di
ferro grosso.
Bordlèin. Piac. Ragazzino.
Bordòn. Piae» Crisalide , bacacelo.
Borèin. Hoc.-Borìn. MiL Capéz-
zolo.
Borga. Bom, Bagna, vaso composto
di cordoni di paglia legati con ro-
ghi per tenervi le biade.
Borlanda. Piae, Pappolata , beve-
rone.-K Bojacca.
B 0 r n i s a. farm., yteg. e iVoc. -B 0 u r-
n i s a. Jlfo((.- B u r n i s a. /{ofn. - B u r-
nis. Boi. Cinigia. -K. Bar ni sa.
Bornisòtt. Piac. Ritrovo, conversa-
zione piacévole.
Bórr. /Voc.- Burri r. Ao/. -Bar-
re r. Beg. Scovare, sfrattare il sel-
vagiume.
Bor rie. Gen. Ciuccio, àsino. - Spagn^
Borrlco.
Bosgàt. Mant. Ilajale. - Bos gat-
te I. Diminuì.' GaeL Boscat. Ab-
bietto gatto ?
Bos tè in. Piac. Bucello, piccolo bue.
4^1* av^^erta^ come il $uffi$to lein, elie
vale a formare il diminutivo da' no-
mij nia comune ai diaUtii emiliani
ed alla lingua tedesca.
Bos ò ti. Parm. Quaccino, focaccia.
Boss (a). Bom. A bizzeffe.
Bòtt. Boi. Rospo.
Bòttel. Beg. Nome genèrico di tutti
1 pesci nati di fresco.
Bottlèr. Beg, Vinùccolo, vino cat-
tivo.
Bòtt ola. Parm, Fascio di fieno le-
gato che può bastare per cibo di
un giorno ad un cavallo.
Bòurda. Boi, e Mod. Befana, orco. -
F. Bòrdana, arvsària.
Bourga. Mod. Gabbione.
Bozlàn. IHac, Ciambella. - F'en. Bus-
sol io.
Bòzzul. Fer. Bòssolo.- rer. Croc-
chio, circolo di persone adunate.
Boria. Piac. Dònnola. -K Ben dia.
Bos e a. Piae, Favo.
Bozz. Piac, Pruno, spino. Dice$i an-
cora per Tela, o$$ia quello «(m-
mento che serve a dirómpere il latte
coagulato, y,
Braja. Fer. Poderelti.
Bràina. Boi. Sodaglia, incolto, stè-
rile.
Bral. BoL Uocca. (Dlcesi dei capei-
U).-K. Bar e Ber.
Brama. Piac. Muggire, proprio del
bue.
Brasc, bresc. iSol.-Brasca. Beg.-
Bresca. Mant. e/^.-Bressa.
Bom, Fiale; favo.
Bravar. i9o/. Sgridare, riprèndere.-
Bravéda. Beg, Riprensione.
Braczadella. i0o<. e Fer. Ciambella.
Bréci Boi, Agnello castrato, bricco.
Bréga. Pioc. -Briga. Airm. Pigri-
zia, svogliatezza. -Bri gòs. Pigro ,
neghittoso.
Brégula. ^ol. - Frégola. Scroti.
Scheggia, bricciola.
Bréll. Boi. Sorta di véCriee per pa-
nieri e simili.
Brandy brent (ÉMor). Fsr. Sentirsi
male, star chioccio.
Brle. Piac, Greppo.- itofir. e fer. Mon-
DIALEITl EMILIANI.
ione.' Boi. Bréquel, diminuHw
di Greppo.
Bricvìv. Refj. Capriccio.
Bri coi a (a). Piac, A bizeffe.
B r i o g n a. /ìom. Zucca selvàticii. • Z.
Bryonia dioica.
B r i II d n n. Fer. Sciocco , babbeo,
fi r i n d nà I. Piae, Capifuoco , alare. -
Ted. Brand. Tizzone.
385
Bsnc(a). Boi. Sossopra, alla rinfusa.
Bscantìr. Boi. Correnti, travicelli
che sostengono i tetti.
Bscocca. Bom. Battisoffia.
Bsè. Bom. Aver possanza. -£. Posse?
Bsèin. A'oc. -fisci. Pav, Agnello. -
fisèi in Boi. - fise in Per. • fisi
in Farm, significano Pungiglione. -
fisèi. Bom. Frégola. -K fislà.
Bris, briscin. Boi. e Piac. Pocolt- fisià. Piac. - Bsièr. Bfg. Pùngere.
no. - B risa. Mani. , Beg. , Mod. e
Fer. Mica, non, punto.
B r i s e u 1 a. Bom. Zombare.
B r 0 a . l*iac. - fi r u à. Fer. Scottare, bl-
lessare.-7W. fi r Q k e n.-r. fi r o v a r.
Broja. Bom. Giunco pungente. -Z.
Juncus acutus.
Dicesi degli insetti. Quindi B sii.
Afanl.'Bskì. Boi. -fisi. Parm. -
Bsè. Beg. e fW*. Pungiglione.-Bs ì a.
/'ap. Ortica.
Bsodi. Fer. Sporco, lercio.
Bsolla. y^om. Uva bianca di gràppoli
radi e àcini grossi e mostosi.
Broc, brocca. Gfii.Pollone.-Broc- fisòtt. /'toc. Tassello, rattoppamento,
càm. Sterpi. jBsùgà. P/air. -Bisigàr. Fen. Fru-
Brocca. Gen. Alezzina, vaM> d*aqua.| gare; pnirire.
Brófel, brùfel. Gen. - Brufolo, fiuarcina. Gen. Cutréttola. - £>. M o-
rer. Bolla, pùstula. - 1^. Brùguel.
Eròi. Gen. Frutteto, pomiere.
Brombla, brómbal. Bom. Frasca,
rimessiticcio, piccolo rampollo.
tacilla barula.
Bubana. Bom. Magona, abbondanza.
Bnbbt. Piae. Bàmbola, fantoccio di
cenci. -L.Puppus, puppa. Fan-
Brómbula. Fer, Bottiglia di vetro., tollno, fantolina?
Bronza. P^ac. Giogaja, soggólo. -K Bu bla. Beg. e Boi. Bagatella. - K
Bàura.
Brott. Bom. Cantino; caria tra la
perfetta e lo scarto.
fi r o V i r. Parm. e Piae. SbogUentare,
blIesMre. - F. firoa.
Brozz. Gen. Biroccio, carro dapog-
gio.-B rozza. Garretto a due mote.
Bragia. Piac. Bolla, pùstula.
Brùguel. Boi. Pùstola^ bolla. - f^.
firófel e Brugla.
Irùmel. Beg, Codióne, codrióne.
Brns. Piac. • Brù g. ìom. Scopeto. -
L.Erica communis.-I>f guide-
mano B r ù sèia efi r usòi n. Spàz-
zola e spazzolino.
firnsa. Bom. Proda, orlo, estremità.
- MI. Brusa.
firusacùl. itom. Cuscuta. - l. Cu-
scntaeoiropaea.
Zerra, Gnàcchera.
fiublàr. Boi. Ingannare, frodare.
Bùó. i^arm. Nodo, nocchio.
Buda r i è, bud riè. Bom. Bandolièra.
Budién. Bom. Fanghi che nàscono
a"* piedi de' pioppi. - K. Bdu rén.
Budenfl. Bom. Impolmlnato.
Budriòn. Mod. Fogna, pozzonero.
Bufferla. Boi. Averla.-!.. Lanius
collurio.
fiugagnòl. Boi, Pesciaiuola. - L.
Mergus albellus.
Bugàn. Bol.'l. Anas clangula.
Bujaca. Bom. Vernice e simile. -
Mil. fiojaca.
fi u 1 1 i r. Boi. fiuscare.
Bullo. Piac. 'Bill. Bfg. e Bom. Mil-
lantatore, bravaccio.
Buldèzz. Bom. Caldura.
20
W6
PARTE SECONDA.
Buie. BQm, Cespo di grano, fieno e
B u 1 i r ò n. Bom, Catarrone.
Bunaga. ^o/. -Bugnèga. /^eg. Ano-
nide.«K Ligabò.
Bunastrèn. Bom, Mediocre.
Bur. Boi, Bujo, oscuro. *£. Burus.
Buràzs. Bom.^ Beg., Boi. e Fer, Ca
novaccio.
Burazzena. Bom, Traliccio.
Burattèl. BoL e f^en. Cirluola, pic-
cola anguilla.
Burd. Parm, Pìccolo cavallo, ronzino.-
f>r. Bur ciò. Battello.
BurcàJ. Boi, Allargatojo; stromenlo
che serve ad allargare i buchi nelle
làmine di metallo, • Mod, Zipolo. -
K Calisvàr.
Burchètta. Boi. Zipolo « turàcciolo
delle botU.-K. Borea j.
Burdigàr. £o(.*Bustighèr. Beg,
Frugare^ razzolare.
Burdigòn. A)/.-Burdòc.ilfi7, Piàt-
tola.-^. Blatta orIentalÌ8.-f^.
FuzÒD e Luzlòn.
hìiT$,Beg. Cestino. -Burgagnòla;
brocca. -f^. Burgòtt.
Burgàt. BoL Gergo.
Burghò. Bom, Frugare.
Burghignòn. Fer, Viburno.
Burgòtt. i9ol. e Fer. Cestello ove ni- Calane. A>/.Frana.-Calànoh. Bom.
Bustighèr. /kg. Frugare. - K. B u r-
digàr.
But, butella. Bom, Cannone, caM*-
rattino.
Buttiàr. Boi. Borbottare, lamentar-
si.- f^er. Futi far.
B u t r i g a. Bom, Epa , buzzo.
Buvinèll. Bo<. Imbuto. - K. Bvina.
Buzra. Gen, Còllera. - Aom. anche
Corbellerìa. • B u z r è n. Bom, Nac-
cherino. - Jlfi7. Bózzera, in ambo
i significati, e Bozzerin.
Bvida. 3fod. Pipite.
Bvina. Afod. Pévera. -B vi nel. Im-
buto. - K. Pìdria e Lodra.
C
Cabròss. Beg, Rovistico, ligustro.
Caciàver. Parm, Tristanzuòlo, uo-
miciàttolo.
Cadnazia. f^. Omt, Bom, Tralcio,
sermento.
Cagnara. Gen. -Cagnera. Bom, -
Cagneria Af^/. Corbelleria, Inezia.
C a g n 0 1 a. f^oc, da' sellaj. Bom, Mor-
sa. • Lomb, Cagna fier mòrdere.
Ca ibi ne 11 a. Biom, Calvello.
Calabriisa, galaverna. Mimif. -
Scalabr usa. /'l'oc.- Galabrasa.
Beg, Brina.
dificano le colombe. - y, Burg.
B u r i, b u r i dò n. Ami.Garrirt,rabuffo.
Burida. Bom, Avversità.
B u r i r. Fer, Assalire, adirarsi. - Bu r-
rir. Boi, Scovare. - K. Borr.
Burlarò. Piac, Zàngola, vaso nel
quale si U il burro.
Buròn. Fer, Cocone.
Busaghè, buscare. ^om.Giuntare.
Busca. Gen, Fuscello, pagliuzza.
Buscaròl. JZom.Stopparola, uccello.
-Z. Motacilla Sylvia.
Bus san a. Mant, e Fer, Burrasca.
Bussar. BoL^ Fer, e Fer, Stagnare,
tèndòlé nelPaqua.
Foc, Coni, Burrone. fT. Darvèn e
Lubla.
Calenza. i^om.-Calétenu Aol.^Ca-
lézna. Beg,^ Mod. e Pomi. -Cai i-
sna. /'op. -Calàzna. /Voe.-Ca-
risna. Mil. Fuligine.
Calgbèr, calgareja. ilom. Concia-
pelli, concia.
Calisvàr. Pine. Allargatcjo.-f^. Bur-
cài.
C a 1 m ì r. Gen, Tariffa, ealmiere.
Calsella. Boi - Galdsella. Beg,
Scriminatura. Form dalla 9oce ita-
liana Calle, callieella.
ristagnare le botti è simili, met*xaizèdar. Bom, • Calsèidar. Boi,
Secchia di rame. - Gr. C a I e ' y d o r?
Cambràs. Piac. e
b r è r s. i?e{/.-C a m b r à r s. l'Srr. Coa
gularei , rapprèndersi. Dicesi pro^
priamente del tego^ del brodo e Mi-
mi li.
Camedri. lìom. Erba querciuola.*
L. Chainadrys.
Càmola. Parm,, Piae. e Lomb, Tarlo
in gènere. - Camolàr. Tarlare.
Campare! l. Parm, Raganella, rana
terrestre.
Canari. BoL Capecchio.
Canàr. Piae» Colimbo, tuffetto, uè
cello aquàtico. - fV. Canard. Ani-
tra.
Ca n g i ò 1 1. Rom, Uzzato.
Cangé. Jìom, Bàttere alcuno.
Cans. Parm, Pugno.
Cantarà. /Ya£.el.oiii6.-Cantaràn.
BoL e fieg. Cassettone , armadio.
Cantinella. Piac. Corrcntino o tra-
vicello. Da Canti r lamb,? - Vedi
Bscantir.
Cantir. y. Coni. Rom, Aquajo; solco
trasversale che riceve Taqua dagli
altri solchi. -f^. Dugàl.
Capa. Pine, Ammucchiare, Tar biche.
Caraffa. Gen. Bottiglia.
Carampana. Fer.^Lomb, Donna o
bestia vecthia, inguidalescata.
Caragnar. Parm., Piae. e Umb, -
Ra g nàr. Mani, Plagnuccolare.
Carcàss. Parm, e Piae, Catriosso.
Careòss. As^f. Torso. -K Ma rgòss.
Carda. Btg, Chiudenda; riparo che
si fa ai campi. - Parm, Cancello.
Carlo Pa9, Rigàgnolo.
Ctrd. Piac. 9 Lomb. Pólvere prodotta
dal tarlo. -£. Carlos.
Caraffa I. Piae. Coda di volpe.* L.
Moiacilla modularla.
C arpia. Piac, e Lomb. Ragnatella.
Carpàgn. Piac, e tornò. Pottiniccio.
Caruga. /'arm. Bruco. * f^er. Ruga.
Ca r va Ja. Rom. Fessura; nntermezzo
fra due issi o pietre commesse.
DIALETTI EMILIANI. 357
Parm. • Cam-YCarzòl. il/od. Pennecchio, lucìgnolo.
Casp. Boi. e Fer, Cesto. • Caspir,
caspàr. Fer. Cestire. » F, Giu-
strèr.
Cass. Piac. Vizzo, m^zzo.
Cassar. Piae. Tettoja. • Cassar d'
terra. Rom. Presa di terreno, una
quantità determinata.
Castagnola. Mod, Saltarello.
Catana. Rom, Carniere del farsetto.
Catàr. Gen. Ritrovare, cògliere.
Catapèè. Boi, Catapecchia, edifizio
rovinato.
Catlèin. A'ae.-Catamlélni. Airm.
Vezzi, moine.
Catllnòn. Piae. Picchio.* £. Picus
major.
Catt. Fer. Cura.
Cattabói. Piac, Tumulto, tailèru-
gllo.
Catamlìn. Fer. Moine.- f^. Catlèin.
Catuba. Boi. Timballo. * Reg. Tam-
burrone, gran cassa.
Cavàgn. Gen. Canestro.
Cavajòn. Reg, Bica di covoni.
Ca valer. Reg.^ Lomb, e Ven. Filu-
gello.
Cavarziàn. Fer. Cursore.
Cava ss. Rom. Capitozza. F, Coffa.
Cavastarlèin. Piac. Cardellino.
Cavdagna. Boi., Reg. e Piac. Ci-
mossa : per simil, Capezzàgine, via-
le 0 lembo inenlto dei campi, che
serve di passaggio ai carri. • L.
Caudanea.
Cavdana Rom. - Cavdòn. Rom.,
Boi. e Reg, Alari.
Cavdòn. Rom. Chiusa; àrgine. -
Cavdèl. Usale, ciglione.
C a v e r i ò I . Reg. e Mod. Viticcio, pàm-
pino.
C a V i I u t a. Rom, Barbatella; magliuo-
lo che si trapianta, allorché ha
messe le radici.
Cavrera. Rom. Scabbiosa. - L. Sca-
biosa arvcnsis.
358
PABTE SECONDA.
€avretta. Bom, Pinardetla, beccac-
cino reale. • JL. Scolopax galli-
nago. -Gavrtèn. Beccaccino mi-
nore.- y. Pizzàcara.
C a V r 0 n a. Bom. Nocchio ; quella par^
Gioppa. Piae. Cespuglio formato da
parecchi polloni. - C i o p p a. Beg, ,
yer, e Bom, Coppia. (Dtcesi di due
pani uniti.)
Ciò ria. Bom. MusoUera.
'C j òss. Bom* Sùcido. - Boi. e Fer. Pin-
gue, grasso. «Indussi. Bom. In-
sucidarsi.
C i ù. Bom., Mil., Boi. e Beg. Assiolo.
I Ci òss. Piac.'L, Strix scops.
Ci u dar. Bom, Accumulare sdegno.
Ciurlar. Parm, Cioncare, bere.
Cèt. Airm. Condizione, classe sociale. Ciurlèna. /?om. Calandra. -£. A lau-
te più dura del fusto d^ un àlbero,
ove si riuniscono i rami madornali.
Cavzalèn. Bom. Ventricolo.
Ce e. Boi. Bricciola, pocolino. - Mil.
eie.
Coffa. Fer. Capitozza, f^. Cavass.
Ce rei a. Fer. Correggiata.
Nella lingìta aibanete Cotta tigni-
fica tribù.
Chèce. Parm. Beccaccino maggiore.
Chèn. Beg. Destrezza, accortezza. -
Gentilezza, bel modo.
Chèrcheb. Beg. Arpione, càrdine.
Chermèrs. Beg. Velare. For$e daU
^Vlt. Schermirsi?
Chevlèln. Mod. Covelle.- f^, Cvèl.
Che zza. Boi. Aizzatore, riottoso. -
Chizzàr. Aizzare. *Cb izza. Fer.
Stizzoso.
Ch incòla. Aun. Porca, colla; spazio
di terra tra solco e solco.
da calandra.
C i u r 1 u y è. Bom. Occhione, urigino. •
L. Otis oedicnemus.
Giuste. Bom. Porcheria.
G 1 u y è n. Bom. piro-piro» culbianco.-
L. Tringa ochropas.
Giuzzetta. Bom. Le Plèjadi.
Glèb. ^I.-Glìb. Fer. Quantità, co-
pia di checcbesia. Forte. di guide-
riva la voce $lraniera Club, che
eigmfha Riunione, e che gli Ingleù
prowmciano guani come deh.
C 1 u n z è n. Bom. Coda-làncea, campi-
giana.-£. Anas acuta.
Cbizzò, chizzòla. Piac. Focaccia. Glur. Boi. Avellano. - L. Corylus.
C i à n f e r. T^egf.OmicciàttoIo, afatùccio.
Clarluscàr. Parm. Ber molto, sbe-
vazzare«-K. Ciurlar.
Ciò. Fer.'Zé. Boi. Zìà.*y. Zé.
Cicla (Andar. io). Fer. Smallarsi.
■Ci far. Boi. Ghermire.
Ciloba. Boi. Balusante.
G 1 1 o g a. Hoc. Scimunito , balordo.
Ci oc. Gen. Ubriaco.
Gloccà, ciocca. Gen. - Ciccar,
cioccar. Fer. Scoppiettare , scro-
sciare.
Giodacrest. Bom. Spincervino.- L.
Ramnus infectorius.
Giodasia, ciodanza. Piac. Jn-
scato; rami e frasche legati in fascio.
Giòpp. Parm.j Beg. e Piac. Stormo,
brigata. I
. Si potrMe per avventura chièdere
»e ci ur derivi da corylut, o in-
versamentet
Goc. i7eg.- Còcco lo. Fon. Beniami-
no, U figlio prediletto.- K. Goda.
Cocca. Fer. e Bom.9, fanc.GtMìnà.»
Mil. co co V, fané. Uovo di gal-
lina.
Co ce ài. Ptoc. FanduUino.
Gocciiit. A'ac. <- Cocciù, cozzù.
Beg, 'Cnciù. Bom. Cafiarbio, te-
stereccio.
Coda. Bom. Noce, fratto. - /^m. e
Beg. Esca, inganno.* Piac. Capec-
chio.- Bom. Scricciolo. - L. Mota-
cilla troglodites.
Goda. /Vac.-Goeeolàir. Ffii..4cca-
rezzare. - K. Goc.
DlAtein E.>I1L1A?I|.
359
CoUal. Hom. Zolla. - Codia. OMpo
di zolla. -A///, e yen, Còdegi.
Zolla erbosa.
C 0 1 m i g n a. Pitie, e Beg, Trave che
regge II comignolo del tetto. - Mil,
Coimcgna. Dal£.Culmen;9i«M/
dicesse: Xt9^v\% cairn in ea?
Co lobi a. Pav. Aqua grassa, nella
quale furono lavate le stoviglie. -
Mil. Coróbia. -£. Collo vies?
Colzàt. Rom, Ravizzone.- L, B ras-
sica napas.
Consubiar. Parm, Combinare, con-
nèttere.
Cop. Gen. Tégola.
C ò r e g. Reg. Corba , cestone. - C o r g.
Parm, • Co reg. Mil, Carniccio,
gaardMnfante.
Co rio. ManL Fusajaolo.
Cornabò. Piae. e Lomb. Cervo vo-
lante. - y. Pés.
Cosìn. Jlfanl. Zanzara.- f^.Cousin.
Cosp. /foin. -Cuòsp. Per. Zòccolo.
Cott. i'iac.Montone.- Cottelo, cot
tare 11. Piccolo mootone.
Crai. Rom. Scroccbio. - Crajesta.
Scrocchiante.
Cravuzz. Piae, Ligustro. •£. Ligu-
strum volgare.
Crécca. Boi, - Cricca. Reg, Catarzo,
sudidome. - K. Rum ma.
C r e n a. Poe. Capruggine deHe botti. -
y, Zena.
Crìa. Ber, Brìcciola.
Croi. Gen, Cercine.
C ro t. Piae, e Reg. Sbarbato, menno. -
Crot. ijomb, L^ ùltimo a nàscere
d'nna nidiata.
Cracàl.^o/. Gabbiano. -i.L a rus ri-
dibundus. -Crucaletta. Rom.
Gabbianello. - L. Larus minu-
tns. - Crucalazz d* mèr. Rom.
Gabbiano reale. - I. Larus ma-
rinuft.
C ru cb èL />om. Galbino.-iL. Larus
canus.
Crucia. Rom, Gorgogliare degli in*
testini. Forte per anomalopea?
Cruda r. Fer, • Crodà. Mil. Casca-
re. (Dieeti propriamente delle fruì'
ia dalle piante,)
Cuó. Boi. Urto, colpo.
C 0 cà j. Rom. Cignone , i capelli delle
donne fatti In un mazzo.
C u e i a r ò I. Rom, Castagne bilessate.
Cudena. Rom, Tuorlo del masso,
quella parte della pietra che è pi«
dentro nella cava.
Cudrègn. Boi, Cotennoso, stecchito.
Colèn. /fom. Erba paraguai.-£. P 80-
ralea glandulosa.
Culgà. Rom. Propaglnare. - Cuiga-
dòr. Propaginatura. -Culgadu-
ra. Propaginamento.
Cuneo II a. Fer, Ajuola per fiori.
Cuntumanzla (In). Rom. y, Cont,
Ora, al presente. - L, Incouti-
nenter?
Cursìn. Fer, Garzuolo.
Cut. Fer, Giogo.
Cute ria. Rom. Afa.
Cu va. Rom. Il più alto grado della
malattia.- Or, Acma.
Cvèi. Boi, Arnia. 1 Saneti dicono
Covile.
Cvèl. Boi. Qualche cosa. / Fiorentini
dicono Covellc.
D
Dad, dada. Aom. • Dcdo , deda.
Mant, e Fer, Fratello e Sorella.
Da Ita. Boi, - Die Ita. Fer, Sponda,
riparo. (Proprio del Pozzo,)
Darcàrel fu rm è nt. fer. Ventilare
il grano.
Dardo II a. Boi., Fer. e Reg, Loqua-
cità.
Dàrden. Boi. Gruccione. - L. Me-
reps apiaster.
Darvèn. Rom. Burrone. -f^. Calane
-e Lùbia.
960
PARTE SECONDA.
Dasf;agia. Piac. e Beg. Svelto, sciol-
to. - Fr. Degagé.
Das lippa. Piac, e Lomb, Disgrazia-
to. - Des lippa. Disdetta.
Dasmarinà. Piac, Dighiacciare, sciò-
gliersi.
Dasnadia. Piac, Divincolarsi.
Dasnèvad. Piac, - Snéved. Lod.
Pieghévole, arrendévole.
Das pia. fVoc. Scrinare , rassettare i
capelli.
Daszulàr. Fer, Slacciare, sciòglie-
re. - f^. Inzolàr.
Deb US sé. Bom, Dissoluto. - Fr. Dé-
bauché.
D e m m a. Piac. e Beg. Piega, tendenza.
Dèrav.r/(i«.*Deryìr,dèrver.l.om6.
Aprire, schiùdere.
D e r b g a . Piac. Èrpete.
Desìi ppa. Parm. e Lomb. Disdetta,
infortunio.
Desnùm. Beg. e Fer." Dsnòm. Boi,
Leziosàggine , smorfia, f^. Dssnè.
Deversi. Fef. Malvagio. • Destro
astuto.
Dilapida. Piac. Sciupare, dissipare.
D i n ds ò n. Parm. Allegatura dei den-
li.-f. Schermir.
Disma. Barn. Sciocca. - Dìsum.
Sciocco.
Dismissiàr. Fer. - Desmissiàr.
yen. Destare, svegliare.
D i u p e 1 m a . Barn. Cerotto.
Dlat, diala. Barn. Frana, franare.
Dmana. Bom. Bisogno.
Doga. Piac, Assettare, ordinare.
Dolèg. Parm. - Delèg. Br, e Mani.
Strutto, lardo.
Doler. Parm. e Beg. Riquadrare,
sgrossare {il legname).
Dos. Bom. Zaffo, turàcciolo.
Do nei n. Piac. Coniglio.
D r acà.Parm.Tristanzuolo^alAticcio.
Dsdàs. Bom. Dimagrare.
D s è i n t a g. Piac. Astuto , maligno.
D s é V a d. Boi., Fer, e Piac- D sé v e d.
Dsgarzàr. Per, dirozzare.
Dsgattiàr. Fer, Distrigare.
Dsintga. Pioc. Estirpare, distrùg-
gere.
Dsinzinlà. Bom, Sgangherare. Da
In z in è 11. Uncinello?
Dsmàzz. Bom. Sabbione.
Dsmintir. Boi. Eslerminarc, estir-
pare.
Dssnè, dssnom. Bom. Smanceroso,
smancerie. - Boi. Dsnóm. Lezio-
sàggine.-f^. Desnùm.
Dstampinàr. fer. Spogliare la casa.
Dszacullàr. Aer. Spillaccherarc.
Dugàl. Mani.' Dughera. Beg, Ca-
nale, 0 solco fatto nei campi, per
raccògliere e condurre Taqua pio-
vana. Forte dal L, Ducere? - F.
C a n t i r.
Dugalér. Mani. - Dugaròl. Beg.
Aquajuolo. -Dugaról. Parm, Fo-
gnajuolo. - Dugara. Fogna.
Dus. Beg, Sugo^ succo. • £. Jus. -
Mil. Gius.
Dvanadùr. ^o/.^Duanadór. Beg.
e Afod. Arcoliyo. - L, Devido-
rium.-Duanèr. /^e^. - Dvanàr.
Fer, Dipanare, svòlgere le ma-
tasse.
Dutta. Parm.Uossa.-Darladutta.
Dare il tratto, l'andatura {alla bi-
lancia),
Duzzòn. Bom. Carnajo.
D z i p e r . Beg. Molestare.
» xy . u vt. M^v.f < i.r • ^ « CUV. «^9^ V w V. ui» «a u. m,vi
Pann. v Bcq. Insipido, scipito. | a piume.
Eds, ce. Boi. idice, torrente. Ha
molla analogia col nome del fiume
Adige, dello in Fer, Àdese , e in
Ted. Etsch.
E iuta. Beg. -Enta. /'arm. Innesto.-
Ente in. Magliuolo.
E l m a (n 0 ave V). Bom. Essere spian-
tato.
Emda. Bom.' E ndm a. ^of. Cóltrice
niAurri
End*. Bòi. - ènda<(. Mani.^ fbr, e
Pine. - È n d e s. lìetf, e Lamb, Goar-
danidio, uovo nid'ale.
Èriag. P/rtc. - Èrtcg. Ml^ Grosso,
fitto.
Fabiól. nom. Lord; specie di phra.
Fa da. Mani, Rospo terrestre.
Fa fan. Rom, Mestolone. - £. Anas
clypeata.
Faja. Fer, Fastello.
Palestra. Bo/. • Falèster. Afod, •
Falistra. Beg, e Fer. Favilla.
Falò. G€n. Fuoco di stipa e simili. •
Gr, Phalos. Klsplèndere.
Faloppa, flom. Panxana, fàvola.
Fama. Parm. Carbone; malattìa delle
biade.
Fandonia. Gen, Panzana, f&vola. -
f^. Faloppa.
Fara b ut. Piac. Vispo, serpentello.
Farfara. Mani. Tussltàgine.
Farfojà, farloccà. Gai. Barbuglia-
re, cianciugliare.
Farisèi. Parm. Serpentello, frù-
golo.
F ar I è 1 1 a. Jlfaiif. e Fer, Regalia, prò-
veccio.
Far lo n. Fiae. Piantone, pollone. -
L. Ferula?
Parlotta, far Iona. Barn. Averla,
velia, capi rosso. -£. Lanias ita-
Ilcus, 0 minor.
Parluchè, farabutè. Ami. Infi-
nocchiare, abbindolare.
Parluccàr. Fer. e Lomb. Tartaglia-
re. - F'. Farfojà.
Passera. Parm. e Beg. Cascino, for-
ma o cerchio di legno da fare II
cado.
Fatè]a (Ande d'). Bom. Córrere a
furia.
Fa va XI. Gen. Colombo selvàtico, pa-
lombo. - Fr. B é t e f a u V e. Piera.
RmuANi. 361
F d à r. Boi. Pelare ; deporre le uova.
Foggia. Fer. Furbo, ingannatore.
Fegna. Boi. e Bom. Bica, barcaj pa-
gliaio, f^. Pigna.
Pegnin. Parm. Infingardo.
Pel da. Bom. Fata.
Pois. Beg. Rosolia. - tornò. Peri.
Penata. Boi. Lento, pigro.
Penca. Bom. Colonna , catellino. -
Mil, Finca.
Perla. Bom., Parm., Mani., Fér.^
Beg. e Fer. Gruccia. - iL. Perù la.
Plalàp. Boi. Nottolone.- ìL. G a pri-
mulgns europaeus.
Pi a m a d a. Fer. - P i a m a. Airm. Ster-
co bovino, equino, ec. - Fr. Pu-
mi e r. Letamaio.
Flap. Gen. Floscio, molle. -Flap a.
Bom. Macchia, lividore. - Fi a pi.
Chiazzato.
Fi à pò la. A/anf. Centopiedi.- Z.C e n-
tipes.
Fi far. Gen. Piagnucohire.
Pigna, infignàr. Fer. Bica, abbi-
care.
Fior in. Mani. Ricotta.
Pi sul. Bom. FùfTolo, svasso. Nome
d'uccello. - L. Col ym bus cri-
status.
Pitòn. Bom. Rocchio, cippo. Ai Fig-
gere, fitto?
Fiuròn. Bom. Trifolio. - £. Trifo-
lium pratense.
Piena. Bom. Pisa. Nome d^ uccello. -
L. Tringa vanellus.
FI ù s t e r. Mani. Fanciullo vispo.
Fnaról. yVom.Cùlice.-Z.Culex pu-
licaris.
Fóffa, fuffa, fi ffa. Gen. Paura.
Fognar. Parm., Piace Zomò.Man-
truggiare.
Folètt. Beg. Mulinello, vòrtice.
Folsèll. Pann. e Beg. • Fn\9èii.
Boi. Bòzzolo.
Poticela. Gen. Cerboncca, vino cat«
livo.
369
PARTE SECONDA.
Foureaslròn. Afod. Capestro, ca-
vezia.
Fottvènt. Bom, Falco cuculo. - l.
Falco vespertinus.
G a 1 a n a. BoL, Mod. e Mani. Testùpr-
gine«- Gr. Chelon.
Galavrina, Fcr. - Galavrcina.
Mod. Ribeba, scacciapensieri.
Fràina. i?o/. Maggese. -f^. Bdost. Calaverna. BoL, Mod., Mani, e
Frata. Bom, Filare d'alberi. -Frat-
ta. IL «^gffif /Ica Siepe, borroncello.
Frégna. Bom, Fraddume, carogna.
(Dieeii d'uomo faslidiofo), - MH.
Frigna.
Frisar. Fer, - Sfricàr. Fm. Rasentare.
Frisz. Paìtn, e Piac, Vispo, ardito.
Fròld. Mant, Argine che sovrasta
alPImmediata corrente del fiume.
Fròn. Mani. Specie di fungo. - A.
Boletus conscriptus.
Fr òsn a. Barn. Fiòcina. - MiL S f ron-
za.
Frugn. BoL Sodo, sèrio.
Frullòn. BoL Libèllula- 1. Libel-
lula cancellata.
Fr u z z a. Fer. Lama di coltello. Quasi
diceste: fer r' aguzza?
Fruzna. Bfg. Ceffo, vlsacclo.
Fudghè. Bom, Grufolare.
Fer, Brina. K Calabrùsa.
Galbéder. Mani,, Parm. e Beg. -
G a 1 b é. Afi7.RigògoIo. - £. 0 r i o I u h
galbula. - f^, Arghcib.
Gaietta. Gen. Bòzzolo.
Galsanara. Fer, Nuvolaglia.
Galupp. tHac. e Lomb, Scimunito.
Gandoi. Parm, Stampone. Pannoc-
chia del grano turco sgranata. - l'.
Mol e Tóto.
Ganz. Bom. Broccato.
Ganzàiga, gazàita. >/an/. Blcren-
da, gozzoviglia dopo il lavoro.
Garabàttel.^eg. Bazzicature, cian-
frusaglie.
Gara pena. Beg, Cispa.
Garatònd'tcra. Par. Zolla, gh io va.
G a r a V e 1 1. BoL e Bom» Raccmolo , ra-
spoIlo.-G a r a V le. Bom. Racimolare.
Garavotta. Fer. Cavità.
Fulcetta. Gen, Inganno, baratte- Garba. Parm. Cascino. Cerchio dello
rìa.-Affi.Folcètt.-r.Fustigna.l staccio.
Fumana. Gi^. Calìgine, nebbia den- Gargalla. Beg, Galla, gallozza.
sa. Da Fufho?
F u s a z n a. Bom, Arboscello verde co-
mune ne' boschi. - Z. Evonymus
europaeus.
F u s ti g n a. Gen. Inganno, baratterìa.
Fuzòn. Bom,'(lmoL) Piàttola, luc-
ciolalo. L, Blatta orientalis. -
f^, Burdigòn e Luzlòn.
Cab, gabós. Bom. Lezj, lezioso.
Cab a. Piac. e Lomb. Capitozza.
Gadàn. Piac, e Lomb. Meschino, sto-
lido.
Gàjen. BoL Bugiardone, gran men-
titore.
Gajoffa. Gen. Saccoccia.
Gargàm. Beg, Scanalatura.
Gargancll. Piac, Specie d'anitra. -
L, Anas querquedula.
Gargantclla. J9o/. Chiappolcria, co-
succia.
Garibòld. Piac. Grimaldello.
Gariòn. Piac. Tonchio; bruco de'
legumi.
Garlè. Piac. Aggranchiato, intormcn-
Uto.
Garòttel. Gen, Giova, zolla.
Garsé. Bom. Brizzolato.
Garzò. Piac. Pennecchio.
Gassa. Piac, e Lomb. Cappio.
Gatòzzol. Bom. - Gattònzzel.
Mod. - Ga ri zzo le. Fer, - c;at-
l ù z z. Fci\ Solletico. - / \ B l e d eg,
. ghèttel e glott.
DlALCni
Gàtul. Fer, Aqiiìdoiio.
Gatti ara. Fer, Sparnidata.
Gav. Mant. Grossa fune. - #^ Ga-
vetta.
Gavàrd. Piac, - Gavèll. Beg. Pa-
letta, pala da focolare. V. Bar nàs.
Gavazza. Mani, Prima diramailone
del tronco.
Gavèl. Boi. e Refi, - Gavi. Ftr, -
G h e V u I. Bom. Quarti della cireon-
ferenza delle ruote.
G a v e 11 a. Fer, Sceltume (proprio del"
le frulla).
Gavétta. Mani. , Hoc. e Ver. Cor-
dicella, spago. • Boi, Matassa. -r.
Gav.
G a vi n è 1 1. Mant,, Reg. e Lomb. Acer-
tello. -£. Falco tinnunculus.
Gavòn. Piac. Puuaone, pugno.
Gavòtt. Ilom. Bacchettone, pinzòc-
chero.
Gazàn. Piac. Puzzole. «JL. Tagetcs.
Gè m b. Afonf. - G e ni 0. f'en. Gomìtolo.
Gemella. Piac. Mugherino - L, Con-
vallaria majalis.
Gerì bugila. Beg. Ciurmaglia.
Che da. Afanl. Grembo. -G he de de
la camisa. Gheroni.
G he fu la. Bom. Principio o fine del
gomìtolo, sicché contenga ancora
pochissimo filo.
Gheghi. Par in. Busse, percosse.
Che Isa. Fer. Gallòria, gavazzamen-
to. - y. Gr ingoia.
Gherluda. ^o/. Viacarda. -^ Tur^
dus viseivorus.
Gh e r t à r. i?o(.. Increspare.
Obesi a. Roim. Melensa. (/)teeti di
donna).
Ghèttel. Boi. Dilético, sollético. - ^.
Glòtl.
Ghia. Piac. e Mil, - Ghiado. Pav.
Aalla: Il lungo stimolo che i bifol-
chi adoperano coli' aratro. - Gia-
dèll. n semplice pùngolo. 'Mani,
Gojadèl e Gojòl. /'.
BMIUA3II. 965
Ghia da. Fer, Paletta di ferro, onde
si pulisce il vòmere uell' arare. -
y. Ramiòla.
Chiana. Fer. Vinciglio, vinco.
Ghigna. Gen. Ceffo. - f^. Gr cinta.
Chignon. Emil. e Lomb, Dispetto,
ira.
Ghin. Bom. Smanceroso, lezioso.
G h i nà 1 d. Piac. e Parm. Astuto, scal-
trito.
China, ghin è. Bom. Sdrùcciolo,
sdrucciolare.
Chi rèi. Parm. Gonnella, guarnello.
Ghiringagna. Fer, Gozzoviglia, fe-
sta, allegria.
Chissà. Fer. Gara.
Ghizz. Parm. Covàcciolo, letto.
Giamanta, giaverda. Bom, Sgual-
drina, donna di mal aliare.
Giànden. Mod. Lèndine.
Gianvàn. BoL - Giavàn. Lomb,
Sciocco, balordo.
Giavascara. Fer, Chioma d'alberi.
Giavòn. Bom. e ì'tr. Pànico selvàtico. -
L. Pauicus crus galli.
Ci avrà. Beg. Gragnuola minuta.
Giggiàr. Parm. Quadrare, calzar
bene.
Cilardèiua. Piac, Sutro, gallinella
aquàtica.-^. Uallus porzana.
GImè. Bom. Mugherino. - jL. Jasmi-
num sambac.
Giòa. Mani. Granchio. Slrumento di
ferro col quale t falegnami astica^
rano le lavale da piallare,
elogia. Bom. Basóffia.
Giór. Bom, Grullo, mogio, malaticcio,
melanconico. - I n g i u r ì s. Comin-
ciare ad ammalarsi. ( Dicesi degli
animali. )
Giova. Boi. e Fer. Bastone lungo e
forcuto per cògliere fichi, ce.
Giova. Piac. Pannòcchia {frullo del
grano turco). - y. N ó y 1 a.
Giurgìnèl. Bom. Morcttonc. < L.
Anas clangula.
20^ PARTE SECONDA.
Giurgiól. Hom, Sambecclo, uccello
palustre. -Z. Tri nga minuta.
C i US t r è r. Beg, Cestire, far cesto {Di-
cesi delle piante).
Giù ti. Rom» Squittire.
G i u t u r. Bom, Turàcciolo di sùghero.
Gì uva da. Fer, Ingraticolato.
Glòtt. Piac. - Galitt. Lomb. Sollé-
tico, diletico. -r. Ghèttel e Ga-
tòzzol.
Gmira. /7om. - Gumiér. Fer, Vò-
mere.
G m i s se il. 6en. Gomitolo.- r. Gém b.
Gnàcchera. Boi. Bagatella. - V,
Zerra, Gnecsa, Gomra.
Gnacra. Beg, Squarcio, piaga.
Gnaff. Bom, Camuso.
Gnaflèn. Bom, Sorgozzone; colpo
che si dà sotto il mento.
Gnàgn. Boi. Minchione, babbeo.
Gnécch. Bom, Lamento. • Mil,
Gnecch. Di mal umore.
G n e e s a. Boi, Bagatella. - K Gnàc-
chera, zerra.
Gnés. Bom, Buronchino, malcontento
di tutto. - G nesa. Parm. Svogliata.
Diceii di donna.
Gnic, gniccàr. Fer, Scricchio,
scricchiolare; ancfie Gèmito, geme-
re.'Bom, Gnichè, gnicadùr.
Gn i f f è i n a. Parm. Lernia, leziosa.
Gnig netta. Fer, Febbretta.
Gnignòn. Bom, Sabbione.
G n i se na. Bdm, Innocentina, melensa.
G n 0 g n 0. Piac. Eccellente , squisito.
Gnorgna, gnola. Beg. Cantilena. -
Gnorgna. Bom* Mattana, sopore.
Gò. Bom. Ventraja.
Gobi a. Bom. Mallo.
Goghctta. Gen, Gozzoviglia.
Gogn. Piac. Majale. -Goggiò e go-
g n i n. Majaletto. - Parm. Gogne! n
e Gozèin. Porco, majale. - Afanf.
G ogi n. - Pav. G 0 r a n è i. Majale da
latte. -Gogi 51. Majale d^un anno
in circa, r. Gutì-n.
G ó i. Bom, Ebreo (pre$»o i Critliani) ;
Cristiano (pretto gli Ebrei),
GojadèI, gojol. ilfanl.-Gujadèl.
Mod. - Gujèl. Fer. Pùngolo. - f^.
Ghia.
Golena. Gen, Spazio di terra som-
mergibile tra la ripa del fiume e
r àrgine.
Gomars. Parm. -Gomis. Piac, Ac-
corarsi, rattristarsi.
Gom ra. Boi, Corbelleria, bagatella. -
y. Zerra, gnàcchera, gnecsa.
Gonz. Gen, Balordo, sciocco. - .Aref.
Ganz. Oca; fig. Sciocco. • Ted.
Ganz. Oca.
Gor. Bom. Rossiccio, rossigno (Dt-
eesi del vino).
Gora. Bom, Buffetto. - MiL G ò g a.
Goranèi. Pav, Majale da latte. - f^
Gogn.
GorbÌàn,grùbiàn,grùzón. Mani,
Villanaccio, zoticone.
Gorgnàl. Piac, Cicória, radichio. -
/,. Cichorium Intybus.
Górra. Piac, Vétrìce.- £. Salix vi-
minalis. -Gorrèin. Vimine.
Gramil. Afod. Maciulla, scòtola.
Granf. Gen. Granchio, contrazione
de' mùscoli. - Ted, K.r am f f.
Gr appella. Botn, Làppola, barda-
na. - A. Arctium lappa; cauca-
lis latifolia.
G rapi ola. /?om. Verònica maschia.-
L. Galium aparine.
Grèin. Piac. - Crin. Piem. Porco. -
Grèina. Troja.-Grinèln. Miga-
letto.
G r è I n g 0 1 . l^ae. Granchierella. - L.
Cuscuta curopaca. - Mani.
Gringa. T.
Grèinta. Beg., Parm. e Hoc. Ceffo,
cipiglio. - Grenta. ilOm. Rogna;
fig. Ceffo.
Griglia. Piac. Persiana; serramento
esterno delle finestre.
Grimù. Pav. Abbronzare con ferro
DIAMffn
caldo. - JL. Cremare. - Mii. Cre-
ma.
G ring a. Mant. Granchierella. - K
Grèingol.
G ring ola. EmiL e f^en. Glàbilo,
gloja. - K. Ghelsa.
Oro vi. Piac. Rannicchiato, raggnip-
pato. ' Fr. Croupi.
Grulè. ftom. Il vociare del taeehlno.
Grull. BoL Rùvido, scabro.
G ruzza. Feg. Bolgia da calden^o.
Guajùm. Boi. e Mod. Guaime, erba
che rinasce nei prati. - Bret, G u i ■!.•
£. Gramen.
Guarnassa, gu a r ne 11. Afoni. Gon-
na, gnarnacea.
Guatra. Piae. Zolla, gleba.
Gudàzz. Gm. Padrino - Gudazza.
Madrina. - «^/ dice in MiL anche
Gbidazz e ghidazza.
Guèindol. /'/oc. -Guindcl. /7ef7 -
Guindan. Pop, Arcolajo, guìndo-
lo. - Ted. Win de.
Guèinta. Piae. Agguato, insidia. -
Guintà. Slare in agguato.
Guerz. BoL, Mod. e fieg. Arpione,
càrdine.
Guett. Boi. Vile, abbietto, guitto.
Gufla. Boi. Fìòcìnt.' Nel dialetto del-
la Francii'Contea C o u f I e s, iigni-
fica Sacello e fiòcine. - Gael. Cwf I.
Mantello, Invòlucro.
G n m I é r. - Fer. G m 1 r a. /7cm. VÒBiere.
Gutèn. ttom* voe. coni. Porcellino.
Gu v i r 69. Parm. Accovacciarsi.
Gvirè. Bom. Agguatare.
Iblòl. /ioni. Beveratoio. trincarcHo.
1 1 z a. Boi., Fcr. e ManL Slitta, tràino.
Irobabblàrs. Fer. Imbrodolarsi.
Imbèls. Boi. Impaccio, imbroglio.-
Imbelsàr. Impacciare. - Fer. Im-
balsàr. - F. Bciza.
Imbagalàr. Fer. Inzaccherare.
£MILIANI. 965
Imbazzulìr. Fer. Imbalordire.
imbactè. Bom. Incarcerare, abbin-
dolare.
Imbè. Bom. Sì.
Imbogèr. Beg. Imblsacclare.
imboghi. Piac. Infagottare, ravvol-
gere con molte vesti.
im bom bar. Mani, e Fer. Inzuppa-
re, imbevere.
Imbòrau. Bom. Nero.- Fone da
Eburneo?
Imbrès (sumnèr ad). Bom. Semi-
nare a sovescio.
imbrumblè. Bom. Infrascare. - F.
Brombla.
imburdunàr. Fer. Imbacuccare.
I m b u s g n è rs. Beg. Accoccolarsi, ac-
cosciarsi.
Imma Uè. Bom. Infangare.
I m m u r i s. Bom. Oscurarsi.
Immusarlès. Bom. Imbrodolarsi,
Insudiciarsi.
Immutaris. Bom. Imbronciare.
I m p a p i a r. Parm. Impiastricciare.
Impatachc. Bom. Fìggere; dare ad
intendere.
Impladura, impiè, impiès. /?om.
Cagliamento, cagliare, cagliarsi.
Implàr. Boi. - Impièr. Beg. - Im-
pissà r. Jfan/. e Fer. - Pissàr.
Mil. Accèndere, appicciare. - Sp,
Limpiàr.
Implrulès. Bom. Cincinnarsi.
Impitaris. i2om. -Imptars. Parm.
Imbizzarrirsi.
Impizzàda. Pann. Imbeccata.
In ari. Bom. Inasprire, irritare.
Inascarìrs. Beg. Entrare in uzzolo.
I na s i à r. Mani, e Fer. Allestire, pre-
parare.
Inbadajà. Piac. Confuso.
Inbicucàrs, ìncucàrs. Fer. Tar-
tagliare.
Incampìr. Parm. Intristire, disec-
carsi. Diccsi delle biade e ùmili ,
che ditéccano per nebbia o siccilà.
26.6 PARTB SECONDA.
Incandìr. Fer, Arsiccitre.- L. In*
candescere?
I n e a Im à r. Mani, e f^er. Innestare. -
f . I n s d i r.
inciachè. Rom, Appiccicarsi.
Incìziàrs. Fer. Biosciare , esser
bleso.
fcrmiccto. • GO0L Gwan. Débole.
infermo. - Brel. Gwan. Carogna.
Inguéra. Mani, Truogolo. - r. in-
ghirola.
Inluvis. Rom, Inghiottonire, farsi
ingordo.- Afi7. Mangia conile na
luva.
In co. Rom, - Incó. Piac, e Lamb, -
Incà. Boi Oggi.
Incurnicè, incurniceda. Rom.
Inconoccliiare, pennecchio.
Incuznìs. Rom, Chiocciare, èsser
malescio.
I nericar. Fer. Grommare.
I n e r 0 s. Piac. Profondo , cavo. - Fr.
Creusé.
Indèvs. Boi. Malaticcio. - F, In-
guànguel.
I n d s e n a. Rom, Ànici in camicia, piz-
zicata, ànici coperti di zùcchero.
Indsmìs. Rom. Istupidire.
Ine ré. Boi, Adirato.
Infaltrìr. Fer, Intrìdere, imbrat-
tare.
Infézan. /fotti. Mostro. Animale ge-
nerato con membra imperfette. .
Ingamurdìr. Boi, Ingannare.
Ingalsanàr. Fer, Annuvolarsi.
Ingargamàr. Fer, Intrigare.
Ingatiàr. Gen. Intricare.
Ingazzaris. Piac. Incapricciarsi.
Ingermàr. Parm. Ammaliare, fa-
tare.-f^. Inzer ma.
I n g h i r ó 1 a. Mod, Abbeveratojo, pìc-
colo truogolo, y, Inguéra.
Ingiaris. Rom, Intirizzire, aggrez-
zirsi. - y, Ingiarunàr.
Ingiarunàr. Fer, Indurare.
Ingrillè. Boi. Intirizzito. - y. In-
giaris.
I n g r i t n ì. Rom. Mozzare, aggrezzare
le mani, le dita; assiderarsi. - y,
Ingiaris.
Ingrutlìrs. Fer. Aggranchirsi. - y.
Ingritni, ingrillè, ce.
Jnguànguel, inguangulà. Boi.-
Ingànguì. hom. Concafcssà, in-
Inluzzi. Rom, Far lercio.
Inparnigàr. Fer, Screziare.
I n r i n gh ì. Piac, - In ra n g h ì. Lomb,
Aggranchire.
Inrimulè. Rom, Incruscare. - y.
Rè mei.
Inruslè. ^ottt. Imbrodolare, imbrat-
tare.
Insamnir. Fer. Stordire. - ^ Insa-
nire?
Insanturir. Fer, Intristire, imboz-
zacchire.
Insbulzir. Boi. Impinzare.
Insburgnè. y?om. Avvinazzato.
Inscalas. Piac. e MiL Arrischiarsi)
azzardare.
Inscambrutirs. Fer, Turbarsi.
Insclìs. Rom. Intirizzire. - y. In*
giarìs.
Insdir. Boi. - Insùdi. Piac. - In-
sedi. iLotti6. - 1 n s d è. Rom. Inne-
stare.*^. Insitare?
Insdott. Rom, Innesto.
Insfulzgnir. Boi. Impiniare, ricol-
mare.-f^. Insbulzir.
In si mi rada. Fer, Spia, spionaggio.
Insmà. Parm. Solamente. K. Alma.
Insveltis. y?om. Riaversi, imbric-
conire.
Intambucès. Rom, Intozzare, di-
venir tozzo.
In tatare. Rom. Ingomberare.
Iuta vane. Rom. Brillo; alloro pel
vino bevuto.
Intgnosir. Parm. Intristire, imlioz-
zacchirc. - f^. Ine ampi r, ed Inz-
gugnis.
Intignis. Rom, Istiizirsi.
Iniivàr. Fer, e Ftn, CégUerc nei
sogno, colpire.
DIALIRI EMILIANI.
%67
Iniuitù. Boi e Mil A riguardo. •
£. Intoitu?
Inveli, fìom. In nessun luogo.
Inungiàs. Piac, Aecòrgersl, subo-
dorare.
I n V u rn ì. Bom, Importunare , torre
Il capo, addormentare. Trai.
I n V a r ì r . Beg, Invajare, divenir nero.
Dicesi MVupa e d'olire fruita,
Inzalaburdì. Bom» Torre gli orec-
chi, assordare.
Inzancbè. Bom. Inginocchiare. Dì-
ce$i doffU artigiani quando le cote
piegano e fanno gomito.
Inzarbèl. Bom. Barelle, ànima del
psgliajo.
Inzermà. Bom. * Inzarmè. Piac.
Ciurmato, fatato. - Fr. Charme?
Inzgbi. Bom. Acdecare.
Inzgugnìs. iZoni. Intristire. Dice$i
delle piante die créscono a stento
per qualche difetto," K. I n e a m p ì r.
Inzolàr. Mani, e Ter. Allacciare,
legare. -f^ Daszulàr.
Inzorlàrs. Parm. Inzaccherarsi.
I n z u t ì s. Bom. Ammozzarsi, stivarsi.
loia. Parm. Cantilena delle nutrici
per addormentare i bimbi. - Pia-
gnucolamento de* bambini.
Irò la. Bom. Tègghia, vaso di rame
a cuòcer torte, ec.
Ladèin. Boi. e Beg. •Lhdìn. Lomb.
Scorrévole, fàcile, corrivo. - Bret.
Ledua. Largo. -£. Latus.
Laga, lagàr. Per. Solco, solcare.
Lagòtt. Rom. Valligiano.
Lama. Parm., ManL, Mod. e Beg.
Mallo.
Lambreccia. Beg. Pianella, matto-
ne tottiie. - Fr. L ambris.
Lamp. Fer." Lampo. Fer. Lembo,
falda. Dicesi propriamente delle
vesti.
Lanca. Mani., Parm. e Piac. Seno di
fiume.
Landra. Boi. - Slandra. Lomb. e Fen,
Donna sudicia. - Tras. Meretrice.
Lantir, iantisiòn. /W*. Languire,
languore.
Lapàr. Parm. Lambire.
Lane in. Piac. Treggia, tràino. -F.
Lesia.
L azzera. Bom. Anguillare; lungo e
dritto filare di viti legate insieme
con pali e pèrtiche.
Lebga. Pine. Moccicj^a. - Leb-
ghèint Moccioso.
Lébur. Bom. Giusquiamo. -£. Hi o-
sciamus niger.
Lecca. Bom. Melma, belletta. * jlfod.
Lesza. • //. Lezzo. Sucidume. K.
Lldga.
Léch. P'er. Utilità, frutto, avanzo.
Le fa. Fer. Melenso, melensàgine.
Lega. F. cotit. Bom. Solco. F. Lag a.
Lem. Fer, Piae., Parm, e Lomh. Le-
gumi in gènere. • Lemm iemm.
Adagio, lemme lemme.
Lenz. Bom. Cimossa, vivagno del
panno lano.
Leonzèin. Piac. Mughetto. •£. Con-
vallaria majalis.
Loppa. Bom. Coda, striscia di panno
che è cucita alla serra de^ calzoni
per affibbiarli.
Lergna. Atant.j Piac. e Lomb. So-
pore, febbricciàttola. -Lergnotta,
le rg ne Ita. Vale lo stesso.
Letta. F. de' Tessit. Bom. Vareiei le
due metà dei fili deirordito, che
si distìnguono in fili della parte in-
feriore e in fili della parte supe-
riore, perchè neir azione del telajo
si alzano e si abbassano a vicenda.
Lev. Mani, e Beg. Polmone.
Lezza. Parm. a Beg. Treggia, tràino
senza ruote. 'F. Lazzèin.
Libia. Tarm. Frana. -Li bla r. Fra-
nare.
368
Lidga. Beg, e Pcurm. Belletta, mel-
ma.- f^. Lecca.
Lif. fieg. e Pctrm, Ghiotto, goloso. -
Lifgnarìa. Ghiottoneria. - AftV.
Lui, Ghiotto. Significa lupo.
Lìfròn. Piac, Dolcione, sciocco.
L i g a b ò. BoL Anònide. - Fr. A r r é t e-
b 0 e u f. £* rimarchévole questa con'
ionanza fra le due voci francese e
botognae. V, Bunaga.
Ligabósch. Moni., Pav. e /Veni,
édera. - Boi, Lonicera caprifoglia.
Llgór. Piac. e Fer, - Ligòr. Boi, -
Lùgar. Monf. - Ligadór. fVr.
Ramarro.- K Àlgnor^ Mar.
L i m g h è r. Beg. Trapelare. Diceti de'
liquidi.
Lindòr. Beg, Aspo, incannatoio.
LI n zar. Parm,, Piac, e Iom6. Mano-
méttere, sboccare. - Linz è r. Beg,
Rompere, divìdere.
Lisàs. Gen, Logorarsi, ragnarsi. Di-
cesi dei pcmnilini e pannilani.
Lisca. Piac, e Lomb, Alga, càrice. -
y, ^avira.
Lispulè. F, de* fabbr. Barn, Acceca-
re, fare l'accecatura.
Livrèr. 7?eg.-Livràr. yer. Finire.
Lizz. Piac, Elee.
Lo e. Bol.s ManLj Parm, e Piac, Lolla,
pula. - MiL Folle, cervello balzano.
Lòdan. Parm, Ontano.
Lodra. Beg, - Lora. Parm. e f^er.
Pévera. -Lodr è tt. Imbuto. - yer,
Tortòr. - K. Pidria, Svina e
Buvinèl.
Lòffi. Gen. Floscio, fiacco. - r. Zèi n-
guel.
Ldgia. Pa9, e Mil. Troja, scrofa.
Lòja. Piac, Tentennone, irrisoluto.
Loica. Fer, Lentezza.
Los. Parm. e Piac, Appannato.
Lopa. Parm. Scoria.
Losla (Pè la). Bom, Dar la baja.
Losna. Boi. e Beg. Lampo, baleno. -
L usuar, losnèr. Balenare. -4fi7.
Lusnada. Baleno. -T. Slosna.
PARTE SECO.XDA.
Lòtag, lòdeg, lòtteg. Piac. e
Lomb. Molleca; granchio di guscio
tenero.
Loti lott. Bom, Lemme lemme,
quatto quatto.
Lovartis. Mani, e Per. - Vartis.
Piac, - Vertis. Pav. - Ldvertis.
Mil, Luppolo.-/.. Humulus lu-
p u I US. - Boi, L u ve r tìs , ùgnilica
Ligustro.
L il bla. Piac. Frana.- Liibià. Cade-
re, scoscendere. - L. L abere?
Luchèlna. Boi. Baja, fandonia.
Lùdàl. Piac. Ululato. - Ludla. Ulu-
lare.
Lùgar, lùgher. Mani. Ramarro. -
F, Ligór, àlguor e mar.
Lumàdeg. ilfod. Stantìo.
Lùmdòn. Piac. Sorbone, gattonc.
Lune la. Parm, Ùgola.
Lussa. Piac,' Luzza. Parm, -SI li-
sci a. Mil, Aquazzone, rovescio di
pioggia.
Lussi, mussi. Piac, Pigolare, pia-
gnucolare.
Lu vertis. Boi, Ligustro.
L u vs è n. Bom, Pasto ; il polmone de-
gli animali piccoli, che si macellano.
Luzlòn. Bom. Piàttola. • K. Burdi-
gòn e Fuzòo.
Macobà. Boi. Ceràmbice. - £. Ge-
rambyx muscatus.
Madira. Boi, Corrente; aorta di tra-
ve ne' tetti.
Madòn. Boi, Zolla, gleba attaccata
alle radici delle piante.
Maga. Boi, FischlODe. • L. Anas pe-
nelope.
Maga. Piac, e Parm, Astici^, rancore. -
Magòn. Gen, Patema d'animo. F.
Magulòss. Fer, Malescio.
Magà8s./?om. Moriglione.-/.. Anas
ferina.
Magassòn. Bom, Fischione turco. -
Z. Anas rufina.
DIAUOn EMILIANI,
269
Maghete, Beg. Gruiio, grùnoki. -hiaràzz, marazza- Par,, Piac, e
y. Molséna.
Magnàn. Gm. Caldera^. - /T^. Seal- Ha regna, marogna. Boi, e Piac.
Beg, Boncone, falcione.
trito.
JiagÓD. Gen, YentrigUo. • /li^. Pa-
tema d^ ànimo. - 7Vd. Hagen? -
Immagonàrs. Gen, Accorarsi.
Magunàr. Far, Ammanare.
Mal. Picu:, Preposto al nomi , dinota
perfezione, eccesso. - Una mal
donna, un mal cavai, tigmfl-
cano: una bellissima donna, un ve*
locìssimo cavallo.
Malàn. Pioe, Mallo.
M alci par. Fer. Malmenare.
M a I è 1 1. Bom, Sacco, sacchetto. <- Fr.
Malie. Valigia.
Qlalgàzz. Bom, Sagginale. - Mil,
MelgaS.
Malis. Bom. Sorta d^uva bianca.
M a 1 0 8 s é r. Piac. Sensale. «» Mil, H a-
rossé.
Mamalocca. Bom, Succiamele, fuo-
co selvàtico. Erba parassita, flagel-
lo dei legumi. - L, Orobanche
major.
Xamlón. Fer. Manieroso, affàbile.
Mang aneli. MatU,, Piae. e Lomb.
Randello, grosso bastone.
Mansa. Piac, Pannocchia. Spiga del
grano turco. - K Novla. - Man-
sa rèina. Granata.
Uanvàr. Fer. F, eont. Ammanire.
Manvin. Fer. Mignolo (dito). - F.
Marmlìn.
Mar. Bom, Ramarro. • F, Ligòr.
llaragna.ile9.-Marogna. Ter. Bi-
ca, mucchio.- Maragndl.Afonr. -
Maragnòl. Fer, Mucchio di biche,
pali od altro, in nùmero determinato.
Marangòn. Boi, Carpentiere, fab-
bricatore di carri. -Marangòn.
Beg,, Mod., Mani, e Fer. - Ma-
ri ngon. Piac Falegname.
Ha rateila, ma roca. f'cr. Quantità
e manne.
Scòria del ferro.
Ma re zar. Mani. Ruminare.
Margòss. Beg. Torso. Ciò che rima-
ne del frutto, dopo averne levata
la polpa. F. Carcòss.
H arietta. Bol,^ Fer.j Mod. e Reg,
Saliscendi. - Piac. e Mani, Mar-
ldtta.-K. Sape.
Mar Unga. Piac, Rabescato.
Marmlin. Man/. -Marmlèin. /Voc.
Dito mìgnolo. - Irl. Marmmear.
Ma reca. Gen, Marame.
Mar òlla. Parm, e Piac, Midolla.
Marùc. Fer. Vitello.
Martùf. Gen, Baccellone, scioccone.
Martùrèll./V(u;.-Martinèll.Frr.
Calabrone.
Marzana. Fer, Terreno molle, che
cede sotto il piede.
Masaròn. Piac, Ranno, rannata.
Masélarpèin. fioe.- Mascherpa.
Lomb, Ricotta.
Ma so e. Boi. Mézzo, vizzo.
Masottòn. Piac, PafTqto, grasso.
Massa. Poe. e Piac. Vòmere. -Mas-
setta. Mani. Ferro simile alla man-
naja, col quale si taglia il fleno
sulla tettoja.
Mazzo n. /'iac. Romano, marchio del-
la stadera.
Matarèl. Fer, - Batarèll. Lomb.
Bacchio.
Meda. Piac., Lomb.eBom.^UiedtL,
Fer. Catasta, mucchio. Diceii delle
legna.' il de. Bom, accatastare.
Mena. Fer. Allora, in quell'istante.
.Mésa, msòtta. Piac. Màdia.
Mcsero. Piac. e Sien,\e\o o panno-
lino, onde 9^ acconciano il capo le
donne.
Mi cattar. Boi. Indugiare, tirare in
lungo.
ÌMIIò. /Yac. -Milord, smiiordòn.
270
PARTE SECONDA.
Lomb,»L. Coluber milo. - Mio.
Parm, Biscia, serpe. - Mio tèlo.
Ciriuola, pìccola anguilla.
Miòt. Bom. Tèmolo, pesce marino. -
L. Salmo thymallus.
MI san. Bom. Scioperone.
Mlscèl. Mod, Gomitolo. - MiL Re-
mlssèi. f^, Gemb.
Miss! r a. Bom, Giuntare, fraudare.
Mlstadèll. Piac, Tabemacoletto ,
cappella. -Majstaditt AfiL Ima-
gini di santi, flgure sacre.
Mizzè. Bom. Brancicare, mantrug-
giare, stazzonare. - Miczòn. Bran-
cicatore.
Mlcna. Beg, - Miei n a. Parm. Lin-
gua. Fungo che nasce ne^ pedali e
ne' tronchi degli àlberi.
Mlicàt. />r. f^.coni. Sofistico, fasti-
dioso; anche lento, pigro.
MIosc. Piac, Gorgoglione. Insetto.
MI uni. Boi, Pioggia adusta in tempo
estl vo.-Afofl. Golpe, vo1pe.-i^.V 1 a m.
Mnaca. Boi, Volpone, finto sémplice.
Mnacia. Bom, Corvo. -^. Corvus
frugilegus.
Mnadura. Fer, Congiuntura delle
membra.
Mnèin. Boi, e Beg, Vezzeggiativo di
gatto.
Moca. Piac. e Lomb. Smorfia. - Fa la
m 0 e a. Far le fiche. - M o e a. /n Fer,
vale anche per Danaro , danaroso.
Mocciglla, mucciglia. Beg, -
Zàino. Baule. -f^. M uzze glia.
Moff. Bom, Pàllido. Dicesi d'uomo.
y, Mufarlèn.
M ol. Mani, e Crem, - M i o 1 1 ò n. Piac.
Cornòcchio; torso sgranato del gra-
no turco. - F. Tóto e Gandoi.
Mòliz. Parm. Semplice, modesto.
Molscna. Beg, - Mozina. Lomb. -
Grùzzolo. Salvadaiiajo.^^H a gh è tt.
Monàtt. Piac, Becchino.
.M 0 n d ò 1 1. Piac. Porcino. Fungo man-
gereccio.-L. Boietus eduli s.
Mórabùt. Rtìlà. Pìcchio muratóre. -
L, SItta europiea.
Morgnòn. Piae', Macchio d'un de-
terminato nùmero di covoni. - V,
Maragna. - Morgnòn. Beg, Sor-
bone, lumacone. - In Parm, signi-
fica Cercine, paracadute pel bim-
bi; forte da Morione?
Morseli. Beg, Ròtolo.
Mota. Piac. Fango, poltiglia. - Mota-
rè in t. Fangoso.
Mòuriòn. Miìd, Pinolo.
.il r eli. Bom. Aquerello, vinello, vino
assai inaquato.
M tozza. Bom, Divelto, scasso. Terra
profondamente lavorata, in cui le
radici delle piante penetrano assai
meglio.
Muè. Boi. Cheto, quatto, oiògio. -
Beg, e Ver. Zitto!
M u f. Mod, Broncio.
Mufarlèn. Bom, Pallidetto. - /'.
Moff.
Mugnàc. Bom. Toppo; pezzo di pe-
dale d'albero, o legno grosso ed
informe.
Muladùr. /{om. Luogo ove i concia-
tori tìngono le pelli In concia.
Mumièr. i^efif. - M u m i à r. F^, Ro-
secchiare, deiitecchiare.
Mundura. Fer, Molenda; pagamento
che si dà in farina al mugoajo.
Murèl. Fer, Rocchio, pezzo.
Murgàj. Boi, Moocici^.-Ari(. Mar-
gàj.
Musa, mussa. Fer, Asino , àsina;
miccio , miccia. • Figur, Ubbrift-
chezza.
Mussa. Piac,, Lomb, e Piem, Spu-
meggiare. - /^. M o u 88 e r.
Mussi, lussi. Piac. Pigolare, pia-
gnucolare. - Mil, Luccià. - L
Lugere?
Mùtarja.iffom. -Mùtria, mùteria.
Gen. Muso, cipiglio.
Mutcn. Bom. Beccaccino reale, fruì-
uiAunri EuiLu?ii.
Udo; ueceUo pnlatlft,' L, Se^Xò^
pax galllnula.
Va iz egli a. Boi. e /7om. Zaino, va-
ligia. - f^. Hoeciglia.
Mzen. Bom. Stajo.
li
Nadeccia. Hom, Ellèboro nero. - L,
llelleborus niger. - Lo Mte*io
nometidà pure a//'llelIeborus
vlridÌ8,hieDalis, «d<f/CheIi-
doniuoi majus.
Natta. Boi. Burla; beffa.
Navès. Bom, Fare air altalena.
Kebiàzz. Fer, Ébulo, erba.
Ne e. Piac. Sdegnalo , incollerito. -
Mil Gnèc. Svogliato, triste.
Net lènza. Beg, Fame, miseria.
Nèin. liac. Nido.
N e V 1 a. Birg. e Parm, - N è v u I a. Fer.
Ostia , cialda.
271
Orza. Bom. Brocca , mezzina , orci no-
lo.-Al//. Orzo. • L. Orceolus.
Osvì. Purin. - Osdèi. Piac, • Usa-
d e I. j|fi7. Utensili , masserizie. F.
Usvèi.
Paciana. Mod. Botta.
Padì. Btg. e Fer. Digerito, digesto
{agtjiunlo a cibo). - confetto , ricot-
to {aggiunto a terreno o telatue).
Pad ir. Digerire, stagionare. A^. Pai-
dì r.
Padól. Bom. Fràcido. - F, Padì.
Padaèin. Piace Parm. Lobo dell'o-
rcccliio.
Padùm. Par in, e Piac, Quieto, tran-
quillo. • Padùm. Fer, Soggetto,
sottomesso. - Metter a padùm.
Acquetare, cavare il ruzzo. - AfU,
Pad ima.
N é z z. Boi, - N i z z. Parm, e lomb, I j* P ag ès t. Barn. Scenario.
\ido, mezzo. - Mzzìr. Avvizzire.
Nibbi. Pime. Sùghero.- !.. Quercus
suber.
N i e I i zi a. Parm. Dappocàggine. Pare
il L, MihiiMM/aitfiVafo.
HI nèin. Boi. Porco, majale.
Nispulè. Accecare. F. Lispuiè.
M i 8 p u I e n a. Bom, Sninfia , donna af-
fettata, o affettatamente attillata.
IHitta. Piac, Limo, melma deposta
da' flami.
lii od rigar. I^tnn. e Piac. Astèrgere,
nettare, ripulire.- A//7. Nùdrigà.
Vòvia. /^lac. Pannocchia; spiga del
grano tureo. ^'. Giova.
NuguL Fer, Piuolo.
O
Or tei la. Beg, Sempreviva; pianta
che vegeta sui tetti. - L. Senipcr-
vivum.
Orla. Pine, Sagacità, pcn»picacia.
P a i d ì r. Parm, Smaltire, digerire, in-
cuòcere. - Fen, Pai r. Uìccmì deU*U'
briachezza e timili.
Pajarèzz. Bom. Zigolo giallo.- l.
Emberlza citrinella.
Pajin, pajnareja. Bom, Zerbino,
vagheggino. Zerbineria.
Painàg. Parm, Villano, rozzo.
Pajòl. Mo(l, Giogaja.
Pajolà. yVoc. - Pajicda. y^efy. Puèr-
pera , impagliata. - Hiil, Pajòra.
Puèrpera.
Palandrona. Fer. Guarnacea.
Pai astra. Bom. Chiazza, efèlide.
Larga mocclUa che viiue in pcUe
}ìcr troppo calore.
Palerà. Piac, Specie di càrice. L.
Cari X major.
Palirón. Boni. Acoro Vdìso ^ pianta,
L. Iris pseud-acorus.
I*aluri. Bom. Imporrare.
Painpogna. £fo/., Parm. e Manl.-L.
Scarabcus melolonlha.
91
A
^
979
Panar. Fer, Ineidere.
P a n a r òn. Af onf . e A'oe. - P a n a r ò 1 1.
Parm, Blatta, piàttola.- £. Blatta
orJentalis. y, Burdigón.
Pane. EmiL e Lomb. Lentìggini.
Panerà^ panira. ^o/. e y?<fj7. Màdia.
Panna. Gen, Crema; fior di latte.
Pancùc. Fer, Galla.
Panizzòn. Hom, Pentolone; uomo
grasso e che difficilmente si muove.
Panò. Beg, e Fer, Riquadratura.
Pantión. Reg. Ansamento. - Pan-
tegàr. yen. Ansare.
Papi. Rim, Consòlida tuberosa. - /..
Symphytum tuberosum.
Paragàtul. Rom, Lazzcruolo di bo-
sco; clavardello. - !.. Cratoegus
torminalis.
Parcantuva. Rom. Cantafera, can-
tilena.
Pardghìr. Rom, Aratro. - Pe rga.
Ago, freccia, stiva dciParatro.
Pardir. Rom, Bravlerc; strillozzo;
uccello di pano. - L. Em beri za
miliaria.
Parèln. Parm. Capannuccia.
ParfìL Piae. Tralcio di vite.
Pargàti. Rom. Gabbiano reale. - L.
Larus marlnus.
Paro. Piac. - Paròl. Reg. e fer.
PARTE SBCO.<«DA.
Pai oc. Emii.^ Lmb. e Fen, Fràcido.
Pa t u r n i a. Gen, Hallnconìa , noja.
Patzòn. Piae, Ginestra. • L, Spar-
tium junceum.
Pavana. Rom. Bazza, mento allun-
gato.-ilfi7. Baslcta, geppa.
Pavaréna.^f^.-Pavarèina./Voc.-
Pavarina. Fer. Cen tonchio. - L.
Alsine media. - Pavarena.
Roim, significa Latuca.
Pavira. Rom, - Pavira, pavera.
Boi, e Reg. Alga; specie di càrice
onde s'Intèssono le sedie. - L. Ca-
rex muricata.
Pazzètt. Rom, Alzavola, beccafico
di palude. - L Anas crccca.
Peca. Parm. e Reg. Scaglione, sca-
lino.
Peccar. Mani. - Pècher. Pa9. e
Beg. - Peccherò. Blccbiero grande.-
Ted. Becher.
Peccia. Boi. Macchia.
Peggìa. Boi. Svazzo. - L. Colym-
bus cristatus.
Pèin. Boi. Fanciulla. -Pinòin. Fan-
clullino. - Mil. P i n i n per fanciul-
lino e piccino.
Pcntegùn. Bom. Allargatojo; slro-
menlo per allargar i Inn'M di più
grotMczze.
Caldajo. - Parletta. Beg, Calde- Pcoden. Mod. Pizzi, favoriti.
mola.- Par litcna./7om.Calderot-'Parcàntel. //efif. Cavilli, sofisticherie
tino, pajuoio. |P e r e r ì. Piac. Villanie, ingiurie. - Sp.
Parsarèn. F. Coni. Bom. Campi-' Perreria
cello.
Pastanà. Piac. Dissodare, rompere
il terreno.
Pataja. Piac. e Mani. Camicia. -i7e(7.
Pessacàn. /?om. Taràssaco, dente di
leone. - L. Leon todoo taraxa-
cum. -Boi. Pessaiètt.-fV*. Pis-
senili. Omonomia rimiorcképole !
Lembo,parle inferiore della camicia. Pés. Afanf. -Pesate rr. Piac Ccr\'o
Pat&n. Rom. Uomo a pigione, cer-l volante. - L, Lucanu» cervus.-
veilone. f^. Cornabò.
Patarlòn. Piac. Bozzacchiuto^ gros- Fesso n dà. Piac, Sobillare, suscita-
solano.
Patèl. Parm, Parapiglia, baccano.
Paterlenga. Fer. Còccola di rovo
canino. - Parm. Patlenga.
re. - L. Pcssumdare?
Peti. Rom. VigUatora, semcnzoio.
Specie di mondiglia o nettatura di
frumento.
Piadanazza. itom. Farfara > lussili»
gloe. - £. Tussilago farfara.
Piadanella. Bom. Favafello. - L
Ranuneulus fiearla.
P i a d a s D a. Bom. Fegatella , erba tri
nitas. - ÌL Anemone hepatiea.
Piadèn, piadena. iloiii. Focaccia,
focacciuola.
Piadòtt. Bom, Nome che si dà al
pane di farina di formentone.
Piagna. Beg, Lastra; pietra da co*
prire i tetti. - Lomb. Pi od a.
P i a d u r a. Bom, Capestro per anima-
li, specialmente bovini.
Piar. Parm» Accèndere, f^. I m p 1 à r.
Piar d a. Gen, Riva bassa dei fiumi al
pie degli àrgini. - f^. Golena.
Pie. Piac. Tènero, molle.
Pìccel. Beg. Lentiggini; macchie
della cute. K. Pane, SpèÒ.
Pi d ria. AiP. - Pirla. Piac, - Péve-
ra.-Pidrio, piriò. Lomb. Im-
buto. - f'. Svina, Lodra.
Pie. /7om. Focaccia, schiacciata.
Pi ella. Airm. e Beg, Abete.
Figa I. Parm, Pannocchia; spiga della
saggina, del miglio, del pànico e
simili.
Pighèl. Beg, Lucignolo.
Pigne. Bom. Tarchiato.
Plgnòn. Bcm. Gregna, bica.
Pi I u ta. Bom, Mazzocchio, cignone ;
capelli delle donne o de"* fanciulli
legati tatti Insieme in un mazzo.
Pindana. Piac, Tettola in campagna
per ricóvero del bestiame.
Pinià. Piac, Rannicchiato, raggrup-
pato.
Pia za. Ftr. Fiocaccla. - f. Pie.
Piò. Boi,, Parm. e Mani. Coltro, vè-
nere ad un taglio.- ilofiifr. Aratro. -
Fi od. Beg. Aratro. - A, S.^Sv. ed
/i<.Plog. - Ted, Pflug. - /NOfl.
Ploagh((eg9f PIÒ).
Pi oc. BmL y, eont. Pollo, pollastro.
P i o e a. Frlnlbuchi ; certo Bom, ram-
273
marichio che sogliono fare le per-
sone infermicele.
Pi ola. Fér. Lézla, smorfia.
Piòta. BoL e Biant, Zolla, gleba.
Piràr. Fer, Difficoltare.
P i r 1 e i è. Fer, Gallozza , bolla.
Pirla. Gen, Girare, rotare. -Piru-
letta. Bom. Ciurlo.- Pirla. Fer.
Mucchio.
Pisinena. Bom, Gallinella.
Pisol, pislèln.Gcm.Sonnetto.- Pi-
sola, pislèrs. Sonnecchiare.
Pi ss Ira. Bom. Pettegola. Foru da
Pescivèndola.
Pi Stein. Piac, Forno ove si cuoce il
pane.-PÌstinàr. /Vac.-Prestinék
Mil. - P i s t ó r. yer, Fomigo. - L,
Pistor.
Pistòn. Gen. Fiasco, vaso di vetro.
P i ta. Piac. Manipolo di lana cardata
da filare.
Pitanella. Bom, Sterpazzolina; w>
celMio che àbiia le siepi.' L. Syl-
via leucopogon.
Pitàr. itom. e yen. Vettina, acetà-
bolo; vaso di terra.
P 1 1 a r a n. Bom, Pettirosso. - L. S y I-
via rubecula.
PI tèi n. Piac. Rucciuolo; cannello di
corteccia verde per innestare.
Pitma. Beg. eATotil. -Pétma. A><.-
P i 1 1 m a. yer. Uomo cavilloso, schi-
filtoso, fiemmàtico.
P i z z. Parm. Punta , estremità.
Pizzàcara. i^o/. e/?eg.-Plzzacra.
Parm, e Mod, - Pzàcara. Bom.
Beccaccia, acceggla. -/..Scolopax
rusticola. - Pizzacarén. Bec-
caccino sordo, frullino.-/.. Scolo-
pax gallinula. - Pizzacaròn.
Beccaccino maggiore. - L. Scolo-
pax. Major. -Pizzacarètt. Bec-
caccino, y. Sgneppa.
P i z zè r. Beg. e Mod, • P i zza r. Parm ,
Beccare, piluccare. • P 1 z z e d a. Im-
beccata.
274 PARTE SECONDA.
Pizzèr. Bom, Bigherajo.
P I a d ó r. Reg. - P I a d ù r. Fer. Cicalio.,
fracasso.
Plein, aeg. Gallinaccio, lacchino.
Plèit. Boi, e Mimi. Llllglo, conlesa.-
fr. Plalde.
Pieni. Fer. Ardente, pungente.
PI in. fer. Ugola.
Plina. Mani. Raslreilo grande e fil-
to. - P I i n à r. Rastrellare.
Piò. Bom. Broda; il superfluo della
minestra che levasi davanti a co-
loro che 1^ hanno mangiata.
Plòn. Bom. Viluppo {lHce»i di mate-
rie filate).
Plot. Fer. Ramo ( Dìcrni pfj di })azzia).
Plunè. Boi» Bosco céduo.
Poccià. Parin., Hoc. e few. - Puc-
cl^r. Fifr. -Puccià. Mil, Intin-
gere.
Podèin. Piac. Capì nero (uccello).
Pojan. Parm, AfTaccendato, giròva*
go.-PoJanàr. Andar girone. 7Va-
.^Inlo fune da Pojana , uccello di
l'apina che s* aggira intorno alta
preda?
Pòlag. Piac. e /^arwi.-Pòleg. Beg.'
Pòles. Mil. Càrdine, perno.
P olezza. Beg. Spicchio (t)ice»i del-
l'agUo).
Polga. Parrn. Pollone.
Poligàn, poligana. Gen. Soppiat-
tone, sorbone. y. Pojan.
Poi là s ter. Beg. Manclhi; parte del
covone.
Pois, fior -Pò Isa. /7om. Bilico; perno.
Póndga. Boi., Beg.^ Parnt.e Mant.-
Póndeg. Mod. Sorcio. - /.. Pon-
ticum ni US.
Ponga. Piac. e i.oinò. Esca, formala
dal Bolclus fomelarius.
Porg. Bom. Confetto {Pice»i terre-
no confello quello die è ben colto
o dal sole o dai ghiacci).
Postrign. Pann. Garbuglio.
Potign. /Vcff. Tonerò., moilv.
Pottòn. fìarm. e /Vac.Clarifone, gua-
stamestieri. -Potiàr. Acclabbat-
tare, pottinlcciare.
Polla. Piac. Piagnucolare.
Pradacùl. Bom. Prono gazzerino. -
L. Mespilus pyracanlha. -
Lomb. Gratacii.
Pradaròl./?am.Maltoniere.-Prada.
Mattoncello. -Pradulena. Pietro-
lina. Da Pietra?
Pré. Bom. Mattone. - ;'. P radar ól.
l^réll. ^oi/i. Roteamento.
Prélla. Bom. Mucchio, stipa {(ienc'
raliuente ttìceii di fauci di cànapa
a foggia di piràmide).
Preso t. Mani, Porca. - K. Pr5sa.
Prilè. Bom. Rotare, girare. - Pri-
lén. Girlo; tròttola. - ^/od. Pri-
lòn- Mil. Blrlà, birlo.- Pril-
làr, prillcr. Boi., Beg. e Per. -
Pri lèti. Fer. .Mulinello per cono-
scere la direzione del vento, usato
dai vìllici.
Prolg. /?om. Friggibuchi. - F, Pio-
ca. - P r u I g II è.' Rammaricarsi, la-
mentarsi.
Prosa, prosò. /*ap., IHtrm. e Hoc.
Ajuola, porca. - P rosa. Imporcaro;
fare i solchi. F. Prcsòt.
Pròzz. Bom. Zòtico, zoticone.
P sa eòi. Bom. Mollume. - Psacujò.
Diguazzare.- Psacujòn. Imbratta-
mondi e guastamestieri.
Psèi r. Boi. e Beg. ^P se. Bom. Potere.
P t è. Piac. - P t A r. Beg. Appoggiare ,
applicare. - Fen, Petàr.
Piazze. Bom. L'aqna raccolta per
far macinare a' mulini.
Ptòn. Piac. Beniamino; prediletto
(diceti di figlio).
Pua. Parm. Ubriachezza. • /^ Puv.*!
Pudalèn gròss. /7omi. Cincia, cin-
ciallegra maggiore- - L. Parus
major. - Mil. Paraselo la.
Pudalèn m za n. Arni. Monachina. *
L. Par US casroleus.
DiALcm emuAHi.
S7tt
R
Piiena. lìeg.- Piiveiia. /^oin.-Piii-j
na. yer, Ricotla. 1
Puidla. Bot. Pipila. • AHI. Puida. Rabàc, Ilouh - Rubòè. l'iac. - Ra^^
Puìgula. HoL Cinciallegra.-/.* Pa« boli. Loinb. Rabacchio, inarmoc-
rus major. K. Pudalèn. ebio, bricconcello.
Puligè. lìom. Dormire. Rabièl. /?om. Blaxiuolodalerra.QueU
Pulsèll. Piac. Scàpolo, pulcello. lo con che si schiàcclan le lolle. •*
P II p 1 a. Fer. Papàvero.
Pure Ita. Bom. Ornitògalo. Ulte di
gallina.-^. OrnilliogaluBi um**
bellatum.
Pur zana, fìom. Gallinella. - £. R al-
ias aifaatleiis. - Purzanèn.
Schiribilla. Gallinella palustre. - L
Rallus posillus. - Purzanòn.
Sciabica. -£. Rallus cbloropus.
Purznacia. Bom. PortuUica. - /..
Portulaca oleracea.
P u t e n I e 1 1 a. Bom, Ciiiq uefogllo, fra-
golaria. - l. Potentina rep-
tans.
Putèss. Bom, Sacciuto, saputello. -
Putèssa. Sapulona, clnguetliera.-
Putlssè. SValamistrare, far il sac-
cente.
Puva. Beg. Ubbriachezza. f^. Puà.
Pzancùl. Bom. Ballerino. Còccola
rossa che fa il rosajo o rovo canino.
Pzèll. Hom. Fogna. -^/la Pozzetto?
Pzez. Bom. Cispa.
Pzón. Fer, e Bom. Canniccio.
Q u a e. Pw, Airone cenericcio. - Bom,
siffniftea Covacelo.
Q u a rz ò I a. Bìmh . Specie d'uva bianca
di gràppolo assai raro e Matricale
della China^/,.Chrysanthemum
indicum.
Quarzo n. Ttom. Capitozza. Quercia
scapezzata.
Q natia. Piac. e Lomò, • Quaccèr.
Beg, Coprire.
Quei. Bom, Alveare; coviglio.
Qulgnè. K. Omf. Bom. Bisognare»
Rabici da fòran. Rastrello.
Rabici la. Bom. Saliscendo. * Ra-*
biól. Nottolino. -r. Marlalta.
Raburè. Bom, Abbujare. F^ Bur.
Racca. Piac, Vinaccia.- Racchòit«
Àcino. l>i qui for$e deriva la voce
Mil. Raccagna per aquwUe.
Raciumdè. Bom, Compitare.
Raga g né. Bom, Piatire, contèndere*
Ragajèra. lleg. Raucèdine.
Ragajòn d'car. Bom* Arganello di
carro.
Raganella. Bom. Elee. - L. Quer-
cus ilex.
Ragion. Bom. Tordella.-i. Turdus
visci\orus.
Ragn. Bom. AnigelUi. • /.. M gel la
damascena.
Ragn. Beg. Ragghio, raglio. - Ra-
gne r. Ragghiare.
Ragna, y^oiii. Fuoco > per Discordia o
mal ànimo.-Ragnè, esser in ra-
gna. Non avere la pace in casa.
Ramazzéda. Bum. Rammanzioa,
rabuffo.
Rambèll (de). Bom. Dar la berta ,
apporre qualche difetto ad alcuno.
Rànied. Beg. Chioccio, mesto.
Raméng. Beg. Randello, bastone.
Ramzòt. AVt. Cruschello. r.Romla.
Rane. Bom^ Aroato.
Rand; randa. Bom. Sesto delle vòl-
te e degli archi.
Rangià, ranglèr, rangè. Gcn*
Accommodare, rassettare. • Fr,
Ranger.
Rangiòn. Fer. Sterpo.*/^. Raza.
Rangòl. Parm. Ramarro.- f. Al-
èsser BKstieri. - f>n. Cognàr. | gnor, ligór e rìgol.
375 PARTE SCCO.XDA.
Rangognà, rangognèr. l^ìinb. ed
EmiL Brontolare, borbottare.
Ranzaja. Pann. e Piae, Bazzècola,
rimasuglio.
Ranzgnàr. Patnn. e A'cic. - R a n z I-
gnà r. f^er, Arronclgllare, raggrin-
zare.
Ranzòn. add, fìom, Impolmlnalc.
Rapa. Piac. e Lomb. Cri nzo, rugoso.
Rapare n./fom.Rampicchino; ttggiun'
io di alcune pian le cfte arrampicano.
Ri 8. /Voc.- Rasoi. MiL Magliuolo;
sermento di vite.
Rasa, rasèr. Gen, Rabboccare; em-
pire un vaso fino alla bocca.
R a 8 a n è 1 1. Piae, Spicchio {d'un grùp"
poh).
Rase. Piae. Ratto. (Dicesi di quella
parie del letto d*un fiume, dov'è pc-
dùsiima aqua e molta corrente),
Rasp. Piae, Rùvido, scabro, aspro.
Raspèin. Piae, Colofonia, pece greca.
Rassada. Fer, e Lomb, Sgridata.
Rata. Bom, e Fer» Erta.
Raltavola. /Vip. - Rattavolòira.
Piem. Pipistrello.- /Vop. R a t ape n-
nada.
Ravàgn. Piae, e Beg, Vernìo ( Agg,
di lino).
Ravajàr. Boi, Scassare, vangare il
terreno.
R a volò. Piae, Ciarpame.
Raza. Mani,^ Piae,, Pomi, e Beg.
Rovo. -1.. Rubusfructicosuso
idaeus. -Razèr. Spineto, roveto.
Razdór, rezdór. Piae, e Beg. Capo
di casa, reggitore. - Mil. Rei6.
Razèr de fiom. Bom. Greto, renilo.
Terreno ghiajoso e pieno di sassi
fuor del letto del fiume.
Razza. Beg, Scrofa, troja.
Razze. Bom, Raschiare.
Réba. Bom. Bulimo. Specie di fame
cosi grande che è malattìa.
Rebsa. Boi. Nulla, nessuna cosa.
Règan. Bom. A\'araccio.
R e g I é 1 1. Beg, - Rugletl. Piae. Crac •
chio, adunanza di persone in luogo
pùbiico.
Réla. Panii, Slìa, capponaja.
R e 1 1 a (m n è r la). Bom. Menarsi Ta-
grcsto, dondolarsi.
Kernel, romei. Boi, e //ri;. -Rè-
ni u I. Bom, Sémola, crusca. - Rè -
ni u 1. ^n Bom. significa anelte Len-
tìggine. - Remzòl, remlètt.
Mod. Cruschello. - F. R ó m I a e
Ramzòt.
Renz. Bom. Scardiccione, barl>a gen-
tile; spc'rie di cardo. - £. Scoly-
mus hispanicus.
Rèpeg. Beg, Incubo, soffocamento.
Resta. Piae, Pèttine da tessitore.
Rez. Piae, Quello spazio che sta din-
nanzi alla facciata della difesa.
Rezza. Bom. Spago.
Ribiola. Piae.' Robiòl. /^ei/.-Ru-
biola. Parm. - Robiòl. Brian. •
Cacio caprino.
Ri gol. Parm, Ramarro. -f'. Ligór,
àlguor, rangòl.
Ringussàr. Boi. Intonacare le mu-
raglie.
R 1 n z i n e 1 1 a. Bom, Gattuccio ; sorta
di sega a mano; coltello a sega.
Risia. Piae, e ixìmb. Litigare, alter-
care.
R i V i a. Piae. -Rivi. Lomb. Scotolatu-
ra, lisca.
Riviòtt. Piitc. Pisello. - L, Pisum
sativum. -r.RùviòneRovdèa.
R izzòl. Bom. Accoltellato. Lavoro di
mattoni messi per coltello.
Rò. Bom. Anda. Foce onde f iaeiiano
i buoi a lavorare.
Rodsa. /'/oc. -Rosaria. -^«r. No-
vella, fandonia. - f^. Arvsària.
Rófia. Bom. - Rufla. fbr. - Rufa.
Fer, Fórfora. K. Sgaramufla.
Rota. Boi. Tegghia.
Rolla. Fer. FocolarBi
R 0 m è i n t. Piae. Tritone, pula di fle-
no. - £. Ramcntum. - Un» iKo>
manza. Rumlént.
Romfa. Rum. Romice salvàtica, aoe-
tosa maggiore.- £.Ruin ex acotus.
Rómia. Piae. -Romei. Beg. - Rò-
mol. Parm. Crusca, sémola. -
Rómzòl. Cruscliello , tritello. -
y, Rèmel e Raraiòt.
Romlàzz. iVoc.-RemoIà ZI. Ionio.
Ràpano.-iL. Raphanus sativas.
Romnà. Piace lomò. -Rumila r.
Parm, Numerare, contare.
Rónc. Piae, Terreno dissodato. -
Ronca. Dissodare.- Ròne. Lomb,
significa Collina coltivata a poggio.
Ronchètt. Piae. Radici e sterpi da
abbruciare.
Ronfi, ronfar. Gen, Russare.
Rosapella. JRom, Risipola. Queita
poee romagnola porge spiegazione
delV italiana.
Rosch. Rom. Scoviglia, spazzatura.-
Afi7. Rùf.
Ròssol. Bom. Fragolino; pesce di
mare di color rosso di fragola. -I.
Sparus erytrynus.
Eotta. Bol.^ Parm, e Piem. Strada. -
fV. Route.
Róvdèa. Afod. Piselli, f". Rivlòtt.
Rosz, rozz. Gen. Penzolo, fascio di
rami con frutta appese.
Rubèga. Mod. Marame, seeltume.
Rùd, rod. Gen. Letame, pattume.
DIAUem EMIUANI. 977
Rumar. Fer. Grufolare.
Rumdón (seminar d'). f)fr. Semi-
nare a sovescio.
Rumghi. fiom. Mùcido; agg. della
carne, quando vicina a putrefarsi
manda cattivo odore.
Rum ma. Boi, Catargo, sucidume. -
F. Crécca.
Rundèn. Bom, Cece, baccellino.
R u ngi ó n. Boi, Sprocco; pezzo di le-
gna da àrdere.
Rusc. Boi., Fer. e Beg. Spaziatura,
pattu me. - R u s e a J a. itom; Tuttodò
che il fiume porta a galla e depo-
ne sulla riva. Lavarone. - R naca-
ról. Boi. e Beg. Paladino, spazza*
turajo.
Rùsca. Emil. e Lomb. Corteccia deli-
bero macinata.
R uvigh è. /7om. Rastonare.-Ruvi-
gòtt. Corpiccio, càrico di basto-
nate.
Rùviòn. Afon^-Ruviòt. Parm. Pl-
sello.-I. Pisum satlvum.- Fer.
Ruvià. • Mil. Erbión.
Ruvzòl. Bom. Cruschello, staccia-
tura.
Rùzzul. Fer. Curro.
Rudà, rude r.Letamare.-f^ Rosch,
rusc.
Ru rr a. Beg. Malpiglio, cipiglio. • Mil.
Rufàld. Di modi sgarbati e un tal
poco prepotenti.
Rofì. Bom. Leppare. Tògliere di na-
scosto e prestissimo.
Roga. Beg., Fer. e Bom. Bruco {spe
8
Sa. Fer. Abbastanza. - iL. Sat.
Saearièda. Bom. Braveria, smar-
giasserìa.
Sacussèr. Fer. Concussare.
Sadòc. Boi. Floscio, flacco.-K. Loffi.
Sa g agni. Parm. Malaticcio, tristan-
zuolo.
Sa gate. Bom. Ciarpare, acciabatta-
re. -Sagatòn. Acciarpatore.
Sagàtt Piae. Stormo, subisso, di-
luvio.
dabnenie della verdura). - -L E- Sagattà, sagattèr. Fer., Piae. e
ruca. Beg. Trabalzare, dibàttere, dine-
Ragàri. fer. Spennarsi. nare.-Sagatar. Parm. Brandeare.
Rugnir. Beg. Kitrire. Proprio de* est' Sàgoma, sagma. Gen. Forma, mo'
vaiU. * dello. - (^r. Sagma.
5f78 PARTE Siy.OXDA.
Sagrarne*, /toin, \rruùìaìo, ^gff. chu
*/ dà ai ìnnUoìti ripìiìiti e riqua-
drati.
Su g r i n è r. fieg. e yVcm. Vessare, Ira-
vagliare. - Fr, C h a g r ì ii e r.
Sajòn. lìom. Sùcido.
Sa] u già (Andar in), fer. Inuizo*
lire.
Saldòn. /hm. Brania. Pezzo di terra
incolta.
Sai don a iont, /ioni. Dice8i della
fémmina del bestiame che va alla
monta e non resta pregna.
Sa Iona (fé), ttom. Scialare, ed an-
che Dissipare.
Salvavèina. Boi, Pévera. - (\ Lo-
dra, pidria^ bvina.
Sam. ìicff. Sboccato , manomesso.
Scemo?
San tòni e. Bom. Stècade; lignàmi-
ca. Erba sempre cerde e comune
Savazzà. l'ine. •Savazz(*r. Beg. -
S a V a z a r. Fcr, Diguazzarsi, dibàl-
(ersi dei liquori entro vasi mano-»
messi - A'. Stombazzèr.
S a v ó r. Pi(ic. Prezzemolo, pelrosello.-
A. Apium pelroselinum.
Savu rezza. Bom. Santoreggia.- L.
Satureja borteusis.
$ a v u s è r. Hvg. Frugare di soppiatto.
Sazz. Ati*in. Anit rotto.
Sbablòn. Fer. Ciarlone.
Sbaè (a). Fer. e Loinb. A crepapelle.
Sbucare. Bom. Sghignazzare.-SbA-
carèda. Scroscio di risa.
Sbacciucàr. Fer. - Sbaciuchè.
Bom. Scampanare.
Sbadad. Mani. Spiràglio. -S bade.
Bom. Sflatare. Passar Parla per fes-
sura 0 simile da banda a banda. •
Sbadàr. Munì, e Fer. Socchiùde-
re. - f^. Bada.
ne* monti àridi. - L. Gnaphalium Sbagajèr. Bcg. Sbarazzare.
stoechas. Sbajucbè. Bom. Lavoracchiare.
Sape. AiP.Saliscendo.-f^. Merletta. Sbajafàr. Bot. Millantare. - Pm mi.
Saracciì. /Yac. - Saracca. /.ornò. Sgridare. -Sbaj afe r. Btg. Ciara-
Bestemmia.- ^4. Staffilata. La frate niellare.
lombarda è; Tra di sarà e. Be- Sbalbattàr. Fer» Svolazzare.
stemmiare.
Saràc. Aom. -Scaràc. i9o/. Sornac-
chlo. - Sa ra ce. Sornucchiare. - Fr.
Cracher.
Saranèn. Bom. Tagliolini. Fili di pa-
sta per minestra.
Sara vallar. Boi. Sgominare, scom-
pigliare.
Sarga. Bom, Farsetto, casacca.
S a r n é r. Bom. Ponente maest ro. IVome
di pento ostai freddo.
Sarsìgna. /Viri/i. Sudiciume, un
lume.
Sarzi. Piac.^ Pav. e Mil, - Sii r zi r.
Parm, - Sa r rasi. Piem. Raccon-
ciare, ragnare.
Savanàr. Boi, Fer. e /Vanf. Agita-
re, dibattere. - f^. Saga ttà, Sa-
vazzà, s bar lottar.
S ba Idè r. Beg. Spalancare, sbarrare.
K Sbandar, Sbarlàr.
Sbalde riè. Fer. Cibo dannoso, mal-
sano.
Sbalergàr. Bot. -Sbalincà. T/ac.
Sbiecare, storcere. - y. Sbavar.
S ba I u sa r. Fer. Sparnicciare.
Sbalusè. Bom. Cinguettare, tat la-
mellare. - f^. Sbraghi far.
Sbambulàr. /er« Esser diseguale,
non combaciarsi.
Sbambanà. Piac, Tentennare.
Sbandar, sbarlàr. Mani., Parm.
e yer. - S b a I de r. Beg. Spalancare.
Sbarbcgula. /Vr. Ciarliera, petu-
lante.
S b a r g à r. Fer. Squarciare. F. S b r a-
ghèr.
Sbarguttàr. Fer. Pillotlarc.
DULfm CtflLIA.^I. 379
Sharia, sbardali. Piac, Spaccane S bo r «là. /Vuc. Dibrucare, dìbuscare.
^fèndere, spalancare. - Sbarlaf.
Pann, Squarcio. - r. S b r a g h è r.
S b a r 1 0 1 1 a r. Mnnt. e rer. Dimenare,
agilare. -Sbarlòtt. Uovo stantio.
Sbarlucè. fiom. Sbirciare, alluc-
ciare.
Sbaruzzè. /?oi/i. Scuòtere. Propria-
mente significa lo scuoti mento prò*
dotto dal biroccio , ostia corro a
due ruote , senza moltr , posto in
tno/o sopra stradii sassosa. Tal cur-'
ro chiamasi nei dialetti emiliani
Brozz. f.
S b a r zè 11. Piae. Pinolo; gradino delle
scale a mano. - AtiL Basèl.
Sbaiila. Pa9, Maciullare; dirompere
il lino, la cànapa e sìoilli.
Sbavar. Fer, Tòrcere.-K. Sbaier-
gir.
S b a V i n a. Piac, Piovigginare.
Sbazós. Pidc. Cisposo.* Sb e za. Ci-
spa.
Sberla, den. Manrovescio.
Sberlèff. fieg. srregio, taglio.
S i) o r g h t' r. ficg. Sturare, schiiideri*.
S b 0 r g n a. Boi, e Jtuin. Ebbrezza, ini-
briacatura.
Sborzaclòn. Reg. Sciamannato, su-
dicio.
Sbraghèr. Beg. -Sbregàr. Ken. -
S b r a g h è. Bom. Stracciare, squar-
ciare. - Sbrég. Squarcio. - Ted.
Brechen.
Sbraghiràr. Boi. - Sbraghirè.
BoiH, -Sbragassèr. Fer, Cicala-
re, treccolare. Dire e ascoltare gli
altrui segreti -Sb rag asso n. Smar-
giasso, spaccone.
Sbrajà, sbrajèr. Cen. Gridare. •
Sbrair. Fer» Mtrire, ringhiare.
Sbranculè. Bom. Dlvluc4)lare, tòr-
cere in qua e in là a guisa di vinco.
Sbràr. Fer. Spelazzare.
Sbric. Fer. Spavaldo, petulante.
Sbris. Emil, e Lomb. Scusso, brul-
lo. - F', Sbisi.
Sbròfol, sbròzzol. Piac, Bitòrzoli,
bernòccoli.
Sberloccià, sbertucciar. Gcn.'Sbrómbal. /?oiii. Aquazzone.
Sbirciare. - f^. Sbarlucè. 'sbruchè. Bom. Arramatare, broc-
Sbertunàr. Gen. Scapezzare.
Sbgàzz, spegàzz. Gen. Sgorbio.
Sbindacà. Pnrm. Làcero.
Sbindacòn. A'oc. Gretto, balordo.
Sbiòt Pine. Nudo. • T. Biòt.
Sblsì. Bom. - Sbris. Lomb. Scusso,
arso, ridotto al verde.
S b I a e h è. Bom. Cenciajuolo. - S b 1 a-
còn. Cencioso.
Sblisciàr, sblissiàr. Mani, e
P/ar. -Sblisgàr. Fer.-Sbrisciè.
Bom, - 8 b r 1 s s i à r. Fer. Sci volare,
sdrucciolare. F. Sfuzlè.
S bòc I a. Bom.' S b à u e 1 a. Piem. Com-
Mbbla. Bevuta fatta all'osteria o
altrove con più persone.
Sbolla. Bom. Radura. - F, agr. Pic-
colo tpaiio vuoto d'alberi, d'erba,
di biade, ec.
care; percuòtere con ramata o
brocca.
Sbrumblè. 7?om. Sparopinare,sfron*
dar le viti.
Sbrumblòn. Bom, Lombàgine.
Sbsòstra. Bom, Stamberga. Casa o
stanza ridotta in pèssimo stato.
Sbujòuz. Mod. Afa.
Sbulfrìr. Beg. Starnutire.
Sburdaclè. Bom. Imbrodolare.
S b ù r I a r. Pann. e Piac. - 3 b u r I u-
nàr. Fer, Urtare, spingere.
Sbuzza. Boi. Aspetto, iucbera.
Scacèda. Bom, Smargiasseria, gua-
sconerla. - Scacìn. Uomo di com-
parsa chesi paoneggia.-Scaciòn.
Smargiasso; millantatore.
Scado ur. Boi. - Scadór. Fer. e
I Bom. Prurito, pizzicore.
)8e
PARTE 8BC0.<tDA.
Scaflirs. BoL Dimenarsi, contòr-
cersi, aver prurito.
Scagn. Boi. Vuolo, rÌlascÌHlo.
Scài. Bom. Danajo; moneta del minor
valore.
Scalabrùza. Piac, Brina. - K. Ca-
labriisa.
Se a là m pia. Beg. Assito. Tramezzo
(trassi commesse.
Scalastrà. Boi, Sgangherato.
Scaltrizàr. Boi, Mantniggiare.
Scalv, scair. Gen, Cavo, incavato.-
Scalvar. Scapezzare.
Scamón. Piae, Bravaccio, tagliacan-
toni.
Scamùf. Beg. Grimo.
Scandaja. Bom. Sgualdrina.
Scan fogne r. Beg. Beffare.
Scans. Beg. Smilzo.
Scantalufàr. BoL Rabbuffare.
Scantussàr. fhr. Battere.
Scànzula. f^. cont. Bom. Aratro. -
y. Pardghir.
8ca pigi lèda. Bom, Nigella, comi*
nella.- 1. Nigella sativa.
Scapiòl. Bm». Frantumi.
Scaracii. - Metts in scaracàl.
i?om. Èssere in sulla bella foggia ,
lindo, attillato. '
Scarafunè. Bom. Impiastricciare,
scombiccherare. Pitturar mala-
mente.
Scaraja. Bom. Stipa. Sterpi tagliati
e legname minuto da far fuoco.
Scaramài. i?om. -Scar mài. Pami.
Parafuoco. Forue daUa 9oce Hai.
Schermo.- Ted. Schirm. 'V.
Scrimàl.
Scaramplana. Beg. Una via rotta.-
Carampana. Ven. Grima.
Scaramuszlè. Bom. Il trabalzare
che si fot in carrozsa passando per
una via rotta» y, Sbaruzzè.
Scara nèll. Biom, Testicolo di cane.
Pianta tamune ne' prati, - L Or-
chis morio.
Scaravujàr. /^.Corrodere.
Scaréz. BoL • Scarezza. Fer. e
Mani. Ribrezzo, brivido. 'IngL To
scare.
S e a r f u 1 1 a. Parm. Pellìcola , invòlu»
ero della cipolla, delPaglio e simili.
Scarlòss. Fer. Inciampo, scrollo.
Scar lussar. Fer, Concussare. - K.
Scaramozzlè, sbaruzz^è.
Scarmajàr. Fer. Titubare. Ingan-
nare, tradire.
Scarmana. Piac. Lampo, baleno.
S e a r m li. Piae. Rabbrividire, racca-
pricciare.
Scarógn. Piae, Ciabatti naccio.
Scarpa. Piac. e lotnb. - Sgarbàr.
fìsr. Strappare, sradicare.
Scarsa. /7om. Sfioratore. Diversivo
a fior d' aqua. - K idràulica.
S e a r 1 1 a r. Parm. Scassa re, ròm pere.
Scarvajès. i7om. Screpolarsi. IHcai
di muro, pietra e simili^ né* quali
$i icòprano gottiUttime crepature.
Scarzgnar. Parm. Chiocciare, di-
grignare.
Scasse. Bom. Posticcio. Terra divel-
ta, dove sleno piantate molte piante
giovani.
Scatafròll. i7om. Ghiribizzo.
Se a ti a. Piae. Arruffare, scarmigliare.
Scaverciè. Beg. Tràmpoli.
Scavèzz. itom.-Cavèzi. Gen. Scam-
polo, avanzo.
Scazzignè. Bom. Rovistiate, fru-
gacchiare.
S e a z z ò I a. Bom. V. cWMur, Puntello.
Scazzujèr. /^eg.-ScazzuJàr. /W*.
Acciarpare.
S e h è e a r . Bom. Moine, carene affet-
tate, smorfie.
Schermir. Parm, Allappare, alle-
gare ( Dìeesi dei denti, dopo a^er
maiticate frutta immaturo). - f^.
Spàder.
Schermlész. BoL e Mod. Brivido,
raccapriccio, f^. Sgrii«l.
DIAUm
Sefunàr. BoL Molleggiare, beSm.
Scbervèint. Rol. Aquazione.
8chfòn, sfòn. Fer, Calza. -/km.
Calzerotto.
S e h I e a r a. fìom. Sbevazzare.
S e h i t à r. Mant, Spàrgere. • Jngl.
Se a iter. Spàrgere ^ versare. -
Jrm. S k i g n. Dispersione , sparpa-
gliamento.
Sebi Ina. Mani, Scintilla. Zàcdiera.-
S e h i t n à r. Inzaccherare. Parm. -
Siiatrar. - K Séiàltar.
Schnàja. fìom. Schizzo, zàcchera. -
Schnajè. Schizzare II fango adesso
ad alcuno. • y. Se b 1 1 n a.
Séiadùr. Jhm. Matterello, spiana-
toio. Legno lungo e rotondo su cui
s^awolge la pasta per Ispianarla e
assottigliarla.
S £i a f 1 è, 8 é I a f è. Bom. Scaraventare,
spiattellare.
Sé I à n e. Piae, Làcero , misero.- Beg.
e Lomb, Stracciatura, squarcio. -
Sbianca, séiancar. Stracciare,
squarciare. -K. Sbraghèr.
Sèi a pi ne. i?om. Acciabattare. -jlfi7.
Séepinà.
Sii a pò n a. A'nc. Sciògliere, sfibbiare.
Sèiàssag. Piae. Serrato, stretto, sti-
vato.-iV/i7. Siiàssar.
Sciattar. Pine, Scintille, - So lat-
tei n. Spruzzo, zàcchera. - Sèla-
t ina. Spruzzare. -f^. Schitna.
Sila va rèi. Beg. Pinòlo.
Sé locai Bom. Jgg. Schiantcreccio.
jégg. di legno fràgile.
Sèi oda. Fer. Gonfiezza.
Séionsè. Piae, Soffocare.
Séiòrbal. Bom, Bircio, losco.
Sèiu e I i r. Fer. Scrosciare.
Sèinnclèn. Bom. Ceppatello, scheg-
glMla.
Sélnssìr. Boi, Discèmere. - Ingl.
Ckoie {leggi Ci use). Scégliere.
SéloTH. Bom. Slocare.
Scòli, Il scòli. Bom. Grembo, In
grembo.- y, Scòss.
CMILIAKI. 381
Sconi. Piae. Appassire, Intristire.
Sconi r, scunir. /^fj;. Scolare (f^er-
bo),
S con sa. Beg. Grembo. - Scosse da.
Grembialata.- F, Scòli e scoss.
Sconzùbia. Mani, e /^^f/. Moltitùdi-
ne, gran copia.
Scopazza. Beg. Fionda, fromba. -
Scopazzèr. Frombolare.
Scorbata. Piae. Tartassare, percuo-
tere.
Scòrdi. Bom, Erba querciuola, co-
mune ne' monti stèrili. • /,. Teu*
crium chamaedrys.
Scorn tizia. Piae, Lùcciola.
Scoss. Gen. GremtK). - /'. Sconsa e
Scòli.
Seotmal. Mani, e l^ann. Soprano-
me. - Berg. S e o 1 1 ù m.
Scotta. Gen, Siero.
Scozz. Beg. Coccio, greppo.- Fig,
Conca fessa. -Scozz è r. Rompere,
spezzare.
Sera va. Gen, Scapezzare. F. Scalv,
scalvar.
Seriche. Bum, Spremere.
Scrinar. Fer. Aver la diarrea.
Scrimàl. Boi, - Scrimàl. Piae,"
ScrimàJ. T^e^.-Scaramài. Bom.
Parafuoco. f^.S cara mai.
Scrofàls. Piae. - Cufolarse. Fer.
Accosciarsi, accoccolarsi.
Scrozla. /'loc. -Se ròs sol. Lomb.
Gruccia.
S e r u e le n. Bom, Tenerume. Sostanza
bianca e pieghevole, la quale è
spesso unita all'estremità delie ossa.
Se r ufi a. Beg. Fórfora. - K. Rófia.
Scorate. Bom. Arsicciure, abbron-
zare.
Scurnèccia. ^fod. Sacello, siliqua.
Scurnicclà. Bom, Sbacellare, sgra-
nare.
Sdrussi. Parm. Aspro, rùvido. -
iAmb. Darùk. Di qui fone Vi lai,
Sdruscito.
382
PARTE SECO!«DA.
Sduma2i&r. Fer. Dirozzare, scoz- Sg a gna, sgagnàr. Piae. e Beg^
zonare.
Sèber. Pav. e Mil. Mastello.
8 e p p a r. Rom, Cespi la. Piuntn comu-
ne lungo i flumi, - £.. Erigeron
Viscosum.
Scufflare, paccliUre.
Sgai. Piac. • Sgarì. MiL Strìdere,
gridare.
Sg alberi. Piae. Rigogolo.- ^. Gal*
I béder, arghèib.
Seriola. Atant, e Hr, Gora, canale Sga le ni ber Gen, Sghembo,
di derivazione. - /.. Seriola. «9r- Sgalièr. Heg, Cavar di mano altrui
riolae meluens veterem deradere li
mum. Persio, Sai. IV, vert» te.
Sevézia. Itom, Crudellà. - L Sae*
vitles.
Bfarfài, sfranibél. 7?om. Persona
magra e sparuta. Segrenna. - Fém-
mina di mal affare.
Sfióbal. Iloin. Pinoli che congiùn-
gono Pago col ceppo dell' aratro.
checchessia.
Sgalmedra. Ì7ef7. - Sgalmiedra.
Fer, Garbo, grazia.
Sganga (dia). Bom, Dappoco, f^oce
di disprezzo, come .'Signor dia
sgaaga. Signor da burla.
Sgangàg n. fìom. Viluppo, cerfuglio.
Sgangàr. BoL - Sgang he. Bom.
Stentare, stirare.
Sfiòpla. BoL^ Mod, e y?<fijF. Cocciuò-Sgan ghigna. Piac» Scricchiolare.
la, pìccola enfiatura.
Sflàr. Fer, Fiaccare, sfracellare.
Sflezna. Bom. Favilla, scintilla,
sriiznè. SfavilUire.
Sframbài. Mod. Stipa, sterpaglia.
S f ra s s e n a. Bom, Fiotto. Figur. Im-
peto, furia.
S fra zza. Bom. lancia. Spranga di
ferro , con che si rimena la terra
da far mattoni. - Sfrazzè. Rime-
nare 0 mestare con la lancia.
Sfrindàri. Piac, Spauracchio.
8 f rogo. Bom. Mattone ferrigno; pa/e
eccessivamente cotto. -Sfrugna.
Sferruzzato.
Sfrova. Parm. Frutto annuo rlca-
Tato da una vacca, unendo il latte
al vitello.
Sfulgnacàr. Boi. Barbugliare.
Sfundròn« Bom. Strambotto, ribò-
bolo.
8 fu z 1 è. Bom. Sdrucciolare. -F. S b 1 1-
sciàr, sguja.
Sgadc. Bom. Sgberonare, tagliare a
sghimbescio. - F, Gheda.
Sgagià, sgaglè. Emil. ePiem. Le-
sto , accorto. - Bom, 8 g a g è $ignif.
anche Lindo, attillalo.- fr .Degagé.
Sganghìr(dalla voJa)./>r. Lan-
guir di voglia.
Sgaràmp. Piac. Tràmpolo.
Sgara muf la. ffoL Forfora. ^.Rófja«
Sgaràr. Boi. Sbagliare, errare. -
Sgarada. rarm. Millanterìa.
Sgaraviàr. Boi, e Fer. Raspollare.
Sgarblà. Oen. Graffiare.
Sgargnàpolàr. Parm. Rìdere a
scroscio.
SgariòL BoL'L. Totanus ochro"
pus.
Sgarlatón. Fer. Calcagno.
Sgartàr il vid. Fer. Recìdere la
vite al piede.
Sgarudàr. Fer. Sgusciare {dìcesi
pròprio della noce). Sgherlgliare.
Sgarzetta. Bom. Pavoncella di pa-
dnlc. - L, Ardea nyctlcorax.
S g a s s. Parm. Baccelli cotti.
Sgatià, sgatièr. Gen. Districare,
disciògliere.
Sgavagnàr. BoL Scuòtere, dibàt-
tere qualcuno. • Parm. Svivagnare,
allargare di troppo.
Sgavagnc. Bom. Sgruppare. Rav-
viare cose disordinate, come ma-
lasse ■ eC'.
DfAIJSrn EMIUA^I.
283
Sgavalè. Bom, Andare a sclaqua
barili. Andare a gambe larghe.
S gavétta. Mod. Slatafisa. f. Gav,
gavetta.
Sgaviòtt. /^eg. Bilenco.
figa V t u 1 è. Rum. Sgambettare. Guiz-
zare; lo scuòtersi dei pesci jfer aiu-
tarsi al nuoto.
Sgaza ri 9. Pnrm. Sbizzarrirsi.
Sgdòzz. Boi. Coccio, vaso di terra
rotto. - Fig. Conca fessa.
Sgherza. ^o/. -Sgorbia. #.om6. Ai-
rone. - L Ardea cinerea.
Sghessa. Boi. - Sghlsa. Botn. -
Sgussa. Beg. . Sgbissa. Fer. -
Sg a J osa. Lomb. Gran Vdme.-f'.B a r
loca, Sgrisa.
S g 1 a n z u I. Bom. Friabile , frangibi-
le. - LomO. Sgiandós.
Sgiàved./fe^.Fràgile.f'.Sgiànzul.
Sglavòn. Parw. - Giaòn. Fer. Pà-
nico saivàtico.
Sgiorla. Piac. Dappoco, moccione.
Sglòrz. y?om. Fischione, morigiana,
capo rosso.- L. Anas penelope.
Sgius. Piac. Colatura o deposizione
del concime. - l\trin. Sugo. - L.
Jus? - F. Zlss.
8g i u t è. Bom, Sturare.
•Sglvi. liitc. Scollare.
Sg iz u I e n a. Bom. Scheggluzza.
Sgnacàr. A»rm.-Sgnlcà. MiL hm-
mnccare, schiacciare.
Sgnacoln. l'iac, e /'arm. - Sg noe -
colar. ^>r. - Sgniculè, sgnu-
culè. Hiun. Scufflare, pacchiare.
Sgnndùr. Fer. Materello, spinatolo.
Sgnàss. /Voc. CanUe.
Sgneppa. iien. Beccaccino. - 7>d
Schnepfe.-/ii.(7. Snipe. K Piz-
zica r a.
Sgnofla. Boi. - Sgnèff. /=Vr. Ceffa-
ta, BchiaCTo.
Sgnuflìr. Fer. Piagnucolare. - V.
Fi far.
Sgobia. Bom. Stnibilo. Pericarpio le-
gnoso della pina scussa de^pinocchi.
Sgorzella. Piac. Uva spina. -t. Ri-
bes uva-crlspa.
Sgourbiadura. Mod. Scalfltura,
scorticatura.
Sgravi s. Piac. Torso; mallo sgra-
nato del sorgo turco.
Sgrégn. Bom. Ghigno.
Sgrèngola. /7om. Zurro, uzzolo, al-
legria. F. G ringoia, ghelsa.
Sgrlnzla. Piac. Digrignare, dirug-
ginare.
Sgrisa. Bom. Gran fame. • Fedi
Sghessa, barlòca.
Sgritni. Bom. Sgranchiare; far pèr-
dere l'intorplmento delle mani,
dei piedi, ec.
Sgrizol. yi/ofi(. - Sgrisul. fer. -
Sgrìsol. Jlfi7.- Sgrisòur. BoL e
Beg. - Sgrisór. Form. Brivido. -
Ing. Grlsly. F* Schermiètz.
Sgrófla. Parm. e Piac. Forfora. -
Sgruflós. Rùvido, forforaceo.
Sgroz. Bom. Crudo.
Sguaini idra. Boi. Ripiego, espe-
diente.
Sgualzir. BoL Pigiare Puva.
Sgublc. Bom. Smallare. F. Sgaru-
dar.
Sgudèvol. BoL Disadatto, incòm*
modo.
Sguègn. BoL Vizzo, appassito.
Sgugiól. BoL Solazzo, gozzoviglia.
Sg ugnar. Fer. Far le bocche. -Ker.
Sgognàr. Far le sgogne.
Sgujii. Pioc.-Sghià.Af//. Sdruccio-
lare.
Sgu i n g u a g nn.^o/.Floscio, snervato.
Sguinzajòn. BoL Giròvago, vaga-
bondo.
Sg u nà r. Fer, Segare.
Sgu n è. Bom. Arrocchiare , far rocchi
( Rocchio vale pezzo di legno o di
sasso di figura cilindrica, spiccato
dal tronco, senza eccèdere uìia certa
tangtiezza).
tSH PARTE SBC05ÌD.4.
8f unzobl. Bd, Frangente.
Sguràr. BoLeFer,'S$urhr. ifeg.-
Sgurà. Mani' e Piae. Pulire^aster-
gere.
Sgorbia, fhr, Fame.-K.Sghe8sa.
Sgusìy 8g Varzi. y?om. Scòrgere, ve-
dere.
Sgutis. Piac. Sdraiarsi.
Sia. Beg. e Mod, Porca, ajuola.
Siànd. BoL Essendo {Gerundio).
Slàrs. Pwm. Rappigliarsi, assevarc.
Sibra. Parm, Zòccolo, specie di cai-
aure.- ^i7. Slbrèi. Paiitòffola.
S I g a m a t a. Form . Capriola , salto.
Silàc Parm, Lividura, macchia.
Slmi rada (Far la) fer.FarlaspIa
Simitón. Bo9n,, Fer, e Parut. - Si-
rn u na r i è. Fer, - Smorfle , moine.
Sinlghella. Bai. Crisalide; il filu-
gello nel bózzolo.
Slot. Parm. Assillo, tafano.-S io là r.
Smaniare per puntura d'assillo.
Stola. Parm. Porca, ajuola.
Siria. Parm. Biodo di salulare, che
mal dire: Buon giorno, o buona
sera. - // Piem. dice: Ci area.
Sltòn. Beg. Libèllula.
Siv. Bom. Siepe; ghirlanda.
Slagn. BoL Arrendevole, pieghevole.
Slamadura. Fer, Sedimento, abbas-
samento , sprofondamento. - f .
Slat.
S 1 a n d r ò n. Emil. e Lomt/. Sciaman-
nato, sudicio. • Fer. Sland riir.
Patire.
S 1 a n f a g n a. Piac. Spilungone : assai
lungo della persona.
Slapòn, sleppa. Gen. Schiaffo, cef-
fata.
Slat. Boi, Scoscendimento. - Slat-
tar. Franare, scoscendere.
Slcnza. Afoni. -8 Ili scia. A/i7. Piog-
gia dirotta.
SI epa. Gen. Schiaffo.
SI ice. Bom. Mangiacchiare. Mangiar
poco e senza appetito. - Slicin.
Mangiator da burla.
Slip adura. Bom. Spuntatura. Di-
rébbeii ifnfi'itslioa'iiofo da òigliar^
do aiiorchè baite lo fMlla da /Sali-
co. - S 1 1 p è s. Sbiecare , tehiandre.
Slofi. Gen- Lonzo, snervato.
Sion. Piac, Siero.
S 1 0 s n a. Fer, F. coni. Baleno. - S 1 u -
snàr. Balenare. - f^. Losna.
S 1 u m b e rg à r. BoL Alt>eggiare.
Sluvzòn. Fer. Ingordo.
Sluvzè. Bom. Lordare.
Sai ad unir. BoL Rompere le zolle.
Da Madòn, zolla.
Smagunè. Bom, Sciocco.
S m a i V i r . Beg. Gualcire , mantrugia-
re. - S m a I v i n. Fer. Svenimento. •
Smal vi rs. Scolorire.- y?ofn.Smal-
vèn, smalvis. - ^mfr. Smalvà.
Scolorito.
S m a m 1 à r. /*er.Fiaccare, ammaccare.
Smanè. Bom. Spogliare, svestire.
S m a n e z. Beg. Movimento, agitazione.
Smanie. Bom. Dimenar la onda.
Smargulè. Bom. - Smergulàr.
Bol.^ Beg. e Parm. Piagnucolare. •
Smèrgula. Bom. Piagnone, pian-
gisteo.
S mar un e. y^om. Svesciare; dir senza
riguardo ciò che si deve tacere.
Smasè. Bom, Sconciare, scomporre,
sgominare. - S m a s i. Piac. impor-
rare, ammuffire.
Sm azzar ina. Fer. Pannocchia. - f.
Ma usa.
Sui è co. ^ol. Vernice, belletto e si-
mili.
Smela. Parm. Scintilla, favilla.
Smers. Piac. Goffo, vizzo.
Smicè. Bom. Tirare frequenti colpi
di archibugio, cannone, ec, e ge-
neralmente spesseggiare in qualche
altra operazione di braccia e di
forza.
Smingunàr. Fer. Zoasarc, vagare
oziando.
Smoja. Fer. • SmoJ. Lomb. Hanno. -
Smojàr, smojn. Imbucatare.
DIAUTTI EXILIAM.
285
Smoimón. Beg, Pigolone, makoo*
teoto.
Smòlga. Rom. Sciamannala; donna
sconcia negli àbili e nella persona.
Smorgàgn, smorgògn. Pioc. Su-
dicione, porcone.
Sm u 1 è. Rom, Sciògliere, scingere.
S m u I g h è. Rom. Stropicciare 1 panni
sporchi con ranno e sapone.
Smu rcài. fì^. Cosa calli va, abbietta.
S m u r f g n òs. Fer, Moccolone, sgua-
jato.
Smurfiè^smurfiòn. iìom. Piagnu-
colare, piagnone.- /Hi Smorfia? -
y. Smarguiè.
Smusgnà. Piac, Piagnucobire.
Smu 8 tazze. Remi. Rimbrottare, rin-
facciare.-Mu sta zz. Faccia.
Smutlàr. Fer. Mugghiare.
Snaina. Mod. Scriatello, ammortM-
tello.
Sncng. Pav, Insìpido , scipito.
So e a. Manu., Parm, e Lorna, Gonna ^
gonnella.
Soghèt. Parm, Capestro. Da Soga.
Fune.
Sol. Gfn. Mastello, bigoncia. -So jn.
Bigoncino. - K. S è b e r.
Sol. Boi. e Fer. Fango. - Rom, Scola-
tura di concime.
8 old. Rom, Specie di truogolo. -
Sol d di st razz. Marcilojo. Truogolo
dove si fanno marcire i cenci.
Soli. Gen, Liscio, levigato. - Solla.
Lisciare, levigare.
So ne. 77om. Cicérbita.- £. Sonchus
olcracens.
Sòr. Piac, e Lomb, Sòffice. -Sor à.
Sfiatare, prènder aria.
Sorallsègn. Rom, Sido, ghiado,
brezza. Vento gelato.
Sorazéng. Rom. Anguilla salata ed
aperta per lo lungo.
8 or azza. Reg, e Parm. Gufo, bar-
bagianni.
Sorghèr. Reg, Spillare, rinvergare.
Souvràn. Mod, Vitello adulto.
Sozzd. Piae, Ricotto, confetto {agg.
di terreno),
Spàder. Boi, -Spadir. Rom,, Reg.
e Fer. -Sparir. Fer, Allegare, a*
spreggiare ( Ùiceei de* denti). - F,
Schermir.
Spagàzz, spegàzz, sbgàzz. Gen.
Sgòrbio. -Spega zza. Sgorbiare.
Spagògn. Rom, Stiticuzzo, selvàti-
co; che mal volontierl s'*accòmmoda
alle voglie ed alla compagnia altrui.
Spajàrd. Gen, Zigolo giallo. - L,
Emberiza citrinella.
8 p a 1 u t è. Rom, Brancicare, mantrug-
giare.
Spanèzz. Boi, Comune; facile a tro-
varsi. - Fer. Spani zza.
Spani. Fer, Appassito.
S p a n I z z è. Rom, Scofacciare, schiac-
ciare, brancicare, -f^. Spalutèe
Spargnàc.
Spant Rom, Immantinente, tosto. -
Armane spant. Rimanere morto,
steso a terra.
Spano e in a. i7ofii. Flenarola de^
prati. - L. Poa pratensis.
Spara, sparar. EmiL, Lomb, e
Fen, Risparmiare, sparagnare.
Sparagàgn. Rom, Spavento di bue.
Grossezza che viene nella parte
inferiore del garretto del cavallo,
la quale lo fa zoppicare.
Sparazisum. Boi, - Sparacism.
Fer, Brama ardente. - Rom, Ghiri-
bizzo, capriccio.
Spardàr. Fer, Lanciare.
Spargnàc. 7'iac. e Crem.' Scofac-
ciato, schiacciato. - Spargnàc à.
Schiacciare. F, Spanizzè, spa-
tazzii.
S p a r I ù z z. Piac, Peluria , lanùgine.
Sparte. Rom, Disperazione.
Sparto ra. Boi. e Fer. Màdia.
S par za. Boi, Spalliera, appogglatojo
{Dicesi dell* appoggio proprio delle
sedie).
l
386 PARTE SECONDA.
S pala z za. /Vac. - Spe lascia. Mil.
Schiucciato, infranto.- Sputarne.
ììom, Scofacclare. r. Spargnàc.
Spatu zzar. i9o/. Ragionare, discór-
rere bene. - Spaluzzèr. Beg.
Sbrattare, nettare.
SpéÒ. Mod. Lentiggine, r. Piccel.
Spèdula. Jìom. Scótoio. Specie di
coltello senza taglio, col quale si
batte il lino.
Speli, fìat. (Uihgiamento di scena. -
Scambietto. - ingl. Speli. Incanto,
prodigio.
8 pepi a. ^o/. - S pèppola, //om. Pì-
spola. - L. Anlus pratensis.
8 p è r t . Piac. Gioviale . faceto.
Spi ne in. TiVic-Spinèl. Reg.eFer,
Zipolo. -Spi non. Zaffo, turàcciolo
delle botti.
Sp in tarò. Fiom. Scapigliare, scar-
migliare.
S p i ò n. Rom, Cardo. Erba spinosa di
pia specie,
Spiònz. Piac, e Lomb, Zìgolonero.-
L. Emberiza clrfus.
Spi r a. Mani, e f>r. - Sp i u ra. fkr.,
Mod. e lìeg. - Spurclna. l*arm.
Prurito , prudore. - S p i u r ì r. lieg.'
Spiìrì. Piac. Aver prurito.
8p ir lini pena. /?om. Sninfla, attila-
tuzza.DonnaaflfcItatameoteattillata.
Spiutlir. Fer. Piagnucolare.
^/pizghìr. Per, spuntare, sbucciare.
épizzàr. Pier. Smussare, scantonare.
Splatunàr. Fer. Scapitozzare.
Sploja. Jìeg. Grillila» catapecchia.
iSpluDè./iftéwi. Scapiflialo.
Spracli^rs. lìeg. Allargarsi.
SprocJ iiom. Bordoni! te penne non
ancon spuntate chejsi vedono in
pèlle tfU^VccelH. ^JùiL Sp rocco
r «igrn//!; Rainpolio. .'
ppròcao. 'ANmt. e fer. Pesci vèndo-
■ bi^fMfcalore.
8pu d u rè. AoÌn. Svcrgcijgnalo. i)u V u-
- -^d ore «wi f S pfivulivii. »
Spultàr. tìol. Inzuppare.
Spurblelia; essra la spur bièl-
la, liom. Esser al verde, esser con-
dotto a mal tèrmine per la po-
vertà.
Squacciarlis. i*iac. Spappolarsi ,
disfarsi, accosciarsi.
Squajòn. fìom, Svescialore, ciarlie-
ro, disvelalore.-SquaJona. Ciar-
liera , vescJona. -Squajàr. Parm,
e /'m. Scovare, scoprire.
Squas. RoL Smorfie.
Squezz. RoL Specie di cocòmero. -
£. Momordicum elaterium.
Squibes. /'arni. Quantità grande di
checchesia.
Sròdan. /?om. Seròtino, tardio.
Stabi. Rom, Concio, concime, leta-
me.- fSeti. Porcile.- £.Stabuluin?
Stabi a. Fer. Steccone, palanca.
Stabiàr. /7o/. Digrossare, piallare il
legname.
S t acu n è. Rom. Spillaccherare.
Slalossàr. Parm. e Mil. Strabalzare,
scuòtere. K. Sbaruzzè.
Starnarla r. Fer. Abbacchiare, bàt-
tere.
Stamz è. Roin. Calpestare, scalpitare.
S t a m z ò n. Rom. Agg. d^ uomo grasso
che dlfOcilmcnte si muove.
Stanlèln. /^o^ 'Slanci a. Af od. Gon-
uel la. - 8 1 a n 1 ò n. Boi. e Rom. Don-
na] nolo. - P^r. Faccendiere.
Starlaca. Rotn. Allòdola. -£. Alau-
da ar vensis.
Stargnòn. Piac. Sterpo, sterpone.
Starne. Rom. Secco; quasi estenualo
per magreua. f^. Stcrnlccià.
Statare. y?oai. Sgomberare del tutto
una stanza^ oppure métterla In as-
aetto, leviadune gli inùlill ingom-
bri. V
Stòla, ^er. 4 A^od. SdMggla. - 81 e -
lazòc. MaàL e y^cf.-Stelalègn.
ii^Dol. Spaccalegne. - Stièr. Reg. -
; S 1 1 à r. Fer, Spezzare.
;
/
/|
i
!
DIALnri CVILIANI.
S ter lira. Boi. Percossa.
Sle miccia. Boi. Intristito.
Starne.
Stésa. /7om. Batacchiata, bastonata.
Stiasem. Boi. Strido di pianto.
Stiattèin. fio/. Spruuo.- 8tiattl-
n à r. Scbixzare. - f^. S e h i tàr.
S t i 1 e n t. Fer. Scintillante , lìmpido ,
trasparente.
S t i m I ì n. Fer. Moscardino , cicisbeo.
Stiòss. Boi. Vampa di calore.
S t i u ss ì r. Boi. Rafdgurare ; dlscèr*
nere.
iStrajàr. Piac. e
• y\ spàndere.
Stralancà. Fìsr.
S87
Foi'in. Versare >
Stómbal. Piac. - Stóinbel. Boi. -
Stómbio. Fer. Pùngolo, la punta di
ferro dello stìmolo.-S t o mb 1 à. Sti-
molare.
Stombazzèr. Beg. Sciaguattare. -
y. Savazzà.
Stompèr, stopàr. Gen. Turare.
S 1 0 p è 11. Piac. Metadelia ; misura di
grano equivalente alla sedicesima
parie dello siajo.
Storci a. Piac. Strofinare.
Stossar. Porm. Dilombarsi, fiaccarsi.
Strabghè. Aom.-Strapegàr. Ver.
Strascinare.
Strabizèint. Reg. Cencioso, làcero.
Strablzzèr. Reg. Carpire.
Stràc. Gen. Stanco.
Straca. fiom. Mazzacavallo, altale-
na ; ipec/e di leva per attinger aqua
dai pezzi.
Strafa lari. Boi. Sciamannato, su-
dicio.
Strafantà. IHac. Svisare.-S t r a f a n-
tà r. Boi. Smarrire, pèrdere. • Fer.
Trafugare.
Straferl, strafusér.l, strafusa-
ri. /Vac, ^omft.e Pii^.-Strafirl.
B^ -Strafièr. Fer^Òarpe, cenci.
Sirafngnà. Gen. Gualcire, mantru-
gUre. ;.l
Stragialzàr. Boi. e Fer. - Stra-
guaime. Rom. Ingojare, trang^i-
glara. * V
Sbilenco.
Strambin. Fer. Àndito.
S tramila. Piac. Rabbrividire, rac-
capricciare.
Strampill, stràip. Fer. Gramo,
floscio, rozzo.
Stransì. Boi., Reg. e Piac. Àrido,
adusto. - ^. Transl.
Strappar. fio/.-Strapegàr. Fen.
Strascinare. -Strapén. Rem. Ron-
I Zino, brenna.
Stravinàr. Fer. Strofinare, stropic-
ciare.
Strazigàr. Parm. e Piac. Scintil-
lare, sfavillare.
Strén. Aom.-Strèln. Parm.t Piac.
Abbruciaticelo. - Fié d* strén.
Odore che mandano le cose abbru-
ciate.
Strina. Gen. Abbronzare, arsicciare.
Striblàr. Parm. Dipannare.
Stricbèr. Reg. - Struccàr. Fem.
Stringere, sprèmere.
Strlflàr. Fer. Fiaccare , schiaccia-
re.
Strinar. Fer, Abbronzare, abbru-
stolire.- K. Strén.
Stri va. Boi. Gozzoviglia.
Stroppa. Gen. Vincastro, vimine.
Stroppia. Piac. - Starplà, stra-
pela. Mil. Làcero, meschino. V
Stros. Piac. - Trosa. fir.-Strosa.
Fer. Rocchio, sezione di pedale,
d'anguilla, ec. - Fr. Tron^ on. •
Stròsà. Troncare, tagliare per**
pendicolarmepte in pezzl.-i^.Trqs,
ToreTròcal. ^
Strubidìr.A^. Consumare.
S t r u m a. Fer. ;Jatica , àm\/^
Strumnàr. Pcirm. Roventare » ver-
sare.
S t r u s à , s t r f si è r s. rÀm. Strofinare,
soffregarsi.
Stridici. Piac. - Sifu^l. MiL Fatila
\.
«2
• \
988 PARTE IEC05DA.
ca, sleuto.- Struscia, sirùsià.
Affaticare.
Strussiàr. Bo/. eAfan^-Strusciè.
Bom. Dissipare, scialaquare.
Struvizsè. Bom. Strofinare, stro-
picciare.
Stufilàr. Boi. Fischiare, zuffolare.
S tu gì è. Bom. Coricare, sdrajare. -
Stuglès. Coricarsi, porsi a giacere.
S t u i n à r. Fer. Stuzzicare , frugare.
Sturlèr. Beg. e Airui. Cozzare, dar
di cozzo.
S t u r I ò n. Beg. Caparbio, festereccio.
Stussir. ilcg.-Stussàr./ser. Scuò-
tere, sliattacchiare.
S u b i u I à r.^fr. Appassire per siccità.
Sue II. Gen. Acciarino; fermaglio
delle ruote dei carri.
Sul ano. Bom. Traveggole, abbarba-
glio^ calìgine di vista.
S u Ifanà r. Boi. Cencioso. - Fr. C b i f-
fonnier (?)
Sunàr. Fer. e f>r. Cogliere, spa-
noccbiare.
Su ne. Bom. Grembiala.
Sunsìr. BoL - Sussi. Mil. Agogna-
re, bramare cupidamente.
Suraiza. Mod. Upupa.
Surena. Bom. Cinciallegra pìccola
turchina. - Pim. di Suora, per Mo-
nachina, come in Lomb. simile uc-
oello diedi Sion egb ina. - /.. Pa-
rus coeruleus.
Surnicè. i7om.-Surnacciàr. Fer.
Ronfare, russare.
Susanòn. Bom. Bajone^ bi^ooaccio.
Uomo leggiero che si trattiene in
cose fanciullesche.
Sussi. Bom. Lìcnide della China. -
L, Lycbnis coronata.
Sustacbina. Bom. Piana, pianonc.
Tram un poeo più lunga del cor-
renie.
Suvàsz. Bom. Rombo. I^tee. - L.
Pleuronectes rhombu».
S v.a d u rè s. Bom. Spettorarsi , sciori-
narsi. Sfibbiarti f panni davaoCi.
S vagli è. i7oiii. Sgorgare, traboccare.
Svalòs. Parm. ePioc. Sbadato, dis-
attento.
S v à m p u 1. Fer. Spazio, differenza. "
Sv amputar. Esser disegnale.
S v a r z e 1 1 a. Piac. Lividura , lìvido.
Svéi. Bom. Foce usata ad indicare
cosa assai grande, almeno relativa-
mente ai bisogno.
Svergna. Piac. Modo, via, verso.
S vergai. Piac. e l.omA. Sbieco, stor-
lo.-Svergolà. Sbiecare, stòrcere.
Svètula. J'isr. Bastonala.
Svidar. Bom. Èssere gelato come
marmo. - Svidar. Pioggia conge-
lata che pare minutissimagrindine.
S V u 1 è. Bom, Ripescare; ritrovar chec-
chessia con fatica e industria.
Svurnì. Bom. Scaltrire, scozzonare.
T
Tabalòri. Getu Baggèo, babbione.
T abbi a. Piac. Guscio, scorza dei le-
gumi.
Tabena, Bom. Gozzoviglia.
Taeagnàr. Gen. - Tacagnè. Boìh,
Piatire, litigare.
Tàccola. Gen. Specie di eor\'a
Taffiàr. Boi. Pacchiare.- Taf iad a.
Mod. Corpacciata.
Ta jc r. Beg. e Piac. Tafferia, tagliere.
T a j ó I. Beg., Parm. e Fer. Magliuolo,
sermento o calmo di vite.
Tamarèl. Fer. Bacchio. - Mil, Ma-
tarèll, pattarèll.
Tamis. Mani, e Fer. Staccio, cribro.
Tamisàr. Fer. Esplorare.
Tamògn. Boi. Tanto grande. - L,
Tarn magnns?
Tarn piar. Boi. e Parm. Martellare
(Dicesi dei dolori). - Tarn p 1 è. Bom.
Indugiare, baloccare, tempellarc.
Tananài. Gen. Bisbiglio, strèpito.
Tanè Ir Fer. Afta.
Tini. Piitv. Muiticarv, slinobre 11 Ti
llHWO.
Tip. niriH.VeslUo.'Tapir.Vetlire,
la vòlgere.
Tirabiquel. Boi- Ttrabiltol.
Tarabicol. Mi'l. Baui-ctile, ciar-
pe.
Tirabiis. BoL e JImn. Ardea,
ATdea slellarls.- lu Hai. diettl
pur Tarabuso. TralMro.
Taraihùgna. Boi. Cniuirbi'
Taràgn. Piac. Hoiza; scheggia ^lac-
cata dal maHO.
Taràntola. Piae. e £om6. Salaiu an-
drà.
Targbn. Boi, laiplatlricclamenlo.
Tarif. fleg. - Tarèf. n-r. Fràeldo,
Tarli*, t'rr. Gruma, sucidume.
T a r l ù e. noe., lomb. e fieg. Sciolti
nlto. -Tarlùci. Dlrcrvellarai.
Tarncgar. Piar, e Vara», Ammor-
bare, appesiate, - Trrnegà. Mil.
Tarsanlàr. Fer. Harcbdarc.
Tarsali (A). Rom. Alla rlnfuM, In
Tartarei. fìmn.Oard a nèLtoMA.
Rondine riparla.
Tartlèint. /V(K.Iiiiaccbcralo,M»io.
TartlAn. A'ac. Creilo, Klam annata.
Tartèrt.JtBin. Tesela di lupo. Fnago
veienom. - i.. Lycoperdon bo-
vlsta.
Tasaagnól. Boi. e Parm. - Taiia-
liaòn. /'«ne, Tarcliialo.
Tlissi. Boi. e Parm. Palco. • Heg.
9alaja, wfatU.
Tale. Amm. Groamalo.
Tàtar. Kom. e ftr. • Tàler. Mil. -
Tàtare. Itol- e Btg. Ciarpf , arredi
logori.- fi;. Haldracca, meretri-
ce. -Hae. Tatra.
TavarnèlLnae. Specie di ploppo.-
t. Popottaalba.
uiM. 3 HO
eia. J/an(. e fcr. Siliqua; fluacio
di legiinie Ingeoeraie.-Aol., ibf.,
UanL e Mit. Hatlonccllo, pianella,
avièr. Mod. Semeniajn, fratleta,
brillilo,
ama. Piae. ^elta^e, pulire.
Tic. Rom. jIgglunUi di eorpo gratto,
Bttùl dire CrasM quartato; tulio
igna.
Tega. Vaiti., l'arm.ePiac.-TUgt.
Btg. Bacello, frullo dei legumi. -
L. TegereT - Tfd. DeckenT Co-
prire, invòlgere.-^. Tavèla.
inca. Fer. EnOalura, bernoccolo.
TepH. Piac. e Lomb. Borracina. - t.
Polytrlcum comniane.
t ra. Cra. Serie di varie cose unlle.
i» 7K<Tlr itera. Filastrocca. Luo-
giggioe.
erlòc. Aeg. Baratto, camblo.-Te r-
loccbèr. Barattare,
eroàs, ternéi. Boi., Mod.tBfg.
Serpentello, faoclullo vispo.
Ters, Btg. Gromma, tàrtaro, lasso.
èsaera. fer. e tomA. Tacca por me-
oiorla e riscontro.
Tlbórl. noe. Catacombe, sotterranei.
Tlem, limar. Fw. Coperta, coprire
(proprio di 6arca, rorro e timiU).
Tlmlstòr. Admi. SchiulDCHO, achi-
vo. - Tlmiatofa. Monna lebifal-
poco, cioè doDua ehc aslulantcnte
faceta la modesta e contagooaa.
Timpiòn. Aim. Seggiola. Quel lafDO
che si cooflcca attraverso aopra ra-
stremila de' corrmti per callagarli
e r^gere gli ùltimi imbrld M
tetto, detti Gronde.
Tlogo, Parm. Squisito, òlUmo.
Ila. Boi. - Tesa. Beg. e fea. Fé-
nlle.-Tlcia. fir. Capanna.
TIvàr. Ftr. Aifllla, latra lonaet.
lime*. Bom. Arruglnlrsl, In^ial-
llre (Dietti Mie fòglia),
Tobis. Parm. Avvinualo, obro.
Toc, I6cca, Ftr. Taceblno, plIiM^
290
PARTE SBCOMDA.
Tod na. fìeg., Piac., Fer, e Rom, Ten- Tr aq uà i. Boi, Raggiro.
tennone, irresoluto.-^o^ Seccatore. Trafora. Mant. e Ter. Barbatella.-
Tóff. Bom. Tanfo. - Mil. Tuf. Tratorà r. Propaglnare.
Tola. Emil, Lomb, e Piem. Latta, Travisa. Piac, Greppia, mangiatoia.
ferrostagnatoinlàmine.-f^ Banda. Trèinca, trinca (de). Gtn. Ag^
Tolèr. Beg, Màdia. giunto d/Nuovo.-Nov de trèln-
Tomàtis. Piac. e MiL Pomidoro. -
L. Solanum Lycopersicum. -
Sp, Tomates.
Topinara. Mant, e P/oc.- Topi ne-
ra. Beg. Androne; via sotterrànea
della talpa.
Top pi a. Piac, e Piein. Pèrgola, per-
golato.
Tor. Piac, Pedale, tronco, f. Trus.
T 0 r i z z a. Mant, Stèrile ( Aggiunto di
Pacca),
Tosta. Piac.^ MiLe tafani. Abbrusto-
lire, abbronzare.
Tota. /^cgr. Sponda, riparo (Proprio
del pozzo), f^ Dalta.
Toto. Piac, Torso, cornocchio; mallo
Sgranato del grano turco. - f^. Ga n-
ddl e Mol.
Tozla. Fer, Boccia, gonfiezza.
Tracagnòtt. Parm,^ Bom,^ Fer, e
Lomb. TOnfacchiotto , tarchiato,
piccolo e membruto.
Tracalè. /?om. Traballare.
Tra dòn. Piac, Gretto, sciamannato.
T ra fi r 1. Bmn, Frùgolo, frugolino (/)t-
ce$i di fanciullo vitpo).
Trafusàgn, trafusòn. Bom, Rag-
giratore, sottile Ingannatore.-Tra-
fusè. Ingannare maliziosamente.
Tragattà. Piac. Sciupare, dissipare.
Tragn. Mod. Orcio. - /'. Trign.
T r à g u I. Bom. Fòrcolo. Stromento vil-
lereccio di legno a guisa di forca
assai grande, ma senza mànico che
per via tien sollevato da terra Pa-
ratro, acciocché non lógori le bure.
Tragualzè. /lom. Trangugiare.
Tra] a. Boi. Bilenco,
Tramad dMerra. Fer. Campo.
Tran tal a. Piac Traballare, barcol-
lare. • r. Traculc.
e a. Nuovo di zecca.
Trentacost. Bom, Ci u ffetto. £/cce</o
di ripa. - L. Ardea ralloldes.
Tre quel. Boi, Treccone, fruttiven-
dolo.
Trign. Beg. e Parm. Orcio, orciuo-
lo. -f. Tragn.
Triòc. Parm. Accordo, negozio.
T rè e a I. Bom. Tocco, tozzo, f . S I r 6 s.
Tròl. Beg. Mazzuolo, maglio. - Fer.
Rostiatojo.^/'arm. D'un solo pezzo.
Diceii di penona stinca o pingue,
difficile a piegarti.
Truclaja. Bom. Pezzame, rottamc-
F. Tròcal.
Trucca. Gen. Urlare, cozzare.
Trus. Parm., Beg, e Fer, - Tros.
Mod, Fusto, pedale. - T. Stròs,
Tor e Tròcal.
Trussiànt. Boi. Accattone. - Fr.
Trucheur.
Tsèvd. /?oiii. Scipi lo, sciocco. -T si V-
d ez z a. Insipidezza, scipitezza. • T.
Dsévad.
Tuba. Boi. Rumore.
Tucciar, pucciar. Fer,' Puccià.
Lomb, Intìngere. - f". P cecia.
Tudnàr. Boi, Sobillare, forzare.
Tudnè. A/om. Leila re, ninnare : o al-
iarla, ninnarla. Èssere o andar lento
neiroperare. - Tu d non, tòdna.
Tentennone.
Tufògn. floTO. -Tuff. C«i.Tiinfo, il
felore della muffa. • F. Tóff.
Tulliana. Boi. e fer. Gozzoviglia.
Tumàzz. Bom, Razza bianca. /Vice
marino, - L. Raja batis.
Tumèn. Bom. Squaccherato. Agg. dì
formaggio tènero e quasi liquido.
Tundunàr. i9o<.« Ti ndonàr. f>r.
DIAUSm EMIUAMI.
Indugiare. • Tundunàr. Fìer.pak
Schernire.
Turciòn. Bom. Punteruolo Imco, sea*
rabco mangiaviti. • L, Curculio
bacchus.
Tursgòn. /fom. Torso, tòrtolo. Ciò
che rimane delle mele e iimiU, le*
vaio loro d'inlomo il pericarpio.
Turululù. fìom. Cliiurlo, allocco. •
Fig. Balordo. IH qui il Mil. Tflr-
luru.
Tu sur. Bom* Cesoje.
Tuss. Boi, Colpo, botto.
Tu zz. BoL Stoppa.
201
Ucarèlla. Bom, Fermo, fermaglio.
Quel ferro che impedisce il chiù-
dersi alle imposte delle flnestre al-
lorché si tengono aperte.
Ucarina(Far T). Fer. Far le fiche.
Uclar. Fer, Gridare, esclamare.
U 1 i ve 1 1 a. Bom, Ligustro, ruvìsilco.
L, Ligustrum vuIgare.-Pepe
montano, laureola. - t. Daphne
laureola.
Ulz. Beg. e Parm, Penzolo (l^wa e
iimili),
Urèz. Boi. Bacio. - Bom. Uggia. Da
Orezzo, al rezzo? In dialetto Tici'
fi«tf Aurizi,urlzi s/^yn. Uragano.
Urcina. Fer, Erba sempre viva.
Uss. Bom, V, eoniad, per fermare il
passo de^ buoi.
Usta. Mani, e f^er. Odorato.
Usvèi. BoL - Usvii. Beg, - Usvi.
Fer. Utensili. - Usa dèi. Mil. Mas-
serizie.
Uver. Boi. Poppa della vacca. -tal.
Ubera? - Barn, Uvar. Poppa. Ù-
vero.
V
V a I es tra. Piac. Gesta piana e larga.
Va Un ti. Piae. Riaversi dopo malat-
tia. - L, Valescere.
Vampa. Piac. Lampo , baleno.
Vanàl. Fer. Iniérigno {/igg.di pane),
Vaniza. BoL - Vaneza. Fer.*- Va-
niezza. Fer. Porca; ajuola più
larga del sòlito.
Vanvòn. Boi. Sotterfugio.
Va r a n a. Piac. Sgualdrina, meretrice.
Va r bèi. Bom. Processo.
Varg h. Fer. Spazio; quantità di case
unite.
Varghè. Bom Passare. Dieeti degli
uccelli che vanno da una regime
al V altra. Fune dalV IL Varcare.
Varg non. Bom. Brontolone, queru-
lone.
Vargòt, vergòt. F. coni. Parm» e
Lomb. Qualche cosa.
Varlétta. Bom. Vette^ capra» ver-
ricello, mulinello. - Farle epede di
màcchine per eoUevare o emàeere
enormi pai.
Vartér. Bom. Aggiunto di cappone
ben capponato.
Vartis. /Voc.-Avertis.rorm. Lùp-
polo. - L. Humuius lupulus. -
F. Lovertìs.
Vasi a. Beg. Stèrile, infeconda (Dt-
ceti di femmina).
Ve in a. Bom, Imbozzacchito, scria-
tello (Dicesi d'uomo che creece a
tlenlo).
Vdcò. Bom. Filucchio. - 1. Convol-
vulus arvensis.
Vedergiàzz. Purm, Brina, gela-
verml.
Vene. Bom, Salcio giallo, salcio da
legare.- L, Salix vitellina. -
Da Vinco?
Vera, vèira. Gen. Ghiera, cerchio
di metallo. - Bom, Vira.
Verdza. Piac. Scriminatura.
Vergna. BoL Chiasso, romore.- Fer,
e Mil. Uodi afitettati e nojosi; sdol-
cinato stràscico di voce.
V e r r. Piac. Verro, majale non castra-
to. - Lai. Verres. -Verr cAtó-
9n
PARTE »E(:05iOA.
manti ancora qwgtì ijngoti o lembi
di terra Uutùati dail'aratro.
Vèr zar. Fer. e f^er. Aprire.
VUdana. Parm. Badile e scalpello.
V i d 1 a d 11 r a. Bom. Scrèpolo , fendi-
tura. - VI di a. Crepacciato, scre-
polato.
Vidra. Parm. Vélrice.
T i n e 0 lo 8. /'/ne. Importuno, seccante.
Vincer. Fer, Piegare, tòrcere. Da
Vinco? -Vin ci rs. Pomi. Piegarsi.
stare. • Zafùt.lnpias(ro; fig. Con-
venzione conclusa con imbroglio.
Zagajar. Boi, darpare, acciabbat-
tare.
Z a g a n e 1 1 a. fìom. Crespello. Fritella
di pasta soda che messa a cuòcere
si raccrespa.
Zagnotla. Beg. Ciòtola, coppa.
Zaltròn. Boi, Piac. e rer. Gretto,
trilode. - Itat, Cialtrone, cialtrona.
Zamarra. Beg, Sgualdrina.
Vi5. Piac.'L Chenopodium sco- Zambròlt. Fer, Fondaccio, fanghi*
paria.
Visenda, ave visenda. fìom. e
Mod, Coni. Affari , aver affari.
VIvàgn. Boi. Orlo, lembo.
Vivogna (d'meiia). Fer, Medio-
cre. Corruzione di V I g o g n a. Gen.
Vi còl. Bom. Doglio. Vaso di legno a
glia. -Zarobruttàr. Sciaguattare.
Zampignàr. Fer. - Ciampignà.
Lomb. Lavoracchiare.
Zana. Parm. Troja.
Zanche. Mani,, Fer. e Boi. Tram—
poli.- Ave la zanche. Bom, Avef
la gambata; esser gittalo giù di sella.
guisa di bariglione, ma assai più Zang. Beg. Randello.
graiide.-Vizulèn.Carratello.^pe- Zangarin. Fer. Laccio, peice.
).
eie di botte lunga e stretta.
V 1 u m. Parm, - N i u m. Lomb. Pioggia
adusta, dannosa alle piante.
VI u p. ilfod. Sermento.
Vò g a n. J?om3urbera, carrùcola. 5fro-
fnenfo hUomo a cui t*aiP9olge un
cànape per uso di tirar pesi in alto
0 aqua da' pozzi.
Vrign. Piac, Acerbo, immaturo.
K
Za bài. Bom. Bagliore, abbacina-
mento.
Zabié. Bom. Brughiera, grillaja.
Zaccagnir. l?o/.- Z acagn a. Aom.
Frugare, rovistare. -Zacagnariè.
Fer. Banècola.
Zac la. Bom. Taccolare, berlingare,
ciarlare.
Zaf li. Bom. Basoffiare, scuffiare.
Zaf fari. Piac Giumella; qucaito può
capir e il fnofo d'omòe le maM av'
fHeinaU. - F, Zemna.
Z a f n t a . Bom. Trambustare , trame-
Zanèin.y^eg. Tonchio, gorgoglione.-^
Fer. Zanìn.
ZipaL Bom, Labbro.
Zapòn. Bom. Abete di Germania. ^
L, Pinus picea. - Fr. Sapin.
Zappèl. Piac. Varco, passo.
Zaptar. Parm. e Piac. - Sopped».
Mil. Calpestare.
Zaquar. JRBrm. Coricare, stèndere
al suolo. Cosi fa il vento coite biade
e simili.
Zarbàc. fìom. Strapaixo.
Zarbòn. Fer. Sterpo. - Zarbonàr.
Sterpare. - F. Zerbl.
Z ararne Ila. Fer. Brenna, rouo.
Zara (Dar in). Fer. Dare In clam-
panelle.
Zara n dui. Boi. Sciamaniiato.
Za ri. Fer. Vègeto, vigoroso.
Zar là. fìom. Stimolare i buoi.
Z a r I ò n. fìom. Capo sventato , cervel-
lino. - Capriccio, Stranezza.
Zar macia. Bom. Screziare, chiaz-
zare.-Za rnaelad ara. Brinola-
tura, screziatura.
DULCm IMIUAMI. 903
zèli, nom. Sciame.
Zèzzol. /Vdc. Cercine; ce rcbio'di fu-
ne, lisca od' altro ; su cui vengono
riposte le péntole.
Zèzzola. Piac. e Mant, Palétta che
serve a dispensar la farina. -Vn
dial. yen, S è s sol a «ifnofa il mede'
Simo itrumenlo che «erv<;|a ìeoar
V aqua dal fondo delle barche,
Zgugnìs. fìom. Sbozzacchire, uscir
del tisicume.
Zi bega. Piac. Lezioso, schifiltoso nel
cibo.
ZIcorgna. Parm. Ceràmbice mu-
scato.
Zig, zig a. Hom. Strido, stridere. -
Zlgar. ^of. -Zigàr. Fm. Gridare.
Ziga. Piae,'ìnzìgk. èiil Aizzare.-
^. Zig.
Zigaroia. Reg. Aquilone, tramon-
tana.
Zigogna. Piac. Scricchiolare.
Z i g 0 1 ta r. Parm, e Piac, Dondolare,
scuòtere.
Z ig n ó n. Rom. e Parm, Cignone; ciuf-
fo che le donne si fanno in testa per
adornamento.
Zimgà. Boi, Sbirciare.
Z i ng u I ò n. Boi, Scioperato.
Zinzavrèin. Piac, e lomò. Giùg-
giola. - L, Zizyphus vulgarls.
Zarnèt. F^r, Pieno.
Zarzacla. Parm. Donna elarìlera. •
Za rz a dir. Gironzare.
2avài. Boi, e Mod, Rigattiere.- ilom.
Baratto. - Z a v a] ò n. Garbuglione.
2avarià. Ttom. -Zavariàr, zaTa-
rièr. Mani., Reg, e f>r. Vacillare
con la niente, farneticare, barcol-
lare.
Zavaròn. Rom. Correntone. Travi-
cello riquadrato che si mette ne'
palchi.
Za viri. Boi. Ciarpa.
Zdròn. Rom. Malattia de^ buoi e
majali, ietta Setokme, mal del ric-
cio.
Zi. Boi, Zia. Corriiponde anche a Ma-
donna, signora.- Zé Hinghèina.
Madonna Domenica. - F. Ci è.
Zeffa. Fer, Capitozza. - F. Gaba.
Zègar. Rom, Beccafico di palude. -
L, Anas crecca.
Zèina. Parm. e Piac.' Zi nai, Mani,
e Fer. - Zen a. Rom. Caprùggine.-
Z i ni. Rom. - Z 1 ni r. Fer. Capnig-
glnare.
Z è 1 n g u e l. Bel. Floscio , fiacco.
Zélga. Rom. Pàssera montanina. -
L.FrlngÌIIa montana. ' yen,
Sélega.
Zemna, zimna. Rom, e Boi. Giu-
mella. Specie di misura che vale'zinzarèli. /?(>m. Grumetto.- Far i
quanto la capacità di due mani ac-
costate insieme. - L, Gemina?
Zen darà. Boi, Ginepreto.
Zèran. Piac, Scegliere.- £. Cerne-
re. -Zèrnita. Scelta.
Zeri a (Fara). Fer, Fare a socio. -
Rom. sign, quel pajo di buoi , che
si mettono d'Innanzi a quelli del
timone.
2erbl. Parm„,Piac. e Umb, Soda-
glia, griliaja.-Z a r b ó n. Fer, Sterpo.
Zerra. Rol. Bagatella.
Zesnèl. Boi, Pecorino, caprino. -
Barn. Zisnèll.
z i n z a r è i 1. Formarsi in grumi; rap-
pigliarsi.
Zipadura. Fer, Crespamenlo.
Ziribigola. Piac, Zanzara.
Zisòn. Rom, Germano o Collo verde.
Il maschio delle varie specie delle
ànitre maggiori domèstiche e sal-
vàtiche.
Zi ss. Reg. Sogo, aqua di letame.
Zìvul. Rom, ' Zévol. Airm. Cèfalo,
mùggine. Pesce maritw.' I. Mugli
cephalus.
Zizèsca. Bom. Cesena, tordella gaz-
zjna. - A. Turdus pila ri s.
394
PARTE SECONDA.
Znèster. hoL Nitro.
Zoe Gen. Ceppo.- Zoca. Hom. Cep-
pi^a.
Zolàr. ^ofil. Bastonare. - Zolèr.
Reg. Appoggiare , appiccare. - F,
Zulla.
Zòrnia. BoL Stùpido, balordo.
Zolla. Parm,, Beg. e Mod. Imbrat-
to; aqua grassa che si dà in pasto
ai najali.
Zóizal. Bom. Sciatto, sciamannato.
Corritponde quasi a Sosio.
Ztaròn. Bom. Rosciola. Pianta co-
mupe fra le biade. -£. Agrostem-
ma gitbago.
Ztèr. Beg. - Zetàr. Fer. - Ztàr.
Fer. Temperare , tagliare ( Diteti
delie penne da scrivere).
Zubbiàn. Aw. Scioperato. - Mit,
Gabbiàn.
Zucara. BoL - Zùcclierla. Piac.
Grillotalpa.
Z u gg n ò 1 a. Boi, Molla della fune del
pozzo. -Z i g a g n ó l a. f>r. Carrùcola.
Z ug nà. Piae, Clarpare, acciabattare.
Zulla. fior. Percossa. - Z u 1 là r. Per-
cuòtere. - f^. Zolàr.
Zul marèn. Bom. Zìgolo nero.- L,
Emberiza cirlus.
Zulzèn. Bom. Rigàgnolo. - L^aqua
che corre per la parte più bassa
delle strade.
Zurpa. Bom. Far bi^e, ruzzare.
Zutà. Bom. Prèndere a sassi.
Zvadga. BoL Società^ accomàndita
di bestiame.
CAPO IV.
Cenni Utòrkì sulla leileralura dei dialetti eniiliani.
Orapp* Bolognrte.
Incominciando il nostro cenno dalle produzioni letteràrie del
primo gruppo , che abbiamo denominato bolognese ^ è mestieri
preméttere alcune osservazioni, quali sono: I.* Che fra tutti i
dialetti componenti questo gruppo , il principale , vale a dire il
bologneu propriamente detto, è il solo che veramente possegga
letteratura propria ricca di svariati componimenti, si in prosa che
in verso, di autori versati nelle scientifiche discipline del pari
che nelle clàssiche letterature ; mentre quasi tutti gli altri dia-
letti o rimasero perfettamente inculti sino ai di nostri, o nove-
rano appena un ristretto nùmero di produzioni, per lo più d'oc-
casione , cui mal s' addirebbe lo specioso titolo di letteratura ;
3.** Che eziandio nel dialetto bolognese s' incominciò a scrivere
assai tardi , vale a dire sul tramonto appena del sècolo XVI, per
modo che la sua letteratura conta poco più che due sècoli d' e-
sistenza ; e durante questo periodo ebbe anch' essa a subire le
sue fasi e le sue interruzioni a norma delle politiche vicende ,
che in ogni luogo e in ogni tempo impressero il rispettivo colore
sui vari componimenti; 5.^ Che mentre gli scrittori lombardi,
come accennammo superiormente , esordirono coi loro componi-
menti vernàcoli nei rùstici dialetti , alternando successivamente
qodli di Val di Blenio, di Valle Intragna , e della campagna supe-
riore milanese, togliendo sempre a pròprio rappresentante ¥ uomo
delle Infime classi , i Bolognesi all' incontro si valsero sin da
prindpie del dialetto dttacfino non solo , ma scélsero a prefe-
900 PARTE SECONDA.
renza a loro intèrprete V uomo distinto per nàscita e per scienza^
dal cui grave contegno e sentenzioso diàlogo traspare o\'unque
il motto caratteristico della nazione: Bononia doccL 11 primo
personaggio infatti scelto per tipo a rappresentare il Bolognese
nelle più antiche commedie si fu certo Dottor Graziano^ che per
lo più cogli arguti consigli prestava la chiave allo sviluppo del
dramma nelle rappresentazioni famigliari^ che furono assai nu-
merose nel sècolo XVII. Al Dottor Graziano furono sostituiti suc-
cessivamente il Dottor Balanzòn Lombarda ed il Dottor Tnivlèin^,
il primo de' quali, come mèdico e filòsofo, prestò lungamente il
sale e la dottrina ai poeti ed agli scrittori di commedie , ed il
secondo, come astrònomo, prestò il nome ad una lunga sèrie
d'almanacchi ripieni di faceti componimenti poètici.
Fra i più antichi scrittori di commedie , che introdussero per
la prima volta il Bolognese Graziano a parlarvi la nativa favella,
mentano speciale menzione Giulio Cesare Croci , Adriano Ban-
chieri, col mentito nome di Camillo Scaligeri dalla Frnita^^ Mel-
chiorre Zoppio, Diofebo Agresti^ Fabrizio Mirandola, Fulvio Gbe-
rardl ed altri molti che arricchirono di componimenti dramma-*
tid la patria letteratura ; ma in tutte queste produzioni intese a
ricreare gH spiriti fra gli ozj autunnali e le lunghe sere d' in-
verno , il dialetto bolognese , come sì scorge , non vi ebt>e che
parte secondaria , in forma di diàlogo domèstico , essendo d' al-
tronde quasi tutte queste commedie scritte in lingua italiana , e
parlandovi il solo Graziano la nativa. Arrogo, che talvolta T au-
tore di tali drammi non era neppure Bolognese , e che per
conseguenza ben di sovente il linguaggio posto in bocca al Gra-
ziano era un linguaggio bastardo ripieno d* idiotismi di vari paesi,
guasti ancora dall' ortografia imperfetta adottata dai tipògrafi e
dall'imperizia dei copisti.
Per queste ed altre simili considerazioni , il primo scrittore
che dobbiamo risguardare come fondatore e padre defla lettera-
tura vernàcola bolognese, si è il rinomato Gicdio Cesare Croci,
il quale fornito di vivace e fèrtile immaginéaone e di poètid
lileAli , oltre ad un nAmero ragguardévole di ^eomaeifie, scrisse
attcora alqoaiiti componimenti poètici nel vidgnrediaktto,etal-
DiAurrn i vilumi. ^97
Tolta ancora in quello della cunpagna. Tali sono fra gli altri :
/{ lamento di Barba Poi per aver perno la Tognina sua tmu*
stga ; Il Battibecco delle laoandare y // lamento dei rillani pel
bando che intimapa loro la consegna degli schioppi; La TeUa
d' Barba Poi da la Livradga fatta dal Cawll; La Rossa dal Fer^
gà; La Fleppa combatta; La Simona dalla Sambuca ; Il Festino
di Barba Bigo dalla Falle; Fanto di due Fillani; La gran
grida fatta da Fergòn dalla Sambuca per af?er perso l' àsino
del sm patrone. RivaleggiaTa col Croci Adriano Banchieri, il
quale collo scopo di promuòvere la patria letteratura vemicola,
pubblicò nel 1696 in Bologna un Discorso sulla precedenza ed
eccedenza della lingua bolognese alla toscana j così nella prosa
come nel i^erso.
Le speciose argomentazioni colle quali tentò provare l'assunto
non rimasero senza effetto , dappoiché due anni posteriormente
il pittore bolognese Gio. Francesco Negri pubblicava una versione
in dialetto bolognese della Gerusalemme liberata di Torquato
Tasso; tentativo per verità non meno àrduo che difficile, col
quale , sebbene a suo malgrado , il traduttore diede una solenne
mentita di fatto alle ardite asserzioni del Banchieri rispetto alla
superiorità dì quel dialetto al paraggio dell'italiana favella;
giacché non appena ebbe egli pubblicato il duodècimo Canto
della sua versione, che i principali Signori di Bologna gli vie-
tarono di continuarne la pubblicazione, per non palesare il
troppo ridicoloso effetto della loro natia favella. Così appunto
suona una nota apposta in fine del volume contenente il fram-
mento della versione suddetta. Con tutto ciò non lasceremo a
questo propòsito di avvertire , che se ardito e men fondato ci
parve il tema proposto dal Banchieri , non possiamo nemmeno
prender parte nell' opinione dei Signori bolognesi che distòlsero
il Negri dal compimento dell'impresa versione ; mentre, lasciando
a parte qualsiasi inopportuno confronto, egli è fuor d'ogni dub-
bio che il dialetto bolognese, al pari di tutti gli altri dialetti,
ha le sue peculiari e distintive bellezze, come appare da al-
quanti brani ddla versione surriferita , e meglio ancora da una
lunga serie di componimenti originali di scrittori distinti che il-
lustrarono quel sècolo , non che i successivi.
198 PARTE SECONnA.
Procedendo sulle orme del Banchieri , verso b laeti dello sfesso
sècolo, Ovidio Montalbani si fece a provare rantichiti, l'impor-
tanza e la bellezza della patria lingua in due òpere successive
intitolate; la prima: Dialogogta, avvero delle cagioni e della na-
turalezza del parlare, e spezmfmente del pia antico j del pia vero
di Bologna; la 3.* Cronopràslasi FeUinea, ovvero le satìtmali
vindide del parlar bolognese e lombardo. Ambedue queste òpere
furono più tardi dallo stesso autore compenetrate nel libro inti-
tolato: Jl F'ocabolista bolognese ^ nel quale si dimostra il parlare
più antico di Bologna lode^olissimo.
Questi nuovi sforzi del Montalbani intesi a provare la nobfltà
e la ricchezza del pròprio dialetto, furono ben presto assecon-
dati dagli scrittori successivi, che in buon nùmero si fecero ad
illustrarb con una serie di componimenti originali. Senza soffer-
marci alle poesie di minor conto di Antonio Maria Accursi, che
sono qua e là cosperse d' àttico sale e di lèpide immàgini , me-
rita onorévole menzione sopra tutti il celebre Lotto Lotti , che
sollevò pel primo il pròprio dialetto all'onore dell' epopèa, cele-
brando in cinque Ganti in ottava rima La Liberazione di f^ienna
dall'assedio dei Turchi. Sono importanti le osservazioni fatte
dallo stesso autore nella prefazione al suo poemetto, cui diede
lo strano titolo: Ch* n*à cervèll àpa gamb^ colle quali, mentre
cerca iscosare V improprietà di certe voci per lui adoperate, che
potrebbero non sembrare a taluno prette bolognesi, accenna alla
varietà di fraseggiare, di pronuncia, di accento e d'idiotismi
esistente a' suoi tempi, vale a dire due sècoli fa, nei varii quar-
tieri della stessa città di Bologna, cosi appunto come noi l'ab-
biamo notata oggidì, non solo in Bologna, ma in tutte le grandi
dttà d' Italia. Una tale testimonianza essendo di gran valore pel
linguista, al quale somministra novella prova, che nemmeno la
vicinanza ed il quotidiano commercio tra due dialetti comunque
aflbdi, vale coi sècoli a fónderli perfettamente in un solo, né
molto meno a distrùggere gli essenziali elementi primitivi che
li distinguono , crediamo opportuno riportarla verbalmente, onde
avvalorare ancor più i cànoni principali che nel corso di queste
penose ricerche siamo venuti mano mano sviluppando. •• Tu mi
DlAUXrt EM1L1A3II. S99
dirai, cosi parla il poeta al lettore, che V elocuiione non è pu-
ramente bolognese, perchè talora per {spiegare una coea^ mi
servirò d'un tèrmine, ora d'un altro; che il parlar bolognese è
un solo, e che deve ancora esser sola la parola e la maniera
che deve spiegarlo. In questo ti voglio avvisato, che il parlar
bolognese è un parlar misto, e che varia frase, pronuncia, ac-
cento , proverbj, al variarsi degli àngoli della città; perchè chi
abita verso la via Romana detta Strà maggiore , pare che imiti
il Romagnolo ; chi alla porta di strada S.*Stèfano fino a quella
di Saragozza, s'accosta al Firentino; chi alla porta di S. Felice
sino a Galliera, mostra un tìùù so che di linguaggio lombardo;
e da questa sino a porta Sancitale assomigliasi un poco al Fer-
rarese; derivando ciò per lo commercio che hanno più vicino
con i forestieri , che concorrono dai nominati paesi ; osservazioni,
che, considerate come verissime, ti chiuderanno il passo a qual-
cfai^ errònea opposizione , che forse mal avvertito contro mi sca-
gliaresti.
M In Bologna , per lo tràffico delle sete , ewi un tal parlare
pròprio dei filatoglieri, cosi stravolto, che chi non è ben prà-
tico di questo difficihnente l'intenderà. Fra queste ottave vi sono
molte formolo che a lèggerle pàjono scipite, ma a sentirle arti-
colare sono assai piacévoli e gustose; però quando tu nel lèg-
gerle non vi saprai aggiùngere la pròpria pronimda, non le in-
tenderai. y>
Oltre al citato poemetto, il Lotti pose in luce altri componi-
menti , fra i quali un' òpera divisa in sei diàloghi e ripiena
d'iitili ammaestramenti, cui diede il modesto tìtolo di: Riniedi
pr (a sonn da lèzr alla banzola. Rivaleggiò con lui nella spon-
taneità e grazia poètica il bolognese Geminiano Megnani, che
col mentito nome di Zorz Burlintòn prosegui sullo stesso argo-
mento, e cantò in due separati poemetti le vittorie dei Cristiani
contro i Torchi dopo la liberazione di Vienna. Frattanto non
mancarono altri poeti che coltivarono con onore la lìrica, met-
tendo in luce alquante poesie d' occasione , sebbene per la te-
nuità del formato e per la poca importanza degli argomenti ,
solo poche giungessero fino a noi. Per tal modo la letteratura e
500 PAATC SECONDA.
la poesìa vernàcola bolognese, come ebbe principio col sècolo XVII,
fu ancora nel corso del medésimo solidamente stabilita ed innal-
lata al rango delle altre letterature vernàcole.
Aperta ed agevolata la strada, s' accrebbe a dismisura nel sè-
colo seguente il nùmero dei verseggiatori, e poiché non s'ebbe
più a temere quel ridkoloso effetto del parlar bolognese, che
vietò al Negri la versione del Tasso, anche le imitazioni dei
clàssici poemi si succèssero rapidamente. Vi pose mano il bene-
mèrito Giuseppe Maria Bovina, voHando in ottava rima bolognese
il rinomato poemetto: Le Disgrazie di Bertoldino; ciò che in-
vogliò le distinte sorelle Zanetti e le non men benemèrite Man-
fredi a tradurre dall' originale creduto di Pompeo Vizzani, in ot-
tava rima bolognese, i tre poemetti intitolati: Le Disgrazie di
Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Né quivi s'arrestarono le in-
stancàbili Manfredi , che fra gli studj più gravi delle clàssiche
lèttere nelle quali còlsero tanti e si svariati allòri, non isdegnà-
rono dì scéndere sovente a conversare famigliarmente colle In-
fime classi , voltando con singoiar grazia e maestria nella loro
prosa domèstica il lèpido libro scritto in dialetto napoletano, col
titolo : Cunto de li Canti. Gli è questo una raccolta di novelle
destinate ad ingannare la noja delle lunghe serate invernali,
cui perciò appunto le Manfredi intitolarono: La Ciacltra dia
banzola^ ossia: Fol divèrs tradotti dal parlar napolUdn in
lèingiui bulgncisa, pr rimedi innuzèìnl dia sonn e dia malincwìi.
Alle medésime sorelle Maddalena e Teresa Manfredi suolsi attri-
buire comunemente la graziosa e popolarissima Canzone per ab^
brucciare la Pecchia a mezza Quarésima^ nella quale con mi-
ràbile semplicità viene svolta l'origine di quella bàrbara usanza,
e di cui tutti gli anni si rinnovano e distribuiscono fra il pòpolo
parecchie edizioni (i).
Mentre queste benemèrite cittadine assecondate da pareccJii
letterati bolognesi cercarono avviare il pòpolo alla lettura ed
all'istruzione con gioviali racconti nella lingua nativa, altri s'ado-
(fl) Vèggasi nel Capo seguente, ove fra i Saggi di questa Meratura ab-
biamo riportato la suddetta Canzone.
DlALCm BMILIA.M. 5 (FI
peràrooo a voltar nella stessa graxiosi poemetti clàssici italiani,
quali sono: La Secchia rapita del Tassoni, e V asinata di Cle-
mente fiondi. Il primo venne in hice nell'anno 1707, per òpera
d'anònimo autore, col titolo: Jl trionfai Mudnts pr una sec-
cia tolta ai Bulgntg^ ed è veramente un capo-lavoro di tradu-
zione vernàcola^ per la fedeltà colla quale seppe serbare lo
spìrito faceto ed arguto dell' originale. Il secondo è open del ce-
lebre Annibale Bartoluzzi , le cui svariate poesie Uriche formano
sempre le deliiie de' suoi concittadini. Anche il Canònico Longbi
tradusse con singolare grazia e maestria le fàvole non meno istrut-
ti\ e del La Fontaine; per modo che la letteratura bolognese venne
a poco a poco appropriandosi alquante gemme delle letterature
italiana e straniera.
Non per questo venne meno lo slancio degli scrittori originali
in prosa ed in verso, dei quali vanta gran còpia lo scorso sècolo.
Per tacere dei molti autori di Commedie , fra i quali emèrsero
principalmente Pier-Jacopo Martello e Pietro Zanetti , accenne-
remo air anònimo poemetto in ottava rima iliviso in sei Canti ,
che apparve verso la metà del medésimo sècolo col titolo: f^éta
dia Zè Sambuga nata in l'ai amn de Dìol, ain la nàssita,
véla, suzzèss e dsgrazi d' Zè fìudella so fiala. Dalla popolarità
di cui godette per qualche tempo questo poemetto bernesco^ pare
che derivasse sin d' allora il costume di denominare Zi fìndctle
certi componimenti lirici d'occasione, per lo più in forma di
Canzone anacreòntica, scherzosi, ma satirici., che equivalgono
in molti rapporti alle Boninade milanesi. Faremo ancora onoré-
vole menzione del grazioso poemetto^ pure in ottava rima e di-
viso in sette Canti, del conte Gregorio Casali, ove descrive con
molla forza, con vivaci immàgini e spontaneità di verso ^ le fa*
zioni e le guerre civili dei Lambertazzi e dei Geremei, che la-
cerarono Bologna nei sècoli di mezzo. Questo poemetto^ che ha
per titolo: Bulogna IraKajd dal gtierr zioil di Lambeì'tizz e di
Geremia occupa il primo volume della Raccolta di coaiponimenti
in dialetto bolognese, che doveva constare di dodici volumi, e
dei quali soli sette videro sinora la luce. Tra i poeti lirici poi ,
che meglio illustrarono la patria lingua, oltre ai sullodati Barto-
503 PARTE SECONDA.
luizi e Canònico Longhi^ ncm dobbiamo ulteriormente tacere i
nomi assai celebri in patria di Giuseppe Poni , Giulio Monti ^
Gian- Batista Gnudi, Camillo Tartaglia, Claudio*Ermanno Ferrari,
Angelo L.onghi fratello del mentovato, ed altri molti, delle cui
svariate produzioni a buon diritto si gloria la città regina un
tempo degli studj.
E qui ci sembra opportuno avvertire, come parecchi frai di-
stinti scrittori vernàcoli , mossi da pura modestia o da proprie
considerazioni a noi sconosciute, volendo calare il proprio nome,
assumessero talvolta il tìtolo immaginàrio di /accadèmico del Tri-
tello^ ciò che potrebbe indurre per avventura il lettore nell'er-
rònea supposizione dell* esistenza d' una speciale Accadèmia in-
tesa a promuòvere ed ordinare gli studj relativi alla patria let-
teratura vernàcola. Sebbene propriamente in origine una simile
denominazione venisse adottata da molti quasi per ischerzo, onde
contrapporla air altra comunemente assunta dagli Accadèmici
della Crusca, ciò nuUadimeno un tentativo di slmil fatta ebbe
pur luogo nel principio del sècolo presente, col nòbile fine ap-
punto di porre un freno alla crescente licenza degli scrittori
vernàcoli e dei loro tipògrafi, tissando un sistema ragionato d'or-
tografìa , € compilando un vasto Vocabolario ed una Grammàtica
del dialetto bolognese, a sicura scorta dei linguisti che amassero
rivòlgervi le loro speculazioni , non che ad agevolare agli stra-
nieri la lettura dei componimenti bolognesi.
Né sia lode allo zelo ed air ingegno dei distinti scrittori vi-
venti professor Lucchesini , Camillo Minarelli , Rafaello Buriani
ed altri loro colleghi, che primi rivòlsero le loro cure a gue-
st' ùtile instituzione, e pósero mano al lungo e penoso lavoro. Se
non che j mentre questi benemèriti cultori del patrio retaggio
stavano incalzando con perseveranza i loro studj preparato!), al-
tro distinto filòlogo, il chiaro Claudio Ermanno Ferrari , precorse
in parte ai loro sforzi ed ai loro desiderj , pubblicando nel l8Si
un Fùcabolario Bolognese^Ilaliano ^ al quale diede ben presto
più ampio sviluppo nella seconda edizione, che pose in luce
nell'anno 1855. Frattanto il professore Giovanni Battista Fabrì
propose un Progcllo d* orlografia bolognese , che ignoriamo se
DIALCRI EM1I.IA5I. SOS
venisse generalmente adottato. Questi lavóri interruppero l' im-
presa dei gióvani accadèmici, i quali ben lungi dal rallentare i
loro studj per le òpere novellamente apparse ^ avrebbero dovuto
riguardare il Ferrari ed il Fabri come proprj collaboratori, e
diriggere quindi i loro sforzi a riempire le lacune e rettificare
le mende del Vocabolario del primo , ad esaminare e modificare,
ove occorra, il progetto del secondo, ed a compilare con mag-
gior agio e più copiosi materiali la Grammàtica, la quale non cessa
d' èssere oggetto di desidèrio per gli studiosi.
Chiuderemo questi ràpidi cenni , soggiugnendo due versi di
riconoscenza ai generosi, che oltre ai mentovati, illustrarono coi
loro studj e colle òpere loro il sècolo presente , coltivando la
patria letteratura vernàcola, fra i quali noteremo D. Giuseppe
Zampieri ^ Luigi Montalti, Carlo Frulli e Biagio Uccelli, e faremo
voti, onde ridonata ben presto la calma al bel paese, possano
tutti riuniti neirAccadèroia del Tritello maturare e dar pieno
compimento a quegli studj , ai quali nel corso di queste brevi
pàgine cercammo apprestare condegna corona.
Per quanto abbiamo potuto rovistare negli archivj della Ro-
magna e nelle raccolte di quei cultori delle cose patrie, non ci
riuscì constatare, se alcuno di quegli svariati dialetti venisse nei
sècoli trascorsi sottoposto alla tortura del metro. Se si eccettui
qualche scherzo poètico d'occasione, di cui taluno ricorda aver
udito cenno, e che scomparve del tutto col nome del rispettivo
autore, si può dire che i dialetti romagnoli furono per l' addietro
interamente trascurati. Solo negli ùltimi tempi, dopo che quasi
tutti i dialetti itàlici ebbero una letteratura più o meno copiosa,
alcuni fra i romagnoli furono sollevati air onore del metro, per
òpera di scrittori distinti, i cui componimenti vernàcoli ottennero
meritamente gli universali suffragi. Tali dialetti sono propria-
mente: il Fitsignanese ed il Forlivese. Il primo fu celebrato
con molta grazia in una sèrie di canzoni vernàcole dal chiaro
Don Pietro Santoni, cui Vincenzo Monti soleva denominare l* À'
r
Hùcrrnmiv di Fusiqitnnu. Il secondo fu illustrato solo ai di nostri
dal beoemèrìto Giuseppe Acquisti, poeta fornito per eccellenza di
poètici talenti, e dalla cui fàcile vena possiamo riprométterci
25
30t PARTE SECO.^DA.
ancora novelle produzioni. Una serie delle compesizìoni del primo
fu testé pubUicata in Lugo, col titolo: Scelta di poesie italiane
e romagnole di Don Pietro Santoni; come pure venne di re-
cente in luce una piccola raccolta delle brillanti poesie del se-
condo, in Forlì sua patria. Ad evitare la taccia di parzialità,
sottoponiamo al giudizio dei nostri lettori nei seguenti Saggi di
letteratura emiliana una scelta delle une e delle altre, alle quali
abbiamo la sorte di aggiùngerne alcune inèdite graziosamente
largiteci dal chiaro signor Acquisti medésimo. Esistono altresì al-
cune poesie di minor conto in qualche altro dialetto romagnolo,
che non furono mai affidate alla stampa; ma non già, per quanto
d consti, verun componimento di lunga lena; e perciò siamo
ancora lieli]di poter ofTerire ai nostri lettori^ per la prima volta,
un Saggio dei medesimi, in alcuni Sonetti Ravennati, ed in una
Ottava Rima inèdita nel dialetto di Lugo, del prof. Chinassi,
graziosamente offertaci dall'autore.
Fra tutti i dialetti romagnoli, come altrove accennammo, il
Faentino, pel complesso delle sue distintive proprietà, dovuto
forse alla geogràfica sua posizione, venne riguardato da alcuni
siccome il tipo rappresentante i dialetti romagnoli, e perciò il
dotto filòlogo Antonio Morri da Faenza avvisò opportunamente
di compilarne un copioso Vocabolàrio, che, arricchito dei prin-
cipali idiotismi della Romagna tutta e di importanti e sòlide
osservazioni, fu dal medésimo splendidamente stampato nell'anno
1840, in 4.° grande, col tìtolo: Vocabolario Romagnolo-Italiano.
Il valente autorq si rese per tal modo sommamente benemèrito
della patria, riempiendo così una grande lacuna neir immenso
campo delle lèttere volgari italiane, ed è molto a desiderarsi^,
che il suo nòbile esempio trovi imitatori fra i suoi concittadini,
giacché nessun.: altro fuori dei nazionali è veramente atto a pòr-
gere una compiuta illustrazione di qualsiasi dialetto, e special-
mente del ^onagn^o, per singolari forme e difficile pronuncia
assai distinto, da f%Bi altro d'Italia.
Sebbeite Hòdenai' da varii sècoli sia Capitale d'uno Stalo se-
..parato ed indipendente,' ciò nulladimcno il suo dialetto non fu
men trascurato del .Tomagnolo da quelli che sinora lo parlarono.
ni.4l.LTTl CMILUMI. 505
In onta alle ripeluie nostre indàgini^ non ci riuscì scoprire,
eh' egli fosse in venin modo coltivato dagli scrittori dei sècoli
trascorsi. Le sole produzioni che ci venne fatto rinvenire già
pubblicate colle stampe, sono: una lunga ed insìpida Contadi-
uesca m lingua rtulicOy delta la Meliga o Zia Tadeiaj falla nel
1655 per intermezzo dell' ^minta del Tasso j ed una non meno
stucchévole Canzòn in lengua mudnèisa sovra la gran moda
d^quel fémen che x' dtnànden mezz palajj ch^ a vrèn tgnìr al ftan/
alla barba a lutl^el dantj pubblicata nell'anno 1778. La tenuità
e dappocaggine di slmili componimenti male s' addicono alla città
patria di Muratori e di Tiraboscbi; ciò nulladimeno noi li ab-
biamo citati, e riproduciamo nel seguente Capo il secondo con
un brano del primo, non già come Saggi di letteratura vernàcola^
ma piuttosto della lingua parlata in Modena e nel suo contado
al tempo in cui quelle déboli composizioni furono scritte, po-
tendo per avventura il solo confronto colla lingua attuale con*
durre ad ùtili risultamenti.
Priva affatto di componimenti meritévoli di speciale attenzione,
era naturale, che la favella modenese rimanesse ancora priva
del rispettivo Vocabolàrio, giacché non v'ha dubbio, che uno
degli scopi, e forse il primo, dei lessicògrafi si é quello di rèn-
dere agevolmente intesi al lettore, màssime straniero, i compo-
nimenti scritti. Di fatti il solo tentativo di sìmil gènere fatto
sinora consiste in una raccolta di mille voci modenesi inserita
in un Almanacco del 1830, per cura del Dottor Ercole Reggia-^
nini, che volle serbàrvisi anònimo. Mille voci, a dir vero, sona
assai poco per un Vocabolàrio; ma vogliamo sperare che l'a-
cidità colla quale fu accolto quel tènue Saggio dal Pùbblico,
che in pochi giorni ne esaurì l'edizione, e la considerazione
ormai avverata , che la compilazione dei lèssici ha dei fini ben
più elevati e più nòbili di quello di agevolare ai lettori l'inter-
pretazione dei libri ^ spingeranno quanto {^ima qualche dotto
nazionale a consacrare le proprie veglie a ^ì nòbile impresa.
Più avventurato del modenese, il vicino dialetto reggiano^se
non vanta produzioni di lunga lena, fu però coltivato con bnon
successo da parecchi scrittori di mèrito sin dal sècolo XVI, e
■
■ e
f
506 PARTK SECO.^OA.
novera lunga sèrie di romponimenti lìrici merilèvoli di onorata
menzione.
Già sin dal 1570 incirca certo conte Dalla Fossa gerisse una
Commedia in versi reggiani^ che fu rappresentata in Reggio
con pieno successo, e che rimanendo lungo tempo manoscritta^
per mala sorte scomparve. Luigi Lamberti ne deplora la pèrdita^
ed il Ferrarlo^ in una nota alla sua Raccolta^ ne fa onorévole
menzione. Egual sorte toccò pur troppo a varie al (re poesie vo-
lanti di quell'epoca^ le quali ^ per non èssere mai state pubbli-
cate colle stampe^ dispàrvero coi nomi dei rispettivi autori. Solo
in sul principio del passato sècolo i torchi tipogràfici accòlsero
per la prima volta i componimenti vernàcoli reggiani^ e ne tras-
misero copiosa serie alla posterità inseriti in vari Almanacchi^
Pronostici e Diarii^ che senza interruzione vennero da quel tempo
alla luce. Né perchè formino parte d'un gènere di libri tanto
meritamente screditati ai giorni nostri , si giudichi sinistramente
sul loro poco valore letterario; che anzi taluno fra questi si acquistò
il pùbblico suffragio e la patria riconoscenza^ non solo per la
grazia e spontaneità poètica^ ma altresì pei morali ed ùtili am-
maestramenti che racchiude. Di simili componimenti è ripieno
appunto il Pronostico periodico^ intitolato: Sandrànda Rumila
alròleg modem ^ che dal 4 720 incirca^ per lunga sèrie d'anni
vide successivamente la luce. Esso contiene parecchie poesie
nel dialetto di contado^ nelle quali Sandrone sferza di continuo
le mode muliebri e le caricature de' suoi giorni con molta grazia
e brio. Di questo Sandrone appunto cjosì parla V anònimo autore
della Pandora^ pubblicata in Reggio nell'anno 17M:
Villan non 1% poiché di quei sa srrì>tTe,
E svelarne appuniìn l'aUa malizia,
]•: tulli 1 Turbi lor girl descrivore.
Anxi Sandroue e un uom cirba più piTizia
Dell' etòreo molo impenclràbile,
Die non hanno i vilinn dell' avarizia.
Questa sèrie di pronostici offre ancora novello interesse allo
studioso, mentre^ come si può scòrgere dai Saggiò che inseriamo
nel Capo seguente, esso ci porge la più sicura testimonianza.
DiAurri EMiUAM. 507
che il dialetto rùstico reggiano^ da oltre un sècolo, non ha su-
bito veruna notévole modificatione.
Rivaleggiarono con Sandrone da Rivalta altri Almanacchi pure
scritti in lingua reggiana rùstica^ tra i quali noteremo: ^t Con^
tadén axtròleg; scarta fàz iVj4fiìbrosònn Sgarba zia j e qualche al-
tro di minor conto ^ intesi tutti a far rìdere i lettori con lèpidi
diàloghi e poesie bernesche. Per tal modo i Lunari^ i Prono-
stici e simili continuarono per tutto lo scorso sècolo ad èssere
quasi esclusici depositarii delle composizioni vernàcole degli scrit-
tori reggiani; dappoiché^ se si eccettui una piccola raccolta di
poesie pubblicata nel i73S^ col titolo: Le Nozze di Contado^
nessun' altra produzione di simil gènere pervenne a nostra no-
tizia^ pubblicata colle stampe.
Questo costume d'inserire nei Lunari i componimenti vernà-
coli fu conservato anche nel sècolo presente^ in cui il Prevosto
Rocca di Reggio pubblicò per una serie d'anni l'anònimo Lu-
nari Arsàn per l'anno 1835 e seguenti. Ivi, oltre ad una prefa-
zione in versi reggiani^ contèngonsi varie poesie vernàcole di-
rette a corrèggere con lèpidi racconti i costumi ed i vizj del
paese; mail poeta, sovente privo della vera ispirazione, vi prende
per lo più il tuono di predicatore pedante, rivolgendo talvolti
le sue preghiere alla Vergine ed ai Santi, senza mostrarsi poi
troppo scrupoloso nel serbare con fedeltà il vero tipo del dialetto
nativo.
Morto il prevosto Rocca, la pubblicazione del Lunari A r*àn fu
interrotta, sinché ne impresela continuazione con assai migliori
auspicj nel 1841 il chiarissimo canònico Ferrante Bedogni, autore
anònimo della maggior parte delle argute e brillanti poesie rae^-
chiuse nei volumetti successivi. Fornito di soda dottrina e di non
comuni poètici talenti, il prof. Bedogni sollevò co' suoi compo-
nimenti ad alta rinomanza il Lunari .Jrsàn, cui appose il bene
adattato motto: F » ferzo il vizio ^ v viti sm duot s'accusa. Ivi
riunì una scelta raccolta di poesie originali in vario metro, non
solo., ma eziandio di versioni di componimenti clàssici, segnata-
mente deiryVr((> Poètica d'Orazio e della Sàtira m\V //varitia, in
queste versioni non si può abbastanza commendare la fedeltà del
508 PARTS SECONDA.
concetto^ la proprietà della lingua e la sponlanelti del verso. Già ì
suoi conciltadini gli attestarono la propria riconoscenza in varii
articoli di Giornali patrii, ove pronunciarono i più lusinghieri giù-
dizj sul mèrito delle nuove sue produzioni^ e noi per non tur-
barne la modestia, ci restringeremo a riprodurne alcuni Saggi
nel Capo seguente, nella speranza, che la festosa accoglienza fatta
in patria alle poesie pubblicate sinora, possa eccitare l'autore a
regalarci quanto prima nuovi e più copiosi frutti della sua fàcile
Musa.
Prima del suUodato abate Bedogni, e propriamente intomo
all'anno 1814, la lingua e la poesia reggiana aveano raggiunto
un grado di perfezione sotto la penna magistrale dei conte
Giovanni Paradisi, che possiamo denominare senza esitanza il
Porta Reggiano. Poeta inspirato, e fornito d' imaginazion forte
e vivace, il Paradisi adoperò con miràbile maestria la sferza
della sàtira; ma per mala ventura, anziché dirìggerei suoi colpi
a reprimere il vizio e le frivole usanze in generale, egli scagliò
sin da principio i virulenti suoi versi contro pùbbliche e private
persone, ciò che da una parte gli attirò addosso parecchi nemici,
e rese impossibile dall'altra la pubblicazione delle sue miràbili
poesie. Fra queste girano manoscritte nelle mani di molti alcune
liriche, ed una Azione Drammàtica, intitolata: / scersi forluììati j
col motto Ex nolo ficium carmen scquot^j ut sibi quivis sperei
idem. In questo Dramma tre sono gli interlocutori, fra i quali
due donne che vi parlano il dialetto reggiano. E scritto in versi
di ùndici e di sette sillabe, sovente rimati fra loro. La squisitezza
còmica, la naturalezza deir azione, la purità della lingua [e la
spontaneità del verso non temono verun confronto, né lasciano
alcun che a desiderare.
Se vi furono alquanti scrittori reggiani, che celebrarono con
lede il nativo dialetto in prosa ed in verso, non mancarono
eziandio parecchi studiosi, che s'adoperarono a svòlgerne ì diis-
tintivi elementi colla compilazione del rispettivo Vocabolàrio.
Merita fra questi i primi versi di gratitùdine il benemèrito Don
) Giovano! Denti, già rettore del Seminàrio di Reggio, che sin dal
secolo. XVII. raccolse gran nùmero di voci, ed apprestò per la
i\
i *
\
I
prima volta un pìccolo Vocabolàrio del nativo dialelto. Questo
lavoro però, redatto aduso de|^ alunni che venivano colà insti*
tuiti nelle lèttere italiane, rimase manoscritto sino al principio
del sècolo presente, in cui indotto filòlogo e sacerdote Giovanni
Alai imprese ad elaborarlo, sopprimendovi alquante voci supèr-
flue, perchè del tutto affini alle corrispondenti italiane, ed ar-
ricchendolo invece di molte esclusivamente proprie, ommesse
dal Denti, sicché ne compi il nùmero di cinquemila e cinque-
cento. Se non che eziandio questo nuovo lavoro dell'Alai rimase
inèdito per varii anni, e solo verso il 1850 se ne valse oppor-
tunamente 11 chiarissimo Dottor Giovanni Battista Ferrari nella
redazione del proprio Vocabolàrio, che finalmente venne alla
luce nel 4832 in due Volumi in-8.^ ivi T autore, volendo estèn-
dere la propria raccolta eziandio al linguaggio del contado, non
potè serbare un^ ortografia sempre fedele alla pronuncia cittadina,
ed in onta alle fatiche de' suoi predecessori, non che ai profondi
studii ed alle penose e lunghe indàgini proprie, per le quali
s'acquistò pieno diritto alla pùbblica estimazione e riconoscenza,
manca tuttavia, come tutti i primi lavori di slmil gènere, di pa-
recchie vod e di parecchi idiotismi, come pure lascia alquanto
a desiderare nella parte illustrativa. Ci è noto, che, bramoso di
riempire cotali lacune e di rettificarne le mende, il gióvane filò-
logo reggiano Pròspero Viani s'addossò da alcuni anni la grave
^oma di redigere un nuovo Dizionàrio del proprio dialetto, e
<]iiindi, mentre nutriamo speranza di vederlo giùngere quanto
(ìrlina in luce, raccomanderemo all'autore ed a' suoi gióvani
r^olleghi, di non trascurare ulteriormente altri due vuoti, quali
^^ono un'accurata anàlisi grammaticale della lor lingua, ed un fàcile
^* preciso sistema ortogràfico atto a rappresentarla.
Ai dialetti di questo gruppo appartiene ancora, come accen-
Piammo, il Frignanese, che, per èssere parlato da una scarsa /^
^)opolazione fra stèrili monti, non può vantare alcuna letteratura r-
^peciale. Con nostro stupore peraltro, nel corso delle nostre
indàgini, èbbimo a rinvenire una poesia pubblicata colle stampe
nella seconda metà dello scorso sècolo, scritta nel dialetto di;
Sèslola, antica terra, capo-luogo un tempo della Provincia di:
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Frignano. Assai più ancora ci sorprese il riconoscere, come in
quel tempo medésimo vivesse in Sèstola un rozzo pastore, deno-
minato Nicola Galli, il quale, sebbene privo d*ogni preparatoria
istituzione, rallegrava e tratteneva sovente i suoi connazionali
colle proprie poesie vernàcole, cbe talvolta improvvisava in occa-
sione di feste villereccie. Lieti della scoperta, non senza difficolta^
ne abbiamo spigolato alcune, e ne faremo dono ai nostri lettori
nel Capo seguente.
Gni|ipo Ferra rtrse.
Il dialetto ferrarese, come abbiamo più sopra indicato, è di
recente formazione, e quasi un linguaggio ibrido, mentre la po-
polazione che lo parla emerse dalla miscela di varii pòpoli, che
nel. eorso delle nòrdiche invasioni cercarono ricovero nei palu-
dosi polesini, dai quali surse più tardi la fèrtile pianura ferrarese.
Esso non vi potè quindi èssere del tutto stabilito, se non dopo
cbe tanti disparati elementi vennero fusi in una sola lingua, e
quando questa cominciò a vìvere una vita propria sotto gli aus*
pìcj d'un regolare governo. Inoltre sembra indubitato, che questa
lingua abbia subito notévoli modificiizioni, variando le propor-
zioni degli elementi stessi che la compóngono; dappoiché egli è
certo, cbe da principio vi prevaleva T elemento vèneto, e che
in sèguito, collegata geograficamente e politicamente air Emilia,
vi prevalse T emiliano. Ce ne prestano vàlida prova le òpere di
Pietro J^agliani pubblicate sulla fine del sècolo XVI, nella cui
lingua, a differenza dell' odierna, signoreggiano ed emèrgono
sopra ogni altra le vènete forme. Queste òpere , nelle quali
r autore si nascose sotto il finto nome di Dottor Graziano Forbe-
soni, sono le più antiche produzioni conosciute in quel dialetto^
e sono: una Traduzione del Caos in ottmu rima^ ed un altro
poemetto, intitolato: Le ceìito e quindici conclusioni in oltas^a
rima del plus quam perfetto Dottor Graziano Forbesoni da
Francolino^ ed altre manifatture e composizioni nvlia sua buona
lingua. Se non che la divergenza notévole di quest'ultima dal-
l^aCtualmente parlata indusse i Ferraresi medésimi a risguardaria
come fittizia, o propria d'altro paese.
DlALCrri CUILIAM. 114
E perciò i prìmi fondatori ddla letteratura vernàcola ferrarese,
riconosciuti in patria, sono i due Baruffaldi, Girolamo cioè ed .
Ambrogio, il primo, già onorato nella repùbblica delle lèttere
italiane per la sua raccolta di poesie sèrie e giocose, scrisse in
sul principio dello scorso sècolo in \ersi di varia misura alquante
poesie bernesche in forma di Diàlogo, colle quali, mentre intese
a ricreare le brigate, mirò ancora a corrèggere i corrotti co-
stumi del suo tempo. Sebbene ripiene di sali e di ùtili ammae-
stramenti, esse rimasero inèdite sino aliatine dello scorso sècolo,
in cui vennero per la prima volta in luce, inserite nel tenso
volume delle òpere pòstume del medésimo autore. Sono divise in
dieci diàloghi famigliari, in ciascuno dei quali, senza risparmiare
alcuna classe sociale, ne mette in chiara mostra i costumi, i
pregiudizi ed i vizj , con verità d' immagini , finezza di sàtira e
severità di critica.
In queste òpere del Baruffakii, racchiuse nel titolo: La Lum
dal fìéànegj e col nome anagrammàtico di Ubaldo Magri Farolfi,
consiste propriamente tutta la letteratura di questo dialetto, poi-
ché gli altri componimenti che videro la luce di poi, non
sono che poesìe d'occasione per lo più in foglio volante, delle
quali basterà far menzione nella seguente Bibliografia dei dialetti
emiliani. Le sole operette che ancora dobbiamo notare, sono: /
Pvugiiòstich per Caini 1755 aimpunèst da Barba Maureli Slup-
pión arzdàr dela al la d' Coita j- nel qual Almanacco T anònimo
autore, che è Ambrogio Baruffaidi, inserì varii componimenti
poètici in dialetto rùstico ferrarese; ed un Lunario periodico,
intitolato: ChicJièlt da Fiata, che venne per la prima volta in
luce neiranno 1826, e continuò poscia nei successivi senza
interruzione sino al presente. Ivi (ròvansl pure racchiusi molti
graziosi componimenti vernàcoli del conte Francesco Aventi, al
quale siamo debitori della versione della Paràbola nello stesso
dialetto inserita in uno dei precedenti capi.
A malgrado della povertà di produzioni letterarie, il chiaro
abate Francesco Nannini non rifuggi dalla fatica di compilare
un Vocabolàrio della favella nativa, cui pubblicò in sul principio
del sècolo presente, premettendovi la spiegazione d'un progetto
Sl9 FAETC SECO.NDA.
d'ortografia da lui medésimo seguito^ onde rappresentare più con-
• Tenientemente i suoni speciali del patrio dialetto. Mentre non
possiamo dispensarci dal benedire le buone intenzioni^ le cure
e gli studj del benemèrito autore^ non dobbiamo al tempo stesso
intralasciar di notare^ cbe il lavoro del Nannini è piuttosto un
Saggio di Vocabolàrio^ mancando esso di molte voci esclusiva-
mente ferraresi^ màssime della provìncia^ mentre nello scarso
nùmero complessivo delle voci che lo compóngono se ne trovano
parecchie affatto supèrflue^ perchè comuni alla lingua generale
della penisola. Speriamo che ormai non sarà lontano quel giorno,
in cui gli studiosi^ convinti della somma importanza e dei rilevanti
vantaggi che derivar possono dalla diligente e ragionata compi-
lazione del Dizionario dei rispettivi dialetti, non tarderanno a
rivòlgervi di concerto le proprie speculazioni.
Se pòvera è la letteratura vernàcola ferrarese, nulla è quella
degli altri dialetti appartenenti a questo gruppo, mentre nessuna
produzione, per quanto ci consta, venne mai pubblicata nei
dialetti mirandolese, guastallese e mantovano. Non per questo
mancarono talvolta lèpidi scrittori, che si valessero anche di
questi in alcune poesìe d'occasione; che anzi ci venne fatto
di scaturirne alcune manoscritte meritévoli dell' onore della
stampa , cosi per la scorrevolezza del verso , come pel brio
e per la forza del concetto. Tali sono in ispecie certe can-
zoni bernesche in lingua rùstica mantovana di Giovanni Maria
Galeotti, che viveva nella prima metà dello scorso sècolo. Furono
scritte dall'autore per èssere recitate da una màschera di con-
tado nelle feste carnescialesche , e passando tradizionalmente^ dì
bocca in bocca^ sono tutt'ora grato passatempo dei connazionali
che le imparano a memòria, e le vanno recitando alla nuova
generazione. Così di queste, come della poesìa mirandolese, ci
è grato di poter pòrgere ai nostri lettori nel seguente Capo quei
Saggi, che siam venuti mano mano raggranellando.
Quanto al dialetto mantovano, e' pare che un tempo venisse
di propòsito coltivato, perocché esiste tuttavia un f^ocaboiario
manoscritto delle sei lingue toscana^ nwntovanaj Mina, greca ^
tedesca e francese. Esso fu compilato nel sècolo passato da! nò-
ttlALem EMILtAl^l. 51 S
bile mantovano Alessandro Fdiee Nonio; ma per niala ventora
rimase sconosciuto e sepolto fra le carte dell'autore^ né, passando
col patrimonio ai successivi eredi che ne son possessori, rice-
Tette sinora destinazione m^ore. A riempire questa lacuna s' ac-
cinse fin dall'anno 1837 il benemèrito nostro filòlogo Francesco
Cherubini, che pose in luoe un Facabolàrio ManUKmuhltaUano^
per lui con molta cura compilato. É questo il solo libro pubUicato
sinora ad illustrazione di quel dialetto, e come tale è tanto più
desiderato dal coltivatori di shnili studj; con tuttociò TesiguitA
dei materiali racchiusi e gli errori trascórsivi, forse per la ra-
pidità con cui fu compilato, non lasciano meno desiderare un
lavoro più vasto e più diligente della stessa natura.
Gli è invero doloroso pel filòlogo che va in traccia di materiali,
onde maturare sòlidi studj sulle origini e sui primitivi linguaggi
.dei proprj connazionali, il rinvenirvi talvolta il campo affatto
deserto ed inculto, senza un sentiero, senza un mìnimo filo che
valer possa di guida ad indagarne la natura, a misurarne la di-
mensione. Tale è lo stato degli studj relativi ai dialetti componenti
questo gruppo, che incominciarono appena negli ùltimi tempi,
essendo stati affatto negletti nei sècoli precedenti. E per verità)
quanto abbiamo di scritto e pubblicato nei dialetti parmigiano,
piacentino e pavese, che sono i principali, si può denominare
appena letleratuixi d'iduiunacchi, essendo gli scarsi e leggeri
componimenti che vi si riferiscono, con poche eccezioni, inseriti
in libèrcoli di simil fatta, senza pòrgere verun interesse, o ma-
leriale bastévole a fondarvi uno studio.
Quanto al parmigiano, se non andiamo errati, comparve per
la prima volta scritto in un Ahnanacco instituito intorno alla
metà del sècolo passato da D. Innocenzo Sacchi, col seguente
titola strano ed insignificante: Strolgaméni dil Strel, pr Van
fnsifròd a braz con el forca da du brani, dal caporàl Qual-
tòrdn Càzzabil dia pt7/a d'FigazièL Ivi sono racchiusi alcuni
<iii]og|it o commediole in prosa parmigiana composte all' oggetto
%ih fautc seco.noa.
di divertire le popolari brigate . e mercè alcuni sali sparsi qua
e li, nel descrìvere costumi o fattarelli municipali, si acquistò
da principio qualche rinomanza, sicché venne successivamente
riprodotto ogni anno con lievi interruzioni , e continuò sino al
presente. Che anzi talvolta ne vennero in luce nello stesso anno
due e persino tre, col medésimo titolo, benché in sostanza diversi.
Quasi nello stesso tempo comparve e rivaleggiò col C&zzaìÀl
altro Almanacco periodico, contenente qualche breve Commedia
in prosa parmigiana, col titolo : // Sirèl compasscid con la rocca
dalla Fndnga da Panoccia, Con buona pace de' rispettivi autori,
né questo né quello sono parti letteraij atti ad onorare il paese,
o il dialetto in cui sono scritti. Lo stesso dicasi della lunga sèrie
d'Almanacchi e di Lunari in-2ii.'\ o volanti, che nello stesso tempo,
e dopo, vennero in luce con istorielle e poesie vernàcole, e dei
quali per pura notizia abbiamo trascritto i titoli nella seguente
Bibliografia.
Il solo libro atto a spàrgere qualche luce suir indole del dia-
letto parmigiano, si è il Dizionàrio Parmigiano' f tal inno^ compi-
lato e pubblicato nel 1828 in due volumi da Ilario Peschieri.
Sebbene esso non sia scevro di quelle mende, che pur troppo
sono comuni più o meno a tutte le òpere di simil gènere , e seb-
bene lasci non poco a desiderare cosi per la quantità, come per
la scelta dei materiali , ciò nulladimeno contiene un nùmero ab-
bastanza considerévole di voci, per servire di guida allo studioso,
non che per meritare i suffragi della pùbblica riconoscenza.
Dopo un quadro si poco lusinghiero della letteratura parmi-
giana, non dobbiamo nascóndere, come anche Parma abbia a-
vufo ciò nullostante negli ùltimi anni il suo poeta atto^ per
distinto ingegno, per forza d'immaginazione e potenza creatrice,
a sollevare la propria al rango delle eulte letterature vemàcolt*.
Tale si mostrò il Calegari nelle molte poesìe satiriche che cir-
colano manoscritte fra le mani de' suoi concittadini e che noi
pure èbbimo occasione d' ammirare. Ma per mala ventura questi
squarci veramente poètici* anziché rivòlgersi astrattairiente rontn»
Il vizio che reprìmono, o si scagliano senza màschera contro
persone viventi e conosciute, o sono macchiati di lùbriche im-
DlAUrn EMILIAM. 511
niginì e d'osceni concetti, p^ i quali non solo fu loro inter-
bietta la luce, ma vèngon meno altresì quelle poètiche grazie
die li renderebbero in singoiar modo commendè\oli. Poiché
dunque è loro violato di formar parte della patria letteratura,
valgano almeno a pro\are, che il difetto di buone produzioni
vernàcole non è punto da attribuirsi all' indole del dialetto par-
migiano^ ma bensì piuttosto alla mancanza di coltivatori; egli è
quindi a sperarsi, che Parma, la quale ha somministrato tanti
uòmini illustri alle lèttere clàssiche ed alle scienze^ non tarderà
a provvedere a questo difetto medésimo con una sèrie di nuovi
studj sulla lingua sua propria.
Se chiediamo conto alla slampa della lelteratura vernàcola
piacentina, non ne abbiamo più favorévole risposta; e qui pure
ci si parano innanzi Almanacchi e Lunari in buon nùmero, con
insìpide storielle e comediole in prosa ed in verso. Se non che
spingendo le nostre ricerche sino agli scrittori dei sècoli passati,
che s'occuparono delie cx>se piacentine, vi rinveniamo alcune
osservazioni e notizie di non lieve importanza pel nostro argo-
mento, e che quindi fa d'uopo riferire prima dì procèdere allo
stèrile annunzio delle poche recenti produzioni. Rimontando a
Cicerone, troviamo nel Dialogo dt chiari oratori fatto cenno
dell' inferiorità dei piacentino Tito Tinca, in fatto di proprietà di
lingua, a confronlo dell'oratore romano Quinto Cranio; e di
questa inferiorità ci dà poi speciale ragione Quintiliano nel
Trattato delle Istituzioni Oratorie^ osser>'ando, come il Tinca
pronunciasse precula per pergula. Questa sémplice osservazione
basta a provarci chiaramente, come quella tendenza, che ab-
biamo notata nel Piacentino attuale, a trasportare certe lèttere,
e segnatamente a voltare er in rcj rimonti niente meno che die-
cinove sècoli indietro. Una simile testimonianza, sebbene di pa-
recchi sècoli posteriore, ci porge il conte Federigo Scotti, giure-
consulto e poeta piacentino del sècolo XVI, il quale ebbe a no-
tare, come il volgo a' suoi tempi permutasse la sìllaba ni in h\
dicendo Jiìtolìn per j'Éntomno^ come appunto si pràtica oggidì.
ed ag^ungeva, come pvr questo appunto jmrccvhi Piacrntini
furono un tempo dai loro neinki itccisi^ to^to dio cono^^cinti
per lo loro sconvolta pronuncia.
510 1»AIITC tfr.CO\DA.
Alla testimonianza degli autori suirantichill di alcune forme
dei dialetto piacentino, possiamo aggiùngere alquante prove di
fatto; tali sono a ragion d'esempio: un'antica iscrizione del XIII
o tutto al più del principio del XIV sècolo, che leggèvasi non
ha guari scolpita in caràtteri di quel tempo sulla porta del Ca-
stello di Montechiaro nell' agro piacentino, e che fu riprodotta
da variì scrittori. Essa era del tenore seguente:
signori , vu siè tuli gi ben vegnu ,
E zascauo chi ghe vera, sera ben
Vegnù, e beo recevù. f
Noi r abbiamo qui riferita, non gii come saggio di quel dia-
letto a quel tempo, mentre siamo d'avviso, che lo scrivente ha
cercalo di darvi quella miglior politura che per lui si poteva;
ma bensì piuttosto come prova ineluttàbile, che il dialetto allora
aveva le medésime forme che lo distinguono adesso. Un'altra
prova di fatto ancor più eloquente si è un'antica poesìa del sècolo
XIII conservata in un còdice piacentino membranàceo a piedi
degli Statuti latini del Consorzio dello "Spirito Santo, eretto in
Piacenza da Mussone e Novello Colombo piacentini nell' anno 1267.
É questa scritta non già in dialetto piacentino, ma in quella
lingua nascente e malferma, che appunto nel corso del dècimo-
terzo sècolo può dirsi generale d'Italia, che sorgeva modellan-
dosi sulle forme della provenzale , da cui toglieva mano mano
a prestanza alcune voci , e che in onta agli sforzi contrarli degli
scrittori , prendeva tuttavia in ogni luogo la tinta, e serbava al-
cune forme del dialetto locale. Un sì prezioso monumento offre
troppo importante corredo a questi ràpidi cenni, perchè non
abbiamo ad esitare un istante a pòrgerlo ai nostri lettori. Eccolo.
Supra ogni sapienlia e ategnanza
Tute l'altre cent avanza
L''om che à sen e cognosanza
Doroinadé del Gel inspira;
Que luchessa tempra in lira,
L'om che col cor ama De
Tuti cossi yen in pè.
loàn e March , Lue e Malhf
■
A seri t lui zò che se dls deDè,
DiAt.irrn emiuami.
\
5 1 Y
Chi quel farà d alalènder
Ilio regno del inter al ascénder.
Ili zò ch'ay dit è lui el sen,
SÌ che noe say più dir reii.
A simili testimonianze si potrà per avventura aggiùngerne
altre ancora^ esaminando attentamente i còdici supèrstiti di quel
tempo ^ 0 meglio le òpere pubblicate di poi. Fra queste è noté-
vole un'operetta di certo Antonio Anguissola piacentino, stam-
pata in Piacenza nel i 58 7, la quale racchiude una lista di vege-
tabili, de' quali è detta la natura e Tuso mèdico. È invero inte-
ressante il trovarvi i nomi dei vegetabili espressi nelle varie lin-
gue latina, greca, italiana, àraba, spagnuola, francese, tedesca
e piacentina; e sebbene si vegga chiaro, che T autore si studiò
dare alle voci piacentine forma e desinenza italiana, ciò nullo-
stante non vi traspare meno evidente la consonanza del dialetto
d'allora coir attuale (i).
Sin qui tutto prova l'antica esistenza di questo, come d'al-
tronde è altresì chiaramente provata la remotissima di tutti gli
altri dialetti italiani; ma non troviamo alcun cenno il quale ci
attesti, che il piacentino fosse nei secoli addietro coltivato e
adoperato dagli scrittori. La più antica produzione che ci riuscì
rinvenire in questo dialetto rimonta alla metà del sècolo XVII,
(i) In prova di quanto abbiamo di sopra asserito, non che In saggio
dell' operetta succitata , crediamo opportuno trascrivere le seguenti voci:
Pioemlino.
Italiano,
Piacentino.
Italiano*
Asprella
Rasperella
Righigna Tàsen
Eringe
Baslonaja
Pastinaca domest.*
Roveja
Robiglia
Carugla
Pastinaca selvàtica
Scarzòn
Cardo selvàtico
Confalón
Rosolaccio (papa-
Speronella
Fior cappuccio
vero)
Séiarella
Cicoria dolce
Erba dal coràl
Alcachiogi
Taér d*aqua
Ninfèa
Erba dal lóp
Catapuzza minore
Tass-barbàss
Verbasco
MirasóI
Girasole
Tavarnèll
Pioppo bianco
Mlisern
Cctronella
Tararne!
Aristologia
Mooghèiiia
Battisuòccra
TìmoI
Timo
IVaslòrz
ISasturzio
Vàrnìs pr 1 scritór
Gomma di gine[
Pilàtar
Piretro
Vcrzól
Artemisia
Ked usuro
Hor cnppuccio
Zi
Giglio
54 8 PARTE SECONDA.
e consiste in due brevi poesìe di Maurizio Cortimiglia (1)^ canò-
nico penitenziere della cattedrale di Piacenza^ le quali si trovano
inserite nella Grillaja di Scipio Glarcano (così chiamàvasi TA-
prosio)^ e che noi riporteremo per intero nei seguenti Saggi.
Queste poesìe^ che non sono del tutto prive di mèrito^ ci danno
a crédere che in quel tempo altri scrittori si valessero del patrio
dialetto nei loro componimenti: ma per mala sorte non se ne
serba traccia^ né stampata^ né manoscritta, sino al principio del
sècolo passato, in cui troviamo alcune poesìe manoscritte, inti-
tolate la Patiera, e la Faltora del conte Carlo Scotti. Sebbene
dettali con grazia e con molto sale, questi componimenti non
videro mai la luce, perchè smoderatamente osceni; e per questo
appunto non possiamo impartirne ai nostri lettori che quel brano
del primo poemetto, in cui i riguardi dovuti alla decenza furono
bastevolmente rispettati.
Dopo ciò tutta la letteratura vernàcola piacentina trovasi rac-
chiusa in alcuni Almanacchi moderni, tra i quali i meglio accolti
in patria sono: La Pillifjréiiui rcdva d'Isidori Ficca partùtl
z Walter e stròleyh. Liiìiari in dialot piasintéij e la Pilligréwa
jHijaròla ch'à sposa al vòrj Spéina-Carpàn, Libmri in dialot
pfasiiìtvi. Questi due Lunari vennero già in luce da parecchi anni,
e contengono alcune poesìe in dialetto., che talvolta non sono
affatto prive di sale. Altre produzioni a stampa non pervennero
a nostra cognizione, sebbene fiorissero negli ùltimi tempi in
Piacenza due distinti poeti, Gaetano Ferrini cioè, e Carlo Bon-
gilli, le cui produzioni vernàcole formano tuttavia la delizia dei
loro concittadini. Peccalo, che gli scrittori meglio atti ad illu-
strare il patrimonio nazionale siensi abbandonati sovente ad uno
stile troppo libertino o a sàtire personali, degradando così i
loro componimenti d'altronde commendèvoli pel verso, e ren-
dendone diffìcile e pericolosa la diffusione! Anche delle poesìe di
questi ùltimi, sebbene inèdite, per buona sorte abbiamo potuto
(f) QneMo scrittore fioriva appunto itilonio al leso; il Cresccnzi, nrlla
Corona dell-t nobiltà d'Ilalta , pubblicata iicll'antio Ifl4? , dichiara . rhr
Maurizio Corlenilglia era 5talo mio prece! lori*.
DIALETTI EMILIANI. 519
fare opportuna scelta , per offerirne un Saggio ai nostri let-
tori (1).
In tanta inòpia di materiali, non mancarono frattanto bene-
mèriti studiosi a Piacenza, che s'adoperassero a svòlgere ed or-
dinare gli elementi del patrio dialetto colla compilazione del ri-
spettivo Dizionàrio. A quest'utile, comecché difficile impresa, pose
mano la prima volta il Dottor Carlo Anguissola, il cui diligente
lavoro è rimasto inèdito sino al presente. Quindi il canònico
Francesco ISìcoUi fu il primo che pubblicasse nel 1832 un Catà-
logo di voci moderne piacenlino'iudianej per verità assai ristretto
onde provvedere ai bisogni degli studiosi. Più tardi comparve il
Vocabolàrio J^iacentino-l laiiauo di Lorenzo Foresti, il quale,
sebbene alquanto più esteso del lavoro dell'abate Nicolli, è tuttavia
mancante di molte voci, ed abbisogna di alquante mende. Non
minore pertanto si è la nostra riconoscenza verso questi bene-
mèriti, che soli sostennero le lunghe noje e le penose fatiche
indispensàbili per lavori di sìmil fatta, onde illustrare la nativa
favella.
Relegati fra i monti in breve territorio, e parlati da scarsa
e pòvera popolazione, i dialetti borgotarese e bobbiese non eb-
bero in verun tempo letteratura propria, né furono, per quanto
ci consta, mai scritti. Né ciò può recare alcuna sorpresa, tale
essendo la sorte delle lingue parlate in pìccole terre, e non es-
sendo frequente l' esempio del pastore poeta, com'ebbe il Borgo-
tarese in Nicola Galli. Bensì reca piuttosto meraviglia^ come il
dialetto pavese, parlato in una città capitale un tempo di potente
regno , e che da sècoli è centro d' ogni eulta disciplina , sia stato
negletto sino agli ùltimi tempi. In fatti la più antica produzione
vernàcola pavese che abbiam potuto rinvenire giunge appena
alla fine del sècolo passalo., e consìste in due brevi poesìe inse-
rite in una raccolta di componimenti^ per l'elezione in Rettor
(i) A questo propòsito non possiamo dispensarci dai dichiarare , che
la màssima parie dei maleriali relali\i al dialcUo piacenliiio ci furono som-
ministrali dalla genliiezza del conte licrnardino Pallastrclli , doUìssinio
cultore delle cose patrie, al quale attestiamo pubblicamente la nostra ri-
coiioscenu.
520 PARTE seconda/
Magnifico di quell'Università del celebre professore abate Pietro
Tamburini. Né prima, né dopo queste, compàr\'ero altre produ-
zioni in quel dialetto, se si eccettuino le graziose poesie dei due
poeti viventi Giuseppe Bignami e professore Siro Caratti, che
riscossero in patria ben molti meritati applausi. Le produzioni del
primo, distinte per originalifA di concetto e proprietà di lingua
e di verso, tròvansi racchiuse in una sèrie d' almanacchi pubblicati
successivamente in Pavia, prima col tìtolo: Un nuo^o passatempo,
e poscia coir altro meglio adattato: Saggio di poesìe palesi. Fra
queste sono specialmente commendévoli le due versioni del La-
mento di Cecco da FarUmgo^ e dell' ^^maiite scartato j perla
fedeltà colla quale il poeta ticinese seppe trasportare nel proprio
dialetto tutte le grazie degli originali. Le poesie del professore
Caratti furono pubblicate in qualche raccolta, o separatamente;
fra queste meritano lodévole menzione alcune Ottave col tìtolo:
/ dii prim més del Cholera in Pavia.
Non taceremo per ùltimo , come, anche di questo dialetto, anò-
nimo autore tentasse pòrgere un Saggio di Vocabolàrio, pubbli-
cando un'esigua lista di voci pavesi nel 4 829^ collo specioso
tìtolo di Dizionario dotnèstico pavese-ilaliano. La tenuità peraltro
di questo lavoro é tale, da non meritare punto l'appóstovi titolo,
essendo ristretto appena a poche centinaja di voci, e restando
quindi presso che intatto il campo allo studioso che osasse pene-
trarvi , onde far raccolta di materiali per la compilazione del
Vocabolàrio pavese.
Tale è Io stato attuale della letteratura dei dialetti emiliani:
se in essa non sono copiose le grandi produzioni , si scorge però
come le più distinte e gli studj meglio diretti appartengano al
sècolo nostro, ciò che ci porge fondata speranza di vederli quanto
prima confortati da migliori successi.
CAPO V.
Saggi di letteratura vernàcola emiliana.
Ramo Bolognese.
iOOO. Non avendo potuto rinvenire alcun monumento ante-
riore a guest' època , incominciamo questi Saggi col già mento-
vato poemetto di Giulio Cesare Croci, fondatore della letteratura
vernàcola bolognese, intitolato: Lamento dei f^illanij ec. È
questo scritto nella lingua rùstica bolognese, che più si accosta
alla Romagna, e poiché varie forme di quella diversificano al-
quanto dalla moderna favella urbana , cosi vi abbiamo apposto
in calce le corrispondenti voci bolognesi, onde rènderle più
agevolmente intese, non che onde possano i meno versati in
questi dialetti fame gli opportuni confronti.
Lamenio de*Fillantj obbligati da un Bando a consegnare gli
schioppi alla Munizione, Di Giulio Cesare Croce , stampato
in Bologna da Bartolomeo Cachi nel 4620.
Po far la tuoba, o sé che queste bella!
0 vet ch'adèss la va da gubbi a ssin:
T** par a ti che la sia una bagatella ?
Ch'avènnia più a far nu cuntadin,
Che r è andà al band , eh' a purtèn (i) a Blògna
Tàtt i séiuòp da roda e da aisarìn.
(i) Purtamen.
322 PARTE SECONDA.
£s n' i è ziròtt, parcb' a Tè cert ch'ai bsogna
Purtàri tutt a la MuUziòn (i),
S^an vièn far, puvrèt nu, al cùl dia zgogna,
A purtarèiD mo io spalla ud pertegòn ;
E quand a srèn a treb , o in s' una fesfa ,
Al bsuognarà ch^à stemma in t' un cantòn.
Al sangv de mi , che V è ben àsna questa !
E sat s^avèln nu spis di quatfrinèz
eh' i z^ han propri cava el nus din V la zesta.
Ho8Ù là pur, purtèmij (s) ora in paicz,
Pareb^ an' caschèmma (s) in la cundannasòn (4) ,
E ch^ an^ Cemma sunàr al campanèz.
An^ prèn donca più andar dop on macciòn
Asptar e quest e quel con V archibùs ,
E fari far li prest al periindòn.
An^ pren mo più andar , cm^ a I èrn a us
De za, de là per tutt sti nòstcr cmun ,
Inspaurènd quest e quel per tutt i bus.
Cosa valrà più i nòster ragazzùn ,
Ch^ iéran csì brèv , i n"* vairan più negotta ,
Ch^ r è mo fini i piasir a un a un.
V ièra del bot («) , quand nu andièvn (e) in frotta
Ch^ a stimàvan pò tant i zittadin
Quant propri s* fa una livra de recotfa (7).
Ch^ adèss al tuccarà a nù puvrin
A dar al din , che con un mattarèi
Iz faràn tirar su fin al pustrin.
0 pò far damn , quesr è al gran burdèl ,
A èsser priv ad^ qui nùstar car usvij
Ch' iz flèvan (e) respetfàr a quest e quel.
An* srèvn anda descòst magara un mfj (9)
Senza al nòster séiupèt sovra la spalla ,
Ch^ adèss mo nu a parèn tant bia (io) cuuij (11).
Al sangv, ch'an' dig gnanc dMa nostra cavalla,
Ch^ an' prèn più far, cmod prima I murusòt ,
Me cumparir In qui lug dond es^ balla.
Ch'ai se vedèa (is) del bot sti bia zuvnòt
Al fcst andar in ruga tutt arma ,
Ch'I avrìan (fs) per fin fatt pora al tarraniòt.
(1) Munidòn. (s) purtèula. (s) casràmen. (4) cundanna. (») volt, (e) aii-
dèven. (7) d'arcotta. (e) fàven. (9) mèi. (to) bì (if) cunói. (12) Ch'a s*
\dèva. (I3)arpn.
MAUfTI BMlLUNt. 533
t avèan sèmper le rode caregà (i)
E al càn in sei fugòn per star segùr (s)
E in le (s) bisàch del bon ball aramii;
E s' al s' appresintava di rum òr ,
Avèan sèmper la man al scattarèl ,
E eh' èl che n' èl, a I flèvn (4) andar al bur.
E con i bia penùn In Tal cappèl,
E 1 bia lighèz con tutt le (tf) frani intórn »
Az flèvun respettàr a quest e quel.
Az cavàvan acsi el busch d' attórn ,
Ch' adèss al prè vgnir un > e dàrzen una
Tra la tieza (e) e '1 purzil , 0 dop al fórn.
Uosù da po' eh' al voi csì la fortuna ^
Al bsògna ubbidir quai i supirlùr ,
Ch* al n' se po' al zeri pugnar contra la luna.
E nu eh' sten in fai cà , cb' a iè al mur
De terra tutt quànt rott e squaderna ,
An' srén dal zeri a stari più segùr (7);
Ben eh' al diga la crida eh' i ban manda ,
eh' al se possa cunzar la serpentina ,
Mo ch'èl che n'èl la corda sia amurtà.
Mo a so posta s' avèn sta disciplina.
Al r ha né più né mane i zittadin (a) ,
Segónd che da per tutt al se busina.
Ma lor i van eh' i pàrin paladin
A cavai, con la lanza e l'armadura,
eh' an' psén mo far cusì (9) nù cuntadin.
0 dund' è andà la nostra gran bravura ,
0 dund' è anda al nóster valimént (10) ,
Ch' a n' savèvan za cosa s' fus paura (11)?
A créz (12) eh' az dsparerèn pruoprianamènt (93)
A legni r arnunziàr a la rasòn ,
E a quel rod che nu a tnèvn acsi lusènt.
0 tuo mo ti dia roba dal patron ,
Sgrafflgna mo per cumpràr un bel séiuòp :
Tuo mo una roda, eh' apa un bon arcòn !
Mo la z' aggrièva (14) ben un poc de trop ;
Avèir spes i quattrìn , e sgraffagnàr ,
E pò purtarij a Blogna de galòp!
(0 el rod cargà. (9) sicùr. (s) in t' el. (4) fàven. (tt) tolti ci. (e) tiza.
(7) sicùr. «(s) ztadèn. (0) acsé. (flo) valòur. (11) pora. (is) cred. (1.%) prò-
priamèint. (i4)aggriva.
594 l»ARTI SNCONDA.
A parerèm mo pulzùn despenna ,
Iniènz (i) che srusenia (orna più
A n' arèn vuòja (t) piò d' una manii.
Al turnara mo le balèster su ,
E scminzarén a tirar di pulzùn,
A cmod za se suleva usar tra nu.
Al darà fuora el pie e anch i spuntùn ,
E spid , e roncb , e targ e partesàn ,
E qui strumlént che più n' usavo ensùn.
A eminzarèn a I2r del bla panzàn ,
GuD dir: sta in dria , stai ti , at' darò,
Es a n^ ze petnarén mo più le làn.
Mo con un séluòp s' te vgniv dai si al no ,
Ti psiv cazz&r un passarin in sén ,
E andar pò via a fSr al fatto tò.
0 dsén un puctìn qui cmod a farén
Se per sort i bandi viènen (s) a che (4),
Con che manièra (tt) mai az* dfindarén.
Ugnòn sin fuzrà vi chi In za , chi in le ,
Parch' lor aràn i s^iuòp e nu negotta ,
E se faran patrùn d^ tutt zio eh' I è.
Al bosgnarà (e) eh' az' tulaman de sotta,
Senza star a zercar se V ha llnzùa (7) ,
Se d' zunta an' vlén purtar la testa rotta.
E 8' al ]e parerà , iz' turAn i bua (s) ,
El vach, i brich, el piégor (e), e i muntùn,
Al zes, la fava, al furméint e 1 fasùa (io).
0 vet eh' an' putrén far mo più I pavùn
Con i bla séiuòp d' bel legn intarsia ,
E con tutti el bel ciav e 1 bla curdùn.
Andarén mo pr' I cbémp e pr' i fussé
A testa bassa: an' farén più i taschèr
Cmod a sulèvan far tra la brighe.
Ch'a In sulivin purtar sotta i tabèr (11)
Ad quj de disdòt unz, e di più curt,
E in le bisèch (ift) , e in la chèssa (iz) dal eber (M).
0 fortuna crodél], a so s' t' azcùrt
Adèss i dient (ftt), a so s' te t' z' tua la forza
A so s' te te zgavàgn , a so s^ te t' z' art.
(1) iDani. (i) vuja. (s) vèinen. (4) ca. (tt) manira. (e) bsagnari. (7) linzù.
(a) i bù. (e) pìgoer. (lo)ftisù. (ii)tabfir. (is) bisàe. (I8)casstf. (i^) car.
(i«) dènt.
DIALCTTl EmUAill. 39 K
Quant In sarà d' nu ch^ livaràa la scoria
A i mattar con el brèiz e con el spali ,
Es n' i valrà più che niasùn se sforza.
L' è mo andà per nu egr Occh al ball ,
Al busogna de quest avèir pazienzia,
eh' al n'accàd qui a saverla a pia (i), e a cavai.
A scn mo nad qui sotta a sV infulzienzia (s)
Al n' uccór mo a dir qui barba a la zeja (s) ,
Che rè sta questa troppa alta sentenzia.
Al sangv dì luoz! (4) che Tè una brutta veja! (tf)
Cosa vUv più eh' a famen mo què d' fora ?
Az' andarèin a arpónder In V V arveja ,
Za eh' voi acsi fortuna traditora.
(1) pi. (s) influenza, (s) zéa. (4) tuz. (s) vi. Si noti che la parola véja è
romagnola.
1700. Il più distinto scrittore bolognese di quest'epoca si è,
come accennammo^ il rinomato Lotto Lotti, autore dì varii gra-
ziosi poemetti. Noi quindi non potevamo esitare nella scelta ^ e
porgiamo ai nostri lettori il secondo Canto del celebre poemetto
scritto per la liberazione di Fienna dall'assedio dei Turchi^
come quello^ che meglio svolge T artificiale macchinismo del-
l'intero poema, e dà bastévole idea della maestrìa dell' autore.
ARGUMENT.
M Diàul che sente gVartlarìe ruzlur,
A 8* fa alla fnestra^ es 9ed i Ture arma;
Macumèt al so die lu fa damar ,
Per savèr cos* è mài sta nwilà.
MacumH in cunséi la vói cantar,
Es va a prigul éTwèr del staffila;
Mo perchè in fin al trova un invenziòn ,
Aie fatt un regàl dal re Plutòn.
As sioteva prufrir per tutl i là
Dal tambór di Todìsch brod e pancòtl ,
Es i fleva al subiòl la maitinà ;
Al granava al fumar tutta la nott
Per mettr alFordn al sbàtter di sulda,
Ch' cun^ìst in ticr , cbersènt , ruzl e pagnòtt ;
As sinteva zappar 1 minadùr ,
E rarchbusiér cunziiva gP armadùr.
326 PARTE SECONDA.
Al campanàr suniiva la slremìda.
E i buò tiràvan fora Tartlarìe,
Al mess andava in volta con la criila
Ch' clamava I fant e la cavallarìe ,
Es bsgnava andar senza clamar afTìda ,
E pàdr e duo e Stvanin , barba e fradìe ;
Insomma V era un strèpit , V era un class ,
Gh^ da un co alP alter dal mond s^ slntè al fracàss.
Glust cmod a s^ seni d' in ciel qui lò da nù,
Gm^ al vien un qualcb scruènl, tirar al tron ,
Acsì sia vèraia quand la /ù slntu
In t* al zéntar dia terra da Plutòn ,
Al sii un poc inurchi qual beco cornù ,
PÒ miss la testa fora dal fnestròn ,
E quand al vist al pòpol d* Macumet ,
Dair algrezza ai scapò per dsotta un pel.
Mò questa fu una sloffa csì putént ,
Ch' la fi stuppàr al nàs a qui puvrìt
In sinlirs azuntàr dùia al turroént;
E a Belzebù, ch^ I aveva al nàs Indril,
A si vultò Plutòn , e in r un mnmént
A i diss, eh' al prefundàss In zò pr^ al drit
A Clamar Macumèt, cb^ in balatròn
Dal filatùi di Turch volta al rudòn.
Appena al P ev' inlés , eh' al mostf urrènd
S** lassò andar a co fitt In V al prcfònd ;
E s' i diss: Macumèt, lassa ^1 facènd ,
Vien da Plutòn , fa prest, tuot qui d' infond.
Al sii un poc incanta tra lù dscurènd ,
Pinsànd s^ V aveva da turnàr al mond ;
E pò arnunziò la roda a un luterà n ,
E a vgnir sii Belzebù I deva la man.
MÒ al pòver Macumct a n' fieva pass
Ch^ an^ maldiss con al scal anch i piruò;
As i attaccava ai pie di magaràss
E di scrpicnt , ch^ a flevn dir taruò ;
E ben e spess al fèn^ turnàr a bass ;
Mò quand al DiànI dis eh' a n* è di suo ,
E eh' al passa per cmand dal re Plutòn ,
Ij fan larg perch' V è Torden dal patron.
Quand voi al Diàul , Infln V arriva dcò ,
E prima d' lassàrs vedr al re dr infèrn ,
As* meli i ucciài e s' pètna ben k co.
Al zicla , es e in V al fuog, es n' e d' invèrn ,
DIALETTI r.MILIAM. MI
Per pora eh' V ha ch^ a n' sie alla pena so
Azuntà dal daffar in sempKèrn ;
Mò per purtarla vie con dsinvoUura,
Al s' inzegoa d' star sod in positura.
Plutòn i dà dMuntan un' ucciadina ,
Pò i segna con al sètter eh' al s'accosta;
L' avanza i pass, mò con la testa china
Es na s' attenta a Gir la fazza tosta ;
In fln a i va dininz , e pò s' inchina ,
Pinsànd d' avèm* aver una battosta ;
MÒ quand al ved eh' Plutòn vieu vie mulsìn ,
Al fa la bocca d' ridr, es tra un risìn.
Allora al Diaul i dis : A vrè savér
Per eh' la to setta è fuora In camp arma ;
r è da far ben, di' su ; mò dim al ver,
S* ha d' alluzar di' i anma purassa?
L'arspònd al die di Turch: Mò n'èl al dver
Ch' mi la dscorra cum Vostra Maestà
Cun rè? mò am par eh' al sippa nezessari
Ch' oda i cunsiér e I suo referendari.
L' arspònd Plutòn : Adèss ai fo éiamàr.
E ménter eh' dal Cunsèi s' avr' al salòn ,
A far vgniri al spidìss un cavallàr ;
Quest vola per eia stra eh' a s' va al sfondriòn ,
Dov i tiènin la carta e al calaroàr ;
Es i trova cb' i tiènin concluslòn ;
Al la dfend in s' la cattedra Calvin
Tutt arrabià centra Lutèr Martin.
Mò r Deità , eh' assisto' ai argumiènt
E eh' decìden sigònd la so dutrina ,
Quand 1 sènten quàl mess, eh' fuora di dient
I dis, ch* i làssn' andar da grand' arvlna,
E eh' i córn' al salòn di cunsiamiènt
D'órden drillùster Maiestà Diaulina,
Chi tra vie la cariega e chi al scranin ,
Chi dis quattr' in vulgàr, e chi in latin.
I van a veder s' i alter s' hin ardùtt
In bravarle pr andar vers al Cunsèi,
E s' i tròven eh' hin giust insèm li tutt
Ch* i slan asptandl, es fan di maravèi
Per eh' 1 han péra eh' n' 1 sie quàich cosa d' bruti
Vdend alzirìr con i turmiént a l' vei ;
E csi chcrdènd d' intrar in d' imbaràzz ,
Pinsandi séra i van fina a Palàzz.
598 PARTE SECONDA.
AI bisbl] t Tarmòr èran sì grand,
eh' era li in t^ al luzòn e per la scala ,
Dov mett al scaicb con al basiòn da cmand
La zent in rega eh' a Plutòn fa àia ,
Ch' Pera una cosa d"* andar vie biailmànd :
Mò s' ni i lio mo da dir e quanta e qnila
Era la lent eh' va inànz al trentapara ,
An' so s' arò la vena o (orbda o dira.
Musa, n'm'abbandunar, slam' a gallón ,
E vola al cardinzòn dai instrumiént ,
E dstacca con la cloora al callsón ,
A quella fai la punta , eh' senta stiént
A psan sunar d' accòrd ; e in conclusión
Ajùtni' a dir del pòpol dai lamiénl
La maniera e al curtèzz cb^ I' adrova quand
S* fa in Ila gran sala al rezimént più grand.
I prim andar inanz èrn'i trumbitta,
E r tromb érin furmi con di znccón ,
eh' nassn là int' al zardin dia zent afflitta ;
Al guardi bln i sigànd, cV portn* i spuntóo ,
E spid e spad e la lamharda dritta,
Per tgnlr indrie la zent , eh' corr a vajón ;
Es han una livrè fatta In s' al tlar
Urdi d* lusèrt, e tsà d'ranuòd amar.
A quisti al seguitava al bariseli
Con I sbirr, e al canzlièr eh' guarda la piazza ,
MÒ perch' za V hav dal pist da quest e quell
Al saluta la zent , es a n' strapazza ,
Es porta sempr* in man al so eapèll ;
L' ha in t' 1 oò qiiàl cassar eh' sempr' arvina miiàzia ;
L' ha in somma In ment la botta dal zucchèt .
Es 8' arcorda al nigozi dal lucchèt.
La quarta ruga hin tutt i stafflèr
Con la livrè dia Cort d'un passaman,
Ch' è d' penna d' anghiròn e d' tparavièr ;
Al fond, è un cert drughèl d' lana d' quàl fan
Ch' sta alla porla d' quel luòg con tre! vislèr ;
Dop' a clòr al vien un eh' ha dritt in man
DI' adanna Pnplazìn al Cunfalòn ,
Con Tarma dplnta, o sie al furca d' Plutòn.
Qui vien con al cnlèz tutt i dutùr .
I pràtich con i rolédg e i avocàt ,
E 1 nudir con i suo procuradùr ;
I sustitùt; rhe n'in mo tant ingrat.
DlALCm BUILIA^I. 510
Dan la min dritta ai ralliiitadùr;
Dri a quj la nobiltà eoo al senat
Vien con ponpa , e dop tor qaj ch^ fan dal mal ,
Idest , al zniè, e la aeni dal crlmlnaL
Vù cb' sinti qnd eh' a dig , s'a psiasl vder
r abitìn e gP osanz d' qnil bel paiét ,
Cert dlrissi ch^ 1 fan al so dover ,
B eh' i han dia bòrU d*drì , e eh' i fan di tpet;
Là i sari n' roben , es diseo sempr al ver ;
E a trovar a gr oaanz an** I è Franait
Ch' I possa tor la man ; né carasUè
t in r agr ùrèe al oiang , e al searp ai pie.
Chi indòss porta una vesta d' tela d' r&gn ;
Chi è vstì con una seona d' un serpènt;
Chi ha una scuffia dia peli d' un barbaiagn ;
Chi d' vipr ha la pirocca , e chi ha in s' al ment
Una barba eh' s' rad sol con piomb e stagn ;
Chi porta r àbit dal più strett parènt ;
Chi d^ un' ors porta indòss la bratta peli ;
E chi s' cniòv con dii ali d' palpistrell.
Chi ha la giubba arcami d' blas e d' searpiùn ;
Chi ha in s* la testa per bretta un basalìse ,
E puoc I n' è eh' a n' porto In s' i libón
D' qui brutt usiè eh' a n' s' ponn ciap&r al visc ;
Dal rest i n' ùsan né calsèit, ne schfun ,
E stan con al dnzàl acsì in s' 1 friso.
Mò am perd int' al i usanz « es an' m' areòrd
O* andar innana con quj eh' a sèn d* aceòrd.
Qui dop al mèster d' Càmar Rabuìn
Al vien dil caus aijùdiz Radamant,
E Macumèt s' i è za acusta da vsin ,
Cb' al va infurmànd dia mossa d' qui furiant ;
Un diàul rumagnòl , eh' tien al bertìn
Dal patron, va cridànd: 7Vaiì da cani
Da ^jw pieolt eh* l*è qui el no9i paltò
Ch* a»' iultinè$t Itili quent el $ò saio.
Veramènt al cridava con rasòn ,
Ch' is' tulissen dinanz alla sfangàia ,
Perch' al re n' inspurcats qual bel rubòn
Ch' fu cusi con dal sedei d'una tròia;
L'aveva in man al sètter, ch^ è un bastòn
Ch' pareva ai mattarèl da fir la spula ;
Mò per compir la cosa, l'ha In s'Ia gnucca
D* blM anzi fati a rizz una pirncca.
330 PARTE SECONDA.
I avèvn''za dà alla polvr ai archibanc,
E la sedia d' Plulòn miss a so luog,
Ch' i prim èri) arriva a pussàr al flànc ,
E in aspttarl al pare d' essr In V al fuog;
Tant i fieva dvintàr la granda mane ,
Perch^ r era tard , es era air ordn al cuog ;
Mò oiènter eh' is' lamcntn, a s^ od la piva
E i curnit , eh' bin al segn eh' l' è lù di'* arriva.
Apenna eh' V è arriva dia sala in s' V uss ,
Is* lièven tutt In pie con un fracàss ,
Ch' chi li udìss sulamènt , e lì n' i fuss ,
Al dire, eh' r è un* asnar con di asn un squass ;
I chìnin tuU la testa , es viènin russ.
Fin tant eh' al sled in s' la cariega d* ass ;
E quand la porta al purtinar ha srà ,
Ch' i s'metn a seder sùbit ai ha zgoa.
E tutt s^hin là sburga ch'ai cmenz a dir:
I mie fluò , a i è un gran strèplt su in s' la terra ,
Ch' vuol cavar da qualcun crid e suspìr ;
Macumèt lù v' dirà cos' è sta guerra ;
E sol per quest ai bó éiamà i cunsijr ,
E tutt vù àltr eh' si qui , dove s' asserra
I secret e i fatt mie, eh' in decretar
Sol al vóstar parer vui adruvàr.
E chi savrà truvàr un miór partì
Cir sippa per appurtar utl' al nost rcgn ,
Subitamènt la pena i frò alziri ,
si che al bisogna eh' aguzza l' inzègn.
E quand sta filastrocca Tha finì,
As volta a Macumèt con fari segn,
Ch' al cmenza mò a cuntàr zò alla sfila
Cos' è sti arm , cos' è st' vlupp , cos' è sti età.
Macumèt bassa i oò , livànds in pie ,
E attórn attórn al fa la riverenza;
PÒ cmenza vers Plutòn : Za eh' vusgnuriè
Voi savèr quel eh' V ha vist in apparenza ,
Mi i dirò l'esscnziàl , perchè cui zniè
In tutt i suo intirèss a n' fan d' mi senza ,
S' ben sta volta eh' in fora am maravèl ,
Perch' an' jè sta dal tutt al mi cunsèi.
Al srà un mes , eh' al muftì dalla mescbitta
Una littra m' spldi zò in balatròn ,
E con premura granda al l' bave scritta
Digànd con fundamènt la nò rasòn ;
DIALETn EMILIANI. 351
E per n^ la far d^ caprili , e fatta e ditta ,
Al zercàva d' sintlr la mie opinion :
Mò al tenór a dirò sol lò alla dstesa
Perchè da tult la sippa mij intesa.
Donca al scrive , eh* i Turch vièvan purtar
La guerra a Uupòld impiratòr ,
E eh' 1 vièvan la pàs con lù guastar ;
Ho per quànt pare a lù eh* i èrn in erròr ,
Per eh' i s* èrn* attacca sema pinsèr
In s' una bava d* ragn , eh' un gran dsunòr
I pseva parlurìr in fin dal latt,
E eh* al cgnusseva eh** 1 èrin da In t* al matt
E eh* pertiint 1 l' avévn* Interuga,
Cmod è al sòltt, s* i arèn avù vittoria ,
MÒ per eh* al vdeva eh* 1* iera mal pinsa ,
L' arspós eh* an* f psè dir nijol a mimorla ,
Fin eh' an* ave in insunni a mi parla ;
E eh* lù zercàva , per finir 1* istoria ,
Da mi eumpéns, s'al s*avè fora d*ascóndr,
0 al fin di fin cosa Tavè d*arspòndr.
Mi eh* a m' pars un gran che a rompr una pas ,
Quand ai av lièt la littra a m* incantò ,
Cosa eh' a tutt fare affilar al nas.
E CSI al muftì , eh* durmeva mi , vulò
Con eia putenza eh' a n* è fatta a càs ,
Mò eh* fra I turmiènt sa vusgnorlè m' duuò ;
E dop eh' ai aV uni *l fantàsm a lett ,
Ai cminzò a dir quel eh* am sinteva al pett.
Ai diss : Muftì , la pas è un oert ligam
Ch* n* è fatt né d* ref , né d* seda , ne d* bavella ,
S* ben 1* è fazii d* lassars più ch* a n' fa al stàm
In st* pòpol ch* voi anco muniar in selki ;
Però , muftì , la pas ti sa s* al* am
Quant a fieva in guazzèt la curadella;
Arspondl pur , cm' 1 emenzn andar de st' pass,
Ch' i vgnaràn ali* inzò tutt in scunquass.
Macumct tutt calòr, tutt in facenda
Vleva dir alter eoss , mò Radamànt
Salta su in mezz con una vos tremenda ,
Es dis : Vostra Maestà supporta tant ?
An* i è za quj ch* ascolta ch* a n* cumprenda ,
Quànt Macnmèt sippa dvinta furiant, •
An* voi eh' s* rompa la pas, ne ch* s* catta brig ;
E pur senza la pas 1* è in ca dal nuiig.
553 PARTE SECONDA.
S' i Ture in guerra a n' cuija su al malànn ,
S' in' viènin abitar qui zò da dù ,
Quesr è ceri eh' Macumèt è al nòster dann ,
Per ch'ai cunsiò all'arversa al turlurù:
E pur sM andàsscD soli a Vienna st'ann ,
I vgnarèn pur qui a dir ; la diss , la fu ;
Perchè là cV alter popi ha una ceri forza,
Ch' anch del volt con i sign nù alter sforza.
A està bsogna duoàri un tientamènt
Ch^ l' impara d'adruvàrs per nòster cont ,
Perchè lù sol pò far con la so zen t
Guadagnar di quatrìn al pass d' Carònt ;
Gran Sgnor , pinsai pur ben , e tgnìvi a ment ,
Per eh' r a n^ è cosa da mandar a mont ;
Anz che s' adèss da vù n* fuss castiga ,
La passare in abùs in verifa.
Macumèt cmlnzò arspóndr, es dava bel
A tor la man a eP alter, mò in scalmana
Al salta sii Plutòn: Mò eos^è quell?
Siv fors dvinta duo scartassìn da lana ?
Dsmiltì un pò d' litigar , e a n' fa fiazèll ,
Per eh' mi la cosa intènd cun l'è alla plana;
E s' Macumèt sta volta ha fatt un fall ,
L' ara per l>enemèrlt un cavali.
Za hin fora, e per nò l'è squas sicura ,
eh* as' mandaràn di spirt eh' sann al fatt so
A cazzar in scunquàss l'architettura
Ch'tra l'un e l'alter popi a s' preparò.
Macumèt salta su digànd : L' è dura
Da rusgir; quànt al mod, mi n' v'insgnarò.
Mò s'a vii eh' a via diga emod s' pò far,
La cosa dal cavali va lassa andiir.
Squizimbraga, un duttòr ch'in t'un cantòn
Stieva infustì e incanta a sintìr al tutt ,
Al munto dritt in pie su in s' al balcòn ,
E per mustrìir eh' fra i altr al n' i era mutt ,
Sgnori (al dis), Macumèt è un cert inzgnòn
eh' sa egnósser la panzetta dal persùtt;
Però s'a fuss In vù ai perdunarè,
E al so pinsièr vluntiera a sintirè.
Da gusl a Squizimbraga , diss al re ,
E sten a udir qualeh' altra bstialita ,
Cun st' patt però, eh' s' al parli bon a n' è
S' tramuda quel caviiil in bastonii.
DIALETTI EMILIANI. 555
Am cuntènt, am cuntènt, mò si alla fé;
Dis Macumèt; e s' vostra Uaestà
Vrà applicar a tutt quel ch'a io In la testa,
Sicuramènt per Uè s' farà la festa.
Perchè da tutt al dscors fu assà gradi ,
Ai fu dà facuHà ch'ai dsiss pur su;
E per sbrigarla al cminzò a dir acsi :
A i è tra gi Impiriàl un tal ch'a nù
Porta assà devoziòn^ es è al Teklì;
Ai n'è un alter eh' è poc ch'a 1' ho cgnossù,
eh' a m' porta grand affèt , es è al Budiàn
Ch' per serviz quest' è al brazz, l'àltr' è la man.
A cstòr cazzai intòrn un diàul pr on
Ch' i smanezza cmod s' fa un Pulicinelia,
Ch' a vdrì s' as' impirà al mi sfondriòn ;
E fa eh' i siè duna un pò d' gabanella,
Ch' a vdrì pò s' T è cattiva la rasòn ;
Fa in mod e ch'I' un e l'àltr ai suo s'arbella,
Ch' i sran la vera causa eh' populà
Srà qui l'eterna stanza di danna.
Con i Csliàn za an' iè dsegn, perch' la so fed
1 fa andar all' Insù ; mò a so sicùr,
Ch' i nostr in guerra n's' cavaràn la sed,
Es armagnràn al fin di Un al bur,
Perch' an s' dà esempi eh' sie tira alla red
CI' alter pòpol, cm' a Iè ch'arbàtt al mur
Con i calz air indriè , eh' !' è glust allora
Ch* al gran Die eh' z' fa trmàr I aiuta agnora.
Al dis ben , al dis ben , tutt a una vos
Crida al Cunsèi ; e al re sùbit dà ordn
A Radamànt ch'ai vola là d'ascòs,
E per métter dal camp tutt In disòrdn,
eh' al tuoga sleg un diàul presintós
Con un cumpagn, ch'I vaghn, e ch'in s'al dscordn,
eh' lù incanta insomma gì' àrm In t' I cunflìlt,
E eh' i alter s' cazn' In corp ai duo za diti.
E a Macumèt per prèmi fu dona
Un furcà antìg antìg eh' fu za d'PIutòn.
Quànd d' Prusèrpina V iera innamurà ,
Per fàrs in scrann da sedr in balatròn;
Csi qui fumi al cunsèi , e zò alla dsprà
Cors i diàul a so luòg; mò l'upiniòn
Perche la cres in mi d' furnìr st' puemma ,
La voi eh' am' posa un poc pr andar con flemma.
534 PARTE SCCO.NDA.
4 750. Fiorivano sulla metà del passato sècolo le tanto cele-
brate sorelle Maddalena e Teresa Manfredi, che precìpuamente
cooperarono all' illustrazione del nativo dialetto. La loro tradu-
zione del libro napoletano Cuìito de li Cunti è meglio atta di
qualunque altra produzione a somministrare un' idea precisa della
natura della lingua bolognese d' un sècolo fa , essendo scritta in
prosa. Per mala sorte le Novelle ivi racchiuse sono alquanto
insipide^ e non hanno altro scopo, dopo quello di ingannare la
noja delle lunghe sere invernali ; noi perciò ne abbiamo scelto
quella che ci parve meno stucchévole , come saggio di lingua ;
e poiché la pùbblica opinione suole comunemente attriljuirc alle
stesse Manfredi la graziosa e rinomata Canzone per ahhrucctare
la vecchia a nwzza quaresima, abbiamo giudicato opportuno
inserirla in questo luogo come saggio della letteratura popolare
di quel tempo.
La Fola dia Fiala.
Ai era una volta un om eh' aveva trci fioU, e lù aveva noni ColaAgiièl;
i nom di fioii èrn quistl: Rosa, Carotala e Viola. La Viola era la più pznina;
niò r era osi slrampalamènt bella, ch^ V zenl s* nMnnamoràvn sol a vderla.
Fra i àltr, eli' cascàvn mort d' amor pr Ij, ai era Zullòn, eh' era al fio!
dal re, al (|uàl era in pè d'ammallìr. Qucst, agn volta eh'ài passava dnànz
alPuss d'sti ragazzi, al s' fermava in Ila slrà a diri evcll, perchè al la
vdeva ii in V T àndil con gli àltr sòu sorèl ch'lavuràvo lì zo Teslàd ; e
CSI donca agn volta al dseva: «Bondi, bondì, Viola»; e Ij i arspondeva :
(« Bondi , fiol dal re d' sta zitta , a in so più d' tj purassà *». A quegP altr
suròll mò ai dspiaseva , es i dsèvn: « Oh t' jè pur pò la gran zufTona mal
crea , nù z' maravjèn : ti t' vù eh' al prènzip s' la liga al nàs , e eh' al
z' daga al malàn f\ Mò la Viola n' 1 badava , es tirava innanz al fatt so.
Cosa fin lor quand 1* visin eh' la (ava gP ureo iV mercadiÌDt ? gf andòii
a dir a so pàdr: « Oh pa, T ha d' saver eh' la Viola è taut sfazza e rubc-
sta , eh' r arspònd sèmper con un argùi al prènzip , em' ai dis evcll , eh'
gnane s' al fuss so fradèll , nù n* z' aspètn àltr, s' n' eh' un dì i scappa la
pazìnzia, e eh* às metta a tar di pladùr, e eh' a buseàmn' anca nù 'oh' n*
n' avèn colpa d' ngotta ». Su pàdr, eh' era un om d'gran judizi.. pr cavarla
d*in eà, al la miss con una so zè, eh' ave noni Cucca Panella, es i dìs ..
eh' d' grazia la tulèss sta ragazza , eh' la i are lavurà pr Ij , e eh' la i fis
mò st* servizi. Al prènzip mò, eh' seguitava a passar pr da strà , o eh' i\>
vdeva più la Viola ^ al fi di coss di' àttr niond , e tànt andò dmundànd :ìì
vsin , e eercànd d' Ij , eh' ai fu pò dit dov la stèva , e in cà d' chi 1' era
DIALETTI EMILIANI. 35tt
capita. Quànd al sav sta cosa, Pandò a truvar sta veccia, es i diss: « Ma-
donna, za a savi chi a soq, quest basta perchè Intiodàdi eh' s' am* fari
servizi , biada vù , an v*inaiicara mal più ngotta "• La Cucca Panella arspòs:
M Mò pur ch^ a sìppa bona, ch^ al cmanda pur ". Al prènzip dìss: « Mò mi
n^ vui altr da vù, s' n^ch'am lassàdi vder vostra nezza, ch'ai vui parlarvi.
M Mò mi (Ij soggiùns) pr servìrl al pinsarò ; mò eh' T intenda ben^lustrìssm,
eh' an' vui eh' la ragazza s'accorta eh' ai tign d'màn a lù, perchè an n'ho
bisògn eh' vaga fora sta ciàcciara, ch'ai l'ho lassa vder, si ben eh' a so
eh' la n' voi àltr eh' parlari : ch'ai fazza donca est, eh' al vaga zò qui In
sta stanziola eh' guarda in t' l'ort, e mi plarò scusa con la Viola d' vier
cvell , eh' sj li zò, es i la mandare. Quand al prènzip sinti la nova, an' fu
ne mut né sord, al s'andò camminànd a star li zò. La veccia piò scusa
eh' l' ave bsogn dal pass pr msuràr dia tela, es diss alla tosa : u Cara ti.
Viola, (am servizi d'andar zò a tor al pass, eh' a vui eh' a msuràmn sta
tela ». Sùbit la Viola eòurs zò in tla stanzia : quand la fu li, l'ha vist l'a-
mìgh zrisa , eh' i eminzò a far curtisj ; mò Ij sguilò vj cm' una luserta ,
es t' al piantò li tutt arrabi. Quand la veccia l'ha vist tumàrsùcsi presi
con al pass, la s'immazlnò eh' al n'aviss avù temp d' parlari , es turno a
dir : «Oh Viulina, a vré eh' t' turnàss zò, e eh' t* m* portass quài gmissèl
d' rev griz eh' è in s'àl tulir >). La Viola turno zò, la tois al rev, es turno
a piantar al prènzip. Qui la veccia s'arrabbiava a vderla turnar su acsi
prest, eh' la capeva eh' quàl sgnor ni pseva parlar. La turno a mandar
zò la Viola una bona volta, dsendl : « Mò, flola mi , mi am'dspiàs d'man-
dart tànt inànz e indrj , mò sti diàul d' sti zesùr n' tajin brisa ; mi vrè
quelli eh' in zò sotta al sdàz ; cara ti , famm anc st' servizi , prchè mi n'
poss (ar a mane n. La Viola andò zò , e d' beli nov al prènzip av' la terza
ripulsa. Quand la ragazza fu su, sùbit la lajò con l' zesùr un pzòl d'urec-
cia alla veccia digàndi : u Tuli , ziina , d' vostra fadiga, eh' am' avj manda
tant volt zò da quàl sgnor , quest' è in scambi d' sinsalàri , perchè ago
fadiga merita premi ; anzi eh' V are bsogna eh' av aviss anc taja al nas ;
mò an' senti rissi piò la gran puzza eh' mena i vostr vizi: oh questi hln
vcen da cunsignari di zovn ! mò sta mò a vder s' am la cui '». Es andò
a ca d' so padr, e la veccia armàs con un' ureceia smuzgà. Al prènzip era
arrabbia com' un Ture, perchè la cosa era andà mal. Quand la ragazza fu
a ca, la turno a lavrar In t' la loza; e lù puntual turno a dar 1' volt eoo
la sòlita cantilèna: «< Bondi , bendi , Viola »*; e Ij con ci' altra : u Bendi y
fiòl dal re d' sta zitta , a in so più d' ti purassà ". L' sòu surèll battèvn
fug, chMa i pare tànt la gran mattiria, es s'accurdòn insèm d' far in
mod eh' la s' I dsicavàss d' tra I pj. Sti donn avèvn una fnestra eh' guar-
dava in t' un ort d' 1' om salvàdg ; cessa finn lor ? L' s' lassòn cascar a
posta no maratèl d'eurdonzin che gli adruvàvn da perfilàr un^ttanlèr
alla rg Ina. Cmod a dig , st fagòt d' perfil fu tratt zò a posta dia fnestra,
la qual era d'una gran altezza pr arrivar zò all'ori. L'scminzòn pò a far
2»
356 PARTE SECO'^DA.
Tlsta d'essr tutt dsprà , es cminzòn a dir: « Ob povretU nù; mò cmod
(arèmia eh' az è casca st' curdòn , es n' prén finir a temp al pettanlèr dia
rgina, eh' bsò eh' la l'ava pr dman d' sira? Al voi bagaar eh' la Viola ,
eh' è la più alzira d' nù, s' lassa mandar zò con una curdslna, eh' nù la
tgnarèn soda, e IJ tura ài curdòn». La Viola, ch'l'vdeva esi aceuri, s'i
accumdò sùbit, e lor i ligòn una corda a travèrs, es la mandòn zò dia
fnestra, e pò quand la fu zò, 1 lassòn la corda, e Ij armàs li senza psèir
più turnàr a cà. In t' Tistéss temp eh' la tosa armàs li, V om salvàdg
vign fora dal purlòn di' ort pr piar un pò d' frese. St' om ave pres dal
vent e dl'ùmid, es fi tànt al dsprpustà fiat, eh' an s'udirà mai più una
cosa si tremenda. La Viola tri tànt al gran trffllolt, eh' la zigò dal spavèot.
«Oh pà, ai ho póra ". L' om salvàdg, eh' slnti st' zigh , s' vultò , es vist
eh' r aveva li dedrì una bella zuvnetta ; al s'arcurdò eh' l' aveva sintù dir
quànd l'era piznìn, ch'ai è di cavalli In t' un lug , eh's'imprègnin con
al vent; al li i so cunt, eh' s' l'andava pr vj d' vent, ai n' aveva iù lati
un allora aesì tee , eh' al dseva èsser sia quell eh' aveva imprgnà quàl-
eh' albr, e ch^ d' li I dseva éssr ussì sta bella tosa. Pinsànd eh' sta cosa
la fuss vera, al pres a vier ben, cmod s* la fuss sta so fiòla; al Tabbrazò,
dsendi : « Oh flòla roj, eh' t' i ussi dal roj fià, chi arév mài critt , eh' da
quel i aviss a nàssr si beli mustazzin ". Al la dì pò in eunsegna a trèi
fad eh' stèvn in t' l' islcssa cà , con ordn d'allivàrla e d' fàm cont. Inlikit
mò al prènzip, eh' a u' vdeva più la Viola , e eh' n' in saveva più né in
rega né In spazi, Tav a murir d'afiàn; lù n' pseva più magnar un bcòn;
al dvintò zall ; 1 o^ s' i èm' incava in t'ia testa; i làbr èm vgnù biànc ;
e insomma Pera un'ancroja. Qui al cmlnzò a prumctr di manz a chi i
aviss savù insgnàr dov' era la Viola, e tanl andò dri zcrcànd e dmandànd
eh' in fin al sàv eh' r era in cà dr om salvàdg. Sùbit eli' al sinti sta cosa,
al le mandò a clamar, es i diss : et Mi so eh' avj tànt al beli urtstn, e mi
8on qui ammala mort cmod a vdi, eh' la n' è cosa ch^ av daga ad intèn-
der; ora mi vrè vgnir a dseredrm un poe In st'ort, e star io cà vostra
sol un di e una nolt; mi am' basta ch'am' dadi una stanziola pr eia nott,
sippla mò d' eh' fàtU la s' vuja, e nò àltr; mi n'en vui dar fastidi. L'om
salvàdg era imbrujà , prchè al re za era al patron ,^'e qui s' al dseva
d' no a so fiòi, l'ave |:òra eh' n' i nassiss dal mài ; basta, lù pres al parti
d'esser curtès , es i diss, eh' s' an bastava una stanzia, eh' al Tdaré tulli,
e eh* magàra, e tult sti cos. Al prènzip al ringraziò , e el* istcssa sire al fi
purtàr lai su linzù e i eussin,es andò là a durmìr.Cla stanzia ch'i fu assgnà
era mò just d' bona fortuna a mar a quella di' om salvàdg, ài quàl steva
a durmir con la Viola in t'un istèss lett, perchè al feva.eoot eh' la fus»
so fiòla. Quand fu ammurtà la lum, al prènzip s' livò pian pian , es andò
li d' là dall' om salvàdg , perchè l' era averi l'uss, eh' V era un cald ch'se
sdiopàva ; al prènzip andò a tastùn dia banda dov [l' aveva slntù la sira
la vos dia Viola , es l di du pzigùt , mò dia àiavctla ; Ij s' dsdò , es pinsò
DIALETTI BAILIANI, 337
eh' r fussn pulz; U scusso Tom salv&dg dsdàodel pr dari sta nova e pr
diri : «Oh nnoÌD, nunin, l' gran pula , an' I poss durar ». L'om aalvadg
la fi andar In t' un altr leti, ch^ era in eia mdésma staniia. Da ìì'jbl un altr
poc al prènzip turno, es andò al lett dia Viola (eh* T aveva sintù eh' l'era
andada pr Ij ) es i turno a dar di pzigùt; e Ij turno a cridàr cmod V ave
fait alla prima. L'om salvàdg i fi barattar al tamaràzz, e pò da li a un
poc i Unzù^ e pò 1' banchèt, perchè al prènzip andava pslgànd , e lj*zi-
gànd, e Tom salvàdg crdeva ch'i fussn I linzù o i tamaràzz eh' fussn
avlà in t'I puls, e est passò tutta eia not, ch'i n' sronn mal un oò, Sùbit
eh' fu di, al prènzip s' miss a spasszar pr l'ori; la Viola anca IJ s' era livà
a bunora , es era li in s* al purtòn di' ort a duvanar. Sùbit eh' al prènzip
i' ha vist, la fu za la sòlita fola dal « fiondi , bondì , Viola " « e IJ diss
ci* altra: « Bondì , fiòl dal re d' sta zitta , a in so più d' ti purassan , e
ai prènzip soggiùns: uOh ninìn, ninìn , 'I gran puls, an' i poss durar ».
U Viola, eh' r intès che gì' èrn l'istèss paròl eh' 1' ave ditt IJ la nott , la
dvintò rossa cm'è l'bras dia rabbia, perchè al prènzip i l'ave fatta star
e eh' I' ave fati lù da pulsa : la diss in cor so : Liissa pur far a mi , at' la
vui ben sunar ve. L' andò su dal fad a cuntari sta cosa ; l' fad arspòsn :
« Eh pian pur, s' lu v' n' ha fat una a vù, al bsò eh' al in famn mò a lù
una più plenta : vù n' avi da far altr eh' dir all' om salvàdg , eh' a vii
un par d' planèl tult pìnn d' campanin ; e pò quand al i avj, savazal'dir,
e n' sta a zereàr àllr , ch'at al farèn ben nun armàgnc eurt. La Viola sù-
bit dmandòsti pianèl all'om salvàdg, e lù j'I pagò. Quand fu slraal prènzip
turno a ca so: al diss sol alPom salvàdg eh' s' al s' cuntintava, al srè vgnù
di dop dsnàr a spassziir pr al so ort. Quand l'fad e la Viola savn eh' l'era
anda a ea , l' tolsn su d' rundella tutt quàttr , es andòn al paiaz , e pò
s'arpiatlòn in tla stanza dov propri al durmeva. Sùbit eh' al prènzip fu
anda a lett, e eh' l' av pres un poe al sonn, l' fad cminzòn a sbattr l'màn
insèm e a far di zigh , e la Viola sbatteva I pj scussiind tutt qui campanin,
ch'ai prènzip av una pòra da Inspirtar , es eminzò a zlgar : « Oh sgnora
màdr, eh' la m^ ajuta »; lor stavn esi qoedl un poc, e pò turnavn a far
ristèss armòr quand agn'eosa era quiet; V finn esi dòu o trèl volt, e pò
s^la finn a gamb, e nssun l' vist pr amor dia virtù ch'aveva in lor l' fid.
Al prènzip pò la mattina cunlò eh' l'aveva avù una gran póra ; ij finn
sòbit far la so urina , es i dinn tri guzzìn d' vin. Quand al fu Uva , mò
bona, an'stì gnànc asptàr dop al dsnar, eh' l'andò In ti' ort dl'om salvàdg,
perchè lù u' pseva star lunlàn dalla Viola. Al l'ha vist, e za cmod av
psj imazinar, al diss la fola eterna d' nasminstecc dal u fiondi , bondì ,
Viola a»; e IJ : a fiondi , fiòl dal re d' sta zitta , a In so più d'ti purassa*';
e lù: ttOh ninìn, ninin, l'gran puls, an' i poss duriir » ; e IJ: «Oh sgnora
madr, sgnora madr, eh' la m' ajuta». Quand al prènzip sintì sta tanja ,
al capi al trionfa es diss : m Ah Un' l'ha fata ; at' ced , e cgnoss eh' t' in
sa più d'mì , e pr sta rasòn al' vui pr mujér ». Al fi clamar Tom salvàdg
.1-
SS8
PARTB SECO.^DA.
es i la dmandò; là i arspós, eh' al Tare fatt savèr a so padr, perchè just
eia mattina l'ave savù d' chi V era fiòla , es s'era pò clan ch'an'era brlsa
sta qoàl vent eh' lù ave tràtt, eh' Taviss fatta nàssr li allora; e csi dooca
al mandò a tor st' padr dia ragazza ; lù an n'è d' cuntir s' V ave a car d'
ISr un parlntà sì (att. Al prènzip la spusò , es finn la festa d' balU Larga
la foja , stretta la vi ; dsi niò la vostra , eh' ai ho ditt la mj.
Canzòn per brusar la freccia a mezza Quarèisma,
Vuì dal cent quarantadìs,
Quand al Guèrn di Bulgnis
Era d' varia sort ad zent.
Anca al donn al vins in ment
D' vièlr cmandàr e dar cunsij ;
£1 cmlnzòn a mnair al bsìj ,
Massm el veccl cattaròusl
Più'ch'en fava II zòuvn spòusl.
Trenta veccl s^ ardunòn
Tutti Insèm , e s' desti non
D^ vlèlr andar a supplicar
Al Senàt per psèir cmandàr.
El s^ lavòn prima ben ben
Una sira In mezz a Ren ;
E pò dòp a la mattina
Se sguròn cun la sdarlna.
Chi aviss vist quel cargadùr
Brutti vclazzl , brutt flgùr !
Magri , secchi , arrabbia ,
eh' al puzzava fin al fià;
Dei mustàzz con la peli biossa
eh' a guardarli favo Ingossa ,
Cun di ucciizz fudra d' spaghetti
Cun di nàs fatt a zucchètt;
£ del bùssel long du spann
eh' el parèvn puz da scr^nn,
£ tra tutt st| belli coss
Una part avèvn al goss ,
Cun la gozza attàc al nas ,
Gh' 1 cascava in bocca squàs;
PÒ gl'avèvan più d'mezz brazz
D' barba sotta quel buslàzz.
ynt' la testa 'I s'fin di rizz,
Cun di nàster, cun di plzz,
Di scufflùtt e di alt zimìr
pì^eì parèvcn Granatir,
Cun del vitt e di galùn
Spiulà zò cmod srav tanl stiun,
E chi aveva in st' gran sparpàl
La manizza, chi 'I vlntài.
Quànd' Il fun acsì in figura
El J' andòn a dirittura
In Palàzz dal Senatòr,
E s' espòusn el sòu prcmùr ;
Una pò eh' n' ave s' n' un dent
Cmluzò a far al cumpllmènt ;
Mo a n' av dett gnanc dòu paròi ,
Ch' la sinti vgnir su un grassòl
Alla gaula, e s' tìns spudàr.
Qui sgnuràzz eh' stavn ascultar,
Dlssn: Andà, dscavàv dall' ort.
Vece! matti, razzi stori;
E pò senza più badàri
T' mi vultòn al tafanàri ;
E tour tutu pin d' vergogna
Andòn vj grattànds la rogna ;
E grattànds al fond dia schloa
eh' i brusò alla malandrina ;
E ini' al vgnir fora d' Palàzz
£1 sparòn del parulàzz.
Mò quànd fu sfugà la stretta ,
£1 zuròn d' vièir far vendetta.
Ah , cm'el donn a v' 1' han zura
Sta sicùr eh' an' la scappa.
El s' unin in più d' dusènt,
E s' cujièn di' or e di' arzènt
Pr' al valòur d' oli o dis zchin »
Per cumpràr tànt bel sfurzìn ;
E pò spèisn un ducatòn
In tànt sij e tànt savòn ;
Una pàrt pr'on el n'avìn
E slntì cosa g)' In finn.
DIALSm EMILIANI.
599
Una nott ch^era un gran bar,
Senza fòr gnint ad pladùr
Saltòn tutti iora d*cà,
E stiròn acsì in za in là
E di zig e di piaii{;vlùn
Quand J^ and«ivn a lumbullm ,
Massm i póvar brintadùr
Cun el brent ; e i muradùr
Sotta i Forigli di pizz d^st sforzili Cb' i' arrlvavan per de drj
Alt da terra un l>on puctìn;
Vò gli trin degl^ immundizl ,
E i fin sottfi ^i sòu spurchizi.
Quattr^ 0 sj del più sfazza
In Palàze s'ern arpiata;
E' s' unzin tutt al scalòn
Con qual 5e] e qual savòn ;
Quand fu fall st* preparamènt
As^ sinti Impruvisamènt
La stermlda ch^ fort sonava ,
càusa d^ una cà ch^ brusiva.
Mi 'n m' arcòrd adèss al lug,
Mo ''l fun lòur eh' avèn dà fug.
Qnind la zent sinti sunar
La scminzò tutta a livar.
Al fug era d' gran impègn
Perchè ^1 fàbric èran d^ lègn ,
E al sunUr dal Campanàzz
FI dsdàr tutt qui dal Palazz.
Saltò fora qui d' Senàt,
E qui di alter magistràl.
Figurav s' i faven bon
A vgnir zò per quài scalòn!
Al Massar fu ^1 prim de tutt
Ch^cours inànz, mo'ls'truvòbrutt,
Perch' al fi tutt in t' un tratt
Al scalòn cun el ciilàtt.
Alter vint o trenta, e anc più,
Al fin tutt a panza in su ;
Mò qui n' fu finì la festa ,
eh" alter tànt s^ rumpin la testa.
Quest n'è gnint, Tè per la stra
Cb" fu di guai , ma purassà ,
Perche quànd tutt arrivavo
Al sfurzìn , i sMmbalzàvn.
Tutt cascavo a perzipizi
Con al oas in quel spurchizi;
Dzà e de là dia zent a mass ,
CuD dr armòur e dal fracàss ,
Cun di pai e di martj.
Al fu zert un gran sgumbiótt
Quel eh' suzzèss tutta eia oott;
Chi ave rott al gamb, chi'l briizi.
Chi la gnucca , chi 'i mustazz ,
Chi s' guastò l' usòl dal peti,
Chi 'I pretèrit imperfètt.
Quj là ch^ fuD più fortuoft
Andòn vi tutt immerda;
Quàs al fug iosùn andò ,
E rinzendi n^s^ammurzò
Fin a tdnt eh' cn fu brusn
Tutta quanta una cuotrà;
E in taot mal e taoti dsgrazzi
Sguazzò sòul quel brutti vciazzl.
Mò r algrezza prest Ani ,
Perchè dopo du o tri di
A se dsquèrs ch^ el j' èran sta
Elf aulriz d'sr iniquità.
E qualcuna scappò vi ,
Mo ai n^ arstò cent trentasi ,
Ch' el fun tutti condanna
Alla mort int' al Mercà.
Ai sj d'Marz d' quàrann s'è ditt
Al fu 'I dì dal gran scunfltt;
E al dis òur, da madò Menga
8^ prinzipiò a sunar Tarrenga;
E qui '1 Pòpi in gran sgumbìj
Curri drj a sti vecci strij
Che per man d' messir Maurizi
S'condusèven al suplizi.
Chi planzeva , chi biastmàva ,
Chi per rabbia se sgranfgnàva ;
Chi la scuffla, chi i cavi
Dalla testa s' strazzò vi.
MÒ là ai pj d' la Muntagnoia
Con la sèiga e la mazzola
El fun tutti giustizia ,
E pò in ùltum fun brusii.
540
PARTE SECONDA.
Qui la storia n' è fini^
eh* In quài sit dov fu supplì
eia zindrazza sfundradonna
Ai fu fall su una Culonna,
Duv' i' mìssen la memoria
D^ tutta la dulènt istoria ,
Qual I srev ben anch adèss ;
Mo a 8' artrova che in progress
Ai dì dentr' una sajetta
Ch^ la purlò vi netta netta.
Quand quel strij fun giustizia,
L'era in punt giust la meta
Dia Quarèisma^ e d' qui n'è vgnù
Quàl custàm eh' s' è sèmper tgnù
D' far del Vecci in yari lug,
E la sira d^ dari fug.
Questa è mò la conclusiòn
D' tutta quanta la Canzòn ;
El mi vcìnn dal temp d* adèss
Tgniv a meni al gran suzèss ,
Altrimcnt a srj manda
A morir int' al Mercà,
S' a ve vgniss mài al plnsìr
D' vièir cmandàr, e n' ubbidir.
E qui av' dmand a tutt perdòn
S' av' ho rott al calissòn
Con al fàrv la descriziòn
In sta lunga mia Canzòn
D' tutta quanta la funziÒD
eh' s' fa in Bulogoa in V uccasiòn
D'sgiir la Veccia, in da stasòn
CbVmagnaarrèngh)Sardùn,salmòn.
4800. La rìstaurazione delle lèttere bolognesi, come appare
dai pochi cenni che abbiamo premesso, è precipuamente dovuta
ai chiari scrittori canònico Lionghi ed Annibale Bartoluzzi, che
richiamarono il gusto traviato dei loro concittadini alla sòlida e
buona letteratura , porgendo loro miràbili imitazioni dei clàssici
stranieri. Il primo sostituì alle insipide Fole della Ciaclira dia
banzola le non mai bastevolmente apprezzate Fà^le del La
FontaùìCj parafrasate, anziché voltate nella favella popolare; il
secondo a varii componimenti satirici originali aggiunse la ver-
sione di alquante poesie clàssiche italiane. Siamo quindi lieti di
poter offerire come Saggio di quest'epoca alcune fàvole del
Longhi, coir Introduzione originale premessa^ dall' autore all'edi-
zione delle medésime; e l'ingegnosa versione fatta dal Barto-
luzzi del célèbre sonetto di Eustachio Manfredi sull'Immacolata
Concezione, che incomincia col verso:
Se la donna infedele che il folle vanto.
Ihtroduzion al FoL
Jusèf Mitèl pitiòur intalò in ràm
LMstorietta eh' adèss a sòn per dir ^
Per cavar! a mi cont , s' a poss , al stam.
DULCITI F MILIARI. 541
r
Un arzdòur piutlòst vè£ avcnd da vgnir
D' lunlàn fcn a Bulogna pr al merca ,
Déss a un fiòl d' un so fiòl : Val' d' long a vstìr ,
Ch'intànt a tug l'asnètt beli e amanvà,
E csé beli beli a m' vag avviànd in su ;
Spcc* la bèin , eh* a t' aspètt alla vulta.
Al ragàz sveli rarzùnz, es va cun lu ;
Mo al n' ha fall sig a pi dis o dòds pass ,
eh' al s' seni a dir dia zèinl : Veè beo curnù ,
Che dscherziòn da vlllan ! Guarda '1 beli spass ,
Lassar andar a pi quel ragauèl !
S'al i andàss lu i è dùbi ch'ai s'infiàiss?
L'arzdóur dis : A i ho intèis , vèln qué al mi fiòl ,
Salta su tè, mo guarda d'andar pian,
Tànt eh' a t' possa Ignir drì cmod al zil voi.
Mo bona ! I n' éìn andà vèinl pass luntan ,
Ch' i dàn in n' so quanl' àller zudsadùr ,
eh' a quel pòver ragaz disn al pan pan :
Quel pòver veé a pi 1' è strac madùr ,
E te a cavai ? Bardassa , smonta zo.
S' r è lu trop bon , Tè lì un asnazz d' sicùr.
Al nonn dis : Perch' i tasn, a sallarò
A cavai anca me qué su in l'Ia groppa,
E a vdrèin s' a sta nunira a i quielarò.
Quand i èin tuli du a cavai , la bistia loppa ,
S' incanta e n' va più inanz , e lòur adróvcn
A braz averi, luti du d'accòrd , la stroppa.
In st' alt eh' i péccen , bona noli ! i Iróven
DI' altra zèinl eh' s' meli, puvrèl! a strapazzar!
Per compassiòn che per da bestia i próven.
Mo cun quàl cor , i dìsen , psiv mài dàrl ?
Èia una vétta quella , eh' possa avèir
Lèina da tgnir du csllàn e da purlari ?
Fèin acsé , dis al veó , e slèin a vdèir
Ch' incònlr' arèin ; lassèinl' andar a dsdoss ;
Pruvèin anc questa , e vdèin s' i pòn tasèir.
Mo niànc per quesl sten de n' svc^dar al goss ,
E a vdèiri a pi cun 1' àsa a vud: 0 mail,
S' pò veder d' piz ? Tuli dsèvn ai più non poss.
Al ragiz s' volta al nonn , es dis : l|o cali ,
Qué a n' la psèin callar para ; s' ^ lulèssen
A portar mo mi l' iisD , a n' sré mèi fall ?
543 PARTE SeCOllDA.
«
El (alt maturi ! Cossa vliv' eh' i dsèssen ,
Arspònd al veè , a vdèlr sta strambarì ?
eh' sa , dls al nvóud , eh* a vdèir sta da i n'dsmèlten ?
A piz far pò ^ prani mii réderz* dri ?
Al noni) dalla dspraziòn dis: Su, va la;
E I lìgben r àsen , em' è un agnèi , pr i pi ;
E pò rinfilzn In t'uu perdgòn cmod va ,
I I fan d' spalletta, e al pòrten vi beli beli,
Buffànd pr al pèis e pr i gran sforz eh' al fa.
Allòura 9 dsim', eh' i dèn tutt su a fiazèl
A diri di mattaz da mendleant,
eh' i è da slcuramént volta al zervèl.
Sti du dsgrazia tran zo l'asnèt intant,
Es disen : Mo cuspèt , l' è una gran eossa
N' incuntrar mai dappò eh' avèin fat tant ?
In t'I'uitm a la farò, es la farò grossa ,
Sparànd un mòcchel , dis arrabbé 'I nonn ;
E tatr, ràzla l'asnèt in t'una fossa ;
E tra l'acqua e '1 sassi eh' i t' m' i bagnòn ,
Al pòver eiuò ligà fine so vétta ,
Fine '1 ciàòr , e muò mu£ i s' la sbignòn.
SI' istoria , cmod a dseva , me v' l' ho detta
Per mi cont, siàndem mess in t'un Impègn
Da n' tgnir per grazia la calsella d rètta.
Quest' è d' tradùr I bi zuglèln d' Inzègn
Del fol adliti d' monsù dia Fontana ,
Dov a capèss quant s'Than d'avèir a sdègn.
Tant diràn eh' dalla lèingua ultramontana
A 1 è glust tant a dir alla bulgnèlsa ,
Quant i è da una damcina a una villana.
Ch'I' è impussébil vullàr la fras franzèisa,
La so grazia , al so frézz , al so gust féin
In lèingua , eh' sòul è dal puplaz intèlsa ;
eh' n' ha lèz grammatical , né caiepéin
Che v* deghn a scrìver bèln a s' scrlv aesé.
E i su miùr mèster n' èin s' n' i biricchéin.
D' mod tal eh' fcin i viliàn inzivilé
Adèss s' vergògnen d' parlar strett buignèis ,
A cost d' fars far la baia tutt al de ;
Vlend mettr' un bris d' tuscàn , un bris d' franzèls
In t' el paròl d'un dscòurs eh' s' arvisa in punt
A un àbit d' traccagnèin mal in arnèis.
MAumn muAi<ii. 545
eh* s' n* a fona d' cuoeaiiar s' accatta i cunt
A lèzr el cargadùr scretti in st' linguài ,
E un frézz mòr quaod a n'vaga ch'ai para uot.
E per quest i mlùr liber da dar saz
Dia nostra lèingua e fari un pò d' unòur
V fan vgnir la sénva al nas , e \' tèlten d' maz.
Pr i furastir che n'san la naròlla e al fiòur
D* sta lèingua , e la sgualmidra di su azzèint ,
I armagnen tànt stocféss sèinza savòur.
E '1 ztadèin che sta lèingua ardùsn al nièint
Cun bastardàrla tant , eh' a dM è più nsùn
Ch' sava d' leitra un puctèin, eh' ni faga i déint,
AzoDtài d' groppa tutt i simitòn ,
eh* farà tant Tari fatta d' schizilgnùs ,
Sòuvra i vera eh' n' i parràn uè bi ne hon.
ehi truvarà i aanètt péin d' stoppabùs ;
ehi maldirà i terzètt per quel dèin don ;
Chi i quadernari , eh' fan la nanna ai tus ;
Chi n' prà suiTrìr li uttav e ehi '1 canzòn ,
Quelli pr avèir di pizz del volt traspòst ,
E questi perch' el i èin da calissòn ;
Chi vrà del spezi d' madrigal piutòat,
Cmod fa dal trèi al dòu l' uriginal ;
Chi alèss la vrév , e chi la vrév arròst :
Al n' è mo '1 càs mi d' me , iùst tal e quél
Fu quel d' qui du eh' tgnén ammazzar l'asnètt
Per dscavàrs'^ cmod s'aol dir, tant servizial?
Mo a n' vàg a torm' in corp un car surbètt ,
Mitlènd in bocca a tànt eh' n' han altra mira
Se n' dirm', a farla grassa^ del ciuccètt?
Pr avèir vlù perdr al tèimp a sta manira ,
Dri a del vsigàt , eh' la so più gran furtòuna
Srà d' èsser letti a dei banzòl la sira ,
Da di bambùz al serv eh' sbàtten la lòuna ,
Per tgnir star sèinz al mròus a asptar la sgnòura,
Féin de crudand , o sacussand la còuna.
Sòuvra al strùssi del tèlmp a v' deg eh' 1' è d' ci' òura
eh' tutt d' accòrd em' darén da divertirem'
Dov s' zuga , 0 a s' fa l'amour , o dov' s' murmòur..
Sòuvra air incónter eh' i fan grazia d' direm
Cb' ara sti fol , al liber dia banzola
M' ingalluzzèss , eh' a n' m' n'iva da pintirem ,
394 PARTI SECONDA.
Perchè né In quel a n* trov niànc una fola
eh' à^'a un po' d' sai , e sig al lèc dia rema ,
E pur al s' léz quant s' faxza i lìbcr d' scola.
E s' al léz anc di mòccbel cb' fan la prèma
Figura in fai paèls, sòul per quell vir
€h' ha M bulgnèis, eh' prèssa d' lòur merita sterna.
Nianc el dam , eh' la san longa , s' in fan schiv,
Mo i l' ban létt , es al lèzn a tutt andar ,
Mustrànd d'avèiri un gust squas ezzessìv.
E in prova del so incòntr , al dvintò rar
In puc ann , e què d' curt • n' s' accattava
Per quattrèln, eh' l'iia bsugna lari' arstampar.
La roba in vers d' Loti Loti fon n' f ncuntràv;:
Quand la vègn fora, e la n'pias al presèin;,
Bèinch' 8' aèppa pers la ciav d' qui cb' lu ^izgàva ?
La traduziòn d' Bertóid , dsi unestamèlnt ,
La n' 8' léz ? EI dsgràzi d' Bertuldèin dia Zcìna ?
L' asnada d' Bertolùzz stampa ultmamèlnt ?
Ah eh' basta d' guardar d' scrìver cun dia vèìna ,
Al buignèls è un linguai eh' dà gust magara ,
Ne per carasti d' tènnen mai s' arèina.
Sti liber què n'v' in dan saz e capara,
E i strambùd féna d' Giuli Zèiser Cròus
Fatt pr i villàn da dir su in t' la chitara ?
Oura per cossa ha da rlussir csè dsptóus
Sto lavorìr cava d' in csè bon lug ,
eh' tutt m'aven mo da dir tant in t' la vòus?
S' in t' ar tradùr, a pèil e sègn a n' tug
Al beli e al bon di' antòur da me tradùit ,
A n' cuirò. una falestra del so fug ?
S' al n' ha tint , eh' giustamèint l'è tgnu da tutt
Pr al più viv e '1 più ioti eh' ava mai scrett
In sf far bon da cavaren' tant costrùtt ?
Es n' scrèss sti fol pr el serv e pr i tusèt»,
Mo pr al Delfèin al tèimp d' Luig- ai grand ,
Flgurav' s' al s'derzvlò pr arar pr al drett f
Al srè bèin piz per quest , cstòur van arbcand ,
eh' al material è fiòur , pr avèir più dsgust
A vdèirl' andar d' in man in man guasiand.
Ch' rabbia n' fa, vdèir un zòuven d'un beli fust
Gun un abit Indòss e d' sgnera roba ,
HO di' pr al culòur , o al tal si d' lader gust ?
MAinn DULIA!!!. 545
ChkhI vizeversa ana xoviietU golM
Par un fus, i* l'ha nna vslèina e un bust d'boo taf.
E al scrìver più del vstliri dòuDa e roba.
Mo caspita , qné arspònd , cossa ara mai ?
Per sta mi tradaziòn easeara al mond ?
S' a m' imbròc d* punt In blanc sii csé gran guai 7
8' a salv Turiginil in quant al fond,
Pazèinzia s' Ta a da mal una qnalc blèixa ,
Per quant a in scappa , a In' arsirà ta un sfònd.
E pò , manca ?l bulgnèls fòrsl vaghena?
A n' vii cb' al possa diri un po' d' cumpèìns ,
Ch" a vièir o n' vièir bsò dir , eh' l' ha dia vivezza ?
Mo \ù , i dlràn , slv quel mustiz d' bon sèins
Capaz d' far st barattèln , eh' a farei bèin
A n^ i Tol méga un strappaguii né un mièins ?
L' è vèira eh' a son tal , mo a t* pruvarèln;
Intani tuli st prém lìber pr* una prova.
S' 1* ara di' Incòntr , andand Inanz a z* ydrUn.
Perchè me v' dng In òltem pò una nova ,
Ch' per quest a i ho za meas al cor in pia ;
E va eh' i ne m' mittràn la tèingua In giova !
Cossa pò mài suzzèdr ? Alter eh' el cis
De n' truvàr un eh' niànc per ferr vèS al vléss ,
Causa qui eh' faràn grazia d' diri d* nàs.
Pinsaressi eh' per quest a m' Intisghéss?
El fatt maturi ! Me m' cuntinUré
Del spass chU 1 àv in quell tal òur , eh' a v' déss.
E pr en' strussiàr quattrèln , a m' fermare
Dal faren stampar di alter , e da qué Ininz
Pr inféna d' co dal Ubr al traduré ,
Prèma, perchè quest fa al mi càs; d'avSnz,
Per svagarem quale volta In tant mi intrìg ;
E pò, s' pré dar eh' un de s' qnietass tant zahz.
Tant più eh' llzènd stl fol a di mi amig ,
Ch' han mlòur nas eh' a n' ho me , d' aeoòrd cm' è piva ,
Me n' crèd per cumplimèint , s'aitìgi^sn mlg ,
E m' fan euraj^ eh' a tira Inanz , eh' a scriva ;
Ch' 1* idèa del libar , s' l' incuntrass pulìd ,
L' è tànt luntan eh' la s' possa dir cattiva ,
Ch' anzi bsò dir, dappò eh' s' llga i lass d' vld,
El fol èln sèimper sta la miòura font
Pr imbéver d' massem bòn i zuvnètt d' nid.
546 PARTI SECONDA.
Per qiiest del fol d' Esòp s' n' è (alt tSnt eont ,
Tradotti in tutt el lèingu in prosa e in ver»
Dai niiùr inzègn ,.cb* s' i èin gratta su la Troni.
E qué i tn' disen , eh' al n^ è brisa lèimp pers
Quel eh' a i ho spèls e a spend , e eh' a m' aquieta
Cb^dai copp in su nM srà mal dà d'arvèrs.
Ch^ st beli zug è la fòurma consueta
Dia quii ha tlu ser^'irs, per iarz* intènder
Tant bèlli eoss, al Sgnòur e i su Profeta.
eh' per sia stri qué cun liberti s' pò dstènder
A cundannir al vézi , e arrivar d' co
Cun divertir plutòst che cun offènder.
£ pò che prest o tird vgnarà la so ,
Ch' tutt i llbr a drittura chM dan fora
Accàtten sèimper chi i voi ptnar la co.
D' ond nianc dai copp in zò m' ha da far pora
S' la rèma m^ porta un tèrmen eh' an' s* adatta
D' sigili al frézz di' autòur , es fa eh' al mora ;
Né s' tra *l vari manìr di vers s' n' accatta
Una eh' air i ùrèe d^ un riusséssa dsptòusa ,
Ha eh' a tant alter laga el ghetti e '1 gratta.
Cmod suzzéd del piattinz , eh' una è schivòusa
Eispètt a vari luv d'gust delicàt,
Ch' fa Icars' el dida a di altr e s' I è aptitòusa.
Ch' al gust in stl materi è cm' è al palai ,
E vlèir dar in t' et geni a tutt a un mod ,
L* è cmod un cumprumèss pr un avucài.
Bsò asptiars d' avèir V imbèll in cambi d' lod
Quand s'mett In mostra cvell eh' l'è miòur rlpiég
Da n' ciappir fug , e impgnars' a rbattr al clod.
Alirimèint r è un andar a cazza d' beg ,
Ch' a finir bèin flnèssn In tant mursgùti,
Dov tutt i lasso al péli , a n' so s'am' spiég.
Fidàndom' d' sii mi amìg a i ho arsolùt
D' stampar st prém liber cun al tesi in fazza
Per cumdita d' clòur eh' m'In' vran dar di plui ;
E intani dop al macciòn star a vdèir eh' razza
D' notomi s' ha da fari , suponènd
Ch'i m'déghen eh' a m'al goda e eh' a m'in spazza.
Perch' a sòn in t' l' urzòl , s' mai a preiènd
D' avèir imbracci bèin quel eh' dis al tesi ,
Ch' puvrèti a m' dag bèin di' aria , mo a n' m* n' intènd.
DlAUm IMIUARI. 347
Tant è vèira , eh' a cred eh' si lloguài rubèsl
Sia capaz d' dar al fol ci' aria frauzèlsa,
eh' al cunfrònt mustrarà mèi conz pr el f«st.
PazclDzia , a dég mo me , s' an^ arò intèisa
E tolta pr al so vers la quciotcssèinza
DI' uriginal , s' al va a da mal la spèlsa.
ÀI lìber n' è tant gross , eh' per cunseguèinza
Faga fallir al stampadòur s' a i resta ,
eh' n' ha stampa bèin poc copi per pmdèlnza.
E 8' a m' sèint dar del matt zo per la testa ,
Pr cssrem' mess in sta barca sèlnza bscott ,
A i lass cantar , e a n' vòug gnanca una pesta :
Perchè r è un cumpllmèlnt che di òmen dott
N* al sóien far sèlnza dscherziòn csé spess ,
Mo i cumpatéssen bèin un scarabòtt
I èin sòul i mozzurèd qui eh' mandn al mess
A far cattura per del età che n' cònten,
E i mettn i galantòmn in cumpnimèss.
Oura cossa m' importa s' cstòur m' affrònten ?
Rang' d' asen , cmod s' sol dir , n' arriva al lil ,
E a vdrèin pò el sòo cattar a cossa el mònten.
eh' s' el sran pr al più vsigàt, e al piasa al stil ,
I vers , la lèlngua , el fol sòul ai ragàz
E al serv , cmod s' déas , eh' n' i badn acsc in suttìl.
Me m' par d' èssr a cavai , es fag mustàz
Pr andar Inanz in vésta del guadàgn
eh' I pòien far Uzènd st mi scartafaz.
eh' sti fol cln quell beli mezz, eh' a n'i è '1 cumpàgn
Pr insgnàr a vivr al mond , cunfòurm a dsén ,
E a spulaccar burland I pùver gnagn.
A n' fu per quèst eh' tant òmen d' garb spindòu
Tèlmp e sudùr per veder d' inveotaren ,
E in tutt el lèidgu el vecci tradusén ?
Donca eh' mal è quand a n' s' lavòura indaren ?
E s' i scapùzzen dèintr In V un qual dfett »
eh' i pèinsen eh' sèlnza zunta a n' s' ha mal carèn.
Dscurèinla. Dsim' un poc eh' razza d' cunzètt
Fessi mai d' qui dall' àsen quand a V dseva
Oh' i Taffugòn ? Mo i n* ev' fénn propri dspett?
Mo a n' i dsessi di matt ? Cossa i aveva
Da far pò clòur cun tutt al so zudsàri
Da ardùrs a strasslnar st ciué eh' i serveva?
*.« Ivan 1^^^ ^ nat^ ««^ ^ ,;,, V>eU ^««^ '
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DIAUm MIUANI. 5^9
Mònd malandrpin , cmod il' dvinta csé trést ?
T' meli ai seti zil cl^ur eh' fan la court ai vezi ,
E qui eli' pàrlcn per bèin t' i mand pr el pest?
Voltèr, Russò , eli' n' lian scrétt che per caprezi
Tant barunàt , s' porto in triònf e in gloria ,
E Minzòn , eh* i cunfònd , s' ha in quel servezi.
Lù eh' va cm' è vcint pr al drett , e a n' fa bandòria
D' tèrmen dai manizzèio tira in t' la frosa ,
Di quàl s' serv qui dsgrazia cun tanta bòria ;
Tant eh' sèinza laml^icàrs e fiir la glosa
Vu capi da re a ron, eh' clou r han al tort
Vgnènd Indri dop dòu òur frese cm' è una rosa.
E al le capéss a dspett I spìrit fort,
Che n' crèden s' n' in t' l'andròuna perch' la puzza ,
E qui alter eh' lu battezza per coli stort.
eia santa verità tant darà, cruzza
I prém , cun tutt eh' 1 faghen da dsinvòlt ,
E smacca qui alter eh' fan el mòun , es 1 uzza.
E s' per cunsèinzia i vlèssen din quant volt
I han sbaiaffa eh' l' abba Miniòn dà ali* I oé ,
Cun tutt eh' al cor i dsess : Per zio , al i ha coli ,
A vrc eh' a v' maraviàssi più d' un poc ;
Mo per superbia o per vergogna i tasen,
E i s' affùgn in i' la panza al tee e toc.
Mo eh' i s' la tcgnen d' bona, e eh' i s' cumpiasen
D' Voltcr mori due, e d' ci' àltr in t' un tuguri ,
Suppié pr òurden dia Cisa cm' e tant tsen.
Di' ni' in* guarda però d' lari i' auguri
D' murìr cm' è cstòur , eh' 1 tcinen per sani pader ,
Tant eh' s' a i dà còntra a i vdi dar in t' ei furi.
Mo a pregarò |>er iòur , che s' i èin zo d' squàder
In gèner d* fèid , al Sgnòur i tocca al cor ,
Pr arcgnòsser Santa Cisa par so mader.
E per far ànm a st pass , eh' a I figa tòr
Escimpi dall' autòur d'sU fol, eh' s'io mors
Cun al zilézi , e cun ai dir : Uè mor.
y^l Lòiw e al Can.
Un Lòuv sòul oss e peli
(Tant badava alla balla i can le dri )
Dà in t' un mastcin furzùd quànt tond e beli ,
Ch'ave smurré sòuvra piusir la vi.
i
3tfO PARTE SKCO?IDA.
Striccàrla al mur cun (ari un burubù,
St Lóuv Tare fatt viuntira ,
Ma bsugniva attaccàrs a tu per tu ,
E al Mastèin ave zira
De n^ s' lassar murìr brisa Tanzl in man.
Cossa fa al Lòuv ? L' abòurda da curtràn ,
Èintra sig in t' al dscòurs mulscin mulséin ,
Es fa I oh , vdèndP intòn quànt è un ninnéin.
Mo a u' starà se n^ per vù , bel al mi sgnóur ,
D' n* èsser , qué arspond al Lan , al par d' me in flòur.
A dscavàv d' in sti buse , ch^ a fari bcin.
Qué i par vùstr èin dsditta , perchè uù i vdcin.
Tant Schiller, pùver diàvel.
In dura cundiziòn
D' murir d* fam , d' mài magnar in pas un bcòn.
Dir de n' avèir mài tàvel
Da pscir galupplnàr !
Bla la mori sèimpr al cust !
Tgnim' dri eh' a stari mèi d' perpùst.
Al Lòuv arspònd : Coss'hoia pò da far?
8quas nicint , I dis al Can ; andar baiànd
A qui eh' han di bastòn ,
E al birb d' in quànd in quànd ,
Po far festa a qui d' cà , roassm' ai patron ;
E intani ari d' salàri
1 cascàm del piatànz più féini e rari ,
D' pullastrMni e d* pizzòn el test el I oss ,
Pr en' dir di dsnom , che v' s' fràn a più non poss.
Al Lòuv s^ figurò In testa una cuccagna ,
eh' fé vgniri el luzl ai u£ per tenerezza ;
Ma intani eh' al s' i accumpagna ,
Vdèndi pia 'l coli, a i déss più presi che d' frèzza :
Ohi, coss'è quel? — Meni, niénl. — Ma cmod niént niénl?
Poe mal. — E pur ? — Srà sta
La culara cm' a tegn star incadnà. —
Incadnà? déss al Lòuv, sgrinzlànd i dcint.
Sicché donca a n' curri
Kè dov , né quand a vii ? —
Sèi m per no , cossa im|)orla ? —
L' importa tànt eh' a ne m' faressi (or
A si' prezi i vùster past, né nianc un Isor. —
Dell quèst al Lòuv còrr ano, ch'ai diàmpr al porta.
MAum muANi* 5V1
jél Lòuv e tAgnèlL
La rasòn del più fort sèimpr è la miòor» ;
Siati 8U prova , e pò dam^ d' barba allòara.
Un Afoèll in t' un ré d^ aqoa bèlo pura
S* cavava un de la sèid.
Un Lòuv a diùn i arriva al eusl quèid quèid ,
eh' lerciva m vlnlora ,
Dalla sghesM tira Insl le In quel lug.
E arrabbé battènd fug
A i salta , e a i dia : Al ni toec d^ Insolèlnt ,
Chi V inségna a vgnir qoé
A inturbldar st^ aqua , dov a I bèv tòni mèi
SU to temerità
V la pagare sala;
Al tur , e a t^ al nantègn sieuramèlnt. —
Sgnòur , dls TAgnèU , termandi bèln la péssa ,
Vostra Maesli d' grada en' s* arrabéssa ;
Ch' U pèinsa eh» dov ti bèv, P è un sii più In su
Una vintelna d^ pass d^ quei dov me lio bvù;
Sicché dònca a n^ s' pò dar
Ch'sta so aqua me i l'ava psù inturt)dar. —
Té t' l' iotòrbd , dis sta bastliua;
£ pò a so ch^ an t'dséss mal d^ me , dia mi rana. —
Ho cmod al psévia tir s' a n^ era nad?
Arspòus r Agnoli ; la mamma em^ da la tétta. —
S' t'en'l sta té, fu to fradél del bretta.—
8^ a n^ n^ ho nlanc un , ch^ a sòn mo me 'I prém nad. —
Dònca qualcdùn di tu ,
Ch' mal v^ asparmla d* dir centra d^ nò ch^ mil du ,
Perch' 1^ tuga a strélna I can con i pastùr ;
Al m' é sta dett d' sicur.
Qué Imo ch^a figa el mi vendétt adéss.
E dett e fiitt l' agguinta es al sgavagna ;
Po '1 porta d' oò del bosc dov al s^ al magna ,
Arsparmiandl la spélsa del pruséss.
La RundanHtìa e V Uslètt.
Una tal Rundanéina In t' I su viài
8' era molt béin dscusé.
20
9f8S PAIATE SBCOifDA*
Chi ba vést purassa coss, véin pò quel de.
Ch'ai s'el poi anuvgnìr, e cun vantàz.
Li stiussèva el burrasc più pznèini eh' s' dèssen ,
E inani assa eh' el vgnèssen ,
La li fava capir ai marinar.
Al suzzéss, eh' qoand la can'va s' sol sumnar,
L' ba vést un cuntadèln ,
Invstìren di quadèren senza fèin ;
E a capétol ciamànd i uslètt , la 1 déss ;
Sta bùbbla ne m' va brisa pr ai fasci ;
Puvraz , me v' cumpatéss ,
eh' a v' vèd propri in t' l' urzòL
Per me m' sarò tór d' sòtta , e a m' n' andarò
In t'un quale lanabùs, e a m' salvare.
Vdiv' là eia cara man
Ch' air ària va sdundlàiid ;
Vgnarà un de , eh' n' è luntan ,
Ch' qpel eh' la va sparguiand
Srà r ùltem vòster dzepp. Oh quànt' urdègn
D* bgull e d' rèid nassràn d' qué per ciappàrev ì
Quant lazzètt pr attraplarev !
Cun una maiiina d' mèli àltr' urdègn
Càusa alla so stasòn
Dia vostra mort o dia vostra persòn.
Ari una gabbia , o un spèid !
E qué prèdica a cstour la Rundanèina :
Fa a mi mod , àvam' fèid.
Sgufflàv' più prest che d' frezza sta smiotèina.
1 «slitt I dan dei gnoc ,
Ch' per quel eh' era in t' i camp , quest i par poe.
Qu&nd al can'var fu grand la I tòurna a dir :
Tutt quei eh' è nad da eia maldètta smèint
Fai In brisl , altrimèint
Tgniv' d' fèid , eh' a v' andà tutt a far bendir.
Corv dal mal nov , arbecca cstòur , braghira ,
Anma mi ai bel mstirèin eh' a z' attruva ,
Nlanc un miàr d' zèint è assa
Per pluecàr st' avinzòn per quant la tira.
Quand al can'var è all' ùltcm blond cliersù ,
La Rundanèina s' i aria a dir : L' è fatta ;
Sta smèint del bretta è prést e bèin vgnù su ,
Ma 8* piz che n' s' fa a una matta
MALITTI EIIILIA?I1. $55
Pr inféin adèas a n* m' avi vlù badar ;
Da qué inànz quàod a vdri
eh' la terra Invsté ai vlllan di poc da far ,
Savà bèin eh' cttòur faran guerra ai usi.
Quànt ràgnol , quant lllèlt 1
Tutt trèppel per i aslèlt.
Almànc pr allòura en' avulazza io là in là «
Ne v' muvi d' in l'i nid , o aèinza ciàcer
Fa sanmichél luotan , e fi ciaod fa
£1 Fòlg , el 1 Anadr d' vali , et Gru , el Piiiichar.
Al vàster mal V è , eh' vù
En n' si in stai ed passar, cmod a fèin nù ,
I dsert e '1 mar , e firvla d* co del mònd ;
E per quest a n' avi che un meu sicùr ,
eh' è quel d' flccarv' in food
Al schervai d' un quale mur.
I uslètt stufT d' sti cunsèi ,
S' mèssn' a fir all' arfusa del biabèi ,
Tal e quii fé i Trnlan
Cm' i fén arstàr Cassàndr un bel babàu;
E cmod I* andò per cstòur,
Acsc r andò per lòur.
Quànt uslètt i éren , tànt in fu attraplà.
A sèin tutt d' naturai
De n' dar mèint s' n' a chi i* dà dia savuni ,
E féin eh' al n* è suiièss de n' crèdr al nàl.
Sùnònid 8al{>d dal Deilii.
A n' s' pò mài ludàr trop tre! fatta d' aòint :
Qui eh' stan dai cop in sii , la Dama e ai He.
Malerba el dséva , e me son d' sentimèint ,
Perchè l' è bon alla fé.
La lod fa '1 ghetti' e cómpra i più dsunià.
Dal trèi al dòu i uccètt d' una bellezza
L' han paga e strapaga.
Vdèin cmod mo el Deità fan di' aievleiza :
Simònid s* méss un de
A far di vers in lod d' un Gladiatòur.
Fine eh' l' av , al s' addé
Ch' al soggètt è pèio d' lanz sèinza savòui •
551 PARTE SECOIKIMI.
I parèint d' st GUdiatoor , zèint eh' n' è
Al pftdr arrìsg lUdèin ,
E lù , fora d' ste so far , un turlurù.
A vdì eh' rana d' suggètt e sec e pméin.
Al Poeta d' long déss d' st so brav sogètl
Tutt quel eh' mal al psé dir,
8' tré al parte d' taeear sotta , per l'effètt
D* psèirs un pò sbiuarir ,
Dsènd d' Ci»ter e PoUùi , i prém e 1 niùr
eh' Btèssn alla lus del mònd I gladlatùr.
E qué purtò al selt ili I su dui ,
Dsènd I lug dav s' tè unòur sti da gemi;
Al pangérie del d^ Delta furmò
Du teri inilrca d' sta camposialòn ,
E al Gladiatòur , che quand a 1 1' urdinò
1 pruméss un dublòn ,
Garbatamèint , avù eh' al r av In min ,
N' 1 de che un terz, e I déss frugn fHjgn: Al resi,
Tant Ci»ter quant Pollui , du segn aelèst ,
A lir , sold e denàr v' al pagarin.
Ho a v' voi far trattamèhit Vgnin a dsnar mlg ;
A starèin da sgnuraz ,
I dsnadùr sran adlit tati d'In t' al mas,
Parèint , e i miùr mi amìg.
Ne m' sta a far sHnltòn ,
Vgniv' a dscrèdr In pulir cun sti mattòn.
Simònid 1 prumètt , fors bèin per pora
D'armettrf òultr'al so avèir
Anc del lod di su vers quel po' d' plasèir.
Al vèin , s' fa al dsnar , e a s' magna eh' nient s' arsora ;
Tutt 1 stan d' svaglia , quand un d' qui dia ci
A diri d' dri dia scranna dov al sed :
I è dù eh' al vòlen veder dett e fall.
Lù 8' tol da tavla , e qui ilter eh' a n' i importa
Un flg d'iu , fan un d' nètt e I vudn 1 piatt
Sti du èrn I geni ch'ai ludo tant,
eh' al rlngraxlén , pò vlènd pagirl i vers
Ch' al fé per lòur , P avisen ch'in d' Istint
Sta casa fa un scufflòtt per tutt 1 vers.
Alla fé eh' i accoién ; eh' toppa un pilàster ,
Fa nona , e addio tasséll,
Ch' n* avènd più eh' al sustainla , zò a flazèll
UAtmi EVIUAMI. Sui
iBqueita dsnar , llasc e piatt cun i su impiàsier ^
E a qui eh' daven da bèvr a n' fa nièint d' mane.
Ho quèst eh' è qué n'è nlanc
Al pìi , la età qué n' 9* quieta
Ptr cumpìr la veodelta del Poeta.
Un trav scaveiia el gamb del Gladiatòur ,
E dà cumia al dsnadnr struppia squls tutt.
1 avvis per fan' unòur
Spargùien d' long la nova da per tutt.
Oh eh' miraquel ! tntt aighen pr una bocca ,
I vers d' un om dal Delti mèrten bèln
Sia paga dóppia , ch'in st frangèinl 1 tócca;
E al n' era un om da bèln
GIÙ eh' i pagava profumatamèlnl
S' I daven del savón alla so lèlnt»
Qué a tòum al punt , es dég In préraa d' tuli .
eh' el Delta e I par su mal s' lóden trop ,
E pò eh' el Mus spess , sèlnia dar ali' i oé ^
Pón cavar dal oostrutt
Dal sóu fadig ; e in t' l' ùltem, eh' la nostr' art
Ha da tgnir su el sóu càrt.
I Grand s' rènden gloriùs
Cm' i fan la cort ai Mus.
Za '1 mont Uliimp e al mont Parnàs indrì
Baizgaven da amigón e bon fradì.
/ Galavrin e eV i Àv.
Dall' ovra s'cgnóss l'artésta.
A s' truvó del brèsc d'mel sèioia patron»
I Galavrón el pretendén a vésta.
EP i Av 1 cuntrestón sta pretensión.
La coisa mtènds' in Ut ,
S' andò da urta Vrespa , eh' deiidéss»
Ma la i grindò cm' la s' méss
A studiar al mérit del quesit.
S' a vii f i tstimoni dsèven
D' avéir vést dri a sU brisc fir dal pladùr
Di bstiù dair i ali bslóng d' un Unni scur ,
Cmod è r i Av , e per tal gran tèimp s*cberdéven.
Mo eossa ? I Galavrón
A sii indéai éln tutt' un.
Htt^ PARTE SBCO^IDA.
La Vr^pa a si quia , n' savènd da di' banda tgnir ,
Tòarna a far del rizèlrc pr avèir più lùm.
La in dmanda n un furinigàr; s* fa del zanzum;
Mo 1 punì en' s' pò siiarir.
Mo d* grazia , cossa zòva tutt quest qué ,
Dis un' Ava eh' ha giudézi ,
S* dòp si rais d' Ut a scin al bel 4)réni de ,
E in st mèi n Ir al mei fa i fiùr a prezipczi.
D' ògn' òura è tèimp , sgnèr Giùdiz , eh' la la sbriga ;
Su , eh' r ha oinà per la zèndr assa la vsiga.
Séinza lànt eontradditori,
E tànt ini errc^alori ,
Arzigòg , muzzureiarì ,
E farz' eorr'r inànz e indri,
La metta al prov i Galavròn e nà .
E la vdrà chi d^ nù àltr è capàz d' far
Un sug dòuiz emod è quel , e d* fabricàr
Del brèsc eun quel cumpirt, eh' a n' s* pò far d' più.
L' arflùd di Galavròn fé dserùver trèln ,
Siànd eh' I n' èren da tànt.
E la Vrespa lampànt
De a d'cbi era quel mei pulìd e bèin.
S'ògn pruzèss s' fess acsé, che al zil al vléss,
E r US di Ture in st gèner s' abbrazzass ,
Sòul al sèius cmùu per còdiz vré cb'servéss,
E una bella munèida s'asparmiàss ;
Ch' a n' srèn magna a travèrs, e pluccà in t' i oss ,
Cun mnàrz' pr al nas stand a cavai del foss.
In féin s' fa tànt , eh' di* Ostrica s' fa trèi pàrt :
Pr al Giùdiz al garòi , el scSi pr e1 pari.
Traduzione del Sonetlo :
Se la donna infedele che il folle K^nto^ ec.
di Annibale Bartoluzzi.
S' eia donna sèinza fèld eh' 91V tant argói
Da vlèlr cùn Domendi èsser del par ,
E eh' puvràzia ola mèiU vols mursgar ,
Cun darn' al dòuIz mare un poc d' arso! ,
Avèss delt al bissòn : Nq eh' a n' in' vói ,
Tèint' la to mèiia , e vat' a far squartar.
La mori , V infèren en' s' srén sintù arcurdar ,
Ne nlànc al pcà cun tutt qui alter garbói.
DIALETTI rtaiAin. m
Ma s^E\a pr aTlr en' dava In Tal zedròn ,
Maduiinèina bendètta , al vOftlr^ unòur
Srév armesda ciin tali In cunfusiòn ;
Pura a sréssi , ma n' s^ In^ farév armòur.
Fclìz doDca da còulpa: oh al bel maròn !
S' al cbcrsé a una tal Donna un nov splendòur.
1840. Per saggio dell* odierna letteratura bolognese, valgano
le seguenti poesìe inèdite dei chiari scrittori viventi Raffaello
Buriani , dottor Nenzioni , dottor Carlo Frulli e Biagio Uccelli ,
ai quali rinnoviamo la nostra riconoscenza per avercele grazio-
samente comunicate.
Seslèin balzati
Pr*un (iMinr d'una Sozìetii d'ìnattj detta di Trèds^ dal nùfner
di cumpuììniìt , i qual però han la facilita d^cundnr ognun
un atnhj,
(Carneval del 1845.)
Finalmèint «te bèli de Tè pò arriva
Cile tiìlt in cumpagni qué a aèin a dsnàr,
E In grazia so nù a vdèin verifica
Che non sèimpr a s'attrova al trèds in dapar:
Di falli, s'a lumà la cumpagni,
Trèds ein i soiÌ , mo a sèln qué in venlsi.
Pur sia giurnata, eh' è peri altr aHigra.
A dirvla d' bón, per me la nTè la tropp,
Perchè st^ann la mi Musa 8' móstra pigra,
Ch'la scòria n-sóva a farla andar d'galòpp....
Sta debolézza, corpo dèi demoni !
Srévla forsi un efTètt dèi matrimoni?.... (i)
Mo davvèira che quèst «ré un bèli effètt
Per qui puvrétt eh' s' Impiizn^ in rePmujér!
Se più a n' i serve né Uva, né a lètt
Quel età ch's'ciama'èster, me a v' al dég •imér,
A m^ par'rev, in sustania, un miòur aliar
Al supplìrs viv, o almànc al fars castrar.
(() Al porla (ruM tioo riftpplt dUtivla) fra alltMir* tpòu» ouv.
558 PARTE SRCO.^DA.
Al (or mujér fu sèimpr un afllr schéé,
Cmod dseva Zizeròn dscurrènd di mrus,
E al scrlv che acsé pian pian dvlnlò un sternéé
Un so cusèin dia ci di Stopabùs ,
Al quii per la mujér, acsé bèi bèi ,
S* i aslargò el brag , e s* i asgrandé al cappèll.
Mo lasse in da una banda el buscarat ,
E mittèins in t' al seri : In ste bèi de
D^ cessa s' prév dscòrrer , eh' déss un poc d* dilèU ? . .
Zèlrca pur cessa dir... Soja mai me !
AlParversa dèi sòllt fu la festa :
Al matrimoni m* ba lima la testa.
Tuttavi a nM è rimedi, un cvèl bsò dir
Pr'en far del tutt figura da minciòn;
Dsèin su dónca una volta quel eh' sa vgnir :
Séppa quél eh' séppa, e bona nott patron !
E s'anc a fùss per far trésta figura,
Em^mittrini per quèst in sepoltura?
Damm te. Musa bulgnèlsa, un argumèint
Cb' séppa, in sustania, tal da farm unòur:
Cbè al dscumparìr tra i altr a 1 ho in tla mèint
Ch' V ava propri da èssr un gran brusòur.
Su, su, svelti, cufb|... Ab! a l'ho truva:
1 vantai a dirò di Innamura.
O iu, Jpollo, che iiedi in Elicona
In mèn al Mus, dòv t' fa d'ogni èrlM fass,
Oggi propizio il faoàr tuo mi dona:
Va là, cinòtt, e n'em'Iassar in assi
Coss'éla? t'n'em'da mèInt? ah! Ten' vù vgnir?
Mo a mMn sfrèlg di fatt tu : pust arrabbir !
Cessa m* scappa mal détt ! Oh puvrèlt me !
A n' eo' son areurda cb* a i è del donn ;
Ch' bsò guardars dal biastmir In st'cas eh' è qué,
Mo di pater o di Kjrrìe-eleisón
in lùT preunxa il dir iolo è conceuo ,
Che tono il femnUnil desolo icuo,
A v'dmand scusa umllmèlnt , i mi dunnèin,
8e quél Aiti arraidtèr a m' è scappa :
La n'è la una blastèmma, mo un blastmèln
Che s' sèint dai galantòm anc per la stri :
A v'prumètt tuttavi che per l'avgnir
A n* slntrl più da me hut arroMr,
DtALim EVIUANI. 589
PuÈt arraMr, di fatti , T è un «oguri
Che n' va détt per mattiria gnanc a un ean :
Putt arrabbir et i éin parò! csé duri
eh' a in slntirò rìmòrs insétn a dman :
E se nV Puil arrahinr al v' ha fatt pora ,
Piai arrabbir n"* em' scapparà più fora.
Mo flnèinla una volta, e fèins un poc
Airargumèint eh' a m^son preféss dUrattàr,
Che più sdundland al srév un dar agli oé ,
E al par'rév quasi eh' a v' vlésf mineiunar :
Mo cossa vliv? a savi la, flù mi ,
eh' rana d' sturnèl è mai la fantasi ! . . .
A propòsit: sta sira al Gomunal (t)
Giùst una Fantasi per pian e fort
A seint eh" al sunara clù d' GulinèU :
Chi la prà sèntr'arà una bona sort!
Che vù altr a I andadi me a m' flgùr :
Però fa quel eh' a vii: me al vad sicùr.
Ai vad con la mi santa eumpagni.
Che l'asen n'andò mai sèinia la soma,
E pò me la mi cròus a la vùl drl ;
Po in cumpagni òneve è la ^a di Bomm^
E pò a m'arcòrd, eh* io leni gunVetlaiep
AUer alterità onera portale.
E da sa che al destòin insèm l' ha une ,
Aviin d'avèir divìs al béin e al mal ,
E cmod em' dseva un prii anc l'alter de
1 spus han in comùn sèna i stivai ,
E pò sa mi mujér V al sa anca li:
Mi è quél eh' è 8Ó, e quel eh' e mi è mi.
Sicché dónca me a v' déss eh' a m' son propósi
D' cantar oss di vantis di.innamura,
Mo a trattir st' argumèlnt più eh' a m' aceòsi ,
A dirvla stiètta , a m* sèint de più imbruja ;
Mo ai voi pazéniia, e, per Unir la fola ,
Bsgnarà trattarci , eh' a v' n' ho da parola.
El paròl èin cm' è un scrétt pr' un galantòm ,
0 n' s' han da dar , o s^ el s' éin da mantgnirli ,
Che lert al n'é trattar eh' séppa da om
Pruméttr el coss , e con mal garb pò dsdirli.
E ciar al le scrive mcssér Oratio :
Promiiiio boni viri eil obligatio,
(l) tift tira dèi dsniir ai era no grao cnna^ al teiiirr.
5(10 PAKTE SECONDA.
Dsim roo : cos»a v^ in par , o clicrlatùr :
A n' ev par me eh* a sóppa un brav ragàzz?
Com a i ho a mèinadid tutt quant i autùrl
Oh in st' gènr a n^ eoi^ son mai (ruva in impàzi !
Bsògna dónca conclùdr' , in ft^in dèi lom ,
Che in sustanxa me a son un gran bràv om !
E quèst sia dètt con tutta la mudestia ,
Sòul per cunvénzer qui eh' crèdn al cunlrari ;
E se , forsi, un qoalcdùn di* fgnéss pr' una bestia ,
eh* al 8' persuada eh* al fa un grao divari ,
Perchè V è ciar e nètt, in féin di féin.
Che una bestia n^ acgnùss i autor laléin. —
Sicché dònca nò a dsèven eh* V arguDièint
Di vantàz d* chi s' voi bèln Die a vui trattar,
Perchè ste tèma em* par sfcuramèint
Adatta per cantari in meiz a an dsnar,
In dóv s* attrova più d* una mattana ,
In t' un zircol d* amig a tir tulliana.
Oh i amig pò, I amigl... Mo Tè un gran gìist
Passar insèm degli òur In cumpagni!
E mi mujér la o* stava più in t' al bùst
Pinsànd che st' ann la vgneva ancora li ;
£ me ai n* ave csé vùja, eh' pr* al dilètt
Al srà trèi nott al più eh* a plssò a lèlt.
Mo quèst en' fa per me : tonièlD ad hoc ,
Che UD puctinèln andò fora d' caria ;
E a n* vrév pò mal eh* a m' psessl crèdr un scloe .
Ch* cn vléss manlgnirev la parola dà :
Musa , turnèin in fil , In 11* argumèint ,
Per buscar uD evviva da sta zèlnt.
A me un evviva? Oh la srév bèlla d'bón !
Oh se eh' al srév mo propri mess a post !
Ho che razza d* Idea da gran mioción !
Viva al cug, al cafftir , evviva 1' osi :
E , quél che de più m' prèm , evviva evviva
Quant 8' attróvn In sta bèlla cumltiva !
E qué a fan puut: e a vùi per zeri sperar
Che del coss eh' t v* ho détt a sri cuntèini ,
E in prova dèi mi assùnt, lùiid e dar
A v*arii piirs tutt (fuiint I argumèint:
E s* mài a v* par ch* avèss flné trop prèsi ,
S* a turnà un' altra volta, a v* dirò al rèsi. •
Rappacllo Buriaxi.
DI A Lem EHI LI AHI.
5(11
Caso successo in una vìsita del Cardinale jircifr, Opfiizzoni
a Castel S, Pietro nel bolognese. — Zéradella del doti. Wenzioni.
Zérudella da per tolt
8' conta al càs, eh* è sia moli broli.
Che reguài en's^e udì dir
Dop eh' csésl Caslèl San Pir :
AI T^iudàr , eh' e grass madùr,
Ch^ guano per terra an' va sicùr ,
Ch' al pò andar s' tira dei vent
In ti rozzi ogni mumènt ,
Vois per geni si' scceabàl
Anca lo so in V un cavai
Con tot i alter dai caslèl
Incuntrir al Cardinal.
Tot i amìg avn un bel dir ,
Sgnèr Kadàr, mudàin pinsir;
Sgnèr Duttòur, eh' al tuga I* àsen :
Lù arspundeva : « eh' i mei basen ;
A capìss, eh' ques*a è una trama;
Stai pò ben lugar a daira ?
Ai voi tot la convenienza
Quand a s' traila d' so Eminenza ».
Basta, al vols a tot i cosi
Del cavai sintir el gost ,
E tri 0 quàtier di su amìg
Avén lóur tot quànt l' intrìg
D' mèttrel so, d' guardar! alscàttel,
E ajuslari el sòu zangatlel.
0 eh' speltàquel , o eh' risa
Veder si' cvèll infagullà !
Un d mandava : Dov* è al nas ?
Ci' alter dscva : An sa^ì al cas ?
La partida c-a tànt grauda ,
Ch' al 8' r è miss da ci' altra banda;
Q' a Iter dséva : Al va d' incant,
Me an' ò mài rido acsè tànt;
Ha lo t' un punt anVved piò gnent ...
S*èl mò fatt dal mài ai dent?
Hb : per grazia V e casca
Con al cui su in ria pulvrà;
Afa sta bon , e vivi zert ,
Cb* torna Roma a gamb avèrt.
E difnit qui matt fottò
Novamènt i al cazzòn so ;
Starai dur ? qui as'cmenia a dir :
A j è eh' tem , e ai ven pinsir
Per star quièt, ed vlèir ligàr
So in ria bistia al so Nudar :
Ma an^s'è gnanc sintò parola,
eh' torna a cap la bella fola ,
E al Nudar, ch'en' voi tànt guerra,
Canta d' nov : Sicui in terra.
Le mo li, che tot in massa
S' fceebn attòrn a sta bardassa ,
Ch' tira a se tot al caslèl ,
E piò an' s' pensa al Cardinal :
Chi voi veder, chi voi dir:
Chi 8' accosta sòul pr' udir ;
Aviv mal in t' ensòn sit?
Siv fors dèbi ? Aviv aptit ?
E un piò matt , e d' qui piò slramb
Vois tastàrl inscn tra V gamb
Con dmandari : In tot stl spéli
Aviv pers forsi al sigéll?
Basta infén dop mill salùt
r al cazzòn so In t' un minùt ,
Perchè a forza d' far di sàlt,
A s' Acca va anch bèin in alt :
Al fò li con st' monta e dsmonta ;
Post, ch*ai sòn, bsò eh' av' la conta:
Al cavai s'era allarma:
L' era poc eh' l' era castra.
Pars eh' al dsiss li da per lo :
Di quajòn me an' in voi piò ,
E in t' un tratt con un scussòtt
Ficcò In terra al so fagòtt;
Figuriiv mò adèss al cas ,
E sia ben tot persuàs ,
Che al Nudar , eh' n' era piò stracc ,
E ch'en'vleva piò tànt smacc,
S* fé spulvràr , e pian pianèin
L' incuntrò con i su pdèin
562
So Eminenza, che infurna
Del nagnéféc Irei emtìk,
Diss, o Roma , acsè rìdand :
Vò l'avi fatta da grind;
L*(è un esempi , eh' è sta tolt
Da Gesù , ch^ cascò trèi volt ;
La voi èsser umiltà
PARTE SECO.'VDA.
Per sustgnir la cavalca ,
E bsò , In c&s (ph* s' deva viaiar ,
Fars dar V asn' a tot andar.
Perchè un om, eh' ava duttrèina
S' è da mettr In t' la bastèlna ,
E ai supèrb lassar la sella;
JTocc e dai la zérudella.
Zérudella
Pr*un gran dsnàr eh* de in tal 1884 in villeggiaiura al capldr dimoia
in Bulògna Marion Maccàgn » dov* inlervèntm più d" se$$anta penòmn
tra invida, cherdinzir, capp-néigher, apparadwr» cug, illwiìinadàt,
fugkuta, cannumr e iervènt, ienza i bcn-vgnù. V ann prima a in de
un mane ifarzòus.
eh* al s^ vliss rendr^ acsi fanòus,
Dand un prans ch^ensùn sanai,
Ensùn sgnòar r ugual de mai.
ZIttam pur qui d^ un Cavrara «
Qui d** un Spada o d^ un Malvèn,
O eia tavla acsi strarara
Ch' a Nadal Bov s^era avèn,
0 d' chi al Lin e al so cut cald
Als' gudè fin ch'ai sti sald (1).
Marlàn sóul j' ha tott supplé
Cun el sfare e I più rar boòn ,
Cun J^ adòb e i lum eh' fenn de ,
Cun gP allgrèzz, cutt i cannòn ,
Cun r avèir illumina
Sai, zardèin, cavdagn e pri.
A propósi! dal zardèin ,
Al n* av eor d' crearl a un Iratt
Da un curtìi ? anzi al fo un vsèin
Ch'ai stè le per dvlnlir matt,
Vdend nad flur , «Ibr% ananàss
f Dov' jir r àltr' a J'era i sasa. (s)
Zérudella s' Pann passi
Una bella cumpagni
Fò cuntèinta parassi
D' quel tripudi e d' queP allgri ,
D'quel bel dsnar e d' da baldoria
eh' ev contò jlr la mi storia :
Cosa mal diruta incù
E d' da zizla d'ajersira? (i)
né armàs propri cm' è un cucù ,
(An've cònt una chimira)
Usservànd eia profusiòn (ròn.
Non d'quel dsnar, ma d'quel dsna-
Tott qui udùr, quel fum, cl'allgrèzza.
Quel purta, e qui bon vio.
Un Incànt V era , una blezza !
Tutt qui piatt eh' n' avèn mal fin
Tramudòn casa Maocagna
Tutt' a un tratt in t'na cuccagna.
Ste Maccàgn me za al saveva
Om d* gran moda e generòus ;
Ho per cert an' me cherdeva
(I) lo li cW sncteulv al prans , as' magniva j' anòi con i amìg ; tra qneOi ai era al
caknlir di' tmtbnr , ch« mito a memoria sta tiridira.
(a) Al aeaatòar Barliaaa padiòo di' impr^isa del £m , eh* falU dop èsser stii al più ricr
e ptttÙoi d' Balògoa , dov a j è arsta per pmverbi : Al liu e al cai cald al ■' 1* ave s* ne
BarbaHB. La fameja del senatòar marchèis Bovi una del più recebi d' Bulògna ( adks dccadò)
dava alla vìaellia d* Nadil una gran aènim ai invida e mustrava una tavla farn^ magnific*-
m^ini d'trskal, or e pnraHMo dU CliMna e del Giappòn.
(3) Par f&r u tardèin ft^int al ft dsfar in t' una stmana al eurtil , dov'al sappU di fai ««^
d' fiur , e ai piantò di albr' intir , strapianta dai camp run el sòu vanìis d* bùtael ; figoiiv 'a^'
cun che spUsa I Zk anc* adèss al sta d* c'à in t* un gran appartaroèint éìA palata del duca
d* Gallira.
DIALETTI ESIILIANI.
565
Guà Mariàn ch^ la bocca ha In piga.
Gua ch^al tetta es fa irhìn...
Scnt, ch^ dal gust al par cb^ al zlga
Crood in màrz i nùster mnin:
L' ha rason s'al s^god sV Incèlns,
eh' j dev dar chi e al vèlr propèlns.
O scrittùr di temp antig ,
eh' a cunti d' qui bl de grats
El tavlà eh' dàvn' ai amig
Qui sbulzòn d'Lucùll e Crass,
Vgnì qui a veder se Mariàn
L' è da mane ed qui Rumàn.
Che da mane? l'è tant da più
Ed qui vùster barbasaòr,
Quint J' avèven clòur più d' lù
Zòi , intrad , arzènt e or :
llobb che gli ern a ca purta
Da! praveod saccheggia.
Sia s'un om msurar a s* dev
Dal curai e non dal fust ,
Chi più grand al mond mài srév
D' Mariàn nostr'acsi d' bon gust!
Un pajèis dal da guemàr,
E a vdrì quel eh* al sarév far.
Quand d' l' Egìt la gran rigèina
Dsfè in t' r asa eia tal perlòuna
Acsi rara e suprafèina ,
Ch' la custàva una summòuna ,
Per mustràr che un pìccol dsnàr
Più d'un grand al poi custàr;
Ho l'an* fu propri una matta
Struscia-zchèin sema rasòn?
Quel eh' en' fa bùjer la pgnatta
L'è tutt spéls da vèir zedròn:
E per quest me a son d'avis
Ch'jir Maccàgn al 1 ha bèln spls.
0 su dònca i mi cumpàgn
Fa un evviva e sbatti el man
A ste brav Mariàn Maccàgn !
E eh' as sinta un mei luntan
Al piadùr ! Ev voi 1 sprèn ?
Battiv donca in ti ... zuccóni
Batti zo senta dscherziòn :
Batti pur e fa dl'armòur:
Batti a cost d' strupiarv «1 man ,
Perch' al merita st'unóur!
Po avri l'uss , e fi la scila ,
Tocch e dai la Zérudela.
Del doti. Cakl FaoLL.
BitràU d' un legai ìT Bulògna.
SUNÉTT.
Kè alt ne bass , un iudri mal ligi ,
Con un gran nàs e senza un pél adÒM ,
Dinànz a i u£ P ha sèmper doi vedri ,
Perch' senza al prév cascar dèntr' in 4' un fo»s.
In lez con di quattrìn fò laurea
Per quèst In drltt zlvil al s' trova asdòss;
Ma in criminal a dfendr* i cundani
L' è svelt , acut e s' avrà ben al goss.
L' ha squas trent' ann e in dmostra trentasi ;
Tint volt furìós e in tesU del mattiri,
Mo sèmpr un bòn amig in compagni.
Al n* ha mujér , almànc mujér intirì ;
Al bev puctìn e s' magna ben per tri ;
Al rcst pò v' al diràn el camariri.
384
PARTE 5EC03IDA.
Dialetti Romagnoli.
Forlivese.
1 dialetti roipagnoli ^ come accennammo , non furono mai
scritti nei tempi addietro^ se si eccettui qualche frivolo compo-
nimento d'occasione^ che 8compar\'e col nome del suo autore.
Solo ai dì nostri incominciarono in varie città di Romagna al-
cuni studiosi a sottoporre alla difficile disciplina del metro le
indòcili loro favelle, e fra questi si distinsero il Forlivese Giu-
seppe Acquisti, il Profiessore Domenico Chinassi di Lugo, eDk>n
Pietro Santoni di Fusignano. Un Saggio delle poesie del primo
pubblicate di recente a Forlì, ebbe meritato plauso in patria;
varii componimenti del Santoni fiutino raccolti , dopo la oaorte
deir autore, e pubblicati per cura di Giacinto Calgarini. Parec-
chi si neir uno che nell'altro dialetto sono tutt' ora inèditi, e fra
questi godiamo di produrne alcuni per la prima volta alla luce,
gentilmente comunicatici dagli autori medésimi, ai quali atte-
stiamo publicamente la nostra riconoscenza.
fioettìe inèditi: di Giuseppe .acquisti Forlivese.
La QUAftESMA.
Chi èia mai da gran flgura
MofTa e secca cm'è um parsòtt,
Oh' yen inàs eh' la fa pavura
Cun un àbit icsc brott ?
La vèn cuèrta dentr^ un sac
Che pà e segn d'Ia penitenza,
Stretta ai flàne com un tric-trac ,
Segn anc quèst d'Ia cuntinenza.
Cs'èl cai test inzinaridi
Ch'I ven^drì, e cs'èl ste piani
E stai fazz niurliUeiidi ,
E sV silenzi da camp-sànl ?
Èl fallì un iraperatór ,
th' rà in Tal man un gran rudlòn
D' cari, eh' la pà loti un cursór
Quand e porla al zitaziòn ?
Oh! che dmanda scujumbràda!
A n' avi sin lì la lo va ?
La Quaresma l'è lurnàda ;
Adìo Itali , e a piànz M u n' zova.
Ah! pur trop, V sintrè e stramézz
D^ iqua poc , e mi Uatli,
D^ chi eh' a n' à paga e pastézz ,
E eh' eiapò la mala-vi.
Seni, che sona la campana.
Alla predga , sipa proni ;
La Quaresma a e fén d' la stmana
La vò l' fassa tolt un cont.
E s' réss mai fai di fistón ,
E di pràns Tal de in baracca,
L' e vnù e lemp d' caga i stupen
Cun dal reng e d' la saracca.
DIAUrm EMILIARI.
565
VII intànt cai tre ragozzl
Cun cai man io t' i Cavell,
eh' al 8' lamenta, e al n'à al puvrazzi
Quièt inlsuna e pas inveli ?
A gli è slàdi onz mls asriidi ,
Con na pànza e cun un oiàl ;
Fors a gli èva un pò gunfiadi
L^ ària stile de carnvàl.
Vit ila com eh' al s' è ardoKI
Sguègni sgucgni com' un flg,
Zaii, vecci, bratti bratti,
eh' a gli affi pà prapi tra strlg?
Guarda Uà chi muscardèn ,
MoiT, eh' i pi tot Oman d' boss,
Chi in gabana, e chi in giaclcn,
Parche I n' à piò inlsùn barnòss !
I è chi tal , che jr s' la festa
A i truvò imbarièg spuipa ,
E incù 1 pà dalla tim pesta
Bdoll battù tot quànt sfuja.
Guarda Uà che ragazzèn
Quànt pastròé eh' l' à mài s* la fazza,
Quànt bulètt, e quànt bultèn,
Ch' un' n' e lànt s' i àngui d'Ia piazza.
Clì che à freda in t' che mantèl ,
eh' la fa adèss la vargugnosa,
Ch' la s' magnò che zambudèl ,
Senza fi lànt la ritrosa,
Sol d' Quaresma , sta quajòna
Tànt la vò fa cont de dsùn ,
E la fa la biguttòna ,
Dop d' ave ingiutì chi pcùn !
L'era jr, la mi cavala,
E mumént d' no vièin savè ,
£ d' no star asrà la stala ,
Quand che 1 bu i e za scapè.
Tap, tap, tap! Ragàzz, a I sòn ;
Ecc i strid pr al culunctt ,
D' quj eh' a n' à paga e budèn ,
E i malàn , com' a v' ò dctt !
Tap,tap,tap;ièaróssd'Minghctli.
Chi va là? — Dess Pulinàr :
^ se' nu. — Èli pwrelfi ?
•^ No: V è e 4(7r^ e e cafzutàr.
— Jèl gnii d* nóp T — A ié aPfiù
Par che cont, Dess Uarcadèll:
Pulinàr^ turno pti incù; -
Lo V è fura, e nte a n' so quell.
CI' àtar r era d ri a la porta
De curtil a sta ascultà :
— La$s ch* I vaga; chi s* n' importa!
Incù dì eh* a sa amala;
E se guest u n* è abastanza,
A fazz métlar un carllòn
In «* /' òss, ch* diga: La mi usanza
// è d* paga cun e basimi.
Mo quajùn! che bela fotta!
£i qiiist 1 Oman eh' à bon seos ?
Èia questa una cundotta,
E un cunlègn pr andar inèns?
Ah ! ai mi zent , pinsè una volta
A che temp chi buttò vi ;
E fasi iquà um pò d* racolta
Dal passSdi vosi pazzi !
Bade a fa una l>ona vita
S'a n^ uvli eh' suzzeda mài;
A n' dég miga da eremila.
Da san Flép, o aan PasquàI;
Ma una vita da bon <:séiàn ,
Ch' la n' si tetta ala carlona ,
Cioè a dì, no tolt bacàn,
E nemànc tolta curona.
Té , brott vciàzz , lassa 1' usura ,
E no dà I quattro a trenlòtt;
Parelio nu a paghèn la vtura
E té t' ve a l' Infèran d' trott.
Té, Lucrezia, àp piò zarvèl,
Arves i oè cun zirt fancl ;
S' 1 è sparsiùn, no crédar quei;
SM è mugnùn, no i tor inveì.
E té , mamma sfundradona ,
No (à cont d' guardar ae zil ,
Quand cun Bis la tu Mlngona
L' è In s' la porta de cnrtìl.
Lardarùl, badò piò ae bon
Cun la blànza, e no v' scurdè ,
Ch' avi un' ànma, e la n' è d' ptòii ;
8' a n' bsè giòst, a n' u v' salve 1
S68 PARTI SIOONDA»
V alar 4é loU salaquiva,
E i quatlrèn s' bottiìra a bgòns,
E a una Uvra o n^ si guardava
8^ la fòss stada anca d^ nov ònz.
Ma d' Qoaresma , i mi palrùn ,
Arcurdèv , eh' o s' magna mal ;
Tire fura i vir blaniàn ,
E arpunì qui de camval.
Té 9 Marcànt , con cai Sgnurèni ,
T' è fatt sr an um bon intrèss ,
Cun cai stoff e cai lundrèni ,
Quasi drì a d vinta loU Strass;
Ten al diur um pò piò in là, E che d' terra V tumarè ;
Che e carnvàl u s' r è za accolta ; Èpal sempr in V la memoria.
No temè , cbe taiMii
Par tnét curi nn' air» volta.
Fneglia donca; qua in t' la Cii
lu r la elsa tott insèn ;
Iqua avèn tott na divisa ,
Iqua u n' s"* cnoss nò grand, nò ps
Don , don , don fa la campana
Arcurdès ch'en da muri,
E e putrébb' èssar la stmana,
L' ora questa d' anda vi !
Arcòrt, òm , V sì terra d' prò
L' è un vangeli , l' è una storia ;
Fnrbarì (T Fra lacmòu.
Simirr.
Fra lacmòn , dett da tott Mi Furbarì,
Cbe un saveva una carta d' ogni zug ,
Sarprés da un temporal, e curs d' fati
Vers la Pidquenta , par sarca um pò d' lug.
Quand- Dio vus , V arrivò vers V a v- mari ,
eh* i sunava da festa , e u i era e cug ;
' E dmandànd de curat, cun allegri
U t!* sugava la tondga a cant ae fug.
E cumparé e curàt , eh' 1* era un umètt
lese tra l' alt e e bass , tra e mnud e e gross ,
E 'I pregò d'um pò d' lett e d' um panètt.
cr atar taja a \^ antlga , e alquànt cumòss ,
U i déss : Sibèn, vUmUra^ u jè du leti;
A durmiri in Vtm d' qui.,. Anzi p' adofj,
Siccóm benéssein post
Crédar, dC a sivn un fra d' molla dullrena,
A p* adòn pretna d* santa Cekslena
E Purgatori, e $ena
Zòbia zunéda a putì star iqué
Patron d* la cà; e in t' e temp che dseva icsé ,
Mariana, sii ile ?
Anurn, spéciai, corr prèsi e ven iquà,
Ciamiind la su massera, e dsendi : Ta
Zò in V la cantena d* qua.
MAurm onuANi. 367
Da che cant dop V si li» dov* é t SamvéSj
OC s' agràppia al zèi, e eh' fa parla franzés;
E pòrtan^ ài inlé$?,.,
Pòrlan so du flascàn cwn de panóii,
CtC a 9oi, c/a' sto brw fraién s* arstwra ìoit.
E e padar lacum , foli !
Cb^ oé che faseva! ma però In a' la testa
U i avneva a piambfi on^ atra tlmpesta ;
E aiiV quajòn piò mulesta
D* la prema um pèzi , parche u I era da fa
Dò prcdic, e che pòvar sagurà
Un n' aveva Impara
Ater che una in su vita , d^ Fra Liberi ,
Ceretta cun forza sovra ae Purgatori ;
Che dop ae refelorl
V andava a stugià vscn a um mzèlt d' tarblàn ,
In V la su cella ; e quand de man in man
La ment 1' andava pian ,
Svèlt cun la mzetta a ravivi e zarvèl ,
U s' in dbeva un blcdr alt cm^ um spanèl;
E un aveva un tinèi
Sott ae lett. Ma slntì cm^ u la scappò
%V fra bccfatù , e quei ch^ I^ Imazinò ,
Par salvas da tott dò.
In r e sgond de , par santa Celestena ,
Ch^ l' era za V ullma festa , in t' eia mattena
Cl^ anma tapena
£ vèn so all' impruvìs , e cmensa a dì ,
Cb' i è cir ha dett, eh' a déss jr un^ eresi;
E vus tu mar a di
La su predga d' beli nov , parvìd che ognun
Bsèss sinlì , cb^ u n"* aveva dett sfundrùn.
E lese cme tànt quajùn
I arstò ila tott ; e lese sr baròn lest lesi
Sol cun na predga lo e sarvé a dò fest.
Zìiàn a Fabrizi asén a fàs e spòs.
QUAaTINI.
ical torsi um prezipfzf?
'un lazz, s"* te vu adrinii?
i r spusa , e mi Fabrizi ,
inCcndòn d^ vlet a mazza !
Par si curt e puc mumènt
IV cunlintezza , in t' un infòran
T^ vu buttali da imprudènt
Par padì dop in etèran?
37
568
PARTI SKOMDA.
Ah ! Fabrizi , 9' l* a m^ vu ben ,
Prema d^ tott di um pò an^ucciada
Alla donna , e ae tu destèn ;
Dop , sM' a e cor, fa sta futtada.
Ila in r rÉdan e prém òm
Da r Etèrn e fo crea,
eh* u s' mantènn' un galantòm
Fén a tant che fo isulà ;
Ma a stè poc ; quand da la costa
U 1 vus tó la su compagna ,
Addìo fig ! cminsè de posta
Da che de tott la magagna.
È e cessò da che roumènt
Ogni pas , ogni opra bona ,
E r armór e e tradlmènt
L'eb prlnsipl da una dona;
E mandò lo d^ cunseguenza
Dio e dluvi universale
Ch^ u n' bsé ave piò sufTerenza
D^ uro mundàzz lese bestiai.
Ma csa fol ? in t^ V arca eletta
U i arstò la moj d' Nuvè ,
Oh' Tera santa la puvretta.
Ma e su ben uà n' i zuvò.
Parche dop e vens da sciatta ,
Che invéò d' tò esempi da Li ,
La vus sèmpar fa la matta ,
Benché Abram u i gridàss drì.
E di fatti e mi Sansòn ,
Cun tott quant la su luchella,
K plrs i oò cme un bel quajòn ,
Par dà nient a la so iiella.
Mo csa staghi a la Scrittura V
A la sàlt y e a vegni inànz
A cai donn a diritura ,
Donn da storia e da rumanz.
Troja un de la fo brusada ,
E la Grecia la s^ armò ,
Pr una donna eh' fo rubàda ,
E du regn 1 s' arvinò.
Alissàndar e puvròtt
E mure |)ar la su amiga ,
Imbariag in t^ um bancbètt
Dop a tanta su fadiga.
E s^ a guard a cai Rumani ,
Trovi un sol di su marìd
Ch^ si cuntènt d^ cai tamburlani 7
Ecc , a n' sent incora i strid !
Par Lucrezia guarda ila
Tott um pòpul in pinsèr ;
Guarda un regn che fncs, e e va
D^ sotta e d^ sovra un mond Inter.
I u' è quisl , e mi Fabrizi,
Tott esempi convincènte
Parche t'apa ben giudizi
D^ fat e spos in sti mumènt ?
A l'idea sol d^cssar pàdar
In t' un sècul tant scurètt
U n' t' s' presenta ai ÒÒ un quàdar
Da fat star a cavai drett?
Ah ! Fabrizi , me a t' putrì
Cun eia mój eh' a m^ trov ae (lane
Dlt s^ a m^ so* a si' ora pinti ,
E s' ò fatt tott e pel blanc;
Ere tant e mi martòr ,
La mi erosa , e la mi pena ,
Che par no ave piò st' dulòr ,
A m' turi a carpa d' mattena.
Or u I vor un sutlanèn ,
Dmà una scoffla parigina ;
Cr àt de al sciìrp fatti d' sagrèn ,
E d' magna la n' e mal pina ;
Tant eh' a n' basta par stai spes
Tott che pò che me a m' guadagli ;
E par quesl u m' tocca squàs
Sta par lì d' no magna alzàgn.
Ah ! Fabrizi , par pietà ,
Prema d' fa la buzarada ,
Pènsii sovra , e no t' butta
lese zo tott a la dspràda.
Che s' t' avéss mài risuiù
D' vie muri propi aroazza ,
Mancr un lazz, e mi cucù,
Senza t' vòja niaridà?
DULRTl IMILIAini.
509
Franzesca d'Arimin a imitaziòti d^ Dani.
0 bon òm eli' a sì avoù fra sii broU mur
A udì i orai divìrs , i piani e al strida
D' qui che sia condaDa par sempr ae bur ,
Vó , cun r ajùt dia vostra brava guida
Andànd inànz , a truvari chi tal ,
Che par lo la rasòn la fó tradida.
Nuìtr a sèn chi du pùvar murtàl ,
Che a Remn 1 fó amazza ioti du In t' na botta .
E Iqvà a s^ truvèn fra 1 pecatùr carnai ;
He a so nàda a Ravenna , e da zuvnotta
U m^ ciapò e prem amor par st' bel ragàzz ,
Che , com' avdì , par lo a so' incora cotta.
Amor r urdè la tela , e e furmò e lazz ,
Amor pr al can d^ la gola e condusè
Quest a magna d^ la torta , e me de miàzz.
Oh ! e mi òm , eh' a n' u v' cnòss , s' avèsv' un de
Anca vu pruvà e fug d' che malandrén
Che brusa, e u s' alimenta da per se ;
A cred benéssum che de nost destén
An sentiri pietà ; e iqva loti du
Stasim attènt, che me a v' dirò e nost fèn.
Un de a lizzcma un liver beccurnù.
Che dseva d' LancUlòtt , e cuie fó pres
Senza adàssn in V la tràppula da clu ;
A sema sul , quand a m' sintc a da um bàs ,
eh' a tarmò tolta, e fèn da che mumènt
A 8' Iruvèssum loti du iqvà in si' beli paès.
In r cr al eh' la dseva lese ci' alar dulènt
E pianzcva ; e me toc de cumpassiòn
A n' bsè riséstr, e u m' vens cme un svenlmènt,
E a cascò cme un òm mori ai pi d' Maròn.
Fn«iifiiaiie«e.
Ritràtt morèl d* Don Pir Sintòn distribuì a peri su amìg.
I^rcfaè piò r an* um' strapczza ,
Agglappè Ini' un bel fagòtt,
Ligbè slrett con una rèzza ,
Al spedésB un mi strambòlt.
La vedrà, chM'è ins e modèll
D'che soggètt, che un de l*ha fati,
Ch' l'ha josl tant sci e scrvèll
Quànt hai tàc del su lavati.
)■
.L^t. M 1^
570
PAHTE SECONDA.
Basla di, chM'ò slè la Musa
D'un Abbet grand fura d'msura.
Che ìììV la bèrba uj'ha una busa ,
Ve d' du pll . e d'clièran scura.
L' ha una testa d' cavillèzz
Drclt e dur coin' i nindèll ,
Con di dent e di labbrèzz
eh' i cruv squès tot i nasèll.
Per bsc fé però da beli ,
Da graziós e da galànt ,
Us' fé fèr un de un zirèll.
Che spindé chi sa mai quant.
L' ha pu J' oÒ eh' J' è mezz lurcbén,
E mustàzz tot varulè,
E cm' è tot i cuntadcD,
l/è ìnt' al man arrampinè.
L'ha una vita lotta eguèl,
Longa, stila, e senza panza;
V ha al gamb grossi com' un pèl^
Con al polp all'ultma usanza.
L'ha un nistiè ch*i tocca i pi,
£ un caplòn grand cnt'un tulìr,
Anca a Io ui piès, s'am^ capì,
D' fc dal volt da cavali r.
Ala parlènd ora ins e bon ,
Un ha mal o vlrd o secc
Da comprèsa un bogaròn
D' cucciariìl o d' flg in slecc.
E prelènd anch d' bsc compètar
Con qualónq brèv sonadòr.
Pur l'avanza drì dafètar
Ogni volla dal mezz' or.
Us'cred ncnch d'ess music fatt;
Za con gran fadiga un ann
E cantè un Marjnificài
Per la mùsica d* San Zvann.
An' degh cvel quand e dscord* cazza,
Ch'US ten brèv più d'un Lagòll ;
£ beli l'è, che pu T ammazza
Io dò slmàn un passaròtt.
Parla poi al più che può
Homanesco, e il bel si è ,
Che finisce sempre in o
Quel che andar dovrebbe in e.
E presóm anca d' frnnzcs ;
Mademoiselle vons ètcs na clomha ,
ILa piò beila de paés ;
Servitór vòstar eh' av' slemba.
Lò vuò dscòrrar d' tot al cos,
£ in tot fé da Intelligént,
E vrcbb fé da virtuòs,
E mostre d'ave talént.
E pù za in tot al manir
Lò US' fò sémpar rìder drì.
(Js' fa ognora compatir
Dalla testa Inscna i pi.
Adèss donca ognòn cnussrà
Du sta nòbil descriziòn
Chi per sorl s* l' incontrarà,
Chi è l'autor del do Canzòn.
In mort d' moìisgnór Cantòn arzii;éscov d' Ravenna.
h\ dov soja ? cosa è quest ?
Oss spolpèdi , crani e test !
Èli la nott? mo cosa è st' scur?
Cosa è tott cai brott 0gùr?
Vècci grenzi , secchi e piedi ,
Gobbi , stroppi e smagunédi !
Agi' ha pu la rocca e fus ;
Al srà donn ; mo grand brott mus !
J' è Sgadùr ; j' ha e ferr da sghè.
Cosa è quest ! Soja in s'un prè?
Dov' è Terba , dov* i lìur ,
Dov' al pigur^JL pa^tùr?
Iud po' d' veni an' sent tire,
!Un uslén an' sent cantè;
JGnanca e Sol dà piò e su lom,
L* ha allintè e su cors i tìom:
|Mo dov soja? cosa è quest?
Oss spolpèdi ; crani e test !
Scappa, scappa ... a so lighèl
Véccia strega , iassm andè.
Dsi : siv om , o besti , o sèss ?
Curri : ajùt ! a veg adèss.
Chéra Véccia , ebb d' me jiietè ,
Chéra Véccia, Iassm * andè ^
DIALrm E1IILIA?II.
571
laro con dia furena
nòe e una taccbcna ,
at' chcva un pò la fam ,
ong t' am'fila e slam,
strèlg od un uscii ?
èia ? an* vcg piò cvcl !
Tolti 1 r lio scappòda ,
razi, Vcccfa plrda.
n iDont tol cvert d'allòr,
fioc e dal franz d' or,
òn, del còpui, di ere,
t d' mèr , de gran, di bcrch,
I cà, dal ci», un sbdM',
eros e pastofpl.
loft sta novllè?
•8t d' glàzz, a so incaute.
5rinont?J!ul)rqui^tlar Donn,
>* dà al o£; eh' agP epa sono ?
91) ; la Purite ,
peranza e Caritè,
i e cb' cus dal bend d'uvlù,
I pianz: coss'agli avù?
» la Caritè
sotr tot spinlaccic ,
doss na vu fan drena ,
mezz da pilligréna ,
zoc ligbè ins e stane,
igòtt ini' ci' èlar fianc ,
, smorta, contrafTatta,
piànzar la va matta,
r quella è una meschéna ,
rtmenga , e eh* va in arvéna.
lèdi Caritè !
ini 11 fa pietè.
quel? al pè scrlttùr :
il acsè prescur?
thio Bavennale,
immensa cantale^
acere unicersaìe
\unse il di fatale.
è mori monsgnór Cantòn ;
è mort ebé sgnor si bon ,
làbll, amore voi ,
'bon cor, carltatèvol !
or d'ghèrb, un sgnor valènt,
I , sevi e prudènl ,
Pére, benégn, pictòs e giost ,
Ch^ n' lia savù mai dèr un dsgosl ;
Per la Diòcis vigìlànl,
Pr e su sùddjt bon e amant ;
S' 1 falle va , ui corrlgeva ,
E pu ui deva quel eh' I vieva :
Un prelct eh' s* è quès spiantò
Pr' 1 puvrèlt, per fabricbè.
Se campèva un'etra stmana,
Un'J'arsteva la gabbana;
Dile Requiem, Miserere ,
Con /ìosarj e altre preghiere»
Quel oh' ho vést , T è un chès siffal,
eh' an' m* V asptèva acsè ad un Iralt.
Anca me adèss a comprènd
Perchè tess cai donn dal bend,
E perchè la Caritè
L' ha e zimir tot spintacele ;
Pianzì, prit, mònach e frè;
Moviv, sess, colònn e prè;
Sventure ,tmeschèn Bavgnèn ,
Recch e pùvar , pianzì tnsèn ,
Pianzi tot, eh' avi rasòn ,
Anca lo pianz, Don Sintòn.
Quand e vdeva zent d' Fusgnan
(Testimoni n'è e Caplan,
eh' ui staseva Io e cavali
A magncr e bé al su spali ),
Tot cortes ui richiedeva ,
6' J' era in ton quel eh' i faseva.
E me a so, s'avèss stugiè,
Ch' uro' avrèbb sóbit preroiè ,
E che adèss i srebb padrèn
0 d' Primèra o d' Longaslrèn.
Quel eh' ho vést l'è un chès siffatt,
Cb' an^ m' V asptèva acsc ad un Irati.
Pianzi V pùvar Faentéo ,
E to Ross, e fo Bunzlón^
Pianz Arzenta e Venezian .
Anca te dai zo, Fus|nàn ;
Ma piò d'tot, sgnur Comunesti«
Almàne d** piànzar fasi vésta,
Ch'a savi che Io v'ha de
La mozzetta da porte.
Pianzén tot, ch'avén rasòn.
l' ha supplì monsgnór Cantòn.
375
PARTI SirONDA.
Canzùn sora e Crftiwèl.
SU maldètt , pu$(a arribì !
St'dvinlèss matt, rstrunchrss i pi,
Garra rvncssal e furbsòn,
L'anticór e bulliròn,
Arébb dett incù e Cranvèl
S' ghc foss slè un quelch animèi ;
Perchè appiìnt, chèusa lo, incù
Un brolt chès um' è accadù.
Mo perchè Tè una pazzéja
or om per stèr in allegréja,
Inventèda anticamént
Dal Baccanti e di Bacchènt,
Pin d' moscài e pin d' sanzvcs
Per triónf del lor imprés ,
Hasòn vuò ch^an possa dì:
Sit maldètt, pusta arribi.
Mezz a pè, mezz a cavali,
Bagnè tot Inscna al spali,
Perchè a so caschè ini' un foss
Con e mi cavai adòss ,
Per del slrèd d'instè, dMnvèran
Pez ch*n' è quelli eh' va airinfèran,
A dzdott or a so arrivè
A cà d' don MichiI Baldrè.
Figurèv cosa eh' \* ha dell ,
Quel eh' r ha fall, quant us'è afflétt
Quand l'ha vést eh' a so acsé broli,
E che un pel an n^ ho de soli ?
Un' saveva cosa fé
Per bsèm sóbit rislorè.
E pinsìr piò san e beli ,
Fra lèni' èlar, V è slè quel
D' mnèm a leti , e d' fèmi sic
Fén eh' us'suga la bughè.
In sl^ frallèmp , perchè us' ravviva
Un pò e sang, V ha vlù eh' a biva
D^ov tot fresclTi una dozzéna,
Quàltar d^ oca, e resi d' lacchéna.
L' è vnù dop con de caffè ,
Rosolàzz e ralaflè,
Di Bscullén , del Pastarèll ,
E zènl èlar bagatèll ,
eh' a pareva a peri a péri
Una bella sposa d^ peri.
V ha per ùltum vliì cminzc
Un Icrzèll d' vcn navighè ,
Che a guardèi sol all' estèran
ilo dell sóbit: L'è Falèran;
E an' r ho appena avù gusle ,
eh' a l'ho dbu tot ini' un fiè.
An' deg cvell de gran calór ,
Dia gran smània , de sudór,
Di'oppressiòn, de gran conlràsl,
Ch' m' ha porle che vén, che past.
Um'è vnù subilaménl
Tèi e lànl sconvolgiménl,
Ch' um' caschè zò a prezipezi
Tot e mi pochén d' giudezi ,
Sicché pina d' confusiòn ,
Arslènd sola l'apprensiòn,
Rappresenla del cos tanti ,
Ma sconvolti e stravaganti ,
Che la stessa fanlaséja
Gnanca li sa dov lajséja.
In slé gran sconvolgimcnl
Ecc che sóbit us' risènt
V urateri, e mediaslén,
Perichèrdiy bronc, duodén;
Pr' un sintìr affati ignòl
Ecc e psoas tot in mot;
E quànl piò cress e calór ,
Aumcntènd tanl piò e vigor,
Ecc che l' uretra impedéss
A polo scappèr e péss ;
E cagr èlar bagatèll
Ch' ha l'orégin de zervèll,
Sregolèdi tanl ai zira,
Ch' r è pu allora eh' us' delira.
A dmènd donca , in sèmil chès ,
A tot quii ch'ha un lantén d'nès,
Ora a dmènd acsè in ristrèll:
Com' as' fall a parie reti ?
Dov' un è la cognizlòn,
Vn< pò gnanc dscòrrar a lon.
DIALETTI IMILIA?!!.
373
E fall r è cir am' so inUurménl ,
E um' è vnù un zavariamcnt
Acsè grand , che i canlarèn ,
Leu , carig e scrann insèn
J'è dvintè tiint Pulcinella,
Arlicchcn, Doltùr, Brighella;
Ch' i ballèva in guisa strana
Dal gajerd e la furlana.
E beli rè, che con un sèll
Arlicchén Tè andè tant èlt,
Ch' r è arrivè che biricchén
Alla stanga di codghcn ;
E ini' e temp d' na contraddanza
Us' n' è fati una gran panza.
Da le un poc, nér cm^ un magnan ,
L^ è vnù vsli da zarlalan ,
E %" mostrèva a tot interna
Una màgica lanterna ;
Sopratòlt uni' è piasù
E contràst dia zvetta e ciù.
Dop r ha mcss fura i bosslòtl ,
L^ ha fatt lànt, che du parsoti ,
Dis salèm e un bel tacchén
L' ha rubè con dls flòsch d^ vén ;
E r ha post per la vergogna
Ogni cosa Inr la zanfrogna.
Con poc citar V ha forme
Un iautéssum , nòbìt dsnè ;
L^ ha cave un bel brovlllòn ,
Un mazzòc , un mirottòn
Da scazzlè V ingórd aptìl
De su nòbil bel convit.
A vull liane y e tolta inlira
Um s^ presenta una gran fira
Acsé bella , che in Romagna
Mài s** è vést piò la compagna.
An'dég cvel dia nobiitè.
Di Forstìr eh' era arrivè ;
Dia gran xeni eh' s* era afTollèda ,
Ch^ UD si bséva de la slrèda ;
A dirò , che ins' un canlòn
A f ho vést un pezz d' canzòn,
Che sibbèo an' la dslacchè ,
Press a poc la dis acsè:
A ehi compra, a chi fa spene.
Ecco qua /« Tiroieie ;
^ chi vuole fazzolctii.
Calze , merli e manicheiti ,
Bei ventagli , ingranatine .,
Marsigliane e mussoline;
A chi vuole, a chi comanda
Calancà , tele d'Olanda ;
// chi vuole a buon mercato ,
A chi vuol mezzo donato;
A chi compra , a chi fa spese >
Ecco qua la TifoUse,
Figurèv eh' concòrs eh' 1* aveva ,
Tot j' andèva, e tot spindeva ;
Anca me a spindè ini' un fioc,
Anca me a spindè un bajòc.
Fra una banda d' sooadùr
L' e arrivò Ira e lom e scur
Ini' e mezz al Grazi e Amor,
Ch* i formèva un doppi cor ;
L' è arrivè eia bella Dea
Ch' ven ciamèda Cilerèa.
An' descrìv la su bellezza ,
L' avvenenza , V accortezza ,
Agi' imprés , I grènd acquést ,
Ch' l'ha fall sovra a qui! e quest,
Ch' un' ha i prò tanta gramegna ,
Né lèni grèpp vanta una vegna,
Quènt è i virs eh' pò ognòr vantò
La famosa su beltè.
A dirò eh' l' ha un balocclètl
D' Ragazzòl si maladèlt ,
Che de e noti e tira ardi
A tot quii eh' ai dà ini' i pi.
Figurèv fra tanta zent
8' r ha avù gninl d' diverlimònt.
L'ha fall donc d'Prussièn, d'Inglìs,
D'Ilalièn, d'Spagnùl, d'Franzìs,
E d' donn quanti agi' era lotti
Marldèdi , vedvi e polli ,
Totl insèn lighè cm' i lodar ,
Mèdar , fioli , fiùl e pèdar;
L' ha fall donca una cadena
Longa piò, cb' n'ò d'què a Zesena,
E tot qucnl ini' un palòzz
U j' ha assrè con e cadnàia.
Cosa j' ep pu fall alò
An' a so, perchè an' j' andè.
574
PAKTB tBC(K«DA.
A SO sol , Che 8trac fulcan
D' che bordèll , e veon pian pian
E US' pruvè d' tèndar la ré ;
Quànd e vésl eh' fan' era asse,
E ricórs sóbit a Giòv ,
E ui conte quel eh' j' era d" nov,
E pu ui déss eh' uj* era Mèri
Anca Io per la su pèrt.
A sinti sta novilè
Giòv r arstè murtlflchè ,
E stè un' ora e piò pensós
Senza lengua e senza vos.
Finalménl dall' èli su tron
Fasènd zenn a e lamp e fon ,
Mezz Tedèsch e mezz Spagnòl ,
Ui déss sol stai do paròi:
Man, frane; fittdar per Dea Gnidosj
Taccaj, flach, /loch e Nidos.
Ubbidiènt i le atUcchè
Un pezz d' carr tot sconquassò ;
Int' l' alt stess che lor da fura ,
Eco che e Sol sóbit s' oscura.
Lor intànt lest e lampènt,
PreVenù da un òrrid veni ,
I dasè una scorreréja
Quint de zil l' è long la véja ,
B ale dov J' udè e bordèll
I ferme secc i Cavell ,
Siè appònt tot int' una volta ,
E a gran carr i dasò d' volta.
E i scargbé una gran tempesta ,
Che a d' chi puc la ropp la testa.
Compilò tot e prozèss,
Us^ mesa Giòv a tré di sèss.
Quind e vést eh' in' s' arrendeva
E piò tant Is' la godeva ,
Us' calche int' la testa e brètt,
Pu US' fé dò tot ai saèlt
Che stampédi avea Vulcan
Jost allora col su man.
Post diopétt a una finestra
B tré un pezz colia balestra;
A do man dop e tirèva ,
E Vulcan ugP aguzzéva ;
E tré tant , e tant e tré ,
Che int' un sóbit e fino
Giud , intnal , cavèi , martcil ,
Mazza , Incòzan e scarpéll.
In doV èl mo adèss d'autor
eh' pò descrìver e clamor ,
E frncàss . { óra! , 1 piènt ,
E al biestèm d' tolta da zent ?
Aia e pianz e fiòl e pèdar,
Con la fióia e strid la mèdar;
Chi eh' ha roti nès e mustàzz ,
E chi ha tronc gamb , man e brazz;
Chi n'ha piò dent e mascèil ,
Chi strascena drì al budèll.
Ala dslis tot com' i sòc
Romagna I , Pandùr . Cosce ,
I fa tant e gran lamént ,
Tant sussùr, tant diavlamént,
Che a descrìver me an' so ben
Una tanta confusiòn.
Quel eh' a dég l' è che st' gran mèi
L' ha avù orégln de Cranvèl ,
Antig pédar de bordèll ,
Ch' porta in seguii e flagèll ,
E però sotta l'arvéna
D' chi martéil e d' eia fuséna
Bestemmiénd i n' s' sazia d' dì
Sit maldèt : pusta arribì.
D'Arlicchén fén la mujér.
Perché l'era sté a pollar.
La m' ha dett, eh' l'è aia In parsòn
Con Brighella e Pantaiòn ,
Chi j' ha mess anch I Dottar ,
Ballarén e Sunadàr ,
Perché insèn J' è sté a magnò
Tot cai cos eh' V avea rubò ;
E la déss , che tot st'gran mèi
L' ha avù orégln de Cranvèl ;
E però r an' s' sazia d' di :
Bit maldètt , pusta arribì.
Che anca me pu am'séa bagnò,
Ch' ep dormi , ch'epa sognè,
E ch^ ep vut dal fiaschi a segn
Da fèm pérdar tot l' inzègn ,
Un' è vera : mo e Crinvél
Ch' r ep per fén stampéll e sbdèi ^
UI sa tott e mont e pian ,
Perché il tocca ognòr con man.
E però j' ha rasòn d' dì :
Sit maldètt , pusta arribì.
DiAurm EMiLià^ii. 575
La n* s' pò mài indctné. Uitha rema in leìujua d' Lug.
Del prof. Domenico Chinassi.
Se j'èlar mi cumpagn oh' ha rezité
AI su sturielli rum eh' avi sinti ,
J* è sic in 1' un grand'imbròi pr e (emp pas^é ,
Perchò in' saveva quel eh' j' avès du di . . . .
Am'inlénd quel eh' j' avès da rezilA
In sr acadèmia, pr* an'uv' fé durmì,
Immaginèv par me cum eh* T andarci
Che senza savè gnit a so vnu a qua.
Basta ! a dirò ben ènea me queleh cvel ,
A vdè s'a pos passe da st' bus d' gratusa.
An' savi eh' u Jè e ehès d' pcrdr e zarvèl
Par chi eh* n' è avvèz a fó eanté la Musa ?
Adcs adès av' deg un queleh baecèl ,
E 8' am' fez minciunè pu dop l' am' brusa! . . .
0 insomma dsi mo so (ol quel eh' a vii ;
Intènt fèm e piasé d' stèr a slnli.
Un villanàr tajè eun un falzòn ,
Che sta Ira e Campani! e la Brusé(i)y
E clama una matténa e su garzòn ,
E ui dis : Di so , Tugnét , va a preparò
E mi sumàr^ Intènt eh' am'met i sfon ,
eh' a voi andèr a Lug ch'i fa e marche,
A vdè s' ui fos manira d' fé un cunlràt,
0, s'un'foss ètar, d'sfèmnMn queleh baràt.
In t' Igni mod sta bestia sfundradona
La n' ha piò voja d^ fé e nostr' interèss ;
E u J' è mo Dmeng'Aotoni eh^ ul bastona ,
Che dal volt um' l'ha mes quesi in s'un fèss !
Quand e (rova un po' d'erba us' abbandona »
E sM' è carg e scapozza in tot I sèss.
L' ètar de sol pr' andar a pas de gat
Um' fase quèsi quèsi dvintè mat.
Ste eunladéu V ha un fiòl ch'ha nom Matti,
Un ragaz7èt d^ seds èn int' 1 dissèt ,
Ch' e' fèva vésta da n'avé slnlì
Quand che su pcdr' u s^era alzé da let,
1)1 luoglii Boaiioali io quekU olUvr fono nel eoBtido di Lago.
576 PARTI SECONDA.
Perchè ui piaseva trop d' sièr a ciurmi ;
Ma e ved ui tlis: Lìvat, eh' Tè ormài al set;
Ad PS adés , s^ a ciàp in T un bastòn
Ar farò ben disdè me , brol puUròn !
Lìvat , fa presi , eh' a voi t' vegna cun me ,
Ch' a vlèn andèr a Lug cun e sumàr.
E Matti 1^ arspundeva : a deg acsé
eh' a so afTardè , eh' am' seni un po^ d^ calar !
— Corpa d^ una sajètta ! sta mo a lé
A vdè s' a vcgn con e timòn de car ! —
Matti che seni sta ehèra sinfunéja ,
E sèlla zo de lei , e e scappa véja.
Dop ch^ r avél mess air èsan la cavezza ,
Da lé un quèrt d"* ora is' meli in viaz tot tri ;
Monta in si' èsan e veÒ eh' V aveva frezza ,
E pu e prlnzépia a pónzr. Intènt Matti
eh* US' grattcva la testa dilla stezza ,
Cun un bastòn In mèn ui vneva dri.
Or dalla rabbia e eanta , e quànd e fésÒia
E va piecànd in s' e gruppòn dia bésòia.
I dveva èssr un mezz mei luntàn da cà
Quand che sto is' iscuntrè in t' un brènc d'sgadùr ,
eh' is' mitté tot a di : Ve' clu che là
A cavai d' che sumar cum che sta dur.
Mo t' an^ vi si' \eé sunai cum eh' us' lu sta ?
E in sta manira i féva un gran pladùr.
Va vcja , insinsè d^ vei , vargògnl' a lè
D' lassèr andè ste ragazzòl a pè ! —
Allora e vei par cunfintè sta zent
E pr an' sintis piò fé la baja dri ,
E sèlla zo dall' ésn^ In t' un mumént ,
E e dis : Va là , monta so té , Matti ;
Par me s' a vag a pè a so nenc euntènl ,
E acsé tot ste burdèl e srà finì ;
L' è ben e vera eh* um' fa mal un cai ... .
Va a là , Matti , da brèv , sèlta a cavai.
In sta manira i andè so un pez pr^ on ;
Ma quand i fò arrivò alla cà da Lug ,
E cun l' èsn i passava a guazz e flòn ,
Ui tocche nec truvès in t^ un brol zug ;
eh' una massa d' dunén e d' bardassòn
Is' mille a zighèi dri roba da fug.
Us^ a da vdè un zuvnàz pr^ andè so lo
I^ssèr a pè ste \et eh' un' in pò piò ?
•lAliRTl KillUANl. 577
I liiriccliéN za i printipièva a tò
Di sèss . dal prè , di coi e dia caliéna ;
Allora e déss e vcÒ : Férmat' un pò
eh' a vegna nenca me so In sta basiéna
eh' a vegga d* cuntlnlè nenca tot sto ;
Quand no, us arriva un sass dri da la scheoa.
In sia nianira aqvé par fèi stè lett
l' andè tot du a cavai de povr' asnètt.
Av' putì Immagine , clièr I mi sgnur
Che povr' asnèt s' l'era amasse dal fest !
Figurèv a purlè cai do figùr,
Cun do, tre zesti , senza div'e rest,
L' era impussébil eh' e putés Ini e dur .
E lo mo i pretendeva d' vie fé prest.
Insomma s'ia durava andè d'ste pass,
L^ era una roba da zighè plegàs !
Ha quànd ch'I fo arrivò dall' albaràx»
Is' incuntré sì o set eh' andava a cazza ,
Ch' is' mitté a fèi la lusla in s* e mustàz ,
E I dseva : E bsugnaréb mnèi In tla fazza ;
Am' maravèi mo d' té me , besdla d' v£iaz ;
T' an' vi mo che povr'èsan ch'us'amazza?
Andè pu là , eh' avi , da csóian badzò ,
De vost prossm' una bella caritè.
Aj* ho capi , eh' an' j' ho gnenc clàp sta volta t
E déss e ve£ , fasén pu un' ètra prova ;
L' è mèi che tot du aqvè eh' a demma d' volta ,
Lassèn pu andè acsé vut st^ flòl d' una lova ;
Lassai pu andò cun la cavezza dsolla;
A voi roo nenca vdè cosa ch^J^ a trova
Tot quènt sii fccca-nès ; sta mo da vdè
Che in sia manina in'srà gnenca amasè !
E in fatti in' des gnènc fèr un quèrt d' un mèi ,
Che tri , eh' uvneva int^ una caratella ,
Is* mèss sóbit a fé dal maravèi ,
E sgargnazzànd 1 dseva : Oh qoest' è bella !
Badò pur nènca a le s' avli vdè d^ mèi 1
Us' ha da vder un èsan cun la sella
E du bagén a pè chM gh' va da dri ,
Invaz d^ andè a cavai ; bslv arabi !
E vei e prin7.ipiè a ciapc capei ,
E pn US' mittè a bruntlè tot Istlzi :
Saviv che quest l' è e mod d^ ptrdr e zarvèl i
8' a vii de ment a j' òtr 7 e 4éM Matti ;
578 PARTI SECOLI DA.
S* a j' bo da dilla sócUa , uni' pà e piò bel
Fé quel eh' as* par a non, e lasse di ;
Ch' in tigni mo , quand che alla fi di fòt
A vie de ment a j' ètr' us'dventa mat.
Olì sta da vdè che adès adès e hcgna
Tò so r èsn e purlòrP acsc in (al spai !
Gneca s' la foss una fassena d' legna !
Una zesla , una sporta . un' oca , un gal !
La n' è una roba mo eli' fa vnì la legna?
As' sèn pruvc d' »tè a pè , d' slér a cavai ,
On uv' dis : Smonta eA , Vètr' uv' dis : Stai ;
E a fé e mod d'Jètar T an' s' f ndvina mal*
E vó I me sgnnr , eh' a si slè qué a slnti
La mi sturiella dPésn e di vfllèn ,
A sri anca vó dPistèss pinsè d' Matti,
Che in quest eh' è aqvó me nm' pà che dsés roolt ben.
Pr esempi dmèn TandrA zerlón a di,
Che non stassera as'sen purtè da chèn;
E un quelch^ èlr^a dirà , eh** è armàst cuntènt :
Ande mo vó a ciapè in t' e gost d' la zent !
L' acadcmia a zertón srà plrsa seria ;
Forsi un ètr^ e dirà eh^ l' è stè trop boffa ;
Un èir'e zlga: Ma sinti ch^ miseria;
Un ètar : Sta canzòn propi la m' stoffa ;
Quest e trova poc gost In t' la materia;
Un ètar dalla noja e smània e sboffa ;
Quel usMn va cuntènt, e quest dsgustc:
In conclusión — La n' l' pò mai inaline, —
■■•deneflie*
i6B0. La Meìiga o Zìa Tadeja è uno scherzo còmico in lin-
gua rùstica modenese fatto per senire. d'intermezzo all' .7 mni(«
del Tasso , intorno alla metà dei sècolo XVII ; essa è quindi la
più antica produzione che noi conosciamo in questo dialetto. Ivi.
nel Pròlogo , Amore spennacchiato svolge tutto il meschino tes-
suto della Contadinesca. Perciò ci restringiamo a riprodurre in
Saggio la sola introduzione ^ non meritando il dramma d' èssere
riprodotto. Però prima stimiamo opportuno avvertire^ che. a no-
stro avviso ^ la^lingua in cui è scritto questo Pròlogo non è pura
modenese , né nistica , né urbana , sia che V autore fosse stra-
DIALETTI BMIUARl. 579
sia che la modificasse per adattarla al metro ^ sia final-
che venisse alterata in sèguito dagli editori. Ad ogni modo
ale e la sottoponiamo al giudizio degli studiosi.
La Mengttj o Zia Tadeja,
Amor che fa il Pròlogo,
A son Amor , a n* so s' a m' cognossì
Vu , zent , che vi si qui raguoa ,
E s' son acsì senz' al , com' am' vedi ,
Porcile Vèner mia mader m' li ha strappa ;
E s' son vegnù a veder , se vu voli
Ch' a stia con vu sin eh* al me slan torna ,
Ch' a ve prométto , eh' a serò buon lìòl ,
Es zugarò con tutt a capuzzòl.
La càusa che mia mader a' è Insilzzida
L' è sta, che mi voléa eh' la me vestìssa;
E s* pianziva , e le s' è Incancarida ,
O perchè n' bava tela , o eh' la d' volissa ;
E ben ben m' ha cavàda la puìda
Tutta piena d' velcn, com' una bissa ;
E dop* avèrem sculazza e pela »
La m' ha lassai per mort in mez dia ca.
Or mèntcr eh' borbotta nd r è andà al balcòn ,
Mi me son leva su pianìn planìn ,
E via fuzènd , al fin ad un casòn
Son capita dov' alloza un fachìn ,
Al qual ò racconta la mia rasòn ,
E lui m^à diti; 0 pòur fantesìn !
Es' m'à vesti • dà da desinar;
Mo in qualche mod al vuò remeritàr.
Al gli'* è tra vu una Henga marì'ola ,
Ch' a r à du od lusènt com^ una gatta ,
E s' è tcgnù per la più bella fiola
Che sia tra i contadìn dia vostra fatta;
ili gh^ ordinò una bella zimignola,
Ch' la s' Innamorarà com' una matta
Deli'òspilc mio car, mister Zanin^
Con tuli eh' al sia da Bèrgam , e facchìn.
Savid com' a farò? Farò eh' Pirìn ,
F radei dia Alenga , eh' anc lu è un ragazzètt ,
S' addormenta in sia tieza un pochelìn ;
E mi in sto mez a piarò al so aspètt ,
580
PARTE SB007IDA.
E acsi or adovrarò pr al mie Fadiin
CoD aguzzàrgb V ìnzègn e V intellètt ,
Che quella putta , e la sua zia ancora
Se contènien de lù tramb' in un' ora.
Drè a questa Mamolella , cm' a una cagna ,
Córron tanf amorós de sto contórn ,
Che I^ è ona maravia e una cucagna ,
E lei ghe dà marlèl la notr el zórn. .
Ma sovr^a tuli un Togno da Fazzagna,
E un Piròn dia Zanina én sempr intórn
A quei casòn dov^ alloza la Menga ,
E r un air altr' un dì darà una strenga.
Slari a sentir adonca ; al mie Fachio ^
Se ben l'a del giudizio e di' inlellèt ,
Se seni ancor lu tocco un pochettìn ;
Ma el non s^ attenta a diri el poverèt ;
No al fin el farà mèi che i contadin ;
E 8^ r averà per sposa al lor dispèt.
Avri le orèò , ch^ a so eh"* a riderì ;
E intani che me ritir , e vu tasi.
i7ttO. La seguente è la da noi mentovata Canzòn in lengm
mudiièisa sovra la gran moda d'quel fémenj die s'dmdnden
mezz patajj eh' a irén tgntr al bazil a la barba a tuU* el dati».
Sebbene non sia meno insìpida della precedente^ la riproducia-
mo di buon ànimo ^ per la fedeltà e purezza del dialetto.
Canzòn.
Quand' a sèm in l' 1' uccasiòn
Ch' tuli el fémen von ballar ,
E giràrscn pr al Lislòn ,
Con du stec sol pr al granar;
E del volt an gh' n'è gnanc d' qui
Ch' mgnè con M fià scaldàrs i di.
Pur IMnvèren dà dia pena,
E am' par certo eh' al rincrèss ,
Ch' a si small sin in t^ la schena ,
E a sta in V Taque cmod fa M pess;
Po tra '1 fred , la neva e 'I giàzz ,
ìì^ an frusta sin al paiàzz !
Chi pò 'I man à pin d' zladùr ;
Chi *\ busanc à in tM calcàgu ;
Chi r iurcè à con 'I ferdùr ,
Senza pò V iàlter magàgn ;
Raumalism' e dola d' costa ,
Ch' manda d' là , cmè per la^ posta.
E pur me 'u la so capir ,
Vdend sii donn ch'n'àn gnint indòss.
Ch' al gran fred el fa ghermiir ,
Pur desquèrt el i àn sii oss,
eh' én pò sec e acsé desi rù ti ,
Più ch'n'è un oss scarna d'persòU.
LI han apena una zamara ,
Con 'I mandgheltl sin\al man ;
Uà n' so pò eh' razza d' capara
Abbia vlù V Ebrei Suliàn ;
Li han per dsgrazia i maiiuplòn
Fall tuli du tra d' pezz e pcòn.
DiALerri ft«ikiA.>i.
584
Pur lor s' gòdeii con qua! frese ,
E pr al più senza un quuUrcin ,
Adc più rossi d' un Tudèsc
Qaand 1' è coli denlr' in V al vcin ;
Li han pò ceri manùzz inglèis,
Ma v^ sicùr cii' i èn gatt mudnèis.
Lasli pur pò far a lor
S'per dsgrazia el dan in Camìll;
El stan alti cmè i dstindòr ,
Et' n' darèn la pas a un grill ;
Pur la panza d^ quel sgnurèin
Fa cunlràsl con i fil d' scbèin.
Li han di spcetl e di spilòn
In r la scofia e pr i cavi;
Li ban un diàvel de zignòn;
Po tant lunghi eP iung di dì ;
Mo i mari V i el guardo^ es' lascn ;
Ma a sta mei la sela a V àsen.
Li han quale poc pò d' zamarelta ,
Co! slrassin più long d'un braz;
Po una zàcla maladella
Li han in ziuia u tuli qui straz;
E acsé netti el van a ballar ,
Cmk un zacòn d' qui da pullàr.
Pur V ìnvèren negh' dà impazi ,
€mod' è me eh' al m' pias osé tant ;
J^ozi a digh : Giov\ av' ringrazi ,
Ch* rè vgnù'l temp eh 'a stag d'incànt,
K a detèsi eia gran stagiòn ,
^uaod a j'èm al Sol in Liòn.
Sfa n' guzzà da cap a pè ,
^k>l eh' a fadi quàter pass :
Ji si iDÒi dnanz e de drò,
Cb' al sudòr v' cola io t' i sass;
C a si péz d' qui eh' vau a naèder ,
Ch'yèn tutt rolt sin in fai seder.
'Vù n' psi serivr , a n' psi studiar ,
eh' av' turmenta d' più la sonn ;
Av' vin i o£ em' è '1 du d' denàr ,
E del volt cm' è qui del dona ;
A sì d'zent e più eulór,
Cmè '1 taviozzi di piltór.
Me n* sarév cosa truvàr
Per dscavarm' al cald d' adòss ,
Perchè m' Mot sin' a brusàr
Quel che d'dentr' a j' ò in IM oss ;
E al cervèll eh' è fredd da sé ,
M' par un foru' in men ed' che.
Tutt i est rem a 1 cgnòss pur trop,
eh' un péz di' altr' i èn cattiv ;
Ma r està V è un cert inlòp ,
Per mèi dir un solutìv ;
Po tra '1 càld , el pulgh e '1 mosc ,
Chi ha i be' oé igh dvènten losc.
Quel eh' un poc dui volt m' arlorna
V è al spadzar su per la mura ,
Vdend qui mur csé bé d'intorna
Con in zima una verdura ,
Cb' srev capazza d' acivar
Di bgatèin a miar a miar.
Yù gh' truvò là un poc d' ristar,
Masm'andàndgh'al dòp disnàr,
La a ghe vdì di' argènt e di' or ,
Gh' del cariòl a s' prcv cargàr;
Del zamàr con '1 consumò ,
Da pagar quanl me n' al so.
Cert là '1 Sol ne v' dà fastedi ,
Perchè allora al va a ponént ;
E s' con nu foss' anc' Ovedi ,
Vdend el mod di de presént,
Roma certo al s' prev dscurdàr ,
Che pur trop gh' fu un peon amar.
Al ghe vdrév , masm* a la festa ,
Maridadi^ vedvi e putti
Con del diàvli d'seofi in testa,
Ma pò dnanz piuladi e suiti,
E più smilzi d' una ragna ;
E a diressi as' va in cucagna.
eh' al cminzàss in za e in là
A girar inànz e indrè ,
F ch'ai vdiss chi vin, chi va.
Chi sta a seder , chi sta in pè;
E om e donn al vdèss a flotta
Più eh' n' è 'l mosc in t' la ricotta.
Addio vers a vrév eh' al dsess ,
Addio insin'al grand'Augùst ;
Ma gh' vgnarcv al guarda fess ,
E al dircv , eh' zamàr, che busi !
Ab piutòst che andar in Pont ,
Che a srev vgnù con '1 man azónt !
Gran balvàrd è mai quest che,
Al dirèv adirilura:
58«
PARTE SECONDA.
AI Cimòn è quel eh' s"* ved lè ,
eh' mnnda V aria netta e pura ,
Che gh' vin dam e cavniér
Con lacchè , pa{^ e sfafér.
Al ghe vdrév in quài balvàrd
Tult' el niod ch'hall femn adòss;
Ano più ranzi e! sten dal lard,
0 in i' la gola al iàbn' al goss ;
Lor in lesta gh'von*al mlon,
La regina e i parpaiòn.
Al ghe vdrév la bella moda
Del zauiàr con al capùzz ;
La Lucrezia andàrsen soda ,
Con do brazza d' inus agùzz ;
Ma li uree tuli pini d' rezz,
K pazinzia si èn puslézz.
Tuli la testa pò inspuivràda ,
Con di udòr d' muse o d"* lavanda ;
La caniisa pò n* s* gh' abàda
s' r (* tntl rotta da una banda ;
>on ostant i manizcin
EI gir von mcter con '1 puntèin.
Lu ghe vdr<^v del scarp in pè
chi miniadi e chi d' bruca ,
E ^I pè mnar inànz e indrè
Perche al sia ben usserva ;
Pur a gh*srà 1 gran calzulàr,
Ch' al so mstér V è quel d' biasimar.
Lu ghe vdrév dia roba al col ,
Ch' el sien peri* o pur galàn ,
eh' an n' ha tant al Re d' Mogol ,
E a dirév al <^ran Sultàn ;
Li han Devota e Pretensiòn ,
Li han Slancila d' Spumiliòn ,
Li han del miara d'ingranai,
Tant al col eroe attorna a i brazz ,
Di ventai che cosln' un Sfat ,
Dpint a r oli e dplnt a guàzz ;
E '1 s* daii r aria con al crac ,
E in men d' che M fan eie e ciac.
Ale ne v' dig pò del curdèll ,
Ch'tutt sii fémen s' fichu adòss;
El s' lambichen al cervèll
Per trucir a più non poss ;
Ma Bucèin e la Verzona
Dìsen roba sfundradona.
Né 'n v' in degh dia Eerlarella ,
Figura v pò dia Pasquèina ,
S'el gb'àn da dia roba bella,
Di pizz d' sèida e dia muslMna ;
Ma zugarg a prév un o£ ,
Cir 1 so libr' èn pln d' pastròÒ.
DI Firmò, del Bòchel d' brlll
Li han Iiure£ e tutt du i brazz,
Ma '1 sa Onofri , al sa Camill •
Ch* fun tira fora dal mazz,
Per pagar quél tatr' a Eufemia ,
Dal più pur cristàl d' Boemia ,
Con rusetti e zero dura ;
Al vdrév Zvanna e la DIunisa :
Mo *l mari pò in cà afTamà ,
Senza scarp , ne la camisa ;
Ma in t' la Alura el vòn andar
Se 'I cherdcssen de séiupar.
A gh* i ceri dlvertimènt ,
Ydend el donn acsé pulidi ;
Po di colp av* zur eh' as' sent
Da quel fémen cb'én ardidl;
E anc da queli eh' parn' un oca ,
eh' agb diressi ai pàder moca.
Yu gh^ vdì far senza ribrèzz
Di inchin e di basa man ;
E graziosi e con di vezz ,
El v' salùtn' anc da luntàn ;
0 eh' el v' (an 'na riverenza ,
Anc eh' al n' àbbien di' eccelenza.
Quesl i cgnòssen i om a usta ,
Cmod fa i can eh' én brav da cazzai
Po in allora el s* mettn* in susta ,
Cmè una ciozza quand la razza ;
0 ch^ al 8^ metln^ a la parada ,
Cmè una loca eh' sia imbalzada.
Tuli le 'I s'godn al dop disoàr,
E mustrànds a quest e quei ;
Ma In ca sova an' s' fa magnar ,
^è la leltra gh' è d* un el ;
D' più , quel tesi e qui mustàzz
1 s' in dormn' In t' al paiàzz.
Sé eh' allora va via 1 blett ,
E a svanìss la lavandèina ;
Ma s* prev fargh' al bel sunctt ,
Se '1 se vdèssen la matlèina ;
DlALeiTI EllLIANI. 585
Ha chi sa senza tgnirgh drè
eh* el ne di'* vegna un de tra f pé?
Ma me 'n vói più andar inànz ,
Perchè a cgnoss ch^agh'dag turmènt.
Ma ^1 me donn av'zur eh' a pianz ,
E a v' al dig d' bon sentimenti
Vdcndv' indòss galàn e crest ,
Senza aver camlsa al zest.
Fin eh" è teiAp fa mo giudezi ,
K impara a vòster spes ,
E 'n tuli pr un 8gheril)ezi
Quel eh' av* dig ai tant del mes :
Mliv in testa sta leziòn ,
eh' me v^ lass star con la canzòn.
1840. In Saggio dell' odierna poesìa modenese offriamo i se-
guenti sonetti ^ dei quali i primi quattro furono scritti da vivente
distinto cultore delle patrie lèttere^ la cui modestia non ci per-
mette di nominare. Come appare dagli argomenti^ sono essi poesie
d'occasione^ e furono già publicati; gli ùltimi due sono inèditi
di anònimo autore gibboso di cara memòria.
Per Nozze.
Sgnor Duttòur , i m' han ditt eh' al tor mujera ,
E eh' la so sposa ha mill beli qualità :
A m' in rallégfaer seg , mo ben dawera ,
Che chi ha una bona sposa è fortuna.
Al mond d' adèss V è guast , ma pur assà,
Pr una fuga de matt eh' én zo d' carrera :
Un pòver cap-ed-cà sèmpr è angustia ,
E pensànd ai so lìò quasi al s^ despera.
Ma per quest' an^ v^ avi pò da scmlntir ,
Perchè s' a si bon v6, s* l' è bona le ,
Sol di ragàzz a mod a n' ha da vgnir.
Prinzipia prest a dàrgh educaziòn ,
Dàgh bon esempi , sappiagh tgnir adrè ;
Badàm a me ; a n' avrì consolaziòn.
Pei" Nozze,
Quand a sent ch^ una zovna s" fa la sposa ,
E eh' r è una zovna propri com' a va ,
Me a g^ ho un gust matt , e a dig : Che bella cosa !
Che spos felìz ! che fortunàda ca !
Dna donna d' giudizi e virtuosa
L' è la sort del mari che gh' tuccara :
E r è cosa acsé degna e preziosa
Che pr un premi ben grand al SgnÒr la dà.
S8
584 1>ARTB SBCO.>DA.
Vo , Duttòr , a Tavì sta bella sort :
I piasér de ste mond iv' sran maggior ,
E in fi affàn , eli' a gh' n'è sémpr , avri un confort.
La vostra gioja n' ha da flnìr che ;
E anch quand a srà appassì di ann al fior ,
A diri l)en e spess : Bendètt quei de !
Per novello Pàrroco.
Coni • ^^' A n^ ^'c smintidi , don Zemgnàn.
L^ è vera eh' èsser pàroc l' è un impègn
Da (ar termar i òmcn più sant e degn ,
E eh* porta seg mill eros e miti affàn.
Bsogna tendr ai mala , badar ai san;
La gioventù bisogna tgnirla a segn ,
E avrìr bisogna ai ragazzén 1* inzègn ,
Dai Beilarmén con la Dutlrina in man.
A gh' voi scienza, pazinzia e carità,
A gh' voi zel . a gh' voi peti , a gh' voi vigor.
Corài ! che vo a gli avi st' tal qualitii;
E mancar a n* ev' poi 1* ajùt dal Sgnor ,
S* a V* Ignari a meni, che Dio ste pes v' ha d:i
Pr al ben degl' ànem , pr al so sant onór.
Per Nozze,
Me au' son chi , o Spos , a far di cumplimènt ,
Es an' voi tirar fora Imèn , né Amor:
Ma av' dirò sol quei eh' a sent in t' al cor
Con quel paról che prima em' ven in ment.
A gh' e in sr brut mond una briccona gent,
Ch' parla dai matrimoni con dsunòr :
An' sta miga a badar a sti impustòr ;
In t' al so cor a gh' cova al tradimènt.
El nozz én una cosa santa e bona :
Fa eh' a dura l' amor eh* a v' sinti in sen ;
Tgni ben luntàn la gelosìa blrboua ,
E pò sta aliegramènt , car i me Spos ,
Che per du cor che s' vóien propria t>en ,
Al matrimoni l'è tutt viòl e ros (i).
(1) A 'a jMT eh* uà qailchidtui diga : Per coua Tir un sun^t in modoiiT L'autor I'**
fall per tir unòr al so dialèlT es cherdérel ino da taolT — A rìtpoadrà a diriUnra: Sp^
iiu ; a )' atre lai»a sta cur4 a chi fóss »Ui più al du. — L* al fatt prr maUeria T — A fU**
furò KietUmi'nt . eh* a prév èuer. Ma la bona ragion 1' e slada , eh* a j' ho ^ù fir uiiòr
DIALETn EII1L1A3II. 385
Risposta a rime obbligale
i Sonetto ìlei quale renne descritto il ritratto deWJutore,
A son sta assicura da bona |)art
eh' a m' avi fat al me ritràt , Albert ;
Ma a m' immàgio però eh' ai avri quert
1 me difètt , e avri tgnù su el me cari ;
Che s' no , vo sì al Poeta , e me srò al Sari ,
E a j' ho del forbs che tàjen ben dal zert :
Anzi per vostra règola a v' averi ,
Che molti voli, per poc e gnint me a schert.
Ma a j'ho una paura ch^a mMnspìrt,
eh' al sunàt an' sia vòster , eh' al sia un furi ,
Perchè V è fall trop ben , senza farv tori :
I m' n' han da idea , e me eh' a son un spiri
Ch^ a cgnos al pan dal steli , av"* dirò in curi :
S* an n* è d^ Giuliàn Cassàn , ch^ a casca mori !
' la Predicazione quaresimale del celebre Padre Granelli,
Curi luti quanl , per carili curi
A sentir al famòus Predicatòr
Granelli , eh' in euzinzia l' e un terrór ,
Ch' a v' prumòU eh' al cumpàgn a n' l' i senti.
Oh quàl s'pol ben clamar om erudi,
E a dir al ver , al loda nòsler Sgnor :
Lu n' dls pass, eh* al ne v' zèta le i Autor,
Ch' al par eh' al li abbia tuli' a mena di.
A fu a sentir eia bocca d' verità ,
E M m' arivò csé presi a la limosna ,
Ch' arstò in t' la bota bel e sternaclà.
M « m\U mi maDcra , • »U clu tpo». E i>er dir f ira , a u' em sintiva brìsa abbaslanta
* rérm rìder adrè , Gccàod uo m^ suotiiu italiìin in t' una raccolta acW rispeUhbil come
. Ao' voj minga dir , iDleodèmei ben , eh' ao' foss tt'a bon d' rocUr in»^ i a fora4 d*
i t d' kfurdigarm i cavj , quallòrdes ver* anc in lingua toscana : « quj qualtùrdei verf
m hn ptu inlrar io quiilc altra raccolta , o almàoc almànc tur attarrii al colòon. Per-
I qnil eh' a vag vdènd , el colono d* ad^M rnu' en miga , com' i dì>rn eh* cren quelli
Bp d* Orali , elle n' vliveo nrisa eh' a gii* fdss di poet4 mediòcber, ma el se san adattar
A corrènt, e austìnen tuli quel eh' a s'gh' incolla adòss , fina ch'a n* al strappa via
bùricdMa o quiilc diletliint. VI» mcilèod , com* a «Uiva, un snnèll de sta posta in meu
pocùi eh' én poeiii da bun, lu* avrc'v fat miociuuar : e mJ {io per far unòr ai Sp»», an*
miga lam dsunòr a m<^. E que»lA è la gran ragion ch* m' ha Ctlt lòr 1* espfldi^Dt d* far
iidMt al me lunctt ; i* la n' cv' più , pasìnaia t Dal rest , i S|nis gradiràn al me boo
e ■* i ^D ciulint lor , cosa vliv mo dir ? ó , i^nor Crìlic T
A
586 PAHTB 8K0NDA,
L' ulluia part sfumò via com' una iosna :
Oh qual è ud sogèt degù <1' èsser manda
A converlir l'America e la Bosna ;
E s' la marchesa Frosna
M' vless lassar eia so banca eh' è le avsén ,
A gh'vrév andar, eh* a nMn vré perdr un s'scn.
In Saggio del dialetto modenese attualmente parlato, valga il
seguente Diàlogo A* un vivente cultore dottissimo delle cose pà-
trie; ^questa composizione, e per èssere scritta in prosa, e per-
chè racchiude parecchi idiotismi e modi proverbiali , ci sembra
meglio d' ogni altra adattata al nostro scopo.
Didlog fra la Bunesma e l'Antonia ^
quàla eh* i ciàmen per scutmai la Pota-da-Modna (^ ).
L'era una nott dlMnvòren passa, ch^a tirava un zagnùc(8) chM'è
impussébel, e la povra Bunesma s' desdò inilrizzida , con i grell in fi di
e il busanc in V i pé.
« Ah sti Mudncs dia sgangla (s) (la dls) i n' s' arcòrden più , che per
dàrg da magnar, a j' ho spes tant bugnin, eh' a j' ho fin vuda la borsa; I
m' làssen che a ghermlìr dal fred, eh' i n' sràn gnanc da fant d'iarem una
scoffia , 0 d' imprestàrem un scaldén ».
Salla su la Pota-da-Modna , eh' V è poc luntàn , e che dal gran fred la
n' psiva durmir gnanca le.
« Làssem dir a me ( la dis ) eh' a son vslida da gran està ; vó a gh'avi
alfiiànc un para d' stanèll , e s'gh'avì Tumberlén sovra al zucchcl(4);
ma me , vdiv , a son che a la sbaraja , eh' a m'ueva in zéma a luti* il oié
garabàtel (s) : e vdiv, stor de sti magna-cudghén (6) i én squàs tutt' fio di
me quaraniadù putcn (7).
Bunesma, Per quài eh' V e , scusàm vdè, Tugnena, ma an' vrè pò gnanc
eh' a j' avessi la superbia d' mètlrev da 1* impara con me , perchè a vdì
ben anca vó, che dispensar dii limòsen aesè grandi , com'a j' ho fati nic
r è ben quale cosa d' più eh' n' è a far di ragàz.
Pota. Ma pian , Bunesma ; a capéss anca me che a (ar aesè gran limòsen
(1) La Maluu dia BuDesma è in t' un ìiogul dal Piilax (.uniural , •* 1^ 6gura di* Ad1uoì<i
da Mtidna in t* al iiiur eslèrn dia Catledral ven la Piatta.
{2) Zhgnùc , per fredd.
(3) Dia Mngla , voi dir puvrèt.
(4) Zuchèi , la tuta.
(5) Il Ole garahìitel , voi dir la ine roba.
(6; Magna -cudgb^o , rbè V è dett per Mudncs.
(7) Quanotadù putcn , perchè l'Aotoaia ««è ^2 fio.
i
DIALCTTI BMILUIfl. 587
a j' avi avù un gran cor , ma quale cosa d* grand a gh** P arò avù anca
me s' a jMio psu regalar a sr pajés un mezz battagllòn d''Algcrrn (i).
Zertùn dvèntcn famòs per la testa , vó pr al cor , i cautàut per la gola ,
i balarén pr i pé , e mó per quelàfer. Bonapiirt al d^lva , eh' la dona più
brava V era quala eh' fiiva più ragàz (s) : e s' a fuss nàda più lard , e
eh' lu avèss viu far giustezia al mcril, V are busgna eh' al m' avèss spusa
me. Mora , vit Buncsma , per meritiirm al so cunziil a gh' n' are fat almànc
un cenlunàr , perchè cai pufàn eh" è le , al gh' iva la manera d' manie*
gniri lult.
Buneiwa, A ved anca me , eh' I Mudnés i v' dovrén considerar come
mama , ma ater tant i m' arèn da far anch' a mó , perchè s' vó avi mcss
al mond i so bisnòn , me pò a gh' ho dà da sbàtter in caslèll (s) quand
la gh' filava suttila (4). Ma cherdt , Tugnena , eh' Il cos al de d^ Ìn-có il
van a la strapèz. Difati vii vader la bela gralilùdin e al bel rlspat de sta
Busunàra per do dam dia nostra qualità? I s'an pianta che su a badar a
la gronda di copp , in mezz ai palpastrè , in V un sit dov a V està a insa-
biàm dal càld , e a i' Invòren a iiispirtàm dal fràd.
Pota. A pensa rgb ben , savi ... ! Ve roba da far drizzar i cavi.
fìunesma. Com' a vii eh' i s' pòssen tgnir da coni noàler, s'I 'o san gnanc
chi a sàm. — Eh se . . . il dòn d' una volta i gr èren altra cosa; e a un' oc*
corenza i gì' èren anc beli e boni de mnàr il man : che st' il smurfiosl
d' adèss 1 n' én l)onÌ àter che d' roazzàr il pulg. — Oh . . . sti sunaj pò ,
vdc , dai de d' in-có , in' san ménga gnint coss' abbia fatt i so ve£ ; e in
l'ai studi dia storia an'sarév dir s'i in savèssen più lor o i eappòn^ per-
chè , vdiv , lor én sèmpcr occupa o a far da bela gamba a una quale
lispètta(s) a fumar un zìgher, o a ièzer quale romànz.
Pota, Cara vó, dsì pian ch'in' sènten, perchè s'i s'acòrzen eh' a dseu-
ràm insàm , a gh' prò saltar ,el caprczi , a sti galiòtt , quand i g' han
quale cosa eh' en^ va pr al so fasòl (e) , d' fàrs descòrrer nuàter do • anc
s' an n* àm voja , com' i én sòlit far a Roma con ehil do figùr d' Pasquén
e d' Martori (7).
L* ombra dia Tarquénla Molza , eh* l' è dentr' in Dom , a s' gh' arizò al
nàs^ perchè si' il petlàgli desturbàven la so chlèt: la saltò fora pr' una
d'chii furétti eh' én in Piazza de dré dal Dom , e la dess :
i«Dsì su , bragheri sfundradoni : coss' è sl'badalùc (a)? an n' è mài ora
(1) Algrrra , per Urichen.
(2) Al le déu ■ la igoora De SUiel.
(3) Sl»tler in raslèl » voi dir magoar.
(4) FiUva »utlilii , quand i iteDtiiveii da L Um.
(5) LU|)èUa , per sivètia.
(6) Ch* co* va pr al so fasòl ; eh' eo' va a geoi.
(7) Il silir ch*es* fjn a Roma pf-r la più i ^n Diiilog tra Pasqin'n e IVfarfori.
(S) Badultic, frar'iiv
588 PARTI SECO?fDA.
eh' a tasi ? Adsadès s' a dag man ai me iéber , eh' a J' ho le dénter da eia
fnestra(i), me v'i féc ben in fai nàs a tutti do».
Al pars un squass d' aqua : st' il do vàci avèn sudlziòn dia Poetessa
( perchè i poeta i én zervé curiós ) ; la Bunesma 's supuò in t' i di , e 'n
déss^ater; la Tugnena dventò rossa com'un foce, e s' mess una man
dnanz a la bocea ... e torsùo meléssem , la me fola è bell'e fluida.
C. B.
NB, La 6gar« dell'ADtonia interìocatrice è ignuda , ed io att«ggMineoto piottofto scoo-
ciò , motivo forie per cui fu collocata alla lommitli dell* edi6cio.
Parlano di essa t Ricobaldo Ferrarese nel suo SummaHutu Bmi'emnatis Eecleii» ili* anoo
1279; la Crònaca del Domenicano fra Francesco di Pipino da Bologna, ambe pubUinte
dal Muratori nella Raccolta Rerum flaticantm, ec. al Tomo IX; il Vedriani nel Tomo II
della Storia di Mòdtnn, il quale ne offre anche il ritratto ; la Crònica ms. dello Spjccìni
esistente nel Comunale Archivio di Modena , ec. ec.
i7ttO. Come abbiamo accennato a pag. 506^ i più antichi
monumenti della letteratura vernàcola reggiana andarono col
tempo smarriti, e solo ci rimasero alcuni Almanacchi pur essi
di£Flcili a rinvenirsi , nei quali sono sparsi alcuni brani di prosa
o poesìa vernàcola. Fra questi ci fu procurato dalla gentilezza
del benemèrito prof. Bedogni il seguente diàlogo in prosa , che
ci par^'e molto interessante , essendovi alternato col rùstico il
dialetto urbano. Per non defraudare poi i nostri lettori d' un
Saggio della poesìa del sècolo scorso, soggiungiamo un grazioso
Sonetto per nozze , tratto pure da una raccolta di poesie di quel
tempo.
Sandròun da Riwelfa strotgh modèrn sònra rami 4767.
Didlgh rustgàl tra Sandròun e la Sgnòura Bella inzivlida,
Sandròun, Oh' diavi! òja sèimpr da star plica , e n'ciapàr ma un po'
d'aria? Pruma eh'* vègna sira cm' sòun porla chi in fai Stradòun d^ Ru-
velta pr far una spadzudclla e santèir quelc novità, mochì an'' s' ved gnanc
un ean. Tés , eh' al gh' è là una bella sgnòura , eh' pianèin pianèln va su
e zò zirànd da pr Ila : oh cmc ma possìbl eh' s' veda una levra e eh' n' gh'
sia a dria al can eh' la burra? Egh' m' vói accostar pr vèdr s* V è fugltivla.
Fati ànm, Sandròun, e vaia a llverìr: tas, ch'ai m'èd'avisd'cgnòsserla!
(1) La ramosa poetessa Molia è sepolta in Dòm , e la lassò i st» liber a L CuiniMitìi
DIALCm EMILIA?II. 580
Alla fé r è just lìa : T è la plella dia Daliòuna , cir toss cr arUanèll n' 8Ò
qoant ann fa : poràr la nostra maridla ! alla fé , V ha tratt via la mezza-
lana! zìi pur DIO eh' gh' m'* vói accostar , mostrànd d' n' la cgnòsser. Eg
fazz liverèinza , sgnòura ; còunsa fala da pr lia chi da sti band ?
Betta. Addio , galantòm : j' asptàva la me serva , eh' é andada a zrcar
un po' d' insalata ; stév fors da sti band?
Sandròun, No ,. sgnòura , che sòun da Bubinn.
Betta. Povr veÒ ; e sì mo vgnù chi a spass ,un poc , é véira !
Sctndròun. Còunsa vuelta fàrg? al lincréss a star séimpr in t' i sua pa-
viròun.
Betta. Anca mi e sòun vgnuda pr quale giòrn a prendr un po'* d'aria,
e vdèir se poss parar via al mal d'testa. Usév al tabàc? in vliv una préisa?
Satidròun. E la llngrazi , eh' n' in log , e pò am' prev nòser pr essr in
i' una scatta d' arzeint.
Betta. Oh che pazzìa ! E sì molt sèlmpltz a credr una debolezza si fatta.
Sandròun. Còst vin dalla me gnuranza. Chéra lia, eh' la m'prldònna.
Al m'é d'avìs d' avèirla vista sr ann su pr la Fiera còun di' iétr sgnòuri.
Betta Por essr ; la me sgnòura cognata e àltr sgnòuri mi amighi , còun
dietr 'I noslr servi.
Sandròun. D' còst en in so pattacca.
Betta, y erni fors in t'una quale butéiga da drap a far spéisa?
Sandròun. ( Aria ! ) E li vist da star appozà lì fora • a far di zirimoni
còun di jetr eh' arruvòn.
Betta. Bèin , bèin , citr sgnòuri dia camerata.
Sandròun. (Post crpàr!) Chéra lìa, eh' la m' diga : sti sgnòuri In zandài
ànii sèimpr tant da far?
Betta. Com sriév a dir?
Sandrò^in. Alla me piniòun em' pam tant zivéttl eh' zogàtlen In t^ al
pnlmòan pr attraplàr i osii.
Betta. Cosa fanti , da far un giudizi d' sta sort ?
Sandròun. E vdiva che s' tlravn al zandal fin dnanz alla bocca, epo
andàven a drìa pirlandl pirlandl, eh' al pareva eh' féssen un rodéll a una
camisa , e quand e l' évan a còl sign che vlevn , o eh' el spinzévin su al-
Pelta, o ch'el slarghàvln cm'al vantai; e da li un poc e guastavin eia
pirlèina , es favn una piga larga larga , buttandsla Indria dalla testa, e pò
pr còunsa , pr fàrs vdéir dou alelli in znma alla testa , sgnacl evidént
eh' al gh' svolazza al zrvel . che pareo d' quel ctali d' lata eh' téin dnanz
alla lama dall'oli vun eh' studia a tavléln, e d' pu un stompajuel, o una
zuma d* panoecia d' formantòun In zuma alla fròunta, tutti còuns da
far ridr; e cól ch'é péz, far portar sti mod fina a di ragazzetti eh' san
incora d' odòur , se s' inlandéin ? Cos' hanni pajura 'I màdr ehe'l sòu flueli
en ciipn dia sborgna cm' al véinen grandi ? Sei fùssen pò almànc prsòun
da sustantar alla longa a imitar '1 mod dia sgnoria.
Betta, Pian un poc; av' si mòoit arscalda: cosa iv da badiir vuètr cun-
ladf^in al mod di zittndèini ?
•J Ir
300 PARTE SECONDA.
Sandròun. Pur trop s' gir bada , eh' adessa '1 cuntadèini paren tanè ca-
gnolèini d' Bologna còun i colarèin e sframpilli al coU, quand una volta
r jera grassa , eh' la colava , avèirg un coli d' corài ross e pò matt; in-
somma, sMàn da essr'l spousi , j' en arnivàdi a vièir un àbit d' carila , e
pò gbe pèinsa i pòuvr rzdòur.
Bella. CósV i én seccàgien , prchc i ho scimpr sentì a dir , eh' puel far,
puel anca purtar.
Sandròun. Sì; mo tàP un vuel portar , eh' n' puèl pagar.
Bella, Vdiv mo s* V è vrgogna eh' T cuntadèini portn'l mod di zittadèinì
in campagna?
Sandròun. Mi en' gh^at nèig; mo l'è anc vergogna a vdèir ceri mojcr
d^ artsàn a vlèir tùer su tutt M mod di sgnòuri.
Bella Avi ma fumi ? Al s' conòss bèin eh' i avi poe inzìgn ; ma se 'n
fùssen i sgnòur e àltr prsòun che a cagiòn di mod dèssen da lavurar e a
om e a donn, i artsàn cmùed farievni ?
Sandròun, Cert prsòun pr andar in V Poibella farèvn cmùed el fan: di
vzili ch^ n'i ma stàd cmandàdi. Sgnòura, la s' è mòult arscaldàda : tur-
noma un poc in Pai nostr parpòsit d' pruma.
Bella. Dsì pur su , eh' m** imàgin che in seni rem di più beli.
Sandròun. E pansàva, eh' sii zovnotti zindalieri , a star sèimpr cm* i
brazz airaria^, egh'din dolèir moltbèin alla sira.
Bella, Si el dovrìvn bèin più dolèir al vostr cuntadèini a fiir runipèla,
e a gramiàr la Canva : em' pari mòult ardì.
Sandròun. (J* ho lóc la panza alla zigàla. Zilt pur mo , Sandròun,
eh' al diavi n' t'atlèinta. ) Sgnòura, chMa n'vaga in colira; j'ho vist pèz,
flna d' colli còun di zandà in co tuo caslròun e mài tapà , es fèvn anca
lòur r istèss zoglari.
Bella. Lassarli far ; al gh' è sèimpr la so differèinza da prsòun a prsòun.
Sandròun. Csi crcd, prchè e in vist anca d'eoli cm' al zandàl inibrazzà
e agroppà d' dria dalla schèina.
Bella. A s' conòss bèin eh' n' avev air da far , o che n'àvev d'danar da
spendr.
Sandròun, La dis la vrifà; mo en fé pirò gnac scrivr a ngun. Eh la me
sgnòura , altr che al sambùg fa dal spalpàdr pr avèir dia frasca molttièin.
Bella. On s' em pari un villàn mòult pungèint. Pr n' avèir occasiòn d'
perdrv' al rispèt, e vad. Appunt e ved a vgnir là la me serva eh' la m'
dev fors zrcar.
Sandròun, L'ara fors vist so madra a parar a eà i lamponi, e s' m' fa
credr eh' la sia la so serva : cmùed s' fa ma presi a imparar a far da
sgnòura. Alla fé la cavalla ha tmù al spròun : eh' la s' eontèinla eh' i ho
fai finta d' n' la cgnossr : eh' V impara a far mane la pavòuna.
On s' tiroma fora al scòurs dal Lonari , e demgh' un occiadella pr vèdr
s'al cammina bèin. — Avrà il suo cmancipio l'anni 17«7 in sabati sieondo
l' usi di la Chiesa ; e quanto a quello dì noi altri strologhi cmancipiarà li
DIALRTTI F.liaiANI. 594
it marzi a h. is e un coperto per attruvarsl in quel punti Mareurio in
mezzo del Cieli casa di Giovo ; questo sarà di sua natura bagnlgno col dar
bondanza di formeinlo e marzàdeghi , cun la Prumavera sutta, ristate
tullirabile, TAvituno daliziosi, ma l'Inverni longhi e freddi. Ghi arremo
poi duoi dissi dilla Luna, il prunio li 4 fibraro cuniinziando b. is m. 6
fino h. is m. so. L'altri pur dilla Luna li is iujo ah. s m. tf formato a
h. 4 m. 38 fino h. e m. io. — L' è vgnù sira, che vag a cà.
Padre e Madre dello Spo.w.
S U N É T T.
Set , mujera , eh' incùa V e appùnt col di
Ch'ai s' muda afTàtt afTàtt la nostra cà?
La nuora vin , vultèmla o d' là o d' za ;
An' s' è psù far a mane d' en' far acsi.
Mi , per lar bèin , J' ho fatt tutt col che psì ;
Tocca mo a vù a guardar eh' la n* gh' daga in là.
E perch' r an' fazzu cmuód qualcir una fa ,
Tire brin la cavezza e tgnìla li.
Yu si Rzdora ; es farò mi col che prò.
La par pò fiuala bona , e s' mài la n' fuss ,
Tànt e tant an' s' ha gniànc da far falò.
E so bèin eh' agh'srà d* zcnt fluss e riflùss ;
Ma per nù dù al gh' in srà za fin' ad co.
Fèns' unòur , e eh' e d' drìa , sera pò Tuss.
1820. Fra i moderni scrittori in dialetto reggiano abbiamo
fatto onorévole menzione del celebre conte Giovanni Paradisi ^
autore di parécchie composizioni satìriche inèdite^ e dell' instan-
càbile canònico prof. Bedogni ^ autore delle brillanti poesìe rac-
chiose nel Lunari Arsa n dall'anno 1841 in poi. In Saggio
quindi della moderna letteratura porgiamo un Sonetto del primo^
dolenti di non poter pubblicare di più^ a motivo delle personali
contumèlie o dei concetti osceni racchiusi nelle d' altronde mi-
ràbili poesie di quest' autore ; ed in compenso offriamo alquanti
componimenti del secondo^ fra i quali una pregévole versione
in versi reggiani della Sàtira d'Orazio sull'Avarizia, Chiudiamo
poi questi Saggi con im grazioso Sonetto inèdito del vivente si-
gnor Pompeo Cecclietli ^ gentilmente comunicatoci dall' autore.
509 PARTE SECONDA.
jàd un callko Poeta,
S U N É T T.
sta mattrina supplènd (i) la zèìna d' jér
J' ho vist de d' sovr* al còmd in d^ un cassètt
El vòsler rim squarzàdi in fazzulètt ,
E el j' ho guarda prima d' spazzami ai mscr.
Mo a veder col bel slil , olii bé pensér ,
J' andava dur , e a m^ è salta M caghètt.
E pò a m' è gnu tànt sonn , che senza al leti
J' ho durmi le In cP udòr qualtr' or Inter.
E che da st' fatt j^ ho mo truva la vèlna
/V spiegar perchè al dio eh' cmanda al canzòn
L'abbia anc glurìsdizìòn sa la medsèina.
Ere perchè 1 vers ch^ fan tànt e tànt ,
La più pàrt, come i vostr\ in vers cojòn ,
Ch^ pon servir invéz df opi e di purgànl.
Serniòn d' Orazi Flore soiinra VAK>arizia.
Sior Josafàt , lo eh' sa d' astrologia ,
Am' diga per piasér cos' è st' mapèll
eh' a fa tutt sii moderni Geremìa
Tulèndia con la sort e con el slrèll ?
Ivel rasòn al Figurcn d'Milàn
Quand al V mi fc tusàr da mecontàn ?
V è che in grazia dal sècol a vapor
Nissùn voi tirar dritt pr' al veÒ sintér ,
E con poca fadiga e mane lavór
Tutt han la smania de miuràr mister ;
L' e r avarizia infàm , j' in i qualtrén
eh' han suggerì st' idèja al Flgurén.
V ho senti un veteràn , con el me urèo ,
Adracà dal campàgn eh' al n' iva fat :
Mala cosa ai puvrét el venir ve& t
Sol sii can de marcànt y èn fortunale
Fallènd a temp, robànd du terz per brazz,
Depènten stori , e s' mòrn in di palàzz.
(i) Seppellendo, metnfora.
MAurrn ehiuani. 505
Benedètt et metter del giurabàeei
( Rispònd al negoziànt ) mi m' tocca andar
A tutti 7 fér eh' te fan» a baJtIr* i tace ....
Son ttà in t^apór tre ooiti a vomitar ....
Finalmént il ttioptadi eota foni ì
Se mòri te mòr; te no? V tèi capitani.
Un legai inciuldà in t' un rozanèlt
Dal sgiaról dia mattì'na a un' ora d' sira
A sinlìr dai villàn tutt il aajètt ,
E vendr' i so parer a un tant per lira^
Eh benedètt , al dis, T aria d* campagna ,
Quel cielo l quel Itel verde ! e ccm* a t* magna ! !
El cuntadén eh' vìn dénler dai lega
El vèd sti bè obelisc e si' el grandèzz ,
Eh, el me tignar, al dis , che belila!
Bendètt i tiori eh* póten ttar a Rezz !
Intani noèter pòver contadèn
A t* tocca andar e vgnir in volanièn .'
In somma , per finirla e per scurtarla ,
Ed cunlént veraménl a n' gh' è nissùn
Mo eh' al senta st' idèja e pò eh' al parla :
Supponomma che luti, a un a un,
Mudèssen sort , e eh' psisn' aver in fin
Tuli mài el cosa che gh' gìren pr al buccìn.
Donc supponòm che Barba Giove vrissa
Scóder tutt i caprizi a sti so fio ,
El ciapèss al snida e pò '1 ghe dsissa :
ya a tpatt , meli tu buttega e fa col V vò ;
E pò al mercànt: E te, tior Salomon,
Latta le *l banc , e mart , ciappa *l tuppiim,
E vu, tior avucàl, lurnè a la zapa,
E tbrujè la carega per Gervàt ,
E té, punghèll, fa preti, mèttet la capa,
Barattèv i metter e andàvn* in pat ....
Credei mo che sta gint la ghe stare 7
Al sré pur malt s' al le cherdiss , al sré.
Mo i pò, ,, mo *l punì d*unór ... mo la cunzinzia . . .
Questa srè la risposta d' sti pajàzz;
E se Giove priss pèrder la pazinzia ,
Al n'egh'diré suppiànd con du ucciàzz:
Sangua d ' la luna ! te iurnè a tta fola ,
Ev* cavare la tèj con la bratola.
304 PARTE SECO?(DA.
Al dirà che V n' in cos da buiTonàr ;
L' è giusta ; mo 1' è vera pò àtertànt
Ch' la verità s' poi dir anch' in scherzar.
Un méster eh' voi Insgnàr a un prinzipìànt ,
In t' al prìm mcs al le tós su dusmàn ,
E In V al secónd al gh' mola i speramàn.
J' ho prìnzipià anca me con d' el bajèll
Per fàrgh' andar in corp i me argumènt ;
Donca e fag una dmanda a un qnàlc punghèll ,
A un ost, a un negoziànl, a un d' chi purtènt
Ch' in per mar e per terra In tuli i sit ;
Per coita imbróini , e girni» e taccni liti
AI dirà bràvamént , eh* al s' affàdioa,
E c/V al le strangla 7 cól per meltr'' a pari ,
Svi gust ech fa in campagna la furmiga ,
/V / ann dia vcilà, e pr en* murir al tqucrt ;
Che V appetito infìn V è un edifìzi
Ch' fa fruttar fin el testi eh' n* han giudizi ;
E siccòm la furmiga indus ter iota
La porta a la so muccia quel ch^ la poi,
Pensànd che dop per la slagión piumosa
La n' prà più saltar fora quand la voi,
E allora la s' in rotga alleg roméni
El provisiòn eh* l* ha fall in di furmént ....
Ah manaròn ! L' esempi del furmigh
Al gh' entra cmè la corda in t' al prefazi ;
L* è un paragòn quest che eh' an' vai un flg ,
Perchè vuètr' arpìj en' sì mal sazi ,
Con più en avi , più In v rissila V Incontrari ,
I^ furmiga n' provéd che 'I nezessarl.
Vucter tuli istà e tutt Invèren
En^ pensò che a far muccia, manaròn,
J' andarissi pr un sold al bocc di' Infèren ,
In fond al mar e contra i battagllòn ;
Pr un sold . . . mo cosa conta , za sta gint ,
S' as tratta d' sold , la n' ha paura d' gninl.
Ah pella d' avaròn 1 cos' et in meni
A tgnir sepplì i scartoè di maranghìn ,
Scnipr' in mezz ai spaghètt tutt i mumènt ! . . .
A hn sé ? te I meli a pàrt pr un bisògn eh* e/n ,
E pò perchè tpindènd tutt al maghe tt,
T* curriss in ritegh ed murir puvrètt ì
UIALBITI ESILIAMI. 595
Mo se in ste rìsegb an* gh' è gnlnt ed ver ,
In V na muntagna d' òr, d' beli cosa gli' è ?
Bàttei mill sacc d' furmènt ? Di per piasér ,
Al to stòmegb in linei più dal me ?
Abbiet pur anc la lóva per magnar,
Una panza a la fln la n' è un granar.
Di su f '\ fumar eh' al porta in t' la bargàgna
A quj eh' venda' a la mnuda, i pan da tri ,
La vódel prima se per sort in magna ?
Dono applichè V esempi e s' capi ri
Che a battr' un mièra d' sacc , a bàttren zent ,
Un om eh' è modera lu 1* è cuntènt.
E so che rispondràn , eh' V è un bel sguazzòn ,
Veder tant bé «cartoó dentr* la t' la cassa ;
Benissem. Gran bel gusti Ma se un strazzòn
Con i so quàter scozz tant a s' la passa ,
Csa conta al scrign , e i magazxèn pin d' biava ?
Per me la fag V itièn, dls col eh' la fava.
Se quand' un om ha sèj, Invéz d' andar
A cavar di' acqua in t' al so pozt eh' l' ha vsén ,
A gh' gniss in ment d' andarla mo a cavar
lo t' la Mudléna con al caldarén :
Siv aniattì , e dirìssev , mo dsi su ,
Cherdìv ed bèvreo un biccér de più ?
E pò ... ( via za guardè se gh' ho rasòn )
A n' gh' è più '1 doppi pena a tórla ià ?
Terchè se in t' acchinars al dà un blisgòn ,
Al s' leva '1 pulgh' in t' l' aqua comò va.
Sunài , va al pozz ; còsta è la via più dritta ,
T' la bevre ciara , e t' salvare la vitta.
Mo za , pur trop , adèss sti progressista
Fand consìster tutt l' om in t' al quattrén ,
J' han colloca al dinèr In cap ed lista ,
E chi n' ha d' sold l' ò le eh' al fa '1 ber tèa.
A s' guarda i zens , el cà , i fond , e i slàbil . . .
Hill zchin d' intrada t . . . Che omo rispettàbll !
Figurèv cm' a eh' a s' infìa sti usurari
Con da so vitta da desprà pltòc !
Lor en egh baden miga èsser sumari ,
Che r inzègn senza sold al cunta poc . . .
Pretènder d' far vergogna a chesta gint^
A srè l' istèss che perdr' al temp per goint.
590 PARTE SECONDA.
In t' al sècol passa e so eh' girava
Un ve£ avàr per Rezz sempr in zavàtt ,
Spore, taccunà, musnént (al se spazzava
Al gragn quand V èra a (àvla con al galt ,
Per sparmiàr ì tvajó), ben donc sintì
Cosa e dsiva sto veò , che capirì.
Quand la znèja V slifflava per la strada ,
E la gh' dslva dia lesna e dal blrbòn ,
Mulàndeg ( per so us ) ^na quale sassada ,
Conte , conte, al ghe dslva, / me strazzòn.
Bravi , zighè pur fort , forti , pajàzz ;
Me intànt a gh* ho la cassa, e vu di strazz.
E m'arcórd che studlànd umanità
( La quài se studia per dvintir umàn)
E less d' un zert sior Tàntel cundanà
A star in t' V aqua con 'na sèj da can ;
V aqua era ciàra , fresca , al la sintiva
Contra i làber, mo bèver? s'al ne psìva.
E so chMn propria fole da umanista,
Mo n' gh^ è miga da fàregh tanti arghìgn.
Invéz ed Tàntel dsi un capitalista
eh' staga sèmper de e nott d' iniòrn' al scrign ,
Adorànd i sacchètt cmè un reliquiari
Senza tuccàri mài ; o agh' srà poc svari.
E cos' in godei pò ? Quel eh* a god me
Quand e guàrd el pittùr dal Procazzén ;
Al ne gudrè mo 'I doppi , allorachè
Al li mittiss a man sti so quattrén ?
Ah! s' al savìss cs' è i sold al de d'ined ,
Crédal che un rìcc al stare viv d' faso ?
Adrè ai sold, prima d*tutt, a gh' vin al pan ,
Al vén , l' urtaja e tutta la cuséna ,
E pò , chi gh' ha di sold , l' ha tant in man
Da zugàr l'univèrs a la ruléna ;
Ch' al pensa mo lù adèss csa poi mancar
A uo d' sti bò d' òr eh' al sappia ben pagar.
Invéz eh' al guarda al strassinà usurari,
A star desdà la nott , smaniar al giòrn,
Mez mort per la paura di inzendiari ,
A stumpàr al camén , murar al fòrn ,
E s' a stranuda '1 gatt , s' a casca un ciold ,
V è un lader eh' scappa via con I so sold !
DIAUBTTI BMIUAM. 397
Èl quesl al bel plosór cb' a i' dà I to bezzi ?
Ab , quand un om abbia da lar st' el vilt ,
L' abbia da trar insèm di sold a st' prezzi ,
L' è mèi arstàr pilòc , e tirar dritt
A la mei con di strazz , che za cól eh' pias
Più d' ètra cosa a st' mond l'è la so pas.
Mo se un avàr l' avìss da tràrs a lett,
Pr un calàrr , o pr un colp ( eh' l' è più d* costùm ) ,
Chi gb' arai in d' la stretta pr* i brudètt ,
Pr i fumènt , pr I cristeri e pr i perfùm ?
Gir arai chi vaga a squinternar el port ,
Tant eh' ariva un duttòr prima dia mori ?
No , che nsun al voi viv. E n* han asse.
£n vèdden l'ora d' mèttr el J^ unj in zal :
Mujèra, nvou , parént, ^'sén e cugna ;
Crèppel ? aiC creppa mai f quand cherparàt f
Fin i ragàzz e'I ragazzetti d' strada
El vólen mort per làrgb pò la vusada.
L'è d'glust, che un sellerà eh' a n' abbia avù
Mssùn amor d' famija e d' amicizia ,
Che un om eh' ha duna l' anma a V òr battù ,
Sacrificànd incossa a l' avarizia . . .
Qual dà in parete, dis i Fiurintén,
Tal riceve, V è d' giust se nsun gh' voi Ijén.
E vu , avàr moribònd , e capir!
Che par fiires vrer ben , an' basta miga
Tgnir a cont i parènt in punta d' di ;
( Post eh' la natura e i dà senza fadlga )
Vrer che 'v fàghen la cort senza Interèss ,
L* è pretènder che un trol vaga pr esprèss.
L' iv capida , i me avàr ? Donca fini ,
Fini eia smania pòrcgna d' amucciar ;
Za con più bezzi ì fatt , con mane e sì
in pcricol d' patir e de stintar.
iv fatt di sold? Tuliv donca dal strett,
E spindii , e gudii , sicv benedétti
Se no la v* pré tuccar cmò al sior Ursén
( Sinti sta tavoletta , e pò e tir dritt )
Al qual gh' aviva tant ed chi quattrcn ,
Che n' egb psend far la somma a ment , né in scritt,
L'andava al mu£ ed la muneda fina,
B pò '1 msuràva i sold dentr' in d' la mina.
398 PAHTB SKCO^DA.
Mo cosa? Inlint 1' andava visti mal ,
Pèz che n' è f servilór , e in chi teoip \h
I servitór j'andavn'a la papài ,
Con e! reliqui d'el livrèi dia cà ;
El stinlàva la fam sol per paura
De n' andar per neclenza in sepoltura.
Lu n' portava d'camisa gnint afàtt;
El so gran trattamént j' cren luoiiig;
E r aviva al costùm ( vardc che matt ! )
Ed sedr' in biànc per ne frustar el bràg ;
Donca sinlì che sinfonia gh' Iucche
Sintì , ste manaròn, che fln al fé.
Al gh' aviva una donna al so servizi ,
Donna fedèl al sólit per tradir,
La quàl 'na bella nolt agh' vens caprizi
( Una cosa da gnint ) ed fargh un tir :
La tòs un manarén, e paff, la gh'séiapa
La testa in dou , to su un sacchèlt e scapa.
.-/i ai! aim^èla , am' pré dir un avir ,
Donca s' ha d* andar là con al brintòn ,
S"ha da ficcàri in Seccia ili dinar?
Adàsì ; cm' a s' capiss che t* è un minción !
Una cosa T è far economia ,
Un' ètra V èsser strie come un' arpia.
Se (kr al manarón Tè un brutt mestér^
Al n' è gnanc bel col d' far al consumón ;
L' è al giusto mezzo eh' s' ha da far valer ;
Quest r è al busillis per chi ha cogniziòn.
Troppa grazia, diss coli , ech' toss in fall
La scòrsia , e pò '1 saltò d* là dal cavali.
Ma per turnàr al fil dal me argumént;
L' avàr al n' è mai quet , V è sempr abghì ,
Con tutt quant i so soid , mal l' è cuntént,
L' invidia 1 èter fln in d' eli arlì ; .
8' un ha fatt dal furmài più che ne lù , 'J. . (
Al piànz , al va in del furi , an' magna più.
Però pò , in d^ l' istcss temp , al guarda ben
De n' parer un puvrètt in mezz al mond; iY'ti
Anzi al gh' ha adòss la spiura d' piòó pulén , ^ ' -
Per star a gara , punt quattrén e food ;
El voi che la gint diga: Col sgnor là,
A par ben, tno Vèun sgnor, lu sé ch'ai
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DIALETTI EMILIAKI. 500
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lutàQt r avàr al bisca , perchè an^ gh^ è
Di ricc al mond , eh' an^ gh' in sia di più rioc ;
Fatt pur inani , e pò ? t' fare come
Un enratlér , che tirànd zo berlicc ,
Al frusta , al frusta per saltar dednàni ;
Mg i rozz e van ed pass , miga de slani.
Ecco 8* è véra , com' e dsiva prima ,
Che di cuntént a st' mond a n'egh** n'è brisa,
E tutt e gh' han de dénter la so lima ,
E s' fèm com' el lumag in d' la burnisa ;
E che i sold e n' hln mlga un elemént
eh' faga vìver la gìnt alegramént.
No , n' gli' è nissùn che quand 1' e a la cavdagna ,
Al possa dir d' èsser sta ben al mond ;
Com' a r accàd a un cuntadén eh' al magna ,
E dop aver fatt panza e pulì '1 tond ,
Al dis , vudànd l' ùltcm bicccr ed vèn :
Di gh* ri' annerita tant , che stag giust ben.
. Ma basta. Andcm inànz acsé a la mèi ;
Za inìln a se gh' sta poc , e '1 zimiteri
L' è là , che a bocca avsrta .,, oèi, oéij
Em' sent a dir , adè$$ fem ve $ul seri ?
No , no , eh* al scusa , al rcst al le sintrà
A la prèdica in Dóm , s' al gh' andarà.
Costumi contemporaneij
studj intimi e ritraiti del bel mondo (i),
S* a gh'era dia barbarla a i temp di ved ,
S' a gh' era dia miseria e dP ignoranza ,
Adèss a regna al còren d . . . . Tabundanza;
Adèss al mond a s'gh'è scnrta gli urèi;
\ > Se s' tlraven su el brag con el zirèll ,
Se i pagn s' eredi là ven con i stàbil ;
Adèss modist e sart e gust variabll
E v' snudn ogn' més dai scarp fin al cappèll.
gh' avìvn a chi de di sold In cassa ,
Ldèss e s' fan girar , e' l' e san al mot ;
l' a gh' era da chi de mundbén d^ devòt ,
lèss a gh' n' è moltìssem ... di bardassa.
dal Lunario JHegmimiio.
^00 PARTE SECO:VDA.
Se cbì \e6 e scampaven nuvant' ann ,
Ignurànt fin dal nom d' apoplesìa ,
Adèss almànc e v' sònen V angonìa
A mala péna a s* riva ai linquant' ann.
Sicché dand un'ucclada a 1 temp d' alóra,
E dand un' atra ucciàda a i temp d' adèss ,
An^s'pól mtga negar un zert progress,
Che vedróm pò compì quand a srà óra.
La Cometa e l* Eclisse,
Iv mài vist in t' la testa d' na cumetta
Una trezza piò longa d^ quella là?
L' è giust eh* a gh' vója tant mill ann d' tulctla,
Prima eh' la s' faga veder fora d' cà.
Su per la mura andòm con la lorgnetta ,
Guardé s' V è bella, e dsim pò s' la v' piasra :
Vdiv , anch' al zel al s' fa passar st' uretta
Con al début d' un astr% o d' cól eh' al srà.
Basta che n' fadi miga la materia
De squinternar el mur d' sant'Agustcn ,
Com' a s' fare d' un banc a V òpra sèria :
Ancb a V an d' là quand ha passa V eclìss ,
Stand su pr i cópp a gh' fu di muscardén
eh' ruropivn al teò e che zigaven bis !
A i temp indré s' a s' era in cumpagnìa,
A s'stéva alégber senza sudlzión,
Con la banzóla a s' tgniva in alegrìa
Per tutta sira una conversazión;
Che battimàn , che rìder , che mapèil
Ch' a s' fava tanti vòlt pr un indvinèll !
E pò passànd al sèri e gh' era al vdètt
Ch' cuntava una storiella d" gioventù ;
La Sempronia cantava el canzunètt
Con un gust , con un' aria , che mai più;
A passava la sira come al vcnt,
E tuU s' n'andàvn a lett san e cuntènt.
DIALETTI BVILIA.'VI. 101
Adèss , in grazia dia filantropìa ,
Bisogna 0 far la mùtria, o mannurar,
E annujàrs fazèod mostra d^ alegrìa ,
Supplàndes spèss al nas per sbadacar ;
Perchè a dispèt dal brio , di lum , del dono ,
A gh^ è d' nòv a tgnir dur contr* a la sono.
E i póver veò clie vaglin In V un cantòn ,
Con i so bernardón e al leggendàri ;
' Ch^ e dàghen post a la murmuraziòn ,
0 a i murós mal madùr , o al mat contràri ,
Ch' al prlnzipia squacciànd i figadén ,
E al flniss con al roch e un biccér d' vén.
Quand scrivìva Guldòn , l' andava mài ,
Perchè al pòpol gudiva e al s^ instruiva ;
Adèss che al pòpol V è sentimental ,
S' an' gb' ha el lagrem a I znoé, an'dis evviva;
Tant e véra che , mort al sior Guldòn ,
A s' è pers i Brighella e I Balanzón.
S' intènd pò a dir , che a piìghen a un cantànt
Pr un quàrt d' óra d' ragaja 1 mezi miliòn ;
A vin la spiura d'iniziàrs al cant;
A vin la smània d'imparar V aziòn ,
Perchè a 8* ved a la fin , eh' a se gh' fa beli ,
E a vài più la ragaja dal zervèll.
Quindi n' dagh miga tort a chi peglòit ,
Ch' fan dar di tremulàzz in t' al prim sonn ,
Fand la prova per Rezz dop mezza nott :
Lassomma pur eh' a s' inspaventa el donn ,
Che me Intant a dirò, vultànd galòn :
Canta , canta , ragàzz , che gh' i rasòn.
Sonetto inèdito del signor Pompeo Cecchetti di Reggio,
Novella.
Una sìra a s' trovava a Pastaria
Ot 0 dés fra caplàr e zavatén :
Sti ragàzz e magnàven tanto ben ,
Ch' es' srén ditt dilettànt ed puesia.
'^
^02 PARTE SECO.inA.
V era fard , dio n* se psiva scapar via ,
Perchè in dcs cn'avìven che un lircn;
E l'ost eh' i asptàva zò soli al camcn ^
Al prinziplava a dir quillch eresia.
Per bona sort a capita un vilàn.
Che senza star a far tant cumplimènt .
Al s* mctl a sédr , el dmanda cosa fan?
Al più svelt rispundè : Una ragazziida,
L' è una materia eh' la s' è vgnuda in meni ,
E a paga tutt chi indvina una sciarada.
Coitela ita iarràdùi
1/ è un indvinèl , sinti : cos' è cól còss
Che n* g' ha ne pè, ne gamb , ne pel! , uè oss ,
E *l salta tutt i foss ?
L'è, Ve, Ve, Ve /ìulazza d*una sttnana !
E Vho indvinuda smza ch'ai s'adana;
Tà de bió , la fumana !
Bravo vilàn ! T'j'è pròpia un om d' talcnt;
Paga; e l' paghe ; mo l' dsìva sòl tra i dcnt:
Haldètt èssar sapiènt !
Lètlra scritta dal B A al sigìior Nicola Bàrloli,
niaèstr di Paggi de S. A. S. in Milàn, e deputa dia Comu-
nità de Sòstota so patria^ per la {itloria ch^ V ha olUjnù a
favor di Pastàr e Possidènt per Paffàr di Campàz, che «
volkcn mettr a cnltiipaziòn da N, N,
Amig carissim,
A quei patràs ingiùst e pin de bòria (4)
Al s*c truvà chi gh' à mesdà la biava
In fazza dal Paés; quand men s' pensava ,
I Pastòr han avù la gran vittoria;
E adèss i pòn condor alla pastura
Tutt el so besti senza aver paura.
L*c vera eh' a gh'avì dà l'assistenza
E fatt sentir si t>en el so rasòn;
Tutta la gloria è vostra e diligenza.
(1)1 promotori della roltìvatiooc dei Capipacci non raeritàvaDO di èsser coù chii
perchè ciò cui (LMnpo sarclibe sialo di grande vantaggio al Paese.
DIALEm EMILIA7II. ^03
Tuli 4*n rontcni . n s* godn al beli e al bon.
Ma al fu fati re al Paslór eh' mano Golìa ,
E al premi d* vu eh' ai scritt an' so qual sia.
Al srà r amor di vòster patriot ,
Che n' sran ingràt a cgnòssr al benefizi.
Vu sertamcnt an' v' si tratgnù in balòt
A mettr in vista tutt i pregiudizi.
In' psivcn sceglier deputa miglior
Che gh* la cavassa con maggior onór.
Vu avi coi vostr'amig sbrujà l'afTàr,
E fatt costar quant sia d' comùn vantàz
La praderìa i armcnt a pascolar,
Pr averne i fnitt, e a mantenerne el raz;
E acsc pensàvn i nostr antig pastór
A far cuntént la turba , e a farse sgnor.
L' è andada mèi acsc senza fracàss ;
Dalla virtù fu vinta la questlón ;
L' abbà Nicola ha moss si ben i pass ,
E destés acsi ben 1* informazión ,
Ch* al Sovran ha cgnossù la verità
De turnàr i Campòz all' ùs de prà.
Bella provincia degna d' ogni ben ,
Madre degli art, e de si be' talént,
Che god fecónd in pas i su terrén ,
E al corner zi gira dai possidént :
In fin nel nòster Stat V è un pez da s'santa
Con la bcnedizión de Terra santa.
Sèstola a intcnd de dir la fortunada
D' aver un flól tra tutt i Sestolcn
De giudizi e d^ sapienza raflnada ,
Che s'è si fort impgnà pr al comùn ben,
E s' ha senza quattrin purlà vittoria
Degna da conservàrs alla memoria.
Vu si quel flòl eh' a pari, Bàrtoli car ,
Dia terra vostra onór , di pret decòr ,
Che con sti straz de rim av' vuré ludàr ;
Ha en^ son capàz de tèsserv un allòr;
Intant av* àugur bona sort e pas ,
Av* salùt , av' abràz , e av* dagh un bas (i).
ni» Lèltem fa klamptU in Milano per Antonio Agnelli rfgio tUmpatore nel 1776,
li noQiignor Niccola Berteli ollennc da S. A. S. Fr4nceK0 111 duca di Modena
■BBallati i contratti di livello della prateria detta i Cmmpaccl e re«tituili ad uso
^0^
PARTE SECONDA.
1760. Le seguenti poesìe furono dettate dal pastore Nìcc
Galli. A dir vero non vi abbiamo riscontrato né originalità
concetti, né mèrito poètico. Che anzi la maggior parte dei vei
é sbagliata nella misura. Siccome peraltro ci sembrarono tati
vìa bastevolmente interessanti per la purezza del dialetto, a
le abbiamo qui unite senza toccarne sìllaba, per tema d'alteran
le forme.
Al signor Segretario di S. A. S, Francesco III d'Esie(l).
Reverénd Segretario ,
La posa giò al Breviàrio ,
E eh' al negh^ para fadiga
A lègger st' quàlter rig
Scritt da un vilàn (s)
Che 'n sa parlar toscàn ,
E poc alla destesa ;
La ne s^ tegna dono offesa :
Che al difèt di' increanza
Nasse dall' ignoranza.
Sia maledèt i me pcà !
E son tant desgrazià ,
Che n' so dir una parola
Ki in vers e ni a fola ;
E sta volta en* poss star
Che ho bsogn d' rasonàr
Con Lustrissma Vosgnorìa.
Quand s' fava la gran via (s)
Pr ubidir a So Altezza ,
La geni con allegrezza
Passava da tutt ci band
Es andàvan descorrànd :
Andèn alla via ducale,
E mi era caporale ,
Che cniaudàva es lavorava ,
E vdeva es osservava
La gran puntualità
De tutt quant el Comunità
Dia provincia dal Frignàn :
E tutt di man in man
El contava es e gli ho scritt ,
E per quest en estò zitt;
Ch^ al fo savér al mond
Dalla zima sin al fond
Dia montagna, e d' tutt al pia,
E fors' anch sin a Hilàn.
(*)
Oimè cos dighe mai !
Che n' trovàss adèss uo guài ,
Un esigilo , 0 un castìg
A dar si gran intrig
A un personal par so;
E poss ben dir cibò.
Quest voi èsser un brult falt.
Sfa volta 8* i m' dan dal matt,
E dirò r è sta me dann :
Può èsser che m' inganna ;
Mi n^ so dir altra rasón ,
La s' man tegna san e in too
In fai so post d'onór ,
E preg al nòster Sgnòr
A liberar dal cos funeste
La nòbil Casa d' Este.
La me scusa e la m' perdona
Se ho tedia la so persona :
E s* ben ch^ al sìa lootàn ,
E gh' bas al pè e la man.
(1) Monsignor Nicola Bìrtoli di Sèstula , protonotario apostòlico e prt^osto dell' '■^"
chiesa di S. Maria Pomposa in Modena.
(2) Nicola Galli, che realmente era pastore , e senta stadio.
(3) La Via Giardiai.
(4) Mancano alcune carte nel manoscritto.
DIALETTI BMIUAMI. 405
Una Donna eh' dmanda da filar parlànd sestolés.
Donn , mi e son vegnù
A star qui dman da vù
Che Dì^ dad da filar ,
Perchè a zcrch d' guadagnar.
E vègn daila montagna,
Cmod e psì vcdr ai pagn ,
E al e^lz d' blsèl
Che m' van giò a campano!.
Me mari desgrasslà
L^ è andà con i soidà
Qoand l' ha senlù al tambùr ;
L' è ver che n' me n' inciir.
In t' ign mod s* o slava a cà
Al vleva , cmod es sa ,
Che gh' féss le spese a lù ,
E satquè am^ toccava su.
Basta ! al m' ha lassa soletta ,
E dal pan an n' ho una fella ,
Es ho quàter fansin
Che i starén sot a un corghìn.
E sben che son mi sola ,
E fornis la famiòla ,
Es a truv da mangiar
Con la rocca e al me niàr.
Che fra tutte el filcrc
E son presta in V al nicstcre ,
E la sira e Ul più mi ,
Che n^ fa un' altra in tut al dì.
Barba Antonio me compàr
L' ha un gal in r al polàr;
Quand e scnt eh' al salta su,
En cherdì che staga più
A dormir, mo in t'un trat
Em lev su dit e fat ,
Es cm* met In co ni trabsèi ,
Al grembàl e la slancila;
C quand cm' son affiubà ,
£ carni n via per cà
Alla volta dal camìn ,
Es tog un zolfanin ;
C pò tir 8Ù al stopìn
Dia lama un poclin ,
Es al bagn e pò l' appìz
E pò f 0 Inànz i stii.
Quand e jò apià al fog,
Em' met lì in tal me log ;
Che sto sempr In t' un cantòn
Con la me rocca a galòn.
E li prilla , storò e tira ,
Tutr al dì fin alla sira
Empj e vod , e cav e mett ,
Fila e inaspa e fa gavètt.
En' man|^ mai un bcòn,
Donn mi, che sappia bon
Per la gola d' lavorar
En' ho temp mal de mangiar.
Quand e tog al fus in man ,
Em' meli in gremb un pan ,
E pò di quand in quand
E in tog un bcon, es vo mangiànd.
E jò pò quest pr us ,
Che n'destàc mai al fus
S' al n' è gross de piena man ,
Che tutt i me vsin al san.
Ev vo mo dir d' più
eh' al sr«nn là da nù
Da zinquanta montanàr
Che n" fan altr che filar.
E se vii che al diga tutt
Tant el veccie cmè V putt ,
E al dirò se stàd attènt
Che gP jo tutt a ment.
(0
Qucst tutt che v' ho conta
San tgner la roc4!a attacà;
Mo e in prò dir più d' cent ,
Ch' a filar gli en valènt.
Mo a diri in conclusiòn
Mi n' acatt parangòn;
Che gr ho tutt supera
A far seg al goccia.
<l) Si MDo Iralaidali i nomi di vàrie filalrki, riltoèodoli iaùtili , perche ilramU.
409
PARTE SECONDA.
E per fliàr ugual e tond
An' sMn trov in tutt al mond;
0 vii far tela d' fin ,
Tela doppia , o filadin.
Es^ per sort e vii vdèr
La mia ovra , l^ è ai dver
Ch' ev muslra s^ la v' pias
Mo n' egh dàd pò d' nas. '
Guarda qui sV gumsèl ,
Che vdri cmod i' è beli;
Qucst è stoppa, quest carzòl :
Ch' in dslv, r mi fiól ?
Ve par a vù eh' al sia bel?
Mo guarda sr altr gumsèl ,
Ch' e stoppa d^ la più calliva
Ch' un' altra mai n'g'arriva.
Quand o dò in V una rocca
D^ carzòl ben lavora,
E fo un fii, cb' av^ so dir mi ,
Ch' la seda a n' è acusì.
Ma s' r è pò cuncà mai ,
E n' al poss far eguài ,
Che sai che qule strop
Dan impaé un pò trop.
E jò ben pò la petnclla ,
Ch^ tutt al dì la mia sorella
La sta scmpr a pctnàr;
E mi attènd sempr a filar.
Orsù donca n' manca,
Se vii èsser ben tratta ,
Dam un pò da lavorar
Cb' em possa sostentar.
Dàm donca , se vii,
Lin , stoppa e quel eh' ai ;
Che per cont dal pagamént
A n'srà da dir niént.
E torrò robba e quattri n
Roniizòl , rémola pan e vin ,
Camisòl , calz e strazzi
eh' i sran bon pr' i ragazzi.
Orsù e vuoi andar in su
Cir en poss star qui più.
Gir i ragàz stan a sptàr
eh' eg' porta da mangiar.
Donn , mi donc em arcmànd ,
Se vgni mai da quel band
Vegnìn a star da mi ,
Che stari la nott e al di.
Gruppo Ferrarese.
Ferrarese.
4 7510. Il diàlogo seguente è tratto dalle poesìe serie e giocose
di Girolamo Baruffaldi , e lo porgiamo come il Saggio più antico
da noi rinvenuto del dialetto ferrarese.
/ Ciiccur eh' aspetta i Patròim dalla Cmetlia.
D
I A L U G II.
Zpon , Bernard , TniMÓn , fìnrttin , Guerz,
Zvan. A voi ! a voi ! a voi !
E può i n' voi eh' i appa arguoi
I cucciér, s' con tutt'al so cridàr,.
La zent n' i voi scullàr.
A voi ! Mo cessa è quella ? una criatura
Quella eh' è li pianta ?
DIALETTI ENILIAni. ^07
La nolt è tant scura ,
Ch' a n' r aveva arvisà.
I r ha pur vlu piantar in so malora
Quel maladèt fittòn In 8* al sagra
SU bndit Fra ,
Perchè 1' carròu an' gh^ rompa i so sunnin
Inànz al Mattutin ,
E nù a tgncn star chi fuora ,
Acsi per bel dilètt;
A bàtter di bruccbètt.
Bem. Ah , ah , ah , ah , ah , ah !
Zvan. Chi e quel eh' minclona là?
Bem. Ih, ih. Ih, ih, Ih, ih!
Zvan, Chi è quel eh' sgrignizza lì ?
0 Bernard , leti ti ?
Blo an' n^ ho donca rasón
S' a i ho squas spzà al timón
Per causa d' quel (Ittón.
Mo ti è vgnù acsi a bun^ora fuora d' cà?
Ch' ora è ?
Bem, Qoattr^ or sunà ,
E la Cmedia n' e gnanc alla mltà.
Zvan. Ch' dièvul fai sta sira sti sdiapin ?
Bem. Opera nuova : I Quàtter TrufTaldin.
Zvan. La merita i qoattrin.
Bem. Scnt mo là s' i sgrignazza a bocca averta ,
Ch'a par chM n'^happa più vist terra dsquerta!
Zvan. Lassi rider , eh' i paga.
No lassa pur ch^ la vaga.
Sta volta I comediànt i gh' ha al so pan.
Bem. A m^armètt a Stadiàn,
Stadiàn al purtinàr.
Mo di volt r è un gran spass
A sentiri' a cridàr
A quel spurtèll da bass :
Fé largb a st' cavallér ; largo , Zelenza ;
Quest è d' Cori d' So Minenza.
Franco sto gentilòm ; e al va buttànd
Di titol solennissim d^ quand in quand ,
Ch' a in tocca a tutt, e nsun s^ poi lamentar.
L' altra sIra all' intràr
D* un peruccón bellissim ,
Larg , al cridò, fé larg a %V illustrìssim ;
E sat, Zvannòn , chi liera? Liera an cuog
408 PAllTE SBCOISUA.
Vstì d* culòr fuog.
Ho n^ n^ hai dà di' cizclenza
Fina al coot Butta V àsn in so presenza ?
A gh' n' è acsì più d' quàltcr ,
Ch^ vien a posta al teàter
Pr èsser lustra alla porta ,
Con al stafflér eh' a gh' porla
Al fanài e al labàr,
E i paga quel eh' a gh' par ;
Du Pattacùn , la so Muraiulctta ,
£ butta in la cassetta.
Perchè a s' diga eh' i paga.
Zoan. SV ann a bsó eh' la gh' daga
In sti burdié , perchè nuàlter cucciér
Aicn d'ogni mumcnt in serpa al msicr,
E a sten sempr in andar.
E fina di a n'gh'è Tasi d'dstaccàr.
Zira ehi , zira li.
Tutta la nott e al dì ,
D' za e d' là , d' su e d' zo ;
Da qla banda , da st' eò;
Dal Diàvul e da so fiól ,
Per fina eh' a n' s^ rumpèn na volta al coli.
Bem. V è eh' a n' so emuod qi rozz
Puossa tirar quel brozz ,
E pur an^ n'è tàcul;
J' è cavai eh^ fa miràeul.
Zvan. E eh' miràcui , f radei ;
S' t* savisset emuod gh' sta la peli !
Paja séettH d' ogn' ora ;
E gh' in fuss anc in so tanta malora :
L'è eh' di volt per biava e per fén sòclt
Ha bsgnà darg da magnar infina al lett.
Bem, A i ho prò senti a dir da un mie amig ,
eh' alla fiera d' Ruvig
AI voi tuor di Platùn.
Zvan. Chi ? al mie patron? al tura 1 so minciùn.
Berti. Mo a so pur mi ch^ l' è a torn
A métter su na muda.
Zvan. Eh , al mtrà su ^1 so eorn.
Ho con qual ? Bsò eh' al suda.
L' è un ann eh' l'induradòr ha quel cuppè
E a n^ 8^ accatta la vie
D^ farai vgnir a cà ,
DiALfim biiilia:^!. 409
Perchè al povr* om voi prima èsser paga.
E s' nient nicnt al sia
A tuòral in T annessa (mo an^ par
Ch^ mai al gh' appa da andar),
Sì ben eh' al n' ha speranza ,
L' andana vie V usanza.
Ho seni par : quest è nient.
A gh^ è può i furnimént
Mczz impgnà dal slar,
E mczz dair ultunàr ;
E per n^ i vdcr fumi
Al n' passa più per d^ li.
Crédei eh' a stema frescb, al mie Bernard;
Eh nù a sén nassù lard
Per veder in bon post i carruzziér.
Quest gnanca hi al n' è più al bon mister.
Bern, Mo a vuoi eh' t' m' al digh* a mi
S'aoch quest' è un'art falli.
S' at vdiss sta livrè , a gh' n' è più fil.
A gh' è un sart In curtìl ,
eh' n' ha fatt ogn' ann tunnìna :
E mister Tirurlna
Gh' ha lavurà d' dritt e d' arvèrs ,
Mo adèss d'tcgnirr inslèm a n'gh'è più vers.
Zvan» Sent roo là qla Tampella
Ch' vien vulànd. Èia quella
Dal cont Impernigà ?
Bcrn. No , l' è un mèdeg eh' va a cà.
Zpan. Al par ben lù : mo credm , Tè Tmasòn ;
T' n' ved qui lanternòn
Ch'è sbus da tutr 1 co?
Bem, L' è lù , r è lù , r è lù.
Ben Ygnù , cumpàr , ben vgnù.
Tmas, Sòiàv , zuvnotti ; gh' è posta ,
Gh' un tantìn a m' accosta
Anca mi sotta st' volt?
Zvan. Si ben: dà indric , Bernard , eh' anca mi a gh' dag.
Tmas. Basta , basta ; eh' a gh' stag.
È sunà 'I quart ancora ?
Sem. Si li è li eh' ci' fa 1 fus ;
A Sfa ben dbott un' ora ;
E 'I cinqu è In su al bus.
Tmas, E a n' è gnanc fni st burdèll ?
Zittii. Si , adèss i è in t' al più beli.
410 PARTE SeCOMDA.
7"ma8. E sì al patron m' ha diti eh' a viena prest.
Cosa voi mai dir qucst ,
M' al sat dir ti , Bernard?
fìem. A srà, ch'ai Mazuréng al srà vgnù fard.
7"mas, As poi ben dar. 0 sten pur chi cantànd
La falilélla e la pazzie d' Urlànd ,
Fina ch^ al patrunzìn s^ in seni la vola
D'andàrsn al so boia.
Oh ch^ vita maladetta ! s' poi mo dar ?
sr viàz do volt ogn' sira a V ho da far.
Prima eh* la emedia finissa al vien lù fuora
E s' voi eh' al mena a casa d' una sgnora ,
Mnjér d' un brentadór , in t' na cuntrà
Ch' an' gh* è alter che qla cà.
Quella , quella ....
Bem. Si , sì ,
Tmasón , a r ho capì ;
A l'ho vist anca mi quel cunfalón,
Quand 'na volta a fu impresi dal to patron.
/'mas, E può a bsò che dop l' quàttar
A torna aneh al tcàtar
A tuor su la patrona , e al marchsìn
S^ in' va in t' i camarin
A zugàr fina di,
0 fina eh' 1 è falli.
E s' a n' indvin' al punt,
Prest i m^ darle i mie cunt ,
E a cascariév al ziel dal grand armór ,
E a mi tuccaric a tuor.
Cm' a son a cà , e eh' a 1* ho missa zò ,
A bsogna tornar d' eò ,
E dar volta in qla strada eh' a v' ho diti,
E star li a vent, a fraza dcrelìtt
Infina eh' la pittona ha euvà i vnov ;
E a sona li ott e l' nuov
DI volt , eh' a son anch' li
Hort dal fred e sbasi.
A son mo a cà mi , e sì a n** gh' e un' anma , un can
eh' a m^ daga una man :
Mi attaccar, mi dstaecàr,
Mi avrir , mi assràr ,
Mi stargair, mi lavar,
Mi dar fen , mi spazzar ,
Mi far tutt, car campar .
DIALrm EMILIANI. 411
E mai vien qla maidctta ora d' magnar:
E' sie vzilia quant s' voi, la s' gh' perdona,
E al dzuQ 8' sgruppona ;
E tant volt e tant ,
Acsì beli e galànt
Cmuod a vlcn fuora d' stalla ,
Bsogna ch^ a staga in sala ,
E può eh' a vaga in tàvula a servir ;
E la sgnora m' sa dir :
Faiv' in là , eh' a puizai.
S' a puzz, eh' la m^ lassa là in fi mie cavai.
Bem. Mo a n^ gh' è pia al cavalcànt?
7>nas, A gh'è Tsò corn: l'è andàsuldà in Levànt.
Bem. Per forza , o pur pr amor ?
TVicu. I gh' ha può fatt V unòr
D' tuòral dalla stalla
E convujàral con un rem in spalla.
fìem. Ah si , eh' r iera un d^ quj slè
Ch'imbiancava ai patrùn Parzenteriè.
7^ma$. Si ben , 1' è andà in galera lù e so pàder
Per sulennissim làder.
Zvan. Mo a bsò ben vivr* a qualch^ maniera a st' mond ,
S' a n' gh' e ne fin né fond
A pser aver salari ; vnot eh' a t^ diga?
T' sa pur eh' ogni fadiga
Merita premi : a vói mo dir , s** t' m'intcnd,
Ch' chi n' ha, n' in spend ,
E chi n' in ha, s' n'accatta; e dov'a gb'n' è.
L'è lì eh' a sfonda al pè ;
L' è li doV a in va tolt ,
Né dir : V è puoc , V è molt :
Al tutt sta in savér far ,
Del rest. Tè un mstier da sgnor anch' al rubar.
Cosa ditt ti Tmasón ?
Tmoi, A n' al so , eh' a j' ho son ;
A vriè ch* finiss 'na volta sr carnvàl.
Bem, Dai un può a quel cavai ,
Ch' morsga al mie.
TYiuu. Sta carogna
L'è più affama e rabbiós ch'n'è'na sclogna.
L'ha tanta fam , fradèl , eh' a sto per créder
Ch'ai magnariè al cumpàgn, veder e n' veder.
Una , dò , tré.
B«m, Li è il cinq ; n' V V boia ditt ?
412 PARTE SECONDA.
Na folla , e nù puvrìtt
A sten chi a st' beli srcn , e a st* aiarina ;
Magari eh' la duràss fina d' mattina.
Tmas. Tas , eh' a seni in sta strada
A vgnir di camarada.
1 s' è urta , e si i ha rott.
A caroinàr e a caruzàr ad' nott
Altr' a n' s' poi guadagnar.
Zvan. A sta ai patrùn a fari' accumudàr.
Bem. So dann ; l' è Burtlin,
eh' sta con al cont Pnarola; e r altr e al (ìuerz .
eh' è imprèsi da un zittadin :
Quel eh' ajér rumpi al sten
Vultànd in s' al cantòn dal Sarasin ,
Mo i n'sà mo i so patrùn, eh* in scambi chTunza
L' rod , al piagna la sunza.
Zpan. 0 Guerz , hat rott ?
Guerz. Mi no.
Mo a ho fati veder a quel barba Niciò ,
eh' a so più carruzzàr
Mi , eh' lù n' sappa stargiàr.
S'agh'*ho rott i du speé dia pultrunzina,
eh' al m' zita dmattina.
Buri. Mane arguoi , Guen maldètt ,
S'a t'accatta Tstrett,
T' n'ara da far con mi; pricga al to diàvul
eh' al sappa al marchés Pàvul ,
eh' al t' farà ben lù metter zo qui grii ,
E V n' vdrà più al fnil.
Sii pela pie munzù ,
Perche i serv' giust un clù ,
eh** ha più superbia eh' a n' èva Luzifer ;
A gh' è d' avis d' aver la testa d' fer.
I ha ben al nom d'esser bon zittadin,
Mo a sten tutt' avsin ,
E si a sen tutt da Frara ,
eh' a savèn quant' è i clumb dia so clumbara.
1 sta ott mìs dl'ann a Franculin
Senza spcndr un quattrìn ,
E i viv a pinz e a zucch ,
E può i vicn strucch , strucch ,
L' invèm' alla zitti
eh' i n' poi tirar al fià.
E al so cuceiér, eh' in villa dseva , Iczia,
. DIALETn E3IIUA5II. 415
In Frara al va ranand con la cavezsa.
Mo flnalinént al mie patron Tè un cont
Dia razza d' Rudamònt ,
E s' al sa eh' t' m' strapàzz ,
Al i' farà spulvràr quel gabanàu.
Gturz. Al m* darà d' barba lù ve: mo s' al n' dà
Gnanc a quj eh' ha da aver, e eh' l' ha silà :
E V vuò eh' al m' daga a mi ?
Ti è pur bon anca ti ;
T' ha rasòn , Burtlin , eh' mi a n' tem' affrónt.
Z9an, 0 vie , su , fiuó , quietév, e mtila a mont.
Bem Tasi , eh' a par eh' la zent s' vaga cunsiànd
IV andar a eà : Tmasón , vati' accustànd.
Tmat, A n' puoss , eh' a m' son impgnà
Tra *na culona e un stel : fatt prima In là
Ti , eh' ti è in larg.
Bem, Sì , s' a n' fuss
Anca mi attacca a st' uss.
A gh' è può un muò ad' fang e de perdìzz ,
Bnrt, jy ehi è là qui du cavai ?
Ch' 8' m' arbalt , a n' m' addrizz.
È murié ?
Zpofi. No , 1 è bài.
Burt, Senza cuccicr, alia dscarzión dia nott?
Zpan. I è del marchés Pancòtt.
T' n' aegnòss quel svimer dov' i gh' è attacca ?
Burt. V è vera , a n' m' n' iera adda.
L' è al svimer dalla lit eh' si era tacca ,
Che con tutt al vulàr per la Zvecea
Con la contessa Checca ,
AI n' psi arrivar a ora di' moss ,
E sqoas squas i barbar gh' salile addòss ;
Mo Uè pur aneh l' fatt minciunari
Sii svimer da sii di :
S' in' par propri eastiè da burattin
Con dénter la Simona e Truffaldin. .
Z9an, Spetta eh' 1' usanza fnissa ,
Ch* i n' voi cavar dia flssa :
L'in tal, l'ore l'arzént
N' valrà più gnent ,
E in Ghett in' l' avrà
S' in' gh' 1' dunarà.
Buri, W chi e qui du pnllér là eh' ha la toss ?
Bem, Ti è pur minción, t' nM aegnòss?
414 PARTE SECONDA.
i
Jè dia bella Giròlma dai gran squan.
Jè du puliér buis man ,
E Uè dis eh' I e arfardà.
T' n' acgnòss qla birba dov' i gh' è attacca ?
Ch^ r è sta prima d' un fra , e può d' un prici
Ch' adèss è andà arzipriét ,
E può dal barisèi , e può all' inciiut ,
E può dal marchcs Guant,
E può di' ost dia Fraschetta ,
E può dia sgnora Betta ,
E può in Gbett da Agnulìn ,
E può d' un gablin ,
E può d' st' aitar patron , eh' ha fatt un stoo ,
E al n' gh' ha gnanc paga '1 broc.
Buri, S' al' arriva a savér mai quel poeta
Ch' anc su i svìmer ha fat la canzunetta ,
L' andarà a rotta d* col
In zima al Ventaròl.
Bern, Lassa eh' al fazza, eh' al par ben eh' V abbia
Allgrezza in cuor , mo al canta dalla rabbia.
Burt, Chi è al so cucciér?
Gtterz.V è ql' Armagnòl eh' fava
Al vturìn , puoca biava,
Alias dett Tirapatta.
Zpan. Ch' ha per mujér qla matta ?
Guerz, Al mari dia Ciudina ,
Qla bella spuslina 7
Zcon. Si , eh' l' é andà dentr' a emedia prinzipià ,
Mustrànd d' andar inànz con un fanàl
Fagànd lum a una sgnora d' qualità ,
E r iera so mujér con al zandàl.
Guerz. Uhi ! hat vist quel rodò
In spalla a qla sgnurina
Con quel caplin in co ?
Zvan, Puttana ! la Drundina
Ch' la par 'na buarina.
Ella sola?
Guerz. Mo nò.
Scnt r amìg eh' a se s^ara e gh' tien dric,
L' ha mustrà d' andar vie
Inànz eh' flnissa , per scappar la fùria ;
Mo r è fuog d' lussùria
Quel eh' la porta vulànd. Adcss a s' va ,
Inànz d' andar a cà ,
OULETTI EMILIAM. 4itt
A Irì 0 quàller fslìn ,
E può al sòUt casìn
A far al resi dia iiott.
E so mari , merlòU ,
eh* è un om d' bona fed ,
Al dorm in lelt lù sol ^ e s' muor dai fred.
Dmattina può a s' va a cà
Sillacà , sillacà ,
E al bon mari gh' admanda , dov siv sia ?
E liè gh' arspónd per dargh un può d' cunfòrt :
Car mari , a son sta a far ia veggia a un mori.
Tmai, V è chi al patron , e a bsgnaric eh' a vollàss ;
ìlio a gh' è di' trav' e dll ass
Li sotta a quel vullón
Dov sta quel murangón ,
Ch'a n'sò s'an riuscirò.
A ar vedersi I mie fio.
Buri. Bona nolt. E nù mò
Quand andaregna ?
7>)iai. Tas ,
Tas , Buriliii , eh' a j' ho squas
Speranza eh' siè finì.
Dentro. Casa Sbrisa ....
Burt. A son ehi.
Dentro, Casa Codga , dov siv ?
8ù ben !
Zvan. A son ehi viv.
Dentro. Casa Ruslga , su ben faiu ehi da nù.
Gìterz. A son ehi eh' a moni su.
Zvan. Al barisèi vien fuora ,
In so tanta malora.
Questi li è emedi etèrn.
Ece* V torz e V lantèrn ;
Ece* al stafficr d* eà eon al fanàl.
A son chi puntuàl.
Fio, bona nott.
Atlrù Va pur ,
Ch' a m' libera da si' mur ,
E eh' a m' dzapella fuora da st' suoi.
Zpon. A voi ! a voi ! a voi !
890. Il Coiuponioicnto che qui porgiamo in Saggio dell* at-
e dialetto ferrarese è un Memoriale inèdito scritto dal celebre
30
416 PARTE SECONDA.
Frizzi Stòrico ferrarese. In esso Y autore ha cercato di méttere
in òpera tutti i modi proverbiali , i traslati e le frasi popolari
più comunemente usate nel suo paese , e vi riuscì con singoiar
grazia e sorprendente spontaneità ; per modo, che possiamo ris-
guardare questo breve scritto come una collezione di proverbii
proprii del pòpolo ferrarese. Come tale la raccomandiamo agli
studiosi, e rendiamo nuove grazie al chiaro bibliotecario don
Giuseppe Antonelli per avercela gentilmente comunicata.
Discorso fatto dal signor N. N. all' Einineniissimo N, A.
Legato di Ferrara.
Mi a 8on sèmpar chi a scar la màdar , e a rompr I garitt a V. E. La diri
eh' a son na piàtula e una greppeUa ; ma cossa volla far ? Chi voi , vaga ,
e chi n'voi, manda. La guerra è fatta pr al suldà. Vostra Minenza, com'a
s^sol dir, ha dia bontà; ond la s' la tòga mo In eorp^ parche, a dirgla,
mi a son in t'il péttul fin ai oé. — A vien donca ,e s' a dig , Emineoia,
che con cai cumissariàt dia famiè dal sgnor Tiberi , cW la m* ha puggià,
la m' ha dà ^na bella gatta da patnàr. Quest' è una barca sfassada; - barca
fundada an'gh' voi scssa, - Am^ cardeva ben dMruvèr di tàcul; ma tant
pò a n' al cardeva. V intrada V è poca , e , sibèn ch^ a gh' la tir coi dent,
nonistànt la pezza n^ stroppa al bus , e sunànd su rusc e bruse, an^ s^po,
andar dcò dia cavdagna. — Mi quand agh^ intalè , à m' fu prumìss più
pan che furmài : am' fu ditt acsi , aczà e aclà ; ma pò a io truvà eh' V è
un aitar mnar d' pasta. A io sié i>occ , eh' lavora ogni dì ; il fabricb è
tutt' in sbrandèl ; la murala dal fnil gh' à un sbarlèff tant fat; al cuèrt a fa
d' so nona. Hi dil volt. Eminenza ( e si la sa ben, che chi n'stroppa busìo,
n' stroppa busòn ) , andànd pur mò avanti con sti bó magar , a batt la
testa pr il murai, e a faz di lunari tutr al di! Ma cossa serv? I>ov'*an''son,
a' n' m' gh' trov. A mattar al rev con il pi^zz, a gh' è tant da vivar pr'ott
més, e pò pr al rest, addio gabàn ; fini questi, è fritt i luu: e allora coro
farcmia? Da chi a un més , chi s' è vist s^è vist. I farà di crusùn a la fé!
Che quand an'gh'è aqua, al mulìn n' masna, e a s'fa Lstrunz magar ,
Eminenza: za a sfora a scn alla frutta. Basta ! pr al vgnir quaich sani
sarà. Mi za quand an' putrò più , e che avrèn miss i mastiè in t'il mastlin,
a buttare al mànag drè alla manàra, e am' turò su al treni' uo. — E pur.
Eminenza , agh' prutèst , che se al mal batiss chi , e se tutt gli aitar coss
andàss par la so carzà , al sariè un pan unt. Ma sala cossa V è quel che
m' fa vgnir la grinta in t*i cavi ? L' è cai naturai d'sta zent. Cai sgnor Ti-
beri r è un , eh' n' à vóia d' zarlàr ; al daric fond a un mar ; an' gh' ba-
starle r intrada di Pèpul. Al s'Ia sgagla da cavallér, e quand al n'à, al fa
(ò ti, tò ti. L^ò sèmpar sbris, cm'è don Quiniìn: sèmpar l'è al can; al
DIALETTI BMILIA?!!. 417
n fa aliar clic dar dil stucca a qiicst e a quel. Quand |M) al M*ha, algh'dà
al spólvar. Quand as*gh' in dà , ben con ben , allora al vicn zò mulsin^c
r è un pan d' zùccar ; ma quand al trova cir la ^pina n' butta, al dis eh'
meda sì. Sala,, che na volta V andò al cantaràn, cardènd d' truvàr al mort,
e parche al vist di' agli' ìera su San Pier, al dò in ti bac e al prinzipiò a
smuclnr com fa 'na bestia. Mi mo , che am' gh' imbatì , an'puti star, a dò
zo di bàzul. e a vgnìssam al tamsìn: o pullin , coni' dis minèl , are drilt
e fé bel sole, e an' grate al zìcl co gli ung, parche s'a mtrò i can alPaqua^
sì par Dina Nora , eh' av' zularò curt , e aV farò filar al fln da un. Mi si a
son cai babi da ricòrar a So Slincnza , e vliv zugàr , che quel al v' farà
baiar su un quatrìn. — Cossa crédla mo eh' fazéss sta lavada d' campanèl?
Mò la fez ch'ai mimando a far il fassìn mi e Vostra Mincnza; es'an'dseva:
a Aiùtam , gambetta , che adèss i m'il* pèlta^^ al m' dava 11 mie fadigh ,
c^ a la scapiè pr al bus dia eiavadura. — Cossa disia, Minenza? S'al m'Il
bagnava, la n' saric stada da cantar su al calissòn? Insomma, bsugnò
eh' agh' mulàss , e T è grassa eh' la cola. Bli an' son bon d' infilar cai spag.
L* è sta tant' aqua eh' è andà zò par Po. Al di driè as' sén truvà al ticut
erat , e ogni di a sén a sti cavi tira. La dirà He: «An'gh'è so muiér ch'ai
possa tgnir in stadicra ? " Oh ! adèss ; la Zuana gh' ved, e Barnardin gh'fa
lum ! eia carampana d' so muiér la n'val un baraclum, L' è 'na bselda che
quand la paria la fa vgnir al latt ai znoé. La s' lassa cascar i pago d'at-
tòrn, la par'na Rachel. Pòvar ragiiz! Chi gh' à mai miss eia vesta? In
t' un bisògn , la n' è bona d' cavar un gril da 'n bus. L' è 'na gnc gnè ,
damn' un , eh' am' n' è mort dù. Sò mari in fa tunina , e la s' lassa schizzar
il zìvoi in t' i oè fin da la serva. Insomma, s' a stass a liè, V in farcv dia
fissa. Cslié eh' achi pò vedla , cslié eh' achi, al V assicùr , eh' l' è 'na bona
zima d* mazurana. L' è sett cott e na buìda ! A cred pò eh' l' abbia pia al
cui , Eminenza , ch'an' gh' in dig gnént. L' e dlés ann eh' V ha miss al cui
in sta cà , e tra d' rif e d' raf V ha eumdà ben i ov in t' al zest, che agh'
sò dir mi . . . Liè P è domina dominanzia: liè tira sempr aqua al sò mulin:
za la sa , che quand al paiàr brusa , tutti s' voi scaldar. V ha una bàtola,
una dardella, eh'an'finisc mai. Lio l'è quella chMicn al pùlpit: s'as'gh'
dis tantin, la dis tantòn, e a vlerla tarsantàr, l'è gius! cm'è dir scùsem.
Tee né l'ha rott i sedòzz con qualcun. Sèmpar la s'rangogna eolla patro-
na , e dil volt s' in dà di strafùt , ma sonòris ! Insomma , a tgnirla lunga
e curta , Amincnza , cstié , s' a emandàss mi , al Fest agh' vcrzriè ben mi
V alleluia, e agh' dirle : «e Orsù , to su il tò rug , e pò aida *>. — Sala chi
sariev piutòst una fìeia eh' avriev zuff, zaff e zarvèl? La Camilina, la putta
d' casa ; ma cossa ? Anca liè la gh' à al dar e 1' avir. L' ha darsètt ann , e
pur la sa moli ben d' barca mnar , e la sa a st' ora dov al Diàvul tien la
cova. L' e pina d' Imbinzión , e in t' al dargh' in là , la gh' à anca liè la so
euvclla. S'Ia la vdiss quand l'è tirada su in fli , e eh' l'è sgurada, an'
gh'è gnane malàzz. Agh' digh ben pò , eh' l' al egnoss anca liè, e la licva
1.1 co\a in zirella , e la <i" fa puzxàr «P driè moli ben. Poe fa l'aveva un
418 PARTE SECONDA.
tracquaccièl, e la galuppa gh' batteva V azzaiìn , e gli' purzeva in crivèl
moli ben. Sala , Minenza , eh' un dì j'avcva batù campustela Uè , al sraar-
din e la serva par farla fuora , senza eh'* al saviss i so d"* cà ! Ma mi furb
a dscuarzì la quaia a temp , e arivié a ora , giust com' fa la tampesta al
zucc , e agh"* rumpì i ov In t*al zest. Ma cossa avévia da far ?• I^ s' i era tae-
cada con un car arbaltà eh' la sfangava. Mi sì a cardeva d'aver trova par
Ile na nidà d' passarin , e aveva pranzipiù a tiràrm* su i sfun ... ma cossa
a gh' è intra al sgnor Tenènt , e a io fat tavela. Ma basta , an' m' arstarà
sèmpar al bac sul prar ! Pussibìl che al scìòp m' fazza sèmpar crist? A so
quel eh' a dig quand a dig lorta; tult sa , e ansùn sa; ma questa è un'al-
tra mnestra. — Inlànt , Eminenza, cossa disia ? La sgavelta è ingattiada ,
aut au(; s* la n' è Liè ch'agh' trova '1 co , s' la an' gh' mett un starlùr , e
ch^meta 1 oss a so sìt, mi a butano al mànag driè alla manàra, e dop
avérgh' arnunzià arm e cavai , am' turò su al trent' un. Zert eh' an' poss
far da Zani e da Pantalòn. I dirà eh' meda sì ; ma iant' è : — /' atto vo-
lato ? mangia di questo. — Mi a son ben da ov e da Uitt , da bosc e da
riviera ; ma an* vói pò eh' a viena un su e su, e eh' i m' fazza far al latìo
a cavai. Tolè, Sgnor Eminentìssim , oibò oibò, mi an' sorb st' cucòn. fi-
naimént fava e fasvò , ognun fazza i fall so , e bona noli Cola !
Serv' umilìssim d' Vostra Minenza.
1827. Le seguenti Sestine furono iratte dal mentovato Lunario
Chichett da Frara per l'anno 1827, che si riproduce ogni anno
con nuove poesìe vernàcole.
La Zena al svur.
Un galanlóm èva ciapà al costùm
eh' al s' la znava , la sira andànd a spass ;
E acsi col mot e al risparmiar la lum ,
Al gh' truvava al so coat , e al gneva grass ;
E speziaifflént In t' la slasòn d' istà
A m' par che al raètud an' sia mal pensa.
Gnend fora d' cà vers sira a pie, a pie ,
Prima d' luti al cumprava un par d' panètl ,
E pò al spendeva cinq bajòc, o sié ,
0 d' salàm , o d' parsùtt li avsin al ghetl ;
E dop spatzànd o pr* una o pr' altra strada ,
Al dava la so bela sganassada.
])' in tant pò intani , truvànd quale magazìn ,
Al bveva bravamcnt la so fujetla ;
E na quale volta as' arivava al mzin ,
' IHALETTI ENIUA.*^!. 410
Sgond che la quaiilà jcra perfutta;
O al slava in drè, s' P jera roba mccànica.
Za eli' r jera propria prufessór d' Butàiiiea.
Sicóni pò clf al butgàr , dov tul fi slr
Al tuleva al salàm , gh' èva fat 1' us ,
Lù gh' preparava ano senza vderP a gnir
Spess in t' na carta al so salàm ben cius ;
Quest passava , pagava , e andava dril .
Tulènd la carta, In mane che mi an^ v^ V ho dil.
Ma una tal sira , un garzunzètt d' butega .
(Ch'as' sa za eh' j e na massa d'birichin)
Al s' die i bott con un aitar so culega ,
Garzòn d^ n' aliar negozi , a quel avsìn ,
E in vcz d' salàm , i gh** preparò bel bel
^a carta d'bris , d^arlàj, d' pezz, d' lazza e d' pel.
Quel passa , lol la carta e tira vie ,
Sccónd eh V jera za avézz a praticar ;
E dop a n" so quanl pass , al prinzipii>
Con i dida, e coi denl a lavuràr^
Bltèndas in boca , air orba , quel eh' agh' vgni ,
eh' il fu bris , pr' al prim bcon , e al s' li gudì.
Ma quand pò dop agh' ca<cn sola ai dcnl
Zeri grup ad' peli con la so lazza e luti ,
E che al durò a biassàr inutilmént
PIÙ d' un quurl d' ora senza alcun custrùlt .
Al s' acurzì d' al zog eh' 1 gh' èva fai,
Dàndagh la zcna tolta ai can e ai gal.
eia sira za al dzunò : da cai butgàr
Mai più al gh'audò^ ch'ai s' P avi trop al nas;
E gli aliar sir pò quand al vieva znar ,
A nMoss più roba inscartiizzada , a cas :
E prima eh' al pagàss quel eh' al tuleva ,
Al guardava . e al pruvava s' al gh' piaseva
3. Mentre stavamo pubblieaDdo la presente Opera, siamo
^vertìtì^ che sin dairanno 1849 venne in luce in Ferrara
unario contenente buon ninnerò di Diàloghi in prosa ver-
, col titolo: / Plofjnlò d'Fiara, il quale continuò anche
noi successivi. Onde pòrgere ((uindi allo studioso un Saggio
deir odierno dialetto^ abbiamo estratto il Diiìlogo segucnlc.'
lamello stampah» per l'anno 1850.
4^0 PARTE SECO.NDA.
La Rosa e la Ciara.
Ciara, Ecc la mie Rosa: 0 1 a n' gh' è dubi cb' la maoca: al prim dì d'ogni
slasón , 0 calda o fresca eh' la sic, V è chi a truvàrm : o sì , Tè ben pò
vera , T j e P ùnte' anilga eh' a in^ apa eh' s' arcorda d^ mi , eh' a m' sié
sinzera.
Roia. Li aniighi Tj e pòchi, fiola: gcneralmént li fa blln blin par d'a-
vanti , e pò par da dré ... Oh da dré il picia zó a tirundela! Mi, grazia
al Sgnor, a^n ho srdifèll: s'a j ho quel da dir, al dig in fazza, e s'asa-
vis far , al stamparév aneh. Bundi, Ciara. Gossa gh' hai d' nòv e d' bel da
cuntàrm ?
Ciara, Gncnt d' nóv e gncnt d** bel; tul coss veci e bruti.
Rosa, Pur trop li è sèmpar chil coss , e nu a psen zigàr a sangv e
gola , che ansùn s^ da meni. V arcurdèv r an passa eh* a s^ lamantàssan
tanl dal manipoli dia nostra piazza, dP Insolenzà di urllàn, dia spurcarié
dil strad , d' i paricul eh' s^ a vdeva a lassar 1 vas d^ llur fora dil fnèsiar
senza ripàr, e pr' i can a miara senza patron ch'morsga quest e quel,
0 eh' fa di aitar malànn par la strada? Ebèn! Kù avèn ben dil su Pànim
nòstar , ma segna pò stad scultadi ? Iv visi che il coss slé andàd mèi ?
Gnent afàtt Donca a j én rasòn a dir, che il coss II e sèmpar veci e bruti !
Ciara, Anzi avi da dir più bruti d' prima, parche la miseria è carsesta
più che mai : I budgàr , i arvandrò , i frutaró s' è abusa dil zircustànz
•passa par vcndar più car la roba e far i fat so. L' imbròi dia carta è ca-
sca tul, o squas lui, s' il spai di puvrit. Al Guèrn puvrèt P ha fat quel
eh' P ha psest, par farP andar com s' duveva; ma sii galiòt di budgàr i n'
la VÓI a nsun pai , o vero sié i cress 1 prezzi alla roba eh' P è pò tul un
quàlar; ma lor i la compra e i la spcnd a lòr la roba in gross. Al Guèrn
dis, che ansùn rifiuta carta, sinchinò i pngarà 'na multa e i andurà in
parsòn. E lòr gh badi? meremco! Al Guèrn al dis, che Paz dal cambi dia
carta in quatrìn sarà dal tri; ma i nòstar cambista? mcremèol I ha sèm-
par vlcst P ot , al dlés , al dòdas , al dsdot ; e pò e pò acsì i ììik mucià ,
sgond eh' a s' dis, e al cred, chi dics, chi dò, chi tré mila scud. Tut sangv
di puvrit eh' crida vandetta!!
lìoia. Pur trop P è vera, e a j avi da dir d' più che fin eh' è dura eia boi^
dia Repùblica, e siben che tut vdeva ch'P j èra un fòg d' paja, e eh' a n'
saveva com fuss finì chi pèzz d^ carta, i andava vie con la perdila dal scV
dal nov , dal dòdas ; quand è turnà al Guèrn legitim , eh' n^ andarà p*^
zò in etèro, eh' P ha fat bòna la carta, eh' a n' gh'j era più pavura d'd^'
vcrsan sarvir sòl par cai sarvizzi ; gnor si che alora invcz d' calar , i ^*
carsèst la magnarle.
d'ara. Ma! A j ho sintesi di, avucàt e di sgnori a dir, che anch ^''
aliar volt a gh' è sta la corta, eh' P j era P Islèss, e eh' a n' gh' è prop*^
rimedi.
DIALETTI BMILIAXI. 1^21
Uosa, A n' gh e rimedi al so Diàvul eh' ì- porta ! Hi, mi s' a cmandàss a
gh' arèv ben la rizzèta da guarir iV mal.
Ciara, E cossa farìssl?
Uosa, Un bel órdan in stampa granda eh' s' alzìs seni' aclaj , che ehi
arflutarà la earla in t' i cuniràt grand o pìeul eh' i slé, 1 cambista ch'tnrÀ
più d' lant , sarà sùbit fusilà senza pruzèss , e mantgnir U parola al' us
tudèsc, tant a chi compra com a chi vend, si a chi tlen com' a chi scordga,
e parfin a chi fa , e a n' fa la spie. Oh a v' dlg mi che la caria currév In
pressia !
Ciara. Ande pur là , Rosa , eh' a si 'na brava medga par zert mal eh' a
s' vrev eh' a n' a gh' fuss madsina : ma a dirò coro dseva n'Abrei: pii nò
comandari mai,
Ba$a, Ben, a n' importa; quesi'è al cimedi bon, e basta acsì. Discurèn
d' quel aitar. Cardìv eh' tirarà d' lung purassà st' eald ?
d'ara. A son persuasa , eh' s' al mola , a faga frese.
Roia, Ane ciù eh' va in là m' al sa dir : mi mò a vien e s' a dig , che
sicóm arén d'tant In lant di squass d' piòva, grazia al Sgnor senza tam-
pesta, al eald a n' s' farmarà.
d'ara. La n'è sol la tampesta eh'fazza al frese; ma al dipènd dai vent
eh' dominarà , e mi a n' a v' so dir , s'i sarà d' ehi eald o d' ehi fred.
Rosa. Basta, al eald a n' fa mal quand l' è rot da qualch piova, e adòss
eh' a parlén a j avén un gran bel frumént, eh' i dis eh' a s' in fazza vlnt-
quàtar, vintzinc sment.
darà, E al furraanlòn , eh' a gh' e sic panòé par gamba ! e il vid eh' li
è carghi d' vò da sòianear il Urèi 1 e la canva. .. In soma, se Dio al man-
tién, a gh è un racòlt sl'ann, eli' a n' gh è memoria d'om; e se i sgnori
i n' fa limosna , e i 'n dà da lavuràr ai artista e ai uparari st' an , i e
indègn dia pruvidcnza.. .. 01, a sona la campanina in Dom: a vad a tór
sta messa, e pò dop a turnarò eh' a j ho na cossa da dlrv eh' a n' vói
cir r a m' resta in gola.
^osa. Ben : mi adcss a vad a bcvar un cafè chi sota i camarin atàc ala
scalcia :gnì là, oh' a v'aspèt là.
]||lraiid«l«f»e«
Non trovandosi verùn coiupoiììiiiento a stampa in dialetto lui-
randolese, siamo lieti di poter offrire ai nostri lettori il seguente
Capitolo inèdito , nel quale si descrivono i pregi della città di
Mirandola, comunicatoci dalla gentilezza del D/ Paolo Ciardi.
4)3 PARTR SECO^ifDA.
La Zilla dia Miràndula.
Capìtul
Parche mo sta zìiik Ve picculìiia ,
Parche a gh^è poca zent e mane qualtrìn ,
Parche a nass l'erba fn strada Capuzzina(i),
Aq^ cardi no eh' a manca al pan e al vin ,
E ch^a n^ agh* sia al so drilt s' a gh' è al so arvèrs ,
E dal beli e dal bon più d' un puctìn.
Chi la cgnòss , e la cgnòss pr' al so bon vcrs »
Bisogna eh' V in dascorra con rispèlt ,
E sustgnènd al cuntrari V è lemp pers.
Am'* flgùr pr' un mumcnt eh' abbiadi lett
Al Muratori , al Tirabòsch, o almànc
Il Icttri eh' ai so dì stampò Puzzèt (2).
0 invéz ch'abbiadi, e qucst bastàrév anr,
Dil \cà scritturi sol un qualch' indizi ;
S' intindi però al negar miss sul bianc,
Allora a psi anca vu dàren giudizi ,
E buttarla in di dent a chi sraurflós
Ch* in pàrian mal par rabbia 0 par caprizi.
Dègh pur senza pietà , dògh in t* la vós ,
Ch'av' sustgnarò anca mi fln eh' avrò flà ,
Parche a dirla cum l' è n' ho pin al gòs.
As'dis , e al so par zcrt , che sta zitta
La 8' trova fabricada in t' al pantàn ,
E eh' r aria V è eattiva purassà.
Ch* r è trop avsìn a i vali e fora d' man ..
Ch'la n' ha dil belli Cà, di bei palàzz ,
Insomma eh' 1' è un brutt sii, un sit da con.
Aro' faz cas cum' as' possa aver mustàzz
D' cunlàr ai nòstar di si' il fanfalucchi
Da vcndar sol ai goni , doni e ragàzz.
Quisti jen maldicenzi vceci cucchi
D' chi bei umor eh' agh' puzza sotT al nas ,
E eh' an' dlstìnguan fors i mlon da il zucchi.
Ma an's' arscaldèm al sangv e stem in pas ,
Lassèm eh* ognun l' intenda cum al vói ,
Ch' an' gh' è un sug d' inquictàrsc par stì squas.
(I) Ampia strada al levante della cillà poro frequcntau dai pass^gieri.
(a) Il prof. P. Pompilio Ponetti autore dellr Lcllcre Mirandi-lesi , che pubblio •» ■»"
((iornule di Firrnte intitolato VApf.
DIALETTI EMILIANI. 433
L' è za dar cunf è ciar la liis dal sòl ,
Che la nostra zillà'fii un di un CaMòl ,
Cirin più volt A^ ingrandi, ma dop un pzól-
Che un zeri Ugo Manfredi ai prlm fu quel
Ch'ai duminò con gloria e con amor,
E al rés ben più eh" al n' era e fori e i)cl.
Che la so Discendenza avi l^unór
D' cmandiir in vari sii cir agh' tnccò in sorl .
In premi d^un gran mèrli e valor.
E acsi in cai temp che sf Ugo era za mort
La Sgnurìa dia Mlràndula andò ai Pie,
eh' fissòn chi par di sccui la so Cort.
S' cran om dia clavétta e s^ eran rie ^
Sapióni , ma senza boria e curaggiòs ,
S' cran Prìnzlp vgnu fora dal lambìc.
Cai Zvan , dsì su , cir saviva lantl còs (i) .
E eh' fé sì gi-an fracàss par tulTal mond ,
Ai fu di Prinzip Pie al più famós.
E cP aitar, che d' dultrlna Tera un sfond ,
A voi mo dir al pòvar Zanfranzèsc (t) ,
L'era un Pie anca In, s'a n' am' cunfònd.
A numinari un pr' un a starcv frese,
E più s' a viiss cuntàr luti quel eh' i han fall ;
Bla d^ andar Irop in long an'voi e an' pese.
Donca sallèni al foss tutr in un Irati,
E lassèm eh' ognun frlza in t' al so grass ,
Cb' i savi an' van d'accòrd mai con i mail.
E se pò qualch furbàzz o guardabàss ,
Sol pr'al gust d' uièttar mal^^iiss dir ch'adè^s
li cós vceci e il còs novi an' van d' u» pass ,
As' pré arspòndar eh' il còs il van l' istèss ,
E che ai callìv , al bon , al beli e al bruti
Com' a gh' era una volta a gh' è a un diprèss.
Al prim nòstar caslcl fu za d istruii ,
E i furtin , e 1 bastiòn , e il torr , e i poni ,
E di Pie al paiàzz andò squas luti.
Più d' un marchés a manca e più d' un coni ;
A gh' è men fra , men prél e men cunvènt ,
Infln moiròpar belli è andadì a moni.
■ ) Il cUrbre Giovaani , couotciuto >otlo il nome di Fenice drg/i Ingegni.
a) Gì«o-FranceKo , iii]H)tc di Giovanni la Fenire , valrnlr kcriltore liilino de' iPinfii
, e chiamato per runtrnso dei dolli il i'llernli<*imo. Quoto prinripr mori 1iurl>arantiMilr
linaio dal DÌpo(« Galrotiu.
h^h PARTE SECOiìDA.
Ma quesr o conta poc , o aif conia gnent ,
Parche tuiril zitta, tuir i pacs
Van suggètt cJop un pczz a cambiaméut.
E quand sia vera eh' do volt zinq fan dcs ,
L' è vera eh' presi o tard una furtczza
La porta dann , pauri , fam e spcs.
An'sha più, an'al cuntràsl, la cunlintezza
D'aver in sta zitta prìnzip e Cort^
E dì sgnor d' gran pulenza e d' gran ricchezza.
Ma a s' ha invéz dil t)on Cà pr' ogni rappòrt ,
E qualeh' testa eh' a n^ è gnent mamaluc^a ,
Ch' a laminlàrsen propria a s' avrìa tort.
An' pòrtan più I duttór spada e plrucca ,
Ma i fan il so rizzelti tant e tant ,
0 I san a nicnt al Còdiz e al Dc-Lucca.
A gh' è ehi fa di vcrs seri e galani ,
Chi scrlv in prosa e fa dil pelizión ,
E chi spcrdga la terra , o fa al inarcànt.
A gh' è i so fra , i so prcl in prupurziòn ;
Sori , tcàlar , scoli e la gabella ,
Un beirusbdài e un Moni ch'an'ha passiòn (i).
Bell cunlradi , beli cesi e piazza bella ,
Bona zent , e eh' a dirla an' è gnanc brutta ,
Màssim chi invéz dil bràgh ha la slancila.
Bon vìvar par chi spend alla roinutta ,
eh' a costa poc al grass, al vin e al pan »
L' insalata , al furmàj , i òv e la fruita.
In somma a sa sta ben e a sa sta san ,
Sibbcn eh' an' gh' è gry zent e moli quattrin ,
E an' avòm gnent d'invidia a chi è luntàn ,
Cuntcnl d'esser cj^nussù dai nòstar vsln.
Maiitovaiio.
A malgrado delle molte nostre ricerche non ci riesci rinvenire
alcuna poesìa in dialetto mantovano publiraia colle stampa'
Per riempiere questo vuoto e pòrgere qualche idea di quest<>
dialetto^ offriamo una canzone in dialetto rùstico di Gio. Marv
Galeotti^ poeta della seconda metà dello scorso sècolo, i co^'
li) Uiccu &(ii1)ilimeuto ihe Cu ]>n>sUn7C griluilr.
blALETTl BNILIAM.
49K
liti del quale girano ancora manuscriUi fra le mani de'
ncittadinì. Queste poche poesie èrano dall'autore destì-
I èssere recitale nel carnevale da una miliscliera da con-
dair autore nominato Gaspare Testarizza^ gastàhidal Gaz.
ril Carncàl d' caìnjHifjna.
CkyZO'HtTTX.
l*è ben puvrctl;
I magna clic polenta;
a fnil , eli' a n* al gli' à leti ,
Jga , al suda , al stenla ;
d 1* è riva "n co d' V an ,
Dnt \a per a per ;
bI tira pr al gabàn ,
l'à fati con i so fèr.
lUà dov dir a s' poi ,
n' r è òr tutl col eli' a lus ;
è tanU e tanti vói
. pél pili gross dal bus.
ssèl o pien o vód ,
"e allegra è la campagna ;
lOn temp a nòstar mód
nsùróm con tu cavagna.
temp, 0 dal somnàr,
>dàr , 0 sia dal médar ,
lì sempr' a cantar ;
al crcd .. ch'ai vaga à védar.
Idem , rìiUm da bon ,
' fòm nò emod tal e quai
bocca in d' on cantón ,
a gb^ poi passa i corui.
ài r è dova pò
andóm fora d' carerà ;
In su e chi va in zò,
bzi i par 'na fera,
sia la verità ,
1 eh' a n' gh* ò M calissón ,
phl eh' ò chi nota
rv sènlar na cnnzón.
Za eh' i à avòri di mail la gabbia ,
Chi pr amor , e ehi per rabbia ,
Tùli è fora a voltión,
Fora a voltión.
Fora al pàscol tùiti a macca ;
Vaga a rubi al bo e la vacca ,
E li pégorl e i moltón ,
E li pógori e i moltón.
Al gastàld la so brassenla ,
E 'l faltór la lavorcnta
Mena in volta a fa carnvàl ,
A fa carnvàl.
La gastalda e la fattora
Li gh' tegn drò bui-bel d'agnora ,
Par cattar l'òf in s'al niàl;
Par cattar l'òf in s*al niàl.
Quand i à visi pò ianl che gh' basta
E in s'al dcsc a mnar la pasta ,
Ingrintàd' i torna a cà.
I torna a cà.
E i famci li dama , e '1 biólc ,
Ch' i are drilt, fazze bel sole ,
eh* li voi far patta e paga,
Ch* li VÓI far patta e paga.
PedarzòI con la Menghetta^
eh' s' èva miss la socca netta ,
Zó d'an pdagn sblisghè'n fan foss
Sblisghc 'n fan foss;
La s' r à lulta impacciurada ,
E in f on spin la s' è insprocada ;
La s' à fati on briilt sfarlòss ,
La s' à fati on bruti sfarlòss.
426
PARTE SECO.^DA.
S* à fa sposa la Mariota
Ch' gh' à promiss so barba in dota
On co d' àbit, on per d' nianz ,
E on per d^ manz.
Ma n' la M cred la putta, e s' zura ,
eh' se Barnàrd iia gli'tòl la msùra,
N' andarà M negozi ìnànz .
N' andarà M negozi inànz.
Tant e tanl la fa M so cónt
AI bùsògn da tegnr in proni ,
E s'è fall on leti coni* s' de,
On lett com\s'd('.
La gh' à miss d' penna al stramàzz ,
E M fazzòl soli' al piimàzz ,
E 'I pontni air ass di pc ,
E'I pontèl all' ass di pò.
Par sta sposa ai zimbol sòiocca ,
Con la zent , eh' a par la fìocca
A trolàr in l'ai filòzz,
In l'ai niòzz.
Sott ai fnil , o airaria squertu,
S' tira dentro a gamba averta
Om e donni a miié e a rozz,
Om e donni a mùò e a rozz.
Par stoccada e par cadena
Gh\ì la man la Maddalena;
E Andriol a mnar di pè.
A mnar di pè :
Ma n'gh' n'impatta nsùn la Zuana.
Quand la sbalza a far furlana ,
Tant par dnanz, cni' a cui indrò ,
Tant pardnanz.cm'acul indrè.
Andariol gh' à una fardura
Sott la fubia dia zaulùra,
Pr andar d' noli cn' al calissòn ,
Cn* al calissòn;
Ma gh' n* è tanli che la sguazza,
Gh' à brùsà liilt la gavazza .
E intacca lin al zoncón ,
E fnlaccà fin al zoncón.
Msir Zampàolo dal Trambàj
Ball la luna e magna V àj ,
Par la Filippa eh' a gh' fa 'I miis.
Ch'a gh* fa 'I mus;
Parche al gh' fé la gamliarola
In i' al ball dia spazzarola .
Ch' la mostre Con , Ron e Bus,
eh' la mostre Con , Ron e Bó«.
A chi pias a far i zog
Va in r la stalla o press' al ff>g,
eh' s' a gh'starìd Infìn eh' a s'mòr,
Infin eh' a s' mor.
S' fa volar a man calcadi
Pùgn , pzigón e scùlazzadi,
E s' a gh' dis : Tò sii *l niè cor'
E s' a gh' dis: Td su *1 niè cor.
La Catrina e Toni Pigor,
Zugolànd a sconda liffor,
I s' à scós In l'ai pajér.
In Tal pajér;
Ma so meda gh' V ù catlada .
eh' l' era tiitta sbarùffada ;
La vcns rossa cmè 'n sbrasér .
La vcns rossa cmè 'n sbrasér.
A n' sa fniss mai la ganzega ,
eh' un fa vista d' caitàr bega ,
E la lum l'arbalta zó,
L' arbalta zó.
K li donni sa sparnazza ,
ehi sa scónd in V la navazza .
ehi in r la gruppia , e s'fa cò-cò.
ehi in i'Ia grùppia,c sfa còro.
Al razdór , eh' a n' \òl Impcgn ^
Va zigànd : Li man a sègn,
Tanl eh' a batta 1' azzalin ,
L' azzalin.
Ma gif n' è d' eòi eh' vegn alli brutti.
E li vecci dis: Su, piìtii ,
A palpòn zarchè M siopin.
A palpòn larchò '1 stopia
Al carnvàl l'è na ciicagna,
L' e 'I ver gòdar la campagna .
eh' i patron a n' gh' è pr I pf •
A n'gh'è pr i pè.
Cosi rè 'I tempch'qualch pass d'l*g«*
Passa in piazza la rassegna,
E sa «iguazza ìntin ch* a gh'n^'-
Infin eh' a gh'n'è.
DIALETTI EMILIAMI. K^7
onc lutti in allegrìa ,
sul còl lassóin la brìa ,
l boti tcmp r è tutl par nii ,
L^R tiilt par nii.
Zóviii , vecci , nclli e broclglii ,
Cam e pèss , e oss e codgbi ,
Fóma tQtt on su par su ,
Foma tiitl on sii par su.
faggio del dialetto di città valgano le due seguenti sestine
nosciuto autore, le sole che ci fu fatto di rinvenire.
Corri chi , corri chi , vèè e glovnòtt .
A tor scòla corri dal me macstar;
Trovar! la panada e 'I pan biscòtt .
Ch' alla fam brutta mettarà 'I cavrstar ,
E'I spìril purgarì, gh'avrì la scola
Par lessar on bon fln sema la spola.
A dsì dimàn ? Dimàu sarà V istèss ,
Sibbèn eh' on giòran sol n' al sia gran cosa ;
Quand è rivà'l dioiàn, Tlncó d*adc8s
1/ è in fum , n' al torna pfii , né 'I temp riposa ;
Istèss r è dop dimàn , e acsi |icr dia
Press i anni dPozi , e quei del ben va ^ia !
(iRUPPO Pariiigiano.
Parmlf^lano.
i pochi cenni premessi a questi Saggi sulla letteratura vcr-
a parmigiana , abbiamo appuntata la mancanza totale dì
onimentì di qualche pregio e meritévoli d' èssere inseriti
nostra raccolta; ciò nulladimeno, e per sopperire in parte
sto vuoto , e perchè lo studioso abbia un' idea più chiara
natura e delle forme di questo dialetto ^ abbiamo avvisato
rgergli il brano d' uno fra i meno insipidi Diàloghi del lu-
pel 4850 intitolato: // slrelii visuradi con la rocca da la
iga da Paiioccia. A questo poi abbiamo aggiunto una ver-
llbera della Paràbola del Figlio pròdigo^ in prosa parmi-
, redatta sull* odierno frasario vernàcolo.
hW PARTE SE£0?IDA.
Di
A LEO.
La Fodrifja arrka a vàj e la rasótina acsì da le.
Sia lauda al Zcl , eh* a' son a cii , e eh' a jarò fors fni d^ andar in girón
pr stamatléina- A propòsiti eosa magnaròja nio ineò? Agh^ à da ìsser un
po' d' fa rei n a d*nie!ga, e l)Ognarà far un po' d'poléinta, zaechè an'gh'è
ater. Al mal guai ìsser povrèll! Al dì d' ineò as' fadiga dall^ mattéinaalla
sìra enic i àsen, e pò quand l' è óura d' disnar, grassa eh' la cóula s** a gh'è
un po' d' poléinta conza eou V àira dia fnestra. Ah! dov' è mài andà eo dì
che s' as' fava un servìzi a von, as'era sicùr d' ciapar o un tvajolclt d'fi-
rcina, o una bocetta d' véin, o alla pu baronna on panctt! Allóura sì ctr Vtn
un bel vìvar, e am' trovava propria contéinta d* ìsser vgnuda In zìttida;
mo adèss as' gira alla oiidenia manera • e pr' al pu as^ ciappa di' obligi
pr adessa , wnC arcordarò jx) d' vu^ as* vedrtnia pò ^ e col dì n' vcn mài.
Basta : pr sti quàtter dì d* invàren bognara avéir pazienza, e tirar Vk, dm
s' agh' son sta prlniavéira^ a eiap propria su la niè roeca, e am* in Ioni a
Fanoeeia... {picchiano alt* uscio). Chi è mo st'seeca fastidi a sróura?
^sia. 0 Fodriga , siv in ea ?
Fodriga, Agh' son mi ; chi e eh' m* zerea?
Asia. V è l'Asia , eh' v' ha da dir na parola.
Fodr. (apre) Ah! siv vu, Asia? Vgnì Inànz. Cosa gh'ivi d'bel da contàrcm?
Asia, Meni affàt ; a son gnuda a disnàr vose mi , s' am gh^ vrì.
Fodr. A vgnì propia a bouna man vu; guarda, eh' a gire ancora al gatt
in t' la zendra eh' al dróma.
Asia. Oimà! donea la va mal mondbéin
Fodr, D' pcz la n' porre andar.
Asia. Ma ! l' è aesi per tutt ; s' a savìssev I me guài...
Fodr. Oh ! tasi pur . s' an' gh'i àtcr da contàrcm che di goal , pirthè io
séint anca trop tut al di.
Asia. Quand l' è aesi tascma pur. Oh siv mo eosa a son gnuda a far?
Fodr, MI no eh' a n' al so , s' an' m^ al dzì.
Asia. A j' avi da savcir, eh' a son passàda pr boury di li aM,e agk'en
alla fnestra la siora America Bcllaboeea, e la m'hu clama, dsèndem ch'agh'
faga al servizi d' gnìr da vu , e d' dìrcv eh' andà là subii da lè , eh' V ba
premura d' parlar vose.
Fodr. Oh! eosta m^ despiàs, pirehè arrìv giusta in cà adessa, e am^ sifSt
far un pò d' poléinta, pirehè a n'em son ancora civada.
Asia. Eh! andà là dalla siora TIséin.. eh' l'è vscin a óora d^ dÌsoir»e
rè probàbil eh' av' tocca quél anc*a vii.
Fodr. Basta : andoma pur (a' incamminano). S' a fuss cmè na velia, Vk
sicura eh' a disnarò anca mi; ma téimp era e trimp è: chi sa s'Ia gh'n'ba
OIALErri EHILIAFII. 42(r
iianca pr le , pirchè , povrctla , al di d' inco la ir è miga pu colla d' na
volta.
jisia. Al so anca mi, eh' la s' gh'è miidàda; ma so dan: an' m' in sa brisa
mal , perchè la s' è ardusida acsi pr al so poc giudizi.
Fodr, Eh sicura eh' la s' è cava 1 so caprizl....
jésia. La s' i è cava, e la sM a cava ancora a forza de zòg detesta. Il belli*
cosi m' piasrén anca a mi; mo a fag al pass cmed è la gamba , v. a lass
andar adrè al modi chi n'gh'à alter da pinsàr.
Fodr. Eh purtròp Ve vcira eh' la spéinda tut in cargaduri. ...
j4si(i. La gh'à pò anca un mari, eh' V è al re di ciolón , che n' pensa
cb' a magnar, e al la lassa fiir tut col eh' la vói.
fbdr, A gh' avi rasóun ; V è propia un pappa e tas.
^sia. Guarda s' al poi èsser d' pu bon, pr' n' dir alter. Za av' arcordarì,
che st' isià la s' fi scurlar tutti 1 riss, eh' la pareva na cràva; è vcira?
Fodr. Am' n' arcòrd ; e am' figùr eh' la sarà acsi anca adessa , pirchè i
cavi q' fan miga acsi presi a gnlr su —
jlsia. Eppur Inco a la vedri con un bel zignón tacca su con un pètten
d^azàl ch'straziga, e tant trezzi tut vojàdi d'intóurna alla testa, con na
panerà d' riss pr' i dormidóur , e da lontiin lu par propia eh' V abbia la
inascra. ...
Fodr. eh' at' magna i lov ! Cosi voi dir , eh' la s* sarà fatta far un pirruc-
cbéin , e chi sa cosa al gh' è mai costà !
Jsia, Figuràv 1 L' è vcira eh' la n' ara paga alter che la fattura , perchè
col bon om d' so mari l' ava erompa di cavi per fars na parucca , ma
per contlntàrla al gh' i à dona a le.
Fodr. A so béin eh' am' burla.
Jsia. An' bùrel brlsa; e s' av' ho da dir la vrità, al m* al conti lu l'alter
di ; anzi am' fi maravia ; e lu m' di per risposta, eh' l' ava fat pr contln-
tirla , e pr avéir la pasa in eà.
Fodr. Ahi a cred béin eh' agh' in sia al mond di mamalùc. mo di com-
pagn del sgnóur Mogol an' s' In trova d' sicùr....
Jsia. Ehi! vdila là alla fncslra l' amiga, eh' la v* aspetta.
PMr. A la ved mi. Post arrabir! Mo cos' è eia cosa rossa, ch'l'à in co?
jisia. S' an' m' ingànn , l' è un bochèt d' fióur félnt.
Fodr, A m' è d' avis anca a mi ehi ja sicn fióur fclnt.
Atia. La s' Jà miss in tànt eh' a son gnuda da vu. Bisogna dir eh' l'abbia
vist qualedon' allra con al bochèt in co, e agh' in sarà gnu vdja subii anca
a tè. Matta afondradóuna !
Fbdr. Ah ! béin eh' agh' avi rasóun !
j4sia. Oh mi a vag zo d' ehi da bóurg Monlasù, perchè a j' ho d' andar
dà una ibè amiga.
Fùàr. Audi pur, la me Asia ; sta béin , e a liéln arvèdrcs.
^M. Si; av'gnirò pò a trovar eh' am' eonlari cmed la sarà andàda pr' Al
h^O PARTE SECONDA.
Fitdr, Vgiii pur, ma a j' ho pagura cb' la vòja ìsser bianca {da sé), km*
gnirè bcin la lóuna, s' la m' maiidàss in giròn senza prima dàrem qualcosa
<la zivàrem. lUa mi a son capazza d' dirghel, eh' a son debla cmè un strazi,
pirchè al proverbi dis , eli' la rana è senza cova , plrchè la n' la droandì
{arriva iotlo la finestra). Bondi sgnoria, sgnóura America.
america. Olla Fodriga. Gnì pur su eh' V e un pezz eh' av' aspètt.
Fodr. A ven sùbit (entra in casa). A son ehi mi; cosa cmandla dai M
me?
jémer. Mi a j' ho bisògn eh' ani' fa un servizi , ma sùbit.
Fodr. eh' la diga pur, sgnóura.
yimer. A j' avi da savéir, che la stmana passiida a compri st' sciai chi,
mo mi al n' m' piàs pu , e am* in vòj desfar , perché l' e un colóur trop
sfazza , e tutt m' dìsen eh' 1* è da persóuna ordinària ; però vu am' avi da
far al servizi d' andàrmel a vénder , e pò porlàrem chi sùbit col eh' a
ciaparì, eh* an' ho vist di bei in mosti-a in t' la bassa di Magnan , ^ a lag
coni d'andàrmen a tór von tanl ch'i gh'én.
Fodr. Eh! mo as'eiaparà poc, vedla, d'coslch'en chi, plrchè l' e béìD
véira eh* l' è nóv, mò za la sa, che quand la roba è fora d'bottéiga, e ch'a
s* zerca d' véinderla....
^mer. A so cosa a vri dir ; mo mi au' ni* imporla d' niént, e an' al vòj
pu brlsa droviir.
Fodr. An'accór aler, e la sarà servida. Ch' la diga: cosa gh' costil quand
r al erompi?
/Imer, Al marcànt m' dziss ch'ai vreva na dobla....
Fodr. Uh diàvel! A m'è d'avìs eh' la gh' abbia dà tropp.
^mer. An' I' ho miga ancora paga, perchè al fi notar alla partlda d' me
mari...
Fodr, Oh donca 1' è sicura che al marcànt gh' ha dà dèbit d' na dobla
pirchè al n' vrà miga scrìver pr' ngotta. La véira l' è d' andar d' accordi
prima d' portar via la roba da la i)Ottéiga.
/imer. Oh mi pò am' basta d' avcir la roba; a tocca pò a me mariivéir
giudizi in t' èl pagar.
Fodr. Mo n' sàia eh' l'è d'grazia a ciapàr na colonada d'sf'fazzolèttchi?
^mer. Ebbcin, pazienza; mi za av'torn a dir ch'an'al vòj pu.
Fodr, Béin , béin , sgnóura ; mi a farò col eh' a porrò.
^mer. E pò bisognare eh' andàssev anca dalla me scoffiara, e ch'agh'
dzìssav, eh' la m' portàss in za von d' chi capléin alla mamalucca d'ultaa
moda, e arcmandàgh eh' V abbia un bel burlòn eh' daga dia grazia al BMh
stàzz.
Fodr. Eia ancora la sòlita la so scoffiara?
jlmer. Sicura; oh! an'gh' è dubi ch'a la lassa, perchè la lavòura d'boa
gust. Am' son stuffàda d' portar sta petnadura , perchè bisogna star dil
iòur alla toletta pr comdàr i cavi , a II trezzi , e dil volt am' scapa k
pazienza.
DlALhiri LMILIAM. 4l 3 1
Fodt'. Eli! sicura e ir agir vrù del Ininp luondlMMii . . .
Amer. E pò u dirvla, am'è d'avìs, eh' a i abbia da piaséir un pò* pu
con el caplcin, perchè a ved dil brulli cosazzi , che quand ì àn al capléin
in co, il n' paren pu lóur. E \u cosa dziv, Fodriga? Slaròja pu béin?
F\)dr, Eh, mi a n'eur n* inlèiid miga d' stil cossi. L' è mèi eh' la s' metta
al caplcin in co , e pò eh' V in zerca coni a cu zovnòt eh' vènin alla sira
in convcrsazióun . . .
Aìner. Mo v' para! Chi buiTonàz le i sarcn capàz d*dìrcm eh' a stagbcln,
e pò derdè al spalli rìder cmè i malt.
Fodr, Basta; eh' la foga le.
jéììier. Oh ! Ioli un |>o al sciai , e andii bel e presi, e porlam di dinar su-
bii, eh' a possa |H) andiirem a crompriir si' alter , colóur d' lillà.
Fodr. Mo sgnóura an' gnirò miga indrè acsì subii, pirchè V ha da savclr
eli' an' ho ancora zivà , e fag coni d' nndiir prima a ea a fiirem un po'
d' polcinta
j1mcì\ Oh! si dabbòn eh' a vuj aspiar tant ! piittòsl anda dadlà da me
mari , e dzigh da parta mia. eh' ni v' diiga un toechèl d' pan , e un pò*
d'brasolla, e magna bel e presi un bcon, e pò anda subii, perchè mi agli'
Ilo prcssia.
Fodr. Oh! pr mi a son pu contéinta acsi, la sgnóura, e al Zel gh' Tar-
mirta. Adessa andare donea dadla dal sgnóur Mogol a fiirem dar col cb*la
m'ha dil , e quanl a j' abbia magna un bcon.. a vo subii.
Amer, Anda pur , e Hi prest.
Fodr. passa in cucina. Bondì sgnoria, sgnóur Mogol.
Mogol. Oh veh! la Fodriga! Cosa vói dir ch'am' si gnuda a Iroviir?
Fodr. Am' ha manda ehi la sgnóura America, e l'ha dil ch'ai m' diiga
un locchòl d' pan , e un po' d' brasiìiia (\a fiir clazióun.
Trndttzionr lihvra deìln Paràbola del figlio pròdigo.
Tòcc dvl ynnricU scritl da san Luca.
m
Acadi una volta che nòster Sgnóur s* miss a contar ai Parise e ai DoU
lóur de eia legia d'allóura al fntt eh' av"" vag a dir.
A véns , che un om gh'ava du lìó;
E al pu piceén , eh' era al pu bardassón , ciapì so padr e al gh^ andì a
la eurta. Papà, a vói la me parta. Adessa pr^illóura dàm la me roba,
cif am"* porrà locar. Cosa vriv? Al piidr eh' era bon s' agir è mill sia padr,
scomparii la so roba a scadavón.
Ma n' passi miga né niéis nò ani. che col birlchiniizz al fi fagóUdUutri
»ò dinìir e d' tutt' i so fogn, al s" butti per viàz, e gira che le gira. Pandi
in t'un pars lonlan lontan a cii del diiivel, dova a forza d'dàr aria
al moncidi, de s^Mggiiir2>la v d' di\ertirsla a quel biondo, e per fnirla
31
432 PARTE SECONDA.
c per scurtarlu, d' fHU* una vitu da ruAanàzz e da coiisuiuón, al dì food a
tuU.
E dop eli' ai s' fu magoà al coit e 'I crud , a vcns ia col sii na gru
miseria, cbo tult j' ero parta mori e parta mala da la fam ; e anca la «1
cmiazì a ballr il so bajonetti.
Al s" deslòss donca de dMa , e V andì a fiiir eh' al s' miss a patròo eoi
von d' chi castlàn , eh' al l' ar arflli par faDièi in V la so possióo con coli
eh' r andass adré ai gozéin.
E al ne vdeva V óura e 'I momclnl d' podérs dcsfamàr a so voJa« magan
anca con la gianda con il gussi e lutt , parli a la magnava i gozéin ; ma
an' gh' era vers ne manera ; al nMn podcva avéir gnanca d' cola.
Donca al torni a calar giudizi pinsiind ai so guai , o cmiiizand a dirs
délntr d' 1u : Quanti agli' n' è mài di sbrodgón a ci d' me padr ben pagi
a ben vestì, eh' i gh' àn del pan a balùc eh' i s' al lìren adré, e mi a son
chi slangori eh' ani' seni a morir da la fam !
Am' toro su bel e prest, e a slongarò da me padr e agh' dirò: Papa, a
gh' ò un gran pcà adòss contra d' Col eh' sta lassù , e contra d' vu.
Mi a soo indcgn d' sintìrm a mintvar per vòstcr flol. Fa coni eh' a sia
un vòster scrvilór, e trattàm partì a ja traila tutti in ca vostra.
E tolcnds su bel e prest, al slonghì da so padr. Con tutt eh' l'era loolàn
eh' al s' podeva a pcina veder, so padr al la slunii in t' al moment. Agh'
véns un magón cmè d' piànzer, al gh' corri incontra, e sailandegh con i
brazz ai col , al la quntì d' bas.
E al flòl sùbit al s' miss a dir : Papà, a gh' ò un gran i>cà adòss contra
d'Col eh' sia lassù , e contra d' vu. Mi a son indègn d' sintìrm a miolvàr
per vòster fiÒI.
So pàdr allóura fi córrer tutta la servilo, ditt e fall, e s' miss a sbrajàr:
Tocca su a la svelta, portàgh' i pagn da la festa, e metil in gala; figh far
bela figura con un anòl de dianiànt , e catàgh dil scarpi novi da mòltcrs
ai pé.
Corri a la siala , dà d' man a col vitèl eh' e ben apasta, mazzàl e cusi-
nàl; a vói eh' a maguéma e eh' a féma goghetta.
J>erehc si' me ragàzz ch'era mori e supli, l'è viv e rlsussità; l'era
andà pers eh' an' s' sàva pu dova, e a P éma catà, eh' an' para gnan vcira.
E i s' missn a tavla, e i prinzipìn a dàrgh dcintr, e a star alégr.
As' di nio 'I càs, che 'I lìdi pu grand tornì d'in t'i camp, e in t'cl
coslars damaniman, al sintì l'armóur dia géinta eh' vosava e eh' saltava,
baiava , e scavalznva per tutta la ca eh' agh' pareva al traperi
Al clami donca von d'chi servitòur eh' cren per rivera, ealghedmandì,
ros' era mo col gran lananàj.
Al servitòur gh'di per risposta: 'N savìv mo? Vòster fradèl pu picci^n
ch'era andà pr'al mond, i'c mo torna a cà lu, e vòstcr padr eh' Vk vìM
eh' al sta ben, al gh'à gust, e Tà fai mazàr al vitèl apasta per far akfrb.
Quaud l'avi sinlù acbì , 1* andì in fumana, e al miss zò von de chi mus.
PIALETTl EMILIANI. i|33
che a diri Tè niónt, e al ne vrevn pu savéir d' mettr pé in cà, uè luiga
nò brisa. So pàdr donca al salti fora, al se gb^ fi solla con bóuna mancra
e al cmlnzì a dir : BIo la , lassa andar.
Ma lu tutr ingrugnà al dì per risposta a so padcr. Tolì, j' én ani e ano-
reo cb' a fag al strusslón , e ch^ av' vcgn' adrc a us d' un can per servirv,
e per contintàrv in tult e per tuli; e col cravèlt da godr con i me cama-
rada , eh' a possa dir ch^ am' V avi dà vu per regài, a Pò ancora da veder.
E sior si , che Inco ch^ av' torna a cà a romper al fastidi sV àter balòss
(Dio ni' pcrdóuna s' a pec) eh' n' à fatt' d' ogni erba e fass, e eh' V à slovà
a rotta d' col tutr al so con dil porchigni , per lu mò a sfonda 11 lozi , e
per In a fa mazàr al vitèl pu grass d' la stalla.
Ma so pàdr al gh^ rispóus sùbit: Scinta, al me ragàzz; mi a Tò sóimpr
dnànz ai ci; ti at' sia in cà d' tò pàdr, e la roba d^ tò pàdr Tè roba tova;
Ma tò fradòl V era za mort e suplì , adcssa T è vlv e risuscita ; l' era
undà pers, eh' an' s' sàva pu dova, e a l' ama catà cV an' para gnau véira.
Donca r e giusta , an* s' podcva a mane de n' star alégr e de n' far go-
ghetta partì a j' ama fati.
Piacentino.
1630. Abbiamo riportato nei precedenti cenni istorici alcuni
brani che adombrano il dialetto piacentino nei sècoli XIII e XIV;
e vi abbiamo ricordato alcune poesìe del canònico Maurizio Cor-
teniiglia ^ scritte nella prima metà del XVII sè(*x>lo , che soggiun-
giamo qui appiedi. Sono esse inserite nella Grillaja di Scipio
Glareano (rAprosio)^ e propriamente nel Grillo F'II^ intitolato:
De* Plagiarìij o sia degli usurpatori dcfjli altrui componimenti.
Ivi è detto ^ che uno de' Plagiarii fu certo Guglielmo Piati , il
quale solca tramutare il proprio nome coli* anagramma in Gle-
mogilo Talpi. Contro costui fu scritta la Talpa plagiaria ed una
serie di componimenti di varii scrittori^ tra i quali appunto i due
seguenti del Cortemìglia. Nel primo il poeta introduce il Talpa
stesso che tenta escusare il proprio plagio, ed al quale il poeta
risponde :
Plati.
Un eh' arcopiàss' un quàdr
D' Tiziàn, de Bonaròtt , o Pardonòn,
^'siin poràv zamài dì , eh' ar (i) flss un làdr ;
Hi prchc a V occasiòn
(l) Jr per rwlìcolo e pel ])roaoroc prr^oiiiilc ù voce UiUavìa io uso nei moo ti pacco lini.
lÌ?ih PARTE SECONDA.
Am' vals de qiiarch concL'll ad' seri schirlòr,
La zcnt f& tant ià iù ,
Digànd , eh' a meri la scova e la barlenDa ,
E anca la forca • coni' sassìn da slrà !
Poeta.
Msé Talpa , a v' inganè ,
di' ar mond n' è osi catliv ,
Cuia fos n' av' pcnsc ;
Zpedi la somlanza d' dcpentór ;
L*c óna prfurla eh' an' vai un ciù ;
E savi ben , eh' ar non è bon armedi
Drova dll frasche pr acquatar ar sedi.
Pias eh' a V la daschicnna?
I v' discn làdr , perchè a fò pr figura
Di originai eh* n' én vos , vossa fall tira.
Sonetto
Vardc! pr avéi tot zò da iin libarzòl
Quàtter righ , tant mariim , e tant rò rò .
E andà in sa e in là quaìnd Zorz e Grigòl ,
E stracca ar mond, ne mcn finìla in co!
Fé cont , eh' i niè sermón slen tant briòl
Da bìjrattén, o pur tant góeciarò ;
Batzèi anca , s' a vii , par bandirei
Fatt tùtt de bastaiùr e de pzò ;
Sia ben ; ma sti lavór , s' a guardò fiss ,
Pr r ordinari a i cn cusi esc ben,
Ch' asquàs nan la eùsdùra n' a s' cognìss.
In fi vos, voè da lonz, voc da visén,
(A qventa(i) dilla, tant cnnii mal miss!)
A s' gh' ved e conta i pont da zavattén.
1739. In Saggio del dialetto piacentino del successivo secolo
riportiamo il primo brano del mentovato componimento inèdito
del conte Carlo Scotti , intitolato :
(1) Sulla voce tfWHla rhi: Mgaìficii bisogna . fa d' w^po, vi-ggj»i ciò fhr alibìam ikito «
|>ag 5() alla vnrr lìentàr.
DIALETTI EM1I.UM.
43»
La Patkra,
Ca?
MZOME.
Boucle , Sirie Iustrj8Siii ,
Car al me sior patron ^
M' ralégr'a vòdl' in ton
Con bona scru.
Za *\ sa cif son la patera ,
Cola eh' a gb' fa 'I sarvlzi . . .
Basta , scinz' àtr' indizi ,
Za '1 in' intéindn.
Csé vcrs ora d' maréìnda
A m' diss jer un amis ,
Ch'l'à dat il so camìs
A la cijsnera.
8e sta cosa flss vera ,
Gh' ò giust una ragazza,
Ch' è un tocc ad' bon prò fuzza.
Ma in s' la giusta!
V è sana, e s' T è robusta ,
L' e bella , bianca e rossa ,
Ch' la par una zimossa
Incaniadéina;
Ma par lavra d' cuséina ,
Ch' am' sia mozza un' orìggia ,
S' gh' è mài sta la pariggia
In casa sova !
S' al vo eh' a gh' diga in dova ,
L' è slii sott fina adcss
A un pret eh' a sta là aprèss
A casa mia ,
Ch' gh' à insgnà mott a la via
Ogni sorta d' pitanza ,
Tont a la nossa usanza ,
Coni' e a la moda.
E pò , séinza eh' la loda ,
eh' al la mòtta a la pròva ,
eh' al vodrà , eh' a n' a' in trova
Squas aiisunna.
Gh' in vò cunlàghcn vunna,
Par fag vod ciaraméint ,
Ch' a n^ parai miga al vclnl ,
Ma eh* la eogniss.
Un de sta (lòia a m'diss;
Cara spòsa Ti resa .
Za so, eh' a si cortesa,
E eh' a m'vrì béin;
M(* vré, eh* a domatléin
Sa pur sì dastrigii ,
A m'gnìss a nodrigà
Un pò d' polaja ;
Perchè bigna ch* travaja
Asse pò d' l' ordinàri ,
Gh'dman un tal Pàdr Ilari
E un so f radei
I slan che a tra 'n Castel ;
E forsi , s' a n' m' ingànn ,
A gh' véin anca Don Zvann
AI pret (T la Cura.
Giusi in d' eia conzontura ,
Za eh' era le in s' al fatt ,
La ni' mosse vari piati,
Ch' la mlìva à ròrdan,
Ch* aràvan tira a dsórdan
(Tant i coradàvia béin)
Anca un Fra Cipiizéln
Di pò scrùplòs.
La nC di9s : Cosi è gustòs
Par qui eh* a gh' pias al tasi,
Ch' i gh' n' àn da tòs un past
Féina eh' a gh' par.
Col alar eh' gh' era a par
L*cra una pònta d'pett,
Ch' in cognìss béin pò d' seti
Ch' dìsan dil zanz ,
Ch* a n* s' in mài visi dnanz ,
A gh' zijr , gnanea pr insògn
\}\\ boconzéin csé gnogn ,
^è csé godibil.
Ai terz r era teribii ;
La gh' ava un par d' pizzòn
Coiizà béin da razòn
Con poca spesa,
• --.
I^T^ti PARTE SECONDA.
E fall a la Franzcsa ,
Sélnza al e scìnza coss ,
Séinza testa g sélnz' oss ,
Candid cm' è latt ,
eh' a vdiva le in d' al piati
Csc bela aparigià ,
Gh' bastava d' un'oglà
Par mòlt aplìt.
1820. Scendendo dì sbalzo ai tempi nostri, in Saggio del dia-
letto \ivente porgiamo ai nostri lettori alcuni Sonetti d' occasione
inèditi e ripieni di sali popolari^ del sullodato Gaetano Ferrini,
del quale la patria deplora la perdita sin dall' anno 1850. Ncl-
r intitolazione V autore assume il nome di Toléin Ciìcalla ; si è
questo il nome d' un personaggio ^ che nelle scene piacentine
rappresenta il tipo genuino dell' uomo del pòpolo, così appunto
come Meneghino Peccenna il Milanese, Girolamo l'Astigiano^ ed
altre tali.
Una forzinà ad Sonott compost da Toléin Cikalla
da ci' ann eh' i àn fati al famós dibà ad Comini in Siladeila,
I.
Pr' al Tiàlar ad Piasòinza,
Fiasco , sì , fiasco , i me c^r Taliàn ,
S' a vrì imbalsmàv , i pròpia da vign che ,
Sì , propia che a Piasèinza , e v' al dìg me ,
Che st' ann s' gh' arféina V or pò che a Milàn.
Noi sì eh' a gh' óm tri quàdar dal Tiziàn :
Bonoldi e la Boncina a si cos V è ;
E la nostra Tinella a gh^ tigna adrc ,
E viàtar sinti alma a baja di can.
Sanquiric al Tiàtar, e al nos Zorzcin
A r ha pitùrà il sccn; gh' óm pò un lambdarl
Csè strasighèint eh' a s' voda fcl I miìssófn.
Donca a di fiasco òi fors miga dil bcin?
Gh' sarà fors qualeh brnghcr eh' diga al contrari ?
AI n*r un spitàcol eh' a ga fuma i s^séin?
II.
Par la Siràda dal siór Claudi Bonoldi nòalar ligttim Piasintéin.
Sinti , I me fio , me a n' fag ad paragón
E lass a ognòin la so ahi Illa;
Ma cóst v'al dirò béin, che par eanlà.
Al nos Bonoldi a gh' fuma I biistarnón.
DULETTI EUIUAMI. Il 3 7
1/ è UH pczz eh' so' al monti , e ii' ho ^intì di l>on ,
E (li cantant di car »'in pò trova;
Ma tant' anma In c)ul slómag , tanl' azión ,
Csr un lùU ass5m , gh'ò il me difficolta.
Liì al va al cor , lu al canta ciàr e nfitt :
Quand al vanozza , |)olal fa ad' pò mèi ?
Me dig ad nò : n' as' dà d' pò maladólt.
Za a tiill ad' seintal s' gli' e scada i zervci ,
AiP mod cir jersira gh'éram tanta strolt,
Ch' son anda a rìsag d' fam sgnlea 1 budèl.
IH.
A la fazia dnl siór Claudi Bonoldìj dia sióra Emilia Uoncina
e dia sióra Tognótla Tinella.
Pianila , Roséin , s' an' V vo ciappa dil bòli ;
Che a féin di còint sa j'ò impignà al parò ,
An' r ò miga Impignà par zuga al Ioti;
Ké lira! so pr i pc , ne tirai so.
Mgzz frane al zavalcln pr^ Il lo scarp róll :
Véint sod pr* al ris e pr^ un quarléin d' faso.
Son sfa a liàlar , j' ò bovi un mzinòlt ,
E j^ ò vanza dii sod: lo s' a T Ja vo.
Guarda ! par sèinl Bonoldi e la Bonèina ,
Che vòin e V alar gh' àn 'na vòs csé bella .
^Giò m' malidissa) a vèind fèìn la marsólna.
Quand vigna la siràda dia Tinella ,
Pulòsl che n^ scìnl eia cara passarcina ,
Te a r è da boi ; ma impìgn anca la sdclla.
IV.
Pr* ni siòr Jàcam Flippa, sonadór da vio/ctn.
M'arcòrd ancora quand'era In sochéin ,
Che me nonna , bón ànma , la m^ cùniàva ,
Che un zeri Orfeo col so bel chìlaréln
Al Diavol r incanté , lant l)éi 'I sonsiva.
S' la gh' fìss adàss , me sì gh"* al dire béln ,
Che le la n** sa va gnèinl, propia la n' sa va :
E al de d** Inco gh' óm di lalèint pò fcin ;
Dirév al siór Orfeo : Vair ! a lava.
.s
1(58 PARTE sEa)M)A.
Me si Jursira oh' j- ò siiilì mi ragà/z
D^òinds ami, ciral lira tanta b«Wii TamUI ,
Ch^ al n* in vorév di Orfòi trélnla navàzz.
Se csó piccin l' è za esc maladutl ,
Quand al gli' ara la barba in s'al moslàzz «
Al bagna al nas a tiitt . nw gli' a scooidlt.
V.
• ■
/Y itti Ussér c/a' d vrì canUi i»av forza
in dia Cadoììiia ad Cd Costa.
Me, eh' traga via al nió lóinip par fii un sonotl
Par cól bel l]g cir a j' òm sinti a canlii ?
Voriv eh' a v'dlga séclla la vrilii?
Pùtòst gh'tlr'rc in dia sclièina un car d'sajutl.
Gir dirév : T' n' et miga arcòrt , sit maladuM ,
Ch' t' è roti al cui a tutta la briga ,
A rìsag coi to vcrs d* fa gomita ?
Canta dil zitazión , nò di duult.
Me m' par eh' l' ariss da jèssat dsinganii:
Faiu' iin piasèr, n'a m'* rompa pò i cojón;
Sta sehizz, o càn , va via , va , passa a vìi.
1 birichcin 1 én iitar che pò bon !
A m' dà pio gùst i ortlan eh' vósan par strii :
Oh il verzj il rdv, i 8Ìlr\ i fasolóni
VI.
Toléin risponda a qaì eh* dìsan eh' a V é tropp piazzavo
in dil so sprissión.
Son scapiizzà jcrsira in d' una paja
A bév un mczz , cm' a s' Ta , con me fflojcr;
E scint a di , eh' a gh' è quaredòin eh* a baja ,
Ch'a fag di vèrs tropp spòre e zò d'sintór.
eh' al vigna inànz sta càn da Dio eh' a baja ;
Sto viso , sta cagtii , mestar , braghér ,
Spijdóm in f<izia , e dsim oh* a son eanàja .
S' a n' al fo anda pò Tort eh' an' fa un corér.
3lé son nassi a Piasóinsa , e miga a Pisa :
A fag al zavatéin , sango de Rio !
E stag in dal cnntón la dia eamisa.
DIALETTI EMII.IAM.
459
Me piir al il* ù miii <Iill iiù mio ììv liu :
Purlàiul in squjncio^ al dsiva alma quale hri^a:
Chi l'ho per i ciìjòn , òpirìdol mio?
ìllìino in Saggio della IcUoralura elei cilati Lunari pia-
soggiungianio un Discorso in versi tratto dalla Pillgréinn
mojér dal zavallvi Fiera par tiìft^ dell'anno 1858, col
Una Gabiiila d' mail.
D
Ascims.
lU nrson aUii in camisa Che puro cóull cir ani' confìd .
' s' ga vdiva gnau na hrisa Cli* a vadrì eh* To osé par rid :
[ircst nr SOM vislì so,
ir fa cui poc eli* a s* pò ,
sarva col canoceial
era a vota on limporiil.
' guarda i planulta
na CCS la motta ;
tant 1* oscurità,
'son missa a consullii
1 eh' ho ditl« ossia gabiòla.
fall cmè ona ribiola.
ni d' qiiill stravag.'inz .
da ri<l e d'quill da piiinz
l i om in general .
' fluiva al timporàl ,
U CxSÓmò da par mv
orla d' gazuighc !
in da critica
brava in socie lii ;
ist in gabioléina ,
'I mail qualcdoi gh'incléina:i
i s' r è miga acsé :
I coinl gh' son dèi anca mó.
;t , scuse sa sballi ,
drè fa anca on dctaiii ;
' abbic miga pr' a miil;
1 pari' in general
t maltch'han poc giudi/i,
dì r mondj eh' in cargh ad
vizi.
Na V fé za d' apidicazióii :
0 che trimp ! i sintì V tron V
Zi rea cóusl lassumla le :
Sa vrì rid , riilìv con ine.
Gh' è da rid in zeri moffléinl
Vòd al mond péin d' malcontcint :
Bi'in eh'as' dis che eh' rida è malt,
Ala me d' rid me m^ nin fo on piali:
Po v' la lass *a vìiitr a dccìd ,
Sa fo mèi a pianz o a rid.
!si che r mond Te on beli tiàtar:
Gh'c i ealtìv, gh'è qui d'earàlar;
Gh' n'èdi trid, gh'ii'òcirén in (il,
Ma dal p<) al mane, cardii,
Vòin dop l'iilr in gabioléina,
Tiitt gir fan déin la so copléina.
Za eh' a s' tratta adcss da rid ,
V voi fa vòd , loccii co' I did,
Ch' son par div ad qui II vrita
Ch' faràn rid la società ;
Spezialméint pò zerla gint,
Ch* màngian^ bcvan, fan mài gninl.
Me zeri mail ja comiiatiss,
M' rid, ina n' poss gnan las sa vriss;
Vòd zeri mail tiill in corrélnla ,
M' rid, m' la god, e son conléinta;
Quas dire, eh' T ho féin pr'onór,
\y css in li5ta assoni con lor.
I.
kho
PARTE SECONDA.
CbÌì* è qui malt eh' dan dal balòss
A qui eh* ban di slrazz ndòss ,
eh' fan V oziós , eh* én inai visti ,
Dscind, eh* I én roatt da compati ;
Ma anea lor s' i fissati nud,
1 mangrcn polcintd e spud.
Gh* è qui matt fra zeri daspra
Ch* én al scàndol dll zltlii ,
E n' par gninl a scintia lor ,
Po i gh* dan a mira, e da zert or
S* fan mòlt déin, eh' l*c eul negozi,
Ch'fa eia gint eh* stan sòìmpr in ozi.
Za sta bei l'è on azzidéint:
Ch* nassa pòvar fa i gran stcint :
Fa r balòss , seguila fai ,
Stè sieur eh* a 1* è nn gran mal :
Nass balliti 1* è ona disgrazia :
Fa 1* balòss véin róuss la fazia.
Za vdi si* mond eh* 1* è péin d* a(Tàn>
Pcin d' malizia e péin d' ingànn,
Domina dati* ambizìón;
Coli eh' trionfa è eoli eh* gh'ha bon»
E aeeordém s* gh* i sintimcint,
Che i pò matt I én pò contéint.
Gh' è qui matt eh' disan : magara !
Se la roba la gniss eara :
Pòvar noi cm' òmia da fa ?
S' la va esé noi sum daspra ;
E rabbiòs cm' a i én i ean ,
S' dan al diàvol tcgn a man.
Cos n' in véin pò d* rìeompéinsa ?
Gh*c tant gran eh'l'è roba imméinsa.
Al long legnai in s* i slar
Par spattà eh' al vigna ear ,
Al marsizza, e gnan i bo,
Dagh' 1* inànz , in* la vòn pò.
Gh*ò d' eù matt , slramàtt, mattòn ,
Oh' gh' a in eantéina dal véi bon ;
Ma parehè i n* san travasai ,
Gh* è tant vot eh* al gh va da mal:
0 ch* al véin fori emè 1* asè ,
0 eh* al 8* brùsa o eh* al* s* tra jò.
Gh* è eh* s* immagina d* sta mal ,
Pez che i matt eh* én a l' osptal ,
Ch'vìvan séimpar malinconie,
Delieàt, pò i dvcintan erònic.
Parche i n' san god 1* allegrìa ,
Matt mala d* malinconìa.
Gh'è d* cu roatt, sic parsQàs,
Ch* stan bèi e i zérean d* malàs;
Ch* ogni brisa d' pott caga
Stan in Ictt par fàs cura;
E sii matt long tò madsélna,
Poe a poc van in arvéina.
Vale a dì, che *1 Barbalògn,
Long pùrgiis ema n* gh* è l' bùsògn
E fas mòtt di lavali v.
Li a fa ess pò mori ehe viv.
E sti matt prima eh* llss 1' ora.
N* ho vist tant anda in malorn.
Gh*è pò ehi alar malt dal pari,
Ch' pèinsan scimpr e i fan lunari,
Ch' battn i quart seeónd la loina,
Ch* a s* laméinlan dia forldina
Ch' favorìssa i pò brleóo;
Ma qui én mail, slramàtt, maltóo.
Gh* è d' qui mali ch* rèstan nojós,
Di malt timid, vargognòs,
Gb'è i paceión, gh*è i matt alcird,
Gh*c di malt zuecón, tastàrd,
Gh'è d* eù mail eh' han dia risia,
Ch* tàccan lid pr* antipatìa.
Gh' è d* eii malt eh' rèstan fàriòs,
D* eù sofistic faslidiòs :
Gh* e d* cu malt eh* a n* pon vi béio,
D* eù eh* la lòsan ema la véla :
Mail eh' a losan lùlt par bon,
Ch* i s' fan da dal matt minciòn.
Tra sii malt gh* e zerta gint,
Ch* van in eorla anea par guint.
Gh*c d* eù matt ch'rcstan bisbètic,
Ch' i s* rabissn, e gh' vò di emèlìc:
Gh* e i flemmàtie marroottón ,
Ch'i én d* eù matt eh' i én pò birbón.
Gh* e d' qui matt eh* a n* san di d'no,
Duz ad cor, eh' fan god al so:
Fàgh a mèint s* 1* è miga vera :
Féin ch* i gh' n' han, tùtt a gh* fan
Seguitànd eòllstil medésim (zcra.
Ja vdi nùd, sélnza on cintésim.
Dand là *1 so, il s* fan minciona
Féina a tant eh' i én dsingaiioà;
Ch'ai spèind trop l'è ona materia
Ch'a condanna alla miseria.
Bcin eh' al s* sa, ch* 1* è roba antiga;
Ala sii mali na gh* pèinsan miga.
DIALETTI ENILIAM.
KM
CU mail tribiiladór;
uardiisn anca da lor,
ccan lid tiitl i moinéfnl,
1 risi eh' n'cn miii contéiiit,
inissn ili quale mancra
larsón o là in galera.
natt eh* han dal balòss (oss:
anca qui eh* a s' fan romp 1
pìigan pò a il so spes
i' fan tra long e dastrs ,
dai, diii, e importuna,
óH de eh' i s' fan mazza.
'S eh' a v' la par longa?(longa:
il donn iratt d' la léingua
]' cu mail eh' miarà ligiija,
' vòn las gnau a bastonaja ,
n a dsórdan i mari,
s'T om ja fa imatli.
ùl donn, eh' pàran ginl soda,
'iD mail pr' andii alla moda,
Inaiti il pòvar sìtrtór;
mail a sèintia lor
sartórch' fa il viisl mal fall,
Dia rìdas emc lant mail.
ircmàndn in ascondón
nangàzz, quill guarnizión;
mail fan compari
eh' lasa i so mari ,
1' ho diti, v' al dig ancora,
> sta eausa la sarlora.
BIcv' saltit, eh' voi lassa csq;
Dirò d' pò ; ma lassùm le :
Sta gabiola , la me ginl.
Consultala, e n' pinsè gnint.
Dgss a vò eoi canoceial
Vòds'flnissa T timporal.
Po mia rìdas, sto sieiir,
Con quill mail ch'ón cargadur,
Povra ginl, d' quill donn d' arila
Ch' fan la vita longa on mìa ,
Par vri fa la vita strotta,
Strinzi a brazz con la fassotta.
Gh'c d' quill mail d'quill s|)oreacción,
M' inlèind séimpar zeri parsón ,
eh' i Iran fora da il flnòatar
Cóli eh' j aràn da Ira in dal destar.
Ch' van .a risag da sporca
La ginl eh' passa eh' ón par strii.
A sili mail eh' n' han d' polizìa
Uiarii stag lontàn zéinl mia: (sciali,
Gh' n' è d' quill eh' pòrlan di bei
E ch* ì girn in s^ al facsàll
Con dil scuffi e di capléin,
Ma da d' sóli i én spore cmò gróin.
Béin patnà ma i san da spùss:
Co il pocciàcr in mira all' iiss:
Gh'c il scalili ch'gh ha l' rùd In s'j òè
Con la mota félna al zno£.
Par fìis mòli a tùli i pali
Som in lista ai alar mail.
A v' n' in siv ancora adàlt ,
Che in gabiola gh' e I gran mail ,
Poe 0 lanl eoi so difèlt?
Rio, par me na gh' zonl on eli;
E s' ho diti na qualeh vritii
Ti* av' sic miga dasgustii.
Pavese.
. Non conoscendo verun componimento in dialetto pavese
e alla seconda mela delio scorso secolo, come più antico
porgiamo ai lettori lo seguenti Ottave di anònimo autore,
nella mentovata raccolta di Poesìe per la elezione a
Mangnlfico deir I. R. Llniversità di Pavia del Prof. Don
ramburinì.
4^2 PAHTE srcoinA.
Ott
A V.
Mei son slurdi , mói senti a fa di evi va
Al professor don Pédnr Taiiibiiréi «
In tudcsc , in franzés , e in V In corriva
Lcngua di Venczian , e in vrrs latéì .
E vòdi ansòi Pavés a tra la piva
Fora dal sac , a di : son chi anca mèi .
Son chi anca mei par dì la me ras<)n •
Par crèss la |(ioja e la consolaziòn.
PussìbiI ! e piir so , cir anca i Pavés
Studcint son cors in folla a l' eiczión
Dal sur Rctlór Magniflc , e ò pr inlés ,
Che tutti, 0 quasi tiltli In bona union
llan dèli Tamburéi doti e cortes.
PussìbiI donc , che nanca una canzón
In nostra Icingua , eh' fazza on pò d' rracà<%^
As'voda In sta raccolta? Oh! resti d' sass.
Se fuss ancor cut ténip , che quasi troppa
Grazia am' fava la Miisa , e bona zera ,
E la Di' mòltiva ad cui cavai In croppa
Ch^ porta i cantór dov fan i Miis la fera .
Mèi no par zeri tgnurév la bocca stoppa ;
Propi da bon al dig ; propi da vera .
Anca mèi càntarév o bèi , o mal ,
Par ùnìm a la gioja universal.
Pura qualch coss voi di , ne l' abbia a miii
Ansòi , voi dì , che s' iil nos Tamburéi
L' è maltraltii cmè un ciin dai so rlviil ,
Aa" podìvn I stùdèint desmostra mèi
L'amor eh' a gh* pòrtan, e rondai imorliii;
Sebbci eh' al la sia za piir i so bèi
Libcr che V à stampa , che con V alzai
Al Rettora con plaus' iiniversal.
No , n' al pòss no nega ^ che si' clezión
L"* abbia siniì qualcdòi con crepacòr;
Pura pòss di , eh' r à avù V approvazión
De tùli la gint dabbèi , e cir anca for
Di scoi s' avdiva la consolaziòn.
intani mei stava alèfrr . e in t' iil me cor .
Quand ho sinlì sto fall , pèin d' gioja dsiva :
E viva M nos Rettòr . e viva . e viva !
llllLETri EMILIANI. ktS
4858. Fra lu itinllu (loesic del s^nor ti. Bi{jiiami abbiamo
scello per Saggio la versione del Lamento tU Cecco da f^ar-
lufìffo, nella quale il piicta seppe inlrodurre con molto magistero
luUc le forme e le ^azie della propria favella.
/ Liwinil il- Chrhin if i» fiora 0/w(J).
( ) T T AV.
S' iTom già d' ttti^ guur giitir alla mila,
i: i campàgn il'c'rb u it' llor rran sluroì;
fina i òrt 0 I glunti-i duotr' in citlà
Éran d'un bi-II, che nu s' podiva di,
Quand ài póvur Cicchili d' in Borg Olin
l>àr lu so Linda coli p brasloli,
Piir sia crudcla eli' la gh' rldlva ai spìil
Al' sfugava 'I so goss glùst lai e quòl:
Ma cum iKÌdal mài sta, Linda llriina,
CIt' Di' am' sjai tanl ingriila i; lanl iirvÌTsa?
Ha st' ùja falt, o zeli ad' maggioriina ,
Da Iraltitm snniù pei d'iin'ànina persa?
Pii ipasmiMi piir li, pii iii padovana
T vòjiat i ini: sosjùr, e t' tu l' Inversa;
E vultra a quasi, par dàin la inna msùra
S' al' vcgni apprì'ss. l' la sghitiiat adrilliiral
Ha scappa piira, e va piasse ch'n'è'l vent,
Cbc mei già'l vcgnj adru anca a cii d'Ciappéi...
S'issbéi d'andii in l'iil log, son slrà-contènt ,
Basla piir eh' sia con li, car ciappt>oléi ;
S' iss anca da sollri mila tornténl,
A liìll i slò par li, son proni in lèi...
Faga pur caid o Trad, siai nati, slal di,
W n' in 6 da giiint, se son apprèsa a ti.
tb'àl sia piir duU al tcmp, 0 briisc, o invèn.
No gì)' i prigul che un credo al' perda d' vista;
All'ori, in cesa, a spass, in tiilli I vera
Son li (tra cmc un stacch a tgnill ad pista,
Quand eh' a I' pikll no viid, pari voi pera;
Mas' agir rivi a lumài, gioisci a vista;
Agh' Diullris." i' oss dai coii, che In liilt al mind
Da vorrei lanln Im'ì gh'è no 'i secónd...
444 PARTE SECONDA.
E con tiitl quasi V gh' è cor Tei da sbeffàoj .
Da guardam in barliisc, fàm al grcnlón!
Oh pcrdincio! si' ói fati, da merìtam
Tanli dasgài'b, sgrognad, e mila arbgnón?
Dógnat almànc pu srena da guardam,
Da fam un pò 'd bocchin, oh sanguanón!
Se d' no già crepp sicùr dal gran dolor,
E ansò! ta resterà con lànl amor!
No V gh' avare pii (in ànma , cràdcni pur ,
eh' ar porta tult i fest ài mazzo M lìiir,
0 che sulta alla fnestra quand V è scùr
Ar fàga i serena coi sonadùr ;
0 quand àt^ gh' et in Pori I frijt madùr,
0 eh* vcgna la fQrgà di nos lavùr ,
Propri ansòi n"* agh^ sarà eh' at' daga man .
E V toccarà a striiziàt ti come un càn !
Donca ajutam, fa pràst , lassam pù incèrt ,
Prima eh' vaga dal tutt dentr' in t' la busa ;
Ma già r e propi un predica al desèrt ,
eh' n' àt' vò senti preghicr, rasón , ne scusa;
Fa pii tant V ustiinà , Linda , e sta cèrt ,
Che mèi t' mincioni no, compàgn già eh* s' usa ;
Dani doma un' oggiadcna e pò s* at' por ,
Nega dal pwar Cecch al crappacor. —
T* al giiir , che par ti mori , e' s' fo bosìa ,
Vorrév mòvam mài pù da sto post chi ;
Vorrév che cV àllr al gniss a porlam via ;
D' avègh mai pii *1 gran bei da vodal ti.
Già son giamo d' du indrìll, propri (in ombrìa;
Guardam, at' preghi, e pràst, Tarn pu patì...
Doma un' occià ta cerchi , o '1 me Tolètt ,
Pò tirarò contcnt , s' at' vò , i calzètl!
1 son quattr' ann chi adàss a Santospéi (i),
E gh' ò '1 4acciiìn in meni beli e stampa ,
Che dai tò bei fattèzz, cara Lindéi,
Son resta come 'n mèrci ingarbià ; •
E m' s' è tanto Acca in t' ài cor quell spéi,
Ch' am' trovi anmò baU'ird , oca incantii ;
Da quèlI moment féi dess , o car Signùr !
>' al s' è pasià un fargùi quell gran dolùr!
(1) S. Spino ù una reliquM serliala in Pavia, e che per anlica pia credenia »i venera come
prilli* ilcUd Corona di spine ili G. C. Ogni anno vi si consacra la soconifa Festa «Iella Pcn-
Iccobtr, nella quale viene portata in solenne processione, il poeta sostituì o|iportQBwneote <|ue-
>l* èiioca celebre presso il {lòpolo pavese a quella dell' Ascensioac indicata ndl' ori^iiu^.
DlàLBITI BMILIANI. 44 S
Son pù bon d' un masté nan long mezi dida ;
S' a comenci un lavùr , pdss no flnil ;
S' ho da fa su un toppìn , laji la vida ;
Fo in discDibr e genàr i coss d'aprii;
Insuma '1 me zarvèl V è senzH guida ,
E dia rasón gli' ò pers fci V ùltim fil ;
An' fo che piang in luti al santo di ,
E d' noti compàgn d' un fio « am' njòtt a sgari.
Mèi che i mich In t' un bufT voltava vìa ,
An' pòss pù nanca sentii a nomina ;
Ora d' disnà , né d^ zena agb' n^ è pu mia ;
Ne 'm sostanti che M piang , e M sospira.
E r tìnic me ristòr « la me legrìa
L'è '1 (ò facio, s'el rivi a contempla....
Che altura am^ n^ in vò tùtl in geladéna,
Né dal mangia m' arcòrd , né dia canténa !
Ah ! che bruti di V e stai, gh^ P ho ancura in meni ,
Quand V ho visi a imbosca L me prlm arbión ! . . .
t'n cald e fradd am^ son sentù, un spavènt,
Come s^ am^ fuss séiatlà davséi al tron ;
Un batticor, un ceri sambojamént
eh' m^ ha fati anda la vista in avojón ;
nr è salta '1 tram , m' è cala 1 forz al znòé !
E ch'ól clf n'iva la culpa?... I tò bèi oÒ.
Senza podc mòv bocca , né tra fià ,
Son restii 'd géss sul fatt , e fora M mei ;
E in carna d'oca tutt am' son trova,
Squàs m^ iss;in tratt giù dr aqua in t' al coppéi ;
E quand, arvgnu , 'm son miss anmò a fissa
Quàl car faccio d** amùr , quài lati e vói ,
Al' e pars che tra i deliri , e tra i magón
Sia scrabusàss al cor un gravalón 1 . . .
E un fori sconvolgimcnt m^ e gnu in mancra
Ch' am^ cardiva d' avègh féna '1 briit mal ;
Gh' ò vist pii 'd fatt, e a dilla a vèrta 4:iera,
N' ho mài prova al me mond tormcnt ugual ;
Ma son sentù un ceri tram , che dal cholera
Adrittur V ho battzà pr M prim segnai,
E al er pur tropp un sàgn di pù calliv ,
eh' al so nan mei cm^ al sia a trovàm viv.
Basta, a la féi dia suma al fatto sta,
Ch^ al' m"* è sarvi da barba e da perùcca ;
B se '1 gràm Ccc i' incantai d' ajùtii,
T il vadrèt liell e (iràst con rutt la zucca ;
4*6 PAllTE SECONDA.
Se a iiic'i l' vi) no dii fod , va piira a iiispia
Ai tò caiiin radòn clic sia a San Luca ;
Liir, che in giardéi-,nra vodan da tiitt ì ur,
Ta diran s' To pù pian^ , o pii laviir!
Da un Tacciotón che s'era e un luatlùtéi ,
Adèss son gnii un arlùc . iin gratacii ,
Pussè stria dal biist fid Cattrinéi (l):
8tì lavar sniort, e sii oc fondii fondu
Ta fan vòd ciar e nati iil me dasléi ,
S' at* gir a cor , o balossa, 'd stii anmò sii ;
^la quand che t' am' vadrè |)ò in V iil harlón .
Ar dire, ma par gnint, — Piva rasón.
Uh ! maladott ! ma a fa cm' iil' fc la cagna ,
^ò, to miidra siciir V ha no baili :
As' diriss che una luva da niontiigna
0 lina ligra ancasì V ha partorì;
E in t' un quài bosc o in mezz a na campiigna
1 zingur 0 i slrión t' han istruì:
E che lina vipra, o quaich' iilter sarpònl
T' han dati tiitt 1 so vici par me tormént.
L' è già un pò 'd temp però , eh* am' son accori ,
Cir at' fa giò i biisch Lorenz, e ch'ai' gh' r e in vista,
Fors parche I' è pu siur, e M gh' à un bcIT òri,
E d' fèsta '1 gh' à 'I cappèl ala Cartista !
Ah! s'iir gh' vò bèi piir quiist, V fèl un gran lort.
Che in V i siorii V amùr no la consista :
E un Ili) sincór , iin pastissón son mvÀ
Con beli «51 cor, s' T è gràm al niarsinéi !
si eh' ò mangiii la fòja, e fò '1 minciòn
Piir vòd iin pò si' intrigo coni al \ii ;
Trattiint slo chi quaé quac , da gatt-mainóii ;
E son iil seti da cupp piir fati giiigii ;
>la se (juaidòl vò piiuu slu beli boccòn,
Son quel muso , V iil giùr , da fall cajii !
Che a vòdes la polpiilta a tò fò 'd man ,
L' è roba 'd dasbaltziiss , da diiss a Giiin.
E guiirda al fatto tò ve a dim bòsiird.
0 eh' cerchi di rampéi piir torna indrè :
eh' r iiller giùren col sul insì gajiird .
T* ho >isl a fii alla fncstra iin va e ve.
Piir doccia quiil zuzù , che comò 'I lard
A gutl a gutl iil t'deslcnguiiva adrè;
E se piir ciis s' er no con tò fradèl,
T' avrissat \lst che futla , e che ^fragcl !
(i) L(» <>>li(I(Uro li. Ili Morff.
DIALRTI EH1UA?II. 147
Ub Satauàss ! s' la m' salta , già t' al se !.. .
Pari va iin basalìsc , un gatt rabbia ;
E 8^ n' el gh' er lu a pregam féi par piasè ,
Gh^ iva cor da mandai al mond da dia ;
Ne i ài ad qui dia 15na eran asse ,
Né i caròzz a vapùr par fai scappa ;
Che inorbì dalla danna e dal velél
L' andava a pia , s' el fùss salta In t' al Tscl.
0 Linda, gh'o pagura, ma sr istòria,
Am' la vodi in V un spè^ , la v5 andii mal ;
Che se gnint gnlnt al m' secca anmò la glòria ,
0 vói 0 r alter va a forni aP osbdal ;
Ch' s' alter n' am' resta par canta vittòria ,
K' agh' mòltarò sicùr pcver né sai ; /
Da ùò d' onùr voi vodla , e va com' va ,
Finirò i me tormént al cas daspra.
Ma gh' farò tanl la sguàita al barbiséi ,
Ch^ r ba propi 'd forni lu sutta I me miin ;
Lassa pur cb' el scapùzza adré al giarde! ,
Cb' agb' sarà li pargia 'I jso beli bastran ;
Starò tant col s2iòp mont , cbe in féi di féi
L^ ba da boria in Val lau stu flòl d'un din :
Si, gh' fnsgnarò, s^ P inguanti adré al polé.
In dov sta *d cà Barnard il montagne.
Ma già vramént nan lu V ba tùtt i tort ;
E vddi bèi d' cbe pàrt ven la mangagna ;
Dov gb^ è no d' ratt, el gatt el gira fort;
E chi an* vò can pr' i pò , liga la cagna ;
Ma con ti n' as^ pò piala in dritt , né In slort ,
Che coi gingin t' vo sémpar fa cavagna :
E in quant a mei ma scaldi da mlnciòn ,
Parche at^ darissat ciane a un battsjòn I
0 Linda , lassP andà , sta al me partid ; —
Si , fa a me mòd , s^ t^ vo no pentii in féi ;
Costù ^1 V fa da sasci , ma M fa par rid;
L' è tùtt par tira 1* aqua al so malél.
L'andrà no tant, eh' at* farà mord il dld,
E in scambi 'd ros t' gb' avrét doma di tpéi ;
De sii gigiar pur tropp 1' é 'I sòlit pin ;
Ma da ti vorìss tégntal da lonlin.
Lindena , t' a scongiuri , dàm ditri :
NadàI el gniarà prast, e pir bendi
Un beli scialòn d^ battila V ho destina.
Con tant id boni, e M gaggiòn d' òr ansL
448 , PARTE SECONDA.
Dispona dal fatt me a tò volontà ,
eh' son pront a fati tiitt quel eh' al' piàs a lì ;
Ma un patii sul t'à fo: lassa queir alter.
Dal rcst gh' o pù 'd fastidi , e n' oceór alter.
ic»\C ò un stoni ad colombéra 'd trédes més ,
Leva propina boccón , e senza vizi ;
Doma a guardàgh lisògna resta sorprés
Pr' i ciacclaràd eh' à fa , pr' i so malizi :
Appena ciàr , e prima d' andà a vós
Al dìs tre volt : Undèna, fi giudizi.
Gh* ò dii conili ansi bianch come latt :
E iin passaréi eh' al glòga féi col gnlt.
Sti inezi , vultra al resi, doma par ti ,
0 cara la me gioja én destina :
E insema '1 cor vorrév mandai ansi ,
Se ti , birba , 'n t' am' V issai già sgrafgna :
So bei eh' al par un cribi luti ferì ,
Che par giustàl gh' a ansoi la facoltà ;
Parche li su la V gh' et , o marcandréna ,
Quèil tal ziròlt d'amùr, da tal madséna.
Ma già capissi , V gh' è nane par la mcnt
Né mèi , ne i me preghiér , né i me rcgai ,
E 'i so, che n'àt' sospirai che 'I moment
Da vòdam a fa pùlvar pr' i beccai ;
Se quiist 1' è tuli al mài eh' al' dà torménl ,
Son pront a sodisfai l , a tòt di guài ;
E insì l' gh' avré pù 'I lòj del me plaità ,
E t' smorfiaré con ci' àllr in libarla.
Che se certi prolud' i fùlan no ,
A sberlìm pràst sicijr vegna 'I me Ioli.
Stu Sàbat Sani di viòl colùr ponzò
Ho somnà in tal mezzdi propri al prim boti ;
E gnìvan sii liit dupi e com' i fò ;
Quand diti e fall son resta li 'd pancòtt ,
Che lina lampesla grossa pii che i sass
M' ha Irati e vidi e vàs liìlt iu sconquàss.
Si' aprii intani eh' andava inzà e ina
A pianta giù ai me post e i erb e i flur ,
Gh' ò vùd anch' in l' i cosi una sassa,
eh' m' è mori iu quindas dì tiitt i migliùr ;
1 zeli già prés, o pass , o marina ,
Fona i leàndcr m' àn fulà anca lur.
E a me madra la ciózza col galàtl ,
Gh' è stai sgrafgna jarsira da un falchàtt.
MALETTI EHlUA^r.
Dai . cUppu , curra , allòn , monll 'I me siiòpp,
E 0 IGItl I cast VÓI pinghj al Udronàa...
Sia si doman , par Qeca , da galòpp
Vài a muli giù M Lorcnx sura un morón ;
Altura il» din Ira mèi — ah qaigt l'i Iropp;
E BÙ dia mùrndéla tnsì ■ gatiòn...
Già s'era loalma al tH, gin scavalcava,
Quiinil al balòsB coi sgrllT il ma pattniiva.
Ali jjionta òa ehi tré nclt che una livella
La veglia «SI me tei a Ss» stnlì ;
E a mcua noli iin gali n^r il s' mcllu
SòiU|iar piir contra all' usa a sgnaùlì.
I di' lian coppa '1 cagno chi glii dia slrcUa ,
Cb(' sema 'I niùsaró r era sorti ;
Insiuna a compi P òpra Ill«r n' agb' vòr
Che a (tàgh una crcppada mèi da cori
!>li arlii mt^i na gli' t avrì«s nane par la meni ,
8' fudlss in t' I tò grìixt , o beli tMÒr ;
0 gin ja maodarév Iranquillaménl
Par l'amiir tò, d'ogni dlsgiisl risfir ;
Ma npiwnl par quèll sprcitàm canliiiuam«nt
Ani' par cito (ìilt il niond ma canta tu còrt
O Cicchin c$' a fel ehi ? ei' a vói ipcr^ T
Fiimiula un pò na rolla, e taitl' andò!
Si r i vura 'd fornita sta galèra ,
E lòiD da stt aùppllii , e 'd sin panón ;
<ih' bo adòss tiilt i diàvoi In manera
Uie réna f siali um' nògan coinpass(6n :
In l' il so 1.1ZZ Amùr , pur [rop 1' e vera I
T' ài m' ha Ingarbia polid come un mlndón ;
E par libràm ad tùtt, e tatt contenta,
ImiMgnnrò eia Secca (i) che spaventa !
K parche 1 so , che a fùria '<! galli pr' I pé
Tu son già in qui'll larviti , e m' 1' il glSra ,
E so anca sì i mascógn eh' el tempr' adré
k fàm dappus i spai , par &m danà ;
Ma son risoli par ijuàst iin ceri masté ,
Un ceri hoiléi da légnam prepara ,
0 là 'd FaM) andà Insima dal baitlón
E cacdìiai giii in V al Tsèi a tomborlón I
Pò dop , s' ani' suppliriiti , voi no vcss miss
Alta posslón tò 'd porta BanC ÌJ»lèM ;
Ma sul sente , eh' al' tcgnat sèmpar Bm
tfuand Gir àC ve al lo giardél tira o iHtléii&;
r^
mìo PARTB tlCONDA.
E par (a che tùtt sàppian i me sfriss ,
Voi che in pavés ala scrlU e la pietra (eoa «
A esempi de chi resta e a me confòrt.
La storia dia me vita e dia me mort.
Ve doDca , 0 Cattrinél dal ferr da pra ,
E concédam l' ooùr dal fùneral ,
8^ aV trovat al me cor anmò inflamma ,
Ta preghi col tò giazi da rifrescal ;
In titul féi ta preghi M carità ,
Sto brutto fog salvàdag da smorzai ;
Ve donca a consolam , fum pu paròll ,
Refilam un beli culp tra crappa e coli.
Addio, giardéi, addio, plant, erb e flur,
Ch' si stàt '1 me sostègn, la me passión I
Se féna '1 Ciel r è surd al me dolùr ,
E '1 vo eh' fornissa i dì in costamaziòn ,
Par sti quattr* oss v' a cerch V ultim favùr ,
De lassai riposa chi in t' un cantón.
Già a spron battu mèi curri al mond dadlà ;
E par sèmpar v' a torni a saludà ! ! !
In stu mod al strilliiva '1 nos Cecchin ;
E fiiribónd V andava par cupàss ;
Ma vist eh' l' era tropp ciàr , prima un sogni n
V ha vorsù (a , cardènd da ristorass ;
Dasdà eh' V è stat , pensànd' gh un farguin ,
L' ha riflettù , ch* al fava un gran bruti pass ;
E in féi di cunt V ha dit: Oh gandianèn,
lìiangia, e beva, o Cicchin, e mai patsiàn!
1833. Per ùltimo, onde pòrgere al lettore anche un Saggio
delle poesie del miglior poeta onde si gloria la musa ticinese, e
dal quale deplora la pèrdita recente, soggiungiamo un Sonetto
che il professore Siro Carati dettava neir occasione in cui, dopo
lunga vacanza della cattedra episcopale di Pavia, vi fu innalzalo
Monsignor Tosi.
^ Monsmr Tus F'iixc iid Pmìa.
• •
SoNATT.
Quasi tùtt in seonquiss in mez a Dséi »
Senza né ram, né corda, né timón.
Già r andava a fass futt in t' on bórón
Al pòvar barcé vè| iid san Sirci.
MALirri EMILIANI. PAUTE 8BC0NDA. 451
Vu^ Monsiùr, con coraj^ agh' Mite dréi,
E in quàtar colp. Ufi al tire sul bon ;
Vù drizxè i gamb ai can , ma guardèv bèi 1
A gb' è di barcaro s2iòp e volpón,
eh' i pela Foca, e la fa no crida;
eh' i gh'à la scróva al lag, ch'I gh^ l'ha In fi tann,
Cb^ i è priór framassón, bosàrd e fra.
Ad' pie parer da tutt 8ti poligann,
eh"* av' basaràn par darv^ ona sgagna ;
S* ad nò, la barca l'andari a pMann.
CAPO VI.
Bibliografìa dei dialetti emiliani.
Bolognese.
cr Intricati. Favola pastorale di Alvise Pasqualigo. — Venezia, per Fran-
cesco Ziletti, itttti , in-s.*^ In questo componimento poètico V c^tore intro-
dusse un Graziaìio die parla il dialetto bolognese^ ed un Calabaza ck
parla lo spagnuolo.
Opera nuova, nella quale si contiene il Maridazzo della bella Brunettina,
sorella di Zan Tabarin ec. ec. QucsV òpera, come accennammo nella bibliO"
grafia bergamasca, compreìide fra gli altri linguaggi ancìie il (folognese^
Fìt stampata in Venezia, per Bastiano e Giovanni dalle Donne , senza data,
e ristampata in Brescia, nel i iS82.
Graziano. Favola boschereccia in versi sciolti. Padova, per Giovanni Can-
toni, i»88, in-8." — Venezia, per Gio. Alberti, i«99, in-8.** — Ivi, per
Giorgio nizzardo , icoo , in-12.^ — Ivi , per Lucio Spincda , 1 621 , in-i2.*
Banchetto di Malcibati. Comcdia in terza rima deirAcadcmico Frusto
(Giulio Cesare Croci), recitata dagli AfTamati nella città Calamitosa, alll U
del mese dell'estrema Miseria, Tanno delP aspra e Insop|)ortabilc (ìeces-
sltà. — Bologna, per Fausto Bonardi , i soi . — La stessa, In Ferrara, per
Vittorio Baldini, itfoi e looo, in-8.° — Venezia, per Sebastiano Combi,
1608, ln-8.®
Il terzo libro delle Canzonette a tre voci di Adriano Banchieri Bolofnesc,
intitolato : Studio dilettevole nuovamente con vaghi argomenti e spasse-
voli Intermedi fiorito dalPAmllparnato. Comedia rusticale deireccellentissimo
Horatio Vecchi. — Milano, per P crede di Simon Tini, e Glo. Francesco
Besozzi , 1600. Ivi gli attori parlano e cantano in varie lingw e diaMU,
Pale a dire, in italiano, spagnuolo, bolognese, veneziano, bergamasco, al
in un gergo bizzarro itulo^braico.
Fileno disperato. Dramma di Guidiccionc Lucchcsinl di Lucca , recitato
l'anno i600 in casa Bentivoglio di Bologna.
La Primavera in contesa coIPAutunno. Dramma di Melchiorre Zoppio
Bolognese, recitato nella villa di Budrio Panno I6O8.
II Capriccio. Favola boschereccia di Giacomo Guidozzo <la Castel Franco,
nuovamente data in luce da Lodovico Riccato da Castel Franco. — Venezia.
mALBTTI BMILIAM, 453
per Giacomo Viiiccnli, loiu, jn-s.** Fu ritfampa/apurtf in Venezia da Ales-
sandro Vincenti , nel lesi. Fra gli interloeulori di qyeilo conqHmimento
poètico trovasi un Graziemo che jmrla bologneic.
Il furto amoroso. Coniodia in prosa cogli Intermezzi^ di Camillo Scali-
geri dalla Frutta. — Venezia, per Giacomo Vincenti, lOis, in-is.® — Bre-
scia, pel Fontana, 1022, in-i2.°
Comedia recitata nelle nozze di Messcr Trivello Fornanti e Uadonna Le-
sina. — Ferrara, per il Baldini , ittitt , in-8.®
Il Politico svergognato. Dramma di Melchiorre Zoppio detto il Caliginoso,
recitato nella villa di Budrio, Panno iui7.
Questione di vari linguaggi, di Giulio Cosare Croci. — Bologna^ I6I8.
QttetV opìticvio è in vcrsi^ quoti in forma di diàlogo, ove un ^olognae re-
cita alcune tiro fé nel proprio dialeUo.
I Falsi Dei. Favola pastorale piacevolissima di Ercole Cimiiolti Estuan-
te.— Pavia , per Giambatista Rossi, 1010. in-12.'' — La stessa, Venezia,
per Alessandro De Vecchi, toso. Fra gli interlocutori Graziano parta il
diaUtto tiologmte. •
La CiUèina da Budri. Comedia in prosa di Adriano Banchieri. — Bolo-
gna , per Bartolomeo Cocchi., lom , in-R.^ La stossa fu ristampata per gli
eredi del Cocchi, nel iosa.
L^ Urslèina da Crevulcor , ovvero TAmor costante. Comedia in prosa di
Adriano Banchieri. — Bologna, |)er il Cocchi, I620, in-8.®
Lamento de' Villani fatto da loro Tanno che andò il bando che si por-
tassero tutti gli schioppi alla muniziono (di G, C. Croci). — Bologna, per
Bartolomeo Cocchi, 1020.
La Minghèina da Burbian. Comedia in prosji dì Adriano Banchieri. —
Bologna, per il Cocchi , iu2i , in-a."
La Tcbia d' Barba Poi da la Livradga fatta dal Cjivall , di Giulio Cesare
Croci. — Bologna , 1 02 1 .
El Mozz dia Miclina dèi Verga con Saudrell da 3Iontbudell , di Giulio
Cesare Croci. — Bologna, per Bartolomeo Cocchi, losi.
Lassato y ovvero Donativo che fa maestro Martino a Catarinòn, di G. Ce-
sare Croci. — Bologna, pel Cocchi, lusi.
La gran Vittoria di Pedrolino contro il dottor Graziano Scattolone , per
aiBor della bella Franceschina, di Giulio Cesare Croci. — Bologna, pel Coc-
chi, 1621. Mia fine della Barzelletta sopra la morte di Giacomo dal Gallo
trÒKfasi un Diàlogo in lingua riutica topra la morte dello itetto.
II Scacciasonno, Testate alT ombra, e T inverno presso il foco. Opera
onesta, morale, civile e diiette\ole di Camillo Scaligeri dalla Fratta. Cu-
riosità copiosa di novelle, rime, motti, provcrbj, sentenze, proposte e
risposte, con vari liagionainenti comici. — Bologna, per Antonio Maria
Magnani, 1025, in-8.^' — Venezia, per Angiolo Salvadore, I6»7, In-it.**
Questo lilnro contiene una Comedia, nella quale ti parlano varii ditUetH, e
fra questi il (foloffnrtr.
kìik PARTE SECONDA.
I Ptsxi amanti. Comedla pastorale di Lodovico Riccalo da Castel Fran-
co. — - Trevigi, per Angelo RighetUni, iq2». Fra i quindici intertoeutori
di queita Comedia un Magnifico parla il dialello veneziano, un Giw&md
Tibwrzio il napoliUmo, e Graziano il bolognese.
II Villano arricchito insopportabile. Dramma di Diofebo Agresti Boto»
gnese, recitato nella villa Marchetti, r anno 162«.
Discorso sulla precedenza ed eccedenza della lingua bolognese alla to-
scana nella prosa e nel verso , di Adriano Banchieri sopranominato Camillo
Scaligeri dalla Fratta. — Bologna, per Girolamo Mascheroni, lese, in-s.*
Queilo discorso alquanto ampliato venne ristampato nel leso da Clemente
Ferroni.
La Rossa dal Verga, quale va cercando pati-one, di G. Cesare Croci. —
Bologna, pel Cocchi , I626.
La Scavzzari dia Can'va d' Barba Plin da Luvolè , di G. Cesare Croci. —
Bologna, lese.
I Trastulli della villa distinti in sette giornate, di Camillo Scaligeri dalli
Fratta. — Bologna, per Girolamo Mascheroni, 1627, in-8.^ Lo stesso, il
Venezia, pel Giuliani, lo stesso anno. Racchiude alcune Novelle in varii dia-
letti, tra i quali etnerge il bolognese.
Invidia , Fasto ed Ignoranza cagion d' ogni male. Dramma di Diofebo
Agresti Bolognese, recitalo nella villa di Budrio, Tanno isst.
La Fleppa combattù , di G. Cesare Croci. — Bologna, pel Pisarrl, lest. —
Ivi, 1807.
Lamento di Barba Poi, per aver perso la Tognina sua massaray di Giu-
lio Cesare Croci. — Bologna, iosa.
La Genisalemlne liberata del Tasso tradotta in lingua bolognese da
Gio. Francesco Negri pittore. — Bologna, iosa. Questa vergione /katan-
pala iol/o fin alla stanza S4 del Canto XIII, mentre gli altri Cernii si oon-
sèrvcMO ancora matioscritti. s4lla fine del volume si legge questa nota siram:
Fu vietato all'autore da' principali signori di Bologna il fluire qnesr open,
tanto per Podio che la città portava al cardinale Spada, al quale è dedi-
cata, quanto per non palesare il troppo ridicoloso effetto della loro ulia
favella.
La Fida fanciulla. Comedia esemplare di Camillo Scaligeri dalla Fratta ,
con musicali Intermezzi apparenti e inapparenti. — Bologna , per Kleolè
Tebaldo, lese, in-is.®
Frottola di Zanin da Bologna. Senza indicazione alcuna.
Lettera neir idioma natio di Bologna scritta al signor Giambatista Viola
a Roma , sopra il ratto di Elena del pittore Guido Reni ; di Adriano Btn-*
chieri. — Bologna, per Clemente Ferroni, less, Ìn-4.®
Graziano Volubile. Comedia di Alodnarim Fabrizio (Fa£rrirtoilf /mnciole).—
Bologna, per Clemente Ferroni, ies4, in-is.^ // solo Graziano vi porla il
dialetto bolognese.
Tre indici di tutte le opere di Giulio Cesare Croci. — Bologna , leio,
per gli Eredi del Cocchi.
DULCITI CVIUASI. 4SU
Panii- il*gli iniumorali. Drummu rit-Hulol'Hriiiu luns iidla villa <li Prr-
•iccllo; e l'aono is4e ni-lb vflln Hulvunìa di Fnnuno.
Il BulllbercD (lelli! luvanilurr, di G. Cesare Crori. — B«lo|tOH, le.is. In-
vntlncia con tin Sonetto in lingua ilaliana, del quale la coda è in dialcttn
La Niclosa da Hnirbi . di Fulvio Chcrardi, iletto Aequa lepida. — Bnln-
tna, per il Peri, ia4u.
Amoroiia Costanza. Trugirnmeitia boscherecci <i del conte Andrea Bar-
>azia. — Bologna , per (iiacoiiio Monli , I ««0 , in-4.°
Lo scudo dì Hinaldo, ovvero lo Specchio dui diiiinganno. — Venezia .
048, In-is."
La Bernarda. Comedi:) rustiralc <li C. Ce^rc Croci. — Botog[ia, pel Ker-
«nl, 1S4T. — I>'i, lont. B qutifa una vtnione itall'orìgiuale ilaliana del
onte Ridolfo Campeggi.
Amuili schiavi. Comcdiu ridicola, o piuttosto capriccioso ghirilUziO <li
'ruicesco Hicdelcliliii Academico Ritiralo. — Orvieto, per Rinaldo Rutl ,
flsi,ln-is.'
Dialogogia, ovvero delle cagioni e della naiuraloiu dui parlare, e spe-
Jalmenle del più aniicn, del più vero di Bologna; di Ovidio Uontalbanl. —
Mogna, per il Zenuro. isrfi.
CroDoprostasi Felsinea, ovvero, le saturnali vindlcie del parlar bolo-
[iMseQe lonibardo; ili Ovidio Hontalbanl. — Rologna, per ilZeiiaro, leas.
I Disperati conienti. Comnlia piacevole di Orazio Vecchi. — Bologna ,
«r Carl'Antonio Perl, ieil4, iii-il.*
La Tancia di Hieliel angelo Buonarroti voltata in dialetto bolognese dui
Inldo AcudemlcD DubioM (.4. Banchirrf), die la intitolò la Togna. —
«fogna, per Glacooio Monti , teii4, In-e."
II Vocabolista Bolognese, nel quale si dimostra 11 parlare più antico di
«logna lodcv olissimo; di Antonio Bumaldl (Ovidio Monlalùani). — Bolo-
na, per Giacomo Monti, louu, jn-it." Queilo libro comprende le dve òpere
imforale, cioì la Dblogugìa « la Cronoprostasi dello lituo aulare.
Il VHIaw) ladro fortnnalo. Comedla in versi , in lingua rusticale, di GIUD-
ali»ta Qncnoli. — Bologna, |>cr CarrAntonlo Peri, lUi. FUrittampata
si ZueeoU e dagli eredi del PitarrL
La PluoDia da Ca.<tiun di Peppl. Comedla rusticale di Fulvio Gberardl ,
etto l'AquatepidH. ~ Boiiigna, lous, ln-ii.°
Fola da velra e sudèu burlèvol. Dscurs murai, tant curlusquantcMitii*
lar, eh' tratien del vivr al mònd, perchè an' g' vaga al profònd; di Ao-
oido Maria Arcarsi. — Bologna , I0U4.
La Plrlonea. Comcdia scritta ne' diaiiilll botogneM , berganw
rUno e veneziano da Lazzaro Agostino Colla. — Milano, laoo. — M, 110B.
La Regina SlatJsU {EliiobcUa) d'Inghilterra. ComedU 1d proaa di Al-
>I<y Blaocolettl. — Bologna, per Giovanni Recaldlni, IBOB, In-ia.*
Il Villano nobile. Comedla rustica -civile di Geure VeoUmonte. — Boi
mO PARTE SECONDA.
gua, per Giuseppe Longlii , ioo9 , in- 12.*^ Cinque interlocutori vi pàrlaM
il dialetto bolognese.
La Bella Brutta. Comcdia di Orsola Biancolclli, tradotta dallo sp^gnudc—
Bologna, per Giovanni Rccaldini (f009), senz^anno, in-is.^
La Grillaja^curiosità erudite di Scipione Glareano. — Bologna, i67Syiii-it.'
Vero Amore non vuol politica. Favola tragicomica dell' abate Michele
Brugnères. — Roma , per Francesco Tizzoni, 1676. — Ristampata in Bo-
logna, pel Longhi, nel f70i, in-12.'*
II Graziano infuriato , ovvero, il Fuggi V ozio, di Giuseppe Maria Cesari
da Budrio. — Bologna , 1 679. In questa composizione boschereccia^ divisa
in tre atti, tutti i personaggi parlano la lingua italiana, e il solo dottor
Graziano fa uso del bolognese dialetto.
Trespolo tutore. Dramma burlesco di Giambatista Ricciardi. — Bologna,
per il Longhi, senza Panno ( 1 680). — Ivi, per Giuseppe Loogh i, 1 «ss, In-i t.*
Trespolo podestà di Greve. Comedia in prosa. — Bologna, per Giuseppe
Longhi) senza Tanno (1680), in- 12.^
Il Ricino e Messer Graziano. Comedia in prosa di Andrea Volpioo. Senz§
veruna indicazione , ln-8.®
La schernita Cortigiana. Comedia di Gio. Maria Alessandrini. — Bologna,
per il Longhi, 16O0 in-is.®
Amore e Sdegno del dottor Graziano. Comedia in prosa di Giuseppe Ma-
ria Cesari da Budrio. — Bologna, per Giuseppe Longhi, s. a. (i68i),iii-it.*
Quinta scienza astrulogica naturalissima cava con art squisitissima in
paies vers la bunissima ce. — In Bulogna, I68I. Ivi contèngoHMi lunghe
ed insipide cantafere ad ogni fase lunarcj precedute da lunghissimo diàiogo.
Diporti d^Amore in villa. Scherzo drammatico ruslicalc , rappresentalo
nel teatro publico di Bologna V anno f 081. Poesìa di Antonio Maria Monti
Bolognese; musica di Gio. Antonio Sibelli. — Bologna, per gli Eredi dei
Plsarri, 1 681 , in- 12.**
Tutore Balordo. Dramma recitato nel teatro publico di Bologna, Tanno 1 tal-
chi n"* ha cervèll hapa gamb , 0 sia la Liberaziòn d' Vienna ; poemeUo
di Lotto Lotti. — Parma, per gli eredi del Vigna, I68tt. Questo poemetto
fu ristampato più volte in Bologna.
Amour tòurna in s'al so, 0 vèir sì, El nozz dia Checca e d'Bdètl
Scherzo drammatico rusticale di Antonio Maria Monti. — Bologna, ttts,
in -12.^ Questo dramma fu messo in mùsica dal celebre Bolognese Giusepfe
Aldrovandini, e ristampato più volte in Bologna y iC97 e 17S9.
Dal tradimento le nozze. Opera scènica dclT abate Michele Brugnères
Romano. — Bologna, stamperia Longhi, senz'anno (1087), in-is.°
Invidia in corte , ovvero le i)azzìe del Dottor. Comedia in prosa. — Ve-
nezia, per Giacomo Dedini , 1688. — Ivi , per Domenico Lovisa, senz*ti^'
nos in- 12."
Bulogna jubilant. Pucma strampnlà fatt pr ci i ^llrgròzz dia iibenuiòn
d^ Vienna, prèisa d' Buda (> altor Tiazz in t' l'Ungari,. Morea e Dalmaiia
IHALETTI EMIUA>il. 4B7
Ja Zniv. Burliiitòn [Gnniniano Mi'(fnani) |>ocla ikm* ueoòrt. — Ferrara,
per il Poraatclli, iosa, in-s/' liistampato in Vologìui nel 1G90.
L' arvèina d' Troja, ovèir al brusampiiit d' Burtiòin Manzavàcc lìlatuiir,
dòv in ottava rema al cónta la so dsgrazla e '1 miseri di Trojan. Cun la
pròisa d' Buda, e altre coss del guerr tra i Cristian e i Ture (di Gemi-
niano Megnani). — Ferrara, per il Pomatelli , I680, in-8.° Ristampalo
in Bologna, nel iu9o.
Intermezzi fra Lindurèin 0 Sandròina. — Bologna , \Htr il Pisarri, senza
l'anno (igoo).
^Anticamera di Don Pasquale. Comedia del dottor Ranieri Cenci. — Bo-
ogna, per Gioscffo Longlii, IGOO, in-12.''
Lo Sdegno superato da Amore. Opera del dottor Ranieri Cenci. — Bo-
logna, per GioselTo Longhi, iGOi, ln-12."
La lèlsna novamèint aguzza dalla so nobilessima eumpagni, e za fundà
in Bulògna , purtà in ottava róma da Gcminiano Megnani. — Bologna, per
la stamiierìa camerale • IG92.
La Bernarda. Dramma di Tommaso Stanzani. — Bologna, I604.
Gli inganni amorosi scoperti In villa, o sia la Zancina. Scherzo giocoso
Ji Lelio Maria Landi , in versi bolognesi, rappresentato Tanno iGOe nel
teatro Formagliari di Bologna.
Povertà sollevata, ovvero l'Invidia abbattuta. Opera in prosa del Do-
rigista. — Bologna, per gli eredi del Santi, igog, in-12.**
La Zelida. Dramma di Tommaso Stanzani. — Bologna, igog.
Il principe più reale , che amante. Opera in prosa del Dorigista. — Bo-
logna, per gli eredi del Santi, igog, in-12." — Ivi, per il Pisarri, 1726.
La finta verità nel medico per amore. Comedia di Fabrizio Nani. — Bo-
logna , 1 703. f^i sono parlati i (lialclli bolognese e ììcrgamasco.
Rimedi pr la sonn da lèzr alla banzola. Dialoghi sei di Lotto Lotti. —
Milano, 1705. — Ristampato in Modena nel I704,in-4.^e nel 17 12, in- 12.",
per Bartolomeo Soliani.
I Litiganti. Opera satiricomica di Girolamo (ìigli. — Un pazzo guarisce
r altro. Comedia dello stosso autore. Ambcdite furono stampale in Venezia,
nel 1704. Fi sono parlati vari dialetti, fra i quali il bolognese.
La Bernarda. Comedia rusticale di Giulio Accursi. — Bologna, f 70tf.
Chi finge amore non può durare, ossia Tabarino affaccendato e deluso
in amore. — Bologna , |)cr il Longhi, f 70». Ivi il dottor Malinordine e
Tabarino parlano bolognese,
Arminio. Poemetto drammatico di Pier-Antonio Bernardoni Bolognese. —
Bologna, per il Pisarri , 170G, in-8.®
La sala degli incanti. OpcradiManastaSoltoginio(7umaÀ-o«SWi^((70s//>i<). —
Cremona , stamperìa Ferrari, I7ug, in-12."
II geloso di se medesimo. Dramma pastorale per musica di Pier-Antonio
Bernardoni Bolognese. — Bologna, per Costantino Pisarri, 17U7, in-o.**,
Il marito confuso. Dramma recitato in Bologna in casa Calderini dagli
Academici Costanti. Tanno i7o».
1^88 PARTE SECO.XDA.
Orìgine delle porte, strade, borghi, contrade, vie, viazzolì , piazioie,
salicate, piazze e trebbi delP illustrissima città di Bologna; di Giovanni
ZanU. — Bologna, per Costantino Pisarri , I7i8. Que$V òpera è un ittn/t'
ratio ristampato per cura di Camillo Scaligeri dalla Fratta (Adriam
Banchieri)^ nel quale i discorsi del Mercurio sono in lingua italiana, e k
descrizioni delle strade, borghi j ec. sono in dialetto bolognese.
Il padre accorto della figlia prudente. Comedia del Dorigista. -^ Bolo-
gna, 1715, in-i8.® Due interlocutori vi parlano i dialetti boiognae e ber-
gamasco.
Adria. Dramma marittimo di Pier-Jacopo Martello Bolognese , nel <|uale
si loda la città di Venezia. — Roma , per Francesco Gonzaga , itk, In-i.*
Tre amanti scherniti. Comedia in prosa ( d* autore anònimo ). — Bolo-
gna , per Costantino Pisarri , f 7itt.
Il Paggio fortunato. Comedia di Domenico Laffi. — Bologna , per il Pi-
sarri, 1716, In- 19.®
La libertà nociva. Opera scenica. — Bologna , per il Longhl , tenu
Vanno (i7i8). Otto sono gli attori in questo dramma, tra i qìuli Af. Boa
parla un cattivo gergo italO'francese, 7*accolino il dialetto bergamasco , ei
un dottor Bolognese il proprio. Questo componimento anònimo è ignoto atta
Drammaturgia.
Dozza rimpidocchiata col Molino Gazzino della Volatizza del Stoechi , e
la Pulla dei Barocchi. Dramma di Ermocrate Fabrizi, recitato l'annoi Tot,
in una villa del Bolognese. — Bologna, I7i8. — Ivi, i7se.
La Lisaura pellegrina. Comedia di Reginaldo Sgambati. — Bologna, senta
data, in- 12.^
Che bei pazzi ! Comedia in versi di Pier-Jacopo Martello. — Bologna, per
Lelio della Volpe, 17S5, in-8.°
Arianna Ditirambica. Comedia di Pier-Jacopo Martello bolognese. — Bo-
logna, per Lelio della Volpe, 17SS, in-8.®
Semplicità non è per le corti. Nelle ridicolose facezie di Bertoldino, di
A. C. Z. P. A. — Bologna, per il Pisarri, 17S3 , in-is.®
Anche il villano ascende per Impegno e denaro al consolato. Intemeiii
recitati nel dramma intitolato: Più pretesti ha r avarizia, che arliaon
raggira la malizia; rappresentatosi Tanno 17S7, in una villa del Bolognese.
Cuntrast d^ un òm e d^ una donna sovra V estad e V inverna. — Bolo-
gna, 1787, in-4.®
Lo starnuto d' Ercole. Dramma di Pier-Jacopo Martello bolognese. ^ Bo-
logna, per Lelio della Volpe, 1728, in-i2.®
Fior d'Agatone. Comedia di Pier-Jacopo Martello. — Bologna, per U^
della Volpe, 1789, in-8.°
Madama Ciana. Opera scenica. — Bologna, per Lelio della Volpe, itm.
QuesV òpera è inserita nel Voi. VI delle Opere varie d' incerto autore.
A re malvagio consiglier peggiore. Farsa di Pier^acopo Martello. — Bo-
logna, per Lello della Volpe, 175.%. in-8."
DIALETTI ENIUAtìI. 469
Teatro di Pier-Jacopo Martello bolognese. — Bologna, per Lelio della
^olpe, 175», in-8.°
El' dsgrazi d' Bcrtuldèin dalla Zèna , miss in rima da G. M. B. (Giuseppe
Ilaria Bovina) Acadèmic dal Tridèll d' Bulogna. — Bologna, per Costan-
tino Pisarri, I7S6.
Al mèdie fazii, o sia un rimedi squasi a tuU i mai truvà dal Crevalcorèis
ter divertimèint dia banzola. — Bologna, 17S8, in-is."
Smergolamento, o sia Piantuori eh' fa la zia Tadia del barba Salvester
la Tgnan, quand Sandrin so floi andò alla guerra T alter de. — Bologna,
ìeì Pisarri, 1738. Questo componimento è di Giulio Cesare Croci,
n festino dei barba Bigo dalla Valle (di G. C. Croci). — Bologna , per
I Pisarri, 1738.
La Simona dalla Sambuca , la quale va cercando da filare in Bologna ,
II G. C. Croci. — Bologna , pel Pisarri.
Vanto di due villani, cioè Sandròn e Burtlèin (di G. C. Croci), — Bo-
ogna , pel Pisarri.
Claccaramenti, viluppi, intrighi, travagi e cridalesimi , che si fanno in
lologna al tempo delle vendemmie, di G. C. Croci. — Bologna, per 11 Pi-
»aiTl.
Romori, intrighi, claccaramenti che si fanno nella contrada del borgo
I. Pietro e del Pradelio. — Bologna , per il Pisarri.
La gran grida fatta da Vergòn dalla Sambuga, per aver perso rasino
del suo patrone. — Bologna, per il Pisarri. Questo lèpido componimento,
iti pari che i precedenti, è di Giulio Cesare Croci, e tutti sono scritti in
IHìQua rùstica bolognese,
I dsgrazi d'Bertòid, d'Bertuldèin e d' Cacasènn. — Bologna, 17S8,
iii-4.*' Questi tre poemetti furono tradotti dall'originale italiano, comune-
mente attribuito a Pompeo Vizzani, in ottava rima bolognese, per cura
ielle due sorelle Teresa ed Jngiola Zanotti, delle sorelle Maddalena e Te-
'esa Manfredi, e di G. Gaetano Bolletti, Furono ristampati per Lelio della
IToIpe, a Bologna, nel 1740, in tre voL in-8.®
La Fleppa lavandara. Cumedia nuvessima in lèingua bulgnèisa. — Bu-
logna, In V la stampar! del Lung, i74i , in-is.®
La Ciaqlira dia banzola, o per dir mèi: Fol divèrs tradotti dal parlar
napolitan in lèingua bulgnèisa , per rimedi innuzèint dia sonn e dia ma-
Incunì. — Bologna, 174S. Questa versione dall'originale napolitano Cunto
la 11 Cunti è òpera delle sorelle Manfredi, e fu ristampata in Bologna, per
Gaspare de** Franceschi, nel i8is.
Véta dia Zé Sambuga nata in t' al cnuin de Diol , cun la nassita, véta ,
luzzèss e dsgrazi d' Zé Budella so fiola. Bologna, 1 743 , in-8.® Sono sei Canti
n ottava rima d'anònimo autore,
V ignorante presuntuoso. Comedia in versi di Pietro Zanotti Cavazzoni
lolognese. — Bologna, per Lelio della Volpe, 1743, in-8.®
La prudenza nelle donne. Comedia del Dorigista. — Bologna, 1748. yi
OHO partati i dialetti bolognese e bergamasco.
^60 PARTE SECONDA.
Invìd d*un diittòur bulgncis al barciiròl venczian eh' prumess d' far una
ranzòn pr ci felizessem nozz dèi sgncr còiit Jachem Marùll cun la sgnèra
cuntòssn Camelia Boccadferr. — Bologna, per il Pisarri, I7«2.
Gli sposi traveslili. Coniedia di Jacopo Angelo NellL — Slena , per 11
Rossi, 17»K, in- 18.^
Matilde, ovvero, li tre fratelli rivali negli amori delP incognita sorella.
Opera in prosa. — Bologna, per gli eredi del Pisarrl, senza l'anno, In-ii.*
Poesie italiane del dottor Giuseppe Pozzi. — Bologna, 176I. M tròoomi
tre canzoni in dialetto bolognese^ dw delle quali di D, Giulio Monile ed
una del Pozzi.
Al triónf di Mudnìs pr una seccia tolta ai Bulgnis. Poema ridécol tns-
porta in lèlngua bulgnèisa da un Academic dèi Tridèll. — In Modna, fl7«7,
in-4.® Qttesto poemetto è la versione della Secchia rapita del Tononi.
Bacco in Toscana, di F. Redi, con l'aggiunta dì CL brìndisi, ec. In ot-
tava rima di Tirsi Albeno. — Venezia, 1779. M Iròponsi qtMitro brindisi
in dialetto bolognese.
L^Asnada. Puemètt del sgnòr Clemèint Bondi tradott d' In Tuscàn lo
9ulgnèis. — Bulogna, S. Tmas d'Aquèin, 177». Tre canti in ottapa rima
di Annibale barloluzzi.
Rem d' Zambatcsta Gnudi da Bulògna, dedica ai dileltani d' lèingua
bulgnèisa. — Bulogna in t' la stamptirì d^s. Tmas d'Aquèin, 1770.
Poesìe di Giuseppe d'Ippolito Pozzi. — Venezia, 1776, in-s.** Nel terzo
volume di questa Raccolta tròvansi tre Canzonette in dialetto bologneu. •
Cun più rè rotta, la s' cunza mèi. Intermezz. — Bologna, 1778, Id-8.*
Pr la mort del sgner duttor Francesch Zanott e dia duttoressa Lauri
Bassi. Poesi de Francesch Longhi e d'Anibal Bartoluzz. — Bulogna, 1781,
in-8."
Poesie d'Annibale Bartoluzzi. — Bologna, per Lelio della Volpe, I78i.
Li Cittadini Bolognesi all'invitto generale Bonapartc. Sonetto. — Bolo-
gna, pel Sassi, 1798.
Sunet con la co , rezità dal ztaden Rampon al zirquel cuslitozluiial d*
Bulogna , in arsposta dal Sunet d' Cesarot, compost da vent ztaden dia
Sciga in t* al magazzen, Tultma sìra d' carneval. — Bulogna, pr elstamp
dal Geni democratic, 1798.
Su net t al merli di gentilessm spus nuv , la ztadina Teresa dal Re e al
ztaden Juseff Cursen. Sonetto segnato G. M. C.
In lod dr apparat fatt da Santèin Burzi lardaròl dai Casal, al giovedì
sant dèi 1 bo7. — Bologna , per Maselt.
Lunari bulgncis dal gran duttòr Balanzòn Lumbarda pr Tann 1807.
Bulogna, pr al stamp dal Sass.
Lunari bulgnèis dal gran duttòr Balanzòn Lumbarda, pr Tann bisest^tf
1 808. — Bologna , per il Sassi.
Al sgner Zvann Avon eh' s' aggroppa in matrimoni con la sgnera Mar^^
Guglieri al meis d' Lui dell' ann I800. Sonet con la co. — Bulogna , pr c^^
stamp dal Sass.
DIALETTI ENILIAMI. ^61
Pr ci inalrjnioiii del sgnour Marcantoni Malvasj cun la sgnoura Alarj
Sera. Suncl de Don Juscff Zampir. — Bulogna, isoo.
Pr ei nozz del sgnour Jiisfln (^uidalott e dia sgnoura Rachiina Malvasj.
tklio stesso autore.
Dods Sunett fall pr la mori de Sabast Taner , de Don JuselT Zampir. —
Bulogna, 1811.
Tslament d'Zanin Brandoli dctt Zanin dagr Istori. — Bologna, in t^ la
•Umperì dia Cloiuba.
Sunett per la Solenn proccssion general del ss. Sacramcnt per la parroc-
rhia d' san Gregori, ec. de Caniill Maccagnan. — Bologna, ibis , stamp.
Ila Clomba.
Vocabolario Bolognese-Italiano di Claudio Ermanno Ferrari. — Bologna,
isti, in-8.^
Sonetti vari di D. Ginsepi>c Zampicri — Bologna, issi.
Air egregio preclarissimo giovine signor Pietro Bigalti, cui viene confe-
'Ita la laurea dottorale in chirurgia nella pontificia università di Bologna
i luglio 1821. Sonetto in lingua italiana e in dialetto bolognese di Luigi
lontalti.
Zerudèll sciòlti in Icngiia bulgncisa da divertirs in t* i dsnar e in T e
ienn al Garenval, dedica ai dilettant Zerudlèsta da Bonifaii Cadoai. —
lotogna, I8SI , in la stamp. dia Clomba.
Raccolta di componimenti in dialetto bolognese. — Bologna, per Rie*
lardo Masi, I8t7. Questa raccolta, che (Uy^eva èssere ripartita in dódici
niumij In incominciata sotto la direzione del Ferrari autore del Vocabo-
ario bolognese , sin dal 1 827 , in cui venne in luce il I volume j contenente
lulogna travata dal guerr zivil di Lambertazz e di Geremì. Pocmètt scher-
èvol in uttava rèma, e in 7 Cani, di G. C. C. (Gregorio Conte CasoU),
felP anno successivo i ss 8 fu publicato il li volwne, che racchiude EgrOper
r Loft Lott, purgale dalle tnende ortogràficìte delle anteriori edizioni di
^rma^Mòdcna, ec. Quindi l'edizione fu sospesa, e solo nel isso venne
ontinuaia sino al voi, VII inclusivo. Il Ili racchiude Egr Oper d' Fran-
èsch Mari Longhi; t7 ir, Varii puesì d' divcrs, e zioè d'Gnudi, di du
^ngbl, d'Annebcl Bartulozz, d'Benfna', d'Tartaja e d' Ferrari; il V^ Al
'entameròn d' Zuan Aléssi Basile, o sia cinquanta fól detti dadll donn in
enqu giurnàt. Traduzion dal napuletan in Icngua bulgncisa. Seguita a
uU al VI ed aneli al VII volùm , dov s* attrova aucb El dsgrazi d' Berlul-
ièin dalla Zèina d' Zòiser Cròus. — Bologna, tipografia di s. Tommaso
l'Aquino.
Progetto d'ortografia bolognese, d'un Accademico del Tritello (Il prof.
X Gio. Bait. Fabbri). — Bologna, 1828, per le stampe del Nobili.
Vocabolario Bologiicse-l tediano, colle voci francesi corrispondenti, com*
«lato da Claudio Ermanno Ferrari. — Seconda edizione ln-4.® Bologna ,
ipografia della Volpe, lass.
Iteen'aiiòn zeicst fatti dal Duttòur Truvièin souvra l'ann 1856. — Bu*
462 PARTE SECONDA.
•
logna, dalla slainpari dal Sass. Già da <Ucuni iécoU ti pùbUeano Almamoc'
chi con varie poesie e prose in dialetto bolognese, sicché sarebbe to^erchit
ed inùtile impresa il citarli ad uno ad uno. Quelli del Dottor Balanzòn Lom-
barda e del Dottor Truvlèin sono tra i più antichi e più accrediiaii. Nei'
Vanno 184S fu instituita in Bologna una società di giovani studiosi pel
tnigliorametito de' patrii almanacchi , e negli anni successivi gareggiarono
tra loro le due Società del Vecchio e del Nuovo Truvlèin, inserendo^ ogni
anno scritti di pùblica utilità su vari argomenti econòmici^ igiènici, te.
Bastino questi cenni per ciò che spetta agli Almanacchi,
Canzon per brusar la vecchia a mezza quaresima. — Bologna , IM7,
tipografia della Colomba. Foglio volante. Questa Canzone ha malia eeUbriti
in Bologna, ove parecchie persone la recitano a memoria. La pàbiiea cpi"
nione l'attribuisce alle sorelle Manfredi; tutti gli anni se ne fanno nmm
edizioni.
Quanto alle poesìe volanti e d* occasione, sono pure in nùmero cofuiife-
revole, specialmente quelle degli ùltimi anni, sicché troppo ùmgo iarebbs
V enumerarle partitamente.
Romag:«olo.
Francesco Piero da Faenza. Comedia nuova stampata in Fiorenza ad
istanza di Baldassar Faentino sul principio del secolo XV , in-8.* M toi
contadino parla il dialetto romagnolo, e propriamente il FaeniimL
Vocabolario Romagnolo-Italiano di Antonio Morri. — Faenza, per Plelio
Conti , 1840 , in-4.® È questo il primo libro pubUcato intomo ai dialetti
romagnoli, troppo negletti e sprezzati da quelli stessi cìu li parlano. U
Morri, nella Prefazione al suo f^ocabolario, dichiara di non conóscere ve-
runa produzione èdita in questi dialetti; nello stesso anno peraltro oènnerù
in luce alcune poesie in dialetto Fusignanese, nell* òpera seguente:
Scelta di poesie italiane e romagnole di Don Pietro Santoni Fusignanese^
raccolte da Giacinto Calgarini. ^ Lugo, pel Melandri, 1840, in-8.*^ Ddk
100 pàgine di questo libro 40 racchiùdono poesie vernàcole.
Poesìe Forlivesi di A. G. {Acquisti Giuseppe), ~ Forlì, dalla UpograHi
Casali, 1844, in-s.**
Modenese.
Contadinesca in lingua rustica, detta la Menga o Zia Tadeia, fatta per
intermedio deirAminta del Tasso. Ridicola assai e morale insieme, — MO'
dena, per Bartolomeo Soliani, less, in-ie.**
Canzòn in lingua mudnèisa sovra la gran moda d* quel femen che s^ dmam^
den mezz-pataj , ch^ vren tgnir al bazil alla barba a tutt^ el dam. —
Modna, 1778. Con licenza di soperior.
Canzone per la ricuperata salute di monsignor Fogliani vescovo di
dena. — Modena ( isoo incirca. fYi scritta da un certo dottor Fnrmri).
Mille voci modenesi colle loro corrispondenze toscane. Senan indlcailoD^
DULETTI EMILIAMI. ^05
veruna. Questo Saggio di Vocabolario Modenese fu inserito in un /ilma-
nacco net i oso incirca, publicato per gli eredi Soliani, ed è òpera det vi-
vente dottor Ercole liegginnini.
Keg<ìia!«o.
Sancì run da Huvalta strolegh modem, spernostic per Tan 17S0, e suc-
cessivi. — Reggio, pel Davolio. Qìiesto pronostico è stampato in foglio; dal
principio detto scorso sècolo continuò sin verso il 1 700, e contiene varie poe-
sie satiriche in lingua rùstica reggiana j e propriamente det villaggio di
RivattUi celebre j)et palazzo che vi esisteva degli antichi Estensi,
Le nozze di contado. Mascherata fatta in Reggio nel carnevale delP an-
no 1752. — Reggio, pei Vedrottl, in-*.** di pag. eo. Jn questa raccolta di
poesie trovasi il Sonetto d' autore anònimo in dialetto reggiano urbano in-
serito nei precedenti Saggi.
Al Contaden astròlcgh. — Reggio , pel Davolio. Questo Diario fu pubti'
cato"^ netta seconda metà del sècolo passato» e continuò parecchi anni. Con»
tiene alcuni discorsi in dialetto riutico reggiano.
Scartafaz d'Ambrosoun Sgarbazia incoun il lunazioun, fesl mobl e
stabi, ec. — Reggio, pel Davolio, i76«-t770, in-8.° Questo almanacco,
publicato pure nella seconda metà del sècolo passato, contiene vari discorsi
in dialetto rùstico. Nel 1771 cangiò formato , e fu publicato in-folio.
Lunari Arsan per Tann i82«-20. — A Rezz, da Tursan e Comp., in-8."
Oltre alta prefazione in versi rimati, questo Lunario contiene varie poesie
pure in dialetto reggiano. L'anònimo autore fu il conte sac. Prevosto /tocca
di ìteggio, morto ne/ 1 osi.
Dizionario Reggiano-Italiano. — Reggio , tipografia Torrcggiani e Comp.
i8S«, 8 voi. in-8.^ L'anònimo autore è il vivente dottor Gio. Batista Ferrari.
Lunari Arsan per Tann I84i-4tt. — Reggio, tipografìa Torrcggiani e C,
in-8.* Questo lunario^ che ha per molto: E sferzo il vizio, e chi sen duol
s* accusa , contiene una prefazione in versi rimati, e varie poesie in vario
metro, t^vna e te altre in dialetto reggiano. V anòìiimo autore è il vivente
canònico Ferrante Bedogni.
yarie poesie d' occasirtne furono ancora publicate in questo dialetto, 0 in
foglietti volanti, o inserite in alcune raccolte.
Lunario Reggiano 1846. — Reggio, presso (*. Davolio e figlio. Questo
votumetto racchiwte molte brillanti poesie vernàcole, fra le quali emerge la
versione di buona parte deWJrtc Poetica d'Orazio. L'autore è parimenti il
prof. Bedogni.
Ferrarese.
Traducion del caos in otava rima del plus iiuani i)erfelto dottor Gratiano
Forbosoni nella sua lingua. — In Venelia, per Fioravantc Prati, f tt90, in-4.''
Le renio e quindici conclusioni in ottava rima del plus quam perfetto
404 PARTE SRC0.1DA.
dottor Gratiano Forbesoni da Francolino, ed altre nanlfatture e composi-
tioni nella sua bnona lingua. — In VcncUa,pcr Floravante Pratl^^fl »eo,Tin-4.*
La Pazzia. Comedia di Pietro Bagliani, comico Unito, detto II dottor
Graziano Forbesoni da Francolino. — Bologna, per Teodoro e Clemente
Ferroni, 1624, in-4.^
I Prugnostich per V ann i tss , cumpuncst da Barba Maurell Stuppion
{Ambrogio Baruffàldi), Arzdor d' la villa d' Cona. — Frara, pr al Fllon,
17B8, in-i6.®
Piccaja Zemgnan Stelazocc d' rArcivcscovà. Sunett air Eminenilsslffl e
Reverendissim Prenzip Lisandar Mattel di Duca d' Giov Arclvescuv d'Fn-
ra. — In Frara, par i Ercd d' Giasef Rinald. Senza dato, in foglio PolmUe,
Al Eminentissim sgnor Cardinal Zanmariè Riminald PatrizI^Frares, Su-
nett. — El Marangon d' Cà Riminalda. — In Frara. 178S, pri Ered d' Glutei
Rinald. Fbglio volante.
Arnesi Baluosa Marangon d* Cà Riminalda in znoch ai pie d' r Eminen-
tissim sgnor Cardinal Zanmariè Riminald eh' sta par turnar a Roma. — Id
Frara, par i Ered d' Giusef Rinald, 1786. Foglio volante.
La lum dal manegh. — Dialoghi famigliari in lingua ferrarese compoiti
da Ubaldo Magri Farolfi, e dedicati air onesta e gentile vllleggiatara di
Quartesana. I7i9. Sono contenuti nel Ili voL delle Opere postume di Gi'
rolamo Baruffaldi, — Ferrara, 1787, in-8.®
Vocabolario portatile Ferrarese-Italiano delPabate Francesco Kaimini. —
Ferrara, per gli eredi di Giuseppe Rinaldi, isott.
Al sgnor Giusef Bonlei, cir sposa la sgnora Lucrezia Zacco ,^un so co-
sin. — Frara, da Checch Pumatel, i8is. Due sonetti, in-8.^
Chichett da Frara {conte Francesco jéventi). Lunari nov con sturielii e
mattieri per Pann 1896. — In Frara, stampa da Francese PumateU, in-8.*
Questo lunario continuò ogni anno dal isto sino al presente, e racchiude
molti graziosi componimenti vernàcoli.
Per la sulennissima illuminazion fatta in tutta la città d' Frara , espt
zialment alla fazzada gottica dal Dom', con Tappendiz d'una machina d'
fogh artiflzial in unor, gloria, congratulazion dal nov Eminentissim agnor
Cardinal Gabriel d' la Genga Marches Serniattei Arclvescuv amatissIiD d' la
Diocesi Fraresa. Sunett Vemacul {di Giacomo Maria Bottoni). — Frara, da
Bresciani. Foglio volante.
I Plagulò d' Frara. Diàlugh in Frares pr al Lunari dal 1849. Frara, par
Dmenagh Tadel. — Questo lunario, nel quale trovami raechiuH oUwù
diàloghi e barzellette in dialetto, cominciò nell'anno f 849^ e amtitmò U-
nora nei successivi.
Maiitoyano.
Vocabolario Mantovano-Italiano di Francesco Cherubini. — Milano, p^c
Gio. Batista Bianchi e C, 1897 , in-8."
nUl.LTTl EVILIAM. Hf^ìi
Pahmiuumi.
Il Possidente in villa. Lunario dilettevole ed istruttivo per Pannoiso». —
'arma, per Giuseppe Paganino, in-Sl.^ Hawi un diàiogo^ nel quale alcuni
HterloaUori parlano il dialello riulico parmigiano.
Strolgament dil Strcl, pr Fann isitt, msurad a braz con el forca da
lu branz, dal Qiporal Quattordcs Cazzabal dia Villa d'Figazzel.^ Penna,
n-i6.^ Questo Almanacco generalniaiie conosciuto col solo nome di Cazza-
lal , fu incominciato circa alla metà dello scorso sècolo, dal parmigitmo
9. Innocenzo Sacchi, e fu poi continualo con poche interruzioni sino a noi.
Valwlta ne vennero in luce nello stesso anno due o tre, collo stesso titolo,
eòtene diversi. Gli stampatori che successipometite lo publicàrono tono :
àchem Blanchon, Ross Ubèld, FIupp Cannignàn e Jàchem Ferrari. Eui
contengono alteniumcntc poesie in dialetto urbano e rùstico,
lì StrcU compassud con la rocca dalla Fodriga da Panoccia. — Penna,
n-ie.** Questo Almanacco è conosciuto col solo nome di Fodriga, ed ebbe
ìrineipio incirca al tempo del Cazzabal , col quale rivaleggiò. Ebbe pure
forie interruzioni e vari stampatori.
Glornal pr Tan bisestil isio compost da Luigion dal Belli Braghi. —
'arma, per Flip Carmignan, In-S4.®
L^Occfalon Parmsan, Lunari ncuv pr Fan bisestil iste, compila da Boi-
lifazl Occialon Barbcr d* Parma. — Parma, pr Flip Carmignan, in-S4.**
Oltre ai citati Almanacchi, furono publicati ogni anno Lunari in foglio
"dante, con poesie vernàcole, dei quali basterà rammentare i seguenti:
El matrimoni dia siora Majen sartorcina con Fifola el calzolar. — Par-
sa, pel Paganino, f aio.
Descours d'Catan. — Parma, iB2o.
La Festa in cantclna. — Parma, |K'1 Carmignani, lasi.
Il Servi eh'' meuien el nas al so patron. — Parma, |)el Paganino, losu.
L^Avvocat Tridura eh' tcus la difeisa dil servi. — Parma, pel Donati, 183 o.
Avis a chi s' veul maridar. — Parma, pel Donati, issi.
La pressia dil fieuli per tour mari. — Parma, |X!l Donati, issa.
El Mond rè na comedia. — Parma, pel Donati, isas.
I Fanatich pr el Lott. — Parma, pel Donati, isas.
El Mond neuv. — Parma, pel Donati. 1854.
Manera nocuva d' far la barba. — Parma, pel l^aganiao. ifts^s.
Hìmedj pr la gelosìa. — Parma, pel Donati, I85«s.
Contrasi tra la nona e la ncnra. — Borgo s. Donino. |>cl Vecchi, iss».
Contrast dia siora Malcontenta mojora del sior Imbrojalmond , con la cn-
siuera la Potaccionna. — Parma, pel Paganino, iosa.
La Famìa d' Fifola al calzolar. — Borgo s. Donino, pel Vecchi. IRSO.
El Mond alFarvors. — Parma, pel Paganino.. 1837.
El Mond dia Lònna. — Borgo s. Donino, pel Vecchi, io»?.
406 PAETC SECONDA.
La Cuseina Ka|M>litaua. — Parma, pel Lucchini, 18S7.
Il festi d' Nadal. — Parma, 1838.
Lunari Parmsan del 1838, Per chi veul buttar via i strazz,E faralmc-
ster d^ Bllchlazz.
El Matrimoni dificoltòus. — Parma, pel Ferrari, isso.
La Montagna dei Giudizi. — Parma, 1840.
San Crespen eh' fa Pissaloli zavaten , mari dia Trecla con Fracass mei-
8ter d^ musica arrabida. — Parma, pel Ferrari, 184S.
I Zercadòur da dzor (di tesoriy — Parma, pei Ferrari, 184S.
Gran Academia vocala e istrumentala. — Parma, pel Ferrari, 1843.
I vilan a la moda. — Parma, pel Paganino, 1844.
I Vestiari a ia A/a^ sicché. — Parma, per Rossi-Ubaldi, I84tt.
Dizionario Parmigiano-Italiano di Ilario Peschiera — Parma , stamperìa
Blanchon, issa, 3 voi. ìn-s.^
Piacentino.
La Pilligraeiiia vedva d^ Isidori Ficcapartutt zavattaei e strolegli. Lu-
nari In dialceutt Piasintaci par Fann issa. — Piaseinsa, dai stampadour
Tedeschi, in-i8.®
La Pilligraelna pajaroìula, ch^ ha sposa al cceug Speina-Carpan. Lunari
in dialceutt Piasintaci par Tann 1840. — Piasensa, dal stampadour Tede-
schi, in- 18.®
Catalogo di voci moderne piacentino-italiane, del canonico Francese»
Nicoli!. — Piacenza, pel Tedeschi, isss.
Vocabolario Piacentino-Italiano di Lorenzo Foresti. — Piacenza, pei Fra-
telli del Majno, isse.
Pavese.
Poesie per relezione in Kettor magnilico deiri. li. università di Pavia
del proL D. Pietro Tamburini. — Pavia , 1700 , per Giuseppe Bolzani. ^'
trwansi due componimenti in dialetto pavese.
Dizionario Domestico Pavese-Italiano. — Pavia , dalla tipografia Bixzo-
ni, 1820. Questo piccolo Saggio di Vocabolario è diviso in due parli, deU<:
quali la seconda contiene il Dizionario Italiano-Pavese. Un voi. in-s.** di n^
pàgine.
Un Nuovo Passatempo per Tanno iSss. Almanacco. — Pavia, per Bit'
zoili; 1832. Questo almasiacco fu publicato per tre anni consecutivi, e con-
tiene varie poesie di qualche pregio, che sono di Giuseppe BignaìnL
II vecchio Cioralctt del 1 783. Nuovo almanacco per V anno bises^^^*^
1836. — Pavia; per L. Landonl.
I du prim mes del Cholcra in Pavia , Ottav o^d Sirei Cara ( Siro Ca ^^'
li). — Pavia, Fusi e C. 1036.
Saggio di poesie pavesi, almanacco per ranno bisestile 1856 di O
DULETTl EHIUANI. 467
( Giuieppe Bignami ). — Pavia , libreria della Minerva di Luigi Landooi.
Que$V almanacco forma la continuazione del Nuovo Patioiempo^ del mede-
simo autore, e fu publicato per quattro anni eomecutivi. Ivi trovami varie
poesie originali , ed alcune versioni di mèrito in dialetto pavese , ira le
quali quelle del Lamento di Cecco da Varlungo e dclPAmante scartalo del
Baldovino
Vocabolario Pavese-Italiano ed Italiano-Pavese di Carlo Cambini, dottore
In ambe le leggi. Pavia, Tipografìa Fusi e Comp. istto. Un volume in^A di
S46 pagine» delle qìtali 888 racchiùdono tutto il Vocabolario PavesC'Ita-
iiano. Se quindi alla tenuità del volume si aggiunga, che Vaulore v* inseri
buon nùmero di voci che sono prette italiane, come aqua, aquila e simili^
névi hanno significazione diversa; che talvolta le voci italiane opposte
alle corrispondenti vernàcole, o non esistono, o non furono mai usate ; o
meglio ancora, che in lutto questo lavoro non si scorge un piano diretto
da sano criterio ad un fine determinalo^ sarà manifesto, che questo Vaca*
bolario non è gran fatto migliore del sumtnentovato dell'anno 1889. — In
tanta povertà di mezzi, siamo lieti di poter annunziare ai nostri lettori,
che altro lavoro di simil gènere condotto con maggior diligenza e dottrina
a buon fine esiste manuscritto in I^via, lasciato morendo dal benemèrito
pavese Robolini ad un profcsiore emèrito di quelV Università, onde fosse
amplialo e publicato. Nutriamo quindi fiducia, e facciamo cakU voti^ onde
il dotto legatario, intèrprete dei desiderii del defunto e dei viventi^ voglia
riempire con sollccHùdine quctta deplorala lacuna.
Errato C«rrlfe
Pfig. Zi9, riga 2 4'%}i Borgotarese Frignanese
»9 zìi, *9 z Ramo BoLOGNui Gruppo Bolocnisi.
'» sei . *f I Si sopprimano le parole Dulitti Romacmoli.
PARTE TERZA.
DIALETTI PEDEMONTANI
59
I
CAPO I.
§. 1 . Dmsione e posizione dei dialetti pedenumfani.
I (linletli pedemontani sono oltremodo importonU, collegàn-
dosi strettamente nelle estreme loro modificazioni oeeidentali
cogli oocitÀnici, mentre a mezzogiorno si fóndono nei liguri, ad
oriente coi lombardi e cogir' emiliani.
Questo ragguardévole i*amo della famiglia gatto-ilàlica è con-
terminato, a settentrione, dalle Alpi graje e dai monti che divi-
dono i tronchi superiori della Val Sesia e della Valle d'Aosta
dalle sottoposte valli del Cervo, dell'Orco e della Stura; ad
oriente, dal corso del Sesia, che sino alla sua foce nel Po lo
di\ide dai dialetti lombardi, e qnindi da una linea trasversale
che da Valenza sul Po raggiunge, serpeggiando, l'Apennino presso
Bobbio, per la quale è separato dalia regione dei dialetti emi-
liani; a mezzogiorno, dalle Alpi marittime e dall'Apennino ÌU
gure; ad occidente, dalle stesse Alpi marittime e dalle graje,
lungo le quali va fondendosi nei dialetti occitànici.
In tanta estensione di territorio, avuto riguardo alle più sa-
lienti e caratteristiche dissonante nella pronunzia , nella forma
e nelle radici ,' esso divldesi in tre gruppi distinti , che dalla
regione rispettivamente occupata possiamo designare coi nomi di
piemontesCj canatìese e monferrino. Ciascuno poi consta di un
maggiore o minor nùmero di svariate favelle.
P^slslone. Il gruppo Piemontese è il più diffuso; esso oc-
cupa tutta la regione occidentale conterminata, a settentrione,
dalle Alpi graje e dal corso del fiume Orco; ad oriente, dal corso
dello stesso fiume sino alla sua foce nel Po, indi da una linea
serpeggiante attraverso i colli del Monferrato, h quale congiunge
472 PARTE TERZA
la foce dell'Orco con Asti; e per ùltimo dal tronco superiore
del fiume Tànaro che dalla sorgente suH'Apennlno ligure discende
sino ad Asti; avvertendo, che il corso dell'Orco separa il gruppo
piemontese dal cana^exe^ e la successiva linea serpeggiante col
tronco superiore del Tànaro lo dividono dal monferrinoj a mei-
zogiomo, è conterminalo dalla catena delle Alpi marittime che
separano la Provenza dal Piemonte, intersecala fra le due sor-
genti del Tànaro e della Stura meridionale; ad occidente, dalle
Alpi marittime e graje che dividono il Piemonte dalla Francia
e dalla Savoja.
Il gruppo Canaipese^ che, come abbiamo avvertito, ad occi-
dente confina col ptemontese lungo il corso dell'Orco, si estende
a settentrione sino ai monti che dividono il Pjémonte dal du-
cato d'Aosta; ad oriente raggiunge la destra sponda del Sesia
sino alla sua foce nel Po, lungo la quale si fonde nei dialetti lom-
bardi; e a mezzogiorno è conterminato dal tronco del fiume Po
racchiuso tra le due foci del Sesia e dell' Orco.
Questo medésimo tronco segna appunto il confine scttentrio*
naie della regione occupata dal gruppo nwn ferrino^ il quale,
seguendo le linee da noi superiormente tracciate, ad oriente é
cx)nterminato dai dialetti emiliani^ a mezzogiorno dai /ìgtirì, e
ad occidente dai piemontesi,
E quivi pure gioverà ripètere la generale osservazione da noi
premessa nelle due P^irti precedenti, tornare cioè affatto impos-
sibile il designare con precisione il luogo ove un dialetto finisce
e l'allro incomincia, ciò che avviene per leggeri e quasi im-
percettìbili gradazioni; e doversi quindi risguardare le linee su-
periormente designate come diametri di altretante zone più o
meno larghe, lungo le quali i dialetti di due gruppi, o di due
famiglie distinte, vanno assimilandosi e fondendosi insieme. Di
qui appunto deriva l'indeterminato nùmero di varietà nei dia-
letti d'un medésimo gruppo, del quale gli estremi di due op-
posti confini differiscono tra di loro assai più , che non ciascuno
d'essi coU'cstrcmo della famiglia o del gnippo limìtrofo. '
Incominciando ora dal gruppo Piemontese^ esso è rappresen-
talo dal dialetto Torinese ohe ne è principal tipo, e che in ogni
direzione si distende lungo la circostante pianura, lungo i colli
DIALETTI PCDBM01TA3II. 475
e le moltéplici valli che dalla cerchia delle Alpi, quasi raggi con-
cèntrici, convèrgono verso In capitale; so non clie^ di mano in
mano che c'inoltriamo su per l'erto dei monti, il dialetto pie-
montese, trasformandosi, assume alquante forme dei dialetti oc-
citiinici, ciò che porge nuovo interesse al linguista che nell'in-
corrotta favella dell'alpigiano scopre ancor vive le vestigia della
lingua dei Trovatori. E perciò in questo gruppo è d'uopo sce-
verare i dialetti del piano e della parte inferiore dei monti da
quelli delie più alte pendici. Tra i primi, i principali sono: il
Torinese^ Vj4slifjmno^ il Fossavese^ il f^aldesc ed il Lanzese.
Il Torinese è parlato con leggere varianti, oltre alla capita-
le, in tulli i circoslanti paesi, inoltrandosi a mezzogiorno, su
per le valli sino a Chcrasco, Savigliano, Saluzzo e Pìnerolo; e
ad occidente sino a Susa.
L\<fstigiano è proprio della città d'Asti é del rispettivo terri-
torio, nel quale a poche miglia di distanza verso occidente si
va assimilando al Torinese^ e verso oriente si fonde nel gruppo
Moììferrino,
Il Fosmnese ò parlato nella parte superiore della valle della
Stura racchiusa fra Savigliano e Dalmazzo al disopra di Cuneo.
Il f^aide^e è proprio di tutta la valle di Luserna presso al
versante settentrionale del monte Viso.
Il Lanzese è parlato nella valle della Stura settenlrionale,
all'imo della quale va assimilandosi al Torinese,
Tra i secondi, che distingueremo col nome di alpigiani^ o
meglio coir aggiunto di occitànici^ sono da notarsi i dialetti se-
guenti: quel di Linioìie^ parlato alle falde del colle di Tenda;
di Faldieri^ parlato nella valle di Gesso; di Fiiuidìo^ proprio
degli abitanti del più sublime tronco della valle Stura meridio-
nale; di CasteliiMgno^ presso alle sorgenti del Grana; di Elva e
AìAccegiio^ presso alle sorgenti del Macra; di San Peiir^ parlato
nel tronco superiore di valle Varàita; di Oncino^ posto presso
alle sorgenti del Po; di Finestrelle^ parlato in tutto il tronco
superiore di vai Clusonc; di Giaglione e d'Ow/x, verso le sor-
gènti della Dora Riparia; di F'iù e di Usseglio^ presso quelle
della Stura settentrionale.
Il gruppo CanaQese^ che abbiam veduto racchiuso fra l'Orco,
474 PARTE TERZA
il Sesia, TAIpi ed il Po, consta pure d'un nùmero raf^uardèvole
dì svariate favelle. Esso è rappresentalo dal dialetto di /creo,
ehe con leggere modificazioni è parlato io tutta la regione rac-
chiusa tra la Dora Bàltea ed il corso dell' Orco^ Ivi è solo distinto
per proprietà speciali il dialetto della Fai Soanay parlato nei
villaggi d'Ingria, Ronco, Valprato e Campiglia. Nella regione
poi racchiusa fra la Dora ed il Sesia prevale il dialetto di Biel-
la^ che si distende con poche varianti in tutta la sottoposta pia-
nura; e verso i monti sono da sceverarsi il dialetto di AndomOs
che quasi anello congiunge il gruppo canavene col lombardo-
verbanese^ e quello di SèUimo Fi Itone posto presso al confine
del ducato d'Aosta.
Il gruppo Monferrmo^ posto fra il Tànaro e l'Apennino ligure,
è rappresentato dal dialetto Alessandrino^ parlato non solo io
tutta la pianura d'Alessandria e tra ì vicini colli , ma altresì lungo
tutta la valle della Bòrmida sino a Bistagno al di sopra d'Acqui
Più oltre prevale il dialetto d'Alba^ che si parla con lievi luo
dificazioni nella regione superiore fra il Tànaro e la Bòrmida
e per ùltimo, il dialetto di Mpndoù^ che per gli elementi ete
rogènei onde consta, congiunge il gruppo Piemontese al Man
ferrino^ ed entrambi alla famiglia dei Liguri. Meglio poi d'ogni
altro segnano il passaggio dal Monfcrrino alla famiglia Ligure
distinti dialetti del Cairo^ sulla vetta deirApennino presso Je sor
genti della Bòrmida, di Garcssio e di Onnea^ presso quella del
Tànaro, ove la Liguria & divisa dal Piemonte.
§. 3. Proprietà distintile dei tre gruppi Piemontese ^
Canas?ese e Monferrino.
La prima e la più ovvia osservazione sommaria generale pec
la quale i tre gruppi piemontese^ canaK>ese e monferrino appàjon
distinti fra loro, si è la complessiva forma di ciascuno, che ri -"
vela nel primo le impronte caratteristiche dei dialetti della Frai»^
eia meridionale, nel secondo quelle dei dialetti lombardi, n^=^
terzo quelle dei liguri, per modo che l'aspetto loro si assi
mila rispettivamente a ciascuna di quelle disparate faiuiglie.
Questa generale distinzione per altro non è se non il risaltai- '
niALnm pedbmoxtaxi. kJìi
inenfo di molle pecaliarì differenae che riehièggono ORdiligenle
e circo$tanuato confrontò, e delle qiuili apptmterMDo le procipiie
e le più caratteristiche.
Primieramente, il Canacese distlngueai dagli altri due grappi
per la terminazione in àr di tutti gli infiniti dei verbi di prima
Gonjagazione, che il Piemontese od il Mtm ferrino volgono in è :
Italiano andare parlare fnre 9iarc
Canavese andar portar far star
Piemontese
m| - . S «wdè porte » fé stè
\ andè porte ' fc
Il Mofìferrino alla sua volta «i distingue dal Piemontese e dal
Canavese, permutando d'ordinario in o^, iè le finali dei parti-
cipi, che gli altri due volgono in àit^ d, è/, tV, o altrimenti:
Italiano dato fatto andato detto
Monferrino daè fai andai dU
Piemontese dàit fàit andaìt dit
Canavese dèt fèt andèt dit
Questa distinzione deriva dalla proprietà dei Monfrtrino di
scambiare sovente in i le tt delle sillabe finali delle parole,
direndo tant per tanti^ tii per tntli, e slmili. Per una tal pro'^
prìetà, mentre questo gruppo distìnguesi dagli altri due, va as-
similandosi ai lombardi d'oltre Po ; che anzi dobbiamo avverti-
re, come la stessa penetrasse ancora in alcuni dialetti del gruppo
Canavese, posti lungo il Sesia ad immediato contatto coi dialetti
verimnesi, ai quali pure è comune.
Da uno degli escmpj succitati appare altresì, come il ilfoa-
ferrìno scambi talvolta la u in t pura, ciò che parimenti Io
distingue dagli altrj gru(>pi.
Italiano tino tutti fosse gettare
Monferrino in tii ' fissQ bilie
Piemontese ) „ .. ^.. i butte
Canavese ' ' ebUltir
Il Piemontese poi va chiaramente sceverato dagli allM due
gruppi per la proprietà quasi eseluftiva di ripètere ì pronomi %
non solo quando esprìmono il soggetto, ma eziandio ipiandorap-
Ì76 PARTB TERZA
presentano raltribalò d'una proposizione. A meglio chiarire una
tal proprietà valgano alcuni esempj : noi abbiamo visto nei dia-
letti lombardi ed emiliani ripètersi costantemente nelle seconde
e tene persone dei verbi il pleonasmo dei pronomi: lì le dhet,
lu el dii^ oppure le la dt<, per (ti dici, egti^ o ella dice ^ ove ti
te^ lù el^ lo la sono ripetizioni dello stesso pronome, sebbene
sotto forma diversa. Lo stesso avviene nei dialetti pedemontani
di ciascun gruppo, ove per lo più lo stesso pleonasmo ba luogo
eziandio nelle prime persone singolari e plurali: miio^.li toSj
chièl a fà^ noi i òma^ ec. per io ho^ tu hai^ egli ha^ noi ab-
biamo^ ec, ove mi t\ equivalgono ad io io; ti t\ tu tu tu^ e
cosi di sèguito; ma in questi esempj, che dimostrano la proprietà
stessa comune a tutta la famiglia gallo-itàlica, i pronomi sono
sempre rappresentanti il soggetto del verbo; laddove nel gruppo
piemontese lo stesso pleonasmo ha luogo eziandio quando i pro-
nomi rappresentano l'attributo:
Italiano egli mi ha detto io l'ho creduto tu /' hai perduto
Piemontese chièl m'à dime mi ito vdùlo ti t tas perdùh
Canavese chièl m'd dit mi i l\ù mt ti t' Té pers
tionferrino culaia m^à dio me a Vò vht ti f fas per».
Di qui si vede come il Piemontese ripeta il pronome iitt e lo^ che
fa le veci dell'attHbuto, sofBggèndolo ai participi , ciò che non
ha luogo in verun caso nei dialetti degli altri due grappi.
Lo stesso avviene colle particelle pronominali , ossia coi pro-
nomi reciproci, ove il pleonasmo è di règola:
Italiano egli ne ha (atto ne è stato si è perduto
Piemontese chièl n'à faine n*è stane s'è perduse
Canavese chièl n^dfèf n'è stèt . s'èpers
Monferrino cul-là n'd fai n'è stai s'è pers.
Sebbene esclusiva del gruppo piemontese , questa proprietà
rinviensi ancora nel dialetto di Mondovì , il quale porge il »n^
gelare fenòmeno di riunire i caràtteri più salienti dei due gruppi
piemAntese e monferrino, mentre più d'ogni altro si assimilai
alla fahiglia' ligure. Ed è appunto per questo che, mentre pò— ^
Irebbe a buon dritto associarsi al primo gruppo, abbiamo prefe —
rito rannodarlo al secondo come più omogèneo nella comples-
siva sua forma.
DIALETTI PEDSHONTANI. -il77
Italiano r ha nsto r Im baciato s'è alzato gli ha detto,
Mondovl r'd vistro r'à bwtàro s'è aiissàse u fd dije.
In questi esempj , se il pleonasmo è caratteristico del piemou-
tese^ ì pronomi rOjU per loj egli, sono alla lor volta caratte-
ristici del gruppo motiferrinoj e lo distinguono dagli altri due.
Che ami le medésime voci ti, ut, er, rOj ra valgono talvolta a
rappresentare, oltre ai pronomi personali, anche gli articoli il,
lo, la, come presso i dialetti liguri.
Italiano il padre il cielo del pane la parte
Monferrino er pari u sé der pan ra part.
Altro caràttere distintivo dei tre gruppi abbiamo nell'uscita
dei futuri dei verbi, che è sempre in o oppure ai nel primo
gruppo, ù nel secondo, ed ò nel terxo.
Italiano
IO dirò
io farò
io porterò
io andrò
Piemontese
. . t • ••
mt 1 atro
t faro
1 portro
i andrò
Canavese
mi i dirti
ì farti
i portrù
i andrà
Monferrino
me a dirò
a farò
a portrò
a andrò.
Molte sono le varianti caratteristiche di simil fatta alte a sce-
verare i tre gruppi, l'esposizione delle quali comporrebbe un
trattato grammaticale, anziché un ràpido Saggio quale ci siamo
proposti di tracciare. Numerose varianti sono da notarsi altresì
nella pronunzia, la quale è più stretta nel piemontese, e resa
aspra dal frequente accozzamento di molte consonanti per la
soppressione delle vocali radicali; più aperta, più vocalizzata e
sonora nel monferrino, che segna il passaggio alle vocali aperte
dell'emiliano; più piana e più schiacciata nel canavese, che
sente dell'influenza lombarda.
Inoltre è caratteristico nel Pieìnontese un suono nasale affatto
distinto dal nasale lombardo e francese, il quale è assai tempe-
rato nel Monferrino, e si dilegua presso che interamente nel
Canadese.
Cosi il suono delia 6 tanto frequente nel Piemontese^ va sce-
mando nel Canavese, e si dirada oltremodo nel Monferrino.
Altra serie non meno ragguardévole di radicali dissonanze
fra i tre gruppi ci pòrgono i lèssici rispettivi , in ciascuno dei
%78 PARTE TERZA
qnali si trova un nùmero stragrande di radici strane e primitive
ignote agli altri due. Ed è invero a lamentarsi, come in tanta
dovizia di materiali e in tanto commercio dì studj , non si sia
pensato sinora a raccògliere le voci proprie di tante separate
provinole, che avrebbero arricchito la scienza etnogràfica di
importanti rivelazioni; dappoiché, per quanto ci consta, di tutta
la vasta regione pedemontana furono compilati sinora più o meno
copiosi Vocabolarj solo della parte piemontese propriamente
detta, restando negletta la canavese e la monferrina non meno
di quella importanti. Che anzi della stessa piemontese le ricer-
che vennero ristrette ai dialetti del piano e delle città precipue,
trascurando i^ prezioso patrimonio dei monti; ond'è che non
troviamo nei vocabolarj piemontesi le voci icerre^ bar bar j baiché,
usate ad Acceglio ed a Valdieri per scégliere^ dimpare^ perdèè;
né le congiunzioni abUj 6m, bo, avó^ &nbOj usate sulle alpi ma-
rittime e graje per esprimere con, le quali ricordandoci Yab
delle lingue romanze, ci pòrgono Tetimologia dell' apec dei Fran-
cesi, dcirr7;)po e dell'ambo degli Italiani.
Per la stessa ragione non vi si rinvengono le voci (jori, dUrbi.
colle quali alcuni dialetti canavesi esprimono padre, né bot, cet,
miilj pojiij toisónj colle quali altri esprimono fujlxo, né cento e
cento altre strane radici, che pur meritano la seria attenzione
del linguista.
Se non che tutte queste voci strane appartengono solo ad
uno 0 a più dialetti , non mai a tutti i componenti Tuno o Tal*
tro gruppo, e perciò ci riserviamo a pòrgerne un Saggio nel
seguente Vocabolario, come pure preferiamo appuntare nel se-
guente paràgrafo le proprietà più salienti, che, sebbene comoni
ad alcuni dialetti d'un medésimo gruppo, non lo sono di tatti.
§. 5. Proprietà disiinim dei sìngoli ditUettì*
Nel gruppo Piemontese abbiamo superiormente distinto i dia-
letti del piano e della .parte inferiore dei monti dagli alpigiani^
come quelli che pì>ù si accostano alle forme occitàniche; a rànder
ragione ed a chiarire nel tempo stesso questa prima divisione
sommaria, valgano alcune osservazioni.
IHALETTi PEimiOIITA?!!. i|79
Priiìiicraincntc^ d'ordinario gli alpigiani risòlvono in dittonghi
alcuno vocali radicali italiane, che il piemontese conserva:
Italiano padre fratello muqjo tocca
Piemontese pare padre fratèl mori toca
Alpigiano pàire pdiri fràire fràiri muèro tuòccia.
Più sovente ancora raddolciscono il suono duro della e, scam-
biandolo nella ci italiana, in quelle voci che i Francesi raddol-
ciscono pure, permutandolo nella sibilante eh.
Italiano peccato capretto cantare calzare
Piemontese pecà cavrèt cantè cauBsè
Alpigiano pecià ciabrì ciantàr ciamsàr
Francese péché chei?reau chanter chamser,
Pònnutano ancora nello stesso suono et italiano là t nelle sil-
labe fmali la, tCj ti, te, tu, ciò che abbiamo notato come ca-
ratteristico del grup[)0 monfcrrino a distinguerlo dal piemontese.
Italiano detto fatto quanti ptmta giunto
Piemontese dit fàit quanti ponta riva
Alpigiano die fai quanè puncia^ gitine.
A simiglianza dei dialetti occitànici, alcuni alpigiani fatino
plurali i loro nomi e gli aggettivi aggiungendovi un' 5, che pro-
nunciano:
Italiano i porci i miei amici le femmine allegri.
Alpigiano lus cuscutns 7nuns nmis leu femmes allégres.
Nella costruzione di alcune frasi gli alpigiani, seguendo la
forma occitànica, preméttono al verbo il pronome recìproco,
che i Piemontesi pospongono, come gli Italiani.
Italiano per levarsi di ritornarmene per godermi
Piemontese pr le\?cse d'artornèmne pr yòdcmla
Alpigiano per se levar de Wi'cii tornar per me regiui
Francese pour se Icver de m^en retourner pour me rejomr.
Per ùltimo il vocabolario dei dialetti alpigiani è molto più
afline a quello degli occitànici , che non il piemontese. Basta
notare le voci maisàn, valés, repàt^ cuàiin^ répondii^ rienj
baiché^ e tante altre voci quasi prette occitàniche, delle quali
inseriremo le più comuni nel seguente Saggio di Vocabolario.
4(80 PARTB TERZA
Ciò premesso, fra le proprietà più caratteristiche del dialetto
Torinese ^ e quindi ancora della maggior parte del groppo dal
medésimo rappresentato, sono da notarsi:
La frequente elisione delle vocali nel mezzo delle parole,
che ne rende aspra, la pronunzia coli' accozzamento dì molte
consonanti di sèguito.
Italiano ancora per menare minuto wto tottométterlo
Torinese dcò pr mnè mnu vóti solnwtlo.
La mancanza del suono z duro italiano caratteristico dei dia-
letti lombardi occidentali e dei francesi, coi quali confina, al
cui posto sostituisce il suono della s dura.
Italiano prefazione colazione grazia avanzare sosianza
Torinese prefassion colassión grassia oQamè iosiansa.
La soppressione della sillaba finale re nei verbi terminanti in
italiano in ere breve. '
Italiano scrìipere rompere ridere riconóscere
Torinese «cwc rompe rie arconosse.
La permutazione in è grave o aperto dell'uscita in are del
verbi di prima conjugaziòne.
Italiano andare amare , fare addocchiare lodare
Torinese andè urne fé docè lode.
La mancanza del suono italiano sCj al quale sostituisce la x
dura.
Italiano conoscere scimìa suscitare scégliere scena
Torinese conosse stima stissilè seme ^ setia.
La permutazione delle sillabe iniziali ra^ ri in ar.
Italiano raccomandare ribàttere rimproverare ricetta
TorìiQiese arcomandè arbatte arprocè arsela.
La permutazione dell' al nel dittongo àu quando si trovano
unite in fine di sillaba.
Italiano alto alzare calzare scaldare, vca/ce
Torinese àut aussè .c<jiussè scaudé caussina.
Talvòlta ancora evita l'accozzamento delie due consonanti cr^
scambiandole in cher.
UALBTn KOnCONTANI. 481
) crédere créscere lièvito crepare credenza
se cherde cherse chersènt cherpè cherdema.
stigiano è oltrcmodo affine al Torinese partecipando gc-
rate di tutte le sue proprietà caratteristiche^ con leggere
»ni. Se non chc^ essendo posto a confatto col gruppo man-
ì^ ne sentì l'influenza cosi nella pronunzia, che nel pe-
è più sonora, come nelle voci, alcune delle quali sono
Eristiche del Monferrino ^ come p. e. cost-^ui^ che il pie-
le esprime con cost-sì^ o chial-sij f et per a^te e ta-
ire.
sta influenza per altro del Monferrino è molto più mani-
eli' o^dgiaiio rùstico j ove appàjono gli articoli «r^ ra^ ro
{O dei piemontesi 'Ij laj dove la ùj come nell' Alessandri-
cangia talvolta in i, dicendosi titt per tuttij ^nì per ve-
bitte per btittèj ossia méttere^ gettare. Per questo appunto
IO detto, èssere Y astigiano l'anello che congiunge il gruppo
itese al monferrino^ sebbene quello che si parla nella
'Asti sia quasi idèntico al torinese,
tesso dobbiam dire del Fossanese, il quale si distingue a
iena dal Torinese per una pronunzia più stretta che solo
ì orecchio può sceverare, e per qualche modificazione
SI di voci, come frèl per f ratei j 9ilèt per vitèl^ e slmili.
3rò si vada scostandosi dalla città per entro i monti, la
favella vi assume alcuni caràtteri dei dialetti alpigiani
ali confina.
I, p. e., a Cuneo i participj dei verbi che nel torinese
» in àitj si volgono in cit.
e aìidato
fatto
dato
mandato
stato
se andàit
fàit
dàit
mandàit
stàit
andeit
fèit
dcit
mandeit
stèit.
più distinto dal Torinese si è il dialetto Faldese parlato
ila valle di Lnserna, il quale sebbene partecipi dei prin-
caràtteri di quello, pure segna chiaramente il passaggio
smontese all'occitànico. La sua pronunzia è alquanto pia-
m sopprimendo le vocali intermedie, e talvolta ancora
Jo le finali. Scambia d ordinario la vocale o in u, ciò che
Dgue dagli altri dialetti piemonlesi.
Piemontese 5
tornerò
berrò
tumarèi
beìtrH
tornarò
■
beK>ro
iornarài
bevrài.
482 PARTB TEhZA
llaliano lo appressare servitore órdine padrone con
Valdese In apprucià servitù urdine jmtrirn run
Piemontese 7 ansine srvilór órdin padrón con.
A differenza dei Piemontesi^ termina tutti i verbi della prima
conjugazione in d.
italiano dimandare baciare toccare omtMizzare tornare entrare
Valdese demanda basa tocca massa tumà intra
Piemontese dniandè base tovhè masse artortìè intri.
s.
. Dlstìnguesi pure dagli altri piemontesi colla terminaiione fi
nella prima persona del futuro, in luogo di ó\ ai.
Italiano dirò farò le^rò
Valdese rfiréi farei ^ Icptrèi
diro faro levro
dirai farai /eprdt
Del resto così la costrazione, come il vocabolàrio sono allatto
slmili al piemontese.
Varcando.il Po, troviamo nell'opposta valle di Lanzo il dia-
letto Piemontese affatto sliiiile a quello della capitale. La sola
differenza di qualche importanza consiste in alcune voci meno
usitate nel piano, come veilàt^ frcl^ per vitello^ fratello^ enel-
Tudcita in d degli infiniti dei verbi di prima conjugazione, come
abbiamo avvertito nel Valdese.
Italiano menare mangiare fare chiamare tìrowre
Lahzese mnà mingià fa ciamà traoà.
Alcune varianti di maggior conto riscòntransi nel superiore
dialetto di Curio ^ la cui forma sebbene. affatto piemontese, pare
se ne discosta per alcune dissonanze. Ivi appare in molte voci
il suono a dei dialetti emiliani, come: /a/, anddt^ stàt^ e in tutte
le seconde persone plurali del presente dei verbi: andà^ fiiitd^
pur tu ^ e così di sèguito.
Come il Valdese, scambia quasi -sempre la o in ti, dicendo:
sgnur^ cnmpassiiin^ fiùr^ truvàr^ merita^ moru^ per signore^
compassione^ fiore ^ trovare^ mèrito^ muojo.
Come i dialetti del gruppo canavcsc , col quale confina , ter-
mina gli infiniti dei verbi di prima conjugazione in ar^ ciò che
segna a|>punto il passaggio dall'uno all'altro gruppo; come:
DIALSm PEDBMONTANI. 485
r, sunàr^ seraìr^ star. Questo passaggio viene segnato
i dair intrusione di alcune voci che non sono prette pìe-
isi, o meno usitate.
ro caràttere che distingue il dialetto di Cono da quelli
rimo gruppo si scorge nelle uscite delle prime e terze
le plurali dei presente indicativo. Le prime sono sempre
mentre il piemontese termina in ernia.
10 mangiamo andiamo facciamo stiamo chiamiamo
mingién andén fasén stasén ciamén
mtese matigióina aììddma fótna stóma ciamóma.
tene in «n muto, laddove il piemontese termina in o.
IO fmwqiano andà^a%vo facevano abbiano opépano
màngien andà{>en fasieìi àbien avien
mlese mangio andaf^o fasto dbio opto.
r tal modo è abbastanza dimostrato, come si progredisca
iradi dall'uno all'altro gruppo, e come quindi tomi gene-
fite impossìbile il determinarne con precisione i rispettivi
li. Il passaggio ràpido e compiuto dall'una all'altra favella
ne solo allora^ quando si trovano a contatto due lingue
>l9 affatto diversa, come l'italiana e la tedesca nel Tiralo
Friuli, 0 due dialetti il cui sistema fònico è essenzialmente
io, come il milanese ed il bergamasco confinanti snll'Adda.
che una tale repentina separazione abbia luogo, oltre al-
inseca dissonanza delle favelle, richièdesi ancora, o una
ile Imrriera, o una divisione politica, il cui concorso ne
malagevole e quindi meno frequente il commercio reciproco.
>cedendo a favellare dei dialetti alpigicmi^ abbiamo testé
Itali alcuni caràtteri pei quali distlnguonsi dagli altri pie-
«j, e vanno assimilandosi agli occitànici. Per non cader
i in soverchie ripetizioni, accenneremo ancora ad alcune
ielà, per le quali ciascuno va distinto dagli altri,
lialotto di Limone possiede i due suoni distinti del z ita-
r il duro cioè in alcune voci, come mozzar^ azzàl^ ed in
in luogo della /, dicendo: c//c, faz^ tiiz^ per detto ^ fatto ^
-ed il suono dolce che sostituisce in luogo della gi italiana.
r ■
IO ièiangiarv giudicare giusto giurare
le mauzàr ziidicàr ziisto zUrdr.
kSh^ PARTE TERZà
Pennuta sovente nelle voci la e in a, ciò cbe ne rende la
pronuniia molto aperta.
Italiano ancora bene degno entrare sempre preso
Limone ancara ban dagn antràr sampri pras.
Termina in dn accentato le prime persone plurali dei presenti
dei verbi, che i dialetti di Valdiéri, Vinadio, Acceglio, Castel-
magno e talun altro volgono in én. '
Italiano mangiamo cominciamo andiamo stiamo
Limone manzàn comansàn anàn stàn
Vàldieri mengén coniensén anén sten.
Il dialetto di Faldieri alla sua volta disànguesi dai circo-
stanti per la forma che suol dare ai futuri^ che è pure ocdti-
nica, o meglio francese.
Italiano dirò farò porterò custodirò
Vàldieri vai dir mi far vai portar vai gardàr
Francese je vais dire faire porter garder
Il dialetto di Finadio^ oltre alla forma complessiva delle vod
e delle frasi, che ancor più degli altri si accosta alle occitàniclie,
ne va principalmente distinto per una pronunzia nasale assai
stretta, e per una forte appoggiatura solle vocali finaS, che
produce un canto distinto.
La terminazione in o dei nomi femminili è un caràttere strano
che distingue i dialetti di JccegliOj S. Peyre^ Ondno e Gis-
glione dagli altri alpigiani; valgano d'esempio: la daresiiOj ina
vesto j la primo vestimento ^ campagnOj mùsico ^ chestó allegrioj
ì quali nomi, come si scorge dagli articoli, conservano il gènere
femminile.
Il dialetto di. Finestrelle è talmente composto di voci e frasi
francesi raccozzate insieme con sintassi francese, ma forzate alla
forma e desinenza piemontese, che anziché un dialetto italiano^
sembra un dialetto francese travestito all'italiana. All' udirlo
parlare, si direbbe là favella d'un Francese, che si sforza itafia-
nizzarla per farsi intèndere. Così p. e. Fotre fràire è vengH, e
volre papà à tiià Un vel gra^ perché ch'a l*à trubi an éwK
sandà. Una semplice occhiata alla versione della Paràbola, che
soggiungiamo qui appresso, varrà meglio d'ogni altra spiep-
zione a pòrgerne il preciso concetto.
DIALETTI PBDBMOTrANI. I|SB
Non lasceremo per altro di notare^ come esclusiva e peculfore
di questo dialetto^ V uscita in èie della prima persona singolare
nel futuro^ come nei seguenti esempj:
Italiano dirò trwerò andrò • leverò narò
Finestrelle dirèic Irubarèic nuarèfc, ievarèic serèic.
Del pari che quest'ultimo i dialetti di Giaglione e if (htlx
potrebbero per le loro proprietà caratteristiche dirsi piuttosto
francesi che piemontesi^ non serbando di questi se non diboli
traccie. In essi infatti compàjono i stioni i e ij non che le II
molli, ignoti ai picmohtesi propriamente detti, e sì famigliari e
frequenti nei francesi, dai quali ancora attìnsero e Tocabolarlo
e forme gramniaticSìli. Non mancano per altro di elementi basti-
voli -per èssere collegati agli alpigiani itòlici, quali sono il
pronome eufònico itj come: n l'è tnrnàj u réte perdu, e simili:
la forma sintètica di alcune frasi, e alquante radici loro pecu-
liari. Noteremo ancora come caràttere proprio di Oulx il suono
Ih che in alcune voci sta invece della Sj e nel dialetto di Gia-
glione la voce ot per haj che non trova riscontrò veruno negli
altri dialetti ^pedemontani o francesi.
Per ùltimo, nel tronco superiore della valle di Lanzo, segna-
tamente a f^iù e ad Usséglìoj i dialetti partecipano egualmente
dei piemontesi e dei francesi. Rozzi ed informi, non pòrgono una
fisonomìa loro propria, ne un caràttere determinato, tranne
quello d'un' assoluta irregolarità nelle forme, d'nna pronùnzia
initerta e d'una mistura di voci, che accennano ad un accoz-
zamento dei varii dialetti circostanti, riunendo più o meno le
peculiarità da noi accennate degli altri dialetti alpigiani.
Nel tracciare le proprietà distintive dei tre gruppi, abbiamo
notato alcuni caràtteri più salienti che più generalmente rin-
vèngonsi nei dialetti del Canadese j fra i quali abbiamo annove-
rato come varietà distinte dal rappresentante comune d'Ivrea,
ì dialetti dr Val Soana, di Biella, di Andorno e di Sèttimo Vittone.
Sebbene le poche dissonanze ivi appuntate, màssime nelle
flessioni dei verbi e dei loro participi, valgano a sceverare II
gruppo canadese dal piemontese ^ ciò nulladimeno non sono ba-
^tèvpU ad imprimervi un aspetto distinto; che. anzi d(d)biamo
avvertire, come il Canavesa si assimili nel resto al primo gruppo
5*
il 8 6 PAITB TEBZA
avendo coiuuoe collo stesso e la pronunsia, e la sìotassi, e poco
discordando nel lèssico. Ciò vale per i dialetti racchiusi fra
l'Orco e la Dora Bàltea, rappresentati da quello d'Ivrea, e
appena, distinti fra loro per leggere e non curàbili difiiereiize;
ma non già per le varietà summentovate, le quali diffèrlsoono
considerevolmente, non solo dai Piemonlest^ ma altresì dai vi-
Cini Canave^i.
Tra queste emerge anzi tutto il dialetto delia frolle Soana^
parlato nei villaggi d'ingria, Ronco, Valprato é Campiglia, che
presenta lo strano fenòmeno di pronunzia, forme e radici ignote
a lutti i circostanti, e che può quindi considerarsi come un dia-
letto separato e distinto da tutti i tre gruppi. Noi lo abbiamo
posto nel Canavesej non già perchè vi abbia maggior rapporto
di affinità, ma solo per ragione geogràfica, trovandosi nel mezzo
di questo.
Tra le molte speciali proprietà che lo distinguono, noteremo
nella pronunzia up suono aspirato ben distinto in alcune voci,
ed appena sensibile in molte altre; la permutazione del suono
ca in cfGj dicendo ciaussàrj cia$*eslìaj cevrèij ciargiàtj per cal-
zare j carestia, capretto j caricare e slmili; manca del suono o,
comune a tutti i pedemontani e lombardi; ed in generale è scor-
révole, dolce e sonoro, evitando l'accozzamento di più conso-
nanti, e facendo uso frequente dei dittonghi e dei suoni jf«éji
che sostituisce sovente al duro ed aspro delle medésime lèttere.
Quanto alfe forme delle voci, sono per lo più affini alle fran-
cesi, mentre quelle deUe frasi e della sintassi sono prette ita-
liane. Sono da appuntarsi le flessioni dei verbi nelle terze per-
sone, che serbano la caratteristica latina t nel singolare, nt nel
plurale, avvertendo che vi è pronunziata, e non già solo scritta
per ragione etimològica, come nel francese.
*
Italiano ha avesse viene era apeiMi voto» entraste
V. Soana hat ii$$et vint éret aoéil voléii intràssei.
Cosi pure nelle terze persone plurali;
Italiano fossero moripoiio mangiano damano ai:òitBofio
V« Soana (O^seni cre9àfw^i ciictmt donàwsht w?ànmnL
Più di tutto per altro questo dialetto disthiguesi da tutti gli
altri 'per «na serie di radici affatto strane ed evinsi vamenla sue
DIALETTI PKOIIIO?ITANI. 487
proprie^ come gorì e dùrbi per padre j cospa per cotay poglìn
per figlio; mnrcàr per fnafigiare,e molte altre delle qiialì por-
geremo un Saggio nel seguente vocabolario.
il dialetto di Biella j e con esso un buon nùmero dei circo-
stanti, distìnguesi dai dialetti posti sulla riva destra della Dora,
per la flessione dei participj , cbe finiscono in aij Uj come dadj
dièj anziché in ètj per la terminazione in é negli infiniti dei
verbi di prima conjugazione, che gli altri canavesi volgono in
ar; nel che si collega ai Piemontesi / come pure, a simigKanfli
di questi, fa uso costante del pleonasmo nei pronomi reciproci
e personali, dicendo: s^è aussàse, s*n*è andàsne^ al Td vdùlOj
evitato sempre dai Canavesi,
Distìnguesi pure dagli uni e dagli altri pel frequente uso del
suono se italiano, che sostituisce alla ci^ dicendo: fiorscét, «cto^
pansciaj per porci j ciòj pancia. Nel resto partecipa più o meno
dei caràtteri, così del piemontese, come del canavese e del
monferrino.
I dialetti di Àndomo e di Sèttimo Fittone, posti al setCén-
trione di Biella sui monti, e che possono risguardarsi come va-
rietà di quello che parlasi in Biella stessa, ne dilTerlscono solo
per una pronunzia più rozza, e per alquante radici, che pale-
sano origine latina, come: andà an obia, per andare incóntro ^
obviam ire; recollcèj dal latino recollectum j per raccolto j t?e-
slimenta per vesti j ed altre. Sono pure da notarsi radici strane
co^ nell'uno come nell'altro dialetto; per le quali vanno dagli
altri distinti, come: matj malètj toisón, mùl, miilètj iper figlioj
tòij mglittj pricà^ squajàj per majale, famej dircj anwiaszare.
L'AlessandrinOj e con esso i dialetti parlati nella campagna
cìreostante e lungo la valle della Bórmida sino al di sopra di
Acqui, sono precipuamente caratterizzati dalle proprietà già men-
tovate, quali sono: la permutazione della u in ij come tiij per
tutlij l'artìcolo er, pel maschile, e ra pel femminile, che fanno
der^ arj dar, dra, ara, darà, nei casi obliqui; la sostituzione
della i alla t nelle sillabe finali di molte voci, come quanòs
ièèj étàòj andaòj per quanti, tetto, statOj andatoj e la costante
presenza dell'eufònica u, che talvolta fa le veci del pronome
egli^ e più spesso lien luogo deir eufònica a degli altri dialetti
piemontesi e lombardi.
488 PARTE TERZA
Ciò non pertanto a questi caràtteri dobbiamo aggiùngere l'uso
di vòlgere le o in n nel maggior nùmero delle voci, màssime
in fine di sUlaba :
Italiano pì'esto giòvnm órdine trovare tornato aiìcora lontano
Ales»." presta giuQu iirdìn truvè turtid ancvra lantdH.
Come pure nelle flessioni dei verbi che i Piemontesi tèrmi-
nano in'o:
italiano anda\^anio mangiano suonàimno credevano
Alessandrino anda^^u mangiu snnavu cherdìu
Piemontese andato mangio sunaro cherdio.
L'uso di permutare le terminazioni iuo^ iiia^ in én^ étina na-
69^, dicendo: sUadén, sitadénnos stivalénj eassénna^ per citki^
dmOj cittadina, stii^alinoj cascina^ e slmili.
E per ùltimo l'uso di alcune voci peculiari , come ist per
questo, che ricorda Viste dei Latini, acstj ocst-cAt ^ per cosi, o
qui, che accennano, del pari che la pronunzia, all' influenza
del gruppo emiliano col quale confina a mezzogiorno.
Risalendo il corso della Bòrmida e del Tànaro il dialetto moit*
ferrino si accosta al piemontese^ così nelle forme come nelle
voci, per modo che, dopo avere già assunto in Bistagno la ó
piemontese, che T Alessandrino appena fa sentire in poche voctì,
depone in Alba alcune proprietà distintive, e ne riceve altre
dai Piemontesi medésimi.
Ivi infatti cessa la permutazione delle u in t e delle I in è;
ed incomincia il pleonasmo dei pronomi reciproci, affatto carat-
teristico e distintivo del Piemontese j cosi pure a molte voci
proprie del monferrino succèdono voci e frasi piemontesi.
• Ciò non pertanto, insieme alle altre proprietà monfeirine,
vi perdurano e la u eufònica, e gli articoli ed i pronomi er,
ra; roj che stringono in un solo fascio questo gruppo, assimi-
landolo alla famiglia ligure; e questi articoli e tutte' le altre
proprietà distintive accompagnano i dialetti della parte superiore
delle due valli del Tànaro e della Bòrmida sino alla vetta del-
l'Apennino, ove gradatamente si fóndono nei liguri limitrofi.
Il dialetto di Mondooi, che, come abbiamo altrove avvertito,
riunisce i principali caràtteri del monferrino e del piemontese,
si distingue da entrambi per una pronunzia più aperta e più
DIALETTI PF.DFVO^TAM. 489
vocalizzata, facondo uso ili molti dittonghi in luogo delle «em-
piici vocali, come lìiàitit, per mento, fluitivi, dàwa, ftcnMÌù'ffj
aùraj per vonkn, lUnm^ fonioK'a, ora, e slmili. Distìngiiesì an-
cora pel suono duro della z ignoto agli altri gruppi, dicendo: si
per qui; auzè, tnazzès preziiis, per alzare^ ammazzai^ j prezioso.
Raggiungendo la vetta dcirApennioo, troviamo a Millèsimo,
ar Càiro e a Montenotte il dialetto monferrino con tutte le sue
proprietà, e con una tinta dei liguri, resa manifesta dalla mo-
dificassione di alcune desinenze, dall* elisione della r in alcune
voci, come: senitùi, per senitori , e dall'introduzione di qual-
che parola e frase genovese.
Questa tinta ligure è assai più forte e prevalente nei dialetti
di Gatessio e dì Ormea, che per gli elementi oqdc constano
p<'>ssono del pari èssere classificali nella ligure famiglia, assimi-
landosi alle favelle vernàcole della riviera di ponente. I caràt-
teri quindi che li distinguono dai rimanenti del gruppo monfer-
rino, si desùmono egualmente dalla pronunzia, che dalle formd
e dal lèssico. La prima è dolce e scorrévole, per l'affluenza delle
vocali e dei dittonghi, per la frequenza dei suoni t^ i , t o §,
e per l'uso di evitare le voci tronche, terminandole per lo più
in vocale.
Le forme sono afl'atto liguri nei participj , che iinlscono iA
aciOj iciOj oppure àOj tiOj io:
Italiano ilolo detto aìidnto vtaiulato %*eimto sentito
Garessio dado dìcio andào mandào tynSo sentìo.
Sono liguri nella permutazione della p in c^ dicendo via,
inchsi', per più, vinpìrsi^ e simili; e lo sono del pari nella sin-
tassi, che non è punto diversa dalla genovese.
Nel dialetto poi di Ormca le forme liguri prevalgono talmente
sopra ogni altra, da non poterlo collegare in verun modo al
ramo pedemontano; noi Io abbiamo qui inserito, perchè tro-
vandosi sul versante settentrionale dell' Apennino, e formando
parte della valle del Tànaro, è ancóra politicamente racchiuso
nella Provincia di Mondovl ; perchè avvenendo la successiva
trasformazione dei dialetti monfcrrini e piemontesi in liguri
per gradi, se ne trovasse in questo il compimento, e valesse
quindi di opportuno riscontro agli studiosi, e d'introduzione alla
400 PARTE TERZA
famiglia figuro, ohe, a Dio piacendo^ ci proponiamo di svòlgere
in una futura publicazionc.
Tali sono le più ovvie e più caratteristiclie proprietà atte a
sceverare sommariamente fra loro i singoli dialetti di questo
rimo importante, per quanto è possibile determinarle nella con-
fusa congèrie di tante favelle più o meno fra loro diverse. Ciò
non pertanto, a provare la maggiore o minore esattezza delle
esposte osservazioni, e meglio ancora a pòrgere un'idea più
generale e adequata dell' Indole di tutti questi dialetti e dei loro
scambiévoli rapporti^ varrà un attento esame delle seguenti
versioni della Paràbola dvl Fiijlio Prodigo j non che dei Saggi
di Letteratura vernàcola che soggiungeremo più oltre.
§. k. Ossen^zioni grammaticali in generale.
Il principio ordinatore che generalmente collega in una sola
famiglia tutti i dialetti gallo-itàlici non viene punto meno nei jm»
defnontani, sebbene in apparenza dissonanti dagli altri. Diciano,
in apparenza, avuto riguardo ai sistema concettuale, ossia a
tutto ciò che costituisce la forma grammaticale dei medésimi,
mentre le dissonanze nella pronunzia, ed in conseguenza nella
forma più b meno alterata delle singole voci, non che appa-
renti, sono assolutamente reali.
Tutti i dialetti pedemontani mancano d' una vera declinazione
dei nomi, valendosi degli artìcoli e delle preposizioni italiane
dij aj dttj in^ coUj per^ e simili, onde precisare nel discorso le
varie relazioni dei nomi stessi colle altre parti. Gli articoli sono
sempre gli stessi italiani ilj lo , uno^ pel maschile ; laj tma, pel
femminile; e sono espressi in varia forma, giusta le varie pro-
nunzie. Il maschile determinato vi è rappresentato colle voci el^
7j Tj lOj lHj erj *rj ro, Uj til, che nel plurale fanno i^ lij gij il
femminile dalle voci luj ra, che nel plurale fanno Icj rej e si gli
uni che gli altri si contraggono nelle preposizioni, come in ita-
liano, per dinotare i varii casi, facendo: del, d*l, der_, dn, dal,
dcla, dia, dra, oppure al, alu, ar, ala, ara, e cosi nei rispettivi
plurali. L'articolo indeterminato è in, un, ^n, inna, unoj 'mi.
I gèneri che per lo più vi sono distinti, sono i soli due oa-
DiALrrn peokmoxta^ii. 40 i
turali, maschile e femminile; e qnesta distinzione yi è determi-
nala in vario modo; priroieramenle col mezzq dell' articolo, ohe
è abbastanza diverso nel nùmero singolare, ma non sempre nel
plorale, màssime in alcuni dialetti; in secondo luogo, eoa voci
diverse, il che avviene solo per distinguere il. maschio dalla
fémmina in alcune specie d'animali indigeni, come *l bò, e la
vacca^ proprietà comune a tutte le altre lingue; in terzo luogo,
col mezzo della terminazione, che spesso è in «^ oppure in o
pel maschile, in a pel femminile, e terminano Hspettivamente
in I ed in # nel plurale. Questa règola per altro in tante svarhite
favelle, delle quali il «trattore più costante si è una continoa
irregolarità, va soggetta ad un nùmero indefinito di eccezioni,
non solo da dialetto a dialetto, ma eziandio in ogni singola fa-
vella; di modo che sì richiederebbe un lungo trattato ad esporre
compiutamente solo le principali nozioni sulla distinzione dei
gèneri. Bensì appunteremo come un fatto di somma importanza
la differenza di gènere applicato ad un medésimo nome dai varj
dialetti, differenza assai più ripetuta, ove si raffrontino i dialetti
pedemontani alla lingua comune d' Italia, nella quale sono maschili
parecchi nomi,, che in varj dialetti son di gènere femminile, ed
inversamente ; come l' aratro j il pipistrello j che dlcònsi in piemon-
tese la slòira, la rata-volòira. Non v'ha alcun dubbio, che rac-
cogliendo i copiosi materiali di tal fatta sparsi nei moltéplici dia-
letti delle valli del Tànaro, del Po, delle due Dorè e del Sesia,
raffrontandoli fra loro e colle altre famiglie vernàcole, e risa-
lendo alle origini, si otterrebbero rivelazioni di somma impor-
tanza per r etnografia e per la storia; giacchè^ non a caso i7 sofe
che è di gènere maschile nelle hngue latine, è femminile nelle
germàniche, e inversamente la luna.
Anche 1 nùmeri dei nomi, come in italiano, vi sono distinti
e per mezzo degli artìcoli, e colle desinenze. Gli artìcoli non
sempre, e non in tutti i dialetti, sono snfficienti, valendo talvolta
lo stesso artìcolo per ambo i nùmeri; né sempre bastano le
desinenze, che variano indefinitamente, e pòrgono sempre nuove
accezioni. Ciò nullameno, tenendo conto dell'uso più ripetuto
in maggior nùmero di favelle vernàcole, la desinenza t distin-
gue il plurale maschile, la e il femminile, e nel maggior nù-
492 PARTS TERZA
mera dei dìaleili al|;)igiartì ancora la j?^ come in fufli i dialetti
francési'. L'uso prevaiente per altro di troncare le voci, elidendo
It ùitime vocali, rèndono jnìpo$sil)ile, per lo più, lo sceverare
il singolare dal plorale senza il soccorso degK articoli.
Gli aggettivi, per lo più, sono corrnzioni delle voci Italiane,
•ec4:ettuate le radici indigene e forse primitive pecnliari di da-
acjiQo. Nessuna legge per altro ne règofa la formayjone, tranne
per avventura quelle che derivano dall'Italiano, come a cagion
d'esempip TafOssionc delle patiticene itij dis al positivo per
rènderlo negativo, nelle voci nti/^ inulti^ giinlón, iUsgìl^tóSj ed
altretali. Per la distinzione dei gèneri e dei nùmeri, seguono le
poche varianti clie abbiamo accennato nei nomi; e divengono
diminutivi, aumentativi, peggiorativi, comparativi o superlativi
COA leggere flessioni, che derivano chiaramente dalle corrispon-
denti italiane, sebbene più o meno alterate e mutilate, a norma
delle varie pronunzie.
.Anche i pronomi derivano dalle radici comuni a tutte le lin-
-goe indo-europee,, e nella strana forma che li modifica si acco-
stano assai più alle lingue della Francia, che non all'italiana,
i' personali sono: t., mi, tnej li, U, tu; k^ él, lu; cliièl, chiàl;
li., chila, che restano indeclinàbili nel singolare, e nel plurale
volgono in noìy i, nodo, voi, i., voiìé, (or, Inr, ciMà, e vària-
mente^ancora. Nei casi obliqui sono preceduti dalle preposizioni^
tranne il dativo che per la prima persona è me, o m\ per la
seconda, (e^ o t\ e per la terza si maschile, che femminile, è
i» j^j ti* gij che corrispóndono alle voci italiane giij le.
l pronomi possessivi, sebbene derivati del pari dalie radia
latine, vi subiscono molte e strane variazioni; per addurne al-
cuni eseiupj, mio vi è rappresentato colle voci: me, minH,-mio,
ifittij moiij munj il piionome tuo colle voci : Ho, liau, (ovt; lo,
éiuj cosi stio con: sa, san, sto, sim; e lo stesso dicasi dei pro-
nomi nostìv» vostro, loro. Di qui si vede, come la forma allon-
tanandosi dall'italiana, si accosti air occitànica, ed in qualche
dialetto sia pura francese.
Ancor più variano, assumendo forme francesi,, i pronomi di-
mostrativi questo e qatllo, che in un medésimo dialetto sono
espressi in moltéplici guise. Per citare le più comuni , valgano i
!■•
DIALETTI PROeiHONTAM. 4^93
seguenti esempj. Questo vi è alteriiaiiiente rappresentalo da
achèstj achést'ìssi^ se-ai , só-slj cost^ cast , rM.?M/_, sto^ sto-sìj
chést:, sitOj scl'issì ; e qiifìllOj colle voci: chél^ lòj achèi j se-làj
attj, cui, cul'lùj, ed altre varie, che si possono scòrgere nei Saggi
che soggiungeremo in sèguito.
Nella conjugazione dei verbi prevalgono ora le forme e le
inflessioni dei verbi italiani, ora quelle dei francesi, si le une
che le altre modificate a norma delle varie pronunzie. Se si
volesse tener conto delle continue varianti che s'incontrano,
non solo nei molti verbi da dialetto a dialetto, ma in un solo
dialetto medésimo, si richiederebbe un volume per le conjuga-
zioni e due per le varianti. €iò nulladimeno in tanta congèrie
di forme diverse, trapela pur sempre in ciascun gruppo un
oerto tipo generale di conjugazione, intorno al quale più o meno
da presso si aggirano le varianti stesse dei molli suddialetti;
e questo tipo comune rinviensi appunto in due conjugazioni
principali dei dialetti che rappresentano ciascun gruppo, di
Torino cioè, di Ivrea, e di Alessandria. A questi tre tipi, dei
quali porgiamo le conjugazioni, abbiamo avvisato indispensàbile
apporre a riscontro la conjugazione degli stessi verbi nel dia-
letto di Mondovi, come quello che congiungcndo insieme i gruppi
piemontese e iium ferrino alla famiglia dei Liguri, forma quasi
un quarto tipo distinto.
Anche qui, come si scorgerà dì leggeri, manca del tutto la
voce passiva, alla quale venne surrogata la composizione del
verbo ausiliare vs^erv col participio di ciascun verbo, che varia
pili o meno in ogni dialetto. Così pure nella voce attiva man-
cano quasi tutti i tempi passati, che appunto, come in tutte le
lingue neo-latine, vi sono composti dell' ausiliare mere e del
participio. ISeir impossibilità di appuntare in un sémplice Saggio
le innumerevoli forme ed anomalie che si riscontrano in tanti
svariati dialetti e suddialetti , facciamo voti percliè, riconosciuta
l'importanza d'un lavoro compiuto, gli eruditi d'ogni sìngolo
paese, i quali soli possono copdurlo a buon fine, provvedano
finalmente a questa deploràbile lacuna, illustrando la favella
dei loro avi., nella quale e colla (piale apprèsero a pensare.
40«
PARTE TERZA
TORINESE
DMVREA DI ALESSANDRIA DI liONDOVI
Modo Indefinito.
Tempo prei, iporlè
» passato lavéi porta
» futuro Vetsepr porle
Gerundio IporUnd
Participio /porti
mi 1 porto
li V porto
chièl a porta
noi i portóma
voi I porte
lor a porto
mi i portava
ti t' porla ve
chièl portava
noi i portavo
voi i porta ve
lor a portavo
mi i5
ti l'as
chièl ara
noi i urna
voi i ève
lor a ràn
portar
avéi porta
èsser (a) pr portar
portànd
porta
Modo Indicativo.
Tempo pretcate.
porte
aVéi porti
essi par porte
portanda
porti
mi i porlo
ti V porte
chièl a porta
nui i porloma
vui porte
lur a porto
me a pori
té t' porte
cul-Ià 'I porta
noi a portuma
voi I porle
cu I-li i porlo
Taaipo Passato Pròssimo
mi i portava
li t' porta ve
chièl a portava
nui i portavu
vui portavo
lur a portavu
me a portava
le l' portavo
cul-Ià 'I portava
noi a portavo
voi i portavo
cul-Ià i portavo
Tempo Passato Perfi^lto (d).
mi i un
ti l'è
chièl a ri
nui i urna
vui i èi
tur a l'in
?
n
»•
me a i ò
té V as
cul-li ri
noi a i urna
voi I èi
cui-Ii i in
|)ortè
avil porti
esse pr porle
porliod
poHà (6)
mi pori
li r porti
chél u porla
no࣠(e) porlmi
voié porte
' chél porla
mi |M>rtilva
ti t' porti! vi
chél porliiva
noi£ portilvno
voi£ porlàlvi
chéi porliivo
ni i 5
Il t*a
cliél u r'i
noki ama
voió èi
chéi in
0
DIALRTTI PEDEVOMTAM.
hW
Ttrmpo PaMalo liimoto.
via
tìe
B Tavìa
avìu
ivie
iviu
poriro (e)
lortràs
a -fiortrà
portruma
perire
portràn
ivro
vràs
a l'avrà
avrama
avré
l'avran
1
1
ar-
mi i a vìa
li t'avìe
chièi a l'avìa
\
DUi i
vul
^aviu
(avìen
Savie
avie
sr-
'"' •' 1 !!v!!!„
( avien
me a i" éivn
le V éfve
cul-là réfva
noi a i éivo
voi a i cive
cuMà i éivo
Tempo Futuro.
mi i portrù
ti t' porlrè
chièl a portrà
nui i porlràn
vui porlri
iur a porlràn
me a porlrò
le t' portrài
cul-là 'I portrà
noi a portròma
voi i porlrèi
cui-là i portràn
Tempo Futuro Passalo.
mi i avrù
ti i' \ »"^
( avn
vras
rè
cliièl a l'avrà
nui i avruroa
vui avri
Iur a l'avràn
me i avrò
té t' avrai
cul-là l'avrà \'S
noi avròma
voi i avrei
cui-là i avràn
■1
Mollo Imperativo.
mi ai va
Il r alvi
cliól aiva
•
noàè almo
voà^ a ivi
cbéi alvo
\
mi porlro
li I' portrà
chél portrà
noàò porlrmà
voàé porlrè
chéi portràn
mi avrò
li t'avrà
chél u r'avrà
noài avrmà
voàò avrei
chèi r' avràn
ti
porta li
porta té
porta li
sorta
eh 'a porta
ch'ai porla
ch'u porta
toa noi
porluma nui
porlóma noi
porlmà nòe
voi
porle vui
porle voi
porte vóc
porlu
eh' a purtu
1 ch'i porto
1 ch'i porlu
?
t96
PARTE TERZA
Modo Congiuntiio.
Tempo Presente.
che mi i porla
che ti t' porte
che chièi a porla
che noi i porto
che voi i porle
che lor a porlo
ch'i porta
eh' li r porte
'ch' chièI a porla
eh' nui i porto
eh' vui porle
eh' lur a porto
ebe me a porta
che té t' porte
che cul-li 'I porta
che noi a porlo
che voi i porle
che cui-là i porlo
eh' mi porta
eh' ti r porli
eh' chél porta
eh' noà6 portino
eh' voàÒ porti
eh' cbèi porlu
Tempo PaiMto Pròsaimo.
che mi 1 portéissa
che ti I' portéisse
che chiél a portéissa
che noi i porléisso
che voi i portéisse
che lòr a porléisso
eh' mi i portéis
eh' ti t' portéisse
ch'chièi a portéis
eh' nui i portéissu
eh' vui portéissi
eh' lur a portéissu
che me a portéissa
che té t' portéisse
ehecul-IÀ'Iportéissa
che noi a porléisso
che voi i portéisse
^'hecui-là I porléisso
eh' mi portàissa
eh' ti t' portàissi
eh' chél poiiàis»
ch'Boàipoiiàisiia
eh' vo࣠partàisri
eh' cbéi porta lioa
Tempo Passato Perfetto.
che mi I abbia
che II l*àbbie
che fhièi a rabbia
che aoi i àbbiu
che voi i àbbie
che lor a I* àbbiu
eh* mi I abbia
tb* ti 1* àbbie
ch*chièl a ràbbia I «
eh' nui i àbbiu i »
eh* Tui i àbbic
eh* lur a ràbbia
che me a 1 aba
che té l*abe
che col là l*aba
chf noi a i abo
che voi i abe
che cui-là i abo
eh* mi
eh* ti t*abM
eh* chél abba
eh* noàè abbio
eh* roàé abbi
eh* chél abbo
•9
9
Tempo Passato l\imoto.
che mi ì avéiisa
Lch' mi i avéis
che me a i éis$a
X
che li l'avéisse
eh* li r avéisse
che té l'éisse
1
chechlèlaravéissa
che noi i avcissu |
^3
ch'chièi a l'avéit
eh* nui i avéissu
1
ti-
che cui là Péissa
che noi a i cisto
1 JT-
che voi i avéisse
eh* vui avèissi
che voi i éisse
\
che lor a ravciuu
eh' lur a l'avèissu
che cui là i d»so
eh* mi «vàissa
eh* ti t*avàiui
eh* chél avàiftsa \v
eh* noàè avàitmol *'
rh* vflàè avàissi
eh' chci avàisio
DIALETTI PEDE1I0NTA5II.
497
ì porli ìa
' pori rie
h\ a porlrìa
i porlriùma
. K portrìe
( portricsse
a porlriu
i avrìa
' a%TÌe
»| a t'avrìa
i avriu
i avrìe
i avriu
o
uiì i porlrìa
li V pori risse
chièl a portria
nui i porlriu
Modo Condizionale.
Tempo Presenle.
me a pori rèi va
le r porlréive
cuMà'l pò ri rèi va
noi a poriréivo
vui porlrissi
lur a porlriu
mi pori rea
li t' portréi
chél pò ri rèa
noàé porlrélmo
voi i porlréive 1 voàÒ por! rei
cni-ià i poriréivo ' ctiéi porlréo
Tempo Passato.
ria
rìs
mi i j»'"
( avn
ti t' J«'^!«
i a v risse
chièl a ravrìal ^
\ e
^. . . (avriu / 2.
nui ì < I »'
i avrissu
avrii
rissi
Ìavrii
avri!
Ì avriu
avris!
turai
rissu
me a i avréig
le r avréisse
cul-là Tavréissa
noi i avréisso / ?.
voi i avrcissc
cui-lài avréisso
mi avréa
ti r avrei
chél avréa
1
noàò avréimo / »•
voàé avrei
cbéi avréo
Modo Jiidefinilo.
tpo preti, -.Ini
Ignir
lene
Ini
' pa$satoj^\e\ Inii
avéi Ignij
avéi Ini
avai tnù
futuro > esse pr Ini
esser pr Ignir
essi par tene
esse pr Ini
vtndio \ tnènd
Ignònd
Ininda
Ignànd
'ìcipio tnìi
Ignii
Ini
tnìi
198
PARTE TEBZA
mi i lèno
ti t* lène
cbièi a lèn
noi i tnuma
voi i tene
lor a tènu
mr i tnia
ti V tnie
eblèi a Inia
noi i tniu
voi I tnie
lor a tnìu
mi i 0
ti V as
cbièI a l'à
noi f urna
voi i ève
lor a ràn
mi I avia
ti t'avìe
chièl a Pavia
noi i avìu
voi i a vìe
lor a Tavìu
Modo Indicatho.
Tempo Presente.
Ci
CI
mi i tegno
^
me a tèn
mi tèa
li t' tegne
lé't' tene
ti V tenf
cliièl a tegn
cul-là a tèn
chél u tèn
nui i tgnuma
noi a tnuma
noàé teomà
vul tegne
voi i tene
voàÒ i teoi
lur a legno
cui-là i teno
cbéi 1 teno
Tempo
Passato Pròssimo,
mi i tgnìa
me a tniva
mi tnàiva
li t* tgnìe
té V tnive
ti t' Inaivi
cbièi a tgnia
cui- là a tniva
cbél u tnàiva
noi i tgoìu
noi a tnlvo
noàé i tnàivo
vai tgnìe
voi i tnive .
voàé i tnàlvi
lur a tgniu
cui-là i Inivo
chél i tnàivo
Tempo
Passato Perfetto.
mi i un
1
me a i ò
mio
ti rè
té t' ài i
ti t'à
chièl a rà
(5
cul-là r à f _
chél u r* à
nui i uma
B'-
noi a i uma / "'
noàé anà
vul i èi
voi i èl
voàé èl
lur a ràn
m
cui-là i àn
cbéi r'àn
9
cu
Tempo Passato Rimoto.
mi i avia
me a i civa
li Tavie
le l* éive
chièl a Pavia
'
cul-là réiva
nuilj^^l"
/ avien
t
noi a i éivo
vui l»^!f
^avie
voi a i éive
l«r l'Ili"
1
cui-là i civo
1
mi ai%*a \
li raivi
chél ai va
noàé aìmo
voàé aìvi
cbéi aìvo
9
DIALETTI PEDEIIO?(TAM.
490
Tempo Fotwro.
iiirò
mi i tgnirù
me a lenrò
mi tniro
nràs
ti r Ignirè
té r tenrài
ti V tnirà
t tenrà
chièi a Ignirà
cul-là u lenrà
cliél tnirà
enroma
nui i Ignìràn
noi a tenroma
noàé Inirmà
enré
vui Igni ri
voi a tenrèi
vo࣠tnirài
cDiin
iur a Igniràn
cui-là i tenràn
chéi iDlràn
Tempo Futuro Pastaio.
vr5
\
mi i avrù
me i avrò \
mi avrò
rrks
,, ,, ^avràs
té r avrai
ti l'avrà
1 l'avrà
s
cilici a l'avrà
if
eul-Ià l'avrà \ ^
1 2«
chél u riavrà
ivruma
e*
nui i a V ruma
SI
noi avróma 1
noàò avrmà
ivré
\
vui avrì
voi i avrei l
voàè avrei
:*avràn
Iur a l'avràn
cui-là i avràn /
chéi r"* avràn
SI
Nodo Imperativo.
lègn ti
Icn té
lènti
Mia
eh 'a tcgna
eh' a Ièna
eh' a Ièna
m noi
Ignuma nui
Inuma noi
In ima noàò
i
tgnì vui
tene voi
mi voàé
«no
eira lègnu
ch'i tèiio
eh' i téno
Modo Congiuntilo*
Tempo Presente*
i i Ièna
eh' mi i tègna
che me a Ièna
eh' mi tèna
r tene
eh' ti V tcgne
che té V lène
eh' li r lèni
lièi a Ièna
di' chièI a tègna
che cu Ma a tèna
cb' chéi tèna '
9f i tènu
eh* nui i tògnu
che noi a tèno
eh' noàò tcnmo
>l i tene
eh* vili tègni
che voi i lène
eh' voàò leni
r a tènu
eh' Iur a tcgnu
che cui-là 1 tèno
eh' chéi leno
KOO
PARTE TERCA
Tempo PaMftto Prossimo.
che mi j Inéissa
che li e tnéi6S«
che cliièl a Inéi9sa
die noi I Inéisso
che voi i Inéisse
che lor a tnéisso
eh' mi i Ignéiss
eh* ti l' Igncisso
ch^ chiél a tgnéis
eh' nui i Ignóissu
ch^ vui i I gnèiss i
eh' lur a (gnéissu
che me a tni5sa
che le t' laisse
die cul-là a inissa
che noi a Inisso
che voi i inlfse
che eui-là 1 tniaso
Tempo Passato Perfetto.
eh' mi laàiMa
eh' ti t' loàhsi
eh* chél 0 tnàissi
eh' tuùtà InàluM
eh' \'okà laàisBi
eh' ehéi i loàiiso
che ni i ubbia ^
eh' mi i abbia
che mi a i aba i
eh* ni abbia
che ti ràbbie j
oh' li l'àbbic
che le l* abe j
eh' ti V abbi
cbexkièi a ràbbia [^
eh' chili a l*àbbia -
che cui là l*aba 1 ^
1 a
eh* chef abba
9
che ooi i abbia
eh' nui i àbbiu l ^
che ooi a i abo
che màè àbbio
e:
che vui i àbbte
eh' vui i àbble
che voi 1 abe
che voèè atibi
che lor a l'abbi u
eh* lur a l' àbbiu
dia cui-là i abo '
eh' chéi abbo i
Tempo Passato llimoto.
voi i * *®"^*?
I lenricssc
|or a tenrìu
che ni i avéissa .
eh' mi i avcis |
che né a i éissa
eh* mi avàissi
che ti l'avéisse i
eh' li l'avéisse j
che le t'éissc
ch> Il t*avàissi ]
chechièlal'avéissa (
che noi i avéissu ^'
eh' chi^ al'avéisl ^
eh' nui i avéissu e:
che cul-ià l'éissa
che noi a t éisso
5-
eh' chél avàiiBa .
a
eh' noà^ avàisno
che foi i avéisse
eh* vui avcissi
che voi i éisse
eh' voài avàissi
che lor a l'avéissu
eh* lur a l'avéissu
che cui-là i éisso
eh' cbd avàisso )
Modo Coììdizioìxale.
Tempo Prette u te.
mi 1 tenria
mi ì Ignerìa
me a lenrciva
mi In àrea
Il V tenri^
ti V Ignerisse
le l* tenréive
ti t' Iniréi
chièl a lenrìa
chièl a Ignerìa
cul-là a tenréiva
chél loirèa
noi 1 tenriùma
nui i tgncrìu
noi u lenréivo
noàò tairclmo
vui i tgncrissi
lur a Igneriu
voi i Icnrcivé
■vo࣠InIréie
cui-là i leiiròivo 1 chéi tniréo
niALErri pedemoiiita?!!
504
Tempo Patralo.
mi i a\rìu
li V uvrìc
cilici ajavria
noi i avriu
VOI I iivrie
lor ì avriu
I
n.ii 1»^'!" \
ì avriss 1
ì a\Ti«sc
clìttM a Tavria
OQ
nui \ ] . / c<
i avrissn
avrìi
rissi
Jav
lural'»»"!"
/ avris!
avrissu
ine a i avréis
le l' avréisse
cui- là Tav ré issai
noi I avrcisso
voi i avréisse
cui-làiavréis8o
lui avrèa
li t'avrei
chéLavréa
nòàò avréimof ^'
voà6 avrei
chéi i avréo
Osseripazioni. (a) In Ivrea ^ come in generale in tutte le
c*ittà e luoghi abitali da classi distinte, varia il dialetto ttr-
òaii/o proprio delle classi civili dal rìistico proprio della cam-
pagna\ e quindi ancora della classe operaja alimentata sempre
dalla campagna. Siccome nelle Provincie la classe civile tenta
nella domèstica conversazione accostarsi alle forme della ca-
pitale, cosi abbiamo preferito anche nei verbi attenerci aite
forme usate dal pòpolo, come le sole proprie del luogo, censi*
dorando le altre come imitazioni forzate e fittizie, che sovente
hanno l'aspetto di caricatura. Avvertiamo perciò che la voee
èsnfr è la sola del dialetto rùstico , mentre l'urbano direbbe em
od ensej similmente nel presente di avere in luogo di t uHj l'ur-
bano direbbe^ ad imitazione della capitale, i òj per io ho; nella
prima e terza persona singolare dell' imperfetto dei congiuntivo,
direbbe porléhm^ tnéisna^ in luogo del rùstico porliìs^ tgnéisj
ed in tutto quest'ultimo verbo sopprimerebbe la (/, preferendo
la forma torinese tnìr alla rùstica ignirj da noi preferita. €iò
valga ancora a. rèndere ragione della preferenza da noi data ad
alcune forme nei verbi degli altri dialetti, come più general-
mente usate dalle masse; cosi p. e. nel futuro sémplice del to-
rinese abbiamo preferito t portrò alla forma t portrai che vi- è
pure usitata.
(b) Dai varj esempj altrove citati fu manifesto quanto varie
forme assumessero i participi nei moltéplici suddialetti d'ogni
3»
503 PARTS TERZA
gruppo, màssime negli alpigiani, ove abbiamo notalo le termi-
nazioni ày (it\ dit^ ài^ él, èit nei participi della sola |ìwma con-
jugazione, come: fd^ fài^ fdit^ fdl^ fetj fèit; quindi le termi-
nazioni tj t(^, lì, Un tz, ed altre molte, oltre alle continue ano-
malie, nei participi degli altri verbi. Valga quindi. questa breve
osservazione a supplire alla mancanza di appòsiti modelli, in
luogo dei quali rimandiamo lo studioso ai Saggi da noi proposti
(e) La forma strana dei pronomi noi e voi nel dialetto di Sion-
dovi deriva dalla composizione dei medésimi delle due voci no^
o vo corrispondenti a not, poi, cfd dt^ che. significa altri ^ ossia
noi-altri^ voi-altrij come si usa da alcuni Italiani, dai Francesi
{nous'autres^ vous-autres)^ e come lo abbiamo già visto osalo
dai Bergamaschi fra i Lombardi, che dicono, mter e vóier.
(d) I dialetti dei quali porgiamo qui due tipi di eonjogaxione
mancano affatto della forma sémplice del passato perfetto, come
ìb generale tutti i pedemontani. In alcuni, per ^altro serbasi tot-
tavia qualche reliquia, per lo più nella terza persona singolare,
la quQle varrebbe a provare, che anche la forma sémplice un
tempo esisteva, e a poco a poco venne dileguando. Cosi tro-
viamo nel dialetto di Possano, sogittins, per soggiunse j a Vina-
dlo, Clamò, dimandò j ad Oulx, porti, pen, dt, per pariti couie,
disse j ad loglio, sajiij pregdj per esdj pregò j in Alba, onde,
per andòj nella campagna alessandrina, arspùs^ dis^ ed altretali.
Generalmente però anche questi dialetti fanno uso della forma
composta.
(e) Abbiamo avvertito, come il Torinese, oltre alla caraneri-
stica o, faccia uso altresì di di a formare la prima peraoaa
singolare del futuro; ambedue queste forme, o piuttosto queste
voci, sono pure usate dal Torinese col pronome personale t,
per esprimere io Ao, dicendo egualmente t o, oppure t ài. Que-
sta osservazione sarebbe sufficiente ^ a convalidare la scoperta
per la pnwa ^rolta avvertita dal Raynouard, che cioè i futuri
sémplici ìm tutte le lingue neo-latine sono composti dell' inde-
finito presente del verbo, al quale é suffisso l'indicativo pre-
sente dell'ausiliare aperey di modo che leggerò^ leggerai y leg»
geràj ec, consterebbero di lègger^ho^ lègger-hai^ legger-ha^ e
cosi di ségwto. La scoperta del Raynouard, sebbene constatala
DIALCTTI PIDBHOIITANI. 505
da una serie di fatti, ciò nuUameno per alcune anomalie in
pocbe voci del futuro di alcune lingue^ fu posta tn dubbio da
qualche erudito forse troppo scrupoloso. Ove per altro, prima di
risòlvere la questione, si fossero consultate ancora le tante fa-
miglie di dialetti, ogni dubbio sarèbbesi dileguato. In essi il fatto
si manifesta in tutta la sua chiarezza per modo, che, separando
in tutti i futuri d'ogni dialetto italiano la parte che rappresenta
r indefinito dalla caratteristica, quest'ultima ci porge per intero
il presente indicativo del verbo avere nel dialetto rispettivo.
V&lgano di prova i futuri da noi già proposti di tutti i dialetti
lombardi^ emiliani e pedemontani.
Milanese Berg."" Boi.' Reg.'' Parm."" Tor.« Iv.' Ales.^" liood.
porUir-ò ò ò ò ò 6 ù ò ò
a a a as e as a
portor-j*^
portar-d à uà da dà d
. , \èm ,. \èmm , .
portar-em < ,, ^^^ {« . c^fn urna dn oìna ma
■^ Ima lomni
portar-t t t t i e i et e
portar-da d dn dn dn dn dn dn dn.
A questi si possono aggiùngere i futuri più svariati dei sud-
dialetti di ciascun gruppo, nei quali pure la caratteristica è for-
mata dal rispettivo ausiliare. Così, per esempio, negli alpigiani
piemontesi s'incontrano le forme portordt, portardicj portarèi,
porkarèic^ ove l'ausiliare Ao è appunto espresso con dt, dtc, ety
èie. Se risaliamo alle forme più antiquate di nostra lingua quando
solèasi dire (in luogo di faròy dirò) foraggio^ diraggio ^ vi tro-
viamo pure aggio per ho; di modo che dopo tante prore cosi
manifeste, pare non potersi più dubitare della verità deir os-
servazione di Raynouard.
Ed ecco in qual modo lo studio circostanziato dei dialetti può
tornare vantaggioso alla soluzione di molti problemi cori lingui-
stici, come stòrici ed etnogràfici.
504 PARTH TER/.V
CAPO II.
f^ersione della Paràbola del Figlimi pròdigo, tratta da S. La-
cfl, cap. XV ^ nei principali dialejtti pedeniontani.
Serbando sempre l' órdine da noi adottato nelle due prime
Parti, soggiungiamo la versione della Paràbola in tutti quei dia-
letti e suddialetti che pòrgono maggiori variazioni nella pro-
nunzia, nella forma o nelle radici. A rappresentare i suoni di-
versi ci siamo valsi del sistema ortogràfico da noi esposto nel-
riotroduzione a pag. xxix e seguenti. Le versioni poi ci furono
graziosamente apprestate dagli studiosi più distinti d'ogni sin-
golo paese, che furono da noi invitati a rèndere il testo tanto
letteralmente quanto Io permettevano i mezzi e l'Indole del
rispettivo dialetto. Se taluno, cosi nelle due prime Parti , come
in questa, ha talvolta deviato, il maggior nùmero per altro si è
serbato fedele, e ne rendiamo pùblicbe grazie di nuovo sì agli
uni cbe agli altri. Alcune discrepanze nella forma , lungi dal-
l'essere imputate ad infedeltà del traduttore, dèvonsì attribuire
sólo ali -indole del dialetto, od alle consuetudini dei luoghi. Il
servo ) p. e* ) parla col padrone , ora in seconda persona singo-
bre, ora plurale, ed ora in terza persona, giusta l'uso del pae-
se, al quale non può il traduttore derogare. Lo stesso dicasi
dei rapporti tra padre e figlio. Avvertiremo ancora, che la mo-
dèstia di parecchi traduttori non ci permise di publicame il
nome a piedi della versione rispettiva, come avremmo desiderato
poter fare per guarentigia comune,
P^ iilUmo abbiamo coordinato tutte le versioni sulla norma
dell'esposta classificazione, facendo precèdere le pii'iuontesi alle
wnavesij e queste alle tnonferrùie. Così pure le urbane precè-
donp le alpigiane in ciascun gruppo.
liULLTTI l'F.nKU<>\T.\M.
SO»
DU LETTO TORINr.«F.
II. Un òm a l'avia doi fioi;
te. Cui pi giovo rà dit a so padre:
dòme la pari di Im;iiì cb'a in' luca: e
rliièl d' cui beni Tà faine doe puri.
1 3. E da lì a pochi dì M fiòl pi gió*
vo, bùia ansèm lui cui cli^a Pavia
lira di so beni, s'è andàsne ani' un
pai» lonlàn. e là ninànd una vila os-
siosaeliisuriosa. a rà dilapida'! falsò .^
14. E dop d'avéi consuma lui lo
eira Pavia, venia ch'ani cui paìs aj
nassa una faiuina die pi fiere, e che
c'hièi couicusa a uianclrù del neces-
sari:
|S. E s*ò dassc urdrìss, e s'è agili-
slnsso al servissi d'un siladìn d' cui
pais, eh' a Pà mandalo a na soa cas-
cina con Piuipiég de rane i pors an
iiaslùra.
fM. E a desiderava d'empisse la
pansa d* cui agiànl islèfts ch'i pors
a mangiavo; e j'era gniìn ch'a i por-
Icissa.
t7. Ma anfin anlrà 'ni se sless Pà
dil: Quanta geni salaria a cà d' niè
padre Pù d' |Kin an al)ondansa, e mi
son si ch'i nióiro d* fami
ts. L'è Icmp cii'i m* leva da si, v
ch'i vada da me padre, e clr ij dia:
Padre, mi i" ò \n*vl\ centra '1 siél v
an voslra presciisa :
it». I son pi nén dégn d'esse cianui
voHt lidi: acelème com'ùn di vostri
srrvilùr.
80. E al\andse su, Pè vnii da nò
padre. Ha già sP povr tiòK Irovandse
giùoiai vsin a la cà d' so padre, chial-si
l'ha vdijlo, e |)ià da la compassión
j' è corùje anconlrd.. P à ambrassàio
e basalo.
•21. E'I (io! j*à diji;: Padre, mi t' ò
pecà conlru 'I sicl. e an vosira pre-
.sensa: son pi non dégn dVssc ciamà
vosi n«)l.
28. Mn so padre Pà dit ai so ser-
vilór: Tire subii fora la vesla pi pres-
siosa e bulèiia; bùlèje so ancl anl'el
di, caussèje i slivalél:
85. E moème sì un vilèl bin grasi^
uiassèio, e fé ch^ la cùsina a branda,
cIPa] sia un disnèe un Iralaménl da
nosse :
84. Perchè slo me Qol l'era morii
e Pè Ionia a vive; s'era perd6sfe, e
Pò tornalo a Iro^è: e s'soti bQUsse a
làuta.
80. Ma 'I fidi pi vèj Pera an cam-
pagna; e vncnd vers cà, quand a n^
stane vsin, Pà senlù ch'a •' sonava ,
e ch'a s' baiava.
86. L'à clama un di scrvilór, e a
P à inlerogàlo del perchè d^cta novità?
87. E chial-si j*à dije: Vosi fralèl
Pè vnù, e vosi padre Pa fàil masse
un vilèl bin angrassà, perchè l'à ri-
cuperalo san e salv.
8U. A sic parole-si Pè andàil an
còlerà, volili pi nén inlrè 'nt' cà. Per
lo, so |)adre surtlènd chlèl Istàss a
s'è fasso a preghèlo d' vorèi intrè.
89.Ma'l liòl ris|M)ndèndjea j'à dìje:
Son tanti uni eh' i v' servo, e P5 mal
tra<gredi un di vostri órdin; e voi
m'avi mai dame ìin cravól da fé un
ragosio con i niè amis.
30. Ma apena vnu sto vosi floi , ch'a
Pà divora 'I fai so con d' fóninie d'
mala vila, i fé masse pr chièl un
vilèl bin augrussà.
SI. Ma M padre a j'à dije: Me car
llòl, li V sus sempre con mi, e -1111
lo ch'a Pè me, Pè lo.
38. Ma bsognava de fin gran |».istf
e fé n'argiuisansa, pcrclié lo fradòl lo
cherdia mori, e Pò tornalo a \cde
viv; Pavia perdiilo. v Pò Inriiàlo a
tro\é.
806
PARTB TimZA
Dialetto Astigiano {Piemontese).
ll.Ùiiòni Pavia dòi fidi;
11. E 'I pQ. giovo a l'à dita so .pa-
ri: Pari, dème on p6 la mia pari; e
'I pari a l*à divi» le aoslanse fra lor.
is. Da lì a pochi di, essènà tulli
raduna, M pù giovo a l'è partì per
un paia lontàn^ e là a l'a dissipa la
sua part, vivènd lusuriosaniént.
14. Dopehe ràvia poi consuoià tùtt,
ani cui paia a J'è vnije ha gran fam,
e chièi rà coniensà avèj d' bsògn;
f g. Ere andai a stè per aervilór
a eà d'un d' cui pais, dal qual l'è
•tal laandà aìi campagna an pastura
ai crln.
16. ChièI al sercara d'empisse la
pausa di giandr^ cb'a mangiavo lor;
ma gnnn a J na dasia.
f v. Anlora tome ani se stess a i'à
ditt Quanta geni d' servissi an ca d'
me pari abondo d' pan , e mi qui a
nord' la fami.. .
18. Andro dunque da me pari, e
a J dird: Pari, mi già i' ò fat mal
avinti al siél e avanti a voi;
|g. Già mi son pu nén dégo clic a
m' clami vosi fidi: fèmi com' un di
TOBI servitòr.
tO. E ausàndsi a l'è andai da so
pari. A l'era ancora lonlàn, quand
•ò pari i'à visi, e pia da la compas-
slÓD a J'è corruje 'ncontra, I'à am-
brassàio antóm al col , e I'à basalo.
tfl. E 'I fiol a I'à dìje: 0 pari, mi
V 0 pecca conlra 'I slél , e voi ; già
iOD pù nén dégn ch'a in' clami vosi fidi.
SS. E 'I pari dissi servitòr: Prèsi,
porle la veslimenla pu bela, e vestile
subii: butèjl'anèlant'l di, e le scarpe
ani i pè;
SS. Mnè prèsi un videi grass, e
masséto: mangióma, e dòma on pasl;
S4. Perchè eusl me fiol a l'era mori,
e l'è risuscita; l'era' perì, e rè stai
trova; e a s' son bùiàse a nuuigiè.
t». Et fiol pu vèj a l'era an cam-
pagna; lornànd, e Irovàndsl vtin a
cà , a rà senti la miisica ;
se. E a I'à clama 'I perchè a 'n
ser%'ilór?
S7.Co8lqoi j' à dìJeiTò fradèia l'è
torna, e tò pari rà fai masse iin vi-
dei , perchè a l'è toma a ce san emlv.
S8. CusI fidi l'è andai an còira, e
'I voria nén entrè. 8ò pari anlora J'è
vnv^e 'ncontra , e lo pregava ch'i
l'enirèissa.
so. E chièi a J à respondìije: 8oa
tanti ani che mi a v' serv, e J ò inai
disubbidivi;, e voi a m'èi mai dami
n*agnèi da mangiè con i me amis;
so. E dop che eusl vosi lidi che a
rà divora la soa part con le done d'
mónd, a l'è torna, a J'èl massa ita
grass videi.
SI. Anlora 'i pari a J'à dije: Seni»
me fidi , ti a l' sès sempre con mi , e
tuli cos a mi posséd a l'è tò;
ss. A bsognava però de ìin pul,
e stè allégher, perchè tò fradèi a l'era
mort, e a Tè risuscita; l'era perdnssl,
e Tavóma trovalo.
N. N.
DIALETTI PRDE«A^TA>il.
»07
DlALITTO 01 FOSSARO.
II. Un òm a Tavìa dui fidi;
19. E 'I pi giovo a J'à dìle: Pare,
dèoie la mia part eli' a m' ven; e M
pare a l'à fàit le pari.
18. Quaiefa' di dòp , a s'è andàsne
'nt' ÙB pais ben lontàn , e a J*è pa
'ndi^ vàire, eh' a l'à fàit sauté lui,
alMindenindse a ogni sor! d' piasi.
14. Ma qoand*a Vk aviì fàit prà
nold'quant' a Tavia, a j'è vnuje iina
fan ani' cui pais, cb' fasìa orùr, e
cbipl balìa la grangia;
itt. E 9*è agiiislasse eoli un proprie-
tari d' cui pais, ch*a Vk mandalo a la
soa casslna a guarnè i erin.
16. E a l'avrìa vulsùsse empi la
pansa d' cule giandr ch'a mangiavo
i animai; ma j'era 'nsun ch'a j na
déissa.
IT. Ritorna 'nt sé stess a Vk dil:
Quanti srvitór eh' 'ni' cà d' me pare
a mangio tant ch'a s' tu turco, e mi
i mor d' fam !
18. Su dùnque, i 'ndarò da ine pa-
re, e J diro: Pareli' ò pcà conlra M
slél e contra d' vu;
IO. I lon pi nén degn, eh' a m' dìo
vost fidi; bulème 'n V *l numer di
vostri servi (ór.
90. Dit, fait. E a l'era ancor bin
lonlàn, quand sd pare al rà vi^t, e
pia da la cooipassión j'è curs incon-
tra, e a finìa pi nén d' basèlo.
SI. E n lidi a j à dìje: Pare, I' ò
peà contra 'I siél e contra d' vu; i
son pi nén degn ch'a m' dio vost flòl.
22. 'NIoraM pare a rà clama i srvi-
lór, e a j'à comandàjc d' porte subii
l'àbit ch'a Pavia prima, d' vstilo ,
d' butèje Panel 'ni' i dì , e le scarpe
'nPipe;
2S. 'Ndè 'nP la sUla, sofiùos 'I pa-
re, pie ÙB di pi bei viièt, massèlo,
e ch'i stago alégher:
24. Prchè me fluì l'era mori, e Pé
risùsità; a Pera pers, e i Po trovalo:
e a Pan bùia i pè sotia làuta.
25. 'Nt cui mentre 'I fidi pi vèl
cir l'era 'n campagna, •' na turna a
cà, e sènt ch'a s' sona, e sèni ch'a
s' baia.
26. Inlèroga un di srvitór, cosa
voi di lu-li?
27. 'L srvifóraj rspònd: Vosi (rèi
l'è turnà a cà, e vosi pare voi slè
alégher, prchè ch'a luma a essi fi.
28. Sentù lo eh' Pera, a J è vnujc
'I fut, e a vulia pi nén entrè 'ni cà.
Dunque 'I pare Pà dovù sùrti cbltl»
e preglièlo ch'a iniréissa.
20. Ma 'I fio pi vèl a disia: 0 pare,
a fion tanti ani eh' i V servo , e i'5
mai dsùbidive 'nt niente : e voi
m' ève mal dàuie un bere , pr slè 'n
pòc allégr con 1 me ami»;
30. 'Nlànt prchè eh' s' lurd , eh a
Pà mangiasse tùt a mal mòd, a s'è
turnàsne a cà, voi i fé masse *l pi
bel vilét.
31. Ma, 'I me fio, ] à 'rspést *l pare^
ti élù nén sèmpre con mi , e lo et'
Pèmè,èlonén tutto?
S2. Cust-si poi a Pera mori, e a l'è
risùsità; a l'era pers, e i Po trovalo;
vustù nén ch'i fassa un po' d' festa T
Teòlogo (ilo. Bosio.
808
PARTE TERZA
l)iAi.vTTn IH Cuxro.
fi. jjn òm a Vh rvu doi lloi;
ft. EM pi giuvo d* rtiMi a Vh dit
al pare: Pare, dèmc la mia part^ e
chtèl yk dàje lo ch'a j locava.
18. Passa quale dì, radunasse liil.
*l flòl pi giuvo s'è' parlisne da vk pr
d* pais lonlan, e a rà mangia 'I fèti
90 anr le ribote.
14. Quahd Ta avù consuma lui.
J*è VDUJe 'nP cui pais na careslia,
e chièl rà coroensà pati la fam;
fS. E rè andèsnc, e s'è ^u^lnsse
con 'n siladin, ch'a rà mandalo a
sòa campagna a goernè f pors.
16. E Tavrìa vurstisse pare la fam
con d^agfàn ch'i crin mangiavo, e
pQdia gnanc* avèlne.
17. Toma 'nt sé sless, a Vk dil:
Quante prsone d' servissi anr la cà
d' me pare l'èn d* pan fin ch'a volo,
mentre eh* mi si i moro d' fam !
18. Ah! i parllro, j'andro da me
pare, e i diro: Pare, mi V ò manca
conlra 'I cel, e conlra d' voi.
19. I son pi n^n dcgn d'essi clama
vostfldi; plème, cuni navoslHprsona
d' servissi.
90. E aussàndse, s'è andàsnc da
tò pare; e mentre ch'a l'era 'ncù
lonfàn, so pare Vk cunosùio^ e j'à
fàje compassión, e coréndje 'ncontra
l'i ambrassèlo e basalo.
tfl. E'I floi J'à dìje: Pare\ mi i'ò
manca contra **! cel, e contra d' %'o{:
mèrito pi nén d'essi clama vosi .flòl.
SS. E 'I pare Vk flit al domèMic:
Prrst tfrè fora '! vésti pi bel, e bù-
lèilo: dòje Panel ant 'I di^ e canssèlo
dcò bin.
S5. Pòi pie 'n vitèl bin gra» e mav
sèlo; voi ch'i siàgo alègher:
S4. Prchè sto adi l'era mori, e rè
arsùssilè; j'cra pi nén, e l'è Ionia: f
a s'è fasse un t)On pasl/e s'è raai-
giàsse.
Stt. *L fidi pi vèi l'era 'n campi-
gna; tornènd a cà, quand rè slàje
vsin, a rà senti 'I lapage;
so. E Vk clama a *n serritùr co*»
ch'a Pera lo?
87. E chièl J*à dìje: Vost frèi Pè
torna, e vosi pare Vk fèit masse 'a
bel vile! grass, prcliè eh' Pè tornì
san e ardi.
58. Alora slo-si Pè'ndèit an cole-
ra, e vulia pi nén 'nirè. Ma 'I pare
Pè àurli, e Pà coniensà a pregfièlo.
59. E Paul Pà dit a so pare: Mi Pè
lauti agn ch'i v' servo sensa mai avéi
manca n' et. e J'cve mal dame 'n
cravót da niangcmio con I me amis:
50. Mentre ch'a pena vnii sto vo<i
fiòl ch'a Pà mangia tùt M fèti so con
d' bagasse, j' óve subii fèit masse 'n
vitèl grass.
51. E 'I pare j'à dìje: O oié dòi,
ti P ses sempre con mi, e lo ch'i'ó
mi, Pè lo;
ss. Ma bsognava bin tralè e fé f ^
sta « prchè sto tò frèI l'era mori, f
Pè arsfissità: sVra prdusse. e a rè
torna.
Teòlogo Gallo Canònico.
IH\M?TTI PFDEMONTAM.
500
Dialetti) di C\Rvr.Lio (Valh? della SUira. prov. di Cuneo).
II. Un òm Pavia do! fìoi:
tS. 'li pi cióvo di doi ,J'à dil al
pare: Pare, dème lo eh' a m' vèn
d' mia pari: e 'I pare rà divis e j à
clàje lo cli*a j toccava.
15. E da lì a quale di, buia 'nscm
tùli 'I fàit so, 'I fiòl pi glAvo s' n' par-
tìsne pr un pai^ loiilàn, dav l!à fàit
prà net d' lùU con vive da spensierà.
14. E dop d'avci fogolià luti, a j*è
vnùje na gran carestìa 'n l' col pais,
e cilici rà comensù a pati d' fain.
Ii(. E a s'è andasse afitè da 'n
sgnór d' cól paìs, e cost-si l'à man-
dalo a soa campagna 'n pastura ai
crin.
fC^Eravia vòja d"mpissc la pansa
d'agiàad eh' a mangiavo i porc: e
gnùn a j u' da8Ìa.
17. Ma torna 'n t' chìèl, a Pà dil:
Quanti salaria a cà d' me pare a l'àn
d' pan 'n fin ch'a vólo, e mi i son sì
ch'i mdiro d' fam!
18. I m' ausrò e i andrò da me
parere i diro: Pare, i ò fàit mal cen-
tra 'I cél e centra vue;
19. Son pi ncn dégn d'essi riama
vostr' fidi: tnìme pr un di vostri
servitór.
20. E aussàndse l'c andàit da so
pare, e mentre l'era ancor lontàn,
so pare l'à visi . e j' à fàje compas-
Sion, e corrèudje 'u centra s'è cam-
pàssje al col e rà basalo.
Si.EMfiòl j'à dìjc: Pareli àim.tncà
contr' '1 cel e centra vue; son pi nén
dógn d'essi ciamà vostr' fiòl.
28. Ma '1 pare Tà dil ai so servi-
lór: Porle Allo '1 pi bel vesti, e bu-
lèjlo adòs, e bulèji l'alièl 'n t' M de
e le scarpe 'n l'i pè.
ss. E mene T viièt gras e massMo:
e mangeróma e«laróma alégher:
24. Perché cosi me fioI l'era mori
e a ré risiissili; l'era pers, e s'è
truvasse: e l'àn comensà a fé al-
legrìa.
2ìS. Ma i fiòl pi vèj era 'n campa-
gna; e tornàndne, e avsinàndse a cà
rà sentì la mùsica e 'I bai.
26. E l'à clama a iin di scrvMór,
e l'a interogàlo cosa fussa lo?
27. E '1 servilór j'à rispòsi: Vostr*
frèl rè lomà, e vostr' pare l'à massa
ijn vilèl gras, perche ch'a l'à tomàio
riavèi san e salv.
28. E chièi ré andàit 'n còllera e
volìa nin antré. Ma 'I pare sorliènd
d' foro s'è butnsse a prcghèlo.
29. Ha chlèl 'n risposta ràdila so
pare: béiché 'n poc; a Té lant' un
pes ch'i \' servo, e P ài mai manca
ai vostr comànd: e m'avé mai dame
iin cravòt, perch' nP lo godéisa con I
me amìs.
Tio. Ma da pòi Ch' Pè vnfi sto vostr
fiòl ch'à s*è mangiasse 'I fàit' so cmi
le fomne d' moud. Pavé massa pr
chièI un vilct gras.
Si. Ma 'I pare j'à dije: Fiòl , ti sòs
sempre con mi, e lo ch'a l'è me,
Pè lo.
S2. Ma pòi b^ognava ben siè alé-
gher e mangiè ben, perché cost lo
frèl l'era mori, e a P è rlsùssilà;
Pera perdu, e s* è tornasse truvé.
Prof. I). CtKTÙ e I>. IsoARii».
»I0
PARTE TERZA
Dialetto di T^hibb (Valdese).
II. Un òm avia dui Al;
li. E lu pi gfuvu dì a so pare:
Pare, dùoe-me la part de ben che me
vén; e a 11 è parlagiii adi ben.
13. E un poc apro, quant lu fli pi
giuvtt à agii lui rabastà^a ae^'èanà
fora ent* Gn paia logn ; t lai a !*& de»-
sipà aòbén en vivinleniMa deabiucia.
14. E apro eh' a l'à agii lui despea-
diì, una gran fuoiina è vengua enle
quel paia lai; e a Tè areslà cun rèn
dar lui.
flg. Alura a se n*è anà, e a s'è
bulla k patrùn cun iin di abitànt
d'aquél pais, che Vk manda ent sòl
pussèsi per gardà li porc.
16. E a desirava de rassasàsse de
le fave che II porc maglia ven; ma
gniin gliene donava pa.
17. Manamàn com'a rè arvegnii
a se isleas, a Vk dit: Che de manuài
a J è a la cà de me pare, cb'àn de
pan fin ch'I vùlen, e mi moru de
fami
18. Me leverei, e me ne vau pòi
da me pare, e li dlu poi: Pare, ài
pecà cunlra lo siél e cuntra tu;
IO. E Siu pa mai dégn d'esse de-
manda lo 111; Iralle-me com'iin de
Idi manuài.
80. A 8' ò duncra leva, e a i' é vengù
da aò pare; e mentre eh' a l'èra anca
logn, so |>are l'à visi, e a l'è isià
luca de cumpas»iùn, e curànd a él,
a s'è tapà a so còl e Tà basa.
SI. Ma lu flI li à dit: Pare, ài pecà
cuntra lu siél e devenl Iti; e siu pa
dégn che tii me die lo fii.
SS. E lu pare dì à soi servitù:
Purtn la pi bella vlslìmenta, e bii-
làglie-la; bùltà-lì un anèi ar de, e
de scarpe ai pé;
55. E menà-me sì hi vèi grass, e
massà-lu, e Isléma allégre «n min*
giànl-lu;
sa. Perchè roè fi! eh'u vlé-sl, era
moi-ti ma a ré arsuscità; a l'èra
perdi! , ma a l'è artrovà. E I se san
bulla allégramént a mlnglà e béure.
S». Manamàn in fil pi vegi era ai
ciàmp; e com'ase n'en lumava e eh'a
l'appniciava de la cà, a l'à odìì la
musica e lu bai.
56. Ea l'à dem;indà un di servila,
e J à spia so che l'era?
57. E que' servitù gli di: Tò frilre
è vengu, e lo pare à masaà lu vèt
grass, perchè eh' a l'à lurnà Iravà
san e sarv.
58. Ma a s'è bulla cn còlerà, e a
rà pa vurgu In Irà; e so parf cb'é
poi surlì lu priava d'intrà.
50. Ma a l'à respondiì, e dft a tò
pare: Buca, la] è tanti ànn che le
servu , e giamàl ài desubei a Ifti òr^
dine, e piira tii m*às giamàl dona ìia
ciabri per islà allégre ensèm a mèi
amis:
80. Ha quant quest-sì, lo fil, cb'à
mingià tò ben cun de done de cat-
tiva vita, è vengu, tii II às nassa
lu vèl grass.
51. E lu pare gli di: MècarfiI, tu
sie sampre ensèm ami, e lui nel
ben sun Idi.
SS. Vantava ben Islà allégre e ar-
legràsse, perché che quvst-si, to frài-
re, èra mori, e a Té arsQscilà; a
l'era perdu, e a s'c arlruvà.
Pietro Bkrt, ministro valdese.
DI\LETTI PFDEHO^TANI.
51t
Dialetto di Lanm.
II. An s«rrom a Tava doi fi;
19. E M pi giùvij d' chili a j'à dil
al pare: Pare, dème la porslón d' la
roba eh' a RI ^ vln; e cbiàl a j à sparite
la roba.
18. E da lì a càie di, '1 fi pi glù-
vu^ barena lui, girànd, a Tè andai!
ani un pai» logn logn, e là a Tà
sghcirà lui M fall so, mnànd na Tifa
da desbàaé.
14. E dop che chiài a Pà minglà
tut, ani cai paìs-là a j è vnùje 'na gran
car'slia, e chiàl a l'à comensà avéi
bsògn d' lui.
f tt.B a l'è andàit, e a s'è arcomandà
a 'n s'gDÓr d' cai pais-là. Cai 8*gnór
a rà mandalo a'na sua grangia a
larghe I pors.
16. E a j locava niingià Tagiàn ch'a
mingiavo li slessi pors, perchè là
gnun a j na dava.
17. Arlornànd pòi an se, a s'è dil
Irà chiàl: Quanti srvilór a cà d' me
pare a l'àn da mingià fin ch'a vdlan.
e mi pòi si i mòiro d' fami
18. 1 saulro su, andrò da me pare,
e ] dirò: Pare, i'ài pcà conlra 'I siél
e an faccia a voi;
19. Già i son pi nin degn d^ cla-
marne voti fi; fé con mi, com farisce
COR un di vosi srvilór.
ao. E ausàndse, a vìn da so pare;
e com chiàl pòi a r era ancàu asse
logn,sò p^re a rà visi; la compassión
ara pialo, e corrèndje anconlra a
j à sautàje al col, e a l'à basalo.
SI. B'I fiòl a j à dil: Pare, i ai pcà
conlra ^1 siél e au faccia a voi ; già
I son pi nin dégn d'ciamàme vosi fi.
82. 'L pare a j'à pòi dil a i so sr-
vilór: Porle presi '1 pi bel viali, bu-
lèilo: bùlèje n'anél anl'i di, e d^
scarpe al pè.
88. Ande a pie M vellàl pi bel;
massèlo, I m^Dglrùma, starùma alé-
gher;
94. Perché cosi me fi a l'era mori,
e a rè arsuscilà; Pavia perdu, i Pài
Irovà. E a s' sun bulàsse a fé ribòia.
88. So fi pi vài a l'era pòi ani 'I
camp, ecum'a Pè vnù, eas^éauvsf*
nàsce a Cà, a Pà senti a canta e a
sona.
86. E a l'à clama a un di so srvi-
lór, e a Pà auterogà cos fuss lui so-si?
87. Cost-si a j dis : TÒ fréi a P é vnu,
e tò pare a Pà massa '1 pi bel %'ellàt,
prchè a Pé torna a cà san.
88. A j'é sautàj 'I fui, volé pi nin
anlrà an cà; a J è surtie dune '1 pa-
re, e a l'à ciamà.
80. Ma chiàl r'spondèndje a j'à dil
al pare: Eco, da lanli agn mi I v*
servu, I è mal nin dsubidi a *n vosi
comànd, i m'èi mai dai l un cravót
p'r ch'i féissa na riboia con 1 me amis.
80. Ma dop che cosi vosi fi, ch'a
P à sgheirà tut 'I fall so con d' le stras-
sone, a Pé vnu, j'cve massàje ^1 veilàt
pi bel.
Si. E chiàl a J'à dije: Fi, li I V
sès sempre con mi, e lui a Pé tò.
88. Acuvnèl dune sta alégher, fa
d'argiuvissanse. prché cosi tò frèi a
Pera mori, a Pé arsuscilà; a Pera
spèra, a s'è Irovà.
N. N.
K12
PARTE TKRZA
Di A IETTO ni Cor IO.
if. Unòm a l'uvìa cUil fi;
12. 'L pi cit a ì'à dit a so pare'
Pare, dame la pari d'i beni eh' a m'
vèn. fi chiòl a Pa fai le due part.
1S. D' li a qiiarch' dì^, M'fì pi cit
dop avèi 'mbarunà ^1 fai so a Té 'ndat
'n t' un paìs da lons da lons, e a Tà
sghara tùi 'n V le desbàucie.
i 1^. E dop ch'a Pà avù l&t consuma
a j' é stài ^nt rul*pais na gran care-
stia, e rhièi l'à comonsà a mancar
^d so bsògn.
i». E a ré ^ndiit, e a s*é fica a cà
d ^n sgn'ùr d' cui paìs, cir al Tà
manda a na sua grangia a guernàr i
pors.
fC. E a vuia 'mpìsse la pausa d^
l'aglànt eira mingiàven i pors; e a i
era gnun eh' a i n'en dcìssa.
17. Ma arvgnu ''nt chiòl, a j'u dil:
Quenli lavurànl a cà d"* me |Mire rira
l'àn di pan fln cb'a vùlen, e mi sì
rooru d' fa ni !
18. E 'ni levro, e andrò da me pare
e J diro: Pare, i'opcàcontra Kosguùr
e conlra d'^ui;
f9. I nP mèriiu gnanc pij (rèssi r
dama vo^t fi: tralèiiK? cuiii'ùn d'i
vosi $er\ilùr.
80. A s-^è aussà, ti a Ve 'ndàl da so
pare. E •nlraniénlcr eh* a 1 era 'ncùr
da luns, so pare al Tà \isl. a j'à avii
cunip:issiùn, a j' è 'udàl 'neuntra, e
al rà *mbrassà e basa.
91. E '1 fi a J*à dil: Pare, mi i' ò
pcà conlra Kosguùr e coiitra (Pui; i
nr mèrilii pi nin ch'i tu* cianii vosi fi.
22. E M pare a j' à dil ai sue ser-
vifùr: Dàje villi 'I vsti pi bel, bulij«
Panel al di, e caussiije le scarpe.
85. Mnè '1 vèt '1 pi grasa; massaio,
e ch'i mingièn, e eh'1 stasèn alégher;
84. Prché cu«t niè fi a Pera mori,
e a P« arsùscilà; a Pera prdu, e a
s' è truvà. E a Pan comensà a star
alégher.
85. 'L fi pi vèi a Pera 'ii campa-
gna; e 'n turnànd, '*nlrainénter eh' a
s'avsinava a cà, a Pà senti sunàr e
baiar.
86. E a Pà manda un df senitàr,
e a yhr ciamà che ch'a Pera su li?
87.* ^L servi lùr a J'à respondu: A
j'c turnà vgnì vosi f radei; e rosi
pare a Pà massa 'n vèl grass, prché
ch'a Pè vgnu san.
88. E a chièl a j'é vgnu "1 fui, e
a viiìa nin 'ntràr. Adùnc M pare a
Pé sorli fur, e a Pà cumensà piàlu
a le bonne.
29. Ma chici a j à respondu, e dil
a so pare: A Pé già lenii agn, che
mi i v' servu: I ò seinpr ^t su ch'i
m'ài cuniundà, e ui m'ai uiai dfit 'n
cra\ót eh' i nP 'I fiiss niiiigià cuin i
ma cumpàj^n.
^0. Ma il péinu vgnù cust vosi 0,
ch*a Pà miugià *l fai so cun d' le
larlijse,j'ài massa prchièl'l vèlgras*.
31. Ma 'I pare a j'à dit: Me car
fi, li Pè sempr cun mi, e lui son ch'i ò
mi, a Pff dcó lo.
52. Mu a Pera giùsl d' slàr alf-
jilier, e d' far fesla, prclié cust lo fra-
dèi a Pera mori, e a Pè arMÌscilà; a
sVra prilli, e a s*é giaiuèi lru\à.
Avv. i^LAinio Chiesa.
1)1 A LETTI PEDEM01<IT\M.
K15
DiALLTTO DI Limone.
11. iiii oiiinii ra>ìa dui fìò;
12. Lii pi 7.UVÌ (l.'i eh osti gi n diz al
|)àiri: Pàiri, donnina la pari di' la
ni' van: e Io pàiri gì à donò la 5ua
iiiit».
lo. Ila si n podi! zinn lo flc s'è
fax Io f^ìu fagòt, s' n'ò partì dalla casa
d' son pniri, e s' n'è anà ant un paìs
ban da loin. e asì l'à faz anàr tùz gì
sav innànd (ina ^ila dazzàn.
14. E dop d'aver consuma lui lo
eh* Tavia, ecco eh* la g'c arriibà una
gran xarestia, e Tà comansà a patir
la faiD.
15. K sei s* n'è anà, e ar s'è ar-
roniandà a un ^gninri da cai paìs,
ch'ar lu pranghessa al sin servissi:
e elìcsi issi rà manda ani la sua ca-
scina a gardàr d' purchl.
f f>. K sto nò Pavia tanta fam, ch'ar
volta anipìrsa la trippa <'on gi ag-
glant eh' manzavn gi pure, i> ni<;elun
d'na dnnava.
17. Altura rè rientra nn se stèss,
e rà diz: Canti servilùranl' la casa
d^on pàiri I gi nn da m .in zar fin al
col, e mi issi gargin la luna, t* munì
d-» fam !
18. Ah! voi luvarmn d'issi, e anàr
a la casa d'on pàiri» e a gi dirai:
Pàiri ^ mi ài pecca contra hi sei e
dnans ai vostri òò;
t9.SÌi sai pu nin dagn d'essri clama
lu vos né; ma accellàma ancàra come
un di vostri servi lùr.
SO. Sicché ar s'è aussà, e ar s'è
incammina a la casa d' son pàiri: e
mentre eh' l'era anràr da iòin. In siu
pàiri rà visi, la compassión l'à pras.
arg'ècurs all' incontri ì, ars'è campa
al col, e ar l'à baiià.
21. EloliC ar gi à diz: Pàiri, mi ài
|H*ccà contra In sol (Mliiansai \òstri
oc: mi sai pii nin da^^n d'essri cìainà
lu vos Ilo.
SS. Lo pàiri jlinra l'à diz a gi sui
servilùr: Piesl. hiittà fora la \csla
pi bela, l.'i pi bndiiila eh' la gi à an
l' la gardaroba, e voslMu si ban da
festa: biìtlàgi d' chiò l'anèl an l'ai dà^
e gi zùsscr nav anl'l pè.
83. E mnà issi In vàil pi gmss, e
ammassàlu, e manzàn, e stan allegri;
84. Perchè chesl miu l\à l'era mori,
e l'è riseiììscilà; l'era perdii, ears'è
trubà: e i gi àn comansà a far festa
e a star allegri.
8». Jura lo né pi vèé s' trubava
a la campagna: e mentre ch'ar vnia
dal zabòl,e ch'ar s'avsinava alla ca-
sa, ar sant ch'asi dins la s' sonava
e la s' ballava.
86. Ar clama un di servilùr, e ar
gi di: Cosa gi àia d' nav?
87. K achcst' issi gi rispónd: Devi
sabér, eh' In t4n fràiri Tè vangu, e
tnn pàiri l'à ammassa lu vàil pi bel
eh' l'avìa, perchè l'à agù la fortuna
d' vàiri ancàr lu siu Ile san e salv.
28. E selissì l' è monta sia iniila
malia, e volia pù anlràr an casa, e
ar fasìa In suda: lu pàiri altura l'è
nisei d' fora, l'à comansà a parlu
alti bonal e a far nin paràé.
80. Ma chesl' issi gì rispónd a son
pàiri: Eh! mi la gi à za tanti an ch'a
vu sarvu, e ài mai trasgredì iin bot
lo eh' m'avé comanda, e vu m'avé
mai dona un tzabrin da manza r an-
scmo a gi mai amiS;
SO. Ma appana eh' la ghè vangiì
chesl vostri flé, eh' rà pia lu faz siu
con li bruttai versai d' fràmmài, dar
moinàni ave faz scanàr lu vàil pi bon
eh' la gi avìa ani' la stata.
.^fl. Lu pàiri allura gi à diz: Fié.,
tii ses sampri con mi: e d'io eh' mi
ài. >os (Kidrón tii t'i<^tèss come mi :
^2. Ura Tcra pi ehc zii^t d'manzàr
e d* star allegri, perchè chnsl fràiri
liu l'era mnrt, e l'è risciuseità: l'era
pcrdu, f ar s'è trubà. N. N.
»1^
PARTE TERZA
Dialetto di Valoibri (VuIIc di Gesso, prov. dì Cuneo).
11. N' òme a Tavia dui fi;
12. Lo pii giòve a dil a son pere:
Pà, donème la mia pari d'ardila, eh'
a m' vèn: son pére j'à dona lo eli' i
parlocciava.
15. Donlrai giorn^ apprèss, rabajà
lui asciò eh' a l'àvìa, a s' n'è partì,
e al s' n'è anà 'ni pais da lògn, e a-
chi a rà flimbà lo fèlsè con d' femnes
d' mond.
14. Dop d'aver barba lui, j'è vengù
'n t' achei paés na gran ciarestìa, e
chièU'à cmensa avàire d'fam di diào.
ftt. A Ta sercà s' càich parliculàr
volìa pèrlo da fami; al n'à iruvà iin
eh* l'à manda al làil a gardàr i puerc.
16. E chièl orria vorgu empirse la
Iripa di ghiànd ch'i puerc mengià-
von, e d'gùn i n'én donava vi la.
17. A rà passa 'n pau d' temp 'n
la eia miseria; maramàn 'n giorn ai
s'è biillà a pensar 'nlra d* chièl, e a
rà dil: cauli scrvilùr 'ni la casa d'
me pére màngion a séianca Iripa, e
mi isi sai coslrèt a crepar d' fam !
18. Vai Mvarme d' isi , e tornar da
me pére, e vai diijc : Pà chie, è manca
conlra '1 siél, e conlra d' vos;
19. No sai pila dégn d'esser sona
voslre fi: conlenlèo d'inirme pr' un
di vostre servitùr.
ao. Dil isò , al s'è fèl cor, e al s'
o'è parli, e a l'è vengù da son pére.
A l'ere 'ncàr da lògn eh' son pére l'à
visi: 'n tal vàirlo la cumpassión l'à
pres, j'è corrbgu 'nconlra J s'è campa
al col, rà 'mbrassà, e ar rà baisà.
81. Lo A j'à dil: Pà chie, è manca
conlra '1 siél, e conlra d' vos; a mes
mèrito pila d'esser lengù pr voslre fi.
22. Lo pére è vira ai servitùr: trote
gari a pèrje na bela veslimenla, vi-
stelo; butéje l'anél 'nt'idc,cciossélo.
SS. An^ 'ni' le slabi , soeroè lo vàii
pù grass, massàio , eh' vai eli' istén
alégre, e eh' fadén 'n bon past;
24. Baichè isi sto me fi era mòart,
e a rè arsùscilà; l'avio prdù, t l'è
lurnà trova. Dil fèt, I s' son bàita a
far arbòire.
2i(. Lo fi pu véj alora era *o eaa-
pagna. Accoslàndse a casa, a l'à leoli
a cianlàr e musichiàr.
26. A l'à sona 'n servilór, e a gt'à
spia, eh' volla dir sto tapage?
27. L'aulre J à reapondu: Lo vostre
frère è arribà; lo vostre pére tanta
glùe-ch'a rà agù d' vàirlo ch'ali'
n'era torna, k fèt mau&r lo pu bel
vièl.
28. Àn l'el sentir na cosa partii
la rabia l'à prés, e al volìa pila 'o-
tràr in casa a manìa ra d'gùoa. La
pére sapu isò, è na isi d' fora, l'à
pres al bones.
29. Ma Io fi j'à respondu: Vi da
tanti ann eh' a vu servo , e vb sai
sempre sta a coment 'q tut, m'avéo
che dit na vira, te ve, prentefn eia-
bri, ve' 'n pò far na ribòta eoo i lai
compagnón?
so. E ura pena arribà sto caròfa
d' me frère, ch^ à soffii^ tot lo lei so
con 'I bagandres,avé fèlsiibiljmiBàr
lo pù bel manzòl.
SI. Lo pére j'à reUpondu: Ahi né
car fi, paziete, nosaulrì sén acapn
sta insèm, tra nosàutri dui J'è aiai
sia nént d' parli.
32. Ma l'era ben di giùsi d' far
n'argioissansa a te frère cfa's' pensà-
jen ch'ai fòssmùart,ea l'è.'ncàr vìo;
eh' l'avicn prdù , e eh' ura i'avèa
truvà.
D. Gio. PiEiRo BoiELLi Parroco'
DIALBTn PBOIIIOflT.Lll.
51»
Dialetto in Yiradio.
ime avìa dui cnfàn;
I pu giove d'acbili à di£ a
: Pàire, donarne la pari de
le tuòccio, e Io pài re lor
pau de temp après» cant
ì li venia, lo pù giove enfàn
• cs anà via lùagn , e a
ìt Io che avìa enseoio laa
l agii lùt mangia, es vengu
elarestia an achèi paÌ9, e
Ipià e sospirar,
ès 8'es affitta embo un d'a-
, e acbést lo k manda a su
lardar li puerc.
sr se levar U fam mangiava
», perchè degù» il donava
ingiàr.
» d' achesla miseria s'ès
: Canliservilórà mon pàlre
, che niàngian lan de pan,
crepo de fam 1
«osA de m'en tornar embo
!, e li direi: Pàire, mi ài
»Dtro lo siél e cuontro vos;
i*en mèrito pù», che vos m'
pàlre; ma tut'ùn mi siau
SD, fasèrae, corno mi fosso
lervitór.
encamina vers la maison
Ire: era encora de lùagn
, son pàire l'à visi vcnìr^
ipassión de son enfàn, IMs
tra, rà embrassà e l'à bcisà.
ra Tenfàn à di£ al pàire:
ài peccià cuontro lo siél e
a; mi n'siau pus degnd'ès-
vostre enfàn; ma prenóme
! scrvìlur.
ra lo pàire à dio ai i»iu sor-
vilór: Anàgherì al ciambru prendre
lo pù bel vesH, e vestilo; bùtàli un
anél al de, e ciaussàlo;
28. E anà prèner lo pu bel vèal
ch'es al tee , lùàlo, che lo mangén e
slém allégres;
84. Perchè mon enfàn pensavo che
foghés mòar t, es vengù ; Pa viam perdù
e l'avèn trobà. E àn prinsipià a star
allégres con mangiar e béure.
Stt. L'enfàn pù vièi che era en cam-
pagna, es vengù a maison; e cani es
agù procce, à auvi de sona de mùsico
e de danso.
S6. Clamò donco un de sus servi-
(órs, eli demandò, eh' ero lod'aechi?
87. E achili gli à di£: Es vengù vo-
slre fràire, e vostre pàire fa tùàr lo
pù bel vèal, perché lo à trobà san.
38. Allora lo fot rà prés, e n'en
velia ren entrar a ma4sóo. Son pàire
donco es sorli , e lo à prés a los buònoa
perché entrèss.
89. Uà Jcl à respondù a son pàire:
Como, mi j'à tanti ann che vos sièr-
vo, e i ài sempre fa lo che m'avé
comanda, e m'avé mal dona en eiabri
che mangiesso, e stesso allégre embo
li miàu amie.
80. E Irò eh' es toma vostre enfàn,
eh' à mangia tot son ben embo las
ciórnias, li ave tua lo pù bel vèal
che avià.
SI. Allora lo pàire II à die: Mon
enfàn, tùslas sempre embo mi, etùl
lo che mi ài es tiàu.
88. Ma cialio mangiar, béureestar
allégre, perché ton fràire, achèi ch'ero
mùart, es torna vìàure; ero perdù, e
s'cs torna trobàr.
N. fi.
hiCt
PARTE TERZA
DuLETTo DI Castelnagno (Valle di r.rana. prov. di Cuneo).
if. Un òme avia dui figi:
19. F. In pù giAve da chisli à dio
a sun pàire: Pàire, dùn(*me la pari
dia ruba eh' m« loca. E el à faè tra
tur Ic« part dies soslanscs.
IS. E pas!(à cnrche giiirn, bulla lui
coséni, lu figi pii pi£òt se n'ò anà en
le d' puÌR lògn. e isi a Pà consuma
lui lu faé slo cn d* porcherìe?».
H. E cani a l'à gii lini lules \c%
coses, gli cs sagli na gran caresiio
ea r achól paìs, e él à cu mensa a
luilìr tu f:»in.
f K. En t'achcst mentre gli es vengii
en l' la lesta d'anàr Irubàr un sila-
dìn d' achèi pais, ch'a Tà manda a
gardàr 1 puerc.
IG. E a l'nvia \dglia d'cmpfrse la
Iripa dIes giandes che mingiàven i
puerc, e degun gnen donala.
17. Ma 'nlrànd cn rèi sless a Va
die: Canti servili! cn l' In casa de
mio pàire san ncn eh' far d'I pan, e
mi muèro d' fam isi !
18. Vi ausàrroe, e anàr da mio
pàire, e dirgli: Pàire. mi ài offendu
Iddio e vu;
19. Sio nén dcgn d'esse clama vo-
stre figI: Iratcme maccum'ùn di vo-
stre servitùr.
20. E ausàndse a l'es anà de sun
pàire. Essènd encara da lùcgn^ sun
pàire rà visi, e piglia da In cum-
passión e gli es anà 'ncontra^ e en-
br^issàndlu al col, l'à bisà.
21. E lu flgl gli à die: Pàire, mi ài
manca conlra Nosgnùr, e vu: mi me-
ri lo pus d'esse clama vostre tigl.
22. Lu pàire, dsmentiànd lui. dis ai
servitùr: Porle siìbit isi in pù bela
vesta, e vestièlo; bùtirgli l'ane I al de,
e ciossèlu';
23. Pò menème up ve! ben gras,
e amassèlu: vi eh* lu mangon, e eh'
sten alégrc:
24. Prchc achésl mio flgl era nor
te, e a l'es risuscita; al s'era prdà,
e al s'es turnà Irubàr. E a l'àn ca-
mensà mingiàr e bèure.
2is. S'è dà lu cas, eh' lu prim figl
era anà véire la campagna; en Tèi
rilùrn avslnàndse a casa, a rà sentì
sunàr e baiar.
26. Clama iin di servitùr, a la io-
lèroga eh' voi dir asò?
27. Lu servilùr a j rspónd : Es torna
lio Tràire, e tun pàire à fa£ amassàr
un vèt gras, prchc a l'à lumà averlo
san e satvu.
28.'Sonlènd iso, pién il' rabbie
vuiìa pii4 enlràr ent casa. La pàiro
sai de fora, e lu prega a néndanarglie
achei dgust;
29. Ma ci a I rspAnd. e I dis: San
già tanti agn eh"* mi vu servo, di'vi
faud d' pianta a cuoiànd, e va ile
mal sta bon a donarme an ciabrìi
prtànt eh' sless"* alógre con I me aù
so. Ma dop ch*es vengù adicrtfl
vostre flgl. ch'à divora tal lu sio ben
cun de frenics por^hes, ave amassi
pr él ijn vèl gras.
31. Ma sun pàire gli piglia la pa-
rola, ej di«: Figi, tu ses sempre ea-
sèm a me, e lut asò ch'ai , es tic.
32. Era duncre giù<t d' far ijn grai
disnàr, e d* star nlégro, prrhc aebéfl
lio fràire a l'ora mori, e a resrisó-
sriln; a l'era prdu, e a l'es lriib>-
D. LtiftK.ito Tallo, Parroco.
ni \ LETTI PEDEMO.NTAMI.
ni7
DiALKTTo DI Klva (Valle di .Maera).
11. Un òinc avìa dui fj:
12. Lo menùr di dui à diÒ a sou
pàire: Pàin*, donnine la partd'ijiéni
ch^ apparirà a mi. E lo pàire j*à parti.
f 3. E gàire aprps Io fi pu giófc,
dop d'aver cuj lut-arc soa ròba, »e
n'ès n* anà ani' un paisbcn da lùegn.
Ed arùbà citai , na des bnucia après a
ii'àula, a ràmingià tan ch*aln*à agii.
14. E cnnsiìliifi eh' a l'à agù lui, e
cb' als'PS irubà mane pus abu ia pun-
da de n'agùja, ès vcngùa na gnui
clareslìa an aqucl paìs^e al s'ès (ruba
cugì d'anàr cròni.
Itt. E al ès anà sercasse en pairón,
e s'ès affila abu en silladìn d'aquél.
pai^. E lo patron Va manda à la soa
campagna a gardàr i puerc e menàje
en pastura.
16. E a réra giunò a na mira de
nntséria^ch'a r^iviavuèja d'empisse de
J*istèssagiànlcbc mingiàvon i puerc,
ma Pavia dcgun ch'j n'en doncss.
17. Turnànt alora en si stóss a Tà
die: Quanti servitùra lu casa de mon
pàire àn de pan mai eh' i vólon, e
mi eissi niuèro de fam !
18. Es tut dio, ciàl ch'a me gare
d' eissi, e cb'* ane a casa de mon pài-
re, e vili dìjc: Pàire, mi ài fa£ mal
centra lo sèi e con tra vus:
19. Siopa pijs degn d' èsse nomina
vosic fi, trattarne pura mac cmà un
di vesti servitù r.
SO. Eausàndse dal culpi'ès turnà
al sto pàire; e ant' ci mentre eh' a
l'era eiicàra da lùegn, son pàire l'à
visi, e s'ès sentii pia da fa compas-
siòn. e s'ès biìltà à corre pr' anàje
encontra, e r'à ambrassà strénó al
eòi, e rà bcisà.
91. E lo fi j' a dio: Pupa, mi ài faò
mal contra Io sòl e centra vu : mo
vco da mi , eh' a mèrito pa piis d'esse
arconcissu pr vost fi.
88. Ha lo pàire à die à si servìtùr :
Cava fil dal cofTe la vesta pii bella,
e avviassàlo: e bùtlàje Panel al de,
e ciaussàleo ben.
25. E pé anà piar lo vèl pii grass
e amassàlo: e fasscn lùcci festa, min-
gèn e sten allégre ;
24. Perchè acbéil mon fi V era
mort e a t'ès arsùssilà; al 6''era per-
da, e al 8*ès lumàio véire; e i se
son bulla a slar allegre.
25. E ani' aquela lo fi pii vièj èra en
campagna, e ani* rarliràsse quanPa
Tes sta dapé casa, a l'à sentii sopir
e ballar;
26. E al à sona un di servilùr pr
enformàsse de lo che Pavia de nòu ,
e che vulion dir luntes aerenàdes?
27. E Io servilùr j' à rispòsi: Tic
fràire ès vengù, elon pàire à amassa
un vèl grass pr la conten lessa eh' al
à prtivà anl'el >éirIo san e salv.
28. Senlènl lo motiv de la festa a
Pès saulà en còllera, e vulia rén en-
trar. Lo pàire dóncre cs sai de fora,
e s'ès biìltà a pialo à les bones e
pregàio.
29. Ma elle à rispósi e die a sio
pàire: Beicà en pau, Pà giò Unti àn
ette mi vu sièrvu, e ài mai leissà de
farla pu peciòla còsa che vus àje
piasii de comandàme, e Vu sié mai
sta aquèl de regalarne en bót en eia-
bri dà pulér far na merènda d'alle-
grìa abu i amis.
30. Mu aura dop ch'ès vengù achèsl
vost 0, ch'à sgheirà lui en compagnia
de frèmes de cattiva vila, vus ave fil
amassà pr elle en vèl grass.
81. Ma lo pàire j' à die: Mon car
fi, lù sies sempre abu mi, e lui asò
ch'ès mio es Ilo.
52. Ma l'èra glùsl de Star allégre
e far fesla a la vcnùa de lon fràire,
perchè elle èra mori, e al ès arsùs-
silà; al s'èra perdo, e al s'ès lumàio
vèire. Canònico Garneri.
9 A
5i8
PARTE TERZA
Dialetto di Acceglio (Valle di Macra).
II. N'ornine nvìa dui efTànt;
18. E lo \m giove à die al pàire:
Ptìire, donarne ma pari d'eredità, e
elio yk dona son toc.
1$. E carche gióm apprcss reffànt
giòve, faè ^u bagòt, es partì de 80n
paìs, se n'ès aiià en rùn paìs da
làfgn ^ e achì Tà fa£ anàr tot cant
ch'a Tavìa fnsènd la librogna.
14. Dop cb'a l'à agù sgheirà tot ,
ès veugii cn l*actiél paìs na grossa
ciareslia^e elle patìa h) fame.
1K. E elle es anà, e s'è affitta bo'n
signor de cbél paìs, che l'à manda
gardàr i pucrc a sa rassinn.
16. E l'avìagiàj d'empisse la pansa
alméno d'agghiànt, che mingiàvon i
crin;'nia degan j ne donava. *"
17. Ala enirà enl'elle stess disia:
Ah! canti servitór alla mcisónde mon
pàire màngion a catre ganàxos, e jò
Issi muèro de fame!
18. JÒ me levare! d'issi, e tornànd
a uion pàire j dirci: Pàire. jò ai ofTés
iKts ségnór, jò ài ofTés vos !
19. Jò Sion pu rcn degn del nome
d'etrànt ; ma fase alméno bo jò, coma
bo i servitór.
80. E 8' ès aus(ià, e s'ès encaminà
vers son pàire; era 'oca da lùegn, e
son pàire l'à visi, e pia da eompas-
8lòn , j ès cors encontra, ] ès sautà
al còl, l'à beisà.
81. £ l'ffTàot j à die: Pàite, jò ài
manca coolra del sèi, e contra vos;
jò Sion pQ ren degn d'esse cianià
vostr* effànt.
88. Ma el pàire à di£ ai ser\itór:
Fit, fll, porlà-je la vesto pù bella,
e biiltàje la virro al de, donàje de
ciàussos^ e de clàussiers.
23. E anà scpitc cn \v\^ che sia
ben gras, massàio perchè lo niìngén,
e sten allégre.
84. Perchè achésl effànt ero mori
e auro ed ressùscilà; ero perdii, e
aìiro s'ès trobà; e se son butta min-
giàr e béorre.
8tt. Ma Teffànt pù vièj ero anà eo
campagno, e tornànd, coso ès sta da
vesìn d' ineisòn, à senlù cbesto mti-
sico, chesto al legno.
se.A^onà ^nservilór, e jàdmandà
che l'alia?
87. El servitór jà die: Voslrfràire
s'ès crlirà, e vostr pàire à fa^amas*
sàr un bel vM gras, per aver toroa
vist son etrànt san e lesi.
8». E elle ès saulà 'd bestia, e a
degiin conte volia entrar; donerà ès
sai son pàire a pregallo che vea-
ghèss.
. 80. Ma elle en resposta à die al
pàire: Beiccà canti ann che jò vos
fau lo servitór, jò sempre voa ài iih-
bidi, e vos m'avé gnanca dona en
ciabrì per star allegre e far na ribolla
bo i mi amis.
30. Ma aura che ès vengù acbést
vostr effànt, chea sghélrà lo cb'a
l'avia bo suos ciorgnassos, pr'elle
ave fit amassà en bel vèl.
51. Ma el pàire j à M: Tu siès
sempre sta bo jò; asò ch'ero mio,
era tio.
38. Ma auro ciarìa ben che fasés-
son en pasl, e se rallegrcsson, per-
ché lon fràire ero mori, e aàro ès
ressùscità; ero peni ù, e aùros*c«
trobà.
Dau Pietro, Prevosto.
DIALETTI PEDEMONTANI.
5li>
Dialetto hi Sam Pbyrl (Valle di Varàila).
11. Un pàiru u\iu dui fì;
12. Lo pili glo>e de costi h dio ni
pài re: Pàire, donarne la part dei ben
che me vien: e il pàire à M a lor
la di%'isi()n dei ben.
IS. Da chi a do 'n (rès giorn lo piii
giovo à Tadorna tul , es anà far viage
da lùein pais , ove à dissipa le sics
ben, menànd iinn maria \Ua.
14. Qiiand à agii consiimà tut, es
vengii en r achèi pais una forla ca-
reslìa, e s'es comensà a (robàr en
le la povertà;
15. Es anà donque affìtiarse bo iin
dei silladin de chél paì<i, el qual rà
manda en le sua villa en pastura ai
piicrc.
16. F lai ri avria volgii empisse la
pansa dei aghiànd ch'i puerc men-
giàvon; ma degun i n'cn donava,
i7. Torna (ìnaluiént en t'el à dio:
Canti servilòr en casa de mio pàire
màngiou ben, e mi sì muèro de fame!
18. »Ie leverei, e anarèi da mio
pàire, e j direi: Pàire, ó pecca con-
tra lo sci e conlra vo;
19. Sio pa pus dcgn d'esse de-
manda vostre li: fasséme qual ch'ùn
dei servitur al vostre servisi.
20. S'ès leva donque, ès vcngiì a
»io pàire; cesscndencà da lùein, sio
pàire i'à vist, e l'agù compassión,
ès corrù a rargiàrselo se le spalo, e
rà bcisà.
21 r Pàire, j à die lo (1, ài pecca
coiitra lo sòl, e conlra vo: mi sio pa
pus degli d'esse demanda voslre lì.
22. Ma lo pàire à die ai sies ser- 1
vilór: Portai isi 111 (ina vieslio la
plus pressioso,e veslclo: Buttai al de
Tanèl, e de causse'ài t>è;
23. E mena fora lo vèl higrassà, e
ammassalo: inangióma e stóma al-
legre ;
21. Perche coste mio fl era mort^ ès
torna en vi la ; era perdiì e s* ès trobà :
àn encomensà donque a stè allégre.
2«s. Enlànt lo fi più grand, che l'era
en campagna, ès retorna, e mentre
Tera vesin alla casa, à sentì a sonar.
26. Demanda un del servilòr, e j'à
demanda chi l*era?
27. V. j'à dio lo servftór: Es vèngu
voslre fràire, e vostre pàire à fa£ am-
massar^ Io vèl engrassà, perchè Vk
rr e il perà san e salv.
28. Cost-si allora pien de rabbia
volìa pa entrar: e sio pàire ès sorti,
e s'ès bulla a pregarlo.
29. Ma él en resposta h dio al pài-
re: Bcicà canti an che son che vos
Servio, e sempre vus ài faÒ comànd,
e vus mai m* ave dona n lanca un
cravót, perchè stéissa allegre ensèm
ai mie amis;
30. Ma vengù coste vostre fl, che
à mangia le suos soslansos enseme a
chelos che menàvon cattiva vita, vus
ave faÒ ammassar per elle Io vèl en-
grassà.
31. Fi, j'à respòst lo pàire, vus
sic sempre ensemo a mi, e tut lo
ch'es mio, es voslre.
32. xMa fasìo besògn stc allégre,
perchè cosi vostre fràire era mori, ès
torna en vita; era perdu, e s*ès trobà.
N. N.
»20
PARTE TEIIZA
Dialetti) iro>ciMi (Valle tli'l Po).
11. Un òm a rà agii dui flgi;
18. Lu pù giovb a l'à di£ a son pa-
re: Pare, donarne ma part, lo cbe
ni' pò veni; e a ] k faigi lei pari.
15. E da sì a dui o Ires glòrn lucci
ansemo, lu flgl pù giove a rè parli
per pai luegn, e acà a l'à majà son
palrimoni, vivènd pfilanamént.
ILE cant a Pà agQ minglà lai,
gli è vengu ijna gran ciarestio anl'c
cbél pai, ch'a Tè areslà paure;
I». E rè anà, e a s'è afflila bu un
parliculàr d'achèi pai, e lu mandavo
ani'e sie beni pasturo al crln.
f6. E a l'avia vlèglio d' mingià
()' agiàni, eh' gli crin niinglàven; e
degùn gn donavo pa nèn.
17. VengO Ira el slèss, a l'à die:
Tfinti servitór ani' la meìsón d' mon
pare, eh' Pan tanlu pan, e mi issi
aio coslréé a muri d'fam!
18. M' levo d'issi, e vàu da mon
pare, e gli dio: Pare, ài manca con-
tro Iddio e contro d' vu;
19. Già sio pa pu dcgn d'esse de-
manda vostre figi: ma lenéme giusl
cpma un d' vostri servitór.
20. E leva, a se n'è anà a son pa-
re: a Pera anca ben làegn, son pare
l'i visi, e la compassión Pà pré, e
corru a gli è clol se son col, e a l'à
beila.
Sf.E a Pi die lu flgl al pare:
Pare, ài manca qootro nos Signor e
contro d' vu ; già sio pa pu dcgn
d'esse demanda vostre figl.
%%, A Pà dij lu p^re a sie servi-
tór: Gari,gari, porlàme la primo vesli-
mcnto, e veslièlo; e biil tàgli un anèl
anPsoa man, e son clàusKie ant*i pè;
SS. E mena Qn vèl lu pu gras, e
massàio, e lu majén, e sten allégre.
21. Perché chest mio flgl a Pera
moft, e a l'è risusità; a Pera perdu,
e a Pè sta trubà. E a Pan comensà
a sta allégre.
2». E lu sio flgl pu vlèj^l a Pero
an campagne, e venènd,e avesinà a
meisòn, a Pà sentii a sona e elanlà.
26. E a Pà demanda a un dei sol
servitór, e a Pà Interrogalo so eh'
Pera ?
27. E ci gli à dio: Vosh-« fràlre a
Pè vengii, evostrepareaPàanaMà
lu pii bel vèl gras, perché a Pè
vengu salv.
28. A Pè monta en ragnlno, e volio
pa pii intra: donche sorti son pare,
a Pà comensà a pregàlu.
29. Ma él rlspon'dènd a l'à dK a
son pare: Ecco tanti an, cbe mi v^
slervo, e v'èi mai manca al vostre
comànd , e mal vu m'avé dona ììo
ciabri a majà bu i mei amis;
so. Ma da poi eh' chesi vostre flgl
ch'a Pà majà lu fa6 sio con le pOtane,
a Pè vengii, e vu gli ave amassà lo
pii gras vèl.
SI. Ma igl gli à dio: Figi, la sies
sempre sia bu mi; e liiccl I mie beo!
son Ile.
32. Rallegràse poi, e sta allégre
convenio, perché chesi tio fràlre a
l'era mori, e a Pè ritorna a vive; a
Pera perdù, e a Pè sta torna trubà.
I). ToMMàso Rossi, Parroco.
ni \ IR TTl PRPEVaiT A % I .
531
Dialetto di Fe.\estrrli.e (Valle ili Pr.'igelas).
ti. Un ònie nvio dii garsùn*;:
18. E le più giuve à (lil: Papà,
«lùne-ine la piirsiiin da ben che me
revèln; elepàire tur àdh'isàsunben.
fS. Pane de giur» apre qiiant le
piti gin VA garsùn n agu rebalà Iute
5a pursiùn, a se n'òs anà viaggia dins
un pai ben logn, doni a Tà dissipa
lui sun ben, vtvònt dinslusexcèsel
la débàucia.
14. E apre ch'a Fa agii niingià Ini,
èn aribà fine grande famlne din qnè
pai, e a cumensave a esse din la mi-
sère.
15. Alure a Tès anà se biilà en ser-
vlse abu un abitànt da paj che Tà
manda a sa mesùn de campagne per
gardà su curìns.
16. A desirave de rempli sun ven-
tre das aglàns che lu curìns mingià-
van, et nun n'j en donave.
17. Ala essènt finirà dins el me-
me, a Vk dit: Càirede valéschc din
la mesùn de niun pàire àn de pan
lanl ch'i vòlan, e mi mòni isidcfam!
fS.Meleverèiceanarèic Irubàmun
pàire, gli di rèìc: Papà, àipccincuntre
le siél e cu n tre vu ;
it. Sin pa mai dignc d'esse voire
garsàn; Iralòiiie cumc iin do volru
valM.
20 Alure a rè parti , e vcngù truhà
sun pàire; a l'ere encare ben lògn .
quant sun pàir«> Vh vii; se-si purlà
de cunip.'i<siùn grès anà a dranl, s'è
tapà a sun còl e Va baisà.
SI. Le garsùn gli à dit: Papà, èie
pecià cunlrc le siél e cuntre vu;
sin pa mai dignc d'esse votre garsùn.
22. Alure le pàire à dit a su vaics;
Purtème vile la plii bèlo robe, abi-
gliè-lu: biitè-gll une vice a de, e de
clùsles a pès:
25. Mene Gn vèl grà, tùé-lu, min-
gién-la, et regiuissèn-nu;
24. Perchè che roun garsùn che
véìsi, ère mori, a l*è resùscilà; a
rére perdù, a s'è rei ruba. Alure i
ràn comensà a fa bun re|>àt.
2». Ma le garsùn le più vèigl ère
en campagne; cume as'en revenio, e
rh'a s'appniciave de la mesùn, a l^i
enlendù le sun das instrùmens , e le
tapage da bai.
26. A rà demanda un da valéa,
l'à-inlerogiàsù se ch'ere tut quen?
27. Le valél gli à rèpondu: Votre
fràire è vengù; e votre papà à lùà
un vèl gra, perchè ch'a l'à Irubà en
bunc sandà.
28. Susi l'aiènt Indigna, a vulio
pas intra din la mesùn: ma le pàire
essènt surli, a s'è bùia a le pria
d intra.
29. Le garsùn gli à répondù: Pa-
pà, vèichi plùsiors ans che vu s^r-
vu; vus èie giamal désuticì en rien,
e pure u m'avé giamal duna un eia-
brin per me regiuì abu mònsamis:
7io. E ore che volr'àuire garsùn
à niingià sun ben abu la catìns, è
revengù, us ave tua un vèl già fier el.
51. Ma le pàire gli à dit: Mun gar-
sùn, u sé tiigiùr abu mi, e liis mon
bens sun per vu :
32. La venlave ben fa un bun re-
pài, e nu regiui, perchè che voi re
fràire ch'on viè-isi ere mori, a l'è
resuscita; a l'ère perdù^ a s'è re-
trubà.
CiH;*FPrE Kiii-iòi..
B22
PARTE TERZA
DiALEiTO Dì OiACLioNE (confinfì (lì Novalesu).
11. Un ónien ave Oiie boi;
12. E lo pi gióven à dot n son
pare:Mon pare, donàmme moti dret;
e lo paro u Tot partagiàlloft 5Kin béin.
15. Gio'n Irai giort apre che lo pi
gióven u Poi ajò lutla sa porslón,
ti rè allàssencn loin loln , e dedin
de pai étranigó; e izièuTot arglirira
tut so ch'u Tavéit, da dclbucia.
14. Apre tl'avéf (utdcipcndu. iino
gran famino è venùo din sa pai là;
e u commansave èitre a la misiVe.
IK. Allora ti l'è artirasse, e \i l'è
alla a mettresen d'un particuliéd'u
pai, ch'u Tot mandano a sa cassfna
pr mnc ein ciàn li carrin.
16. E u Tavèil voglia de levèsse
la fam avo gli aghnn ohe li puerc ma-
ciaTont. me j'avéìt pà nnn che glie
nen donisse.
19. D'izlé u rè turnà en sé-méi-
mo, u Tot dot; che de vallot de<lin
la niesón de roon i)<irc mingion tanl
che vùlon, e me creppo de fam i*isé!
18. Me leverei dMssé e lurncrèi
trave mori pare, e glie direi: Mon
pare, P al manca centra Io Sic e
devànt vos;
tO. E sei pa-pi digno d'éitre de-
manda vòtron (Igl; trattarne Som' un
de vutrl laVurie.
80. U rè donca levasse, e u Tè
enciamlnasse vers son pare; e son
pare ajànlo fran de loin vi veni, la
compassiòn Tot pròllo, u l'è'cur-
rugliea rècontrc, u l'èsaulà cnbras-
sello, e u Tot 4)eisàlIo.
21 . Me Io bot u gli òt dol : Mon pa-
re, i' ài pccià contra nòtron Sìgnù e
devanl vos; e mèrito pa-pi d'èitrc
demanda pr vùtron ligi.
22. E lo pure dot a sì vallot: Porla
len Io pi bel giuslacór, e abigliàllo;
billàglie una vira au del , e ciussàllo.
2.^. E menarne Issé lo vèl pi gras
e tuàllo, e éilén allclgher;
21. Aperché lo mon bot, ch'u
vjijés issé, u rére mori, auro u Tè
fiirrià arsussitè; l'aìu perdullo. Tèi
tiirnà truvèllo, e d'iziè i cn com-
mensa Tallegrìa e n fare lo past
2ìS. Lo pi viègi di bot u Vére en
campagna ; e venàn a mèsón e a me-
siira ch'u s'approciave. uTotsentù
suné e cianté e balle.
26. E u Vv adressàse a un di vallòt
pr savài cbech'ér&tut sa tramanét?
27. E sa vallot u gli ol dot: YùtroB
fra re è turnà, e vùtron pare u l'ol
éitrenglà lo vèl gras, pr mu che u
l'òt turnà tru vello en bon élat.
2U. Me u rè cnf urlasse, e u Tot
pa vulliì in tré: e son parcejàn sur-
lu, lì lo pi'òuéit a le bonncs pr fare
introno.
29. Me u r ot rripondu, e dot a
son pare: Avveità-issé, i'ol tanti an
che vo servo» e i'èi iamai éisùbbé
vulriórzcn, e pùrro vos ai iamai do-
nàme solamcnt iin cioràl pr déiver-
lime avo mi amis.
no. Mècanteche rautro-izié,vùtroo
bot, ch'u l'ol fricudà vùtron bèioatò
de garàudes, u l'è venù, vos ai
tùàglie lo vèl gras.
31. E lo pareu gli ot dot: Bot, te
te sùcs tcgiórt cita avo oió, e lo raein
ere toi.
32. Fu lave donca fare lo past e
eitc ailéighcr pr mu che lui issé,
lon frare, u l'ere mori, e u l'è re-
sùssilà; u rrrppcrdu,c u rè Iruvàssc.
DIALETTI PFnF.HONTAM.
»d3
DurF.TTo n'Onx (Vali*» di Dora Riparia )(*).
f I. i)n òiiime avìc dus éìfnns:
f2. Le più i\\\c dMéilus di a sun
pàire: Pàire, dùname la purziiìn de
ben rhe me revèn; e iè lus à parlaià
le ben.
15. Còchcs 2urs apre, aìèn tiil re-
b:ità, le più 2uve frarsàn parli par
réiirangi, par un pai cilunià^ e libi
u rà dissipa sun ben en vivèn lùxii-
riusmcn.
14. Me apre cb^uTà agù lui cun-
sumà, Pes sùrvegiì uno grande fa-
mine dins qué pai, e jc mélme u Vh
cumen^à a esse u besiin.
flS. Alure u se n'cl anà, e u s"* èl
aliala a un dus abilàn de qnc pai^
V. »et-issì rà manda a sa mèisùn de
l'ampagne, par fn puisse lus cusciùns.
16. Kbì u déisiravc rcmpli snn ven-
tre de las cròfas che niijàven lus cu-
scitins, e nengu n'i en dunave.
17. Rinlrèn alure en si mòime, u
dì: Che de mersenère din la mèisùn
de mun pàire àn de pan abundamén,
e mi issi a crèpu de fami!
18. Ab! me levarci, anaréi trnvn
mun pàire, e a li direi: Pàire, ài
pescfà coutre le Sé e contre vu ;
19. Nau, a biu pa mai digne d'esse
appelà volre garsùn; trallàuie cumà
un de voirus nior^cnère.
20. E se levà'i, u ven ver sun pài-
re; me cumà ul ère cncore lon, sun
pàire J'à' vi, e la cuaipassiiin fa préi,
V currcn a ir, u s*èl lapà a sun col,
e u l*à embra-isà.
SI. E le garsùn gli à di: Pàire, ài
pe<«cià con Ire le Sé e con Ire vu; a
siu pa mai digne d'esse appelà volre
éifàn.
22. Me le pàire dì a sun domcslic:
Apurtà vile sa première robe, cbilà-
la-li, e duniàli de une vire parta
man, e sebatlas par sun pes;
25. Pòi adiifc le ve gras, tùà-la,
par che nu roijén, e che nu nu re-
gallén;
24. Parse che mun éifàn che véilhì
ère mori, e ul èi resiiscilà; ul ere
perdù, e ul èl truvà.È 1 se suo bilàs
a fa bune scère.
2«. Sepandànl sun garsùn le plii
vegi ère u sciàm; e cumà u venie, e
ch'u s^approscìave de U mèisùn^' al
à antandij une sinfonie e un cbor.
2G. Ul apèlle un domcstìc, e u li
demànd se che Tére?
27. E ic li dì: Votrc fràire èi veii-
gù , e volre pàire à tijà le ve gra»,
parse che u l'à resebù an bune sandé.
28. L'àulre alure s*èi indigna, e u
vurìe pa intra. Sun pàire étan surlì,
s'èi bilà a le pria.
29. Me ié an reipunse u T à di a sun
pàire: Véilhì che depo lan d'ans a vu
Rervu, e cheiamài ài manca a vòlrua
òrdres: e iamài u m.'avc duna un
sciabròi par me regala abu munsamis;
so. Me depQ che votre garsùn ch'èl
ilhi, ch'à déivurà sun ben abu de
gariillas, èl vengu, u Pavé tua le ve
gras par iè.
51. Me le pàire gli à dì : Mun éifàn,
lù sias tuiù abu mi, e lui se cb'èi
méu, èi leu;
52. Me la venlavc fa b*ine scère,
e se réiui, parseché lun Iràire ch'èi
ilhì ère mori, eul èi resùscilà; ul ere
perdij, e ul èi Iruvà.
Prof. Anto.nio Allois.
(•) Sicromc qurslo dialello ancora più che i prccrdenli è affine ai Frann-si coi quali
nmfina. c<»>ì dobbi.iiiinavvertirc, che tulle le e poste in fino di parola o di sìllabu sono mule,
rhe la i corrisponde al suono j d*>' Francesi , e le ffi al Ihela dei (in-rl, o>sia alPidèo-
liro suono rapprcscnlalo puro con tli dagli Inglesi.
»9ft
PARTR TERZA
Dialetto di Viù (VìiIIi* di Lanzo).
II. Un òm u ravét dui fci;
19. Lo più giovo d' 9li diii, Il l'à
dit a son para: Para, dóiiama la mia
pari d'sau ch'il m'vin, e cliii-si u
Vk sparli l'ardila Ira lo dui.
15. E di che a carchi giuórn, lo fci
pia giovo u rà bùia loia sua pari
ansèmblo, e u Tust ala lugn ani fin
pais, e u rà d'sgairià tot lu fall nu,
vfvànd da d*sgairén.
14. E cjrnt ch'u Vk avii d'sgairià
tot sau ch'u Tavél, e fa vinu 5una
gran clarastì ani sau pajs ichu e chiàu
e yk comen^cià a vinili la miseria.
III. U rOst aia, e u s^irengià iìn
un Bgnór de s^ pajs, e ichì sllo-icsi
D rà manda a sua campagni a largià
Il erln.
16. Sito u l'avét gièi d'Impìssa la
pansci d'agiànt ch'u mingiàvon li
criO) e l'era niun che ] n'an donassa.
17 Ma cani u rà poi cogneSù ch'u
l'tvét fòit mal, o rà dit: Canti sar-
vllùr anr la cà d^ min para u l'àn
tré d^ pan, e mei issi i muèro d'
Cam!
18. I m^ auarài, e I glalrài da min
para, e I li dirai: Para, i gi ài manca
eontra d' Nosgnùr e contra d' vó;
19. 1 sé pa piii degn d'èistre clama
▼ostre féi, e trallàma Pistès com'ùn
Tostro sarvilùr.
ao. E u 8'àuscia drcl, e'u l'ustalà
da son para, e u Pera ancora lugn,
8on para u rà viù e j à fàit compas-
sióne e u s'à bùia alali ancontra e
u s'à lapà a u còl a bastàio.
ai. E lu féj u rà dil: Para, i gi ài
manca contra Noi^gnùr, e contra d'
vó; e i sé pi gnanca dcgii d'èistre
clama par vostro fél.
22. Lu para u I* a dit a li sue sar-
vilùr: Lesti, ^a\à fi'i r viasla più
l>ella, e visliscèio; e bùlàli ao dai
ranci , e li ciàuscia alti pia.
25. E ala prendra lu vàii più graii
clic j'è ant u tèt, masciàllo, e che s'
mìiigct, e eh' isién lui li all<^g:ir an-
scmbio:
24. Parchal sito min fél u l'era
mort, e ora u rùst arsùscità; Pera
pardù. e { rén trova; e u Vku co-
menscià a isla allegar.
2». Lu fci più vièj u l'era ala par-
chi pur li prà, e tnrànd a cà u l'à
sinlù a sona e che s' ballava.
26. U i'à riama un U' li sue sar-
vilùr, e u jh dil: Ch'sloi sito fracàs?
27. E silo u j'à dil: B j'à torna lon
frara, e lon para u l'à fnit massià la
vàiI più bel ch'i gi avìu aiit'u lèt.
parchal ton frara u l'ùst torna arili.
28. E chiàu u r à avù lan lo (ut,
e u volct pi gnanca intra ant cà; Ib
para alura u l'ùst saiù fu, e u l'àco-
mciiscid prend'rlo ;<r bona.
29. Ma chiàu u J'à dit a son para:
E j à già tanii ann' eh' i v' fàu lu
sarvilùr, e i v'ài sempa ubbidì ani
tot, e vò u nr è mai dona un elevrii
eh' i in* io godisso ansèmbioalll mie*
aiuis;
SO. Parchal chejà vinùslo vostro
féi, min frara, ch'u Tà sgalrià tot
sau ch'u Pavét ansèmblo ar gaffi,
u l'è fàit roascià par chiàu lo vàiI
più bel eh' i gi aviu ant'u tèt.
31. Ma lu para u J'à dit: Min Céi,
lai t'èi sempa iste min, e lui sàu che
j ùst d"* mài, è lut ton;
32. E i era bìh giùsld' istà allegar,
e d' farà d' fcisla, parchài sito Ioa
frara u Pera mori, e ora u l' ùst ar-
sùscità; u Pera |mrdù, e ora i Pén
trova.
Avv. BiA>ciiETTi, Giudice.
DULETTI PEDRMO^TAM
B25
Dialetto d* Usseglio (Valle di Lanzo).
11. Un ccrlòni a Tn avìiì diii fi;
12. Lo più gió%-an d' sii fl a Vh dit
Il u pare: Pare^ donarne ma porsión
V roba che m' vin ; e o ('à partìe la
rotia.
13. Chèi gior apre, abbaronà eh' a
*k aTu tiìt, balandronànd, o Test
ili lugn tugn. E lai o l'à sgheirà la
loa roba, e l'à fall tanti san-balaràn
i pascampa.
14. Apre eh' a Vh avu mingià tùl,
I j'è vgnu ^na gran carslia an sau
>aÌA-Iài, e chiài beicavi la miiragli.
Itt. Au l'est ala, au Test stacà bra-
lia a 'n signor d' sau paìs-lài; sau
\ìgnòr lai, au Vh manda cura li
!rin.
16. A i tucciava mingià chiàl avo!
i pors gli agiàn , e niùn n'i do-
lave Din.
17. Aulornànd pò an chiàl au Vh
III: Yàiru sr>itù a cà d' mon pare
ibòndan d' pan, e i pascisso d' fam
ivdi li crini
18. I sautrri sii, j'ajrèl da mon pa-
t, eje direi: Pare, i'èi p'cà contro
I siél e in faccia a vu;
19. 1 sei pi gnin dégn d' essi d'mandà
troslre OgI. Feisème con faria a un
r vosi! servitù.
su. Aussantàndse sii, au Test ala
la 8on pare. Peste ancor an pò lung,
on pare au Vh vòst: la conipassión
I rà préi, au Test ala anconla, au l'à
;iapà pr 'I còl, au l'à basalo.
Si. Lo flgi au j'à dita o pare: Mon
tare , i èi p'cà contro uu sici e 'n
iccla a VII. I sci pi gnin drgn d'cssi
Imandà vostre figl.
22. Lo pare au Tà dìl a sii servilù:
Portèa dona la pi beli vesti, ciòssèlii
e causàlu;
SS. E m'nà Io vèl più gras ch'avéi,
mas<iàlo , pò lo mingién , e slasén
Mlégre;
24. Perché cost mon figl au l'ere
mort, au Test arsùscilà; l^ere perdù.
i rèi trova; e au son bùia a isià
alégre.
2$. Son figl più vèi au l'era poan
campagna. Com''au l'è vnù, au sta
da pè a la cà, a l'à sanlù cinta e
sona.
26. Au l'à d'mandà ùìi di su servi-
lù. e u l'à mandai ch'i slàis faod Issi?
27. Lo servitù au l'à dit: Ton (rare
au rè vnù; ton pare au Va fàit massa
lo più bel vèl ch'au l'éisce, prchè
eh' a rè vnù a cà san.
28. E j'è saulè 1' fui, au vulè pi
gnin ala acà. Son pare dune au sajù,
e au hi prega ch^ a l' intresse.
29. Ma chiàl respondén, au gli à dit
au pare: Da tanti agn ch^ mi l' ser-
vìsu, i Vh mai d'sùbidi, e t' m* è
mai dona un ceiròt ch'i fessu 'na ri-
bota avòi min amis;
50. Ma dopu se figl isi*ì ch^a l'à
mingià tùl so fèit so avoi V pùtane,
au Test v'iiù, i l' à massa lo vèl pi
gras.
51. Ma lo pare a l'à dit a lo figl:
Ti t' scs sempì sta isci avòi mi, e
tùt est lo;
52. I convnìl donc mingià e béins
V sia alégi'c, prché cost ton (rari au
Tere mort, aura est arsuscità; au
Pere prdii. au s'e<5t Irovà.
Martino Castralf.
»26
PARTE TRRZA
Dialetto d'Ivrea (Canavese).
11. Un'òm a l'avìa dui (idi;
it. 'L pi gióvén a j'à dit a so pa-
re: Pare, i voi ch'im* dàje lo cb'a
m' vèn; e '1 pare a j'à dèi sóa part.
f8. Da li 'n pochi d' di a s'è fèt
so fagòt, e a l'è andèl 'ni Qo pais
lonlàn, e a l'à sguliardà tùl.
14. Dop d'avéi sgberà lùt, a j'è
vna na gran carestia 'n cui pais; e
chièi a rà comensà pruvàr d' Tarn.
IH. Ballènd pr li la sgdsia, a s'è
sercà 'n padrùn pr là, cb'a l'à manda
a na sóa caMsina a largar i porchèt.
16. ChièI l'avrìa vorsu 'mpisse la
pansa d' l'agiàn cb'a mangiavo i por-
chèt; ina gniin a ] na dava.
17. Anllora a l'è turnà 'n chièI, e
a l'à dil ds par chièl: Quanti servi-
tur a cà d^ me pare a màngen a crpa
pansa, e mi i stun si a murìr d' fam!
fS.I m'daru ardris^ e i andrù a
cà d' me pare, e idirù: Pare, i' ù fèt
mal conlra Nosgnùr e conlra d' vui.
19. I duvrissi pi nin ciamàme vos
flol; ma trulème m*" i fuss 'n servlliir.
20. E a s' è uussà . e a P è audèl do
so pare; a l'era 'ncura lonlàn, eh' so
pare a l'à visi; e pia da la compas-
sión a j'è curù 'iiconlra,a l'à pia 'ni
na brassà e a l'à basa.
21. E chièl a j dì: Pare, i ù manca
conlra d' Nosgnùr e contra d' vui;
e ì son pi nin dégn d' esse clama
vos flol.
22. 'L pare a Pà dit ai scrvitùr;
Tirèje fora presi 'I vestì pi bel, eh' a
s' lo bùia adòs; biitèjc l'anèl al dì,
e i stivalÌD ai pè.
23. Ande piar 'I bucìn pi gras, sa-
gnèlo, mangiómio, e stórna ulégher;
24. Purché cu«t me tìol a l'era mori,
e a l'è arsùscilà; a l'era perdute a
s' è truvà; e a l'àn coBien^à la ribolla.
2tt. X flol pi vèj a l'era 'n campa-
gna, e turnànd a cà, a P à senti so-
nar e baiar.
96. Clama a 'n servitùr Io eh' a
l' era si' rabèl ?
27. B ràul a j'à ri^ondù : A j'è
(urna tò (rèi-, e tè pare l'à matià di
vèl gras, purché cb'a rè.vnù tao.
28. Chièl a Pè sautà *n bestia,
e a vria pi nin entrar. &la 'I pare a
Pè sorli for a pregàio.
29. Ma chièl ara rlspondu a m
pare: A son Unti agn ch^ i r senro,
e i l' ù mai dsùbidi , e li l' m'è nai
dèi 'n cravòl eh' i 'ndèissa a nan-
giàlo 'nsèm al me amis.
SO. Ma adès di' a j''è vnii cosi lo
fiòl, eh' a l'à mangia *I fai so con le
porche, l'è massa 'I vèl graspr chièl.
31. Ma 'I pare a j'à dil: Fiòl, U
Pè sèmper me, e lo eh' a l'è me, i
Pè lo;
r>2. Ma a ventava far na rìlioU>,c
slar ulcghcr , purché tò frèi a l'era
mori, e a Pò arsu«sllà; a l'era pers
e a s*è truvà.
Doli. GàTTA.
IH \ I.KITI PF.DFMONT A % I .
»*i7
Dialetto di Vercelii (Caiia\oseV
11. iln òm a r ava tlói lini;
12. E 'I pu giovo d' lór Vk dft al
pari: 0 pari, dàini al fnt me. ch'a
m^ poi lochèmi; e 'I pari l^à fat la
división.
i5. E pochi dì dop '1 fìòl piì pìcio
rà rabajà su tiiU, e s' n'è nndànne
lonlàn, e ^n poc temp s'è biitasi 'n
malora per fé d' riboli.
14. E dop consuma liit j^è vniijé
ént col pais ^na gran faminna , e lù
r a comensà trovòsi én b<4Ògn.
15. E rè andà con un d' eòi puisàn
eira *l rà mandalo anl'i so camp a
larghe i porc.
16. E lu'i desiderava d'enipisi con
le scòr«e che mangiavo i crini ma a
j''óni ncn ijn ch^aj na déissa.
17. Ma pensa nd ai fnt so a l'à dil:
Quanta geni paga d.i me pari i àn dal
pan a rolta d' còl, e mi bel e chi i
crepo d* fani!
18. I m'au<irò, e i andarò da me
pari, e i j dirò: O pari , mi i ò fai mai
avanti a Dio. e d/iàn^ a \oi;
19. E i mèrit pTi ncn d'esci cianià
\os fiGI; ii'Uìì \os ^'-rvilór.
20. I>onc al fio! s'è aiMsàse. e Tè
vnfi da f^o pari: e 'ntanl ch';i fera
ancor lontàn. «ò p;iri ni là v dillo.
e j'à fàje penna: a l'è cor'», a s'è
campàsc al còl e l'à batàlo,
21. E '1 lìòl j' a fitje: 0 pa|ià, mi
i ò f<if mal e c«/hiru rios Signor.»:
'n f.icri.i d' %oì: e i ri:<^ril pìj nf'ii
f|»(.«*i riama vo* fiòl.
22. Ma 'i pari Vi\ dilt ai so servi-
lór: Porle Aubii al veslì pu bel» e
bijlclu an ndfdac;ip a |»è, con Tiinèl,
con d*" scarpe nòvi :
23. Anlànd masso 'I pii bel vilèl,
eh' a iMÌsso oiangèlo. e stèssni «Iwgar;
24. Parche sto flòl a Pera mori, e
adèss rè vivo; a l'era pcrdu, o «s'è
trovasse; e i s' son bulàsse liilli a fé
gran festa.
25. Anlànd al priin mai a l'era an
camp.'igna, e vnènd a cà, esM*nd già
vsìn, ai sèni la mùsica a 'I bai;
2G. E ancanià al clama a un do-
niè«lic lo rh'a j era d' nof?
27. E Ili a j à dije: Al so fratrl a
rèvìiijacn, e so pariai'à falt maiaè
'I pù bid vitèl, parche ch'a Te rhà a
rà ardì.
21). Sia COSI rà fàje vnì 'I fui. e
Tera lì par andènni; ma so parivend
ad' fora al Pà pregàio d' avni dreni.
29. Ma liii rà dilt al pari: Mi rome
mi, dop tanti ani rh'i t' ubidivo, I o
mai avfi un cravòll p.ir stèmne al^-
gar con i amìit;
oO, Ma adès che is mat, eh' a Vk
sv^rà liitt al f^ti so ron tV le porche,
rè vuu , \m fèi massi? al pu tiri vilèl.
.'! E lui rà dilt: f.ar al me mal,
li l*è sèmpar con mi, e lùU lo rh^a
rè me, a l'è tii;
52. Adès poi a s* do^i'i fé festa, e
•tè alè^'ar, pitrchè sto lo fr»tè| a l>r»
mort, #• a'Iè^ l'è vi\: a 1' era perdù
e '►"è trov a "Sc.
U. CtSLO y Altari. K^h Riblfoferario.
528
PARTE TER7.4
Dialetto ni S. BER?«Afino pkrsso Ivrr.% (Canavesc).
ifl.Wòm a rà biu dui (iòi;
12. E 'I pi gióven a l'à dil al so
pareì Pare,dèime la porsión, ch'a in'
vèin. E a j'à d€t la sua pari.
1S-. E da lì a pòec dì, u s'è fèt '1
8Ò fagòl, e a Tè andà ant un pais
lontàn, e là a l'à mangia tut 'I fat so,
fasènd '1 balórd.
14. E dop ch'a l'à mangia lui, a
J'è gnu 'n cui paìs na grossa cara-
stìa, e cbièl a l'à cmensà patir fani.
'IH. E a rè andà a giùslàse da ser-
vllòr con un padrón d' col paìs. E a
l'à manda a largar I porebèt a na
sua casinna.
16. E a desiderava d'ampise la
pansa dia gian^, ch'a mingiàven gì'
anima] ; e nlùn a j na dasé.
17. Antlora a l'è turnà 'n chièi, e
rà dit: Quènl servltùr 'n la cà d'I
me pare a mèngien pan sin ch'a vò-
len, e mi si i moèro d^ fami
18. A l'è mei eh' m'ausa, e ch'i
vàja a trovàro, e ch*j dia: Pare, i' ò
fèt mal; j' ò offendu 'I Signor, e vui;
19. 1 son propc pi nén dégn d'sir
ciamà yos fio!; Inime me pi mi fiiss
'n vos servilór.
30. E ausàusc a s'è 'ncaminà vers
cà; a l'era 'ncura lonlàn, 'I so pare
a l'à vist, e a l'à abiii coinpassión;
e 'udàndj all'ancontra, a s'è campa
al col d'I fidi, e a rà basa.
2i. E 'I flólajàdil: Pare, i ò fèt
'n gros paca al Signor, e a vui ; i son
pi ncn dégn d' sir ciamà vos lidi.
82. X pare a l'à dit ai so servi-
lór: Siibit, portème si la sua vesta,
e biìtctla adòs, e dèje l'anèl a la siia
man, e bùtèje ja scarpe an t'I pè.
25. E andè a piar an vèl gras, e
masséto, e mangiumlo e stuoM alle'
gher;
24. Perché cost me fiol a Tcra DorU
e a rè arsQscilà; i l'ave pera, e i Vò
trova; e a l'àn prlnsipià a starai-
légher.
25. E 'I so aòl pi vèj a l'era ao
campagna : e gnènd a cà,qiiand eW*
l'era da vsin, a l'à sentì na sinfoab;
26. E a l'à ciamà tìn di servilór,
e a J'à ciamà che ch'a J'era?
27. E chièI a j'à dil: A j'è gaii 'I
(ò frèl, e 'I lo pare a l'à massa 'n
VÓI gras, perché ch'a Tà toma avéir
san e salv.
28. A j' è sautà '1 fui e a vulè gnaoca
'ntrar 'n cà; 'I so pare a l'esorti, e
a l'à prigà eh' antrélss.
29. l^Ia chièI a j' à risponda al so
pare: Oh ! a son tent' agn ch'i v' ht-
visso, e v'ù mai dsijbdì , e i ni'èi mai
dct 'n cravól, eh' i féiss n' allegria
con i me anìis;
50. Ma péinu riva còsi vm fiol, ch'a
rà mangia 'I fat so con le puttane,
i j'èi massa 'n vèl gras per cbièl.
Si. E'I pare a j'à dit: Mecarfiòl,
ti t'è sèmper con mi, e lo cb'a l'è
me, a rè tò.
52. Adès a portava far 'n iMnchèt,
e star allégher, penale cosi tò frèl
a Pera mort, e a l'è arsuscità; a l'era
pers, e a s'è Iruvà.
C^MPJ^RO Giovanni PaEVu^m.
DIALETTI PEDESIOMTA?(l.
»29
DiALfcTTo DI Pavone (Canavese).
11. Un ÒHI a l'uvee dui fi;
12. 'L pi gióvcQ a Vh flit al so
pare: Pare, dòimc la pari cli'a m'
vegli; e 'I pare a j'à sparli luit dui.
is. Qualch' temp aprcs 'I pi giò*
ven a s'è 'nsacà i so dner, e a Tè
'iidà da lóns, e a Tà consuma tùt 'n
desbàucle.
14. Dop cb' a rà liquida tiil f
fai so, a J' è vgnu na gran faminna
'o qui paìs, e chèi a s'è trova 'nt*
la miseria.
IK. A l'è 'n(là giùstàsse da ser-
vilòr con 'n particolàr d' col pais
eira lo mandava largar ì porchil.
16. A trovava sauri la giani ch'a
iiiingiàven i animai ; ma gnun a j na
dasèe.
17. 'MIoro a Vk duèrl I òj^ e a
l'à dil: 'Nt la cà del me pare leni
servitór a mèngcn a qua! ganasse, e
mi sì i muèro d' fami
i8. 1 voj 'ndàr trovar 'I me pare,
e j dirù: Ah! car pare, i j'ò manca
centra '1 elei, e contra voi;
19. 1 son pi gnin dógn eh' i m* ciame
vos fi; Igniroe come un di vos scr-
vllór.
SO. A rè parli, e a l'è 'ndà trovar
'I so pare; 'I pare ch'a Ta visi vgnir
da lonlàn, a n'à ablù compassiòn, a
j'è curu 'ncontra a s'j è campa sòl
còl, e al rà basa.
ti. E 'I fl a rà dil: Ah! car pare,
i j'ò manca conlra 'I ciél e conlra
voi; i son pi gnin dcgn ch'ini' ciamc
vos flòl.
22. 'Ntlora M paro a Tà dil ai so
servitór: Siibit porlòme la pi bella
vesta, e vestimlo; biitcje iin anèi al
dì, butpje le scarpe al pc;
25. 'Kdè piar 'I vèl gras ch*a J>è
'ni la stalla; ttcanèlo, mangióma,
tralómse.
24. 'L me car fi a l'era mori, e a
l'è arsuscilà; a l'era pers, e a l'èstèl
trova; e a s'è fòt un gran banchèt.
25. 'N cost mentre 'I fi pi ve] ch'a
l'era 'n campagna, a l'è riva a cà, e
quand a l'c stèl avsìn, a l'à senti 'I
sòn dje stromént e 'I bai.
26. A rà clama un di servllòr, e
a j'à dit: che ch'a l'è luì s'-fracàs?
27. 'L servllòr a j'à dil : A ]'è vgnù
a cà '1 vos frcl; 'I pare a l'à fòt mas-
sàr 'I vèl gras d' goj d'avello visi
ancora san e vif.
28. 'L frèl senti ste parole a l'è
'ndà 'n còlerà, e a l'à gnanca^viu
ninlràr 'n cà; 't pare a. l'è sorti chièi
islès a pregàio ch'a nintrélss.
29. Bla 'I fidi a j'à dit: A l'è tent'
agn eh' i v' servlsso, e i pulì gnin dir
ch'I v'abbia mai manca d'obldiensa;
ma a mi 1 m'él mai dèi 'n cravói per
far na marenda con i me camarada.
so. Ma 'I frèl cost fati , ch*a l'à con-
suma tùt 'I fèt so con d' fomne d'
mala vita, subii ch'a Tè riva a cà,
voi j'èi fèt niassàr '1 vèl gras.
51 . 0 me car fi, a j* à dit 'I pare ;
ti t'c sèmper con mi, tut lo ch'a l'è
roè a l'è tò.
52. Ma vulu gnin ch'I sce alcgher
e ch'i fce festa, se 'I lo frèl, ch'a
l'era mori, a l'è arsuscilà; il ignee
per pers, e i l'ò trova?
P.* DuiLico Fhascesco.
K30
PAHTE TBKXA
Dialetto di Vistrobio (Caiiavesc).
11. 'N òm a l'à avù duj fiòi ;
. 12. E i pi zóv(!n di sii dùj a Tà
dil al pare: Pare , dòme sì la pari
eh' a m' tocca a mi. E chièi a j' à di-
vis '1 patrimoni.
12. E a rè niii andà long lemp,
che sto flol pi zóveii a s' n'è parli
per pais loiilàn lontàn; e li a Tà dèi
camin , e macìa tut el fall sò^, mnànd
na vita disonesla.
f 4. E dop avcir consuma tiit lo ch'a
Tavia, a j*è 'nc:ipitù nu fam da can
pr cui pais, e chièl-si a Tà 'n pò
prinsipià a trovasse ani la necessità.
lìS. E a s* n'è 'u pò parlisne, e a
s'è arrambà a 'n parlicolàr de cui
pais; e si* si a l'à manda 'ni na soa
(era a largar i porchètl.
16. Slòje com'a Tcra a dsiderava
d^ 'mpisse la pausa di agiànÒ eh* a
rusiàven i porche it ; e utón a j na
daséja.
17. Anlrà pòi nn sé a Tà dil:
Quenl serviiùr au cà d' me pare a
l'àn d* pan an abondansa, e mi i
crpo si d' fam !
la. I m' darù ardriss, i andrò dal
me pare, e j dirò: Pare , i ù manca
'ncontra Nosgnór, e 'ncontra vui.
fO. I SOR guano pi dègù d'esser
ciamà vos fiol ; pièmc com' un di vosi
servitòr.
SO. E scndse aussà a l'è torna dal
8Ò pare. Antermcnt ch'a l'era ancor
lontàn, '1 so pare al l'à visi, e a Tè
slèl pia da la compassión, e corèiìdjc
anconlra a s'j è larga al còl, e al l'à
basalo.
21. E '1 lì a j' à dije: Pare, i ù
manca 'nconira '1 cól e 'ncontra vui ;
ì sou pi guiu dégn d' èsser ciamà
vosi Uòl.
22. 'L pare pòi a l'à dil ai so ser-
vitòr: Vito; porte ansa la prima ve-
slimcnla, vuslilo, e rangièto, e dèje
Panel an man, e caussèlo com'a s'
(lev ani' i pè;
23. E pie 'n vèl grass , e sagnèlo ,
ch'il meugén, e ch'i sten allcgher;
24. Perchè che si' me fi a l'era
mori, e a l'è torna arviver; a l'era
spers, e a s'è truvà. E a l'àn cmensà
ii, laffiàr an règola.
2o. A l'era pòi l'àut so fidi pi vèj
'n campagna, e afgnènd, e aavsinànse
a la cà, a l'à senti assonar e cantar.
26. E a l'à ciamà iin di serviiùr,
e al l' a 'nieruà che ch'a fero sle cose?
27. E chièlsiaj'àdil: 'L vostfra-
dèi a rè vgnù, e '1 vosi pare a l'à
massa 'u vèl gras, al perchè ch'a l' à
arvii san e salf.
20. E a. j'èsaulà la bili, a vorè
pi nìn 'nlrar; e '1 so pare sorti, a
^'è bu lasse a pregalo.
29. E chièl respondènd al séparé^
a j'à dil: Eiché li! mi da tant lemp
ch'i v' servisso, e v'ò mai dsùbidi
na mésa, e i m'èi mai dèi slamént
'n cravòt, chi m' féiss na ribolla con
i me amis;
so. .Ma dop eh' sr flol-si ch'i Tà
sgherà lui '1 fai so con le piìllaiie,
a s' n'è lornà, vui j*èi 9ubit missà
'n vèl gras.
51. E chièl a j'à dit: Ucicà fi, li
l'è sèmpre con mi, e lui lo ch'a l'è
me, a l'è lo.
52. A l'era pòi necessari de far 'n
con vìi, e n' allegrìa, perché che sló
frudèl-si a l'era mori, e a l'è nrvivu:
a l'era perdu. e a Tè slèt truvà.
ItlALbTTl lEDENOt^TANI.
»3i
Dialetto di Caluso (Canavcse).
II. Un omo a Pavia dui niatèl;
flS.EI pi giovo a yh dit a so pa:
Pa, dème la lùia pari eli' a m' Locca;
e il pa a j*à dèi a tùit dui '1 fai so.
13. Da lì an por^ slrcnsu *ì fai so,
'1 matctt pi giovo a Tè andèl ant un
pais lontàn, a Tà mangia tiìll que'
che so pare a j*à del fasènlel pulanc.
14. E aprcs avéi mangia lut, ani
col paisà j^è niù na carestìa; e chipl
l'à comensà a slanlà.
i\i. A s' n'è. andèl via, e a l'è an-
dèl a sta servilór a cà d'un parli-
colàr de col paì^ ch'a Tà bùia a na
soa cassioa a larga i porchit.
16. Pergavèsse la fam, a Tcra ob-
bliga a mangia (a giand, eh' a man-
giavo ì porchit, porche niùn ai da-
sìa nicntus.
17. Avèud pensa al fàit so: Quanti
«ervitór a màngiu a cà de niè pa '1
pan a uffa , e mi i son coslnU a mori
ci* fam!
18. 1 voi pi non sfa si, i voi andà
da me pa, e j' dirù: Pa, i Vb pecca
centra Ifosgnór, e contra vui;
if. I son pi nèn degn d'esse ciamà
vos 051, pième mi ch'i fùss un vos
servilór.
SO. An ben pensànt a l'è andèl da
so pa; a l'era ancù lonlàn eh' so pa
al rà visi, e pia da la compassìón,
a 8*è bùtà core latin, j'c sautà al
còl, e rà t>asà.
ti. Alloracl liolajàdil: Pa, i l'ò
pecca conira ^o-^gnór, e conira vui;
i 900 pi ncn degn d'esse ciamà vos
lidi.
22. El bon vcj a j'à dit a iin di so
servilór: Presi, porle la vesta pi bella
ch'I'abbio, bulèla adòss; dàje l'anni
ch*a s' lo biìto ani i di, e de scarpe
pr eh' a s' càussa.
25. Presi . pie un vèl grass, mas*
sèlo. mungìómio e stóma allégher.
24. Porche el me maièi a l'era
mori, e a l'c risuscita; i l'avia pera,
e adòss i l'ò trova: e l'àn comensà
a stè allégher.
26. El fio! pi vèj eh' a Pera andèt
an campagna , vnènt, e vsinàndse •
cà, a rà sentì canlà e sona.
26. A j'à ciamà a un di scrvKór
che eh* a l'era ch'a fasìo?
87. El servilór a j'à dil: A J'è niù
(ò fradèl, e tò pa a l'à sùbùl massa
un vèl gras, porche ch'a l'è niù a c&
san e salv.
28. St-si a l'è sautà an còlra, a vrìa
nén andà a cà; ci pare a l'è sorlì
fora, e al rà ciamà.
29. Ma chièl a j'à rispósi, e dil a
so pa: A rè da la ni lèmp ch'i tra-
vàjo per vui, eh' i jò sempre fèt qué
ch'i vrìje,e puri m'èi mai dèi nianca
n'agnèl, ch'I mangiéissa con i me
amis;
30. Uà sùbùl ch'a j è niù cóit Tosi
fidi, ch'a Pà mangia tùia tròje,aj'èl
su bùi per chièl massa un vèl gras,
SI. £] pare allora a J'à dil: Sèit,
li l'è sempre stèt con mi, e tùtqué
ch'i Pò a Pè lo.
32. Antava ben mangia e sia al-
légher, porche tò fradèj a Pera mort,
e a Pè risùscilà; i Pavia pera, e f
l'ò trova.
H32
PARTE TERZ\
Dialetto di Strambino (Canavesi*).
11. Un òmen a l'avià dui cè(;
12. 'L pi gfóven d* sii matìt a l'à
dit al pare: Pare, dòme la pari del
palrirooiie eli* a n* vegn; e *ì pare a
j'à sparti 'I patriroone.
15. Pòec dì après, inlènd lut sui-
sèii), 'I cèt pi gióven a l'è andà ant
un pais lonlàn, e a rà consuma la
MNi pari, vivènd da plandrón.
14. Quand' a l'à abiu consuoià lui,
a J è arlvà ant cui pais na gran ca-
ristia ; e 'I cèl a Tà comensà a sentir
'I bsògn.
I
Itt. E a rè andà a giustasse al ser-
visse d' 'n sgnur de cui paìs, eh' a
l'à manda a na soa cà d' campagna
per'ch'a larghèissa i porcini.
16. E là dsidcravn d' amplssc la
pausa d' la giand , che i porchìt a
manglàven; e gnun a j dasìà gnente.
17. Ila ^1 cèt tornànd nn se stcss a
rà dit: Oh! quenl servilùr ani la
cà d' me pare a Pan d' pan d'avàns
e mi si i moro d' fami
18. 1 me levrù da si, e i andru
dal me pare, e J diru: Pare, mi i ù
paca devènt del Ciél, edevèntda vui:
IO. I son pi nin degn d'esser eia ma
▼OS cài: fème cum'un di vos servitùr.
50. Disènd parer, a s'è Iva, e a Tè
andà da 8Ò pare; trovàndse pò sel-sì
ancor lontàn, 'i pare a l'à visi, e pia
da la coropasslón a l'è córu, a j'è
cheit sul cól, e a rà basa.
51. Si 'I cèt a rà dll:'Pare. mi
i ù paca devènt del Ciri, e devènl
da vul; mi son pi nin degn d'esser
clama vos cèl.
22. 'L pare anllura a l'à dit ai so
servilùr: porle subii la soa pi bfla
vesta, vestilo, e bulèje l'ancl ant el
di e le sciirpe ant i pè.
SS. Ciapè UD' vèl gras, e masséto, e
gnel i mangeriima^e istarón alégher ;
24. Perché si' me cèt a l'era mori,
e a rè ^rsussità; a l*era perdu, e adé«
a s'è trova; e a l'àn comlnsà a ban-
chelàr.
, 2». Ma \ cèl pi véj eh' a l'era a la
campagna, tornànd, e vsìnàodse a
la cà, a rà senti a sunàr e a cantar.
se. E a rà clama un di servitòr,
e a j'à clama lo ch'a Pera?
27. E 'I servitòr a j'à dit: A J'è
vgnù '1 tò £rèl, e 'I pare a l'à massa
un vèl gras per avéjer 'rquislà 'I tè
frèl.
28. Senlènd l'afàr, a J'é vgnG M
fut , e a vojà pi nin an|ràr an cà. Ma
'1 pare send sorli a l'à comlnti a
pregàio.
29. 'L còl pò rispondènd a l'à dit
al pare: A son leni agn che mi i v'
servo, e i ù mai dispressà 'I vos co-
mànd; e Vul mai, e pò mai I' m'avi
dèi un cravòt da mangialo con i me
amis.
so. Ma après che si' vos cèt, cb'a
rà consuma '1 fai sé con le pùtane, a
rè torna, vul j'a\i massa 'n vélfns.
81. Ma 'I pare a j'à risposi: 0 né
car cèt, Il l'è sèmper con mi, e lui
'I me il rè lo.
52. A convcguà ben banchetàr, e
far festa , perchè si' tò frèl a l'era
mori, e a rè 'rsùssilà; a l'era per-
da, e a s'è trova.
D. Matteo Bom?io.
DIALETTI PEDBMOIITA?!!.
»55
Dialetto di S. Giorgio (Canavese).
li. Un òin a l'aviè dui cèt;
12. E 'I scond a Tà dit a so pari:
Pà, dòme M fai noè. E M pari a J'à
fél la part d' so ch'a j toeava a ^iei.
13. E da lì an poc les-li a Tà ra-
baslà Hìl so ch'a j'à dèi , e a s' n' è
'ndcl lontàn lonlàn , e a Tà sgbèrà
(ut i fai 8Ò, vivènd da slriplà.
ft4. E aprcs ch*a l'à fèl arlàn de
tut so eh* a l'aviè, 'ni el pais ch'a
l'era a j*è 'ngnu na grossa careftlìa,
e cel a rà comensà a pallr la fam.
-ts, E a rè ''ndèl a piatasi a na
persona d' col pais. E cel-là al l' à
manda a soa cassinna a largar I por-
chèil.
16. E a l'aviè vòja d' Impissi la
pansa con i giandùs ch'a manglavea
i porchèit, e gnón a j na dasiè.
17. Tornànd pò an cel, a l'à dil:
Quanti servitór a cà d' me pari a l'àn
del pan fin ch'a vólen, e mi si i mòro
d' fam I
. 18. ▲ r è mèi eh' i m'àussa, e eh' i
ve da me pari, e ch'i j disa: Pa, i
rò fèt frane mal ; i l' ò offéis fiosgnór
e vul;
19. Par aur i mèrito pi nin d'esser
ciamà vos fidi; tralèmi mac com'un
di vos servitór.
20. E aussàndsi a s'è iocaminà
vers la cà d* so pari. E 'ntramént
eh' a r era 'ncór lonlàn, so pari al l'à
visi, la compassión al l'à pia, e cor-
rènd a j' è sautà al còl ^ e al l'à basa.
21. 'L fidi a j'à dil: Pà, i l'ò fèl
frane mal; ì l'ò offéis Nosguòr e vui;
aùr I m' mèrito pi che vui im* clami
vos fiol.
22. Ma so pari a l'à dil ai servitór:
Presi, dèi for 'I vesti ch'a l'aviè pri-
ma, e bulèiio adòs; butèje Panel 'ni
él dì, e li scarpi 'ni i pè.
23. Tire for 'I vèl pi gras ch'a
J'é, e massàio; ch'il nangién, e eh'
istén alégher.
24. Porche cosi ne còl a l'era oMiri;
e a l'è arsuseilà; i l'avlèo perit e
i l'àn trova. E u s' san hètU a ri-
bolàr.
2». 'N cost mentr '1 floi pi vài eh'a
l'era 'n campagna , tornànd a eà a
l'à sentì ch'a sonàven e eh't cair-
tàven.
26. E a l'à ciamà un di servitór,
e a J'à dit: Che ch'a voi dir to^?
27. E cort-si n J'à dit: Voo frsM
a rè 'ngniì, e vos pari a 11 fai béì*
sàr '1 pi bèi vèl, porche ch'a l'è toma
san e salv.
28. Senti sii novi, a l'i sautà n
fot^ e a vojè pi oito intr&r. 'L pari
'ndrònc a rè sorti» e a l'à eomonsà
a pregàio.
29. Ma cel a l'à rispósi a so pi-
ri : Vardè, a l' è Unti an eh' i v' lorvo
a ponlìn, « 1 l'ò fèt aeaipr so thfi
m'ci dit; e vui i m'èi mai dèlfBUie
un cravót da ttamni alégher OM 1
me amis;
so. Ma après ch'a J'è riva eost tò
flòl,ch'arà sgbèrà tùlcon li sipndri*
j' èi fèl massàr 'I vèl pi gras.
81. Uà 'I pari a j'à rispósi: Floi,
ti i l'è sèmper con mi, e lui so ch'a
rè me, a l'è tò;
82. Ma a ventava ben star alégher
e spassaste, porche coat tó f radól a
l'era mori, e a l'è tomà-arvivof;. a
l'era pèrs, e a s'è trova.
N. N.
37
S5ft
PARTE TEHZA
DiALtTTO DI Castella MOKTE (Canavese).
11. 'N òn rava 4ui Adi;
11. El pi gi6ah di dCii l'à dil al
pare : Pare» d^ml niè toc; e cbèl Vk
lei U pari a iCiU dal.
il. Da li an poc M floi pi gióan
ralMssà tali el fèt sov t' n^è tira via
iMilàn lenliB, e là a l'à sghèrà tutt
da ffigliàrd con le fanne.
14. E aghèrà eh' a l'à avu tutt, a
cui pai» {'è riva adòss 'na gran fatai,
« ebil a ràeomnentà a patir.
Itt^Ei s'è dètardrin e a s'è glii-
atà cen 'n bon d' cui paia, eh' a rà
4iiandà a la cassina a largar i por-
(bIimL
i^ EabramaTad'ampIsae la pausa
caa Pagiànd ch'a mangia van i por-
eliéily e gnuo cà'a na dèissa.
17. Gnitt toma en cbèl a dislava:
Quanti servitòr a cà d' me pare ch'a
l'&a d' paa da mangiar pi cb'a na
HUUy e mi ti-chi cbàjo d' fami
18. Bèin cb'l m' farà curagi, I an-
drà dal me' pare, e J dirà: Pare, i u
Iftl mal anvèn del Cél, e anvèrs d' vui ;
it. 80B pi Alo dégn d'èaeer clama
He idly tgniml ma fiit un d' ves
iwvlt&r.
10. E tu, a dèje anvàrssò pare; e
a Tera ancor loplàn , che '1 so pare
l'à già visi gnir, e pia da la com-
passlòn , véslo, marciai 'ncontra (In-
cb'a l'è cbeii adÒM, e l'à .basaste.
li. El idi J'à dit: Pare, i ti fèt mal
anvèin del Cél, e anvèrs d' vui; son
pi nin dégn ch'i m' ciame voe flòl.
11. E 'I pare l'à dita! sòservitùr:
^VHo^ U tesUméinta la pi bèta, e bùt-
.tèllo;vlto Tanèl aidi^e le scarpealpè.
25. E fór 'I vèl 'I pi grass, e sa-
gnèlo: i man^ràma, e i daràma 'I
past;
M. Purché che cusl me Eoi a l'eRi
mori, e aùr a l'è arsuseilà; a l'era
sperdii, e a s'è trova; e a l'àn con*
mensa 'I past.
Itt. Ha 1 fldi pi vèl, cb'a Tera 1
campagna, gnènt a cà, e già vaio, ecco
ch'a sent sonar e baiar.
to. Vito a clama 'n aervitàff, e a
j dis: Che ch'a voi dir s* tepagf?
17. E M aervilàr J'à dit: A fé gnu
'1 vos fradèl.o'lvosparel'àfèrmaa-
sàr 'I vèl pi grass, purché cb'a l'i
arbinà san e salf.
98. E per so-li l'è andèt ma boUa,
e a vojava nin pr nin latrar; l'à
dovu '1 pare cbèl sortir fèr, e a a'è
batta a pregàio.
19. Ma 'I 851 i'à rlspòal, e t'à dit
al paree Vardè, Tè tant tèlmpch'i
V' fon 'I servitur, i u sèmper Ut tit
sé cb'l m'èl comanda, e I m^ mai
dèt un mottòn ch'I m'el maigiéina
con I me amia.
so. Ha aura ch'a l' è gai M voi
fidi ch'a rà mangia tùt '1 i6 eoa le
puttane, i masse per ebèl 1 vèl pi
grass.
81. Ma 'l pare a j'à dit: nSI,da-
gagna nin; ti t'è stèt sèmper oso mi,
« tutt so eh' rè me, l'è t^
88. Vantava bèin far legna, parche
cust tò f radei a l'e^a mort,e bèkio
arsùscità ; a l'era sperda, e aùr a s'è
truvà.^
Mèdico Tommaso Puuiaa
DIALETTI PBDUOXTANI.
959
Dialetto DI Valperga (Canavosc).
II. un òm a j'a «vii dui fètit;
11. 'L pi gióven d* lor a J'à dlt al
pare : Pare^ dème la pari ch'a m' T6n :
e chJèl a j rà dèta.
15. Da li 'o pò, '1 fi pi glòven ar-
grià tàt, a rè andèt ani' un pais
da Iona, e là a Vk dsfpà 'I fet aò a
far 'I desbàud.
14. Quand cb'a l'à avù consuma
lùt, a j'è gnu na gran carestia 'nt
col paia, e«lilèl a rà cmensà patir.
IH. A ré partì, e a 8' é arambà a
'n sgnur d' pr là, ch'a rà manda a
la sua castina a largar i pors.
16. E l'avia vdja d^empisse la pausa
die giand ch'i animai a mtngiàven;
e a J' era gnòn ch'a ] na déiss.
17. àrvgnn pò ent chièi, a rà dit:
Tenl servitór en cà d' me pare a l'àn
d^ pan sin ch'a vólen, e mi si 1 mòiro
4» fam I
l8. 1 wi* desvirù , e andrà da me
pare, e J dirà: Pare, i mMa son pia
con- llosgnàr e con vul;
fi. I m* mèrito pi nln d'esser clama
vott fi! plème pr un di vost servitùr.
10. A t^è aussà su, e a s'è 'ncam-
minà pr andar da so pare. A l'era
pò aneèr da lóns, che M pare a l'à
già Tisi, e pia da compasslón a J'è
mafcià 'n centra, a J'è cheit s'el còli,
e al l'à basa.
11. E '1 fi a i'à dit: Pare, i m' la
so» pia eon Ifosgnùr e con vul;! m'
mèrito pi nin d'esser clama vost fi.
ti. E 'I pare a j'à dit al so servi-
tur: Presi, lire for la pi bela vesta,
e vestilo; e butèje Panel ani M di, e
bùtèje le scai'pe ant'l pè. ,
SS. E nioè 'n sa 'n vèl grasi, e naa-
sèlo, e mingiòma, e slùma allégher;
14. Prché cusl me fi: a l'eramorl,
e a rè arsussltà ; a l'era pera, e a Ve
stèt truvà; e a s' son baie i star al*
légher.
25. A j'era pò 'I so fi pi t^ 'n euB-
pagna, e mentre che chièl-ii a gniif
e ch'a l'era già apprò a cà, a J'à
senti a sonar e cantar.
26. B a j'à clama un di servltàr^
e a fa dlt: Che ch'a l'è ao-ei?
87: E chièl a J'à risponda: A'fè
gnìi vost fradèl, 6 vost pare a f à-
massa 'n vèl grass , prché al l'à éP-
tirà salf.
18. Antlora a J' è vgnu 1 fui, rmia
nin andar déin: sicché dune a Té
sorti so pare, e a t'é bAttà pregato.
19. Ma chièl a J'à rlspondfi, é fa
dlt: Beiché 'n pò, tenie agn ch'i v^
servo, I v'òn mal dsubdi gnane tur
voU, e vul I m' èl mal dèi 'ti ertLtòi
pr ch'i stéiss allégher 'nsém al me
amb.
80. Ma siìbli che cosi vosi fi, ch*«
j'à dsipà '1 fèr aò cnn le plandrè,
a rè gnu, a j'èl onssà 'n vèl graaa.
81. E '1 parca j'à diial fn.TI li*é
sempr cun mi ; so ch'a l'è me, a l'è io.
81. A ventava ben trattar e far fe>
sta, prché cust tò fradèl a l'era mori,
e a rè arsussltà; a s'era perdu, e a
l'è stèt truvà.
Dottor Btuoao.
é
556
rAATB niUA
Dialetto di Poht, Alpitti i Frassimtto.
II. f^'òm.» rayia dui floi;
it. E'I pi gióvao a l'à ditalpare:
Pafe^dèpie la nia pari ch'a m' tocca:
el'pantaj Padella.
iS. E:da li an pochi di a s'è an-
taacà Ifit 'I floI pi giovati, s'n'c
andàjQDlaB an jl'un pais frostcr, e
le a l'i grupionà lui lo ch'a l'avia»
diadM al bel lèlmp:
.44||. E 4opo avàlr miìnglà fui, a J è
vgoiì.ùi^a gran carestia an cui pais,
e ciilàl a rà comepsà a trovàse ant
le ff i#0rie.
1». E:a s'n'è parli, e a Tè andà
a seryir 'n «gnór 4' cui pais. E al l'à
nviàd^ a la soa cascina a largar i
P0«i. . .
16. E a Tavria mangia volonlér d'
Gti)jB.|(laB)de ch'a mangiàvan i pors;
e lijuo a J na dasia.
17. Qa U tqroà an chiàl, a l'i dii:
Qqania feol 'n cà d' mi pare a màn-
glan d'pan sin ch'a vòlon, e mi i
son ti ch'i m^ro d' fam !
fls. A viinta ch'i m' disvia, e eh' i
vija da me pare, e cb'J dlsa: Pare,
i 5 ril mal centra Kosgnór, e contra
d' ¥ui;
if . I sop pi nin dégn d'esser ciamà
vost 051; trattème m'ùn vosi servitór.
io. Edandse ardrìs a rè torna da
aò pare; e essènd ancora lontan da
cà, 'I so pare a ri vist, e a Tè slèt
pyi dia compassión , e andàndjc In-
contra a rà abbrassà pel còl e a l'a
basa.
SI. E 'i fidi a j'i dit: Pare, i o manca
con Ira flosgnór e contra d' vui; già i
son pi nin dégn d'esser ciamà vosi fidi.
89. 'L pare poi a l'i dll ai so ser-
vilòr: Prest , porlèje 'I prln vesli e
vestilo; e buttèje an man l'anèl. e
le scarpe ai pè.
88. E andè piar iìn vèl grasa^ anai-
zè|o, e mangióma e stòma allèfir:
84. Perché cost me 1151 a l'era aoH,
e a rè arsuscità; a l'era par perdae,
e a s'è trova; e a l'in comeimi a
star allegar.
9». 'L aò floI pi vèj eh*! l'era an
campagna,, vgnènd e avaldindae a
ia ci, a ri sJhti sonar e caalir.
86. E a ri clami un del lervllòr,
e a ri interrogi dIsèiDdJe, ch*a l'era
un pare tripudio?
87. E 'I servitór a ri dll: Afe vaà
vosi f radei, e 'I vost pare a l'i let
maziir un bel vèl grass, parche ch'a
rè torni a ci san e salT.
88. A J è vgnù la rabbia, e a volìa
nin intrir. Ma sorli '1 so pare,a ri
coinansi a clamir.
so. Ila chiàl par risposta a fi dit
a so pare: Hi eh* par tenll ago 1 Vò
servi , e i V 5 mal dsubldi ,.• I ■'avi
mal dèt un cravòt, ch*i Banffliiisa
con 1 me amis;
so. Ma aura ch'a l'è arrM east
vost flòl ch'a rà mangia M (al so a
puttane, aj'èi diaxxà par cbiil ia bel
vèl grass.
Sl.Ma'l pare a J'i dit: FloI, ti
t'asti sempre con mi, e lutai ch'i
i'o mi, a Ve lo.
SS. A vantava pòi che i félsaan fe-
sta, e che istéidsen allegar, perché sto
tò f radei a l'era mort, e a Tè tomi
arsiiscilàr; a l'era pers, ea s'è trova.
A. Caviclione.
DULim PF.DC«OKTANI.
»57
Dialetto di Locana (Canavese).
11. 'N ÒDI a l'avéa dui flgi;
11. El pi gìóven de chlgli dui a Va
d II a so pare: Pare, dème la pari
d'* ardi là eira nV tocca; e ciol a gl'à
sparli l'ardila.
flS. E dopo pòchi dì , cosi flgI pi
glòven, piglia lui son ch'a gl'avgnéa,
a l'è parli da so paìs, e a Tè andà
ìttga logn; e là, vivènl alegraménl,
a rà dsipa le soe soslanse.
14. E, dopo aver consuma lui, ani
col pais a gP è vgnù na gran care-
stìa, e cidi a i'à coinnsà avél bsògni
iK.Ea rè scapa via da là, ^ a 8*è
aramlNi a 'p sgnór de cole pari, ch'ai
r à manda a na soa cassinna a largar
i porchel.
le. E là , pr la lanta ftim ch'a
patisiièa, a s' saréa coniente d' min-
giàrd'agiànt,com''a mingiàven i por-
cbèl; ma gniin a j na daséa.
1 7. Arvgnu ani ciol a l'à di! : Quanti
servilór a j son ani la cà de me pa-
re, a ràn lùUi aliondansa d' pan, e
ni i moéro sì de fam 1
15. IvegI Ivàme da ti, e i vegl'
andar da me pare, e diglie: Pare, i
gì* òn maqcà 'nconlra Pioslosgnór, e
'nooalra vi;
10.1 son pi gnin dogn d'esser clama
voslo ligi: rème un d'i vosli srvilór.
10. E, ausàndse, a l'è vgnù a cà de
so pare: so pare al l'à visi da logne;
pia da la rompassión, a l'è marcia a
'inbrassàlo, e al l'à basa.
11. Ànllora el ligi a gì' à dil: Pu-
re,! gì' òn manca 'nconlra Noslosgnòr
e 'oconlra vi; i son pi gnin dogo
d'esser clama voslo ligi.
22. El pare a l'à dil ai sue servi-
lór: Porle si prosi la priqpa vaUneola,
e vslìlo; e dòglie Panel 'ni le soe aian,
è le scarpe 'ni i soe pei. «
98. E meinè un veli graet e ma*
sèlo, e mangióma alégranvéiil;
24. Prchè cusl ole figl'a Pera mòri,
e ara a l'è arsusità; a Tera pentii,
e ara a s'è trova; e a Pln comessà
a mangiar alegraménl. >
25. El 9Ò figi pi vegl a Pera 'nt el
camp, e canle ch'a Pè vgnù, e eh'a
s'è aprocià alla eà, a Par siali 'i son
e 'I cani de U mibica.
20. A Pà clama un d' i servitér e
ai P à 'nlrogà pr savérsdn cb'a gl^era
dcnof?
27. E cui servilór a gP ■ dlt: A
l'è vgnu vostof radei, e voslo pare
a Pà massa un vèil grass prarglol»-
sansa, ch'a Pera lomà a cà san.
28. Cusl flgl p{ vògi desdgnò de
sonsi a voléa pi gnin 'ntrar 'n ce: el
pare a Pè sorli, ea Pà eomeiisà cla-
malo.
29. iMa ciol a Pà repondd» e aPà
dil a so pare: Ecco, mi a Pò già lèinli
•ago ch'i V' servo e 1 v'ò^ iÒMpar
ubidì, e vi i m'èì mai dot fio eraVò
pr ch'i slélss alégr onai aihit;
ko. Ma dopo ch'a Pò' vgnu coal
voslo flgl, ch'a Pà dsipò 'I so patri'
moni oialaménl, vi J èi mauà fin vèti
grass.
81. Ha 'I pare a gP à respondfi:
Me flgl, ti il' è sèmpei' con mi, e
tulle le mie soslanse a son lóe.
83. A manla\a ben far d'anvil e
ategrìa, prchè cosi lo (radei a Pera
mòri, e ara a l'è arsiìsilà; a Pera
perdù, e ara a s'è trova.
Doltor Taro Carl' Avedco
4158
PAKTe imth
Dialetto di Sparome (Canaveae).
• II. Un acori òm a Pavia dól ttéi;
«t. E 'I pi |ÌÒ¥0 d' cósii a l'i dit
al so pare: Par^, dème la poralón
«b't m' tocca ;dla sostanse; e a Tà
subit dlytdu tvk costi le soslanse.
• 18. E da li a pochi dì, rIUrànt tult
^ praisa die flóeaoaUnse, còsi flòl pi
fióvo a 8' n'è andiiBne via 'n paìs
lODlàn, e là a Tà dissipa iQtle sòe
aoétaose vivènt lussfirfosamént.
14. E dop d'avéi consflinà tali, a
fh iAccediìJe una gran fam ani cól
pais; e chièl a «omensava già a esse
iMMgnAs;
•' là. E da li a s'è allontanàse; dop
so-si a s'è coiivnuse con uo sitadin
4' «41 pait, 'Iqaal a l'è mandi a
*pnacolè I pori.
|g. E cbièi a desiderava d'mplsse
sóa paoaa d' còlle glande ch*a man-
'flava I pors, e 'nsin a J na desia.
4f^ Rifleltènl poi in sé stess a l'&
-4it^' O quanti servitòr a sòn 'nt la
cà d' me pare, ch'a ràn d' pan Un
•cb'a na vólo, .e mi si i ra5iro d' faro !
li. 1 m'iasró, e I andrò dal me
-pnn, o i diròt O me ear pare, mi i
'te pei 'Dcontra *ì Siél e dnans d! vói;
fo.Isón pi nén dègn d'esser clama
pr vosi flól; considerème pr l'avpi
^con'im di vosi servitòr.
• 10. b snbil a s^è aussàse,. e à.s* è
porla 'n vers *l pare; e essèni 'ncora
'n pò lootin, 'I so pare al l' à vdulo»
e pia da compassiòn, corrènrn pressa
a s'J è casce s 'I so coL e al rà ba-
silo.
Ifl. EM llòl a J'à dye: 0 pare, mi
i'on pcà ancontra 'I Siél e dnans d'
vói; 1 son pa pi dégn d'esser clamò
vosi (lòl.
82. Allora 'I pare a i'ò dil al so
servilór: Porte subii si la vesta pi
bella , e vstilo; e butèjo l'anèl 'n so
man, e i scarpe ai so pé;
25. E porle si un vailèl gras, e
roassélp, e manglòma, e buvòma;
14. Prché còsi me flòl a l'era mOrt,
e a rè lornà A vive;; a l'era pidi e
a s'è Irovàse; e a soa bfillàie a
mangè.
25. E 'i BÒI pi vèi a l'era 'n cam-
pagna, e vnènl e avsinndse a Cà, a
rà santi d' sinfonie e d' cani.
26. E a l'à clama un di aervilòr,
e al l'à interrogalo, cosa chVa rem
lui sò-si?
27. E chièl a Jà d^je: 'L lo ffadèl
a l'è vnii, e 'I tò pare a l'i maaià
un vailèl gras» prchè ch'ai l'à tro-
valo.
n. 'Nrabblà costai a volia pi aén
'ntrè 'n cà; soriani '1 so pare, a s* è
bu tasse a preghèlo.
te. Ha chièl rispondènlje a J'à dil
a so pare: Guardò 'n pò; mi» a soa
già da tanti aga ch'i v' aenro, e I v'
soa sempr olèl ubidiènl, e pira i
m'èl mal dame fin eravòl, eh* i lo
mangélsa con 1 me amia;
SO. Essèni pòi vnfi vosi flòl, ch'a
l'à consumò Ifille le sootanse'COtt 1
puttane» J avi massàje un «allei gras.
ni. E chièl a J'à d^e: Me flòl, U i
l'è sempr stèl con mi; e lai Pan
ch'a rè me, a l'è lo.
82. *S còsta occasiÓD' a Insognava
mangè e siè allògr, prché còsi lo
f radei a l'era mori, e a l'è toma a
vive; a l'era prdu, e a s'è Irevàse.
Sacerdote Yerluca Giacomo.
DIALEin PCimMOlVTANI.
H»
DUI.F.TTO DELLA Vallf. 01 So4!«4 (iRgrlii, RoHCO, Valprtlo 6 Camplglia).
il. un gori ho al avo dui Ogl;
18. E lo pi giòvno ho at dit a son
pà: Papà, doiiammc la mia part, chi
me vini de (ol le fàile nostro; e^lo
iKin durbì glie l'à donai, e dividila.
15. D'apre a pochi ger avèni ra-
slréii totla sua larga, se flgi pi giòvno •
sci ho se n*est ala lognòn ante de
paia forestér; e lai con sia compagni
ho at murcà tolta la targa di son pà
an fin poc de tèn. menànt Qna vita
da niaunètt vigna rdér.
14. Apre d'avéir cficà tot, Jesi
venua en sii eontor una gran ciare-
sti, ch'i crevàvont medi de basorda;
e nostro poglin ho al comensià estre
elargii d'ogni miserj.
lg. De maneri che ho l^est sia co-
si réfol a castéirse un baudròic de sii
contór, e se baudróic-^i ho lo al
manda a goeniàar le cruina an una
shi cassina.
16. Ed avritl murcà de scènt, chi
càcunl li cheisft, se ho n'usset porsu
avéir; ma gnùn gné ne donàvant
17. Bo al poi bin pensa da se me-
dém aili fàite siéi, e determina, di-
sèni: Quanti famàut a cospa de mon
diirbi favànsunt de gerp, e ghigió
gè crevo sci de ghèisi !
f S. Ho s'èst resoli de tornar a son
pà^e geli dlrrè: G'èi fàit tulli li mal,
o non papà, vera lo bon Pierlo, e
vó, mon bon durbi;
if . Gè mèrito pi d'estre dimanda
vostro poglin , ma tenìmme mas che
com^fin d'i vostri famàut.
10. Ho s^ est bfilà in carcherl , ed
ho l'est venu a son pà; essènt ancor
Ioni, lo son bon dfirbl lo at viù, ed
ho a'est rendi! compassiòn, l'est fuièil
nn conlre, sautà al còui, ed ho l'ai
baslà.
ti. E son figl ho al dit a son pà:
Papà^g'èi fàit lùiti li mal vers Io boii
Pierlo ed a v^io, mon papa: g» mè-
rito pi d'èstre demanda vo<<tro ligi.
2S. Son pà ho at comanda poi, e
dit a sìèi famàut: Presi , vistilo de
gl'arbigluire da broci come dovint,
e bntàli l'anèl alli dèi de sia «■■,
e ciausèlì sie pia con di bli savàt.
ss. Alade sobit a prendere lo pi
bel vèl, mascièlo, preparade io boa
dìnàr, che ne sten allegro;
24. Perché sce min poglÌo«<ci lo
àvoi perdu, e crei! mori, ed ora go
Vel trova vi, e rlavd a me; corneo-
sén dunere a star allegro, mlofèn e
bevén per consolasióo.
t». L'antro flgl pi vligl ho Téret
fer per la campagnl: e acànl che bo
fall per venir, e avlslnàste a masòn,
ho at senti li son de la banda.
26. Bo at demanda a un de H li*
màut scen ch'o réni,, od J ffissoni
scele allegrie e festìn?
27. Sce famàut-si ho gl'at reapon*
du: Ilo Test verni vostro frare, o vo-
stro durbi perchè ho at trova aon'po-
glìn, vostro frare, ho at fall amoM*
scièr lo vèl pi gras, cbe bo avélt, por
donar un past d'allegri e consolasiés.
28. See ngt*9cl primiér ho s'est on-
rabià conira son pà, e ho voléit nient
entrar o masòn; son dfirbl danc, bO
Pesi sorti fera do cospa, o bo That
prega « che ho Intràtset.
20. See poglin pi viègt ho at reapon*
dfi a son dfirbl: Da tenU anschofooi
servéiso^ e v'èi mai disubbidì, m'eddo
mai dona un cevréi, che gè nureaa-
so , e slasso allegro co'nfel .cerna ;
80. Ma poi a sce flgl -sei pi giivao»
che ho al consfimài snatnlbio allo
porcazxe lotta aia targa, ora che b«i
I'e»l venfi, gì* edde ammascià lo vèl
pi 8«5.
81 . Lo bon durbi bo gì' at respooda
eiil est a maneri: Mon coro flgl, *te
scu»pi>i sta ei me, e sen che fan t't^al
min, ho l'est lon.
32. Ho Test poi ciotta bona , e bin
fuili lo rallegrasse, e far fesU, per>
che lon frccio, «he gè lo creoi uiort , e
perda, ho l'est revivu,e gè Tèi Irovà.
Il RettofR flella Parrocciiia di Camplgltu.
i
tM
PARTE TBKU
Dialetto di Biella (Canavese).
11. (jn òm a l'éja dui 051;
\%. E rmiim di dui a yk di^jc a
80 pere t Pére, dème la mia pari d'
sciò eh 'a m' vèn: e cél a J'à daéje a
tue dui aòa part.
18. Da li a uèro di, stu fio pu iu-
▼u, a ràbula tùtt 'nsèmma , e a
Vk M s6 fagòt, e a s' n'è andàsne
'or un paia da funi , e ià en ribolle
d'tiiò 1 culùr a l'à agarà lùtt 'I faò so.
14. Qnanl ch'a l'à Jo mangia luti,
a j'è vgnfije ^nt cui pais-tà na gran
caréslii^, e cel a l'à cmansà slanfè
dia fam.
ili. E a a', n'è 'ndàsne, e a s'è
ijuatàsse con n'asgnùr d' cui pais,
ch'ai l'à mandalo 'nt na sua cas-
alHM a guarnè I porscèi.
f e. E al l'éJa cél la vdja d'mpinìsse
là panacia di agiànd eh' a mangiavo
I porcfailfl; ma gnun a J na déja.
17. Quant pò di' a l'à dvèrt i od,
a l'à dìo: Quanò servitùr 'nt la cà
d' me pére a l'àn dM pan a sfùg, e
mi qui I m' moro d' nella 1
18. 1 ve auasémt, e i ve andèmne
da me pére^ e f ve dije: Pére, mi i ù
pcà 'neon tra MSguùr e 'ncontrad'vui;
19. Hi i aon p' gnin dégn d'esse
dama Toa fio; Iraltème com l'ùllim
di voa servitùr.
SO. E a s*è propi aussàse, e a i' è
'ndàsne da so pére; e 'ntànt ch'a l'era
'neù lontàn, aò pére al l'à vgfilo» e
a n'à ajuoe eompassión, e a j'è cur^e
'neontra, a j*à bùlàje I brass al còl ,
e al rà basalo.
ftl.B'lfiola]'àdi£Je: Mècar pére,
mi I ù pcà contr' 'I Sgnùr, e contra
d' vul; mi i m* mèrit p' gnin d'esse
clama '1 vos mài.
Sft. E 'I pére a J'à diéje al so ser-
vilùr: Su, su, viél, tire fora la vesl
la pu bela, e bulèjl' adòss; butéje dcò
l'anèl 'nt' 'I dì, e y ascherpe 'nt i pè.
t5. Une dcò qui 'I bucin pù graaa,
e masséto: ch'i vo ch'I mangia e ch'i
slago alégher;
21. Parche s' me mal a l'era mori,
e a l'è turnà arsusslté; a s'era prdus-
se, e a s'è lurnàsse truvé. E'ntrtànl
a l'àn cmansà sté alégher.
ss. 'L fidi prim pò a l'era, 'n cam-
pagna ; e 'nt 'I rilùrn avsinàndse a cà,
a l'à senlu I sun e i bài ch'a a'feju.
86. E a rà fai avni un di aervitùr,
e a J'à ciamàje sciò ch'a l'era acin-lì?
87. E céMà a J'à rsponduje: A fé
turnàje vos frél, e vos pére a l'à
massa 'n bel vèl gi^ass, parche ch'a
lurna avèllo a cà. •
88. E cél alora a l'è aaulà 'n he*
stia, e al a vria p' gnì 'ntrè 'nt cà.
'L pare donca a l'è surtì da d' fora,
e a s'è butàsse a plèlo a 1' bonne.
89. Ma cél-là a J'à rsposlje/eaj'à
dìòjc a so pére: A son Jà tanè aga
eh* mi i V' servisa , e I à sempr faè
tult sciò eh' vul I m'éi cmandàme;
e vul l'm'èi mal da(&me ^n eravót,
ch'i m* lu gudéiss ctin i amia.
80. Ma dop ch'a J'è vgni^e at' vtf
inàt, ch'a l'à sgarà lult 'I faé so ean
d'Jé strùsasce, i èi massa pr cél Pbo-
cìn pu grass ch'j' éissCp
SI. Bla 'i pére a J'à diéjei Me car
fio, ti a l'è sempr cun mi; e tattsdò
eh' i ù mi, a Tè anca tò.
32. Ma a l'era pu eh' glust d' le
na ribota, e d' fé festa , parche slu
tò frèl a r era mort , e dèa Té risùt-
sità; a s'era prdiìsse, e i l'urna tur-
nàto truvé.
N. N.
DIALETTI PF.ncìio?rrA?ii.
tf*l
DiALrrm di C bravino (Canavestr).
f f. Un òm a réja tlùj fi:
18. 'Lpiu gióvoa j*àdi£a so pari:
Dèmi, pari, so eh* am' toea d' mia
pari; e *1 paria J*à di vis, e aj'à àhé
sóa pari.
13. Da li an poic di apro 'I fi pi
giovo a s'à *ncani{nàssi, e a s' n*à
'ndàsni lonlàn,e a Ta mahgìassà iQtt
M faé 9Ò, mnàntùna vita a mal mòd.
14. Consuma ch'a l'à blu fui, a J'è
gniya una gran carestia ani cu! paìs,
e a l'à cipensà trovasi bsognós.
15. E ''ntant avènt gnin da man-
giar, a rè 'ndà da n'òm d' cui paìs
prtànt cli'i déissa d' travàj pr podèi
gavàsi la fam; e si' òm a Tà mandalo
a na aòà cascinna a largar i porchìl.
16. An tra mentre a desiderava
Anna d' mangiar la giani ch'i déjo
ai porcbit; ma J' era gnun eh' a j na
déiss.
17. A l'à bu(à testa a parli, e a
rè di£ da prciài: Vuèiri servilùr ch*a
l'à me pari , ch*a l'àn d' pan fin ch'a
volo, e mi qui i morto d' fami
18. Ahi a i'èmèi ch'i m^àussa su,
ch'i vàjo.da me pari, e ch^j dijo: Pa-
ri, i ù manca conlra Dio e contra vui ;
19. I mèrito p' gnin d'essi ciamà
vost fi; pièin'almén pr vosi servilùr.
80. K a s'à ausassi sii, e a s' n'à 'n-
dàsne da so pari. BIcntre ch'a l'era
'ncór lontàn, ^1 so pari '1 l'à vgùlo,
e pia da la compassión a j'è coriìje
'nconlr, a J'à saulài al còl, e 'I Pà
basalo.
81. 'L n pò a j*à die: Pari, i ù of-
féis Dio' e vui; i mèrito p' gnin d'essi
Ignù pr vosi fi.
22. Ma *1 puri ciaiiia i so S(*rvilór,
e j di: Presto, qui fora la pi bela ve-
stimcnla, vestimlo; bulèj l'anèl ani
'I dì, e causèmlo.
25. Pie ^n vèl grass, massèio, ch'(
mangióma, e eh' i stóma alégher;
84. Prché cusl me fi a l'era mort,
e a rè risuscita; a s'era perdusi e »
s'à trova; e 'nlratànta s' son bufassi'
a mangiar e star alégher.
8tt. 'L fi pi vèé pò u s' trovava 'n
campagna; vnènt done, e vsfnànUf
a cà,a l'àsentù eh' a assonavo e eh'»
s' baiavo.
86. Clamava 'n so servilùr: Che chHi
VÓI dir sta novità?
87. E cial a J'à risposi: A J'è gnu
vost fradèi, e vost pari, tatit coalènt
ch'a s' i'es vg^slo a cà 'rdi, l'à fa£
massa r 'I vèl pi grass.
88. Senti stl cosi a j'è gnfij la ca-
gnlnna, e vuia gnla entra 'n cà; i'è
sortì donc so pari , e '1 l'à prega eh^a
'ntréissa.
89. Ma ciàt j'à rispósi: Mi ch'a l'è
tènd ago eh' t v' servo, e eh' i v' ò
sempi obdi 'n tut, e pr tilt, i si mal
stai cui d* dami solamént iin cravót
pr far n'alegria coi me amia.
so. Bla dop eh' j'è gniij si vost fi
chi, ch'à l'à mangiasse liii 'I fàé tò
'ndasànt pr travèrs , j' èi subii fa£
massàr 'n vèl grass.
51. Me car fi, a j'à rispósi '1 pari,
ti l'è sempl con mi, e lui so ch'ia
l'è me, rè tó.
58. L' era pò tijt giCisl eh' atéisso
alégher e ch'i féisso festa adèss, eh''
j'è gnijj 'I tò f radei, prché l'era mori,
<! 'dess rè risuscita; l'era pers, e
'dess s'à truvà.
N. IH.
H49
PARfS TBII2A
DuLCTTo ni AinsLiA (Ctffii>vese).
11. Un ÒHI a l'èja dui (loj;
12. E M sicónd a rà die a AÒ pari:
Pari, flemmi la mia pari dei beni
chM m^ lasAriAsf. E col pari a Vk Tèi
le pari dei beni eh' a Péja.
15. E da li a polc dì^ el afcònd fi,
a l'à bulla tut'ansèm^e s' n*andà 'n
tonlàn pah, e a Vk mangia lui in
bagordar!.
14. Qnand eh' a Vk mangia lui, a
)'era na grossa earUlia *nl col paia,
le eoi fi «.rà prinsipià slanlàr de lui.
IB. Qttel fi a rèandà da un ricd'
etl) pais, 't(|[ual a Vk niandà ani una
soa campagna a largar i porchil.
16. E là, Unii volli a M dsiderava
d'trovàr dràglànd pr inpìssl la pan-
M, èh'a mangiavo i porchil; e gnùn a
J na déja.
17. Ma cosi fi a rà pensa Irà ciài
€ dal, e a Vk dl£: Quené servilór a
J toni nln in eàd' mi pad , ch'a j'àn
del pan fin ch'a vólo, e mi i m' na
mori d'faml
18. 1 sdslrò, e I andrò da mi pari,
j dirò a dal: Pari, i J' ò pcà conlra
'I Ciél e eoBtra vul;
19. 1 800 pu nin dégn d' clamami
vos fi; Irallèmi solamént come un
del vds servilór.
10. E li a s'è aussà, e a rè andà
da so pari ; e 'nlraménl ch'a l'era an-
cora lontàn, so pari a l'à vgu, e subii
a rà avQ gran compassión, e a j'à
corru 'nconlra , e a j'à bulla i bras
al còl, e a rà basa.
ti. E '1 fi a j'à dl£: Pari, I ò pcà
conlra 'I Ciél e conlra vui; 1 son pu
nén dégn d'essi clama vos fi.
22. E 'I pari a l' à fli£ ai so seni,
lór: Presi, presi, gavé Cor la vesla pà
bella ch'a J sia. e bullé^tla adòis;
buttèj l'anèl al di, e I acarpi ai p^.
25. Eronè un vcl gras, mauèlo,ch'a
s* mangia, e ch'I fajo bancàt.
24. Perché cosi me fi a l'era mori,
e adés a l'è rissussità; a l'era perda
e n s'è Irovà. E cosi I àn caenaà i
far bancàl.
2». 'Ntlora l' prim fi a l'era 'n cam-
pagna: ent'l lomàr avalnÒMlsI a aaa
cà, a ràsanli sonarle ch'a s' ballava.
26. E a rà clama a un servilór, e
a j'à domanda che ch'n l'era cella
fesU?
27. E col a j'à die: A J'è Ionia H là
fradèi, e lo pari a.l'à jnanà im vài
gras, prché ch'a Vk riavfi sa».
28. E 'I prIm fradèl a l'è udi la
colera, e ai vorrìa nln fntràrtn co.
E '1 pari 'nllora a l'è torli lér, e a
l'à eminsà a pregàio.
20. Ma 'I prim fi o J'à rispèal,e
a j'à die a so parir A I son à lènfi agi
ch'I v' servis, e ò nai daobdi 'Ivei
comànd, e pura I m'èl mai dèéia
moUohàl eh' i féls fina mareada eoa
i me compàgn.
50. Ma porche ch'a J'è vgni Pàal
fi ch'a l'à mangia Ini con d* fbmùì
d' calllva vita, J'èi niaità ■■ vèl gras.
51. Ma so pari a J'à diC.: Fi. U l'è
sempi me fi; elulcolch'ifòofètà.
52. Na a l'era glust d' far bnncàt e
d' far festa , porche cosi lo fradèl a
l'era mori, e adèa a rè rlsoisilà; a
rèra perdu, e a s'è Irovà.
DIALFTTI PEDCÌI0XTA5ÌI.
tt«S
DuLETTo DI BonnoMAMRo (Conavc^c).
fi. Un ÒRI a Tavia tliii (Idi;
tS. *L pi cil a j' a dl£ a 9Ò pare:
Pare» dème la mia pari ch*a m' tocca
di beni. È ce! a J'à subii dividuje
dasèntje lon eh' a j toccava.
f S. Dop pòi an pociie giornà sto fio!
'I pi giovo avènd ramassà lui lon
cb'a rà pudù, a s^ n'è parti pr un
pais lontàn, dunl ch'a Tà dsipà tùt
cut c!i*a l*avia con d' meretrìs.
14. E dop poi d'ave consuma, e dai
fln al lut, ant cu! pais a J'è vniije na
gran carestia, e a j'è cressu la fam,
nancioUe ogni sorl d' cose..
l'g. A l'è andàje apro a un d' cu!
pais, e CQSt-qui al l'à manda a na
eova catlona a largar i purchìt.
16. E licei a a' figurava d'ampisse
la pansa con cole giani, cb^a man-
giavo iporchit; ma gnun a J na dasia.
i7. Finalmént pò a s'è buia pensè
ira rei e cel; ohi leni servitór ch'ara
■lépara ch'a l'an del pan d'avàos,e
mi I m' trovo qui ch'i moro dia fam !
i8. Studiant ben a l'è dii: I m'
•usrù da qui, e I andrù da me pare
é J diri: Pare, mi i ù pcà conira ^1
Ciél , e coBira d' ti ;
15. Mi 1 son pi nén dégn d* esse
clama 'Ito fidi; tràtme com'un di to
tenritór.
IO. AaiÌDUe s' n'è parli: auvsi-
nèolM a la cà d 'I pare, 'I pare rè
vduda Io0tan,al l'à cooossii; piada
la compassión a s'è bùlàsse eurean-
dasènlje alFincóntr, piàotlo pi còl
e basaallo.
91. Aol cu! moment 1 liol a j'a
die: Pare, mi i ù pcà contra 1 Ciél,
e conira d' li: mi i son pi nrri dégn
d'è<se eia ma lo fiòl.
SS. E 'I pare a j'à dije subii ai m;
scrvitór: Andò piar la pi bela vesla
ch'I trove, e vestilo subii; e bulèjr
anche i'anèi ant al di, e le srar|ie
ant i pè.
SS. E andèj a piar *1 vltèl al pi gras
ch^a J sijo , e masséto , e eh' I fuma
iin bon banchèt,e ch'i tluma Idi ale*
gher ;
54. Parche mi cusl floll lu credija
mort, e a rè rJssuscllà; 1 lu credija
perdu e l'ù rlrovà; e.l àn eomensà
slè alcgher.
55. 'L fidi maggior Tera'n campa-
gna, e vnènd, e vslnànlse a lacà,
sent d' concert d' son e d' bai.
56. A clama un di sd servilór, e
a j'à claroàje: coss'èlo cust rumor?
57. 'L servi tór a j'à rispondfije:
A i*è tò frcl ch'a i'è torna a cà, e lo
pare a Pà fai nasse 'I vltèl pi grai,
parche al Pà vdu saa e salv.
sa. Senténd cusle ndve, cosUqoi a
l'è sautà an còlra, e a l'à nén via
inlrè ant cà; M pare aort fora , e al
rà pregàio d'antrè.
S9. Ma cei a J'à riapundiije: Hi a
l'è tene ago eh' I V servo e 1 J'd mal
fai gnente contra '1 tò voléi; e a ni
r m'è mal dame gnanca fio cravòl
ch'i m' lo godéissa con i me anis.
sd. Ma cust lo fidi eira rà maogla
Iute r su«e sostante con d' mar»»
tris, e cfa'a l'è torna a cà, li l'àt faé
masse 'I pi bèi vitèl gras,
SI. 'L pare a J rispènd: Ti Té scoi*
pre con mi; i né avéJ a son tfié lo.
ss. Ma adéi a l'è beo giiìsl cbM
fa^Hio fetta, e ch'i stuoia alégber lue
auMma, parrhé lo fréf l'era mori, f
a ré ritsiÌH'Miti l'rra prrdù, cai »^*»
rlro«à
.11. fi
H4*
PARTE TERZA
DfAt.nTO 01 DnirsAcro (Canave^e).
11. Un orna Pavia dól flòi;
12. 'Lpi <lovo a ] (lis al pare: Pa-
re, itemela mia pari; e M pare allora
a Vsk spartì a tut dól il patfimoni.
13. Da li quale di, *t fi pi dovo,
ramassà e pia con clièl tùt 'I fai so,
a 8' n'è parti, e a l'è andàlt ant un
pais lonlàn; dove a l'à manda al bro
Ir sua roba , con ba tossa de.
14. Dòp d^avél dissipa tiit quant,
aggiìintàndse an cut pais una gran
carestia, a Tà comensà senti cli'a J
mancava '1 necessari.
itt. Allora a Tè andàlt pr fa, tost
aggiiistèse un padrón, dal qual a l'è
•lÀit manda a na cascina a larghe i
pors.
16. E là al desMrava d*amplsse la
pania d' cui aglànd ch'a mangiavo i
pors; ma a n'a podia nént avél, per-
ché niun a J ne dava.
1 7. Allora '1 porfidi a Vh en Irà ant
ehéi, e a rà comensà dir: Quanti
servitùr r I sòn r cà d^ me pRre ,
eh' a mangio pan a crepapanza, e mi
al log I mdro d' fam!
18. AhtimMevrobendasi, e I an-
drd dal pare, e J diro ben: Pare, i 6
mancàadispètdel Ciél e a dlspètvost;
15. i son pa pi dégn d'esser eia ma
vost fi; pième però ancora come vosi
servi lo r.
SO. Con cust proponi mèi nt a rè
andèit dal pare; e '1 pare avendlo
visi da lónj^, pia da compassión a j
cur anconlra , a J bulla i brass sul
còl, e al basa.
RI. 'L fidi a J dls: Pare, 1 o offéis
'1 Ciél e voi; I son pa pi dégn d'es-
ser clama vost fi.
22. E *l pare, vollàndsc ai servi-
tur, a j dis: Ande pie e porle prc^il M
vslì pi bel, e biillcjlo adòss; hot-
lèje l'anèì af di. e le scarpe al pè.
25. E andè pie ùo bel vèl gra»,
masséto presi, perch' I Casso uo arsl-
gnón ;
24. Perché cust me fi a l'era HMrl,
aura a Tè arsuseìtà; a Vent pen,e
R J'è-artrovà; e d» li a »*è comcRià
far festa.
2». 'L lidi pi vèi a l'era io eost
frdtèimp ant campagna; tomànd a
cà, -mentre a l'era vna ▼Isìn, a sèiRl
d' rumùr e d' daHiie.
26. A ciama a un aervllàrclle che
] era d' nòf , e perchè a s' fasìa colla
festa?
27. SI' servitùr a J dis: A l'è loraà
tò fralèl, e M parv a l' à fall ciRCchè
un bel vèl grass, e Tà vojii far tata,
perché che l' è toma san.
28. 'L m pi vèi allora a Tè an-
dàlt ant rabbia, e a volta pa pi aént
RRtrè an cà; e 'I paro a l'esorti
fuor R pregàio.
29. Bte '1 fidi R J à rispósi pirèi:
A i son tèlni agn eh' I v' fervo, I v*8
mal disobldi, e pfir i ò vai ava di
voi un cravèl, peretiM potfélsaa fé
arsignòn coi me amis.
50. Adèss, perché eh'a toraa a cà
ràut vost fidi, dop d'avéi oia^già lai
M fa( so, e meinà la graHM vita, i
masse per chèi 'l.vèl pi grass.
81. Allora 'I pare a }'à rlapòil: ar
fi, ti V è sempre con mi, e lo clM i 5,
a l'è tùt tò.
82. Ma a l'era pr àut flostch'i
féisso un arsignòn adèss e on'argloìs-
sansa, perchè ch*el tò fralèl a l'era
mori, e aùr* a rè arsuscilà; a t'era
pers, e s'è trovasse.
D. t;iui.iA<io Sammii.
I)U LETTI PBDtMOMTAKI.
»45
Dialetto di Rueglio (Caiiavesc).
11. N'òm ara avù dii fi;
18. E '1 pi giovali ara di£ al pu-
re: Pare, dème la porsión eh' a m'
vèa: e M pare a j'à dèe a IQÒ e dd
la sóa pari.
18. Da li an pòlo dì M 0 pi giòvan
a l'è parti, dop a vài stroppa (fit so
cb'a Vk possu arabasàr, ani un pais
Unto da lóns, e bel e là a Tà macia
lui 9Ò cb'a Pava con na parlia d'
sbianche.
14. E dop avàf macia tut, a j'è
gnu na gran fam an qui pais, e a rà
oomaiiaà vesne dia bela.
fg. E a s'è tujàil, e a Tè andà a
sarvit6r con un d' qual paìs, '1 qual
a! l'è manda a largar i porchit.
16. E a l'ava vója d'ampìse la pausa
di aglàn cb'a macia va n i porchit; e
a l'ava gnòn cb'a gna dàss.
17. Dop avài armanacà an pocdas
par cbèl, a l'à dio: lène sarvllùr a
ci dal me piire a l'àn d' pan d'a-
vàDS,e mi si a carpar d"* faoi!
18. 1 Ivrù ^ù, e i ni' n'andrù dal
me pare, e j dirù: Pare, I Pò fé bela
grossa a Nosgnór, e a vui tùKa;
It. I-m' mèrito pi nin eh' vu i m'
ciami par vos fi: baicbème mac pi
com'uo di vos sarvilùr.
SO. E ausànsc su a s*è 'ncamminà
vers al so pare: e mentr' a l'era an-
cor da lónn, a l'è sic vlst dal so pa-
re, 'I qual ciapà dala compassión a
j'è eorrii sùbit an contrade a s'jè lacà
al col, e a rà basa.
21. È'I fi a j'à dio: Pare, i l'ò fé
bela grossa a Nosgnór, e a vui lùtla:
f m' mèrito pi nin dr vu i m' ciami
par vos fi.
22. E 'I pare a l'à die ai so sarvi-
lùr: Vulto, porte si la pi bella va-
stimanla, e vastilo da driè, dasije
n'auèl an man, e causèlo com'a s' déf.
ss. E andè avàl un vèl gras, eam-
massèlo, e maciùma e banetùma ;
24. Porche quast me por fi il ere-
sava mori, e a l'è -torna arvivar; a
l'era pardu, e a s'è torna trovar; e
li a ràn prinslpià a banctàr, e star
alégar.
2». E 'I so fi pi vèj a Tera par cam-
pagna, e mentr' a gnava, e a s'avsi-
ni^va a cà, a l'à santi d' chèn6 e
d' sun.
26. E a l'à clama un di so sarvl-
lùr, e a j'à dia, eh' a j conlàissa an
pòc ch'a l'era tiil qual romór?
87. E qual a j'à die: A J'è gnu 'I
lo fradèi, e 'I lo pare a Tà ammassa
un vèl gras, porche ch'a s' l'è vlst
a unài bel san.
88. A j'è gnii 'I fot, e a ulava nianca
'ntràr; ma 'I so pare sortiànye an«
contra da d' fora, a s'è buia a pregàio.
29. Ma chél rispondànije al pare
a j'à dìo: Hi a j'è lend ago ch'I V
servissQ, e i u sàmpar fé lutsò ch'i
ni' ai comanda; ma vu i m'ai mai de
un cravòl da far palla col me auiis.
80. Ma appàina gnu quast* àul vos
fi ch'a l'à macia luti '1 fa£ so con
ja sèianche, j'ai ammassa un vèl gras.
51. Ma chél a J'à die: Fi, ti l'è
sàmpar con mi, e lui so cb'è me a
l'è lo.
52. Aura aniava banclàr,e arlgràse,
porche quasi' lo fradèl a Tera mori,
e a l'è torna arvivar; a Pera pardù,
e a s'è torna trovar.
P. BuKCMvm Babtolommeo, Maestro di scuola.
d
»*6
PARTE TERZA
Dialetto dklia Vallb d'Audorìho (Canavese).
11. Un òm a Téja dui inalètt;
11. 'L pu giovo a l*à di£Je a 9Ò pa-
re: Pare, dèmme la mia pari eh' a
m* tocca; e 'I pare l'a dacceila a lue
e dui.
f S. E da li a quaic di sV groé,
rcollèé luU sciò cli'a Péja, s* n'è
'ndàstfiB 'nt un pais da IudI, e là a
Vk martgià luU *l fa£ so, fagliènd
l'asgaròn.
14. Apre eh' a l'à jù mangia tùli,
a J'è vgoc^e 'na gran carlstìa 'nt cui
paia; e cél a l'a cmensà pati fam.
Itt. E rè anda butèse a servi a cà
d'un sgnór d^ cui pais; e si' qui l'à
mandalo an campagna a va rdè i por-
cbitt
16. E a réja tanta fam, cli'a J ti-
rava flnnaja gola d'ampisse là ven-
tre dia giani eh' a mangiavo i por-
cbitl; e a i d^o gnanca cólla-là.
17. Andócca a rà divàri t égge,
e l'à die das par cél : Quen£ servilòr
a cà d' me pare a j'àn d' 'I pan d' a-
vàns, e mi qui f mor d' fami
18. Lai I ve bugème da qui, tornè
a cà d' me pare, e dìje: 0 pare , I ò
faène Gna trop^rossa alSignór e a vui;
19. 1 mèrit pu gnàin d' ciamème
vos floi; pièmme nume par vos sar-
vttór.
so. E i'h aussàse, e l'è andà a cà;
e l'era 'ncórà da luiiS eh' so pare l'à
vgulo; la com'passlón l'à pialo, j'è
andàje presi en obia, s'ò taccàse al
còl e a l'à basalo.
ai. Andócca 'I Odi j'à di^e: Pire,
i ò offenduvc vul e 'I Signor; son pii
gnan dégn d'esse clama voa fiol.
2S. 'L pare a l'à dio ai so aerrllór:
Porle presi die veslimente, vestlllo;
bùlèje l'anèl ani el di, e caitaèllo.
25. Ande, masaè 'n vèi ben gn»;
anche trallómma e fòmoila briiidè;
84. Par sciò ch'I me fomU V'en
mori, e a l'è rsuscllà; Tera pardSit
e a l'è trova.
ttt. 'L prim frèl l'era 'n cuipagiu;
lomànd a cà, el seni cai faptge;
86. E al clama da 'n senril&r che
eh' a l'era?
87. SI' qui a J dis: J'è vnSje le
frèl, e lo pare ^1 traila ptr ado-li.
88. L'auto fé vniye 'I fai, e 1 tlia
gnin andè.d'.inle; '1 paro rè irgài
fora, e s'è bùtase a plèlo al bèanei
89. Ma ràul l'à diéja: A l'è fmà
agn ch'i t' serviss; aon senpé atee
ùbidiènl, e a rè mal daéma '■ cra-
véi par fé 'na gfulissania am I aè
amis.
80. E adèss, cb'a J'è voqja •l'àat
lo fidi cb'a l'à mangia 'llaé tè eaa
le cmare, par cél t' è faé niani 1
m^ vèl ch'i abbfo.
81. E ràul a J rispdnd: O aècir
toisón, ti l'è sempe eoo ni; e I8U
sciò ch'a l'è me, l'è lo.
38.'Anlava bé fé 'n po' d' fola a»-
ché par tò frèl, ch'a l'era mori, e a
rè rsuiscilà; ch'i cherào frane pB^
dù, e l'ómma (orna Irovèlo.
N. N.
DIAI.CTTI PEOBMOMTANI.
U7
Dialetto di Settimo Vittune (Canavese).
il. N'òm a Pavia dui niùi;
11. li millèt a rà dlt a so pare :
Pare, dème M me Ice d' pais eh' a m'
vèn; e a j'i parile.
15. B dop na chela, a Tà ansacà
col qoatsòUch'a l'à tira, e a s' n'à
andàsne da lons; e là fasènd viole,
e dcsbàuele ansèm a d' iuffie a l' à
lèi mrìkn a tut.
i4. Trovinse con pi niente , es-
aèoQe aa gran famìna ant cui pan,
• l'«m eoatrèt a far M ridàn.
f ». E pai a re andèt a far '1 ser-
▼llòraBsèm un d'cul pais ch*a M
mandava a larghe I lòj.
16. Tanl a l'era la sgurma cb'a
ravìa , eh' dsiderava d' fé na pél d'
cute gìans eh' a mangio I tòj; ma
nloD gna dava.
IT. A rà pensa na chela, e pu a
prleava da apar elèi! 0 quentie ser-
vltér eh'a san a cà d' me pare eh' a
Ilo d' pan fin ch'a vólen» e mi come
'n rIdàn I moro d' niglia!
18. A rà pensa ben I su vers e a
l'à dit: I vni andà a trova me pare,
e vnl djje: Fare , i ò fel nèc '1 bon
Glui a vul;
la. Mèrito pà pi d'esse vos miil ;
arcojme almén per vos servitór.
SO. ▲ s'è ausasse, è a Tè macia
vers la cà d' 80 pare; a Tera ancor
da Iona eh' al so pare a '1 rà parSù ,
pia dia compassiòn a rà corù vers
M mal, al l'à embrassà e a J'à fàje ci.
81. 'L muleta j*à pricàjeal pare:
Pare, i ò offcis 'I bon Gliis e vui; i
fon pà pi dégn d'esser vos miil.
SS. t pare allora a l'à dit ai sar-
vilór: Porlème la soa pi bella vesti-
menta e qualèlo; e bulèje 'I fricio
ant'al di, e le càusse pontie.
25. Ande a piè'l vèl pi gras; squa-
jèlo e fòma na ribotta;
84. Porche 'I me mulèt ch'a l'era
mort, a i'è arvivii; l'avia perdu, a
rò trova; e a ì'àn comenaa a far
viola, e a star alégher.
85. Ant cui moment a J'ò riva a
cà 'I mul pi vèj, ch'a l'era ent I poa-
sès; avsinànse a cà, a l'à senti ch'a
sonavo e ch'a ballavo.
86. A l'à ciamà an servitór, e a
J*à dije: Ch'èlo a' Upage?
87. E'I servitór: A j'è torna vòa
frèi, e vos pare a l'à fètaquaja 'i «èl
pi gras, lant conlènt par avéi anco
vist 'I so mulèt plot.
88. A J*è saulà '1 fiìmèl, a vorìa
pi andà a cà; 'I so pare a Tè sorti
fuor à pricàje e a bllnàlo.
89. Ma a rà raspohdiìje, eaj'à dll
a so pare: A l'è giàtènt ago chesoD
con vui, e che v'ò aempe auluve be-
ne, e m^ avi mai dèt un cravéf par
mangia con i me amìs.
80. Ma subii che l'àut vos mQièt à
rè riva, e ch^a l'à mangia tut cui eb'
j'avi dàje, ansèm d^ lufflasse, J'avi
massa M vèl pi gras.
31. Antlora 'I pare a J'à dije: Me
car mul, ti l'è sempe slèt con mi,
e tùli i me possès a son par ti.
88. Ventava ben fé na ribotta , e
viole ampoc, porche tò frèi a t'era
mori, e a rè arsosilà; l'ave perdii,e
rò turnà a trova.
N. N.
»4R
PARTI TERZA
Dialetto Alessandrino (Non ferrino).
II. In òm réiva dói fiòi;
15. Er pu giuvu d' sti fiói i'à die
a so pari: Papà, dam ra paridi beni
ch'u m' Iucca; e lù u. j'à spartì, e u
J*à d:iò ra so pari.
18. E da lèi a pochi dì, er flò pù
giuvu i'à fa£ su lùt, e Tè andai ant
in paÌB luntàn, e là i'à sgarra lui cr
M so a fé der sbàuci.
14. E quand ch'u n'èiva pù nént
affai, j^è slai na gran carestìa ani
cui paìs^ e lu i'à prinsipia.a alante
par vivi.
ftt. E rè andai, e u s'è intrudùl
an cà d'jon di sìtladin d' cui pais,
ch'u Ta manda a ra so cassénna a fé
ra vuardia ai ghén.
16. E branca va d'auipis ra panza
der giànduri cli'l mangiavu 1 glién,
e anson a J na dava.
17. Ma quand eh' I'à ytsl usòdis-
ingàn, rà dli: 0 quanta geni d' ser-
vissi an cà d^ roé pari , eh' i àn der
pan a uffa , e mèi acsi-chi a m' na
nór dra fam 1
, 18. L^ è ibèl eh' a m'àussa, e ch'a
vaga da roé pari, e a j dirò: Papà,
mèi a I ò manca con tra u Sé e cen-
tra tèi ;
19. A n' niérit gnìanca pù d'essi
clama lo fio; Iral-mì cmé ch^a fissa
Jon dù lo servissi.
20. E su eh' ré slui, ré andai
da so pari; en Iraltànl eh' l'era an-
cura luntàn, so papà u I'à visi, e
pia darà compassión, u j^é curs an-
centra, e u j'à brassà er còl, e u rà
bazà.
SI .E istnó u j'àdli: Papà, io manca
couira u Sce centra d' lèi: an'wdrit
gnìanca pù d'essi ciauià tò fio.
22. Er pari i'à dii ai aò servitàr:
Preslu, tire fora ravsli pù prcsià«,
e bùttélgli andòs, e mitlij ranéaa
l'u dì, e i slivalén ai'pè.
15. E amné chi er videi graa, e
masséli, e ch'u s^mangna, edi'os'a
slaga alegramènt
24. Perché Ist me fio l'era aert,
e l'è risùscìlà; u s^ert pén e « s'è
Iruvà ; e lei I àn prlnsiplà « fé io graa
past, e sléssni alégher.
2tt. Aniura erfló prim msaBoiB-
pagna, e quand ch'u ioraivÉ , avzi-
nàndsl a ra cà, I'à santi chM Muvn,
e eh' i ballavu.
26. E I'à clama jon di aervitàr, e
u rà anterragà se cb^ Pera la-ehi?
27. E l'àter I'à rUpòst: L'è lenì
a cà lo fradél, e iò pari I'à natia la
videi gras,. perché ù Vk rìeópefàsaa
e salv.
tfs. E lù ré andàè en còln, e o'
vurrìva pù antré dreni; dpacR Tè
sur lì for^ ^r pari, e I^r prìntlpiàa
preghéli.
29. Ma lù rà rispósi, r I'à die asi
pari: L' é tètani ani che mila l'serr,
e a n'ò mai trasgredì J5e di là i^
din, e n' l' m'ài mai daè In cnvél
par eh* a in' la gudissa eon I méaaib.
so. Ma da dop ch'u J'é avoi chi bt
tò fio, eh' rà divora tal er fai sé
con der doni cmé ai icja, t'ài massa
par lù er videi gras.
SI. Ma er pari u fa die: Fio , tèi
l' éi sémper con mèi, e lui col ch'a
j'ò mèi , ré Iò.
82. Na l'era ben giiisl da fé in graa
pasl, e da fé fesla, perché ist tè fra-
dél Tera mori, e l'è risuscita; u s'era
pers e u s'è Iruvà.
Tbioa.
DIALETTI PEDBNOirrANI.
VI9
Dialetto di Castbllazzo Gamondio (Monferrino).
II. In òin ràva diii fanciòU;
18. E ir pi pcitl d'ìò ch'a coi Va
die a su pari: Bapà, demi ra pari d'
tilt cui ch'a m' iucca. E chili u J'à
tao àntar lur ir pari dir fa^ so.
15. E da lèi a pòiedéi, cassa tcoss
anscmmo, ir fi pcitl u s' n'è andà£
an di pais luniàn , e là an sbàuci l'à
sgairà llUcul eh' réiva.
14. E ardiè air sbris , ani cui pais
u J'è staé gran carestia , e chili la
caaBM • fé di' aptil.
-tu. £ l'è andàé, e u s'è arranibà
ds jéi d' cui bon staghènt d' cui pais,
cb*u rà manda a ra su cassélna a
vuardè i ghéi.
16. E l'au réiva ampìsl ra pansa dir
giandri/ebM mangiava i ghcl, e u
ni era nei eh' a j na dava.
I7.lb faé testa, Tà dìo: Quan6ser-
vilùr an cà d' me pari i àn dir pan
a uffa , e mèi coi a m' na mor dra
fami
la. A m' livrò sèi, e andrò da me
pari, e a J dirò a chili. Pari, a i ù
falla centra du Sé, e conlra d' vùi ;
It. A n' son pi dégn d'essi clama
vostr fi: tratèmi cmèjéi di voéfami.
SO. E al va sèi, Ve andà6 da lu
pari. E asmènt, che chili l'era ancùr
luntàn, su papà u l'à vlsl« e u s'è
iDUvi a eompussièr, e u j'è curs an-
cònter, e o J'à cassa ir brassi ar còl,
e u l'à bazà.
at. E ir fi u j'à dio: Pari, a i ù
falla conlra du Sé, e contra d' vui:
a n' son pi dégn d'essi ciamà voslr fi.
22. So bapà rà dio ai sol servitùr:
Asgagià, lire fora ra gippa ra pi bel-
la, e bittèira; cassèj Tanè ani u di,
e Ir scarpi ani 1 pè.
25. E amnè eoi ir boeéi grass, e
masséti; oh' Tè temp d' mangè e d' fé
banchèl;
24. Perchè isl me fi l'era mort e
l'è arstìsilà; u s'era pers, e u s'è
Iruvà; e i àn cmensà a banehetè.
25. Aura ir faneiòtt pi grand l'era
a par lèi : e ani u turnè, ausInàAdsl
a cà rà senti ra mislea, e ir currenU.
26. E l'à ciamà Jél di aervHùr, 6
u j à sircà csé l'era su-coi?
27. E chili u j'arspùs: L'è taroi
vòstr f rèi , e vòit'r pari l'à masaà ir
bucéi grass , perchè Tè tumà a cà
ardi.
28. E chili rè andàé an còIra, e
u n' vurèiva mane antrè. Ani enlla
su bapà l'è surli dall'Isa, e a l'i
cmensà a baburèll.
29. Ma chili l'arspùf , e Pà di£ a
su pari: L'èia tanè agn che mèi a v'
serv, e a n' ò mai irasgredi Jél di vùé
cmànd ,^ e 1 n' m'ai mal daé In bèg
da godmi an cni mèi amia.
so. Ma dapòi eh' l'è avni a eà Ist
voslr faneiòtt , eh' l'à svurpà titt o
so an cun cui donni, f èl massa per
chili ir buceéi grass.
31. Ma ir pari u j à dio: Ve fi, té!
l' èi d' iung cum mèi, e tilt eul ch'a
j'ò l'è tilt tò.
52. Ma l'era gist d' siè alègher, e
d' fé festa, perchè ist tu frèll l'era
mori, e l'è arsùsilà; u s'era pèrs,
e u s'è Iruvà.
K. N.
58
nw
PARTE TERZA
Dialetto di Castelnuovo Bórmida (Monferrino).
1 1 . iin ÒB a réiva doi flói ;
12. Et pi giovo a rà dit a so pari:
Papa, dèm' un poc culla pari che un
pò locebèmi^ ed il pari a j'à dal. la
8Ò porsión à tuUl doi.
iS. Da li a pòic di, uiess' ansèm
tùli le so cose, il fio pi giovo a Tè
andà ani un pais ben lontàn, e là
rà fai andè il fai so ani vizi e ba-
gordane.
14. E dop che rà consuma ogni
cosa, a 1*6 arriva fina gran fam ani
ciil pais, e obli Vk comansa ave un
griabsògn.
|g. E cbii OS' li' è andà , e o s*é
apofià ad un «gnór d' cui pais; e
o rà manda alla so ca^sina a guarda
i pors.
l€. E cbiI u desiderava d'ampi la
panaa d' cui glande, chM mangiavo
i pors, e nessun o j na dava.
IT. Ma anlrà poi in se sléss , cosi
o 8^ niess a di: Ohi quand servilór
ani la cà d' né pari i àn del pan in
abboiidaii9(a , e me a in' na mor d'
(am!
18. Ab I a m'alirò, e andrò da mi
pari, e aj dirò: Pari, a j'ò pecca e
con Ira u Sé e conlra voi.
IO. Già M n'son nénl dégn d*essi
islamà vostr fló; femmi come jin dei
voè servilór.
20. E alzàndsi a l'è andai da so
pari.^ Ed essinda ancóra ben loniàn ,
so pari 0 l'à visi, e a rè sia pia darà
misericordia, o Tè andà aiiconlra o
Ì*à cas»à ir brassi anzima al còl, e
o j'à basa.
21. E col lió o j'à dili: 0 pari, a
}*ò pecca e conlra u Sé e conlra voi;
e me a n' son pi dógn d'essi ciamà
voslr lió.
22. Ma il pari l'à dil ai sol servi:
Portemi prèsi la prima vesta, e mei-
lijia addòs; cassèj l'anèl ani la so
man, e i calza meni ani i pei.
2.%. E andè a pie fin vi lei grus, e
maaicli , e a mangi roma e slarona
alégher; >
24. Perché isl me fio a l'era mori,
e a l'è arsuscilà, u s'era pera e a
s'è trova; e I àn cominaà a slè alé-
gher.
26, V àter fio pi maggior a •*»'•»
in campagna, e avninda da fi easH
pagna avzinàndsi a la cà, l'à tenli
del cani e dei son.
26. E Pà ciamà Jln del servilór, e
0 l'à anlerogà cosa l'era eoi fracaBS?
27. Il servilór o j'à rispòst: ▲ l'i
lornà a cà vòsler fradòl , # vàilcr
papà a l'à maizà un vitèì gras, per-
ché ch'o rà riavi san e salv.
28. Il fio prim a ré andà an eóira,
e u n'aurcivai nénl antrè ani cà; al*
lora il pari a l' è sorli fora, e l'à
comansà a preghèlL-
2g. Ma il -aò cosi l'à rlspàst, e l'à
dil a so pari : Vuardè, 1 sob lane aa
che me a v' sérv, e a n*ò aal Irasgredì
tin vòsler eomànd, e i n' m'èl mai
dà un agnè da godi! mi coi mèi am.
50. Ma dop che a l'ò veni W vò-
sler fló, eh' l'à fa andè il lai so con
(lersonni d' mala vita, per chii j*èi
mazza un vi lèi grass.
81. Ma ir pari ò j'à dil: 0 fio, U
rèi sèmper con me, « luti ir mi cesi
r son lui.
S2. Bsognava poi de un pasl, t
ralegrcsi , perché isl lo fradèl a l'cn
mori, e a l'è arsuscilà; a l'era pèrs,
e u s'è Irovà.
N. ^.
DIALETTI PBDBMOMTANI.
5»!
Dialetto di Bistagno (Monferrino).
11. In òm a Téìva dui fanciòt;
12. Erpu pcìl di dui l'à di£ a so
fuiri: Pari, dèni ra me part che m'
luca; e chii u j'à dvìs.
flS. E da li a càie dì bùtà tutt'an-
9èm, er pu zuvu u s' n'è andà ant in
pais lontàn, e li l'à discipà tiìtt er
f࣠so a mangè e beivi e fé anpò d'
tuU.
14. E dop d*avci sgairà tuli quant,
u j*è .sta na gran caristia ant qual
pais , e ebii a s* è truvà senza mangè.
tS. E rè andà da un d' qual pais
e u s'è giusta da servitù. Ist chequi
u l'à manda a na so cascinna a scoi
al ghin.
16. E u s'sarèiva ampi auranlé ra
panza dra giandr eh' I mangiavo i
porz^ma u n'j era nun che j na déiss.
17. Ma arcnusckidsi radiò: Quanò
fami an cà d' me pari eh' i àn bon-
danza d' pan , e mi qui a moir d'
ra fami
18. A sautrò su, e andrò da me
pari e a J diro: 0 pari, a i o fa pcà
contra u Signùr, e centra d* vui;
19. Mi a n' mèrit pu d'essi ciamà
vost fi; trattèm cm'jnn di vo£ ser-
vltùr.
20. E ausàndsi i*c andà da so pa-
ri. Apenna che so pari u l'à vist da
lontàn, uj'è vnù conipassión, rè
curi pr andè an contra, u l'à brazà e
u l'à baia.
21. Er fi rà die ar pari: 0 pari,
a f o f à pcà cbntra u Signùr e con-
tra vui; a n' mèrit pù d'essi ciamà
vost fi.
22. E V pari l*à dio ai soi servi-
tur: Porte subii er robich '1 riva an
pruma e vestii , e butèj l'anè ani u
de, e 'r scarpl ant i pè.
28. E ninè qui in videi grass, e
mazèil, e mangi ù mie e slum' alógr;
24. Perchè Ist me fanciòt Pera mori,
e rè arsiuscità; l'era pers, e u s'è
truvà : e i an emenzà a mangiè.
2tt. Er pù grand d'Id dui fanciòt
l'era an campagna, e avninda e ysi-
nàndsi a oà l'à senti a.sunè, e ch'i
balàvu.
26. E rà clama jun di servllól e u
l'à Interogà cossa eh' l'era tult qual
fracàss?
27. E chiI u j'à arspòs; Vosi frèi
rè vnu a cà, e vost pari l'à fa mazè
in videi grass perché l'è vnu a cà
ardi.
28. E chiI u s'è anrabià e U n^
vréiva pu andè a cà; dunca 'r pari
l'è Sorli era cmanzipià a preghèl.
29. Ma er fi arspondèndij u J'à die:
Vardè, i son za tan^ agn eh' a v' fai
u servitù, e quandi chi m'èl ciqan-
dà, a v'o sempr obdi, e I n' m'èi
mal dà in cravètt da godmi con I
amii.
80. Ma penna eh' l'è riva Ist vostr
fanciòt qui, eh' l'à mangia er faÒ so
con der doni, tal e qual 1 j'èl fa mazè
in. videi grass.
SI. Ma er pari u j*à di£: 0 fanciòt.
Ti l'èi sempr sta con mi, e qual ch'a
j'o mi, l'è tò.
32. Ma l'era trop d'ii giiist d* man-
gè, d' béive e d' fé festa, perche Ist
lo frcl l'era mort, e l'è arsiijscilà;
u s*era ìkts, e u s'è truvà.
»52
PARTE TERZA
Dialetto d'Alba (Monferriiio).
11. Un òm u r' a vìa dói fiòi;
12. 'L pi pcil un di u r*à dit a so
pare: Pare, dèinc ra pari ch*a m' vèn.
li pare sentènd fto-si^ ìt r'à fai re
pari, e n r*à dàje lo ch'j tucava.
18. Da li a pochi di, si' Odi u r'àbutà
tot er fai so ansèm, e u s' n' è andàsne
ani fin pab lonlàn mutubèn, e ansi là
u r'à sfhéirà tut ani fé 'I bagordùn.
14. Penna cb'u r'à Ani d' fé andé
tilt, J'é vnuje na gran carstia ani
cui |lais, e chièl u r'é sia riduft a
mane pi avèl u necessari pr vive.
Itt, E l'andà pr srvllù ant cà d'un
d' cól'pais; e chiél-si u r'à mandàru
a na sua vita a guarné I crin.
16. Ansi-là u r'avia mane jA* ra
glàndr, eh' a daaiu al crln, baslànl
da gavésse ra fam.
17. Aniura pensànd ben ben al so
cas, u r'à dil anlrà. chièl: Ma! tanti
srvitùr eh' a J'é ant cà d' niè pare i
Fràntati der pan fin ch'i voru, e
mi stag si a murimne d' fam!
18. fJ r*è mèi che m'àussa su, e
che m' na vaga da me pare, e che
i diga adritura parél: Pare, mi cu*
nàss d' avèl manca cbnlra NostSgnùr
e con tra d' voi:
19. MI soìi pi nén dcgn che vul i
m' Clami pr voslr 051; trateme d'
mac com'iin vostr srvitù.
SO. U s*é subii ^ussàse, e u r'é
subii partìsne pr' andè truvè so pare.
Mentre ch*u r'éra ancora discòsi da
sua cà, so pare u r'à 'niervist, e pia da
ra cumpassión u r*écuruje ancontra,
u r'à ambrassàru, e u r'à basàru.
21. Alura si' fidi u r'à subii d^e:
pjire, mi r'o manca conlra NostSgnùr
e contra d* voi; mi son pi nén dégn
ch^i m* clami pr voslr fidi.
22. Ma 'r pare u r'à subii dàt ór-
din a ra srvilii, ch'u porléisso presi
li ra pi bela vstimenta ch*a j fiissa an
rà, e eh' ru vstt'iss siibil da cap n
pé, echa j butéissu r*anèl ani i di.
28. Andé, u r'à dcò dit, tire fora
d*ant ra siala er pi grass vellèl ch'j
sia, masséru subì!, che vòj cbefassu
n'arsinùn, e che stagu alégr;
24. Prché roè ddl a T'era neri, e
u r'è rissussità; r'avia prdura, e
r'o turnaru truvè; e pò tuli soo bu-
tàse a tàula.
28. Ani cusl mentre 'r fio! pi nj,
u T'era an campagna, e lamànd a
cà, quand u r'è sta li da vsùi Va
senti eh' a s* sunava e eh' a s' baiava.
26. U r'à clama un di arf Itnr pr
savél cosa r'éra st' alegiia?
27. Chiél u J'à rsfpundaie: J*è
lurnàje so fratèl, e so pare a r'à hi
masse un gross vellèt, e u fa fetta,
prché n r'è torna a cà saa edlqiMt
28. Sentènd so'si sto -fio! pi Wj, «
r'è saulà 'n còlerà, e u vuria pi Beo
anlré 'nt cà; aò pare ch'u r'isavini,
u r'è surli fora, e con d' belepa*
rolc u r'à srcà d'chieténi,
29. Chiél però n r''à dil a aò pa-
re: Com' vàia? Mi fi r'è da Unti ago
che sòn con voi, e che t' aer? fede^
mént, e v'ò sempre fai lui lo ch'i
ni'éi dime, e voi r'è! mai dàmeso-
ramént iin cravót da àndè a ale uà
poc alégr con i me amb.
50. Ma penna ch'u r'è lami cosi
voslr fidi, ch'u r'à sgbeirà Int'rfit
so con d' fumre d' cutiva vita, r'è!
subii fai masse pr chièl iìn gras vetlèl.
51. Me flòl, u r'à risposi 'r pare:
Ti l' sèi sèmpre con mi, e tot lo che
r'o mi, u r'é tò.
32. Ma u r'é d* co giiistche sièiso
un poc alégr e che féissn un pè d*
fesla pr lo frél, ch'u r'era mori, e
ch'il r'é rissii^^ilà; r*aviu prdóni,
e r'óma lurnàru a truvè.
N. N.
DIALETTI PEDIMO^ITAKI.
»»5
DULBTTO DI MOIfDOVÌ.
• ■
f f. Un òm u r' aìva do fìi;
12. 'R pi zuvo di doe u r'à die a
so pare: Papà,, dcme 'r me toc d'r
faè niè: e cliél ii r'à «partì tra d'
cliéi ra roba ciri vnàiva.
■
iS. l>a li a poci dì, rabarà tGt«
'r fi pi zuvo u s' n'è andò 'nr un
paìs da Inns, e là u r'à faé baie 'r
fai so, vivènd a buca eh' vdlu.
14. E daè arlàn a tul, Nit cui pais
j è vnùje na gran faminna, e chél u
r'é tnivàse a rabèl.
I». E u r* é 'ndà, e u s'è giùMàse
con un sgnur d' cui pais, ch'u r^ à
mandàro a na sóa cas^inna a sco ai
grin;
16. E u r* aiva vdja d'empisse d^ ra
giandrch'i mangiàivo igrin, egnun
i nu dàiva.
f 7. Turnà altura 'ni se sléss, u r' a
die: Quan£ servitù a cà d* me pare
a manglu dV pan a crpa pausa! e
mi li 1 indir d' fami
18. 1 voi auzèinee 'nde da me pa-
re, e i dirò: Papà, i ófaòpcà contra
M Sèi e cpntra d' vóe;
19.1 sngn pi nèn dégn d'esse ciamà
voAtr fi; trattème ar inod d'iiu di
voslr servitù*
SO. E 0 s'è aus^àse, e u r'é 'ndà
a cà d' 8Ò pare. E 'ni 'r mentre ch'u
r'era 'ocù da luns , so pare u r'à
vistru, e ciapà da ra compassión,
u jècurs 'ncuntra, u s'j è campàsje
coi brass ar col e u r'à basàro.
21. E 'r n u j'à dije: Papà, io faé
ma contra Dio e contra d^ vóe; i ni*
inàirjt pi ncn d'esse clama vostr fi.
22. E u so pare u r* n die ai so ser-
vitù: Dsgagève a tre fora ra vesta ra
pi preziosa : bulè]e r'anèi 'ni u di,
e I stive 'nt i pè;
25. E mnè 'n viièl grass, maiièrOp
mangema e fama gaud inette;
24. Prchè st^ me fl u r'era mort,
e aura u r'è rsusclla; u s'era pers,
e r' ama truvàro; e 1 se son stàssa
ate^rament a tavu.
2tt. Yen eh' Vfl pi vèl u r'era pr
li 'n campagna, e Ira mentre ch''u
lurnàlva e u s'aystnàiva a cà, u r'à
senti re ol>ade e i bai.
26. E u r'à faé vni 'n servitù,
e u j'à ciamà cos fùss lo?
27. E cbèl u j'à rspoodCye: Vosir
frèl u r'è turnà vni, e vostr pare a
r' à mazza un vi tèi grass, prchè u
r' è turnà 'n benna sanità.
28. E chél o r' è 'ndà 'n furia ^ •
u vai va nén 'ntrè. Pr lo, so pare u
r'è 'usci fora, e o s'è bùtàsse a pre-
gherò.
29. Ma chél 0 r' à rspòsi e did a
so pare: 1 son tanè agn eh' mi.i v'
scrv , e i son sta tavota comànd, e f
n' m'èi dame 'n era vói, ch'i paitsa
godmro con i me amis.
sa Aura prchè uj' è vniìje si' vostr
fl eh' u r' à iNirbà 'r faé so con re
plandrc, i r' ai mazza pr chèi cui
vilèl grass.
SI. Ma 'r pare o J'à die: Me fl , Il
l' stè tavota con mi , e 'r fad roè u
r'è-tò.
32. .Ma u r'era giùst d' stèsse a
lavo, e d' fé riguzìlio, prchè stu lo
frèl u r'era mort, e aura u r'è rsfi-
scltà: u r'era prdù e u s'è truvàse.
Gio. Edoardo Ferbua.
554
PARTI TIRZA
Dialetto dsl Caiko (Monferrino).
li. ÌJn òn l'ava dui fidi;
iS. U ciù giuvu l*à di£ a so pare:
Pupa, dème ra pari di l>eni che m'
tocca. E cbièl l'à fa Ira lor er pari
dii so palrìmoni.
il. Da lì a pochi di b&tà lui In-
sta *èi flo ciù pcil u s' n' è andà ini
io paia hintàn, e qui Vk sgbeirà lui
*r fai so in slravlii.
14. Dà eh' Vk avu fin a tilt, l'è
vnu 'na grao caristia io cui pais , e
« J'è prislpiì^e a mancjiè u neces-
sari pr vivi.
II. L'è andà e u s'è In Ir od ut press
a 'n particolàr d' cui pais, eh' 'u rà
manda ini 'na so cascinna pr andè a
acoi ai ghia.
flO. E u s' sarélssa inci vurunlcr
ra pausa dr glandr eh' mangiava I
ghin; na u n'J era nun ch'j n'un
déissa.
IT. Ma torna In si rà dìo: Quanti
servllùi in cà d^ me pare i àn d'r
pan fin ch'i voni, e mi qui a nidir
d' lami
18. A m' levro sii, e andrò da me
pise^^ajdiròs Pupa, a j'o pcàcon-
tra u Sgnù, e conlra d' voi;
'IO. A n' mèrli dà d'essi clama
voilr fio; tralème cum' un di vostri
servitù!.
20. Dìo e fa; l'è sta su^ d'è andà
da so pare. E mentr* Tera ancora
lonlàn, so pare«u rà visi a vni, ra
compasslón a l'à pia , e u j'c andà
incontra, u Pà braià ar còl, e u rà
baia.
Si. E V nò u j'à did> 0 Pupa, a
)'ò pcà conlra u Sgnù e conlra d' voi;
a n'son ciù dégn d'essi ciamà voslr fìo.
22. E 'r pare u s'è vutàse ai ser-
vllùi: Prèsi, u j'à dio, lire fora ra
vestlmenta ciù bela e bulèjra indòs:
e butèje Tanè ini u di, e un parad'
scarpe ini i pè.
25. E pie un vile gras, maiièie, e
eh' u s* mangia e sluma alégr ;
24. Perchó-'sl me fio l'era morte
rè r*sOscilà; u s'era pera, e o s'è
Irovà. E l' àn comensà a mangè.
21. Ini si' fratèmp 'r fio ciù grand
l'era in campagna, e ini a r'Iomè,
avsinàndse a cà l' à senti a tooè e
a baie.
26. L'à ciamà un di servitùi e o
rà inlerogà cos'a l'era sta cosa?
27. Echjèl u J'à rispòsi: L'è tona
vostr frèl, e voslr pare !*à fa mane
un vile gras, perché u l'à riavnsao
e fui ardi.
28. E chièl l' è andò in coirà, e n'
voréiva mane Inlrè in cà. Daaca 'r
pare l'è sortì fora, e u l'à ooasnsà
a preghè. «
29. Ma chièl u j'à rispòsi: 8òn là
lanci ani eh 'a v' serv e a J'o sempr
fa lo ch'i m'èl di£, e i m' n'èi mai
dà un cravèt da mangè eoa i mèi
amisi.
so. Ma dop eh 'si vostr Ao eh' fi
mangia tùl 'r fai so cop d'r pilsae,
rè vnù a cà , J'èi mauà p'r cfcièi iio
vile gras.
51. Ma 'r pare u J'à risposi: Osé
flò^ il rèi sempr con ini » e tut lo ch'a
ròVè lo.
52. Ma rera giiisl d' siè alégr e
fé festa, perché 'st lo frèi Tara mari,
e l'è resuscita; u s'era pers, e u s*è
Irovàsc.
mALETTI PEDkVOI^TAfri.
55»
Dialetto di Garessio (Provincia di Mondovi).
11. Un omo Tavc dui fìoi:
19. E u ciu iono d' sf ì dui Vh dìcio
a 90 pare: Pare, dame a parte di beni
rh'a m' (oca. E lé l'à facio tra d' lor
re parte di beni.
18. E dMi a pochi dì biitào tùlt
fnseme slò flò ciu Sono s* n*c andào
int in paise lonlàn , e là Vh sglieirào.
tulio u facio sì) Int i bagordi.
14. E dopo eh' l'à avuo consùmào
lutto, Int col paì<^c u j è vgnuo 'n
^ran carstìa, e lé l'à comensào a avéi
iHogno.
15. B rè andiio, e u s'èacordàoda
un sgnór d* cól paìse ch'u l'à man-
dào a 'na 6Ó campagna a vardàr i
porcbi.
16. E l'ave vòja d'Incirse a pansa
drc giandre chM manglav'* 1 porchi,
e n^Gn u In dava.
17. Ma 'rvgnijo int le l'à dicio:
Quanci servitór in cà d** me pare àn
(lu pan in abnndanza, e mi lì u moiro
d' fame!
18. E m'asrò e andrò da me pa-
re, e J diro; Pare, o pcào centra u
Sèi e conira d' ti;
19. E li^ ro' mèrito ciu d'esser cia-
mào lo fló; tràlmc com'ììn di toi
servitór.
SO. E essònd^e aussào l'èandàoda
so pare. E mentre lé l'era ancor lon-*
fan, so pare u l'à visto, e u n*à avflo
compassión, e u j' è corso a V Incon-
tro, e u l'à abrassào, e u Tà basào.
21. E u nói u j'<à dicio: l>arc, ò
\ìcììO conira u Sci e contro d' li; e n'
ni' mèrito ciu d'esser ciaraào tò fló.
22. E u pare Tà dicio al soi ser-
vitór: Posto, gavèi fora a vesta ciu
preiiosa, e bùtèjla a rollO) e l*anèl
int 1 di , e P scape ai pè.
2S. E serchci a .vitello grasso, e
nmassòilo; e vojo che man^moeehe
féma pasto.
21. Perché slò me flò l'era morto,
V rè rsclùscitào; u s'era perso, e Vò
lornào a trovar. E i àn comensào a
far pasto.
2». U fló intanto clQ vèjo l'era in
campagna, eternando e avslnàndse
a cà, Vk senlio 1 concerti e i soni.
2(;. E rà aplào un di' servitór, e
u j'à ciamào cos'u fosse rto tapage?
27. E lé u j'à rsposto! L'è tornào
(ò fràier, e tò pare Pà ama.^ào fin
vitello grasso, perctié u l'à tomào a
acquistar san.
28. E io l'candiio In còllera, e u
n* vorrc entrar. Pr Io-li a pare l'è
sortìo, e rà comensào a pregarlo.
29. Mfa lé l'à rsposto e dlclo a so
pare: VardèI un poco, i son là tancl
agni eh' mi 1 V servo, e 4*5 sempr
f.'ìclo cos ti m' comandavi; ti n' m'ài
mni dào un cravotto pr manglalmlo
coi me amisi.
So. Ma aura eh' V è vgnfio sto tò
nò eh' u s' è mangiào u facio so con
le plandre, li ài amassào fin yllelio
grosso.
:ti. .Ma lé u j'à dicio: Me caro fló,
ti t'c semper con mi, e tutto u facio
me rè tò.
32. Ma l'era giusto far pasto e star
allegri 3 prché sto tò fràier l'era morto, <
e rè rsciiiscitào; u s'era perso , e n
s'è lornào a trovar.
Prof. D. DoMBNico BoM*.
M6
PARTE TBMA DIALETTI PEDEMONTANI.
Dialetto d'O&hba (Provincia di Mondovì).
f I. ifn omo Tavea doi fiót;
12. 0 ciù iuvo rà dicio al poà:
Poà, dàime lo ch'a m* pò toccoà die
mie soslanse. E 1 poà o j'à dacie la
80 parte.
ts. Da lì a pochi di sto fióa V à
raduna 'nseme tùlio 'I so , poi s'
n' è partì , e a^ n' è andà 'ot un
paise lunzl; e lì l'à dlssioà tulle le
so soslanse, dasèndse al bon tempo.
14. E dopo d'a verse consuma tutto,
rèvgnu una gran carestia 'nt qual
paise 'n manera che comenzava a
mancoà d' luto.
I». L'à pia ^1 partì d' bulla rse al
servizi d^un omo d' qual paise, ch^ o
rà manda a scòa I porchl.
I^..L^vreva desidera d^encisse la
panza d^ la gianda eh' a mangiavo i
porchl; ma o n' poéva manca avéa
a so piasia.
17. L'è 'ntrà finalmente 'n sé stes-
so, e o diseva: Quancl servilòa eh' ^n
cà d' me poà Tàn del pan d'avanzo,
e mi ro'en moro d' fame!
18. Me farò coraglo, e andrò da
me poà, e j dirò: Poà, ò manca 'n
faccia a nostro Si gnòa e 'n faccia a voi.
IH. Mi n^ son ciù degno d'esse cla-
ma vostro fióa; tignime com'i tigni-
ràissi un di vostri servi tóa.
20. E fralanlo s'è 'ncaminà da so
poà. Ma quando eh' l'era ancóa da
lungi, so poà 0 l'à visto, e o s'è
mosso a compassión , e andàndje a
rincontro, s' j'è campa a! eòa, e o
rà basa.
"^1. Allóa l'à diccio 'I fióa: Poà,
mi ò pcà 'n faccia a nostro Signóa e
'n faccia a voi : mi n' son ciù degno
d'esse clama vostr fióa.
22. E 'I poà rà sùbito comanda ai
servilóu eh* andàisso a pia una vesta
e ch'i lo vesllsso , e ch'i bùlàl«so
l'anéa 'n( o di, e ch^i lo cauzàisso.
23. E poi rà, comanda ch'I piàisso
0 ciù bel viléa, e ch'I lo amazzèisso,
disendo: Vójo eh' i stagmo allegri,
eh' 1 man^mo, e eh' i béivmo ;
. 24. Prchè sto me fióa eh' IVra morto
l'è risuscita; eh' s'era perso '1 s'è
trova. E quindi l'àn comeasà a stoà
allegri.
25. E 'I fióa ciù vèjo ch'o vgniva
d' 'n campagna, avsinàndse a cà, l'à
scali a sonoà e a canloà.
26. L' à clama un servIlóa cosa fosse
sta festa?
27. E '1 servilòa j' à diccio: L'è
vgnù vostro frèa, e vostro 'poà fa
faccio amazzoà' p ciù Jbel vlléa eh*
l'avàisse, prché so fióa o s' n' è toma
san e salvo.
28. Sto flòa ciù vèjo o s'è sdcgaà,
e 0 n'c ciù vojù 'ntrà 'nt cà. B '1
poà OS' n'è acorto, l'è sortì d' 'al
cà, e 0 rà prega ch'o 'ntràisae.
29. Ma '1 fióa rà risposto a so poà:
L'è lanci agni ch'i v' servono n^v'è
mai manca d'ùbidienui,e i n' m'avàl
mai dacc io solamente un era voto ch'il
puìssc stapmne allegro con i me aaù.
so. Ma dopo eh' sto vostro fléa eh'
l'à scialaquà tutte le sue soslaoiecon
d' le plandrc o Tè vgnù, j'a^ii hcdo
atunzzoà o ciù bel vitéa eh' favàissi
per lui!
81. Ma 'I poà 0 j'à diccio: One
fióa, ti t' sei sempre sta con mi,^ e
luto loch'j'ò mi l'è tò.
52. Stórna dunque allegri e mao-
già imo, prchè lo frèa eh* Pera morto,
rè risuscita; tò frèa eh' l'era perso,
0 s'è trova.
CAPO HI.
SACfìlO DI VOCABOLARIO PEDEMONTANO
Se si considera l'estensione occupala dai dialeUi podcinonta-
ni^ il nùmero e l'importanza delle citiù nelle quali sono parlati^,
e la moltéplice varietà dei medésimi^ reca singolare meraviglia,
come venissero trascurati sinora dagli studiosi. I dialetti lom-
bardi , come abbiamo veduto, anche meno estesi e meno distinti,
posseggono omai quasi tutti uno o più Vocabolarj , quali sono :
il Milanese, il Comasco, il Cremonese, il Cremasco ed il Brescia*
no; un Vocabolario più o meno esteso hanno quasi tutti i dia-
letti emiliani, tra i quali: il Bolognese, il Romagnolo rappre-
sentato dal Faentino, il Modenese, il Reggiano, il Ferrarese, il
Mantovano, il Parmigiano, il Piacentino ed il Pavese; e fra
tutti i dialetti pedemontani, il solo piemontese propriamente
detto, ha alcuni Vocabolari!, che in vario tompo parecchi dotti
vtenero compilando ed ampliando; mentre tutti i dialetti cana-
vesi, tutti i monferrìni, e gli stessi piemontesi della regione più
elevata, rimasero slnora privi del rispettivo loro lèssico. Questo
difetto rese a noi malagevole, e pressoché im^iossìbile^ l'appre-
stare un bastévole Saggio comparatico delle loro più dislioto
radici; e fummo quindi costretti ad accontentarci dei pochi ma-
teriali che Siam venuti qua e là spigolando , e che ^ sebbene
scarsi, saranno per avventura sufficienti a provare la somma
importanza d una compiuta raccolta dei roedèsin».
Abbiamo denominato Phmrml^fi le voci che apparféngiifio al
maggior nùmero, o a quasi tutti i dialetti tU-A r^nut p«#l^m##n'
tane, apponen'lo aik mm-à proprie di uno o di porhi AlnUMi^ il
nome del luo^'i »l quaU; fr^rUm^Sfmt'.ntH o f/re^poam#ffite np*
l>arléngono.
ttttS PARTE TERZA
Siccome poi un nùmero stragrande di voci piemontesi lianno
il loro corrispondente omòfono nella lingua, o nei dialelli della
Francia, così dobbiamo avvertire, che fra queste voci abbiamo
appuntato solo alcune che non hanno comune radice in italiano
o in latino, come: acaòlèy cacètj per opprime re ^ sigillo e simili,
ommeltendo le molte , che sebbene di forma affatto simile alla
francese, rivelano radice latina od italiana, come: adusai ^ an*
brassèj per addoldrcj abbracciare^ ec.
Spiegaziome
Delle (Ufbre\>iaturc impiegale nel segucnlc Vocabolario.
Acc. — Acceglio.
I,. — latino.
Sp. — Spagnuolo.
Ales. — A lessarle! ri no.
Lomb. — Lombardo.
Usà. — Usseglio.
Alp. — Alpigiano.
Mant. — Mantovano.
V. — Vedi.
And. — Andorno.
Alil. — Milanese.
V. S. — Val Soana.
Gan. T- Canavese.
Mond. — Mondovì.
Vald. — Valdleri.
Eni. — Emiliano.
Monf. — Monferrlno.
Ver. — Ven)nese.
Fin. — Finestrelle.
Piem. — Piemonlese.
Vin. — Vlnadio.
Fr. — Francese.
Plem. rus.— Piemontese
Voe.Lom. — Vocabolario
enei. — Gaèlico.
rùstico.
Lombardo.
Già. ^ Giaglione.
Prov, -— Provenzale.
Voc. Ein.^ Voeibolarie
Cr. — Greco.
Set. V. — SètUmo Vit-
Emiliano.
It. — Italiano.
tone
Ababièse. Piem. Accosciarsi. Da
Babi, che significa rospo, onde
corrisponderebbe a ranniccbiarsl.
Abbaronà. Uss. Raccògliere» mét-
tere insieme. - ^. Barone.
Abi me. Piem, Inabissare, sprofonda-
re. - Fr. Abimer.
A boti. Piem. Riuscire. -Fr.Aboul ir.
Ab u. Jlp. Con, appo, appresso. - Già.
Avo. - Uss. A voi. - Oncino. Bii.
- y^cc.' Bo. - fin. Embo. - Prov.
Ab. - Fr. Avec. Da tulle queste
svariate modificaziqni della radice
primitiva latina Ab, die serbò Itm-
gnmmte la significazione di con .
emerge manifesta Parigine delle
voci diverte in apparenn, appo,
appresso , amÌK> , come pure delta
francese avec. f^. E in b o.
A cab le. Piem. Aggravare, opprìmr
re. Fr. A e e a b I e r.
A e r 0 p ì. Piem. Aggrovigliato, aggnp-
pato. - F^\ Croupi.
Ad uss. Piem. Scaturigine, sorgente.
- Pfòtisi la pròssima consonanza
della voce lombarda à v es, cAe pure
significa scaturìgine, sorgente; ^
della voce 'Ades, o 'Adese, eheé
il vero nome del fiume 'Adige.
Afaitc. Piem. Conciare. - Afaitór
Conciatore. - f". Falle.
Air. Piem. Brivido., spavento. - Fr.
A (Tre.
Ui A LETTI PEDEMONTANI I.
»»9
A gassi*. Pieni. Kccìlan»,:u7.xarp, a de-
scare. - f^. A n a n il i è.
Agili. Piem, Cliiro, scojàtlolo.
Ajassa. Ptem. Pica, gazza.
Ajol. Picm» Ramarro. - y. Lajòl.
Airór. Piem. Trebbiatore. - /)a Aira,
o Era, aja.
A la rmè. Piem. Inlimorire. - Fr. Al-
la r in e r.
Al icòrn. Piem. Cervo volante.
A I p. Piem. Dìcesi propriamente un
allo pàscolo con fabbricato, ove I
pastori conducono le mandre du-
rante la state.-/^ A i p nelVocLomb.
A ni US è. Piem. Divertire, sollazzare.
- Fr. Amuser.
A n an d i è. Piem. F.ccitare, stimolare.
- y. A gas se.
Anàst, nasi. Piem. Odorato, fiuto.
Anbajè. Piem. Socchiùdere. - An-
bajà. Socchiuso; e per Iraslato:
stùpido, estàtico. - K. neiyoc.Lom.
Bada.
Anbardè. Piem. Incauiminare, al-
lestire.
Anberbojè. Piem. Imbrogliare,con-
fóndcre.
Anbcrborè. Picìn. Dicesi per tuf-
fare nelPaqua unvato di legno onde
assodarne le commessure.
Anbeirgiairc. Piem. Fugare, darla
caccia.
Anberlif è. Piem. Imbrattare, spor-
care.
Anbessi. Piem. Intirizzito, tòrpido.
ADbionè. Piem. Acconciare i pan-
nilini nel Uno per bucalo.
Anbòss. Piem. Boccone; Popposlo
di supino. - Anbossè. Capovòl-
gere.
Anbosta. Piem. Alanata, giumella.
Anbrigncsc. Piem. !Non curarsi,
non dare ascolto.
A n buri. Piem. Bellico, umbilico.
An busso nò. Piem. Sliparc, assie-
pare. - Dal Fr. Buisson.
A n ca 1 è. Piem. Osare, aver ardimen-
to. - A n e a 1 ii r a. Coraggio, ardire .
- /'. nel rnr. Lom. Scala ss.
Anche, i^nd. -Ancoi. Piem. Oggi. -
/'. nel yoc. Em. In co.
Anciarmè. 7^em. Ammaliare , in-
cantare. - Fr. Charmer.
Anciorgnì. Piem. Assordare.
Ancona. Piem. Tàvola o tela dipin-
ta. - y. yoc. Lomb. ed Em,
Ancùtì. Piem. Aggroppalo, aggro-
vigliato.
Andì. Piem. Uossa, slancio.
Andór. Piem. 'Andito, corridoio.
A n d r ug i a. Piem. Letame, concime.
- Andrugc. Concimare.
Anficèse. Piem. Non curarsi, non
far conto.
Anflé. Piem. Bruttare, sporcare.
A n gag è. Piem. Impegnare. - Fr.
Engager.
A n ga r g h i. Piem. Impigrire.
An gassa. Piem. Cappio. - Angas*
sin. Cappiettòu - ^. Laogassa.
Angherna. Piem. Pìccola incisione,
tacca.
Anghernì. Piem, Cacbèlico.
Anghicio (Fé). Piem, Inuszolire,
destar desiderio di qualche cosa.
A n g i a v 1 è. Piem. Accovonare. - Fr,
Enjaveler.
Angringèse. Piem. Introdursi, eac-
ciarsi dentro.
AngriJmlise. Pier?i. Aggrovigliarsi.
y. Acropì ed Anciitì.
A n g r ii s s. Piem. Doloroso, spiacevole.
Angùsè. Piem. Ingannare, imbro-
gliare.
A n marie. Piem. Ammatassare.
Anmaschè. Piem. Ammaliare, in-
cantare.
Anorfantì. Piem, Allònito, stupe-
fallo.
An pa la gn è. y^em. Fasciare.
A n s a r ì s e. Piem, Arrecare , div<Miir
ràuco.
»60
Àn sorgile. Pieni: Ricorcare.
Anta. Piem, Imposi». - F. VocLom,
Ania.
Anlamnè. Piem» Manomèltorc, in-
laccarc. Fr. Eniamer.
Antàr.>#nd.Van là roventar. Piem.
Bisognare, convenire. Questo è un
verbo impersonale, usato solo in
terza persona^ come : venta e b' a
j dia, Ta il'uopo ch'io le dica , op-
purCj ventava chM andciss,
era d'uopo ch*io andassi; edèfje-
nerale cosi in Piemonte j^ come in
alcune Provincie lombarde ed emi'
liane. A Piacenza in luogo di ven-
ta, dicesi q v e n t a ; in Fai Ferza^
fca^benta. jétlri dialetti fanno
uso di altre voci loro proprie j per
le quali F. nel Foc, Lom. B e n t à r.
Ante, ente. Piem. Innestare. - Fr.
Enter.
Anterdoà. Piem. Indeciso, irreso-
luto, fbrse dal l, Inter duas?
Ante pi. ,Piem, Coprir di zolle. Da
tepa, musco. F. Tepa.
A n te r p ì. Piem, Pigro, neghittoso.
Antesna. Piem, Pìccola incisione,
tacca. f^.oncAtf Gran, Angherna.
Antrapèse. Pi^. Inciampare, in-
toppare.
Antravè. Piem. Impedire. Fr. En-
traver.
Anvia. Piem, Desiderio, brama. •
A n v i è. Desiderare. - Fr. E n v i e,
e n v i e r.
Anviròu. Piem, Circa. - Anviro-
nè. Ciroondare. • Fr. Environ,
environner.
Anvuì. Brozzo. Udire.
PARTE TERZA
Arangp. P«>m. Ordinare, acconcia'
re. - Fr, Arra n gè r.
A r b \,Piem. Truogolo.- A r b i à. Quanta
contiene un truogolo. £. Al ve us?
Arbión. Piem. e Lomb, Piselli. - F.
Foc, Lom.
Arbogè. Piem. Riinuò^'cre. - Fr.
Bouger.
A r bòi re (Far). Faid, Far festa.
Arbotu. Piem. Cipiglialo, brusco.
Arbroncè. Piem. B inciampare. E
per traslato: Replicare.
Arbus(A V), Piem. A capriccio.
Arcate. Piem. Ricomperare. - Fr.
Racheter.
Archinchè. Piem. Ad dobbare , or-
nare.
A r e i a m pè. Piem, Accumulare, adu-
nare.
Arcin. A'rm. Biirbalelta, propfcgine.
- f^. oncAe Cogióira. • Recin.
Fer. significa Baccnio.
Aréis. Piem. Interamente, aBatlo.
Aresca. Piem, Spina. - MiL e Fer,
Rese a.
Ariana. Piem, e Parm, Cloaca, ccsss.
A r i 0 n d ì n. Piem. Tritello, cruschel-
lo.>^. Arprùm.
Arlàn. Piem, Sciupo. - Fc arlàn.
Dissipare, sciupare.
Arti a. Piem. Ubìa, idea superstizio-
sa. - F. Foc, Lom, ed Em,
A r man gè. Piem. Rimbrottare, rim-
provera rr.
Armis. Piem. Lógoro, frusto.
Armisterl. P»>nr.8lrèplto, fracasso.
Armnure. Piem. CapecclHe. - V.
Barbèl, Biùc, Cucia.
Armtìséc. Piem. Rovistare.
Apairè. Piem. Aver tempo, agio, 1 Arn.PiVm. Aratro. •f'.oitcAtf SI ò ira.
comodila.
A pi a. Piem. Scure, accclta.
Aranbèse. Piem. Accostarsi, avvi-
cinarsi.-A ra uba. A lato, vicino.
- F. Foc. Lomb. Areni.
Arandòn. Piem. Sgarbo, disprexzo.
Arneschè. Piem. Rinvigorirsi, raf-
forzarsi.
Arnós. Piem. Accigliato, melanco-
nico.
A r pale. Piem. Ristorare, guarire.
A rpriim. Piem. Tritello. - F. Brcn.
DI ^LCTTI
Arpussè. Picm. Respìngere. • AV.
Repousser.
Arsài. Pian. Anelilo, aniliascia.
Arsansè, arsente. /V^m. - Re-
senlà. MiL - Resenlàr. I>r. •
Risciaquarc, rilavare. - Fr, Ri-
genter.
Arsela, arsìs. Pimi. Stantìo, jlg*
giunto di pane 9ecMo,
A rsià. Brozzo. As<tiugare.
Arslgnón, a rsin ù n. Oan. Gozzo-
viglia.
Arsivole. Piem. Cianci» frùscole ,
Trivolezze.
Arsòrt. Piern, Molla. -/'V.Resso ri.
Arlajór. Piem. Pizzicàgnolo.
A r tombe. Piem. Ricadere. - Fr,
Relomber.
A r Ir anse. Piem. Risecare. - Fr.
Rctranchcr.
A si. Piem, Arnese.
A s i n è I. Piem. 'Acino, fiòcine.
A t rapè. Piem. Sorprèndere. - Fr.
Attraper.
A a r a n t é. Monf. Volentieri.
Aulin. Piem. Vigna, vigneto.
Ava ite. Pian. Agguatare, slare in
agguato. - F. Vaile.
A va si ór. iHem. Pévera. È da no-
iarsi che in alcuni dialelli vèneti
dicesi lo ra , ed in alcuni emiliani ,
lòra e iòdra. - r. nel Foc. Lom,
Lura, enelVEm. Lodra.
Aviscbè. Piem. Accèndere. Dtceti
anche Vi se he.
Babi. Pietn. Ro*(io.
Babigliàrd. !'itm. Ciarlone. • fV.
Babillard.
Ba bòa. Pieuì. \ erni»*, bruco. - ÀwJne
Sanguisuga.
Babocia. PittH. :»iiro. • Ir. Ba-
beurre.
Babòja. /icm. *fpautMx'4iio: <iiikA(
ra potino.
PCOKHO^TAM H6I
Ba b u r è. Mes. Riami ire, act'arvuarv.
Racajò. IHrm. Parlare a »pro|»À<«llo«
balbutire. - fV. Roga ver
Bacàn. IStiu. Villano^ contadino.
Baciàs. Piem. Slagno, guaicalojo. •
Baciasse. Bagnare, spriiiaam con
aqua.
Bade, badòla. Piem. Scimunilo,
baggèo.
Badine. Piem. Scherza n>. - Fr, Ba*
d i n e r.
B u f oj è. /'l'eiii.Chiaccheruro, clculuro.
Bafra. Piem. Nutrimento, panagglo,
alimento. • Ha f rè. Sbasorilaru, di-
vorare.
Baga ra. Piem. Confusione, tumulto.
Ba gò I. Acc. Fagollo.
Bai che. Ta/d. Perchè.
Bàj. Piem. Sbadiglio. - Bajè. Bba-
digllarc.
Ba 1 a f r è. Piem. BasofOare , mangiare
avidamente. - Baia frón. Ghiot-
tone.
Baia ri don, Piem. Baldoria, tripu-
dio, baccano.
Bai 0 8. Piem. Guercio, balutinte.
Baiò ss. yone generate. Bricconi!,
birbante.
B a n a s t r e. Piem. Natserlxle di poco
0 nlun valore.
Bau fé. I*iem. Respirare , ansare.
Barane. Piem. Zoppo, zoppicante.
/Hceii di icrannti, là^lo u iimiti,
y. ancfte Barò*.
Barala, Picm.lJtnd», luogo stèrile.
• Pieni utéc/te Baraja.
Bara%àJ. Pian. Pànico, stoi^fU.
Baravanlàn. I*éem. t»lra vagante,
ridicolo.
hurb»r. yald. e Mifnd, 4>ou»uittare,
dibHpai'c.
Bat b«'. Pian. Adungtiiarif, Involale.
Ba I b« 1 PitM. i^t^rrUiif. 'F. hrm^
b^rrltM pian ■ Baiea tAèrnh-t
Piw.. «^ìm^i*-, DAeawaf*''
à
tt02 PARTE
Bard<>t./Va?i.Mulcllo.-/'V.Bafdol.
Bario. Pietn. Losco , guercio.
Bari co le. Piem. Rullo della noce.
Da ri V ci. Piem. Frùgolo, sbarbatello.
Barone, baronà. Piem. Raccòglie-
re, mettere insieme.
Baròs. Piem. Sciancato, zoppo, stòr-
pio.
Barùf. Piem. Mesto, melanconico.
Basi colè. Piem. Gironzolare.
Basorda. f^. ^. Fame. - T. Sgosa,
Sgùrma.
Baudéta. h'em. Suono a Testa. -Fc
baudéta. Suonare a festa, scam-
panare.
Baudoria. Piem, Goziovlglla. • F.
Riguzìglio.
Baudròic. f\ S. Padrone.
Bandrón. P/em. Quella spranga che
serve d'appoggio lungo le scale.
Bauli. A>m. Altalena. -Bau tic. Don-
dolare.
Bautta. Piem. Loggia, ballatojo. -
yer. Bai ad òr.
Bavo./'f'eii}. Bìlico.Spranga di legno
alle cui estremità si appèndono sec-
chie, canestri od altro, e si mette
in Ispana. • Mil. e Mani. Bàsol.
£. Bajulum?
Bècia. Piem. Pècora. - K Fèa.
Bedàine. Piem. Scalpello da fale-
gname. - Fr. Bec-d'àne.
Bed ra. Ftem.Vcntraccia, grossa pan-
cia. - Pine. Bodriga. Ventre.
Bòg. jlles. Capretto.
Bcghéna. Piem. PcUégofa, scimu-
nita.
Begiòja. Piem. Effigie, imàgine di-
pinta 0 improntata.
Uefcà, bei che. IHrm.aCau. Guar-
dare, osservare, y. anche Buche.
Bena. Piem. Casipola, capanna. -
r. Caborna, Ciabò.l.
Benne. Piem. Prima aratura.
Bergé. Pian. Pecorajo .'mandriano.
- Fr. Bergcr. - Aire non potersi
TERZA
dubitare dell* origine germànica a
questa x^ocej <la Berg, che sigm-
fica monte. Dalla s lessa derivò la
voce Bcrgamina ^ che nei dialelli del'
Volta Italia significa an' Interi
mandra , che fu da lahmo derivala
da Bergamo , Jtenza apparenza al-
cuna di verisimiglianza,
B e r g h i g n è. Piem. Raggirare, slnu-
lare, ingannare.
B ergi olà. Piem. Screziato, avari
colori.
Bergna. Piem. Vestilo rozzo conta-
dinesco. - Dicesi ancora Bergna
cosi la pianta del prugno, come il
fruito.
Berg nache. Piem. Schiacchire, cal-
pestare.
Berla. Piem. Cacherello di pècore,
lepri, topi e simili.
Be r 1 à i t a. Scotta, siero deposto dalla
ricotta.
Berna. Piem. e Mil. Cmscata, nono.
Bernage, bernagi, bernàs.neii.
e Lomb. Palella , pala da fuoco.
Bersò. Piem. Pèrgola, pergolato di
fióri, 0 viti. - fV. Bereean
Berta. Piem. e ÌA>mb. Gazza.
Berlavèl. Piem. e Lomb. Degpna.
Specie di rete da pesca.
Berlèl. Piem. Tramoggia.
Bescàns, bescànl. iVem. Obliqua-
mente, a sghembo.
Bcscarè. Piem. Sberciare, fall ire ii
segno.
B e sèi a. Piem. Ciocca, ciuffo.
Ressi è. Piem. Batbellare , scilin-
guare.
Bessón. Pian. Gemello, li indio.
Beslantè. Piem. Indugiare, dìfc-
ri re.
Bialcra. Piem. Corrente, gora, ri-
gàgnolo. - K. anche Dò ira.
Bianchisiisa. Piem. Lavandaia. •
Fr, Blanchisseuse.
Bibin. Piem. Tachino, pollo d'India.
Bi£. Pieìn. Bardo Mo di imi raion». K.
Forìó.
Bìèll. Pieni. Vizzo, appassito.
B ifc. Picm. Cancellare, ràdere. - Fr.
Biffer.
Biga. Piem. Scrofa, Iroja.
Big ài. Piem. Filugello, Baco.
B!nè. Piem. Arrivare, giùngere.
Bia. Pietn. SiìA, guard' infante Ics-
sulo di vìmini. -r.aiic/ieGh£ mio.
Bioccia. Piem. Ritaglio, scampolo,
frastaglio.
Biola. Piem. Betulla.
Bl ÒQ. Pieìn, Ceppo, gran tronco d'al-
bero.
Bisa. Piem. Brezza. - Fr. Bis e.
Bisca ssa. Piem. Birbanterìa, fur-
fanteria.
Bisòc. Piem, Bigotto, collo torlo. -
Bisodiè. Masticar pater nostri.
B istori. Piem. Crescione, nasturzio
aquàtico.
Bi ù e. Piem. Ca pecchia. -K.Ar m n ù re.
Bium. Piem. Tritume di paglia, pula
di fieno.
Blinà. Set, y. Blandire, accarezza-
re. - y, Baburc.
Bna. Pian, Jius. Follìa, fanfaluca,
fandonia.
Bò. Piem. Sì, appunto.
Boba. Piem. SmorGa, sgrinria.
Bodèro. Piem. Corpacciuto, panciu-
to. - B o d e i n f i in alcuni dialetti
emiliani significa gonfio , enfiato,
r. Botenfi.
Bodrè. Picm. Mescolare, meslare.
B 0 gè. PieiM. Muòvere. - Fr. B o u j; e r.
Boja ca. Piem. cLomb. Minestra, pol-
tìglia.
Boténg. Piem. I.aguna, puntano.
Bordò e. l*icm. e Lomb. Piàttola. -
L. Blatta o ri en talis.
B erg no. Piem. (iuprcio, losco.- Fr.
Bo rgne. - /tal. ani. Bòrnio.
Boria. Piem. Bica , covone. -Bori è.
Accovonare.
DIALETTI PEDEIIO.NTANI. K63
Bornèi. Piem. Doccia. - B ornò. Ca-
naletto, tubo.
Bornèse. Pieni. Limitarsi. - fr. Se
borner.
Boro. Piem. Krrore, sbaglio.
Boni. Piem. Bùrbero, triste. - Fr.
Bourru.
BÒM. Piem. Acerbo, immaturo.
Uosa. Picm. Aqua stagnante.
Bosom. Piem. Sciiiarca, salvia sel-
vàtica.
BÒI. Già. Figlio.
Botenfi, borcnfi. Piem. Gonfio,
enfiato. Emil. Bodélnfi.
Boi Ora. Piem, Barbatella, tralcio. -
Dicesi anche Bronbo. -K.Arcin.
B r a d i a. Uss. Presso, appo. F, A b u.
Forse è lo stesso che Breda. Bre-
sciano^ che significa po<ises80 cam-
pestre. • L. PriDdiain?
Bràj. Picm. Grido, rimpròvero. -
Brajc. Gridare, rampognare.
Brande. Piem. Alari, capifuoco. -
Aomft. Brand ina. - Pk'ac. Bri n-
dnàl. - in GaeL Branndair si'
gnipca Graticola ferrea.
Brande significa ancora far gran
fuoco, e bollire fortemente.
Brassabòsc. Piem, Édera, abbrac-
ciaboschi.
Brave. IHem. Affrontare, insolentire.
- Fr, Braver.
Brèn, bran. Piem. Crusca. - F, A r-
prijm.
Cric. 7Vem. Poggio, colle. - Gtiel.
Brig. Mucchio, cùmulo.
Brin.yVem. Ciocca, ciuffo. -PV. Brin.
Bri sa. P/e?N. ed Kmi7. Bricciola, mi-
nùzzolo. Deriva dal verbo seguen-
te , che il Piem, ed il Fr. ctmsèr-
vanQ,
Bri sé. Piem. Spezzare, fràngere, tri-
tolare. - P>. Briser.
Broa. Picm. Sponda, parapetto, ripa.
Broà. Pian. -Broàr, brovà. l.om6.
Sboglicntarc. lessare. F. Breve.
»6ft
PARTE TERZA
Bròc. Piem. Cavallaccio, rozzo.
hròcì B.h'em. Spiedo. -^.Bro e he.
B r 0 j è. A'em.Germogliare. - B ro j ó n.
Germoglio.
Brón. Piem, Ciocca.
Bronbo. Piem, Tralcio, rampollo. -
f^. Botura^ Arcìn e Brojón.
Broli da. Piem. Bamo d'albero. -
B ronde. Scapezzare.
Broppa. Piem. Palo, broncone.
Brovc. Brozzo. Castagne bollile. -
y, Broà.
Brus. Piem, Cacio forle con droghe.
Brulé. Piem. Bruca re. - fV. B ro l e r.
Brulé. Piem, Slameggiare.
Bséat. Piem, Malanno, scompiglio,
rovina.
Bù. Piem, Mànico dell'aratro.
Bu. Piem. Scopo, Intenlo. - /V.But.
Bua. Piem, Dente o pun (a. Dicesi della
forchetla e simili.
Buche, beichc. Piem. Guardare,
osservare. -Bue. Guardo, sguardo.
Buoi. Jles. ' Bocin. Piem, Vitello.
Buja. Piem, UMìéiìo. Anche llte,raii-
core.
Bui verse. Piem, Métter sossopra. -
py. Bou le verse r.
B ii ra. fiem. Escrescenza d'aque, stra-
ripamento.
Busa. Piem. Letame vaccino. -Buse.
Lelamajo. • K. AndrQgia.
B ii ss. iVem. Arnia, alveare. -Mr. Bu-
che.
Ca bassa. Piem, Gerla, cesta di vì>
mini. - py, Cabas.
Cablai. Piem. rus. Bestiame dato a
nutrire In società.- Fr, Cheptel.
Caborna. Piem. Casìpola, capanna.
i^. anche Ciabòt e Bena.
Cacé. Piem. Guardar di furio, sog-
guardare.
Cacete. Pieìtt, Sigillare. - Fr. Ca-
cheter.
Ca fa rd. Piem. Ipòcrita , bacchettone.
Fr, Cafard.
Calie. Piem. Calzolaio. • f^en, Ci-
le g h e r.
Camalo. Piem. Facchino.
Càmola. Piem. e Lomb, Tignuòla.
Campé. Piem. Gittare, lanciare. •
P'. anche Tampé.
Camu. P'. S, Amico, compagno.
Canta bruna. Piem. Pévera. - Fr.
eh a n te p leu re. • f^.ancAe Ava-
si ór.
Cantarana. Piem, Raganella.
Capala. Piem. Bica , covone.
Car massa. Piem, Sudicia, sporca.
Dicesi di donna.
Capàstr. Piem. 'Astóre, «eee/lo di
rapina.
Ca rpòg n. Piem. e Lomb. Potlimecio.
mezzo, avvizzito.
Carrera. Brozzo, Contrada, paese.
Carsài. P/em. Callaja, aperta» ncHa
siepe onde entrare nei ciBpf.
Caté. Piem. Comprare. • fV. A che-
ter. - P'er. Catàr. Trovare.
C a te rie, o poterle. Piem, Cispe.
Catin. Fin, Meretrice.
Caussagna. Piem. 'Argine, fassa-
tetto, 0 solco, y, nel f^oc £om6.
Cavedagna. - L, CaudaDea.
C a v à gn. Piem. e Lmnb, Paniere, ca-
nestro fatto di vimini.
Cavalla, Cavarla. Piem, Correg-
giato, battente.
Ce. Piem. ^onno, avo.
Ce a. Piem. Griiticcro di canne, eia-
niccio.
Ceca. Piem. Buffetto.
Ceca ir e. Piem. Balbo, balbozienle.
Cechè.P/em.Schìacciarc.-f'.Ciachè.
Cecojè. Piem. Diguazzare, sciaqoare.
Cernì, cìùmì. Piem, Poltrire, in-
tristire.
Cenisi. Piem. Bruco. - /'V.Chenille.
Cct. Can. Figlio. - f^- net Voc. Iow6.
Sòci.
DIALETTI PEDEMONTANI.
86»
^hcrpògn. Picm. Insìpido , appas- C i m e d a. Pieni. Uomo dappoco, ten-
silo.
Cheta (na). Set. y. Un poco.
Clieza.r.^S". Porci, majali. -f^.Crin.
C h 1 1 è. Piem. Lasciare. - Fr, Q u i 1 1 e r.
eia bòi. Piem. Casìpola, casuccia
campestre. - V. Ben a.
Clabrissà. Piem. Chiassare, fare
schiamazzo.
Cìi acbè. Can, .Ammazzare, uccidere.
X) i a d è I. Piem. Disórdine, scompiglio.
Ci a die. Piem. Assestare, aver cura.
eia feria. Piem. Guancia.
Ciagrìn. Piem. Dispiacere, afflizio-
ne. - Fr. Chagrin.
Cialàr, ciaràr. Alp. Far d' uopo .
bisognare. Forse dalP antico verbo
spagnuolo Caler, di egual uso e
siffni ficaio; o meglio dal verbo la-
tino C a 1 e r e, e da^ suo derivato ita-
(/anoCa 1 ere, che significa impor-
tare, prèmere, curarsi. Questo ver-
bo , come tutti gli altri di eguale
gignifkazione , è difettivo ed imper-
sonale j cioè viene adoperato solo in
terza persona ; perchè poi tutti sono
a nostro avviso radici primitive de-
rivale da antiche lingue _, e perciò di
somma importanza j crediamo op-
portuno ed ùtile alto studioso raccò-
glierli qui appresso. - A n 1 à r.And. -
Mantàr.Cati.-Vanlàr. venia r.
Picfii.-C ventar. Piac. - Rentàr.
f^'al Verzasca. - Ver lì. Lumb.Inf.
- .'Uiàr. Lod. AHI. e Pamì.-Scii-
m\. Bergam. - .Mgnàr. ìleggiano.
-Cognàr, scognàr. Presso al-
cuni dialetti rùstici lombardi e vè-
neti. - V. Antàr.
Cianpairè, séianpairc. Piem,¥u-
gare, sbaragliare.-KSbe r g i a i rè.
C i apulo i ra. Piem. Trilatojo.
Ci às, ciòs. Picm. e Lomb. Ricinlo,
brolo. - Dìcesi anche C i o v e n d a.
C i ca n è. Picm. Cavillare, soflslicarc.
- Fr. C h i e a n e r.
tennone.
Cioca, Cloe h in. P/em. Campana ,
campanello. - Fr. Cloche.
Ciò ma. Piem. Bùstico. Riposo delle
vacche. - Greco. Koimao. Dor-
mire.
Ciòrgn. Piem. Sordo. - Sólo rg ni.
Assordare.
C i ò r n i a. Tt'n. Meretrice. - F. anche
Garùlla, Liìffia, Tartiìsa,
Garàude, Gòria.
Ciòs, ciovcnda. T/em. Rlcinto, sie-
pe, cinta.
Ciri mia. Piem. Zampogna.
Cis. Picèn. Foce colla quale i contO"
dini stimolano i buoi. Arri dei Tb-
scani. - Ci ss è. Stimolare.
Cisampa. Piem. Brina, rugiada o
nebbia congelata. F. anche Gala-
verna.
C i u m i s. Piem. Tanfo ; puzza di luogo
rinchiiun).
C i u pi. Piem. Chiùdere, socchiùdere
Ci usi è. Piem. Bisbigliare.
C o e h i n . Piem. Furfante. - C o e h I n è.
Furfanteggiare. -Fr. Coquin, co-
q u i n e r.
C 0 e i 0 n ù. Piem. Stopposo , disecca-
to. Dieesi dei limoni j aranci e si'
miti. Dicesi anche R a v I ù.
Cogióira. Piem. Barbatella, propà-
gine. • r. Arcin, Botùra, Bron-
bo, Brojón, Garsoi, Méir,
Provana, Rìsòìrn^ che hanno
la medesima significazione.
Coirò. Piem. Zàcchera, pillàcchera.
Cója. Piem. Bagalella , cianciafrù-
scola.
Col issa, l'iem. Incastro, incanala-
tura. Fr. Coulisse.
Con a. Piem. Cótica, cotenna.
Conba. Piem. Bassa valle. - Fr.
Combe.
Conche. Piem. Paraninfo.
Conscrgc. I*iem. Castellano , cuslo-
39
50 G PARTE
de. - Fr. Concìerge.
Còp, cup. Piem, e Lomb. Tégola.
Copròs. Piem, Caprifoglio.
Corba, gorba. Plcfm. Cesta, paniere.
Co rio r. Piem, Conciatore dì pelli. -
^. Cor fu in. Pelle.
Cospa. y. S, Casa.
Coti. Piem. Mòrbido, pastoso^deliealo.
Coturè. Piem. Arare un campo- -
Lomb, Co tura. Campo arato.
C 0 V i e li 0. Piem, Bu ffone , zann 1.
Grachè. Piem, Infinocchiare, dar
panzane. - Fr, Craquer. • Cra-
queur. Spaccamonti.
Cran. Piem, Tacca, intaglio. - Mil,
Crenn a. Fessura. - F, Antesna.
Crasè. Piem, Schiacciare. - Fr, É-
craser.
Creola. Brozzo, Timore. • Frane.
Crainte.
erica. Piem. e Lomb. Saliscendo. -
erica d' bosc. Nòttola.
Crin. Piem, Hajaie. -G^a. Carrin. -
/Vii. Cu r in. - Alond. Ori n. - f.
«S.Crulna.-K.ancAeTòi eGhén.
Crinna. Piem. Scrofa. Il primo n è
affatto nasale. Ne sono derivate le
poci; Crinaté. Porcaro; Crine.
Grugnire.
Croàs. Piem, Cornacchia; uccello,
C r 0 e. Piem. Gancio. - C r o e è t. Un-
cinetto. - Fr. eroe, Crochet.
Crofa. Oulx. Ghianda.
Cròi. Piem. Fricido, marcio. - Mil.
Cròi, significa rùvido, fàcile a
rompersi.
Cros. Piem. Cavo, profondo. - Fi\
Creux. - Lomb. Sup. Cros.
Crossa. Piem. Gruccia. -3/17. Scròz-
10 1.
Cucàr. r. S. Mangiare. - Piem. Cu-
che. Assorbire.
Cucia. Piem. Capecchio. - F. Bar-
bèi, Blue.
Cugìr. Elva. Costringere. - L, Co-
gere.
TEaZA
Cuj. Piem. Cògliere, raccògliere. -
Fr. Cuellllr.
Cupè. Piem. Tagliare. - Fr. C o u pe r.
C iì r I a. Piem. Tinozza.
Cu sin. Piem. Za II zara.- f'r.Cousìa.
Cussa. Piem. Zucca.
Dabòrd. Piem, Da prima. - /V.D'a-
bord.
Dagn. Piem. Falce. - F. Ladròl,
Poiràs.
Dagnè. Piem. Gocciolare» stillare.
Dangros. Piem. Doloroso, molesto.
Davano. Piem. Annaspare. - Dava-
nòira. Naspo. - fV. Dcvider,
devidoir.
Debite. Piem. Spacciare» dar ad io-
tèndere. - Fr, Deb iter.
Debordò. Piem. Traboccare, stra-
ripare. - Pr. Déborder.
Dcò. Piem. Ancora. QuoMiikase:
Da co; da capo. -PV. De rechef.
Degh Isè. Piem. Travestire, aasdie-
rare. - Pr. Dégulser.
De gol è. Piem. Appassire, avvizzire.
Degun, dgùn. Alp. ed Oeeif. Nes-
suno.
Dolabre. Piem. Rovinare, taeenre.
- Fr. Délabrer.
Demo rè. Piem. Trescare, vezzeggia-
re. - Demo ri n. Vanerello, vei-
zeggiatore. - /(.Damerino.
Derbl, derbis, èrbis. Piem. ?»-
làlica, serpìgine. • Afil. DèrbiU.
Desabusè. Pian, e Afi<. Disiofan-
nare. • Fr. De sa b user.
D e s a 1 1 e r è'. Piem. Dissetare. - Fr*.
Dcsaltcrer.
Desbàucia. Piem. Stravizzo. - ^>-
Débauché.
De s bel a. Piem. Dissipatore.
Desblè. Piem. Scassinare, scbizo-
lare, scomméttere.
De sb rosse. Piem. Spalare.
Desdè. Piem, Slacciare, rallentare.
De s d o i t. Piem. Sgangherato , sgar-
bato. - r. Dòli,
Desgagèse. Piem. Affrettarsi. -Fr.
Se dcgager.
Desgavignè. Piem. Sviluppare i»
sbrogliare.
Desgerbi. Piem. Dissodare il ter-
reno. - y. Gerb e Gcrbola.
Desgichè. Piem. Dicioccare, levare
i germogli d'una pianta.
Desgognè. Piein. Schernire, sver-
gognare. - Fer. Far le sgogne.
Desgrojè. Piem. Sgusciare, smal-
lare.
Desoiotè. Piem. Erpicare.
Desnandiè. Piem. Distògliere, dis-
suadere. - r. Anandiè.
Desnittc. Piem. Sbrattare, tògliere
dal fango. - /'. Mita.
Dessolc. Piem. Slacciare, sciòglie-
re. - f^er. De ss olà r.
Dcstenebrè. Piem. Disordinare,
scompaginare. - ^. Stenebiè.
Desterni. Piem. Smattonare. Forse
dal L. Sterne re?
Desti ss. Piem. Estinto, spento. •
jénche Distrutto, esausto.
Destravìs. Piem. Strano, disusato.
Dieta. Brozzo. Tempo, epoca.
Dóit. Piem. Garbo, grazia.
Dója. Piem. Boccale, brocca.
Dò ira. Piem. Rigagno , canale. È
anche nome proprio di due fiumi j
la Dora bnllea e la Dora ripària.
Don tre. Piem. Alcuni, pochi.- Den-
tro di; alcuni giorni. Quasi di-
cesse: Due in Ire. - l'ald. Don-
trài. - Già. Giontrài.
Dos sa. Pieèu. Baccllo, sìliqua.
Dròc. Piem. Abbondanza, in gran
copia.
D r 0 1 0. Piem. Faccio, gioviale. - Fr,
Dróle. «
1> rosse. Piem. Abbàltere: cardare.
- Fr. Drosser.
DIALETTI PEDEMONTANI. ^67
Dru. Piem. Grasso, fèrtile. Dicesi di
terreno. La 9oce antiquata francese
Dru significa appunto forte, ro-
busto, gagliardo. Da questa radice
deriva forse la seguente,
Drugia. Piem. Letame, concime. -
V. Andrùgfa e Biisa.
Dù£. Piem. Vago, leggiadro, avve-
nente.
Duna. Piem. Presto, sùbito.
Diipè. Piem. Ingannare, uccellare. -
Fr. Duper.
Dùrbl. y. S. Padre.
Diiso. Piem. Gufo. Uccello.
Dùssia. Piem. Ghiera^ cerchietto.
E
Egajè. Piem. Rallegrare. - Fr. Égat
yer.
E Imola. Brozzo. Làgrima.
E m bo. yin. Con, appresso. • K. Ab u»
e Bradia.
Enta. Piem. Innesto. -Ente. Ione-
stare. - Fr. Ente, cnter.
E rea. Piem. Nadia.
Erio. Piem. Smergo. - Fé Perlo.
Insolentire, divenire arrogante.
Eva. Piem. Aqua.
Face. Piem. Disgustare, indispettire.
- Fr. Fàcher.
Fai tè. Piem. Conciare. - Faitór.
Conciatore di pelli.
Fa 1 il s p a. Piem. Favilla.
Fa ma ut. y. ò\ Ser\'o, famiglio.
Fa mina. Pietn, Carestia. - Fr, Fa-
mine.
Fàm u la.Piem.Fantesca.-I.Fa mula.
Fara, fiara. Piem, Fiamma.
Farabùt. Piem. Ciarpiere, smar-
giasso.
Fard. Piem, Finto, simulato, falso.
- Fr. Fard.
568
PARTB TEUZA
Fa SS è 11 a. Piem. Cascino, forma ilei
cacio. - lomb, Pann. e iìeg. Pas-
sera.
FaU Pi>m. Scipito, sciocco. -Fr. Fai.
Faudàl. Piem, Grembiule, zinale.
Fèa. Piem, Pècora. - Anbaronè le
fèe; raccògliere le pècore; aggrc-
giare.
Fera m i ù. Piem. Ferravecchio.
Ferdonè. Piem, Strimpellare. - Fr.
Frédanner.
Ferfói. Piem, Serpentello, frùgolo.
Feria. Piem, Germoglio, rampollo.
- l. Ferula.
Ferleca. Piem, Ferita, squarcio,
taglio.
Ferlochè. - Piem. Cb laccherà re ,
cicalare.
Fersàja. Piem. Legumi in gènere.
Ceci., lenii e simili.
Fertè. Piem, Fregare, stropicciare.
Fiat rè. Piem, Putire, puzzare.
Flap. Piem. Vizzo, avvizzito.
Fiànna. Piem, Buccia, coda. Diceii
del gambo dell* aglio ^ delle cipolle
e timili,
Fic. Piem, PrestOi, Immantinente. -
Mp. Fit.
Fiesca, fiosca. Piem. Spicchio.
Dicesi d'aglio e simili.
FilÓD. Piem. Mariuòlo, borsajuòlo.-
- Fr. Filou.
FI a cu. iVetii. Smargiasso, albagioso.
- y, anche Flón.
Flambar. Fald. • Flambé. Piem.
Dissipare, scialaquare.-/'V. Et re
flambé. Essere rovinato. «f^.Fr i-
cudè, barbar, sgairè, sgu-
1 lardar.
Fiate. Piem. Lusingare. - Fr, Fiat-
ter.
FI in a. Piem. Rabbia, stizza. - y.
anche Zara.
Flón. Piem. Spaccamonti , smargias-
so. - Fio né. Pompeggiare.
Fófa. Piem. Paura. - Fófón. Pau-
roso. - Mil. Fifa, fi fon. - Dial.
Em. Foffa, fifa, fyffa. Paura.
Fogugna. Piem. Sbirraglia.
?0}c. Piem. Frugjire, rovistare.
Forlì. Pieni: Asseverare, persistere.
Fosón. Piem. Abbondanza, aumento.
• F oso né. Abbondare, créscere.-
Fr, Foison, folsonner.
Frapé. Piem, Colpire, bàttere. -Fr.
Frapper.
Frassa. Piem. Catena dell'aratro. -
y. anche Provèl.
F ree io. F. S. Fratello.
Friclo. Set. V, Anello.
Fricudc. Già. Dissipare, sdala-
quare. - V, Barbar, Flanbàr.
F r i p ó n. Piem, Mariuòlo, guidone. -
Fr. Fripoo.
Fris. Brozzo. Poco. - An fris. Un
poco.
Frissón. Piem. Brivido. • Frlsso-
nè. Abbrividire. - fV. Frissoa,
frissonner.
Fròi, frùi. Piem. Chiavistello, ca-
tenaccio. • Frojè. Chiàdere eoa
catenaccio.
Furfa. Piem. Turba. Le permuta-
zioni delle consonanti f, b, v, m
sono assai frequenti nei dialetti pe-
demontani , ove trovasi p. e. burbo
per furbo; a ma lo e, pera laloe-
chi , m a n t à r per vantar e simili.
Fùrvàja, fervàja, frìk}m,Piem.
Bricclola, mica. - lomb, Ferfii.
Cable. Piem. Contèndere, cavillare.
- Gablós. Rissoso, accattabrighe.
Gadàn. Piem. e àtii. Sciocco, ba-
lordo.
Gagè. Piem.Scoméltcre.-Fr.Gag er.
Calaverna. Piem. ed Emit, Brina,
rugiada o nebbia gelata.
G a 1 a V i a. Piem, Trebbia.
Galùcè, ga 1 US e. /*/nN. Sbirciare.
guardar di traverso.
Lorgnc.
GaluTrè, galupò. Piem, Scuffiare,
pacchiare.
G a I ù p. Pieni. Ghloltone.
G a moro. Piem. Bùrbero, zòlico.
Ganivèl. Piem. Sbarbatello
Garùude. GiVi. Bagascia, meretrice.
- r. più avanti G n r ii II a.
Garbé. Pieìn. Ventre, pancia.
Garbin. Piem. Alveo, truogolo. - r,
Arbi.
Gargarìa Piem. Poltronerìa, vi-
gliaccheria.
Gariè,gariboiè. Piem. Scavare,
vuotare. - T. Gùrè.
Garnàc. Piem. Ciarpe, ciarpame.
G arsamela. Piem. Laringe.
Garsol. Pieni. Tralcio della vile,
sermento, magliuòlo. • f^^. anche
Riso ir a, Cogiòira.
G a rulla. Otilr. Meretrice, libertina.
y, Ciòrnia, Lìirrin, Tarlusa,
Gn rande, Gòria.
Ga rv. Pieìn. Sollo. Dicesi di terreno
non (usodato.
Gasse. Piem. Eccilare, stuzzicare. -
Fr. Agacer. - Or. Akazèin.
Galli. Piem. Sollélico, dllélico. -
bresciano Gatìgol. - Mil. G a 1 ì 1 1,
garìtt.
Gavàss. Piem. Gozzo.
Gavia. Piem. Conca . catino.
Gene. Piem. impacciare, di>lurl)a-
re. - Fr. Gène r.
Genil. Piem. Puro, mero, genuino.
Gerb. r. S. Pane. - Pivm. e Mil. So-
daglia, landa, luogo stèrile. - T.
anche nèrbo la.
Gerba. i'iVm. Covone, manìpolo. -
- Gerbè. Accovonare.
Gcrbola. Piem. Landa, sodaj^lia.
Gerle. Piem. Sudicio, sozzo.
Ghedo. Piem. Garbo, grazia.
Ghéisl. ^'. .V. Fame. - r. Sgòsa,
Basorda, Grangia, Néglia.
DI 4 LETTI PSOBMONTAill
/'. anche
»«9
Ghén, ghin. - .1/onf. Majali. * ^■
«m7ie Crin e Tol.
G h e n i a. Pitm. Cosuccia , baziècola.
G herbe. Piem. Rigògolo, beccafico.
- ^fiL Gaibé. - f^. nel Voc. Lomb.
G a i b é d e r.
G h e r m o. Piem. Stia, carruccio fallo
di vìmini. Diceni anche Eia e G r o«
mo. - Mil. Còreg.
G lai. Piem. Nero. - /llp. Voglia, de-
siderio.
Gianìn. Piem. Bruco, vermicello.
Già ri. Piem. Topo, ratto.
G i b 0 rè. Piem. Sconvòlgere.
Giò. Piem. Cajo, vispo.
Gioì. Piem. Loglio.
Giòia. Piem. e ^r. Baldoria, alle-
grìa. - r. nel Voc. Lomb. -Giòia.
Giora. P/c'iM. Vacca vecchia, magra.
- Bresciano. C i o r 1 a.
Giùc, gióc. Pi^em. Pollajo. - Gio-
chc. AppoUajarsi.
Glissò. Piem. Sdrucciolare, scivola-
re. - Fr. Glisser.
Gò. Piem. Pitocco, mìsero, r^"' osa] a.
Poverume, ciurmaglia di pòveri.-
Fr. G u e u X.
Godrón. Piem. Catrame. - Fr.Cou-
dron.
Gói. P<>wi. Lisca.
Gòi, gòja. Piem. Laguna, slagoo.
(;oIa. Piem. Bernòcolo, pùtlca.
Gora.P/cm.-Gorin. Mil. Vermena,
vinco. - Di qui la voce piem, G ò-
regn. Tiglioso, màzzero, come ag»
giunto di pane stantio.
Gori. F. S. Uomo.
Gòria. F. S. Meretrice, bagascia. -
F. sopra Ga rulla.
Grangia. Piem. Fame. - F. Basor-
da, G beisi e Sgosa.
Gravò. Piem. Scolpire, incidere. -
- /-V. G r a V e r.
Grel. Piem. Fórfora.
Gribòja. Acw. Scioccone, melenso.
G r i d I ì n. Piem. Vispo, snello.
870
PARTI THiZA
Grimassè. Piem. Lagrimare. - FY.
Griraacer.
Grlnfa. Piem, Zampa, artìglio. -
• Grinfè. Ghermire, abbrancare.
GriDse. /Vem. Spiche 0 bacelli smal-
lali.
G rione. Piem. Frugare, mondare.
Orlòta. Piem. Amarasca (frutto). -
Fr. Griotte.
Grlva. Piem. Tordo. - fr. Grive.
Grlvoé. Ptem. Uomo accorto, disin-
volto. - f)fmm. Grivoésa. - Fr.
Grlvois, grivoise.
Groja. Piem. Guscio, scorza. - f^.
Ròla.
Grò la. Piem. Ciabatta.
Grosón. Piem. Giallo càrico, arancio
(color d'). :
Gruflè. P/em. Scuffiare , mangiare
avidamente.
Gare. P/«m. Sventrare, tirar fuori le
interiora. Jnche mondare pozzi ,
fogne e iimili. - r. Sgù rè, e nel
Foc. Lomb. Sgurà.
Gasarla. Piem. Indigenza, miseria.
' F. G6.
Ighéra, eghiéra. Piem. Brocca,
vaso per aqua. - Mani. Inguéra.
Truogolo. - fV. Aiguière.
Imita. Brozzo. Eméttere.
Inor fante. Piem. Istupidire.
Iona. Piem. Fallo, sbaglio, balorda-
"glne.
Isi. Alp.Qwl' Già. lììh.'Fr. lei.
Istòr. Piem. /?tì«(. Lavorante, con-
tadino.
Lab ré. Piem. Ghiotto, goloso.
Ladròt. Piem. Falcetto, falcinola. -
F". Dagn.
Lajol, ajol. Piem. Ramarro, lucer-
tolone. - f. nel Foc. Lomb. L In-
go ri, e neWEm. Ligór.
Lam. Piem. Rallentato, rilassato. -
Lame. Allentare, rilasciare. Que-
sta voce ha molta affinità col lem-
me I e m m e di Dante.
Landa. Piem. Smòrfia, leziosàgine.
Lapin. Piem. Coniglio.- fV. Lapin.
Largar, larghe, largià. Om.
Condurre al pàscolo, pascolare.
Lèn. Già. Sùbito, immantinente.
Lesa. Piem. Treggia, tràino. -Parm.
e Beg. Le zza.
Leta. Piem. Scelta, elezione.
Lcvertin, 1 u v e r t i n. Piem. Lup-
polo. - r. nel Voc. Lomb. Loer-
tìs; e nel Foc. Emil. Lovartis.
Lifròc. Piem. e Mil. Scioperato.
Limo eia. Piem. Pigro, tentennone.-
Limocè. Indugiare, esitare.
Livrè. Piem. Terminare» compiere,
consumare.
Lo ce. Ptem. Tentennare, barcollare.
Fr. Locher.
Lo ir a. Pi«m. Pigrizia , svogliatezu.
- Loirón. Pigro, poltrone. -ilft7.
Ldj. Pigrizia, sonnolenza.- Liròn.
Pigro.
L 0 r g n è. Piem. Sbirciare , adocchia-
re. - Fr. Lorgner.
Los a. Piem. Lavagna, ardèsia.
L ó s n a. Piem. Baleno, lampo.-Losnè.
Balenare. - F. Ferzatca. Lesn. -
Boi. e Beg. Losna. - Mil. Lua-
na da, Lampo. - f^. SlùssL
Lo tra. - Piem. Lontano. FontàU
Lat.Vìiral
L ù e s u b i. Piem. Stùpido , bàbbèo.
Lùffia. Set. 1^. Bagascia. - f". Ga-
rù Ila.
Lùrón. Piem. Furbo, astuto.
Lusà. Piem. Caduta, stramazzo.
L US e he. Piem. Rapire, involare de-
stramente.
Mac. Piem. Solamenlc, appena. Di-
cesi anche Nume. noma.
Ma chignon. Piem. Sensale di ca-
valli. - Fr. Maquignon.
Magna. Piem. Zia.
Hagnin. Piem. Calderajo. • Lomb.
ed Em. Magnàn.
Magón. Piem. Lomb. ed Em. Acco-
ramcnlo, dolore, rancore.
Mal. Alp. Più.
Mala. Piem. Valigia. - Fr. Malie.
Malés, maléso. Piem. Larice, pi-
no. Di qui forse il nome proprio di
villaggio^ Mal esco ^ luogo cinto
di larici, in fai yeqezza,
Maloros. Piem. Infelice. • Fr. Mal-
heureux.
Bl alpina. Brozzo. AfTalicare, pe-
nare.
Malsoà. Piem. Affannalo, inquieto.
Manàn. Piem. Rùstico, incivile, vil-
lano. - f^. Maunèt.
Mantàr. Can. Far d'uopo, bisogna-
re. - y. A n t à r e C 1 a I à r.
Maràja, marajota. Pieni. Bambi-
na, bambinello. Nò Usi , che Mar,
nell'antica lingua islandese signi-
fica figlia, e Merch nei dialetti càm-
brici. - y. nel Foc. Lom. Ma rà§ e
Marò.
Mara man. Piem. Forse, a caso.
Mar eia. Piem. Matassa.
Ma rèse, ma rase. Piem. Fuscelli-
no, fettuccia.
Margài. Piem. Cencio, straccio.
Harghé. Piem. Latlajo, formagiajo. -
Lomb. Malghe, malghe». Man-
driano, proprielario di vacche.
Marlàit. Piem. Un fantino, un po-
co. - Ma r lesti n. Un pocolino.
Marmlìn. Ptem. e Afan/. Dito migoo-
lo. - ilft7. Marmèl. - irlandese
Marnmear.
DIALETTI PBDIMOTrA^il. 874
Marmorà. Brozzo. Predicare. Si
raffronti alla voce italiana Mor-
morare.
Mar òca. Piem. lomb. ed EmiL Ma-
rame, scarto.
Maruf. Piem. Ritroso, fastidioso.
Ma russe. Piem. Tògliere II filo ad
arme da taglio.
Masc. Piem. Stregone. - Masoa.
Strega, maliarda.
M a s e a r p ì n. Piem. Cacio fresco fatto
con fior di latte.- Afii. Mas eh er«
pa. - Piac. Maséiarpéin. Ri-
colta.
Masnà. Piem. Fanciullo, ragazza. -
Masnnjà, masnojada. Ragaf-
zala, fanciullàgioe.
Massàcher. Piem. Tànghero, vil-
lanzone.
Ma s ij ra. Piem. Catapecchia, casolare
cadente. - F. Sena, Caborna.
Mat, ma tòt. Ptem. Fanciullo, figlio.
- Femm. Mata, natela.
Ma u net. F. S. Disonesto. - Piem.
Sporco, sudicio. Fr. Malhonné-
te. Villano, incivile.
M é 1 r , m é i I. Piem. Sermento , ma-
gliuolo, tralcio. - f^. CoglòIra,
Garsol, P rovana, Rlsòira.
Méprisè. Piem. Dlspreziare. • Fr.
Mép riser.
Miana. Piem. Paura. • F. Fóf a. Pa-
vana.
Mino t. Piem. Pigro, tardo. - M i n o J è.
Tardare, Indugiare.
Mòca. 'Piem. Smorfia, vlsaeclo. -
Mochèse. Burlarsi. - Fr. Se mo-
quer.
Mogia. !Hem. Giovenca. - Mogio n.
Vitello.
Majìs. Piem. Palude, terreno uligi-
noso. - Mil. MoiS.
Món Pian. Mattone.
Morù, moronù. Piem. Rabbuffalo,
eipiglialo.
MotsÓD. Piem. Topo selvàtieo.
879
PARTE TERXA
Mótrfa. Pieni, e Lomb. Cipiglio, cor-
to, visaccio.
Rfo tu ra.Piem. Macinatura, macinata.
Mfil, mùlèl. Set. f'. Figlio, fan-
ciullo. - f^. Cèt, Poglìn, Toi-
9Ón, Tote, Uasnà.
Móu. Elva. Maggiore, primo nato.
Uurcàr, murchìr. K. .9. Mangia re.
Murs. Piem, Villanzone, zòtico.
Muscis. Piem. Meschino, sconcio. -
jinche miseramente.
M6sè. Piem. Pensare, riflèttere.
IW
Né. trozza. Andare.
Nàé. Piem, Camuscio. - Nacc. De-
lùdere, adontare. - f^. Né e.
Naivè. Piem. Annaquare, macerare;
dhesi delia cànapa e simili.
Nast. Gen. Odorato^ fiuto. - Lomb. e
ren. Nasta.
Nata. Piem, Sùghero, sóvero.
Navìa, ne via. Piem. Nòttoia, sa-
liscendi. - ^. erica.
Nèc. Piem. Corrucciato, di mal umo-
re. - Mii, G n è c.'Sel, K Far nèc.
Corrucciare, offèndere. - y. NaÒ.
Négiia. i?/e//a. -Niglia. 5^/.f^. Fa-
me, inèdia. - V. Basorda. Ghéi-
si. Grangia, Sgòsa.
Nis«». Piem. Lìvido, fràctdo. -Lomb.
NiS, niz.
Nll. Brozzo, No, non. - Ted. Nicht.
Nitta. Piem. e Piac, Melma, limo.
Nùansa. Piem, Gradazione, sfuma-
tura. - Fr. Nuance.
NO riè. Piem. Fiutare, odorare.
Nuniè..<^nd. -Noma, doma. Z^m.
Solamente. V. Mac.
Obada. Piem. rus. Serenala.
Obia (cn). jind. Incontro. - L. Ob-
viaro.
Oriol. Piem. Rigògolo, eccello.
Or issi. Piem rus. Uragano. - Tici-
nese. 0 r i z i ,. A u r i z i. • Romagnolo.
Aurizi.
Fa ci oche. Pfem. Diguazzare.
Faina rd. Piem. Tànghero, villan-
zone. - P^. .Ma nàti, Blùrs.
Fan talora. Piem. Tettoja, tenda.
Papotè. Pieni. Vezzeggiare.
Parie. Piem. Scomellere. - Fr. Pa-
rler.
Farmela. Piem. Gànghero. - Fir.
Paumelle.
Parsu. Set. y. Scorto, visto. - Fr.
Apper^u.
Fassón. Piem. Palo, broncone. -
Passonà. Palafllln.
Patanù. Piem. Ignudo.
Paté. Piem. e Lomb. Cenciajoolo,
rigattiere.
Patói. Piem. Guazzabuglio, scompi-
glio.-Patojè. Scompigliare, scon-
vòlgere.
Fava Ire. Prem. Non molto, poco.
- y. Vài re.
Pavana. P/em. Spavento, paur.i. -
y. Fófa e Miana.
Pcé. Piem. Nonno, avo. -Peeróo.
Bìsavo, bisnonno.
Pcn. Piem. Goccia.
Per. Fald. Prèndere.
Pèrla. Piem. Pévera. - y, Ava^iór,
Verslór e CantabrCina.
Pevìa, pùja, piivia. Pien. Pipita.
- ^fil. Fulda.
Piaje. Piem. 'Acero, plàtino sel-
vàtico.
Fianca. Piem. Tàvola , passatoio. -
Fr. PI a neh e.
Piota. Piem. Ascia , accètta.
Fiòt. Sei. y. Sano, vispo.
Pista. Pt'em. Beffa, cèlla.
Pistór. Piem. Pigiatort, ammosta-
lore. - />r. Fornajo, panollìerr. -
L. Pislor. Fornajo.
Pila. ToW. Più. - Picm. sifjnifìra
Pollanca.
P ì l i m a. Piem. Accorto, furbo.- Lodi.
Cavilloso, flemmàtico.
Pivi. Piem. Rondone, róndine mag-
giore.
Poglìn.f. .9. Figlio. - r. Cèl,Mul.
Toisón.
Poi ras. Piem. Roncone, falcinola. -
r, Dagn, Ladròt, Ransa.
Pois. Piem. Pisello.- Fr. Pois.-/'.
(inette Arbión.
Pnndrà. Piem. Pojana. Specie di
falco.
Posse. /Vtfm. Spingere. - Fr. Pous-
ser.
Poterla. Piem. Bianco spino.
Prè. Picm. Ventriglio.
Prlchr. Set. f^. Dire.
P rocce, fin. Vicino. -flr. P roche.
Pròn. Piem. Scojàltolo.
Pròs, prùsì. Piem. Porca, ^olco. -
- Mil. Pròsa. - Mani. Presòl.
Provana. Piem. Propa;:ine • ser-
mento. - /'. A re in. Cogióira.
Garzdl.
Provèi. Piem. Catena dell'aratro. -
f . anche Fra««a.
Prù. Piem. Abtiaslann. - hrf-zzo.
Pro.
Pr6«, Piem. Peri. - L. Pyrij*.
Psùr. Ptem. BeeC''^. rtMrh.
Pui«è. iìtiit. V«;oUr^, r',a'f.m'. •*• -
Fr. Époi^^r.
Pus*. f#«ri. L^iJv».
«ie, Larezur^. ade*
bore, hiìwu.
E a bada::;. h*%A * hv.J;. Cftiaw*.
DIALFTTI PEDCMOTAIHI. 873
K a base è. Piem. RacctValiero. radii»
nare.
Rablò. Piem. Slra<«cinar«*, trainare
- Rablòn. Carpone.
Rablò ira. Piem. Lumaca. - hor$e
da Rablè.
Rabòl. /Vcui. Pialla. -Rnbolè. Pial-
lare. - Fr. Rabot, raboter,
R a d 0 1 è. Piem. Vaneggiare, delirare.
- Fr. Rado ter.
Raji*. Piem. rm. Separare.
Ralnìirn. Piem. Inravnhirn, weami*
lalura.
Rai, ral. /V<?m. Calllnella ac|n&llra.
Rama. Piem. Spruzzata. Piceni di
piogaia.
Ramognàn. Picm. Melìiira.
Ranche. Piem. Strap()iire, *vèll«re.
Rande, y/fut. Scolmare, radere le
misuro. - Lomh. Areni. R»«enle,
a randa.
Ransa. Piem. Róncolif, falcetto.
Ransonè. /Vem.Taglieftgiaref «alor-
quere. P'r. R a neon ne r.
R a I a V o I ó i r a. Piem. Pipistrello, nf>t'
ìoìn.'Proprinmtnle iiffniflca : Hallo
volante. Otù apjfunto la uòmitta il
Ltulifììant» n a l'%g 0 1 a d ó. - F. nel
I oc. iMmh. C r i gn à pò I a , T #?-
gna, Tegnól »,
R a V a g è. Piem Devastare. - P'r, R »-
*ager.
Ravli'j. Piem. Sf^pp<»«o. - F, awM
r oe i o n h.
Rtrlfo. Pirm. %\%fìft%p\\^* -Fr. He-
f rain.
jiAf-^tu^o -P'. V i h^^'fìp. fi*M 0»m;f 4rt%^r^M r^èm-
o!ar«. - /' Ra- m%rie-*rt. - Pr R*gr#rtl*f.
Fr Is M d i
fcef* Pi^m. ^*r.i^'t*. fiU.
'^J A »em?
À
87it PARTB
Re ve. Piem. Sognare, faiilastlcare.
Riàn. Pian. Burrone, scavo fallo
dalle aqae.
Riana. Piem. Fogna, sentina. - f^.
Ariana.
R i b 0 1 è. Piem. e Lomb. Gozzovigliare.
Rigiizìglio. Mond. Gozzovìglia. -
Piem. Ri g OS io.
R fon din. Piem. Tritello. - ^. Ar-
prùm, Ariondìn» Bren.
Ri so ira. Piem. Tralcio di vile. - K.
ancVieGarsòl, Arcìn, Gogiòi ra,
Bollirà, Brojón, Provana.
Rista. Piem. Cànapa, garzuolo.
Rò, ròl. Piem. Cerchio, cìrcolo.
Ròcol. Piem. e ÌA)mb. Ragnaja , uc-
cell;itòjo.
Ról. Piem. Ròvere, quercia.
Ròta. Pinm. Mallo, guscio.
Ronsa. Piem. Rovo. - Ronsé. Ro-
veto. - Fr. Ronce.
Rosine. Piem. Piovigginare.
Ross. Piem, e Lomb. Penzolo, mauo
di frulla, y. nel Voc. Lomb. Ròs.
Rosse. Piem. Bàttere senza pietà. -
Ft. Rosser.
R uà. Piem. Baco, bruco. - /?ot?i., Reg.
e yer. Ruga. - L. Eruca.
Rubi ola. Piem. Piccolo cacio. -Afi7.
Robinia, robiora.
Rum è. Piem. Grufolare, razzolare. -
Rumenta. Immondizie, lordura.-
f'. nel yoc. Lomb. Roméni.
Riipia. Piem. Rug».' Rupi. Rugoso.
Rusa. Piem. Furberìa, pretesto. -
Rùsc. Preleslare. - Fr. Ruse,
ruser.
Rùslè. Piem. Rovistare, frugare.
Rùgs. Piem. Sommaco. - K. nelFoc.
Lomb. R lisca.
Sabàrd. Piem. Tànghero, zoticone.
Sacagnè. I*iem. Scuòlere, scrollare.
- Fr. Saccader.
TBRZ.%
Sagrine. Piem. Affliggere^ rallri-
slare. - Fr. Chagriner.
Saglir, sa ir. j4lp. Uscire, venir
fuori.
Sana. Piem. Bicchiere, càlice.
Sanàt. Piem. Vitello da latte.
Sanerò. Pi>m.]ncavare.-Fr. Écban-
crer.
Sa pòi. Piem. e Bres. Cai la ja, varco.
Sara, zara. Piem. Còllera, stizza.
Sarnèi. Piem. Crivello. - Forse dal
L. Cernere?
Sarslòl. Piem. Beccafico, uccello.
Sarùzz. Piem. Ribrezzo, brivido,
ghiado. • F. anche Sgiàl.
Sarvàn. Piem. Incubo^ aflanno. -
Afi/.Salvàn. - Mil. ria. I.énteg.
Sali. Piem. Addensare, comprìmere.
Saviij, savj. Pienu Ago, pungi-
glione.
Sbajè. Piem. Socchiùdere. - F.nel
l'oc. Lomb. Bada.
S hard è. Piem. Spàrgere, sparpa-
gliare.
S barn è. Piem, Spaventare, sbara-
gliare.
Sbergiaire. Piem. Darla fuga, in-
calzare. - r. C ra n p a i r e.
Sbergnichè. Piem. Soppestare.
schiacciare. - Mil. S g n Ica. - Parm.
S g n a e a r.
Slùa, splùa. Piem. Seinlilla, fa-
villa.
Sbol. Piem. Spavento, sbalordì*
mento.
S b 0 r è. Pt'cin. Sbruca re.-^AcAf sdroe-
dotare, scivolare. - F. Sebi è.
Sbramasse. Piem. Sgridare.
Sbrinò. Piem. Spruzio. - Sbrincè.
Spruzzare.
Sbrls. Piem. e Lomb. Lógoro, li-
cero.
Sbrolè. Piem. Sfrondare, bracare.
Sbùrdi. Piem. Spaventare, atterrire.
Scarabòó. Piem. Sgorbio.
Scarpentà. Piem. Scarmigliato.
DIALETTI PEDKIOJITAMI.
»78
S c è rn c r. riiUl -Scorre. ^Icr. SciV
gliere.
Schiè, sghic. Picm. Scivolare,
sdrucciolare.
Sélancàr. f^ald. Scoppiare. - Piem.
Sbianche. Slracciare, squarciare.
Sèi à ss. Piem. Fillo , compatto. -
Sciasse. Comprìmere, serrare. -
A/i7. Sèiàss, sóiàsser. - Piac.
Sóiàssag. Fitto, compatto.
S£iavandé. f^iem. Boaro, bifolco.
Sóionfè. Piem. Scoppiare.
Séiorgnì. Pieìn. Assordare.
Scò. Mond. - Scoi. 'Bist. e Cairo. -
Scóa. Ormea. Pascolare, pàscere.
- r. Largar.
Sconsùbia. Piem. Comitiva , bri-
gata. - Prov.^ Mani, e Beg. Mol-
titùdine.
Scòp. Piem. Tronco, ramo reciso. -
Scope. Scapezzare.
Scor. Piem. Nàusea, schifo. - Dicesi
anche Stri.
Scossai. Picm. e Lomb. Grembiule.
- r, nel Foc. Lomb, Scòss.
Scravassa. Picm. Sèlola.
Soros. Piem. Sozzo, sùcldo. - K. an-
che Ma une I.
Scrùssi. Wcm. Scrosciare, screpo-
lare. - Fesso , screpolato.
Se ber. Piem. e lomb. Bigoncia, ma-
stello. - Sebré. Boltajo.
Seiràss, sa irà ss. - Piem. Ricolta.
Forse dalla voce siero?
Sfrasè. Piem. Abortire, dispèrdere
I! parto. Dicesi solo degli animali.
Sfurniór. Piem. Nidace. - Sfur-
niòt. Implume.
Sgairè,sgheirè, sgheiràr.Pifn».
Sciupare, dissipare. -K.anc/ie Ba r-
bàr, Flambar, Friend è, Sgu-
llardàr.
Sgarbèl. Piem. Squarcio. - Sgar-
bla. Squarciato.
Sgarè. Piwi. Sviare, deviare.fr.
Égarer.
Sga rogne. Piem. ScalHre.
S g II i è. Piem. Scivolare. - S g h i ó s.
Sdrucciolevole.
Sglà I. Piem. Brivido., ribrezzo. -Mil.
Sca^.
Sgnachè, sgnichè. P/em. Schiac-
ciare. - r, Sbergnichc.
S gogne. Piem. Contrafare, far le
fiche.
Sgòsa, sgosia. Piem. e Csn. Fame.
- Lomb. Sgajósa.-^fan^Sghiza.
- r. Baso r da, G beisi; e nel
yoc. EmiL Sghessa.
Sgullardàr. Can. Dissipare. - F.
Sgairè.
Sgiirè. Pi>m. -Sgurà. Lomb. Astèr-
gere, forbire. - Gcul. Sgur. - F.
nel yoc, Emil. Sguràr.
Sgiirma. Set, V. Fame. V. Sgosa,
Basorda, Ora ngia, Néglla.
sia. Piem. Secchia. - Fr. Séau.
Sim. Picm. Sego.
Sire, sirognè. Piem. Tòrcere, pie-
gare.
Siri. Piem. Gallo alpestre.
Siv ignòta. P<>in. Manubrio, mano-
vello.
Slìpè. Piem. Sbiecare, tagliare obli-
quamente. Di qui diconsi Lipe le
schcggie dei rami tagliati.
SI ó ira. Piem. Aratro. Dicesi anche
Arn.
Slòje. Can. Sfinito, languente. - F.
Loj nel Foc. Lomb.
Slùssi, sliissic. Piem. Lampeggia-
re. - Fer. Slusnàr. - A". Lósna.
Smasì. Piem. Stemperare, dissòl-
vere.
Smone. Pi'cm. Offrire, esibire. - Fr.
Scmoncer.
Smorbi. Piem. e Lomb. Schifiltoso.
Soà. Picm. Tranquillo, quieto.
Soàslr. Picm. Cànapo, gómena.
So hòc. Piem. Rimbalzo.
Soli. Piem. e Mil. Liscio. - Solfe.
Lisciare. - Km. Sóli, solià.
870 PARTB
Sombre. Piem. Oscuro, lelro. - FY,
Sombre.
Sonar. Mp. Chiamare, appellare.
Sonde. Ptem. Tasteggia re. -Fr, So n-
der.
Sparmè. Piem. Temere, paventare.
• Sparm. Terrore, spavento.
Spiar, f^ald. Chièdere, interrogare.
- Piem. Spie.
Splùfri. Piem, Mencio, floscio.
Squajà. Set. V. Ammazzare.
Squarè. Piem. Sdrucciolare, scivo-
lare, f^. STchiè, Sborè.
Squlcè. Piem. Franare, scoscende-
re. - Squ ita. Frana.
Stébi. Piem. Tramezzo, assito.
Stèle. A'fm.eKer.Scbeggie, scaglie.
Stenebiè. Piem. Disordinare, scon-
vòlgere. - V* Destcnebrè.
Stermè, streme. Piem. Nascónde-
re, celare. - Strèro. Nascondiglio,
ripostiglio.
S te rn i. Piem. Lastricare, mattonare.
Ciottolare. -I,. Sternere?
Slrnvìs. Piem. Strano, prodigioso,
incredibile.
Stri. Piem. Nàusea, schifo. - K. an-
che Se or.
Strojassèse. Piem. Sdrajarsi.
Stròp. Piem. Stormo, stuolo.
Sili, assCìl. Piem. Scure, àscia.
SCìsambrìn. Piem. Giùggiolo.
8 US ne, susni. Piem. Agognare,
bramare ardentemente.-Afi7. Sus-
si. - Boli Sunsir.
Sust. Piem. Cura, sollecitùdine.-
Suslós. Sollécito, attento.
S va che. Piem. Sparire, dileguarsi.
Sva 1 ù ri. Piem. Scolorire.
Svàss. Piem. Sciupo, scìalaquo.
Tabalòri, tabalùc. Piem. e Mil.
Sabbione, baggèo.
Tibia. Piem. Deschetto, scanno.
TERZA
Ta c h I g n è. Piem. Litigare, allerc^rr.
Taconè. Gen. Ratloppare.
Ta f i à r. Can. Mangiare , pacchiare.
Taf US. A'em. Trabocchello, tràppola.
• Anche Carcere.
Tajóla. Piem. Carrùcola, girella.
Tampè, lan p è. /V^m. Gettare, lan-
ciare.
Tanpa. Piem. Fossa, sepoltura.
Tapage. Piem. Fracasso, tumulto.-
/>. Tapage.
Ta ragna. Piem. Filare di viti.
Tarèf. Piem. Malaticcio, aciaccoso.
Targa, f^. S. Patrimonio, avere, so-
stanza.
Tartiisa. Piem. Bagascia. -F. Ciòr-
nia, Garàudc, Garùlla, Có-
rta, Luf fi a.
Tavota. Piem. Sempre, ognora.
Téd. Piem. Grasso, pingue. - Ted.
Dick.
Tenplè.Pfen).Annojare,importuaare.
Tcpa. Piem. e Lomb. Zolla, cótica;
anclìe musco.
Te pò. Pieni. Bica, mucchio di paglia,
e simili.
Ter la. Piem. Gioja, allegrezza.
Tòi. 5e/.r.Majale. - f^.Crin, Ghén.
Toirè. Piem. Mestare, agitare. -Tòi-
ro. Miscuglio, guazzabuglio.
Toisón. Jnd. Figlio. - Mil. e Proc.
Tós. - f^. Tota.
Toma. Piem. Cacio fresco.
Top. Piem. Oscuro, bujo.
Tòpia. Piem. Pèrgola, pergolati-
Tota. Piem. Giovinetta dicoadiaone
civile. - Toto. Giovinotto.
Tra. Piem. Spago. - De tra. Dare
ascollo, dar retta. -Afi7. Dà atra.
Tracassè. Piem. Inquietare, Dole-
slare. -P>". Tracasse r.
Tra ma né t. Gta. Fracasso, susurro.
T r a n s ì . Piem. e Lomb. Assi derato, ia-
tirizzito.-ilftf.Strasi.'-fV.Trftnsi.
Travonde. Piem» Trangugiare, ia-
ghioltire.
DI \ LETTI
Tripa. /Yfiii. Ltnub. v Itti, rancia,
venire.
Trìssè. h'nn. Ingannare. IrufTare.
T r u n a . Piem, Sotterraneo.
Tùna. Piem. B(*IIa, burla. • De la
tùna. Beffare, schernire.
L
Djón. I*ieM, Pungolo, stimolo.
Ùliàn. Pian. Usilalo, manomesso,
i/sèi. Piem. Abbaìno.
Vai. Piem. Rado, non Alto.
Va ire. Piem. Molto, guari. - Fr.
Guère.
Vaile. Piem. Agguatare, stare In
agguato.
Va losca. Affli. Loppa, pula. - f^.
anche Vorva.
Vane. Piem. Vagliare, ventilare.
Vantar, vantè. Gen. Far d'uopo,
bisognare. • r. Antàr e Cialar.
Varlopa, verlopa. Piem. Pialla.
- Fr. Varlope.
PEOSMO^TA^I. K77
Vauda. /Veni, tamia, pianura lii'
colla.
Vcir« vlr. /Vr»M. Vanita. • \alrf.
Vangare.
Verslor. /Veni. Pò\era, InilMilo. -
/'. A vasi ór. Pèrla o Canta-
l> r il n a.
Véso. /Vcm. (;rÌllo, iixxnlo.
V e l ì g 1 i a. I*iem. Uauèmla , hiexla.
- Ve tiglio. Cavillare, noUsllCArc.
Viàt. Drozzo, Volta, Hata.
Vièt. i*icm. Appassito, viun.
Viola (Far). .SW. F. Gouovlgllari! ,
far festa.
Vlr. IHem, Giro, cerchio. iUqui Vi-
ra, vire, per anello. • Vlr^. iU-
rare.
Vi se he. Hem, Accèndere.
V i t. IHem Pmlo, sùbito. - AK V i t e.
Vorva. Piem. Pula, loppa.
Zagajè. liem, 8ch la ma txa re , cln-
guellare. - Za gaj a. Tafferuglio ,
chiasv;.
Zara, «ara. Piem, Sliua, còllera.
CAPO IV.
Ceimi istorici sulla letteratura dei dialetti pedemontani.
Quando ci facciamo a considerare il nùmero e l'importanza
dei componimenti vernàcoli^ che dal sècolo XVI in poi, in quasi
tutte le Provincie d'Italia, vennero successivamente in luce, per
òpera di valenti ingegni, non possiamo imaginare, come tanti
eruditi che imprèsero a raccògliere ed ordinare gli annali delle
lettere itàliche^ quali furono il Crescimbeni , il Quadrio, il Cor-
niani, il Ginguené, il Tiraboschi ed il suo continuatore il Lom-
bardi, abbiano potuto accontentarsi di passare in rivista le tante
òpere immortali lasciateci in retaggio dai nostri maggiori nelle
eulte lingue del Lazio e dell' Arno, obliterando affatto, o toc-
cando appena di volo , qualche Saggio di letteratura vernàcola.
Noi abbiamo già visto , nella ràpida enumerazione degli scrit-
tori che in varii tempi illustrarono i dialetti lombardi ed emi-
liani, come fra questi emèrgano uòmini distinti e sommamente
benemèriti delle lèttere clàssiche, quali furono: tra i Lombardi,
Carlo Maria Maggi, Domenico Balestrieri, Cari' Antonio Tanzi,
Girolamo Cerio, Giorgio Giulini, Pietro Verri, Giuseppe Panni,
Giuseppe Bossi, Tommaso Grossi, Francesco Cherubini, France-
sco De Lemene, Lorenzo Mascheroni e Cesare Arici; tra gli Emi-
liani, Giulio Cesare Croci, Maddalena e Teresa Manfredi, Anni-
bale Bartoluzzi, Pietro Zanotti, Claudio-Ermanno Ferrari, Pietro
Santoni, Antonio Morri, Giovanni Paradisi^ Girolamo Baruffaldi.
od altretali, nomi tutti assai cari alle lèttere ed alle muse ita-
liane; e vcdrem pure come fra i cultori della poesìa piemontese
non isdegnàssero prender posto Silvio Balbis, Delfino Muletti,
Vittorio Alfieri, Edoardo Calvo, Michele Ponza, ed una schiera
PARTE TEllZA DIAUTTl PEDEMONTANI. H79
di benemèriti coltivatori delle lettere clàssiche. Abbiamo altresì
dimostrato, come, se la màssima parte dei componimenti di al-
cuni dialetti constano di canzoni da trivio o d'insìpidi almanac-
chi, ve n'ba pure un nùmero ragguardévole, che per origina-
lità ed elevatezza di concetti, per squisitezza di gusto ed ele-
ganza di forme possono collocarsi a buon dritto fra le distinte
produzioni delle letterature moderne. Che anzi egli è ormai di-
mostrato e dalla ragione e dai fatti, che nessuna lingua eulta
è cosi atta a ritrarre al vivo il pensiero, i costumi e la vita di
un pòpolo, quanto la favella volgare, nella quale sola ei può
trasfóndere i sentimenti e le passioni che lo informano e ne
determinano il modo di esìstere.
A rèndere escusata ed a spiegare in buona parte questa non
curanza generale delle letterature vernàcole, ci si aifàcciano al-
cune forti e giuste ragioni. La prima, perchè da principio i dia-
letti furono introdotti dagli scrittori nei loro componimenti, per
célia, e divennero il linguaggio esclusivo dei buffoni nella Go-
media, e degli scrittori da trìvio negli Almanacchi. La seconda,
perchè ogni produzione vernàcola, comunque pregévole, è pa-
trimonio esclusivo del municipio o della terra nativa, oltre i
confini della quale non le è dato spiegare le penne, giacché non
v'ha dubbio, che fa d'uopo aver succhiato col latte la robusta
e vibrata favella del verzajo milanese, per intèndere appieno,
sentire e gustare le inarrivàbili bellezze delle ispirazioni del
Larghi, del Porta e del Grossi; come è mestieri aver temprata
l'anima sotto l'influenza del profumato cielo di Sicilia, o tra le
festévoli e plàcide isolette della vèneta laguna , per bearsi nelle
delizie dei canti del Meli, o per assaporare gli arguti sali e le
dolci melodie del Grilli, del Lamberti e del Buratti. La terza,
perchè i profondi studj preliminari e il vasto corredo di sòlida
erudizione indispensàbili a chi le coltiva, rèndono in fatti le
clàssiche lèttere a buon diritto venerande sopra d'ogni altra, e al
loro altare attraggono senza eccezione i tributi di tutti i [>òpoli ;
giacché le lèttere clàssiche non solo parlano alle intere nazioni ,
mentre le vernàcole ai sìngoli municipj ; ma sono ancora le sole
intèrpreti delle scienze e delle belle arti.
Se queste brevi osservazioni valgono a rèndere ragione del
K80 PARTB TERZA
poco onore tributalo generalmente alla vasta e splèndida lette-
ratura dei moltéplici dialetti italiani, non scemano punto per
questo i pregi eminenti della medesima, nò provano meno ùtile
e meno importante lo studio dei dialetti, per poterne gustare le
peregrine ed esclusive bellezze; giacche, fa pur d'uopo il dirlo:
ogni dialetto principale forma quasi una lìngua separata, che
ha voci e modi proprj, elementi esclusivamente locali, e quindi
ìndole e vita distinta.
Una prova ineluttàbile di quanto siamo venuti sin qui espo-
nendo ci porge appunto la letteratura dei dialetti pedemontani,
ricca oltremodo di produzioni originali e di miràbili componi-
menti poètici, sebbene assai poco noti oltre i patrii confini, e
solo apprezzati come conviensi dai culti nazionali.
Prima di farci a tracciare il sommario prospetto della medé-
sima, gioverà preméttere alcune osservazioni generali intomo
alla sua estensione ed al suo caràttere distintivo.
Quanto alla estensione, essa appartiene presso che esclusiva-
mente al gruppo piemontese propriamente detto, o meglio an-
cora al solo dialetto della Capitale, mentre tutti gli altri di ogni
gruppo, 0 mancano affatto di componimenti stampati o scritti,
o ci pòrgono appena qualche poesia d'occasione, senza impor-
tanza e di tenuìssimo pregio.
Abbiamo appuntato questo fatto, come quello che si ripete in
ogni famiglia, ed in ogni ramo principale di dialetti, ove co-
stantemente il dialetto centrale che rappresenta il tipo comune
è il solo che vanta l'onore d'una propria letteratura, mentre
gli altri furono negletti. Noi abbiamo visto fra i dialetti lom-
bardi il solo milanese possedere una vasta ed eletta letleratora;
giacché se nel gruppo dei lombardi orientali anche il Berga-
masco fu celebrato da parecchi scrittori, ciò deriva dall'essere
quel gruppo distinto dagli orientali per modo, da poter quasi
costituire un quarto ramo separato della famiglia gallo-itàUca,
del quale appunto il Bergamasco rappresenta il principal tipo.
Similmente nel ramo emiliano vidimo accordato esclusivamente
al Bolognese V onore d' una letteratura propria ; e lo stesso av-
venne in tutte le altre famiglie dei dialetti itàlici, ove fra i
Liguri il solo Genovese, fra i Vèneti il Veneziano, fra i Càmici
DIALBITI PBOBMOMTAMI. 881
r Udinese, e cosi di sèguito, furono illustrati da una speciale
e più 0 meno vasta letteratura.
Né questa osservazione è vera solo per le vernàcole lèltero; ma
altresì per le clàssiche, lo sviluppo delle quali è preoipuamonte
dovuto alla prevalenza d'un dialetto privilegiato, al quale tutti
gli scrittori vennero mano mano uniformandosi. Cosi infatti la
clàssica letteratura italiana si venne informando sul dialetto to-
scano, la spagnuola sul castigliano, la francese sul parigino, la
tedesca sullo svevo, che alla lor volta prevalsero su tutti gli
altri dialetti della penisola itàlica e dell' iberica, della Gallia a
della vasta Alemagna.
Quanto al caràttere distintivo, la letteratura pedemontana,
del pari che quella degli altri due rami, è affatto priva di com-
ponimenti tradizionali, vale a dire di quei canti popolari, che
accennano al primo sviluppo dell' incivilimento nelle popolazioni;
ma in quella vece, surta sotto gli auspicj d'una civiltà già ma»
tura, e quasi novella intèrprete della medésima, essa è tutta
artificiale, e tentò contribuire al suo perfeanonamento. PerdA
essa consta generalmente di composizioni originali intaso, o a
celebrare stòrici avvenimenti, o a reprimere i pregiudizi, i so-
pr'usi ed i corrotti costumi dei tempi col mezzo della satini ,
gènere di componimento al quale cosi il dialetto, eome H genio
subalpino, sono mirabilmente appropriati. Invano ri cercberèb^
bero nella bibliografia pedemontana quelle poesie d'imitazione^
che abbondano nelle altre letterature vernàcole, e nelle quali
sprecarono U proprio ingegno e tanti anni di lavoro valenti
erodili, qnali sono: la versione della Gery$alemfne LiberaSa,
dell'Eneide e slmili, che costarono tante inùtili fatìclie, e fané
non furono mai lette per intero da alcuno. Se ri eccèttoiiio al-'
con brani dei poeU clàssici italiani, VJrU poetica del BoileMi
ed alarne fivoie del La Fonfaine rese liberamente pieaualeri.
In leOeratva vemàcob subalpina è lotta originale e firefta per
lo più a promuòvere, ora coir apòlogo, ora colla sàtira (ed or
cofla fifola, le più ùtili institozioni, e le riforse sociali.
Ciò non pertanto anche questa, come le preceJentf^^incoMin-
ciò colle produzioni facete imese a trastidlare le br%9te, giae-
ehè non sono da eonasderarsi come parte deDa letteialnra iW'
«0
582 PABTB TERZA
nùcola i più antichi Saggi di quei dialetti , che neli* infanzia
della lingua àulica generale tennero luogo di questa ad uso cosi
civile, come religioso. Tali sono: Gli statuti sopra l'ospizio
della Società di S. Giorgio del pòpolo di Chierij ed il Giura-
mento che dovèano prestare i Rettori di quella Società; come
pure le Laudi j e le Orazioni dell'antica Casa di Disciplina di
Salttzzo. I primi) che ci furono serbati solo in copia mss. nella
Raccolta dell'avvocato Montalenti di Chieri, e che (ùrono pu-
blicati per intiero dal chiarissimo L. Cibrario^ nel II Volume
della «S'ioria di Chierij portano la data del d5 luglio i3il.
Dai medésimi appare manifesto, come a quel tempo, dopo la
publicazione dello Statuto nel!' incòndito latino, si suolesse vol-
garizzarlo per intelligenza comune, trovandosi in più luoghi alla
fine d'uno Statuto la fòrmola: Lectum et publicatunij et volga-
rizatum fuit. Le seconde sèrbansi in un Còdice di Saluzzo<, scrìtto
in sullo scorcio del sècolo XiV, ora posseduto dal conte Vittorio
I^aynerì di Lagnasco, e furono publicate nel Voi. IV delle Me-
morie stòrico-diplomàtiche apparteneìiti alla Città ed ai Mar-
chesi di SaluzzOj raccolte dall' avf^ocato Delfino Muletti , e pu-
blicate con addizioni e note da Carlo Muletti (Saluzzo, i8i0).
Questo Còdice, che fu un vecchio Uffizio dei Confratelli della
Casa di disciplina in Saluzzo, oltre ai Salmi ed alle consuete
preoi latine, racchiude trentadue inni o canzoni spirìtuall, dette
Lau4i, neirincòndita lingua italiana di quel tempo, mteta di
voci e modi vernàcoli piemontesi, e dieciotto Orazioiìi dette
Eecomendaciones j nel dialetto locale di quel tempo.
Egli è quindi manifesto, che tutti questi monumenti, anziché
appartenere alla letteratura vernàcola pedemontana, vàlgosp
piuttosto a tracciare i primi sforzi ed i primi tentativi fatti dagli
ficrittori pnde pulire i rispettivi dialetti, ed a pòrgerci uà Sag-
gio, comecché imperfetto, delle forme dei dialetti medésimi a
quel tempo, che, come agevolmente si scx)rge, ben poco iìSè-
rlvano dalle o^ieme. Sottp questo aspetto appunto consideran-
doli, noi li offriremo ai nostri lettori nel Capo seguente, insieme
ad una Iscrizione in versi martelliani rimati, che si legge sqpra
un muro dirupato della chiesa votiva eretta nell'apno 1403 dalla
pi^tà dei Salu^zesi, a S. Sebastiano, in occasione d'una pesti-
lenza desoiatrice.
DIALETTI PEDEMONTANI. 585
Né dèvesi rìsguardarc altrimenti una Canzone senza metro
detcrminato, scritta in sul principio del sècolo XV, sulla resa
di Pancalieri alle armi di Lodovico principe d'Acaja, avvenuta
l'anno 1410. L'originale si conserva manoscritto negli Arcbivj
della Città di Torino; fu publicata per la prima volta nel II Vo-
lume della Storia dei principi di Sa^oja del ramo d'Acaja
( Torino, 4832 ), e riprodotta dal Vallauri nella Storia della Poe-
sia in Piemonte; componimento rozzìssimo, affatto privo di
idee, che non è scritto né in versi, né in prosa, non in lipgua
italiana, né vernàcola, ove fanno rima arme con bombarde^
ore con oltovrcj e che per conseguenza nuir altro attesta, fuor-
ché l'imperizia e la dabbenàgine dell'anònimo autore.
Il principio della letteratura vernàcola piemontese fu propria-
mente segnato da Giovan Giorgio Aliene, nòbile astigiano, che
in sul principio del sècolo XVI scrisse e publicò le sue Opera
jocu)ìda, metro macharronicOj materno et gallico composita ^ da
noi ricordate nella Bibliografia dei dialetti lombardi j e delle
cui varie edizioni porgeremo in quella dei pedemontani più cir-
costanziate notizie. In questo libro, oltre ad una poesia macca-
rònica, che precedette di molti anni la tanto celebrata del Fo-
lengo, sopranominato Merlin Cocajo, ed oltre a parecchie poesie
francesi intese a celebrare la gloria delle armi francesi in Italia
a' suoi tempi, sotto il regime cioè di Carlo VII! e di Luigi XII,
tròvansi racchiuso una Comedia, otto Farse, una Sentenza, una
Frottola, una Canzone ed un Beìiedicite^ in dialetto astigiano.
Dalla natura di questi componimenti è agévole scòrgete, come
fossero destinati ad intrattenere lepidamente le brigate, al quale
scopo appunto T Alieno si valse a preferenza del patrio dialetto.
Questo fine è chiaramente manifesto dagli argomenti delle farse
medésime, non che dal Saggio che ne porgeremo nel Capo se-
guente , ed é attestato da Agostino Chiesa nel Catàlogo di tutti
li scrittori pieìnontesi (Torino^ iOi4), ove dice: Giorgio Alione
d'Asti scrisse un^ opera molto dilettevole in versi j parte della
Maccaronea^ parte d* altri dif?ersi capricci in lingua astegiana^
dove vi sono molto ridevoli farse et altre sì fatte cose da reeir
tarsi sopra i balli nel tempo del carnovale^ ec. Ciò non pertanto,
cosi nella Comedia, come nelle Farse, sebbene assai slegato
B8<l PARTI TEBZA
rintreccio, è sponlaneo e naturale il diàlogo sparso qua e là dì
arguti sali e di circostanziali racconti, atti a somministrarci im-
portanti notizie sui costumi italiani e francesi di que' tempi.
Per mala ventura la pittura troppo fedele e mordace di co-
stumi assai depravati nelle classi più distinte della società costò
all'Alione una lunga e dura prigionia, dalla quale non potè ri-
scattarsi, se non colla solenne ritrattazione de' suoi scritti^ che
furono arsi e distrutti dal Santo Ufficio. Ond' è che della prima
edizione di quelli sèrbansi appena in Europa due o tre esem-
plari conosciuti, essendo le edizioni posteriori non solo mutilate
di molli componimenti, ma castigate in quelli che vi son ri-
prodotti, ove anche la lingua fu ritoccata e resa più conforme
alla parlata del sècolo successivo.
Di qui si vede, come anche la letteratura piemontese, del
pari che la lombarda e T emiliana, traesse i suoi primordj dal-
l'ilarità, di alcuni scrittori, che mentre si valsero degli idiomi
culti negli argomenti gravi e severi, assegnarono 1 dialetti ai
faceti ed ai loro bizarri capricci. E di fatti, oltre alle ridìc-ole brse
dell' Aliene, intorno alla metà del sècolo XV!, troviamo un Vil-
lano innamorato, che parla il dialetto piemontese in una CotMdia
pastorale in ottava rima di Bartolommeo Braida' da Sammarìva,
dedicata a madama Francesca de Foys contessa di Tenda e di
Sommari va. Giusta l'opinione del Quadrio, il Braida era Io slesso
Bartolommeo Abrato, grande amico del Marini; il Vallauri, che
fra gli altri componimenti del Braida fa menzióne di questo
dramma in cinque atti, ebbe a dire, che, sebbene vizioso in
quanto all'orditwaj non manca di un cerio pregio per la verità
del caràttere, pel diàlogo fàcile e tialuralej e per lo stile quasi
sempre elegante e poètico j e ne adduce in Saggio una stana.
Noi non possiamo partecipare dell'indulgente giudizio di quello
scrittore, ed in Saggio della dappocàgine di quel componimento
produrremo a suo luogo un brano del melenso diàlogo del Villano,
che varrà insieme a pòrgere un'idea del dialetto a quei tempi.
' Altro Villano che parla il dialetto piemontese fu inserito fra
gli interlocutori di altra Comedia pastorale, intitolata Margarita j
di Marc' Antonio Gorena da Savigliano, che si conserva mano-
scritta fra i còdici della BibUoteca deU' Università di Torino.
DIAI.nTI PEDEMOi«STA\I. B8B
Questo dramma modellato suì!'^-/?wi«fa del Tasso e sul Paator
Fido del Guarini^ rappresentato pochi anni prima in Torino di-
nanzi alla R. Corte di Savoja ^ è un impasto mal connesso di casi
amorosi, appropriato al gusto dei tempi; ed il Prillano col suo
dialetto fu introdotto insieme al Pedante che sfoggia ricercate
frasi e sentenze italiane e Ialine per rendere gioviale la rap-
presentazione. Questo Villano, col nome Tonij fu in sèguito
r intèrprete degli scrittori vernàcoli piemontesi, màssime nelle
poesìe d'occasione, cosi appunto come Baltramdala Gippa^, ed
il Bosìn lo furono dei poeti milanesi; ond'è, che ancora oggidì
chiàmansi in Piemonte Tom le Canzoni popolari cantate dai
cerretani sulle piazze, che corrispóndono alle Bosinade milanesi.
Nel vòlgere del sècolo XVII, e nel corso di quasi tutto il XVill
non s* ebbe il dialetto piemontese più nòbile o miglior destina-
zione, mentre tutto questo lungo periodo ci tramandò appena
alcune frivole Canzoni affatto prive di mèrito, fra le quali, solo
per l'importanza stòrica degli argomenti, possiamo mentovare
Yj4rpa discordata j ove è descritto l'assedio della città di Torino
sostenuto dalle truppe francesi comandate dal Duca della Pogliada
negli anni 1705 e 1706; ed una Cofìzone stili' assedio della for-
tezza d'Alessandria combattuta dalle truppe collegate di Spagna,
Francia, Napoli e Genova negli anni 1745 e i7ft0. Ambedue
questi componimenti anònimi della prima metà del sècolo XVIII,
sono òpera del sacerdote Francesco Antonio Tarizzo, autore d'al-
tra descrizione in prosa italiana dell'assedio di Torino (Torino,
1707, presso Zappala, in 8.""). Constano di versi ottonarj rimati
a due a due, e iieWJrpa d/Vcon/afa inter|)olati irfegolarmente da
alcuni endecasìllabi. L' assoluta loro dappocàgine non è solo con-
trasegnata dalla mancanza d'idee e di pensieri originali, ma
altresì dalla rozzezza delle forme e delle espressioni, e persino
dalla misura sbagliata dei versi, che in gran parte abbiam ten-
tato raddrizzare, lasciandone per altro buon nùmero senza mi-
sura e senz'accento, per non alterare le forme del dialetto,
come può scòrgersi nei Saggi da noi prodotti nel Capo seguente.
Il dialetto piemontese servì ancora di lèpido intermezzo, par-
lato da alcuni interlocutori in vari componimenti drammàtici per
Diiisica, dati in luce nel 1777 in Torino, da anònimo autore.
580 PARTE TERZA
Tali sono: Il Nolajo onorato, YÀdelma, ed Adelaide regina
d^ Italia e poi imperatrice. Sul pregio letteràrio dei quali gioverà
stèndere un benèfico velo. Interlocutori piemontesi hanno parte
principale nella Comedia del marchese d'Entraques intitolata: //
Conte Pioletto ; e tutta in dialetto piemontese fu scritta la graziosa
comedia Siir Pomponio d'anònimo autore, publicata nel 1800.
Gli altri componimenti vernàcoli di questo stèrile periodo, o
sono canzonette volanti d'occasione, o scherzi Urici in morte
d'una gatta, che formano parte di due Collezioni di poesie ita-
liane sullo stesso argomento, pnblicate nella seconda metà del
medésimo sècolo, col titolo di: Micciide, e Nuova Miccèide;
ed altretali aberrazioni dell' umano ingegno , che caralterhzano
il gusto depravato del tempo.
Il primo che, versato nelle buone lèttere clàssiche., sollevò
il patrio dialetto a dignità di forme , e ne mostrò in alcune poe-
sie fuggitive tutta la forza e le grazie sue proprie, si fu l'abate
Silvio Balbls di Caraglio, che (ioH in Saluzzo in siiUo scorcio
del sècolo passatp. Forbito ed elegante scrittore italiano e ver-
seggiatore distinto, il Balbls non isdegnò talvolta valersi del
patrio dialetto nelle sue poètiche inspirazioni, e lasciò alcuni
Sonetti, che per eleganza di forme, proprietà d'espressioni e
spontaneità del verso sono sempre ammirati da' suoi conciltadini.
I primi Saggi furono dall' autore stesso publicati in un Volume
di poesìe varie nel Ì78SK. Essendo questo diviso in tre parti, che
raccoglievano le poesìe sacre, le profane e le bernesche, egli
precorse la pùblica censura col seguente Sonetto., che ci prova
la facilità della sua vena:
A fan nén tanti lùncs i calie;
Tiro nén tanti'piinli i ciavatìn;
Giuro nén tante volte i vilijrin;
S' conta nén tante nòve dai priichc;
S'vod nén^ tante manlsse al méis d'gené;
A otóbcr a s'vòd nén tanti caplin;
rè nén tanti pollrón (ra i spadassìn;
J' è nén tante prsoue scnsa dné;
I music a fan nén tante grimassc;
Sculo nén tante buie i sonadòr;
Sui cafè j'è nén tanti marca-casse;
Quante rasón pr drit e pr travèrs
A s' faràn da pr tut, me car Dotór,
Sul tom prim e sccónd . e dcò sul ters.
DIALETTI PEOEMOMTA^d. D87
La maggior parie peraltro delle poesie piemontesi del Balbis
furono publicatc l'anno successivo nella liaccolta del Pipino,
ove sono in nùmero di sédici.
Contemporaneo e rivale del Balbis fu il P. Ignazio Isler, del-
l'Ordine dei Trinitarj della Crocetta presso Torino, il quale
neiranno 1799 vi pnblicò una serie di canzoni vernàcole in
buona parte eròlicbc^ nelle quali con lèpido ingegno pose in
bella mostra gli arguti sali e le svariate forme del patrio dia-
letto; e versato com'era nella teòrica del Contrapunto, apprestò
ancora le melodìe musicali adattandole al rispettivo metro delle
canzoni medésime, le quali melodìe si conservano manoscritte
nella doviziosa biblioteca dèi caT. Promis a Torino. Sebbene la
voluttà licenziosa di alcuni fra questi componimenti male s'ad-
dica a penna religiosa, ciò nullamcno le grazie poètiche onde
sono qua e là segnalati, li rèsero ben presto popolari in patria,
ove se ne spacciarono in breve perìodo ben sei edizioni suc-
cessive.
^Se il Balbis e l'Isler ebbero per tal modo il vanto d'illustrare
pei primi il patrio dialetto con poetiche produzioni degne di
plauso per originalità di concetti, proprietà d'imàgini e spon-
taneità di versi, non si serbarono meno lungi da quella soda e
maschia poesìa, che investfgando le segrete molle del cuore
umano, lo commuove e lo spinge a generose imprese, o inda-
gando le cause e misiirando la profondità delle piaghe sociali,
si erige in campione del salutare incivilimento. Tale infatti è la
precipua ed esclusiva missione delle letterature vernàcole, le sole
cui sia dato favellare alle masse, e penetrare nelle loro vìscere;
laddove i componimenti dei sullodati poeti, per la leggerezza
degli argomenti sui quali s'aggirano, e per la piacévole ilarità
onde sono svolti, appartengono a quella classe numerosa di pro-
duzioni , che ricreano lo spìrito e i sensi , ed intorpidiscono il
cuore. Noi non sapremmo abastanza commendare, pei lèpidi sali,
per le grazie poètiche, per la scorrevolezza del verso e per la
condotta, il celebrato toilette del Balbis, che incomincia: I giari
a l'ero li chiòl tlCa roti favo j e che produrremo per intiero nei
seguenti Saggi; ma quando ci facciamo a considerare, che il
poeta trasse argomento da un'orrenda sventura, quale si è un
088 • rARTK TERZA
incendio campestre, per ischerzare poetando sulla morte dei
sorci bruciati vivi, non possiamo perdonargli né la l^gerezza
del pensiero, né la ferocia del sorriso.
La gloria di sollevare la poesìa piemontese all'altezza delle
più eulte vernàcole era serbata al m^ico Edoardo Calvo in sullo
spuntare del sècolo presente. Dotato dalla natura di mente nò-
bile ed elevata, di magnànimo cuore e di genio eminentemente
poètico, educato alla scuola dei clàssici greci e latini e temprato
alle rìgide prove della, sventura , mentre da un lato sollevava
colie sue cure l'umanità languente nel maggiore spedale di To-
rino, dall'altro rivolse tutti i suoi studj a rimpiàngere e rimuò-
vere le pùbliche sciagure che a quel tempo opprimevano la sua
patria. Posto fra due sècoli » l'un contro l'altro armato « te-
stimonio dei pregiudizj , dei dellrj e dei sopr' usi che laceravano
a vicenda il suo paese, durante la Repùbiica Cisalpina, ei si
slanciò generoso nell' agone tentando col prestigio della sua Musa
di sradicare i primi e fulminare i secondi. Accorto schermitore,
egli si valse della potente arme dell'apòlogo, e in una serie di
Fàvole mirabilmente esposte in terza rima rappresentò cosi al
vivo i costumi, gli errori ed i delitti del suo tempo, che salu
tato sin d'allora V Esopo subilpino, rimase poi sempre modello
inarrivàbile della vernàcola poesia piemontese. Siccome il Calvo
amava il proprio paese e professava principj liberali, così, fedele
seguace dell'Alfieri, detestava il governo francese ed i suoi rap-
presentanti; e quindi le sue fàvole e le sue allegorìe avéano
sempre un colore politico, e tendéano per )o più a méttere in
luce l'albagìa e le prepotenze dei par{x;nus, e la spietata dila-
pidazione che si faceva del pùblico erario. A quest' ùltimo fine
era appunto diretto altro componimento grazioso dello stesso
Autore, ancora inèdito e che porgeremo ai nostri lettori nei se-
guenti Saggi, intitolato: j-lrtabàn bastona. Durante la Repùbliea,
reggéano la pùblica cosa nel i707,'comc triumviri, Carlo Boni
di Torino, Carlo Botta di S. Giorgio Canavese, e Carlo Giulio di
Vercelli, che il pòpolo collettivamente appellava: t Ire Carlo.
Essendo stato un giorno il Bossi bastonato da un anònimo sotto
i pòrtici di Po, il Calvo ne trasse argomento per la poesia sum-
mentovata.
DIALETTI PEDEMONTANI. 580
Non meno miràbile, come poètico componimenlo, sì è per
la robustezza dei concetti, per la vivacità delle iniègini e per
la fàcile scorrevolezza del verso, il poema in tre Canti, che il
Calvo p.ublicò col titolo di Follìe religiose j ma per mala ven-
tura lo spìrito irreligioso che lo ha dettato e 1* aperta opposi-
zione alla santità del Vangelo, mentre dall' un lato annichilarono
un lavoro che sarebbe stato pregevolissimo, dall'altro scatena-
rono contro r Antore una turba d'irreconciliàbili nemici, che gli
amareggiarono l'esistenza. Perciò il Calvo moriva in sul fior
dell'età nel 1804, né una sola biografia venne anc4>ra descritta
del piò grande, del sommo fra i poeti subalpini. Checché ne
sia, se la Patria non gli eresse peranco monumento condegno,
il nome del Calvo vive imperituro nella mente e nell'ammira-
zione de' suoi connazionali, che a gara insegnano ai figli a re-
citarne le Fàvole j e persino il colono, dall'alpe e dall' apennino
sino al Sesia ed al Po, va cantando giulivo la sua Ode sulla
^ila di campagna.
Contemporaneo e rivale del Calvo si fu l'abate Carlo Casalìs,
valente verseggiatore e cultore distinto del patrio dialetto, che
illustrò con una serie di pregevoli componimenti. Oltre ad una
Comedia in tre Atti meritamente applaudita, cosi per l' ingegnoso
intreccio, come per la spontaneità e naturalezza del diàlogo, il
Casalis arricchì la patria letteratura vernàcola con una serie di
stupendi sonetti e poesìe in vario metro sopra argomenti sacri
e morali) e con un scelto nùmero di fàvole morali in versi,
nelle quali per lo più prese ad imitare e parafrasare gli squi-
siti lavori del La Foniaine. Sebbene collocalo a buon drillo fra
i migliori poeti subalpini^ il Casalis non raggiunse peraltro né
la forza, né la spontaneità, né il gusle del Caho, il quale forse
non sarà per lunga pezza a nessuno secondo.
Sollevata per tal modo all'altezza di molte letterature mo-
derne, la subalpina vantò ben presto una schiera di eletti cul-
tori, che la illustrarono con ogni gènere di componimenti. Il
conte Joannini Cera tentò con ingegnoso ardimento di traspor-
tare in versi piemontesi alcuni brani scelti del Dante, del Tasso^
del Petrarca, del Metastasio, e persino V Oreste dell'Alfieri;
Tavvocalo Regis applicò, per la prima volta e con felice rìn-
tf90 PARTB TERZA
scita, il patrio dialetto all' epigramma satirico; la lìrica fu col-
tivata con gusto dal cavalier Rorelli, dal Moretta, dal Pansoya,
dal Bussolino e dal Peyron. Quest'ultimo tradusse ancora in
versi eròici VArte poètica di Boileau. E sopra tutto venne trat-
tata'mìrabilmente la Sàtira dal genio veramente poètico dì Nor-
berto Rosa e dall'arguto e versàtile ingegno di Angelo Brofferìo,
gli squisiti componimenti dei quali formano le delizie del pòpolo
subalpino. Alcuni Saggi, in parte inèditi, dei medésimi, che in-
seriremo nel Capo seguente, varranno meglio d'ogni elogio a
pòrgere idea adequata dei distinti loro pregi.
In tanta gara di scrittori, a salvare dall'oblio 11 crescente
nùmero di poesie d'occasione e di nazionali componimenti, non
che ad aprire un agone di comune convegno, fa ìnstitnito sin
dall'anno i 831 un nuovo Almanacco, il quale col titolo di Pamàs
piemontèis venne destinato a raccògliere tutte le produzioni poi-
tiche piemontesi èdite ed inèdite d'ogni autore; e quivi inatti
nel vòlgere degli anni successivi comparvero alla luce nnovi
graziosi componimenti di variò gènere di nuovi poeti nazionali.
Troppo lungo sarebbe il voler eniunerare le molte prodmdoni
in tanti volumi racchiuse, ben meritévoli di circostanziati com-
menti. Restringendoci quindi ai puri cenni che ci siamo propo-
sti, avvertiremo solo, come oltre alla ristampa di molti compo-
nimenti èditi di vari autori, il Parnaso piemontese contenga
ancora molti graziosi capricci del Pansoya, una serie di poesie,
ballate ed una traduzione delle Furberie di Bertoldo ^ di Cario
"Silva; alquante fàvole, sonetti e poesìe di Casalis e di Norberto
Rosa, col poema Don Chisciotte di quest'ultimo; itiolH compo-
nimenti in vario metro di Onorato Pellico, del Prof. Robiob,
d'Ignazio Santi, Luigi Bonis, G. Jano, Taja Croni, 6. R%ola,
Raimondo Ferraudi, De Gregori ed avvocato Pateri; un Diti-
rambo del teòlogo Merlo ; la versione piemontese dei primi tre
Canti del Dante, e varie poesìe del pseudònimo Aldo Marzio
Tuarda; la versione di sédici Odi di Orazio con varie poesie di
Maurizio Tarditi; ed un nùmero considerévole di componimenti
più o meno pregévoli di anònimi autori.
Gloriosa di sì ricco e nòbile patrimonio la letteratura subal-
pina, superiore a molte delle vernàcole, non cede il primato
DIALETTI PEDEHONTAM. 591
le non alla siciliana^ alla napolitana^ ed <illa veneziana per il
prestigio (Ielle grazie e dei nùmeri, ed alla milanese per la
bopia delle produzioni.
Un dialetto di tanta importanza, così per T intrìnseca sua
natura, come per l'estensione delle regioni ov'è parlalo, e per
la vastità della letteratura che possiede, non poteva restare
lungamente negletto per quanto concerne gli elementi fonda-
mentali onde consta, vale a dire nel lèssico e nelle formo. In
fatti, se dobbiam crédere alla testimonianza del mèdico Pipino,
sin dall'anno 1574^ Michele Vopisco publìcava a Mondovl un
pìccolo /^oca6o/flrio piemontese- latino ^ che lo stesso Pipino as-
seii d'aver veduto nella libreria del Barone Giuseppe Vernazza.
A dire il vero, non sappiamo che altri lo vedesse, oltre il Pi-
pino, mentre il solo Vocabolario supèrstite del Vopisco fu stam-
pato nel IS04 col tìtolo di Promptuarium ^ ed è piuttosto ita-
liano-latino, che piemontese, mentre anche le voci piemontesi
che vi si trovano hanno desinenza italiana, come: off oso, an*
cinzii, amolàr, per afrósj ancuuij amolè ^ e simili. Il Pipino
soggiunge, che l'Autore, nella prefazione a quel Vocabolario,
avvertiva, come molti autori avessero bensì raffrontate le parole
italiane alle latine, ma nessuno fino allora avesse imaginato di
fiurlo colle piemontesi ; ciò che darebbe a crédere , che realmente
quel Vocabolario avesse esistito. Checché ne sia, anche il citato
Promptìiarium può in qualche modo rlsguardarsi come piemon-
tète-iatinOj nella stessa guisa, che abbiamo citato come latino-
bergamasco quello del Gasperini.
Il primo lavoro di tal fatta , che veramente può dirsi piemon^
ie$ej fu intrapreso e publicato nel 1785 dal mèdico Maurizio
Pipino, il quale si accinse ad illustrare compiutamente il patrio
dialetto, instituendo un regolare sistema ortogràfico che lo rap-
presentasse in iscritto, fermandone le leggi grammaticali che
ne règgono le forme, e compilando una raccolta di voci alle
quali pose in riscontro le corrispondenti italiane, latine e fran-
cesi. Se consideriamo la vastità deir impresa, senza vernn soc-
corso di studi preliminari e senza materiali precedenti, non
possiamo abbastanza commendare il magnànimo ardimento del-
l'Autore, che volle inoltre corredare il soo penoso lavoro di
503 PARTB TERZA
alcuni cenni stòrici sulle vicende del dialelto medésimo doco-
mentati con antichi Saggi, con vari compoiiiuienli in prosa da
lui medésimo a tal (ine apprestati, e con una Raccolta di poesie
scelte da diversi autori, che racchiuse in un terzo Volarne. Ha
come avviene sempre a chi si accinge pel primo a lavori di tal
fatta, che richièggono non solo molti e molli anni di studi, ma
altresì la collaborazione di parecchi dotti, il Vocabolario del
Pipino non fu se non un primo Saggio proposto ai futuri, che
aspettava chi lo ampliasse e rettificasse.
Il bisogno d- un libro che col riscontro delle voci ▼emàcole
agevolasse ai suoi concittadini lo studio della lingua italiana, era
stato frattanto sentito ad un tempo dal sommo Alfieri y il quale
pure si accinse ad apprestarlo; ma l'anima fremente del tràgico
italiano mal s' apponeva alle pazienti indàgini richieste a quel-
l'uopo, come ne fanno ampia fede i pochi materiali supèrstiti,
che, raccolti religiosamente per rispetto all'Autore, furono pu-
blicati nel 1827 in Torino dal chiarissimo Luigi Cibrarìo, col
tìtolo^: f^oci e modi toscani raccolti da Fittorio alfieri, con le
C4>rrispondenze dp* medesimi in lingua francese ed in dialetto
piemontese.
Intorno a quel tempo, e propriamente nella seconda meli del
sècolo passato, un lavoro colossale sul dialetto piemontese venne
intrapreso dal mèdico astigiano Nicolò Gioachino Brovardi, il
quale moriva nel i796 senza darlo alla luce. Esso consta di
ùndici Volumi manoscritti in folio, nei quali, oltre ad una serie
di osservazioni grammaticali, tròvansi ordinate le voci e le frasi
piemontesi colle corrispondenti italiane, latine e francesi, e si
conserva nella Biblioteca della R. Acadcmia delle Sdeniein
Torino.
A sopperire alle lacune lasciate dai precedenti lavori, fl con-
te Luigi Capello di Sanfranco publicava nel 4814 a Torino
un'Opera in due grossi volumi in 8.% intitolata; DictioMwrt
jx>rtalif piémontais'fran^isj sìiwi d'un Focabulairc franpmétt
termes usités dans les arls et méticrs, ec. Il primo di questi vo-
lumi, oltre al Vocabolario piemontese-italiano, racchiude ancora
un Jpercu de noticcs etymologiques du dialecte incmontais (ffl'
près S€s rapporti aree le latin ^ Vitalien^ le fran^aisj TeffwjaoJ
DIALETTI PBOEVO.NTANI. 595
et l'aiKjlaisj il secondo porge Ì3K vocabolarietti lecnològici ap-
partenenti ad altrelanti mestieri. Questo pure, come agevol-
mente può scòrgersi dal piano dell'Opera, fu un Sag|{io più
elaborato e più esteso, anziché un compiuto Vocabolario: ond'è,
che nel successivo anno i815 lo studioso piemontese salutava
con gioja r apparizione d'un nuovo Dizionario pieoiontcsc'ita'
UanO'latino-francese che il sacerdote Casimiro Zaili di Chieri
publicò in Carmagnola in tre grossi Volumi. Ivi infatti l' autore
produsse tale un nùmero di vocàboli nuovi, di frasi e di pro-
verbi piemontesi, da lasciarsi di gran lunga indietro quanti lo
avéano preceduto. Ciò nulladìmeno non mancarono censori che
lo tacciassero d'inùtile spreco di tempo e di fatica, per aver
aggiunto alla versione italiana eziandìo la latina e la francese.
Ove peraltro si ponga mente alla stretta affinità del dialetto
piemontese colla lingua francese, màssime nella parte lessicale,
si vedrà quanto facilmente chi si accinge a lavori di tal fatta
debba trovarsi astretto a slmili raffronti, i soli che nell' idènti-
che radici gli pòrgano la precisa rappresentazione delle idteti-
che idee. Né meno ùtile al filòlogo, all'etimòlogo ed al linguista
toma il raffronto della voce latina, la cui consonanza o discre-
panza dalle corrispondenti piemontesi vale a tracciare un cri-
terio per le origini di quelli che ne fanno uso. Che se nella va-
stità dell'impresa, questa nuova produzione riesci alquanto im-
perfetta per ommissioni di voci, inesattezza di spiegazioni e
definizioni, e slmili, come ebbe ad avvertire acremente l'^n-
notatore degli errori di lingua, oltre che slmili imperfezioni
sono più o meno da imputarsi a tutti i Vocabolaristi, T Autore
pensò ancora a porvi riparo, per quanto era ad uomo concesso,
in una seconda edizione incominciata nel i 850, e compiota per
òpera del tipògrafo Barbié, còlto essendo T Autore da morte
immatura.
Frattanto l'implacàbile censore del Zalli e del Barbié, l' abate
Michele Ponza, dopo aver dato alla luce un plca4o Focabolario
piefnonlese-ilalianOj che dl^e di aver compendiato so quello del
Zalli, e del quale publicò nel i827 una seconda edizione, ap-
prestò un lavoro più vasto che vide successivamente la luce dal
1850 al i855. Ma sebbene sostenuto daU' òpera dei benemèrili
594 PARTB TERZA
che lo aveaoo preceduto, non ìsfuggì la giusta crìtica di molti
uòmini di lèttere che in separati opùscoli ne appuntarono alla
loro volta gii errori e le imperfezioni; ed appunto onde prov-
vedere a quest' ùltime V Autore publicava due anni più (ardi
un'Appendice al proprio Vocabolario, la quale racchiudeva beo
dodicimila voci e frasi non mai registrate per V inanzi. Per t^l
modo possiamo conchiùdere, che nessun dialetto italiano ebbe
tanti Vocabolari quanti il piemoutese ; ma ciò nuUadimeno tolti
insieme riuniti sono ben lungi dall' equivalere al comense del
Monti, al milanese del Cherubini, al veneziano del Boèrio^oai
romagnolo del Morri.
La stessa osservazione possiamo ripètere sull' anàlisi gram-
maticale, dappoiché mentre tutu gli altri dialetti italiani, isoli
i$*ardt eccettuati, mancano di un trattato, che ne ponga in chiaro
l'indole rispettiva, il piemontese occupò successi vannente gli
studi di vari eruditi, che si accinsero a svòlgerne le leggi foo-
damentali. Abbiamo testé accennato alla grammàtica piemontese
publicata nel 1785 dal mèdico Pipino. In essa l'Autore oeserra,
come prima di lui parecchi professori d'umane lèttere s'oeciii-
sero a far^ un alfabeto, una grammàtica ed un vocabolario per
uso de' Piemontesi. E poi soggiunge; ma non so guai sia stata
la cagione j per cui non mandarono ad effetto un disegno al
parere mio si plausibile j se forse non fùroìio ributtati e reipmiì
dalle gramsime difficoltà incontrate. Se quindi dobbiamo cré-
dere alla sua testimonianza, parecchi vi collaborarono prima di
lui, come senza dubio parecchi se ne ocupàrono dopo, onde
sovvenire al vuoto dal medésimo lasciato. In fatti, la Grammàtia
del Pipino ridùcesi ad un progetto ortogràfico atto a rappresen-
tare i vari suoni, e ad una serie di modelli di declinazioni di
nomi e conjugazioni di verbi, seguite da varie lèttere in prosa
piemontese. Non una sola parola vi si rinviene intesa a rischia-
rare la parte vitale del dialetto, ed a svòlgerne l'organisBio,
vale a dire intorno alla sintassi.
Abbiamo pure mentovato il lungo lavoro in ùndici volond del
Brovardi, che può dirsi una grammàtica ed una frasologìa pie-
montese; ma non vide per anco la luce, e si conserva mano-
scritto nella biblioteca della R. Academia. Nel quinto volarne
DIALCTri PEDEVOMTAM]. 59tt
delle Opere pienionlesi del PeyroD, che consta della versiuuu
piemontese deW^rte poetica di Boilcau, trovasi un ragionauioQto,
nel quale il professor Cristoforo Baggiolini annunziava^ conio lo
stesso Peyron stesse apprestando una Granimàtioa analitica e ra-
gionata del dialetto piemontese, secondo T Indole e la natura
del suo meccanismo; ma questo annunzio cotanto conformo al
pùblico desiderio, non si è ancora avverato. Una GramiiuìUca
pìemonlese-italiana fu publicata nel i837 dal valdese Enrico
Geyroet, che non ci fu dato di esaminare. Possiamo peraltro
pronunziare senza riserva sulla troppa esiguitii della medésima ,
dal sémplice annunzio comunicatoci, ch'essa consta di solo 48
pàgine in i2.° Era quindi a sperarsi, che il vuoto sarebbe stato
finalmente riempito dal Ponza, nel Donato piemontese'itnliano
che publicò neiranno successivo; ma prima di tutto il Ponza
in questo nuovo lavoro, come egli stesso confessa nella Prefa-
zione, si propose d'insegnare a' suoi connazionali a tradurrò
italianamente il proprio dialetto, applicandone le espressioni
alle leggi grammaticali dell'italiana favella; oltre a ciò, sovcnto
egli attribuisce al piemontese proprietà peculiari al dialetto na«
tivo di Cavour; ne procedette sempre colla débita circospezione
nel determinare le leggi grammaticali. Di modo che dobbiamo,
sebbene a malincuore, conchiùdere, che eziandio pel dialetto
piemontese una grammàtica analitica e compiuta é tuttavia de-
siderata dallo studioso.
Tale è lo stato attuale della letteratura piemontese, o piutto-
sto della pedemontana, giacché, come abbiamo ma da prinHpio
avvertito, i dialetti degli altri due gruppi non fùnmo {n veran
tempo coltivati^ o tutt' al più furono adoperati |k^ quakbe
poesìa fuggitiva d'occasione.
Vane riuscirono le ripetute wMnt in^Jaginì, bifide rinvefiire
qualche scritto negli cianati diaUdli mwa^tni, tra j quaJi ftf
gran ventura il trovare in qu^ll/> di IWtutfj^ tra i mmW Ui ^tt^r-
Une stampate per V^Wùfméi d un parrff^j^. tiUa ptfr^m^» ai 1^
tori nei seguenti Sa^ vMf:tuh ad un Wi^l/> aii^i/r» UMiU$
nel dialetto di V^otìU,
Tra i tnoTif^rrm, V ^UsH^ttArm^0 (/r<?*l/> Uh^AUt U: mt. U/nm
a qualche mm fA^itm, ^^xf^épiyf^/n; , •'^mtfi i^y^tK àsA H*|(|(i
590 PARTE TflUU DIALETTIPEOEMONTÀIII
seguenti, che insieme ai due Sonetti nei dialetti d'Aqui e di
Mondovì, formano, per quanto ci consta, tutta la letteratura
monferrina.
Ora da questi ràpidi cenni appare evidente, che la poesia
vernàcola piemontese ^ del pari che la lombarda e Vemiliamt
sebbene traesse i suoi primordj sin dal principio del sècolo XYl,
non ricevette un compiuto sviluppo, se non nella seconda meli
del sècolo scorso e in sul principio del presente; e che ogni
qualvolta fu coltivata da uòmini d'ingegno ed informati alla
scuola dei clàssici, trovò nei patrii dialetti queir arrendevolezza
e quella copia di risorse, la cui mercè potè raggiungere la spon-
taneità, la forza e T eleganza che si ammirano nei versi del
Calvo, del Rosa e del Brofferio.
CAPO V.
Saggi di leiteratura vernàcola pedemontana.
Gruppo Piemontese.
Dialetto di Chlerl.
1331. Siccome il più antico monumento del dialetto piemon-
tese ci viene somministrato negli Statuti sopra 1^ ospizio delta
società di S. Giorgio del pòpolo di Clderi^ cosi stimiamo op-
portuno premétterne un brano, non già come Saggio di lette-
ratura, ma bensì del dialetto di Chieri in sul principio del sè-
colo XIV, al quale il seguente documento appartiene. E poiché
non abbiamo veruna sicura norma dalla quale si possa desùmere
la pronunzia di quel tempo, cosi onde non alterarne in venm
modo le forme, lo trascriviamo letteralmente quale fu publicato
dal cav. Cibrario, nel II Volume delle Storie di Chieri.
Alo nom del nostr Segnor Yhu Xpst, amen. A Tan dela soa natività
isti , ala quarta fndfcion en saba, a ss di del mela de lolgn, en lo pien
e general consegl dela compagnia de messer saint Georz de Cher, a son
de campana e a vox de crior. En la chaxa delo dit comùn de Cber al
mod usa, e congrega el fu statuì e ordonà per col consegl,, e per gle con-
aegler de lo dit consegl, e per gle rezior dela dieta compagnia, gle qoal
adóne gli éren cn gran quantità, e gnun de lor dlscrepant, fait après
solemn parli che gli Infrascrlpt quatrcent homegn de la ditta compagnia
sècn el debien esser perpetuarmelnl e se debien nominer un bosplcll co
e bospicii dela compagnia de sein Georz. I quagl bomegn debien e seen
entegnu perpetuarmelnl consegler a dril e learmelnt la dilla compagnia
e I consol e gli bomegn de colla compagnia. E se el enlrevenìs, que Dee
nel vogla, che alcuna persona que ne fus de la ditta compagnia de quita
condlcion o stai que sca, feris alcun de la ditta compagnia, o veirament
fes ferir o vulnerer o veiremeot a fer la dilla ferua^ o velrameol dels
«1
Ji99 PARTB TSaZA
consegl ou favor, o se el entrevenìs de boa re enaint che alcun o alcafgn
qui DO fossen de la dilla compagnia, o com col o veiraoient prendo
guera coro lor, que gle infraseript quatrcent homegn de la ditta com-
pagnia seen entegnu e debien precizanient e senza tenor, porter e defe-
rir pareisament arme, zoè falcbastr, iuxerma o sea spà o maza e braial»
0 sea tavolaza, tant quant porterea col o coigl de la ditta compagnia,
1 quagl haven o avés la dilla discordia, e tant que la viodila se feis
de la ditta ferua, defin a tant, que col qui avea la discordia, o cbla
serea faita la ditta feroa, o qui ferea la ditta venditta o pas, ossea
concordia, pervenìs con i sol a andèr e retornèr e estèr con col qui
avea la ditta discordia , e col encompagnèr; a la qual vfoditU fer colgl
quatrcent homegn e.cbun de lor seen entegnu e debièn precisameat cn-
^r ardoign (i) de la dila compagnia, e etiamdee fer e percorèr con eSet
con coigl de la ditta compagnia que la vindita de la percussion que se
ferea a coigl de la ditta compagnia se faxa e se debia far semigllantement
Oltra da zo ayant espressament dit que se entraveness que alcun qui ne
fos de la ditta compagnia ferìs, o féis ferir, o fos a fer cola percosion,
0 déis coneelgl eitorl o favor, o vulneràs alcon o aleolgn de colla com-
pagnia^ e col 0 colgl de la ditta compagnia qui seen ferui se vendìcas-
sen, 0 féissen la vinditta en mod de lo dit malefici en col o coigl qui sea
en alcoign de cola parentela, qui no fus de cola compagnia que o rezior
o sea i rezior de la ditta compagnia que serea enioura o que aereo en
cola compagnia, e gle omen de cola compagnia e la ditta eompagnla seeo
entegnu, e debien precisament e senza tenor, e sol la pelaa e band de
ceni lire de astesan per chun rezior, extraber e fer extraber de Taivéir de
colla compagnia, col o coigl qui feren la ditta vinditta ^ e I lor cotvlter
varder senza dagn , o fosen i dit coaiutor de la ditta compagnia, e no, e
In se fer oura cum efet e compir que ossea dan, e se debia der a col, o
a coigl qui feren la ditta vinditta, bonna pas e ferma ooncordia eonlrt
coigl, centra i quagl serea faita, e con tut gli altre de la lor parentela, o
fossen, 0 veirament no fossen de la dita compagnia, e lor costrenierafer
la ditta pas infra doi meis poi que la ditta vinditta éerea falla per la vi-
gor de la ditta compagnia, e se el enlreveniss, que col o coigl eonCni el
qual se ferea la ditta vinditta, e colgl de la so parentela, o sea de b lor
parentela, o fossen de la ditta compagnia, o no, no vorressen eoosenlir
en la ditta pas fer sarament, e sot cola meisma peìna metir la man a Tar-
ma prest e robustament, e corer centra coli qui ne voren consentir es
la ditta pas, e lor tuit en tuit mod qui poran costringer en zò qui fszei
la ditta pas, e cola pas observèr, e seent entegnu perpetuarment ineorota
f n se, e en tal manera sea costreit per col e tuit gli aire de la eoa pireo-
lela a far la ditta pas, e a lenir cum effet per lo rezior e per 11 rezltr de
colia compagnia, e per la compagnia suditta; que ae col o eolgl de tee
(I) t'tè |U allri.
DIALETTI KUDMNITAM. ttl^l^
parentela ne volessen far la dilla pas, o falla lenir, que o rttior, w Ma 4
reilor de la dilla compagnia e eolla cOmpagtiia 9ca enief nu pr^lMNirnl
vastèr enconlenent I soi ben enleramenl, e minch an, e l^nir vwitè pvr»
petoament soe chassa, vigne» choiv e prai (i), do ci a Uni qua i avartn
ooDsenli en la ditta pas; e se alcun de la ditta soa parenltla poi qua I pradll
ben fossen vasti, deissen alor alcun consegl eitori o soitcgn |>arelaaincnl
o privià (a), que i ben de col o de coigl qui doran col tal cou^ogl eitori 0
favor, le debien lenir sempiglantmcnt dcvantcr o tcuir mlncli an vafttari
in se com el è de sor (s) e dit; e se alcuna persona qui fosspn do eoli
eompagnia, o no, fossen deis o feis alcun mal o injurla on la perioni*
vo (4) en le cosse de col o de coigl, qui ne voron far la dUla paii qua
cola tal persona qui averéia dait col mal sea cxtract seuiiglunteiutini soma
dagn per la ditta compagnia, e eciam dco conserva. I quagl qualrrent tuta
vote, e chuna vota exiuint a lor o comanda, o cri& , o veirament alcun aulr
aegn ordonà a fer de la part del reiior de la ditta compagnia, a ili qui va*
nìasen a lor con arma o senza arme, qui debien venir ao loo («) la onda lo
dit rezior, o sea i rezior fossen, o là onde 1 ferien crièr UmIi cbuna CMif«
a fer par acompir le dlssorl ditte cosse e 1 lor eomandament, « col qua
a lo dit rezior ossea i rezior piatirà, e l'onor « to profli de la ditta iOM«
pagnla per la vertò del tarament e tot la pdna e band de % lira da mUh
san per chnn e per cbana vola, e edam de portcr Tanna tant quanl a
lo dit rezior, o sea gli rezior de la compagnia neen anlegnn, a il«bf«fff
mincb an del meis de luign fer appelèr e rezerebèr lo dit hiMpIrl da I dll
qoatrcent; e se el entrevenìsa qua alcun fos mori, 4b Osr « surofar un
aotr bon e sofficient en lo de col dit passa de eosta vita praaenla^ Itn4
qoe sempr mal lo dll bofplci renagna en (a enferà quantità e némw da
qnalrcent; I quagl qoatrcent debien Jnrer de attender e da iàmr^kf enm
effel Iole le predile e singole cose e qne toit f qnatreeftl ablen U^ eaew a
rama de seinl Georgz; le qoagl Iole e %\p%ìM, um€ vanfla» a %t%nm, é
ae debian perpetoarmeinl obseripèr per lo riayjfr, oaaaa par U rexiaf é0
la ditta compagnia, e per gU uoìver^ omegn de e4>lla aaaapafnla lil#*'
script a la votontii «» decLiraeion ^émper de eoi a de eoi! qui $r9erkB kr
discordia in «» f om el é dit de^«>ri ; e de i^tAr» part se foxa e ^ deM»
fer poblie ìnstmaient a elMifi q«f vtJi, \t% qmir inairoMat «mipr ^ da«
bla obaervèr in «», eom Vel predic eapitol m Iro^aa seripC en fa t«ifè»
di capitar de mia «rompagnia in ^ fnm ^f ailr eapiMr de la MmptifMm^
e se alcnn feis, dìtn^ (ì venin tuwif* U predila, #v Vienna delle predila
coaae, qne o lea le r<*piita e «e piwaa appelèr de ruil (rMtAr e rebèf 40
cola OMBpaqnia. e «•iinfra enl ^ p«vwi e «e deMa pmeeer Inai, eani m a
i^to fi opra»
tal 'alfiMi w
i
000 PARTE TERZA
Pavés mclu la man eii alcun' om de la dita eompagnla. La qval capltor
sea frem e precìs, e ne se possa remover; ma se debia per ehan reziòr
0 reziogi e òmegn de la dita compagnia attènder e observèr sot la pelna
e band de vint e v lire de astesàn per cbun e per chuna vota» otri tale
le altre e singole pene quc se contènen desorl, nelnt de melo remanèiat
tuit gli atre capltor tle la dita compagnia en col qai fossen pi fori en lor
fermeza, en col velrament que al present capltor fos pi fort de gli altri
8ea derogatori vo otra dit; e excepta que si alcun de la dita compagnia
stasént for de la jurdlcion del comun de Cber aves discordia con aleno
0 alcolgn qui no fossen de €her o del poelr^ que Io predit capìlor m
abla loo quant a portèr le arme, en le altre cosse velrament remagoa en
la soa fermezza. Amen.
Nello stesso Còdice trovasi Tolgariczata la fòrmola del giura-
mento che doTèano prestare i rettori della suddetta sodeti di
S. Giorgio. Noi lo trascrìviamo, del pari che i precedenti Sta-
tuti, letteralmente, eccetto qualche leggera modificazione orto-
gràfica atta ad agevolare F intelligenza del testo, e lo porgiamo
qual monumento prezioso dei primi tentativi fatti onde trar fuori
dai vnlgari dialetti municipali la lingua àulica nazionale.
Fòrmula del Giuramento.
Vos domini rectores de la compagnia de messér safnt Georz e del pò-
vor de Cber el vostr sarament sera tal : o Jureral al seignt De e vangere
de rezer e de manténir a bonna fai e senza engàn ni dol, le cosse, le
persone e le rassótgn de la compagnia de tuta vostra possenza e forza,
Juxta 1 capltor e gli Slatut de la ditta compagnia, e mancant capitor, o
sea statut secónd le bonne usance aprovàl, e capitor ossea consoetudco
mancant second le lai romane tant e se denàr, o sea celns o rassoign de
coUa compagnia perveràn a le vostre main, colle tagl cosse salverai, e
feral sai vèr e vardèr; e cola tal monca e rassoign no lasserai occapèr a
gonna persona, né de colla fera! alcun don, e colta compagnia e 'nrezi-
mént lasserai second el mod e la forma del capitor de cola compagnia.
^cjurabunt, etc.
SalmBseve»
1400. Dall' universale naufragio in cui perirono tanti preziosi
monumenti del patrimònio nazionale non pochi sopravlssero sino
ai giorni nostri, comecché inavvertiti, o sepolti ignominiosa-
mente fra le misteriose latebre degli archivj. Per buona ventura
fra la massa compatta degli inerti salta fuori talora qualche
DIALCm rtMOKNVTA:!!. 901
magninimo intraprendente, che ranolAmiovi ptT entro « w 9%\tfkt^
preziose memòrie e mette in luce notiiic^ che tutta $fnn\<M|^no
la mal connessa e mal digesta dottrina procedonto. A provarci
l'anzianità del dialetto snila lingua italiana eiiandlo in Sahiiao
a' piò delle alpi, venne pochi anni sono avvertito da (]«rlo Mii*
letti, editore delle Memorie slorico-diploniafichr apfìnrhnputi
alla città ed ai marchesi di Sahtzzo di Delfino Muletti^ un CA*
dice prezioso del sècolo XIV, nel quale trAvansi rncchluHi Im-
portanti Saggi degli incunàboli della lingua itnllnnn e dcil illn-
letto allora parlato in quel remoto àngolo della nonlra penUoln.
Questo Còdice è un vecchio uffizio dei conrralolli della raiui
di disciplina in Saluzzo, ove oltre ai Salmi ed allo connuote proi*l
latine, sèrbansi trentadue laudi nell' incòndiio italiano dol iòcolo
di Dante, misto di parecchie voci vernàcolo picmontDti, o dio*
ciotto orazioni col titolo di recomendacione» , in dialetto MluaS'
zese dello stesso tempo. Lieti quindi di poter offrire agli «indiai»!
un Saggio cosi dei primi passi di nostra lingua , come doli' aO'
fico dialetto talnzzese, traseriviamo qui appreso ttna iaerizimii
composta di quattórdici versi marteUiani rimati rbe^ olfrif al ri'
tato còdice* lèggesi ripetila con alarne variafiti «opra im mm^
dlmpato della diiesa votiva già eretta dalla picfii ikri VnAmojmh
a S. Sdnstiaoo, neiraoM U03, io oecsMiMe if fma ^f^»AUmM
desolairke. A qneafa poi tdggjttngjaiM» alcMie delle tMMrf^ale
l*f.rktimt.
Cbt ai» mm ««inr à m^ timi» ^ 4tt ii^$i¥ 4Mm tm/tmr:
( I ■ It» jMHk. : : '/Vi»»»vf|/s
^
Ì03 PARTB TERZA
Ormai, Segnore verase, — i ti voglio senrire,
Le toe brasse (i) vòglime ovrire — a resév lo pecalon
Re$éve Io pecatore — che a te vene suspirando;
Kn le toc brasse, Segnore, — me melo sospirando;
Marsede i ti dimando, — no mi far più penare.
Dame on pòc a assazare — de lo tò doze amore.
Orazioni
neW antico dialetto saluzzese.
In nomin$ Domini ^ amen. La posansa del Pare nos confòrt, la sapiensa
del Figllòl si nos amèlstre, la grasia e la bontà del Spìrit Salni si alumeì
gli nostre cor.
Begl Segnor e Freili e compagnòn , hic incipiunt recomendacUmei,
Noe se tomerema (s) devotamént al altisslm De nostre Segnór Jesn
Crisi, da qual vènen tuli gli bln e tute le grasie, cbe nos n^à dàìt gra-
sia cn cast l)enéit di de fèr questa disciplina, ch*el nos dea grazia cbe
noi la pussèm e voglièm fèr a tuli gli temp de ia nostra vita al so los (s),
onór e gloria, e Si recordamént de la soa santissima passlòo, e a esmen-
damént di nostri peccai^ asiò cbe quant noi passerema da questa misera
vita, ei nos condua tiilt a la glòria de vita eterna. Amen.
Ancor se lornerema a Jesù Crisi verasa lux, ch'el debla lllumioèr io
cor de la santità lo papa e digli segnór cardenali, e di rei e di prinii
segnór lem poràgl e spirituagl, e spesialméni de mesér lo marcbis de
Salusso, chi au a rézer e vier lo pòvoi Cristian; che el lor dea grasia
ch*i lo possen pasifichèr e consegllcr, rczer e vier per tal manera, clie
sea los e glòria de De, e salvaroént e accressamént del pòvoI Cristian, e
recruamént de quella sancta terra de etra mar, là ond Jesù Crist fu mori
e passiona per gli nostri peccai. Amen.
Ancor preereoia nostro Segnór Jesù Crisi e la gloriosa Vèrgina Maria,
cbe per la inlerc<*zión del gloriós màrtir mesér sanct Sebastiàn , voglia
defender e vardèr tuta la fidella cristianità de morb e de epidemia: spe-
sialméni quest pais, questa villa e questa fraternità e compagnia, a siò
che noi pòssen fer òvcre meritorie, le quagl séicn los e gloria de De e
salvamént de le nostre ànime, e bon esempi a tùie àitre persone. Ameo.
Ancor farema una spesiàl preera a nostre Segnór Jesu Crisi per nostre
consegliér de la comunità de Salùsse, che a l>é piaza de dògli grasia,
ch'i la pòssen consoglièr, rczer e govcrncr in tal mnnera, ch'^el sea los
e gloria de De, e salvasión de lor ànime, lant che la dieta comunità possa
crésser e mulliplichcr. Amen.
(1) Brrftcia. (2) Volgeremo. (3) A sua hnlr
DIALETTI PEDEMO^Alll. 003
Noi se tornercma n la gloriosa Vergcna Maria , fontana dc^rasla, con-
fòrt e spcransa di pcccalór, che el gli plaxa de prc^r el nostre Segnór,
per salvaslón de tuta la umana generassión, e che la gli debia apresentèr
questa prcerm, che sum encói avue faite en cbesta casa, e per tot Tunl-
vèrs mund per la soa sanctisslma pietà e misericordia. E asiò che la glo->
riosìssiraa e benignìssima mare de De nos oda, più tost de chcste cose e
si dirém en soa reverensia una Salve rerjina, ec.
1410. Sebbene considerato qual componimento poètico, del
pari che siccome Saggio di lingua^ non valga a prestarci ve-
runa autorévole testimonianza , ciò nullostante non possiamo di-
spensarci dal produrre la già da noi mentovata Canzone sulla
resa di Pancalieri alle armi di LfOdovico principe d'Acaja; que-
sto componimento fu inserito nel II Volume della Storia dei
prìncipi di Sa^oja del ramo d^Àcaja (Torino 4853), ove l'ab-
biamo attinta.
Che lo Castel de Pancalér
Che tùit temp era frontér,
E de tùie malnestàl fontana
Per mantener la baazana,
E al pais de Peamónt tratèr darmage,
E li segnùr de chel Castel n^aven lo corage;
Ora le bon princi de la Horea, Lais
El li à descaiÀ, e onorevolméot conquis,
Che o grà io ost férma,
E tùt entórn envlronà
De gcnt da pè e de gent d'arme
Unt'érent trèi coglàrt, e quatre bombarde.
Ma per la vertui de madona Luisa, \
Chel caste! à cambia devisa,
8i che Pan Mio, circa le <a ore.
Lo mercol a' di vini nof de ottovre,
Chil del Castel se son rendu.
E ala merci del dit princi se son melo,
Che gli a de dintre soe gent manda ,
E la soa bandiera sùra lo castèl àn biità;
La qual naia banda broua à traversa,
En ciiant aule vós: \iva lo princi e part versa,
AI qual Dio per la soa bontà
Longamcnt dea vittoria, e bona santa.
Amen.
À
60^ PAKTI TERZA
Ptenioiitese réisttco.
i5K0. U solo componimento che ci fu fatto rinvenire in Sag-
gio del dialetto piemontese alla metà del sècolo XVI, si è una
Comedia Pastorale di Messer Bartolommeo Brajda, nella quale
introdusse fra gli interlocutori un Villano che parla in rùstica
favella. .Comecché esigui e di niun valore, per mancanza di
migliori materiali, onde riempiere questa lacuna, ne produ-
ciamo pochi versi:
f^illano.
E vogli andè trovè qualcun
Che me mostra a bin parie,
E sor tut a fé l'amò.
(S* abbatte in un cortigiano.)
Bon di ve de, me bel signó,
U me simiglie tut in srgalànt;
Per cert ó dei esse anamorà.
Se l^antandmént ne m'à angannà;
O sei col che vogni cercànd ,
E ve pri per sen Bertrand,
Che me mostri a fé l*amó,
8e ne fùs pà si bin comprés
Ne bin vestì me vegbessi adès.
Basta che ne gli è cosa and' ne me fica.
Torinese.
1706. In sul princìpio del sècolo XVIII, come abbiamo altroTe
avvertito, fu publicato in Torino un poemetto col tìtolo: Vjirpa
discordata j nella quale sono descritti i fatti principali dorante
l'assedio delia città di Torino negli anni 1705-6. In Sag^odel
dialetto piemontese a quel tempo ^ basti che ne produciamo la
prima parte, non permettendoci la lunghezza e la melensègine
di quel componimento di pòrgerlo per intero.
DIALFITI PEDBVONTA?!!.
609
L'Arpa dincai^data
nella prima e seconda venuta del signor Duca della Foglitula
sotto Torino.
Are pur venu el cas
Al me cavai Pcgàs
De parie de la tragedia en suscìnt
De Fan milèslm set centèsim quiot^
De pième un pò de spass,
Esponènd el tremolàss
D' una man di Turinèis
A r arif di Fransèis
Vcrs Civàss e la montagna,
Paìs antìc de cucagna.
O Dio! chi podrìa racontè
La gran fùria de mene el pè7
Tut el mond era de trot
Pr emballè i so fagòt,
Camise e llngiarìa
Con la pecitla famia,
A de partì a la mojér,
Cbi per le bande de Cbèr,
Cbi per Carmagnola,
Al Mondovi, e Salussola.
Ed somma i pi gottósi
Deventavo genero».
Ho 8' vedeva cbe Calessànt
SO e giù andè giràni
Con la patròna e la creada,
E semiava, cbe la Fojada
A j caminàss da ré
Per sparèje qaalcli morte.
Arcomandàodse ad àula vos
Al prolelór dei pauró^.
Per tute quante le vende
Se vedio de caro««e eomùe
Caria de servente e d'arvendjòire.
D' aramine, caMÓi e scàmòire;
E me sautavo mille rabie
De vèdie ancor en e/^ìt ((;kt>i>
Con de gran creale en fe^fa
Da porte el dì de UtnU ,
Con de manto fait a bo#Mia man
A garofo e tali pan.
M' èlo pa dna vergogna .
Vende el lard e salàm de Bologna,
El ginmbón e la vonlrritca.
Lingue sala e sautiMa fresca
E volèi gire con tante masclie ,
Con tante pompe, tanto frasche 7
A j era iina con la vontaìna
Mcza morta de cagnina.
Cbe plorava conr una vi
De chittè el so car mari,
E quas Favèss su T estomi
iìn canon de MonsG Vandomi ,
Se sfogava en coste parole
Veramént compassionose e drole.
Abl me car omo, t'àl bin tort
D' slè en Tùrin spelò la morti
Ob 1 cbe poc giudlii
De fòte bombardò per caprili,
E d'esser causa, che mi tornànd a cà
L'abia d'andò sa e là
A sercbeme un autr spós
De buona fama, condliión e vòs!
Mi non te podrìa mal lodò
De volòite fò »bùdlò ,
0 da buon, opùr en fata
Da quàic bomba, o quàic baia.
Sia maladét el tò eoragl.
Che sarà cao^ d*an àolr OMirlaflI
5el ^entì ro^ti piór
L'n'àutra de buon amor,
£ mi, dlM, ch'i ò U^nà me pare,
1 m^ fradéj e la mia mare,
E cDn tra lo i v>n de bona fèja,
e ne fas pò lan la mene)* t
Mediànd eb' I pmaa andò
G6^la «èira a Monealé,
PfiT m'emporfa die mmaMe
f.hf hn i Fran^^ de ^iie eareaMe.
h4 il a p'x; i vedo a eiMipan
Lo moilas, ma pmibì ,
tn^ fomna veglia da dól
^ *''*^»i (ì' nn beiilìol
605
PARTE TERZA
Con due gran sacchcKc
Piene de scàtole e de cornette^
De sorlól e de brascière.
Flesse, corset e Hienagere,
Fissu, collaretle e manción,
Ch'a l'ero (ut ei patrimoni
De cola bruta demoni.
Poe aprèss arriva una carrossa
Tira da un cavai e da una róssa,
E dentr madama Poetila
Con madamisela Cbila,
DIsènt la santa corona,
E vestie ala buona
Ben e bin aplicà
A pensè ai so pecca,
Credèndse i;ier camin
De vede a brusè Turin,
Pressànd el viturin d^andè de trot,
E guardèse da TAlbergòt.
Giùnt ch'i fur a san Salvari,
Quanti cofo, e quanti armari!
E benché fùss di de lesta
Se scapavo dia tempesta
Certi spadassin de prima riga,
Gente sensa pensé e sensa briga,
Cent da poc, e gent da oént.
Coi capei borda d'argènt,
E piavo le viette
Come tante fomnette,
E credo che da per luti
A temèisso quale cosa de brutt.
Olà, Signori Messiù,
Taja-cadenne, zerniblu.
Dov'è la gloria e l^onór
D'artirèse vers Cavór?
Ma andèvne pur gente da cagarela,
Endégn de porte la cotela»
Andève a sconde In l'Cìa periis
Con la roca e con el fus»
E leve ve coi bar bis
Che ve stan sot le naris.
Per fé de scandescenze
Fuor de le buone ocorenie.
ec. ec. ec.
1746. Il brano seguente fu tratto dalla Relazione dell* assedio
della città d'jélessandria e blocco della cittadella d^esea soste-
nuto negli anni 174^5-46, scritta in versi piemontesi da un eoo-
temporàneo.
Acostéve bella gent,
E tcotème tati aiént;
I 8on dame l'atenslón
D' fcve un pòc la descrisión
Dia cativa e l)ona sòrt,
D'Alessandria e d'sò fòrt
Per l'assedi e bloc sostnù .
Con valor e gran virtù.
I Spagnòi uni ai Franséls
A son stàje sot sinc méis
Per fé nén eh' i fanfaluc ,
E poi yédse a sta s' un sue.
L'è prò vèi, eh' la sitadela
L'àn biìtala a la copèla.
Col pensè d'fèsne padrón
Sensa gnanc sparè un canon ^
A rasón a credio mai
De trovè el marchés Carài
Così pràtic del meste ;
L' àn pensa eh' a dvèis nén stè
La metà d' lo eh' a F è stàit,
E Ioli poi fussa fàit.
Che pia ben' per la ganaasa
I armetèisa pòi la piasaa.
Ma credèndse d'esse al bon,
L'à bsognà mné '1 petandóo.
Pie '1 bavùl con doe man
Abatù com tanti can,
A troverò un goernatór
Ch' a fasia giùst per lór;
Ma fa nén, Tàn pà pera tùt,
Bin eh' a sio resta briìt brut.
DIAUETTI KnCMO^TA^I.
M7
Quand a T àn de^G chitc
Le trinccrc su doi pè.
Stavo alégher, ma da amìs.
Che d* frango! e die pcrois
A n'ali piane pa Un pòc,
Fin eh* a Vh dura col blóc.
L^ era giusta la slagión
9^ fène bona provisión ;
L' è per lo eh' a j rlncresia
De devéisne tire via.
A s* faràn mai pi si arlónd
S'^andèisso bin al fln del mond.
Porsi adès Tavrio die stent
A pose per si i so denti
Bla venómo un pòc al fàtt,
A conte coma Tè 'ndàit
Tùt Tafè con realtà.
Prlnsfplànd dala sitli^
Giùst el bel dì d' san Brùnón
Son venù fé i fanfarón;
Ma con tuta furbarìa,
E fracàss d*mo«cbetarìa,
Vers fi baslión d'san Ifartin
Con un strèpi t sea^a fin.
L*àn sliidiÀ do vnìo d'noil
Sili pfAS^ d'sorprt^lidr \^\ì
Tiìll coi dia guarni^òn,
E eh* a fììsto sì tomiNn,
Cosi garjt, co«ì miìfì*
A lassrso pi^ *ndìirmi;
Ma '1 dis^gn »n t* ot p) bi^l
kVh 'ndntl sii dM fornM
An t'iln prit «ttinrl d*nra. n latti
Tiiti I nostri vigllànt
A marcerò n pirt so posi;
E Irovàndso liìt dispAsI,
A I kn fàjn tant fo adòsii,
Che J &n fln brii^i^Jit I ofn^
E 'nt un orAf e forsi mane,
A J &n fije sbflll I fl&nr(
Ch'el ranAn d' nostra fort(*<«n
k l k tnuje la rairff«sa ,
Sen^a la fflosrhetaria
eh' a n'à fhnH n« cìijla}
Cosi furo con s^i nmite
Obllgi a fblt^ Vtiihf.
¥.r., pt. $tf..
mitdmtU M nMmmmm e ^WSÈwm.
1780. n primo %cnVU0rt piemofit^M tht M4k^h lì pitlt^h
dialetto ad tle^nzai e dignità dì fnmie. f/mm aMvamo ^9^-
iito nel precedente Cap^. ^i fn Fahate Sìhfo tUflm. def qnstUf
abbiamo anche riprodotfù on gnxìr^u^ S^^nefto. \ m^^^io ^ìMM
statare la ^nfaneita del ^oo lèpido in^e$(no troviamo acconcio il
sogj^ùn^er*» ani^ara l'alfro Soiu^Uo. da noi mcnfo^alo^ per im ii^
ceodìo. mflienu» :)l1a ^er^ione prej^*> clw», letterale del mcd^^
Simo, nel iìalct:!) ii FJv^ prt^prio dcITa valle ^ Mbcra^ d'a*
nònimn aufor>>. ?ftr fai modo. Insieme ad nn SajQ|(o poetico ^
qnest allìmn 'iiaieff*). avrà il lettore im &cile ratfl^oiilo fra il
medèsittio »*d .1 iuin7y.»*!ip>
608 PAnTK, TERZA
In occasione d'un orribile inceiìdio
suscitatosi per colpa d'una vecchia squarquoia
denominata Margritassa,
Sonetto
I giari a Tero lì eh lèi eh' a ronfavo,
Cogià ant fin gran pertùs vsin a un legné;
E ant cól moment, ehi sa? forsi a segnavo
Omessi entra ant quàic dispensa, o ant quale grane.
Maramàn , quand a l^ è eh* mane a j pensavo ,
S'son sentìse ant un nén tutti a brùsè.
Garra! so-si Tè '1 lo! Garra! E tentavo
Con i barbìs rafì d' podéi scapè.
Ma, povre bestie! a Pà venta stè lì;
E 1 pare, e le masnà, e le giarie Incinte,
E 1 giari da marie, tutt Tè rusti.
Oh! che malori Quante famìe distinte
In linea d' giari, eh' noi I avio pr si
An causa d*Margritassa s' son estinte!
yertione del medésimo Sonetto d'anònimo autore nel dialetto di El^^
I giari éron achi chièt che ronfàvon
Coiglà ant un gross suciér vsin al villàr;
E a quel moment, chi sa? forsi I sumiàvon
D'esse entra ant iin selllér a raspignàr.
Haramàn, quant che mane I s^u pensàvon,
I s'son sentu ant un rèn lucci a brusàr.
Gara! èi,.so-lsi ès lo fuècl E pé tentàvon
Abu i barbìs rasi d'pulér scapàr.
Ma, pàures bèsties! Cialia star achi;
E i paire, les meinà, glàries provistes,
I mendic da mariàr, tut es rusti.
Oh ! che malùr ! Quantes avém mai vistes
Famies de giari oh' nus avìon pr eisi
Brusàr per Garitùn cma tantes ristes!
1700. Il sommo tràgico italiano Vittorio Alfieri non isdegnò
talvolta di far uso nei propri versi del patrio dialetto , come ci
attesta il seguente Sonetto da lui dettato contro alcuni seteri
censori delle sue Tragedie.
DIALETTI PEDE«0?ITANI. 600
Sonèt d* iin Jstsàn
un diféisa d' l siU d'tòe Tragedie.
Soo dur, lo so» son dur, ma I parlo a gent
Ch'àn r ànima tant mòla e desiava,
di'* a rè pa da slupi, se d'costa nià
I piaso apcnna apenna a Turi pr seni.
Tutti s*amparo M Metaslasio a meni,
E a n'àn Porie, '1 cor e 1 ol fodrà;
I eròi a i volo vedde, ma castra;
X t ràgie a lo volo, ma impolènt.
Pur i m'dugn nén pr vini, fin eh' a s' decida,
S'a s'dev tronè sul pale, o solfeglè;
Strasse ^1 cor, o gatiè marlàlt Porìa.
Già ch'ani cost mond l'un dl'àutr bsogna eh' a s>ida,
I ò un me dubtèt, cb^a voi ben ben rùmiè:
STè mi eh' son d'fer, o I Itallàn d^potia?
Torinese.
1785. Perchè lo studioso possa meglio conóscere le forme
del dialetto torinese in tutta la naturale purezza, colla quale
era parlato sullo scorcio del passato sècolo, stimiamo opportuno
soggiùngere un Discorso in prosa del mèdico Pipino, ove la lin-
gua non è in verun modo forzata, né dal ritmo, né dalla rima;
a tal uopo, tra le varie lèttere proposte dallo stesso nella sua
Grammàtica a Saggio del proprio dialetto, abbiamo preferito la
seguente, poiché vi ragiona sull'indole del dialetto medésimo,
sulla sua importanza e sugli studj che furono anteriormente in-
trapresi per diffónderne la coltura.
LUra d' Discara.
I lo 80, me car amìs, eb'a J'ò motbèn eh' a rio, cb* a s'tMidino, ch'i
m'sia biitàme a voléje mostre a scrive, e a voléje de d' règole sili parie
piemontéis. I so, eh' a j'è motbèn eh' a dio, ch'i nost lingoage a l'è 'n
patoà falt tut d' parole cujìe e ramassà quasi da tute le nasslón. Ma, Dio
bon! E a m'erdne forsi ch'i sia cosi al scùr, ch'i n'sapla nén, chMò eh' a
8' dis dai foreste dia nostra lingoa, Tistéss a s'pol dise d'tute? SM Isómo
i prim autor, ch'a Fan comensà a scrive '1 Franséls, i trovóma ùn'infi»
nità d'parole, eh' al' ora d'adèss i antendrio pi nén; d' parole ch*a l'àn
ramassà deò lor un pò dai (La, un pò dai àitri. 8M volóma esaminò 1 prim
610 PAaTB TsaxA
Italiàn^ com sarìa Cino da Pistoja, Dante da Majan, Fra GuUón d'Arés,
e poi motbèn d'eòi ch'a Tàn scritt aprèss a lor, quante parole j'incon-
Irómne provensale e latine? Voi di, eli' a j^ è poi nsun mal, s'el Dost parie
a partecipa prinsipalmént dritaliàn e d'i franséis, doe lingoe a nostri
temp ben bele e ben famose pr i gran scritór eh' a j'è slàje. Seve quala
rè '1 mal? 'L mal a l'è eb'el piemontéls l'à avù la disgrassla d^esse poc
stima dai foreste, e trascura lùt-afàit dal stess nasslonài. Ma, t ut curi,
un à tùt quand un poi esprìme con un lingoage comM avóma no! futi i
nostri sentimént con natii ralessa, con forsa^ con grassia, con nobiltà.
I so dcò, ch'a j'è monsù d' Montagna ch'essènd poc informa die qua-
lità d'I nost dialél, a na parla nén trop ben, e dis: Qui «i parla ordina-
riamente francese j e pajon tutti molto divoti alla Francia, La lingw
popolare è una lingua la quale non ha quasi altro che la pronunzia ita-
liana; il restante sono parole delle nostre. Ma i voi gnanca pième 1
crussi d'riprovèlo, prcbè cb'avansa una cosa chM crdo ch'a j sia nsun
ch'a conossa nén, ch'Tà pia dcò si 'n scapus, com' a n^à piane Unti altri.
Per mi i 5 senpre ordii , ch'el dialèt piemontéls a fQssa non solamént
preferibil a qualonqu'àutr ch^a J sia 'nt l'Italia e 'nt la Fransa; ma ch'a
podéisa 'nt quàich manera compete con la lingoa franséisa» e con Tistessa
italiana, prchè ch'la nostra gent d'Cort a l'àn sempre usalo, bench'a sic
tutte prsone ch'a san e l'itallàn e 'i franséis ugualméni coma '1 piemon-
téls, e ch'a l'àn bon giist; e l'è siciir ch'a l'avrìo nén spetà adèss a
sbandi '1 nost parie da la Cort, s' l'avéisso nén podù esprime al yIt, eoo
proprietà, con polissia, con precisión ogni cosa ch'a] podéiasa capile,
e sM'avéisso nén stimalo iin parie nòbil e propri d'iina Cort tant rispe-
tàbil, com l'è la nostra.
Cóst a rè '1 motiv ch'i m'je son afessionà, e ch'I o dàlt d'man bea
volonté a fé cost' òpera tan fastidiosa, massimamént pòi quand i ài savò
ch'9. A. R. la Sora Prinsipessa d'Piemont, con tut lo ch'a sapia a la per-
fessiòn la soa lingoa cosi bela, a l'à pia genio al nost parie, a' l'è fasto
mostre dal so prinsipi, e l'à ^nparàlo tiit ant un nén dì'manéra, ch'a
s' spiega cosi ben, com'i posso spieghcse noi, e a lo parla con piasi.
I osservo dcò, ch'a j'è tanti e tanti d'i nostri Vosco selànt, ch'a l'àa
arcomandà, e ch'arcomando ai so pàrochi d' prediche an piemontéls,
prché chTàn ricouossii, e ch'riconosso da una part, che con '1 nost
parie a s'pol conserve la dignità con la qual devo esse tratà le cose sa-
cre, e ch'a n' manco nén d'espressiòn pr caparèse la benevolensa d'i
uditòr, pr de adòss al vissi, pr anime a la virtù; da t'àatra la necessRà
eh' la parola d-ldiò a s' promulga d'iina manera ch'a sia a la porta d'talL
E in fati com' mal vòle, ch'antendo l'itallàn tante fie e tante fòmne, tanfi
fiòi e tanti omini ch'a son mai andàit a scòla, e tanti ch'a J son andilt,
e che tCitt'un l'autendo né tiit, né mès? A l'è ben slcCir, eh' le prèdktac
e le duttrlne devo esse fàite pr tuti, e prinsipalmént pr le prsone IgiKH
rànle. S'a volo di la vritò tanti pàn)chl, tanti predicatòr, tanti misslo-
DIALETTI PEOEMUMTA.M. 611
larl^ ohi che luagiór pro5l Vkn ricava da dop eira s'sóu bùtàse a prc-
iichc ant nosl lingoage! Che magiór concórs d'prsone! Prchc cosi a s'fan
intende da luti.
Lo ch*i dìo die prèdiche a s'podria d'cò di d' tante altre materie. Cól
Miisfin, cól idiota eh' a fa un ceos, eh' a dà na dota, eh' a compra *n
slabòl, ch'a fa una scritùra tt)bblig, un testamónt, s'a Tà d^antende Io
:h''a j* e 'ut la scritùra» bsognlo nén ch'el nodàr a j lo spiega 'n piemon-
:éis? E so-sì rè nrn una cosa nova. Gourdè 'nt la crònica d'I Monfrà scrila
]a Benvnù Sangiòrs, j (rovrè ch^quatsènt e sìnquant'ani fa an Ast a j'era
i'usansa d^spieghè 'ut 'I lingoàge volgàr dia sita I ordinati d'I Conséi, e
Pa fussa nén fasne la spiegassión, l'ordinato valia nén. A Chèr del mile-
lualsènt I podestà a piavo sempre 'I so giùramént an picmootéis. Ili i ò
i*obIJgassión d' coste doe nolissie a un ver amalòr die teiere, cb'a m^à
ìcò grassiosamént comunicarne iin àutr moniimént d'I'istessa sita, cb'a
l'è la pi vecia cosa ch'i conossa scrita ant nost lingoage.
Ha so-si rè nén M tut. Non solamént a s' trovo d'antich manùscrìt 'nt
la lingoa d'I pais; ma anche d'cose a stampa. Fin sul nasse d'Ia tipogra-
fia un Mssàrd a l'à stampa 'nt so diaièt uu tratato d'Aritmètica si a Tùria
d'I 149S; Giurs Arión iin lìber d*Comedie e d' poesie d'I i(S4o; Bertromè
Bràida una comcdia pastoràl d'I itftfe, dova introduv an sena un per-
sonage eh' a parla piemonléis; e lo eh' a v^farà stupì a l'è, eh' già d'I
1574 a s'è slampàse al Mondvi un pcit vocabolari piemontéls e latin ,
eb'i ò dcò vist con piasi ant la libraria d'cóI sgnor ch'i v'ò nominavo
poc fa. L'aulór d'cóst vocabolari l'è Michel Vopisco napolltàn, bon lati-
nista, chM'cra stàit professor a Padoa, e *nt la prefassión a dis, ch'j era
già motben d'autor ch'l'avìo unì le parole italiane con le latine; ma
nsun fin alora, ch'a l'avélssa pensa d'unìje 'I piemontéls.
I parlo nén d' tante poesie eh* a son stampàse un pò sì, un pò là a nost
rlcòrd; né 1 parlo dia famosa Comedia d'I Coni Piolèt, né d' tanti bei
componlmént ch'a giro scrii a man. Ora, s'tiit so-si s'è podiise fé fin
adèss, ch'pr scrive '1 piemontéls J'era nsùne règole, e usùn' altre manere
cb'servìse di'alfabet d'i latin, quant pi a s'podràlefè pr Tavnicon Tagiut
d'mia Gramàtica? Prchè i spero, eh' mia Gramàtica, fasènd conosse un
sèrt numer d'son, eh' pòi ma ch'esprimse con l'alfabèt piemontéls, Ivrà
Iute le diflcoità e luti I dùbi, eh' ant '1 léslo e scrivlo s'incontravo anche
da le prsonc leterate, e ch'a san ben 'I piemontéls, prché eh' fin adèss
ognun a rà scrii a so caprissi. E infati 1 o osserva tante volte ch'a j va
tuta la pena a leslo com'a s'dev, màssime la prima volta, e ch'ansi cer-
tlun lo stento a lese dop d'avello scrii. Pensò poi com'mal al'avria podu
fé un pòver foreste! MI i penso d'avèje trova la strà, eh' fin a costi,
anparà ch'l'avràn ben '1 valor d'ie litere, a podràn léslo ligualmént ben
com noi.
L'è ben vera, ch'ani vari lo a j vdl la viva vós d'I magisler; ma 'nt
poche Icssión tiit a s'impara con fasllità, ce. ce.
649 PARTE TBEZA »
1800. Siamo lieti di poter produrre in Saggio della poesia
vernàcola piemontese in sul principio del presente sècolo, un
componimento inèdito in versi marteiliani del più rinomato scrit-
tore del Parnasso subalpino, vogliam dire del celebre mèdico
Edoardo Calvo, autore di molte squisite poesie vernàcole, lo
esso, oltre al pregio letterario, è da notarsi l'importanza, come
stòrico monumento del disòrdine, degli abusi e della corrozione
del tempo in cui fu dettato, a reprimere i quali furono appunto
sempre diretti gli scritti di questo celebre autore. E siccome
egli fu egualmente grande in ogni gènere di componimento e
ne' vari metri, cosi a pòrgere bastévole idea dell'importanza
della letteratura piemontese, soggiungiamo ancora tre compo-
nlmenti dello stesso autore, vale a dire una delle argute sue
fàvole morali, alcune Stanze contro il governo francese di quel
tempo, ed un'Ode sulla Fila della Campagna. A quest'ultima
poi poniamo in riscontro la non meno graziosa parodia del si-
gnor Prunetti sulla Fila della Città.
Il primo componimento ancora inèdito è il seguente:
À j vm pr tùU la soa
o sia
Artabàn bastona.
Parte Prima.
La seoa rapresenta adès una gran piassa;
S'osserva da na banda na Cesa , e a s' trova an fassa
Un porti spassiós, duv a s' fa tùt i di
Marca d' le sciole, d' Pài, di cól, e clie so mi.
Da cant a j'è 'n palàs guarda da d'sentinele;
A L'è li drint cb'a i àbito cule tre gioje bele.
Apena a s*d6rv la sena a s'vod na processión
DM Mamaluc eh' a marcio tult con d'peUssión.
Chi va clamè giuslisia; chi va dame pietà;
Un àutr misericordia; un àutr la carità;
E tùli a s'ancamino, ùmil com tanti can
Vers el palàs dov'abita dispòtic Artabàn.
Trovo, calànd le scale, d'àitr con la facia smorta,
Ch'a ] dio: franse la pena, sì la Giùstisia è morta.
Ma pur, con la speransa d'esse pi fortuna,
A sèguito, e a s'amasso cui povri desgrassià.
DI ALUTl PEDEVOTT A!1I . 615
La sena a raprescnta adèss dot stanse vsin :
Ma dui ussié a la porta na separo ì confi n.
La prima è l' anticàmera del pòpolo sovràn,
eli' a fuma, e eh' a desidera l^udiensa d'Artabàn;
Antórn aie muraje j'è scrii su d^f^rs^n cartèi:
Si tiiti comandòma; i sòma tùH frèi
Ma ^ntànt vsìn a ia porta eh' a i'àutra dà Tingrèss,
Ipèrbole e Ironia a dàn a gnun l'acèss,
Disènd a chi s* presenta: Cott-si l'è 'l temp d'aspèi;
Adèss Artabàn s*ócùpa ant *l Gomitai segrèi,
TYatànd t affé d 'l Stai; a va nén destorbà :
A s' òeupa d 'la puòlica comùn felicità /
Coste e milc àitre fròtole, tant pr tratni-]e, a ] dis
Ipèrl>o1e e Ironia, ghign&nd sot ai barbis.
Ant la seconda slansa d M coraitàt segrèt
J' è Mustafà, Arlabàn, Rapina e Bajazèt.
An roèz a j'è na tàuia parla pr le sedute;
A j^è d^capón an sima, d'zibié, d'pastiss e d'trute,
I>'sorl)ét e d'confltore, tute soK d'vin pi bon,
Tùt Io eh' a s'trdva an somma de mèi ant la stagión.
Ant un canlón pr tera J'è tanti sac de dné,
E un pcit taulin eh' a computa Rapina '1 Flnanslé,
eh' a s'àussa, e poi a dis: El coni va bin eh' l'è giust;
'L quatr intra ant seni mila vintesine vote giust.
Sentènd io-li Artabàn, ch'an bona compagnia
A sfa, d'un bon capón fasènd T anatomia,
Jìapinaj sèpc matt? a J dis, i avi fatila;
A l'è pr tré eh' a s'dcv divide eui sent mila;
^L quatr }' intra pr niente, — Genuria malandrina^
Tee d'un cujón^ an coirà respónd alór Rapina,
E pènstù mò e(^'i vója fé ma' eh' pr ti la papa?
I so nén eos'a m'ièna, se la pasiensa m' seapa.
Da una parola a T intra a s'scàudo eh' a smio matl;
A son lì pr tirèse quasi ant la facia i piàtt;
Ma Mustafà, eh' a l'è pi ffirb e pi prùdènt,
A j fa segn d*apasièse, prchè dMà a J'è d'Ia gént,
E a j dis: Pr eusta vota Bapina a l'à ràsón;
A l'è giust eh' a s' divida la torta an quatr porsión;
An verità a s'Io merita j eh' l'è 'n bon rùfiàn da dné;
Crdej a saria di fidi trovéto a rimpiassè.
Un bueonsin parèij ogni sine dij è lo pòct
Su l'istèss pé s'a seguita^ sempre l'avrà so toc.
Capasilà Artabàn, dà na fertà af barbis;
Kew «j Rapina, basme; htmuma bon ands.
6il^ PARTE TIRZA
lfenlr*a son li eh' a mangio tuit quatr aDl'na scfidela,
Pr na segreta porta J' inira na gioja bela.
jédèts i ton da chila; i bèivo tnà ch'na vota,
Dis Artabàn; Liusùriaj compagna d'ià sta tota.
Ma antànt a son tre ore ch'i povrl Mamaluc
A s' trovo ant Panlicàmera, e a bajo a sta s'uD sue,
Asptànd eh' a ia floissa con '1 dovut rispèt
La gran seduta màgica d' I comitàt segrèt
QnaicduQ chU'è vsin d'Ia porta, a i amia senti d'armòr;
L'àatr eh' a Vk *ì nas pi lung, a sente bon odor;
Un a comensa a dìlo a n'àotr pian ant'n^oria;
An t'un moment un mormora, n'àutr giura, n'autr babia.
Ipèrbole, ch^a osserva luti cui muvimént.
Fa finta d' nient, e sghìa d' là lesto pr un moment
Padroni, cA'a s'dsgagio, ch'a veno d'sà marlàit;
S'nòji Mamaluc a éntro, cai ciapo ii i&l fati.
Anlora tuit esclamo: O che fotu m'$té
L'è mai cui d'eue primi! a t'pol pi gnane mangi!
Dife, ch'adès» i ondumo; e li, sicbin, ticbèt.
Fan dspariè la tàula, e porte via i taschèt;
E poi a s' vesto tùti d'I manto dM' impostura,
E da gran òm d'alfe compono la figura.
D'antóm, a feje cort, a Pan pr consultòr
Sospèt, Rapina, Orgoglio, Ipocrisia, Livór.
I Mamaluc s'inchino, sporiènd sòe petissiòn;
Lor fan grassia d'arseivje con aria d'protessióa;
A s' degno gnanca d'iésje, tant men d' santi parie:
Gtiardrój pensro t'a i dijo: tomi da si qttàic dL
(Avansè pur la pena, eh' tant n'avri pà d'pi;
8' a sUrata d'na bon' òpera « con serta sort d'gènt,
El terap fùtur J'è sempre, ma mai a J'è H preaiot.)
I povri Mamaluc, vedènd che l'asnaria
Comensa andè al'incànt bin d'pi d'Iò eh' a bsognria,
Dan un racórs a Giove, pregàndlo pr pietà,
Ch'a i libera 'n pò d'una d'eoi tre can anrablà.
Giove, eh' l'era già gonfi, savènd eh' s'a i podio,
D'an elei a vorio sbatlo, e fèse lor tre Dio,
S'arlama 'n pò le braje, e con un tón seriós
A dis : d* la mia giOstisia osservi un colp fasnós !
1 vad tratèje adèss, com'i ó Irata Un gigimt.
Dit lo, a lassa corre un pèt altitonante
Ch'a slrissìa, e ch'a J presipita s'ia testa com"l trón;^
A i fot giù da sul trono, e a I ia reste d'coiòn.
I Mamaluc alora resto smamalùcà;
DlALBm PEOntaRTAIfl. (IlV
E quand un d^cui Ire passa pr li pr le contrà,
A s'bùto tuit a rie; e quand a J son da vsin ,
Eco un d'cui prinsij a dìo^ eh' a son dvintà ÀrUchin.
Paits Secouda.
A 8'vdd na gran centra eoo d'portj fin al fónd ,
Da cant tempio d* Minerva; a 1 va su e giù d'gran taiònd.
A sMéz tacà ai pilàstr un scrii an italiàn:
ji i vèn pr tuit la soa^ s*l*è nén ancoi, domàn (i).
La vólp a perd '1 pèil, ma perde M vissi? Oibò!
Tut àitr sana confue; ma l'Artabàn, sor no:
Cbiài eh' a l'à 1 dné, s^n^an fot; pi fler eh' un aso, un alut>
A marcia, eh' la camisa a J teca goanca M c5l;
£ senliènd eh' le saooeie a son lui àutr che flape ,
A va, eh' a smìa eh' a taja fin Paria con le ciape.
Ma cui ceri scrit, ch^a s'iéi tacà su pr 1 cantón,
A r eccita an t'I public diverse rlflesslón.
Generalmént a s'dis: Jh! $*ló-U fù$$a vera,
MiracOj ma quaicdàn eh' a van eom aria fiera
Miurànd con imolema da cap a pè ia gèntj
Miracos tanti làder eh' a vÌ9o impùneméntj
TanU G,,J ma cuu valor a l'è bel e foiu;
L'è morta la gi&stUsiaj e chi l'à a9Uj l'à avìL
Sentiènd tante bestémie eb'a s'dis pr la sita.
Un òm sessagenari con dui gran slgn eresia ,
No nOj eh' a l'è nén morta, a dis, l'è un'ereiia^
Poi nén muri guittitsia; quàie vota a l'è 'ndurmia;
Ma l'è tant jn teribilj quant pi a l'è tarda; e a b' tróoa
D' vote mane eh' un j pensa; i n'a pedri la prwa.
A J passa li ant col mentre, con n'aria da scopass,
Fier Artabàn, pretènd eh' a J cedo tuli '1 pass.
Cui vèl a j pensa gnanca; chiàl d' sót a J dà ^n batóo;
Antera M vèi a s' vira, e con un bon bastón
Sii cute ex-regie spale, invidia di purtSr,
A j mola na quatrena d' sarache propri d' c5r.
Chiàl a s'ia sua tute; vorèislo dèine ancora!
Una, eh' Tè una, a s' pdl disse, eh' a va nén an malora.
A s' forma ant un moment d'aniòrn una corona
D'I pòpolo sovràn, ch^ lo guarda e lo cujona.
Cust-si sarìa "1 moment de vedde a l'evldensa
Ch'i avi l'amor d'I pòpol, la stima e eonUdensa!
) Tìtolo d'una Comodia èbt li nppMMDlata ia quali' isttuo giorno.
916 PkKtE TMIA
Ma a son tante biwìe; la cosa a rè contraria;
Di vostri amìs a l'è l'armada imaginaria;
Dùrvì ^o pò i òi na vola, guardò: d'i vòaier mal
Tijit rio , e crìo : Rèplica a richiesta ùnivenàl.
Tra le risade, i rèplica, e 'i son d' le bastona
A s' sent lonlàn dui ìsole 'I tapage ant la conlrà.
Filosofia, ch'a s' trova da lì quatr pass lonlàn,
A cà d' Minerva, a ciama: Cà' diavo èlo ch*a fan?
E intani, cum*a Tè fórnoa, curiosa, mtnco mali
cor, pr andè dunna a vedde... ma quasi cb*a j vèn mal.
Quand a seni eh' un filòsof d' la posta d'Artabào
A l'è stali soli' ai porlj russa giàsl com^un cao.
Filosofia esclama, gridànd àula vendetta:
S'a s' na dà nén n^eientpi, pericola la setta.
Sii fève ancuMj o doltj fiiòsofj eiarlatànj
k^'nij mendiche le spale contùse d'Artabàn!
Ila luti cui padroni, sludlànd 1 vers d^ Catón,
Scapànd 1 armór, s' la sbrigo dare d'I prim canlòn.
Poltrónj alora esclama Filosofia sdegnosa ,
Fora poi àitri dtmcQj o gioventù studiosa^
Voi àilTj ch*ùn di prùn Urs sé face tant onór,
I vendicri voi àitri l'insùlt d'un professor»
Respónd un d'^ui bardassa, eh' a l'è pi ch'i altri ardi;
Noi àitri i s* senUtio d' fé lo eh* s'è fosse un di;
Ma adèss, con vostra vèniaj stira Filosofia^
Sùffri ch'i 9* dio, eh' la causa l'è pa pi nén paria.
Jnlora ant 'l licèo vurio fé 'n urs baie;
S'I bai l'è jtfto ot porfj, N nén di nostri affé.
Piena d' dispèl e d' rabbia, Filosofia, e d' sagrìn,
A s' mord I pùgn, e smania, a s' scarpenta 1 crìa.
Vedènd na tal catàstrofe, pia data compassiòn,
Sorl da 'na spessleria filòsof Eplplòn.
A j vèn aprèss so pare con un sanin d' cordiài;
Filosofia lo ciùccia, a J passa 'n poc so mai.
Anlora cui filòsof. Mia ca^a, a^èi passiensa,
A J dls, noi cA' i v' parlónm, par tóma pr esperietua.
Cui tal eh' a smia9a tìti vèi, eh' l'à.dàit te bastona.
L'è la Giustissia sUssa, l'è na divinità.
Cui so boston l'è un Ègida ek'a fa reste impietri ;
Me pare a lo poi divlo, i v' lo póss dir mi.
Lasse donca ch'a fassa Giustissia tiitt so eurs,
A 9oi cosa v'ampòrllOj.ch'a galHuùzo un ursf
Filosofia convinta a lassa andè Pimpègn,
E pensa d' riservèse pr quàic sogèl pi dègn.
Duum PFonoiT-^M (119
An mpz air rKide da Tira Mtfforìi,
Ciapa Arlabàn la porla. <» va plorami a cà,
A fèsv bas^in^ dop cula Itera oiiiil^n ,
eh* a rè lo ch*j andarla pr f^lo re da bòn.
i spetatór a venero la Providensa eterna «
eh' a cui eh* son degn d* la pena a lemp e lo ] la gui^rna.
Giùstìssla cambia d^ forma, mostrànd %ò ver a^pèl,
Fasènd silenAlo a futi, proclama ^'i deerèt.
DlCRÉT
Considerànd, eh' a m'ordina auvcnl, pr d' On prof/iiMl,
La savia Provlden^ d* acomparì dal mAnd ,
Quantùnque lò-lì a sìa pr vedde solaroént
« Fin dova a polo glunze I vissi d* seria gèni,
Ch'ufi J tassa a t>ella posta ampi la sfla m'sfira;
Ctk* a i paga d' vole tard , ma a I paga con tiaijrtt ;
eh' a s' vod an conseguensa le birlN* a trionfa,
Quantùnque i so trìónf a posso n/*n dùn*.
Con lùt lo a m' capàsila, ch'I t>on ch'a s' trdvo opriws,
Cootra d'I del a mormoro come an e&pMa ad^sa;
Che bin eh"* d'àitri esempi eh' già Tan pa^à s'io dasse
Sì pochi pass Ionia n. a s'son nén eniendft«»se
Cui serti làder public, cui scrii fcpirit fort,
eh' a j dev loch^je a tùli sicùr la «tessa s/irt ;
Ch* ansi a fjn pei ancora, e ebc pùbllcam^
Indulto n<^n ma ch'i ómiiii, ma Dio TonnffMili'nt;
CoDsid^ràod r-b'a importa, a' a *' poi, 4' prif«ni I delill,
Dag órdiri, e i dcerelo. rh'a veoaa sùl#jt aeriti
El fatto iTffmr'ran'So, la «ergogM^a Ì»l«rfa
Cfa' j'è fup\ù a Arflabaa. pr rhkiìu pi mn^Utrkt;
Cb'a Ma v-rjll an M lisigu*', lara «^ lijli J t^miimf
Cb'a deia fiubUHftt-b pr lùt M WM»4 M lr(ris;
Cb'a tùie u'jy le 0ùi«r * «a 4csa 4«Stte parl^
CL'a Mo M^lurma <lou ^xiUt U- MmM5«, e iHiéf ì ngi'^
CL'aii Ot»>s: . tri kùI vul^t^ a s' dna p^iAfi^*^W*
Dai biri'-kiJii «'La ia^ ^trMt yr Ut trmàjrn «aiiii'M'^
Ff r»-b<ll(; nuflifr pi piiri'tir. ^r |ir «if' usta yt^éfnmt^
A UwAit alleata! ai iMwU^i i Hbsl <l1a ffH^ri^U^Mf.
J ^'! : VA.' h <l<n^ iiiJlUil ì'viwt « iriUiHiai
Lbiir*>HkiiJ>rti' pni i ur^iuc a 1-Uti «mi «rir a t' mi
Hi) |:iuriii*ii< U <:iiiiaa ^ ■ biMiiuua AKubMi,.
Mi 4. p^fbt 4ii |;iu€li<:«iiHl «.^i «l pi i^rMi rig^
Ci f i< vfl^. u mtif pr t iiiiri, a pui 4&<;v ^«n p< mjt
6i8 PAATB TnZA
Anfm i dag licensa a tùli i Magistràt
S'a volo» d^ benedije; ma i voi cb'a dveota malt
Tur òm eh' a J vena an testa, cbionque mal sarà,
D^ levèje da sle spale na sola bastoni.
Comando flnalmént, ch'a s' deva ant cust pilàstr
Siìbit mure na làpide d' granii o d'alabàstr,
An su la qual a s^ léza a litre cQbltàl:
Spere ant la Providensa^o voij ch*i u 'ni i guài;
GiiìtlUsia a l'è nén morta; mane eh' un j penta, a t* trova.
1 voitr triónfj o birbe j »on curt, n'avi la prova;
A i vèn la ióa pr tutij »' l'è nén ancóij domàn.
jincoi a l'è arripàje la sòa pr Jrtabàn.
Tacà ai orie taechhe, o telerà impostar :
A I ytn pa tùit là sóà: Vient pour chacun son Toua!
Fra i molti compoDimenti poètici di questo autore emèrsero
specialmente le sue Fàvole Morali j che public^ in due fascìcoli,
e che non possiamo abbastanza commendare^ cosi peri* origi-
nalità del concetto, come per la morale, per lo spirilo e per
l'eleganza e spontaneità dell' esposiziope. Eccone un Saggio:
FÀULA.
U Intendènte "l Pui {{).
Yers Pan dia créassiòn mila e ircènt.
Cioè dnans di dilùvi, 1 animai
L'avio la parola e ^i sentimént.
Ansi ] è cbi pretènd, ch'ai Paragnài,
Ant M Hississipì, ancora adèss
Le bestie e I abitànt a parlo ugual.
Coei svia cui clima a r è permèss
Ai givo, ai prpojìn, al can, al gatt
D^ risponde biff e baff al re istèss.
E nU an r un manuserìt riislà dai ratt,
I rài truvà na nià d' sii racònt;
Cb'a son luti data dal seni e quali.
Fra I altri a j n'era un lèpid pr V apóni
Tra un Pui e n' Intendènte ch'era Coroésa
D' Serse, M qual regnava s^ l'Elespònt.
Sto-si l'era iin facbin coslriil esprèss
Pr slè con la canaja sui cantón
A ramasse I stivai , vende se stess.
(1) Il pidocchio.
DiALim KonoprTAFii. 619
Ma pur la bonna grassia d* so patron
L'à fóne un IntendènC li su dui pè.
Con spji^ pruca e visti caria d' galón.
Sensa conosse P ombra d' so meslé,
Savènd apenna scrive e (e so nom,
L^è stàit an do 'd ire di brav flnansié.
Scortiava tant 1 rie, cobi 1 povr* òm;
Creava ogni sCaglón di novi tass;
Tralava col pais . . . nos-Sgnàr sa coni!
Vistièndse un dì, s^è vist core su un brass
Vn pui: mei an rlànd : E ti birbànl,
A J dis , nu file galàn V na vqm a »pai$T
E ercdstù fon ch'i tia un mendicànij
Un gój un òm d'ia plebe j un diigraaià.
Un ttianco'fanga^ un pò ver ^ un far fini?
A l'è cula geni U ^ eh' fon condona
A ètte ràiià Hp dai verm^ dai pui.
Ma nén un àm eh'a l'à l'or a paia. —
Che gran ditlansa J èlo poi tra nui?
L'àutr a ] rispónd ; tarìve forti nén
Ch'i urna l'ittétt impHg, e mi, e vuit
La diferenta a l'è ira 'l pi e 'l men,
D'I resi nui i pipuma e l'ùn e l'àui
D'I tang d' la potrà gèni e d'I tò ben.
E com ani la natura un mangia l'àuij
L'aràgn mangia la motca, e pò l tlrunil
Ciapo l'aràgn, e p6 'l farchèt pi àui
Grimpa, quand a j arripa, I àilri otèi.
Fin toni ch'I ttrùtt, o l'aquila, o U milàn
Divoro pò 'l farchèt da bon fratei;
Coti l'è pi che giùtt, che un pui pianrpian
A runa pr driti public n'intendèni
'L qual l^ già rutià 'l gèner umàn.
Oltre d' ió-tì, nui dui tuma parèni,
E mij t'i l'ai da dm la Prità,
I ton vottra progenie an dittendènt.
Aii ton nàii da na lendna ma eh' jér d' là.
La quai a l'è poi fia d' cute tai.
Ch'i avie ani i eavéi qumdet iH fa.
I>it-1ò^ ^1 poi vola %ia, e l'ioC sonai
A resta futi broda con tanto d' nas,
Sentiènd cb^l puf e chièl a Pero dguài,
e: fait d' ristesM pasta, e d' r ist^s vas.
Odo PAR» TERll
Pelisston d' i Can
all' Ecccienm Minì$tr d* la Potus,
Ecceiensa, ilùslrìssim sitadìo.
Cosa i àne mai AJe i povri cau
D'I circondari e d' ia sita d' Turìn,
Ch'a '1 i voi luti mori d'anco a domào,
Dlil pi gross Cors fio ai pi pcil Dogbìn,
Sensa gnaoca buie un ComUUrànj
eli' i'è pr cusl, 0 pr cui àul delìl,
Cb^a n^ condana a ia mori, e a n*i proscrit?
An conclusión* i suma luti ugual;
La iege a l'è pr tull^ o lùralmànc,
8' al rè nén, a dovrìa esse parai.
L^àn dìio i clarlalàn fina sui banc,
Ch^a fé giuslissia giusla, mai e pòi mai,
(Sciisème s'i parluma un po' trop frane),
Tanl ani '1 Criminal, ch'ani '1 Civil,
A s' dev condanè gnùn sensa senili.
Ch'a sospenda un moménl dunque, Ecceiensii,
E eh' a n^ lassa parie prima, e ch^a n' senta,
D'nans fé esegui cula fatai sentensa!
Ch'a lésa.i nost papé^ e ch'a s' conten
D'esaminéje bin, e poi ch^a pensa,
SM ama tori, o rasòn clàlra e patenta;
E s^a i^è pén, parland con poc rispét,
Na vera porcaria cui so Decrèt.
Tui nostr delii, da lo ch'i uma sentì,
A consisi poi, ch'ikn d' sii di passa
• •
Un can a rà mordù, andasànd pr lì.
Un gai, ch'a svolastrava ani na contrà.
Cusl gal becco-fotù, per nén dì d' pi^
S'è bùlàse a criè eh' l'era anrabià.
Chièi a drillùra, prché a Pera un gal,
A voi fé ij0 cagnisidi uni versai?
Già ch'a ré vera, i io negóma pa,
(Ch'a n' casca 'I nas s'I dióma la busia)
Ch'i suma dai pi al mane tuli anrabià;
Ma a rè nen nastra rabia idrofobiaj
Nostra rabia, pr dila com'a va,
A l'è un mal nòv, cb*a s'dls Gallofoina,
Protlól da l'odio ch'i uma conlra i Gai»
Autor d' nostre miserie e d' nostri guài.
DlALITn rCOCMOMTAM. (Ili
A dev savèi ch'i gai ani no^t pai»
Son sempre stàit d'osci d' cativ aOgurl ;
Ch' a son coosiderii cuoi d' Iniin»
Ani la Sila, ao campagna, ani i lugììrl;
Guài dov^a ficco 1 b^, magara ami».
A ràn pi gnùn riguird, a son d^ dliìrl;
A s' pòi pi non regnq ne dì, ne nolt.
Fin cb'un j torsa 'i còl, e eli' a sin coit.
Pr podèje In tré ani cn, sii bosaròn
Dan da intendo cb'a veno pr guarnè,
Ch'a saràn vigllànt, e ch'i padròn
A poi dùrmì Iranquìl, e fé i so affò;
Ma guài s'a j cred, e guài s'a fa M cojAn;
Ch'a s'andrdma un moménti cn^ll sparve
A J snuto ai còl coi bèc» e a J gavu 1 cil
Sensa misericordia al |mrc, e al floi.
E poi aprèss a s^ buCo a sganassiV,
Cum s'a TavèiSiO fall quàic cosa d' In:I.
Di un pò cb'ùn a s' voriiss mi eh' Inmenlt»?
Aniora sì cb^a fan un bel cladrl !
Aniora a s' parla subii d* amasse,
E pr (orméni maggior e pi erudii ,
Pretendo, eb'a J dio ancor, Oin oblila!
D'avèive gavà I di, e assassina.
^oi iiitri ch'i l'aTÓma pr natura
Listini d'esse fedél a ehi n' dà d' pan,
1 lassuma, Eceeiensa, cb'a a' Agora,
S'i podoma soffrì, bln cb'i sic d' ra»,
'Jl ingiùslissia tasi oélni e tanto dura ,
Da d' tutù gai, ch'a veno da loatàii
Mairi, spliifri e tùit pién d' prpvin.
Pr voi a rotié, e comandi» a Tirinf
i dirama nén à«t , eh' sii balót^ ,
Daif d'atréie mangia el b«ii e 'I m0% ,
Dop A'9i%ijt robe», ma gin a l'ingràa* .
Inlrt le provisimi e 't ffmdo vài ,
A prteadi) pr Inv in enl ifBatr' mm
ìp^rsktm , dsp«>lpà, <'b' a saaM A* ravUf .
E «rh^ a son sempre «fàit , cum a sarà;)
Fin ^b' m«MUÌ a sarà mmul. rote é'ì ^an '
.^n fiÀfi mnfént d'av^éius pia 1» piti.
%Ati^ìtk )0t earn. el eiir, I» frir«wi».
t^^fMtm «iiMSeia *) song, r oi e '1 s^rrH;
IVavfHnff setampaérà in forar ri' ea ;.
039 PAITI TBAIA
U* avèine roba 'I pan, butà a rabè 1
Pi d* lo ch^a Cusso lor d^nans d' voi an sa ;
Ch^ a vdlo sta gendrfa malandrina
Fin piène 1 oss pr fesa d^ geladina.
La passiensa a va bin Un a ^na mira;
A 8^ sofr fin ch^a s' pdl: ma al fin d'I fin
Dis al proverbi: J $iianca ehi trop Uro,
I urna Alt nostri cont, e pensa bin,
Ch' pr muri a pcit fd, rOsià da Pira,
Pec ch'I sèiàv ant le man dM Tunisln,
A Tera mèi virèje un poe i dent.
Posto ch^un dev mfirì, muri eoniènt.
Chi rè sercène 1 prim, a son stàlt lor;
Noi altri sensa lor stasio tant bln t
A pena a s^ son ficàse st' impottòr,
A n^è tocàne d^ fé la mala fin.
Lor pretendo la vita, i dné e Ponòr;
Dunque a dije so nòm, son d'assassìn;
E a mostra 'I drlt d* natura e cui d^ le gèni ,
S'ùn a V 9Ól morde U, U virie i dènL
Noi 1 oma dit; adèss a toca a voi
A decide la cosa imparslalmént,
A giudiehè, chi abia rasòn dM doi,
0 i povri can, o 1 gai Impertiaènt;
E s' cula arsela chM avi f|it pr noi
A convèn nén a lor pi glQstamént ;
E s' pr fini ant^ na vota tutl I guai ,
S'ria nén mèi tire n còl a luti I gal?
Ma noi altri I clamóma pa nén tant ,
1 suma |rà dlsorèt d^ moto blo;
Ch'a clapo ma eh' so cui con le doe nun,
Ch^a vado al diavo lor, e 1 so prpoin,
E ch'a i* fermo mal pi fin ch'a saran
Tant kwtàn, eam adèss a n' son da vsia.
Ma lo^li va fàit sùbit, e I giuròma,
Basta ma ch'a s* na vado, I perdonóma.
Ma s^ mal 1 pretendèisso ancora d* stè,
A Pavràn mai pi pas su nostra tera;
S'I v51e, I sé padron d' fène masse;
I mùrlmma, ma a sarà mal vera,
Ch' 1 mdiro da poitròn. Tutt'fia a Pè;
Muriruma glorlòs, fasònd la guera,
E guera a mort, levèvlo par d'an testa,
Ch' massrè ancor sé nlmis l'ultim ch'a ] resta.
DIALETTI PBDBHONTANl.
635
Su la vita d' Campagna,
Ode o' Calvo.
Com rè mai lèpida,
L^è mai bagiana
Ci' idea eh' a stùssica
La rassa umana,
Ch'ant la metròpoli,
Dov le gèni vivo,
Sùssùro e bulico
Parèi d'i givo,
Cula sia Punica,
La mèi manera
D'vive an s'ia tera!
Prché chMà a s' pràtica
D'gran pcrsonagi,
J'è d'cà magniflche
D'bei echipagi,
D*butcghe splèndide
D'gran elegansa,
D^magìster d' musica,
D'i roètrc d'dansa,
L'è pien d'orcflci,
D^ meste eh' frastorno
D'soldà chMamborno.
Èia pur rùUlma
Pi gran arsursa
Porte con ènfasi
La spà e la bursa?
L'avèi dMa sìpria.
Divisti ch'a lùso,
Tratè d'bclissimc
Ch's'ampiaslro 'i muso ?
Vive da machina,
Séiàv dM caprissi,
D'i pregiudissi?
Cos mai signìficne
Tante fandonie,
Tichette, règole
E sirimònie?
Tute eie visite
Pr conveniensa,
Smorfle ridicole
Fàite an cadensa?
Sechèse a T Opera,
A la Comcdia
Muri dMnèdIa?
Su la i'Ua d' Sita,
Ode d'Prunét.
Com rè bisl>ètica,
Com rè mai drola
L'idea ch'a domina
Certi badola,
Ch'ani le vilòtule,
Doa s'fà'na vita
Gofa e patètica
Parèi d'i armila,
Là sol a s' vègeta.
Là ma ch'a s'goda
Ani la mèi moda!
Prché eh' là a s' tràflga
Con d' teste dure,
S'ved die eà sémplici,
Gnune vitùre,
D'buteghe topiche,
Nén d'simetria.
Là J'è nén d' musica.
Né un l>al ch'arvia;
J'è nsùn oréfici,
Gnun meste an moto.
Né d'soldà ch'lrotot
Èlo na màssima
Tant d' ipnportansa
L'esse misàntropo
Sensa elegansa?
D' lassò la sìpria,
I àbil ch'a lùso,
Pr d' fumne rustiche
Cu verte d'rùso?
Vive da tàpari
S^iav d'un' idea
Cosi plebea?
Sonne néo lèpide
eie fiere ùsanse
D'I Cinic Diògene,
eie mal creanse
D' mai vede 'n ànima
Sensa interesse?
Kén descompònisc ,
Mai inchinèse,
Abori l'Opera,
Tuli' i spctàeut
Pr fé ruràcol?
G2ft
PAKTB TERZA
Su la 9iln d' Campagna.
Pur cusr imàgine
Forma la sula
Beatitudine
eh' a mov la gula
D*le gènt pi còmode,
Pi colte é sode,
Ch'a mSiro màrtire
Scusa mai gode
Né d' Parla lìbera,
Kè d'ia verdura^
Ne I don d' Natura.
Cui di eh* a m' limita
'L destin ancura,
Pudèissne gòdmie
Fin Piìltlm'nra
Com 1 desidero
A 'na campagna,
Lesènd me Seneca
Sut na castagna,
Sentlènd le lòdole,
1 ùsèi chUripudio,
Mentre ch'I studio!
Che vita plàcida,
Contenta e chieta,
Pr ròm eh' a medita,
Pr chi s'dlleta
D'i piasi sémplici,
D'na sort onesta,
Cb'vdl vive, e s'evita
Lo eh' lo molesta !
Che vita angelica.
Che sort fiuria
Per mi sarìa!
Cosi, m'acàpitlo.
Ch'i voi nén léze?
Ciapo na górbina,
Vad pr ce rese,
Vad serché d'àmpule,
D'nespo, d'griole;
Smenno d-tarlirule,
Pianto d' carote;
I ento d'ie mandole,
Vad pué la vigna:
E chi s^rt^ambrignaT
Su la vita il' Sila.
Pur J' è chi s'augura
D'vive sta vita;
S' trova chi specula
D* moire 1 rapita;
J' é d'gent ricbìssime,
D' persone dote,
Ch'van a nascóndise
Coro' le marrootc;
eh' san gnanc pi l'època
0 'I di ch'a vivo.
Né i cas ch'arivo.
Fin eh' 1 0 sta fisica
Povra esistensa,
MI m' la voi gòdemla
Con dlllgensa,
Com' i la giudico
'Nt le Sila Industri,
Lesèndme I òpere
D'i autor illustri,
Scutànd le dispute
D'i dot eh' a sèiàiro
Fin tant ch'i pàiro.
Che vita angelica
Contenta e vaga
Pr Tom eh' a s'applica,
Pr cui eh' a Indaga
Le sode pràtiche
Dia gent attiva,
Ch'v51 gode, e medila
8' lo ch'io ravvivai
Pr mi delìbero
So le attratlve
De sto bel vive!
SMa meni s'intorbida,
Ch'el studi m' secca,
J'è 'n truc eh' a m'incita,
Dovrò la stecca;
Bagàt a m'stusslca
N'àutra partìa;
Vad a 'na mùsica,
Trov d' Com pania.
Pr ùltlm' anàlisi
J'è 'na pitura,
S' ved na scultura.
DIALETTI PEOEìiO?ITA^I.
63»
sa la viia A* Campagna.
Se ló-li a m^nàusea^
Che r estro a m' passa,
Uè can a m* seguita.
Sorto a la cassa;
Vad pr le gèrbole,
SiiiciàDd le tanoe,
0 cb'l m'industrio
Pr cfapè d'ranne;
Tendo d' le tripole^
D'i lass, d'I arsie;
Lo- lì m'fa rie.
Opure i m'òcùpo
Crasiànd le rasse;
Fass rantè d^ passare.
Parie d*ajasse;
1 arlevo e propago
Diverse bestie,
D'colómb, e d' tórtore,
D^ànie domèslie,
D*le crave d* Angola,
D'galine iodlamie.
D'oche maniuanne.
I erbe specifiche
Pr.cul ch^a s'Iajo,
Col chTin la còlica
La frev cb*i tnajo;
Pr cui dMe scròfole.
Cui ch^son bràsàse;
Le funne istèriche,
Pr le scarvasse,
Vr fé d'I bàlsamo:
MI ste erbe I cojo
Quand'i m*anJi)|o.
Se 'I lerap s'intorbida,
Ch'a s^bùta a pi5%'e.
Trovo an mecànica
D'i arsurse Do%'e.
U'angigno, i falirlco
D'i atràss d" campagna,
Mila giorgiàtole,
D'gabión d' cavagna,
Tumisso d^sòtolc,
Fass d* le ghingaje
Pr le varaje.
Su la Pila d' Siià.
S'i ó d'àut ch*a m'bóttlca.
Cambi de scorta;
Sere l'aria libera,
Vo fora d'aporia
I 0 'n boé cb'a scàglia
D^ mille manere,
Fa 'i bagn, s'anriscuia.
Pòi gava d'opere,
ChièI ear e s* ànima,
Taca na rusa;
Lo-lì m' amusa.
O chM m' aprissimo
D'i avìs cb'a astaco;
I entro a l'esamina,
E fra i mlraco
Vedo d' fenòmeni
D'varla natfira.
D'osé!, d' quadrupedi
D'ogni figura;
Osservo d' machine
Suèns ingegnose,
D' forse cùriuse.
Oltre la serie
D'Ie cose scarse,
SMe piante m'òcùpo,
I 0 d'bele arsorse;
Là ant le liotàniebe
Viaggio a la China
Tra i erbe celebri
D'ia medlsloa;
Conòss r orìgine
D'Ie spesie fine
D' nostre cosine.
Se 'I temp s^aooivola,
S'a vèn goastèae,
J'è pò an mecànica
Dcò d'amosàic
Ant le metròpoli
Con avantage,
Tratàod i artélici
Cb'a ràn d'usage,
Trovànd a l'impeto
'Nt una ocorcoan *
I ordégn d'orfeosa.
63«
PARTE TEEZA
Su la vita d' Campagna.
Ma quand t'apròasima
La slagión bela,
Quaod la canìcola
C5s la servela,
Opùre a Tèpoca
eh' a 8* fa M vendummie,
Cantind an mùsica,
Ciapànd d'Ie sùminio
Con la cooibrìcola
DMa gènidMa sapa.
L'è un stè da papat
Tuli alegròeiUr
Con ràa butèlia,
Desliànd la cànova,
Sfujànd la mèlla.
Con nostra (àvola
Sul na nuscra.
Le fumne e I omini
Seta pr tera,
Contànd d' le f ròtole ,
Mangiànd d'salada,
S'fa la balada.
Li poi se a s' capila «
D'aprèss d'Ia slna,
Qualcun eh' a bostlca
'N violili, na crina,
An mecdMa ciàliea
Con eie matote
Leste com d'róndole,
eh' fan vlrè 1 cote.
L'è propi un gòdise
Balene fin pàira
Li, bele, ant Taira!
Mssun sMmàgina,
Gnun poi descrive
Quant mai a giiibila
L'òm eh' a sa vive
An solitùdine
Su na briccola
Con la gèni rùstica,
Con di badóla,
eh' a studia e 8*òcapa
D'Io ch'a J pòi rende
SeiisA dipende!
Su fo vita d' Si
Quand a predomina
'L sol su la tera,
Ch'el càud Incòmoda
Nostr'emisfera,
Al frese d'ie pùbllche
Ombre d' verdura,
Ligà con d'esseri
Ch'a ràn d' coltura,
S'fa d'Ie magnifiche
Bele partie,
Ch'a invito a rie.
Tùli d'un' ìndole
Pr divaghèse,
S'propòn le trifale;
S'van a maogèse.
Con d'ie belissime
Ch'abrevlo Pure,
D'autre ch'a s' modero
Pr fèse cure;
Svoidànd poi Tàmole,
S' parla an poesia,
S'god P allegrìa.
S'Ie sere antislpo,
Ch'a J sia chi baia,
Ma ch'*con Cui òrgano
Pr li ^nt quàic sala,
S'ved giàdMemótrìe
Ch'a 'nparadlsOy
Sautànd an règola
Mentre ch'a friso,
Ch'amùso 1 omini,
Serco d' piaste
Con d'Ie folle.
Chi mai determina.
Chi poi descrive
L'aura benèfica
D'Pom ch'a sa vive
La vita enèrgica
D'i lògnotàbil,
Con d' leste d'ordine,
D'sogèt tratàhil,
Ch'a •'bùia an càrlga,
Fa so Interesse
Sensa abassèaae!
DIALETTI KDBHO.^A?ll.
««7
SA la I/ila d* Campagna.
Lass&nd le màssime
IVie Sila grande,
Cbièl va con d'sòcolc,
Sdrt an mudande;
Mai nén T intórbida
Gnuii Comissarl,
Gnùn Rompa-scàtole,
Gnun ftùr Vicari,
Gnun d' la Statìstica,
Gnun d'cui d'Ie buie
I secco I' minte.
Cosi chièi evita
D' senti M ciapettc
DMe gèni polìtiche,
D'cul d'ie gaiette;
Ved gnun Ipòcrita
Da dui cara ter,
Gnun d'cul tal èsferi
Cb'a mastio d^ Pater,
Ch^a dovrò d'sìllalie
Sucrà, turnìe.
Poi son d" arpie.
Tranquil ani T ànima
Chièi va cugièse;
S'arvùita e sgambila.
Pòi toma a ''Ivèse;
Mangia dui sèlerl
Con quale faccnda.
Poi diana e rèplica
7S l>ocón d'marenda;
£ lutànt a vègeta,
S*iia fa una vita
Da bon armita.
O voi, ch'i strèpitc
Pr truvè d' glòria:
Voj-àìt, cb'i v'iàmbicbe
iy\i\'e ant l'istòria;
£ voi, ch'i gludicbe
Cfa'le sita a ùo
t'n ver emporeo.
'L pais d'idìo.
Si, voi rispóudime,
6* rè Ileo mèi vive
Cow'l rai dive?
SA Im vila d' Sila.
Ussànd eh' 1 aàtrapl
Trascuro Tmode,
Chièi vest con ènfasi,
Procìjra d*gode;
Mal niente Pallerà.
Gnfin Comissarl,
Gniìn d'Ia Statistica,
Gnun aiìr Vicari;
DòsII al còdice,
Pagànd soa taja.
Pi gn&n lo tnaja.
So 'I cas J acàpita
Ch'a J riva d' sente
Su la politica
D'gare insolente,
S'a ved d'Ie màmole
Rampe con d' vissi ,
D'pèrfld Ipòcrita
Pien d'artitasl,
Chièl a •'dfsaimiila.
Gassa 8t« pliasa
Pr divertisse.
Contèni ch'i glùbK»
Cbièl va arposèse;
Drdm In Apòlllne,
Stenta de^vièse;
Clama quale bòstlca
S'I'aptit lo tcnU;
Pdi mangia a tàvola
Lo eh' a s'inventa;
Pratàflt a pròapera ,
Viv eoa cui brio
Cb'i setti comìo.
Voiaitcb'llibrkbe
V<ist Ili 'Mi oa buia,
M àitcb'i v'òcupe
IMf sta C4»aduta,
Voi àitcbM v'rèk^bi
'M iioa caiupagua,
Cb'i fk d'I auUpodi
'K pais d'efitiagiia,
Adès6 difèndi ve;
ruo, di cbM atteiÉ!
bie d4rtitrè riMie.
À
628 PARTI TERZA
1810. Per non defraudare il lettore d'un Saggio delle gra-
ziose poesìe del teòlogo Casalis, soggiungiamo una delle sue
fàvole inorali sul noto proverbio: Un buon consiglio vale uno
Stato.
I Rat an conséi.
Una fantióna d' rul domicilia
Già da lunghissim temp ani un grane
Vlvio da sgnór, e an piena libertà.
Lì dop la colassión J vnio M disnè ;
E fàil fin toc d' marenda, alòn, s' fasìa
Doì sàut pr pie d'aptìl, e pòi sinè.
E tul 80-sì d' bonìssima armonìa ,
E sen(>a pur, ch'i gal e 1 so padrón
Smiava ogn' dì cb'a piéisso d'andurmìa.
Ma com'a st' mond sagrìn, consolasslón,
Richesse, povertà, tùt i'à so fin,
L*è dcò vnuje pr lor so tour d' ttàton.
Venta eh' un gat d'un manoàl lì vsìn.
Pi maire d'un merlùss, sensa licensa
A m' fica 'nt col grane i so barblsin;
E vist eia talunghera d' rat Immensa,
Imaglnómse se con tant aptit
Podia esse capace d'astinensa!
S'J avsina ai prim ch'incontra, e a tira drit,
E pia, croca, anfornà l'è un punt istèss;
J'è gnjjne distinsìón ne d'gross, né d' pcit.
Bin fortiìnà tùit 1 altri eh' a j rièss
De mnè le gambe, e d' fòsla! Ma tut-ùn
8' trovrìo ant cui tafùs forse '1 dì aprèss.
Dunque che parti pie? Bsogna eh' qualcun
Propona, com podrio 'nt eia clrcostansa
Garantise da si* gali fier, importun.
D* «cani a cui grane j' era na slansa
Piena d' sape, d' rasici e d*àitri arnéis,
E là I rat a l'àn fàil soa radunansa.
Un d' lor d'iin genio iiitraprendènl e estéis,
eh' l'avìa gira 'n pò '1 mond, e frequenta
. D' famose librerie pr d'ani e d' méis;
DIALETTI PEDEMONTANI. 599
Che tra i autor i qua! Pavia rusin
Pr eoipìsc d*ogni spiccie d' cognlssión ,
Pr bonor s'era tnùssc ai pi arnomà,
D' mancra ch'i Arislnlcl e i Platon
rero passàjc an sang, e similnicnl
I Dcm()stenc, i Tullio e i dói Catón;
Sto rat, tra i so stiiuà pr esse eloquènt.
L'è stàlt 'I prfm a sauté su s' na mioa,
E 8^ conta, ch'aringhèiss cosi soa gent:
« Fratci, dop d'esse sta 'nt la bambasina
» Da pare an Adi , chi d^ noi l' avrìa cberdii
n D' trovèse adcss su Torlo dia rùina?
u E J sómo ch^ trop! E eh' trop i avómo vdii
« La giornà d' jcr coora son stàit tratà
M Tanti d'i nost sili flor dia gioventù!
cr Cherdc pa nén, eh* a n' lassa an libertà
» Pr iin pèss da bestia nà pr fène d' mal.
*9 E noit e dì 'n.1 guera 'ndlavolà.
<« E s* mai d'uncoi arpièissa cui fier bai,
»> Di 'n po', cos'clo ch'i podris fc noi,
*' Pr garantise da si' originai?
«t Mi vdd gniin àut spodièni, eh' un d' custi dói;
*y 0 d' bulso e muri ansòm da disperà,
*> 0 d' fèsla. V porttr via i nost ratatói.
«4 Sii, decidómse, e prosi; un è lunassà,
*9 £ *l i>erico1 a s* fa sempre pi vsin;
M Pensóma a salve vói, fonine e masnà.
a Sti ogct presiós aspcio so destìn
» Da cui partì eh' \uì se pr piò a at' moment;
n Savr '1 dover eh" imi à d' vorcje bln.
u I 0 dit bnstansa; a d* rat com' voi prudènl
»•> Fa pi nén bsogn tragiunso altre parole,
>* Pr dispon>c al parti pi convenlcnt. n
Dop sto discórs iina d' de teste drole
Ch'u fan la punla ai fus. e eh' pi d' tuit i alt
Volo savèila lunga ^ e a son d' sùbiole,
L'è sautà sii, e Va dìt: u Spelc marlàit;
>9 Dnans ch'i v' dclflc pr iin d' cui doi partì,
n N'u da propònvne iin Icrs mèi liit afàit.
•i Nò, fa nén hso^^n nv <r bat.<e, né d' muri,
«V Ne d' decampò da iìii clima cosi bon.
o Do\'iin è nà, r un god d'i Ix^i piasi.
45
>
030
PARTB TERZA
u Basta cb'i ataco al còl d' cui fier luròn
n Un bon clochìn ; sentèndlo a vdì , a j sana
» Temp e tempìssim a mnè '1 petaodòn. n
<* O bravo, bravo I »» L'adunansa a crìa^
n Vh Io ch'a J va. •• Ma cui prim oralór,
I>cl progèt e d'I bravo a s' na ridia;
E dcò cfamànd 8*a j fuss quaicÙD tra d' lor,
Ch'a j bastéis9a '1 mes sold d^andè dal gatl
Pr cula impresa, oh! gniin ambia ci'onór.
Un bon conséi, a s' dis, eh' a vai 'n Stai;
Ma bsogna che vedèndne la bontà,
A 8'J antepona nén quàic sogn da mat,
0 quàic Donchissiotada strambala!
i850. In Saggio, cosi del puro dialetto, come della soda e
spontanea poesia degli ùltimi tempi, ci gode Tànioio di poter
offrire ai nostri lettori alcuni componimenti inèditi dell' esimio
poeta di Susa Norberto Rosa, uno dei più popolari e merita-
mente apprezzati scrittori viventi.
Barba Gio^.
Cahsór pibmontéisa.
Barba Giove stuffi d^ sente
Le grimasse d' cule gent
eh** a destaco a forsa d' piente
I plafón del firmaménl.
Un bel di, sensa di ncn,
L^è cala su custa tera,
E voliàndse a sii vùrièn
A J'à dije su la cera:
Oh che farfo! oh che fabiò!
O che tette d*artic\b!
A che prò chM v^ descadene
Contra '1 ciél eh* a V vói si bin?
Con che titol eh* voi I véne
A gonflème i cbitarin?
M4 v'd dàve 'I necessari
Pr ch'i vive an alegria;
S'i fé tùtt a r incontrari
Cosa vòle mai cbM v* dia?. . . .
Oh chi farfo! oh che fabiò!
Oh che tate d'articiò!
Mi v'o dive la rasón.
Vera mare dPesperlensa,
Pr ch'i vedde 'I gram e 'I bon,
E eh*i V* guide an consegueosa;
Se voi-àit, bruti salàm,
Dispresiànd i don divìn,
Lasse 'i bon pr tnive al gran,
E poi dop i fé i piangin.
Oh che farfo! oh che fabìò!
O che teste d'articiò!
Pensànd ma eh' a vost t>ondr,
Con paterna teneressa,
V'5 biittàve an sen Cin cor
Tut amùr, tuta dolcessa;
I v*o dàve ancor sul pai
Un istint pr conservive;
SU sé amis com can e gat,
S'i v' amdse a massacrève,
Oh che farfo! oh che fabiò!
O che teste d'articiò!
DIALnri PBOBVO>TA?ll.
05!
Pr eh' i vive an sanla pas
Vaine dunque inutilménl
Davo d' vin eh' a sàuta al nas
E tanti altri amùsaincnt?
Pr eoss'èlo ch'i ni'invoche
Quand i v' lire d' cólp d' canon?
Crcdve forse, o teste gnochc,
Che le baie a sio d^ bombón?
Oh che farfoj o che fabiòl
O che tette d' articiò!
Credme pur, mei cari fidi,
Blì son niente amis dia guera;
L*è la pas, la pas ch'i voj
E '1 ben essere dia torà.
S'i son pare di Franséis,
Di Spagnòi e di Ilaliàn,
Sónne '1 boja di Chinéls,
Di Kalniuk e di Egissiàn?
Oh che far fu! o che faina!
O che tale d' articiò!
Resta inutil ch*i m^ pilure
I uialor dr umanità;
S'i se voi ch'i v'Ji prociìre
nóvnc Siene mi d' metà?
Abrùti da l'ignoransa,
E corùt da le paMiòn,
Cbi poi sente l' importansa ,
L'eccellensa d' soa mlsslòn?
O che far fa! oh che fabiò!
O che teste d' articiò!
Cui gran dì ch'i v'o creave
'Aine pia pi d'un model?
Dime un pò s'i v'5 nén fave
Tiilti cguài, tutti fratèl?
Se voi-iit, fasènd pà caso,
D' vostra prima dignità,
Se lassavo, parci di aso.
Buttò M bast e la soma.
Oh che farfo! oh che fabiò!
O che tette d'articiò!
'L rer filòsofo.
Mi 1*0 nén pr tutta eà
Ch'una sémplice cabanna,
Marli-penna ripara
Da la bisa d* tramontanna;
Là, lontàn d'ogni fracàs,
Sensa suist, sensa ambaràs,
Tut oseur e desmentià
Godo an pas mia lil>ertà.
Grassie al cél eli' a m' voi sì bin.
Mi rd dcò lì poc lontàn
Un toc d' vigna, un pcit giardin
Ch^i coltivo con mie man.
S'a ra' a%'ansa d' fondo vèj,
Na fas part ai me fratéi,
Ch'a son Ifilti i nói d'Adam^
Sensa seme i bon dai gram.
Mi 'm fa nén d'esse 'I ghlgnón
Dia Fortijna ch'a l'è mata;
Sta per tera, comM s6n,
L'c difTicil ch'I nibaU.
Quand i vcddo al dsur d^ la roa
Cui eh' un dì l'ero a la eoa,
I m' na rio d' sol errar
E i rinonsio ai so favor.
Pensè trop, a va nén ben;
Chi trop sa l^è mlser^bll;
Lo eh*a passa a toma nén,
E l'avnì l'è Impcnefràbll.
Contentómse del presènt
E godómio onestamént:
Chi 'nt so cor l'à 'nsiin rlmòrt
Viv ailcgher con san Giòrs.
Un vèj %olda.
Oh eh* a l'è deffenerà
La cariera
Coti fiera ^
Oh eh' a l'è degenera
La cariera del tolda!
ilJna volta l'arrogansa,
I L'osslo, 'I gfógli, dn eór da lién,
I La desbèaeeia, Pignoraasa
i L'ero nostre distinsi^.
Oh ch'a rè degenera te.
«3S
Sì ch'allora m %* conossìa
Cui sistema folfotu,
D' lasse viv pr cortesìa
L'inimis ch'a s'è rendul
Oh ch'a l'è degenera ec.
Gota Servio adòs eh 'a n^ mando
Contra i Turch , contra i Indiàn ,
Se dnàns d* parte a n' raccomando
D'esse dus, gentil e ùmàn!
Oh ch'a l*è degenera ec.
Cosa fanne mai da fé
I scrittùr d' filantropìa
Con noi-àitri vieux troupkrs
Ch^un k l'anima impletrìa!
Oh ch*a l'è degenera ec.
PARTE TERZA
Élo ncn da piksilànim
Arfùdè na sfida al dùèl?
Cosa ]' èlo d' pi magnànim
Cb'anfllèsse da fratèll
Oh ch'a l'è degenera ec.
Che drolìssima costuma
Ch'a j'è nàje al sècol noBtl
Fé la guera con la piuma,
An Io d^ sang verse d*inciòslf
Oh ch'a l'è degenera
La caricra
Così fiera.
Oh ch'a l'è degenera
La cnriera del soldà !
L* Iniipendmt.
1 voi pi nén lasscme
Guide com'un bambìn.
Pi 'nsun venna a parléme
D' gramàtica o d' latin.
Voi esse '1 prim goffàs,
Ma vive com^a m' plàs.
^h! ,.. i veddo rcalmènl
Ch'i 8on indipendènL
Secònd ch'a dis mia mare,
I fidi del temp andàit
Scutavo ancora '1 pare.
E l'ero già d'ora fàil!
1 pare, a nostra età,
Stan sut a le masnà.
Ahi,,, i veddo realoèènl
Ch'i ion indipendènL
Ch'a m^ parlo pà d' preghiere^
Né d^ cose d' religión.
A son tutte chimere,
Tulle sùpcrstissióh.
8'an cesa i vad quàich' vote
L^ò per squadre le tote.
Ahi... i veddo realmènl
Ch'i son ìHdipendènl.
V Ilalia ! . . . oh che parola
Per fé gire M scrvél!
Darmage che sta fola
L'à pia '1 tupin dl'amél!
Ma s'i tornumo a guera...
Mi scapo a pausa ter a.
Ah! ... i veddo realmèni
Ch'i son itidipendènl.
Pr déme un'aria fosca
E seconde M gran tón ,
I m' lasso vnì la mosca
E eresse i santilión.
La mosca?... bagatele!
Tre méis a Fenestrele!
Ah! ... i veddo realmènl
Ch'i son indipefidènt.
Con me sigàr an bocca
I vad ani un caffé;
'L garsón d' bollcga a ro' tocca
— Monsu, s^ poi nén fumé. —
Mi fiimo; un Comissari
AI fa cure dal Vicari!
Ah ! ... t veiUio reaUìiènt
Ch'i son indipendènL
DIALETTI PEDENOIITANI. 05 S
ìer sèir» a la Ira^cdia,
Già stuffl dal bnjè,
Per non muri d'Inedia
I ni' son prova a flsèiè
La guartlia clf a 8*c accorta ,
M'à fame pie la porla.
Ah!.. . i vedJo realmènt
Ch'i ton indipendènt
Volènd. con arrogansa,
Tornèmne sui me pas^
A m^ mostro la crcansa
Dasèndme un pugn sili nas.
Ali m* sQvo cui sgrugnón,
Ila nén cula lessión.
Ah.' ... i veddo realtnèHt
Ch'i $on indipcndèni.
La vi fa d^ Campagììa,
lìtalns ììtt tfHì procul negotiis, rr*
HoaAT.
SCSTIKB.
Dli beai chi 1)01 vive i di a ranliea!
rlii, lontàn dai fracàs e dal negossi,
Durmènd siil dur, rusiànd na grama mica,
llcvènd un vin pi ribùlànt che U tossi,
A s' divcrlìss a coltive la tera
Con i cuai a le man e la drncra!
Cliìèl, fabricànd soa cà s'ijna montagna,
A resta assicura contra I naufragi.
Un sol ga\às ch'a l'abbia (bela cagna!)
A manda a pislè d* fiim cui di tiraci.
.Nojàndsc ani i anticàmere di sgnùr
A s'amiìsa a bajè 'nt el coridùr-
Adrs a va beàndse a sciape d' roc;
Ad OS a fé d' falighe da borie;
Adès enta d* papàver s'i artlciòc.
SlufQ d' custe delissie a dovrà '1 pie;
Adès, lajànd i brano a n*arbra pina.
Casca per tera e s' romp el fll dia scliina.
Un dì s'amiisa a depurò Tamól;
Un àutr a spòrme '1 làit ani' una gàvia;
S' la vólp a j pia un polàst, o 'I luv n^agnrl,
S'i masnà son dcscàuss, la fumna gràvia,
O s'a ] manca la sai pr la polenta,
Ciapa '1 pìfcr e suna na eorcnla.
Al méis d'agóst, quand i siidómo a sìe,
Stravaca sul a iin rol, long e dlstcis.
Senta la vus d'un arslgnol... d^i urie,
E passa di moment... eh' a smijo d' mèis.
Or a clapa un lavàn; or na furmia
A J rampìa su die gambe e lo gatia.
«54
PARTI TBRZA
Al méis d'oltóber, poi, che piasi mal
Cb^a prova a taslè 'I vin a la spinela,
Pr vendlo a IModomàn a strassa-pat
E paghe n' usurari eh' a lo pela!
Che piati pie na ciucea an compania . . .
DI' ussié eh' a ven a fèje na sesia 1
D'invèrn eh' un à la ficea sui barbìs
Chièi a s^amùsa a s^ampalrè la vólp,
0 a tende d' lass ai merlo e a le pernìs;
Intani ch'a l'è lì-li pr tire 'i eolp.
Un sergént sàuta fora d'na ciovenda,
A j pia '1 fusìl e a ] fa paghe l'emenda.
Che da soa pari una fumna d'ardris
A l'abia cura die faccnde d' cà,
Lassandje a temp e log so fò... deslis,
Preparàndje soa mnèslra... raviolà,
Ch'a travaja dì e noil... a fé d' maràje»
Pr' esente l'òm dal pagaménl die taje;
Ch'a la malìn l)on-ora a vada antórn
A porte la flùr d' làil ai Qfflssiài,
E ch'a consegna a Tom, a so ritórn,
Fedelménl 1 dol tcrs d*i so Iravàl,
Oht allora sfido... 1 sfido Dante al duèl,
A trovème ani so Infèrn un stai pi bel.
Rapi da ste delissle, '1 méis passa
Crispin a s'è fissasse a la campagna,
Yivcnd an santa pas e libertà,
Saulànd com'ùn cravòt... quand ùa lo sagna.
Darmage ch'a l'è mori d' malinconìa!
Desnó chi sa che d' temp ch'a s' diverlìa!
' L Progrès.
Chi l'à dit che custa tera
L^è n' immensa gabla d' mal,
A r à dit na cosa vera
Come dòi e dói fan qual.
Che d'ambròj! che d' gofarie!
Che d' facende ! che d' affé ! . . .
Ah lattème riej rie^
S'nò i pniiio pr pìurè.
Hsogna lese le gasettc,
Por conosse bin sto mónd.
Quanti guai! quante ciapette
Da la sima fin al fóndi
Quante gueré invipcrìe
Sensa prò, sensa perchè!...
Jh latsème rie, rie^
S'nò i finitso pr piurè.
DULBTTi pf.i>r«o:ita:ii.
(159
Quante ciance a le Iribunc!
Clic d' soldà con i barbisi
Quante Icgl con d' lacune,
Vój poi dì, quanti paslis!
L^òm con tuUc sle fulie
Tal a Pera, (al a Tè:
jéh laticmc ricj riCj
S'nò i finisso pr piurè.
Quanti past fra i diplomàtici
Quanti duèi pr d'opinion!
Che d' parti! quanti fanàtic
Carola, butta an persóu!
Che d'progèt! che d'utopìe!
Quante spèise da paghe!
^/« laisèttw rìfj rie,
S*nò i finis to pr piurè.
Oh che lapa benedeta,
Che sogióru privilegia
Ch'a sana «to pi«neia
S'ùn avèis àn |iò d' lo-là!
Gioventù!... dùni i arie...
Com! i ^ó\v {13 *<vìkì
j4h lattètivt ru ,rvt^
S'fèi f fiftiskj pr piuri.
K Vh fnltf J^è pn uiniifia,
J*c pà mod d'avnine ni fin!
L^òm rè fin urn, una |>ahti«rN
Ch'a divora chi a J fa d* blu;
0 ii'ascula lo ch'I J dii»,
Tant a fu coni' a voi (hi
Ah, laiième rie, rie,
S'nò i finitto j/r piurè,
Cblèl, s'I J parie d' maMacrt'^M*
A va tùt an bro d' faMiJ;
DIJe ma eh' a b^ogna avitf'Mr^
E I lo vede a viré '1 fòj!
Con die le«te d' fer parir
Comi «er^lo resone?
Jh l'it$èiM ruf, riti,
S'nò i fiftisto pr piurè,
Cnanca mi voj fià hùiU:m*:
A drf»Mè le piote ai rari;
1 m' rr^u tento d' aiiiu%#rf«^
E»rl«oi«nd tra mi pian pian;
O iu%*ióa itt*f%ilie!
Lk» M 'I ifruìl^rér% rh'ì Ut
Ak lu9^nt€ ru, r'w,,
Vw* i fuà^èo yr piur^.
1500. Tra i >^^ delb leU«r»l«ra aMii^jt» w^ y^^»wnw^/
iDtrala^ùire -j itiMjrir*: ufi LnoM 4i Vw¥à trsau» 4»lte ^>j^<;f»?
giocose di Giorgio %u>wr. wstbeai*^ « dir t*jrv^ f? j^^ i* U5«*wt*
del coiD|i«niiiie:iV,' t ;f»jr l> h*^^rr*^d^a^ -MI» tAMH^ ^ 4*ii vrV/
grafia «iBffft: 1 «"illaxil»;. Uno l^tai ^z** uli>; *iliv ^aìAm^^^ ^ *ii^
V'^uu' • 6tiifi«* «I «.u pi^»i«
Ì0t M tKff 4-I0C JM^l» »i<llf b
959 PARTB TERZA
Cofuedie e istorie de sustansia
L'allr'ér se fison an tribunal;
Tanta non è za nostra arogansla,
Che presumìsson andè a Tanguàl;
Ma con licensia tal e qual
Ve sarà sport qui o nosfr solàz,
De grossis pur su o naturai
E siond el borg del cavalàz.
Pr un pet tra Cheirlna e tra Pcróii
Mari e moglie fu gran discòrd ;
Al vescovà la gì' è Piumerón
Nos|^ pellucau, vói de tal sort,
Che Perón bench'el fuss ascòrt.
Fu condanna cun desonùr.
Per ciò ch'el done a drit e a tort
Per tut àn scnipcr mai favor.
Ognun s'astrcnza e stca qualìn
Perchè a Tè de necessità
Oi el prinsjpi, el mcz e el fln
Vist ch'ant la eòa è la bontà.
Che mai pos ch'el mond fu cria
Ne fu proccss mcgl dcbatlii
Bcncbi n^àn dag (ina pota
A Perón chi se gre ambaltii.
oc. ec.
Cheirinu uxor incipit.
0 doza consola Maria,
Granda è la penna e fantasìa
Del done a governò una cà
Sensa servcnta; gnùn no sa
Se non De, e mi povra Cheirina
Che sol pr attende a la cìisina
Ne me bastréa quatr, ni scs brassc.
Par coglian si à qui del bcsiasse
Tutte a remiisg da redrissèr;
Fors ch'el son perle d'anfrisscrt
Dràip de lava, scucile e peiro.
Mortèr, pistòn, pot e grisò;
Dèr mangiò al porz, e fcr lessìa.
0 ne sòiàir za gnùn temp chi sia
De Sta, d'Invèrn, ni Primavcira,
Póura Cheirina, che me spcira
De repo^òr ni taiil ni quali 1.
POS va o iiost reróii rviuugiiùiil
Dia bigotta e dia |tro\lei»su
Se vag al pricli, o che oU» iiur<«*iii
AiMsnna el Teste coinuncJù,
E cli'ubbia pr rcconiuiidà
L'anima mia r ancùr la ho»
Pcrcb'a ne s^Jìiir , che gli v manhia
I fra del zocrc, o Ae dà ai pri .
Ma vcn a lagl zìi cli*el cogm'*»*,
Cile o ras ciancic, ^'el Ura^Uu Ui'.n,
PfT cost ne la<«si a fèr di*l ìhuì,
(Jic vogl' andèrmenu adèns adf'Ri
Tro\è el raè lion Tra Austin (pii pn'«-
Descarièrmc d'un ccrt |>«rc:i,
Antànt che Perón è andà al marr;!
<,ho licn ^'dfó torna a ìn»u'urd
Ond' sarà andà i«ta traditora
De mia mr.j^li^r? Mai tiou «ita hit t-it;
Guarda t.ìn: Urlla niru là
Th: iTii an 'Or do» v> wtriu^yt.'
•^ di:»o! frré aparl al viarlatrr
V>yt .^fr-i fj-.rX f.l/«i'!* kn^*-i
Lri» ■.ir* 'Ji **r- <!r>at,
*fL'l rlrj, '.Lb, «>a4AS.A Vuìa<*''
L» *■«'» «v;« «^-t% ktf l^r^^,U^M
»-■. :. '"4.' *'.'. \^iS'i. r^,* *f.0,4l'
•Vf f • \ •^'A'0/.\ i'y ..•**'f «.»'
'.^* V -jr ■ ,^ •*.' » >*<• '..Tv
' ■• ■.:• » l.i»-*{ 1 i III»-- •» *
115^
' ..■■»
6 '. ' •'*••' U
658 PARTB TERZA
Perón,
'O gran pansér,
Ch^o me bsognrà fèr di Taftl
Cheir,
Oh! per tua fé, no me dà ampà(,
Che me son stagia confessèr.
Pcrón,
A ista ora?
Cheir,
Na che vogP lassèr
La mia ànima pr i fa| del mond ;
Che quant e fass ani e! perfónd
Abìss, chi m'an cauréiva fora?
Ma ti quei né pcccafàzz òi fora
Dcvrcitu avèi su la coosiensia!
Perón.
Ne so pu bela pcnitensia
Per mi, che d'esser maria;
Oh! vegna e! cagasàng al fra
Chi m'an parler priimeramént.
ec. ec.
Aiitliflaiio HÉstleo«
4783. In Saggio del dialetto astigiano rùstico, soggiungiamo
due Sonetti già stampati in folio volante, il primo in occasione
d'una piiblica corsa di cavalli ch'ebbe luogo nella città d'Asti
l'anno 1783; ed il secondo per la festa della Madonna della
Neve celebrata nel 1823 dagli ortolani d'Asti in una chiesuola
suburbana. La mancanza di cose migliori ci costringe a valerci
di queste meschine produzioni, le sole che ci riuscì rinvenire.
Il primo Sonetto, che è dell'abate Incisa, ha la prima quar-
tina e gli ùltimi due distici in dialetto urbano, ed il rimanente
nel rùstico.
SO.NÈT
Sugnànd poe fa, là sul Pllón dia Corsa
I ò vist l'ombra d'Tugnìn, cui tant famós
Ch'ancora l'an passa vcó e gutós
Con un pcit cavai sard Pà pia la borsa.
» Slor, a m'à dime, i o faò qui na scorsa
» Per vugghi se i sioudin son nimcrós;
*f E dcrcò per fé arnèssi viloriós
M ijn cavai, eh' a r'à bsògn d'iin pò d*arsorsa.
DI A LETTI pedehonta:<ii. 630
fy Cunósslo cui barbrìn d'ì bali nei?
» A j ro dig, gira Baco, eh' a u s'n'anficcla,
M S'u pagi è bdrb, s'a u sbarda nén der mèi.
»ì Ma che d'si eh' mi i farò Ini la slrà drìccia;
»> Che d'si... Ch'a u staga a vugghi s'a r'c vci!
«> Anco vói propi mi dèje na sficcia.
» Da za ch'i ò pu nén d' ciccia,
>f Sautrò liti d'ascóndón an groppa ar pagi,
»> E p6 che d'si ch'i faro fc curagi.
A disia d*avantagi,
Ma luti ant un moment i o duvcrt i di,
E son truvàme an mcz ai me Unsoi.
Alòn, piève nén d'sboi,
0 Cristofln, avìve pa senlì?
S*a s' verifica '1 sogn, alòn, ardi!
SONÈT
J'c certe brutte lingue da slropià,
Ch'a mordo e maledisse i ortoràn,
Dlsènd, eh' a son canàja, e eh' a van pia
Con d'mole o con tros d'eòi, pare! d'i can.
Stc-si son lingue degne d'na tnajà,
Criticànd 1 ortoràn eh' a son iimàn;
Son paste d'sucher, dvot, bon eom'cr pan,
E gent d'ripulassión, nost Sgnór lo sa!
1 dné che i altri spendo ant 1 quartìn,
An onór dra Madona a i àn spendù,
Aussàndje un campanìn con un ciochìn.
Lor son nén spadissin, porto nlun guai,
Son semp tranquìi, e sensa parie d'pu,
Vi dag i>er tanti galantòm au tài.
Dialetto di Polrlno.
1804. Anche il dialetto di Poìrìno^ pìccolo villaggio, forma
parte del rùstico astigiano. In esso publicava alcuni scherzi
poètici Agostino Bosco, prendendone argomento dal passaggio
per Poirino del Sommo Pontéfice Pio VII , il 12 novembre i804.
Sebbene privi di gusto e di sale poètico, ne abbiamo trascelto
alcuni in Saggio di quel dialetto.
640
PktCn TERZA
I.
I 5 visi cr P«ipA;
E chi s'n'anfót!
Mort, pia ra sapa,
E picmc ar mot.
Chi scanpa , scanpa ;
Fame ra tanpa.
I o visi er Papa;
Mi son sarvàl
Ra mori eh* a m'cinpa,
MI mai danh.
Vor con Blatrìs
An Farad is.
II.
Cól eh' a j dìo 'r Papa,
Mi folfotù pensava,
0 Toma, ch'fuss un pcit eh' mangia ra papa,
E ch'o comensa già eiamè papà.
Papa Pio r*è iìn galàt ch'o fa pi pi,
Discc, coma fa 'r gal ehichirichì;
In soma ai na masnn!
Ma quan r' ò vist ; oh ! cass* re bclc bote ,
Ò di(; r*è un òm ch'o mangia già r'pagnotct
— Ti l* piavi duncr un bo pr n'crbarò;
Na ròl pr un faso;
E ra miìra dr frc pr can dr Maire!
Ti rr'.nnlcndi pa vàirc;
T*ài da fé com*Tomj'i,
Ch'à mai viii crdc (In ch*o r'à (oca.
Sai-ifi chi e 'r Papa? San Por, chMiii :i «an ,
Ch*o Icn re ciav dr paradÌH an man ! —
M' ro dorbìss an pò a mi I —
Va pa tan a dorbilro^
Pr dìtro si latin,
Ani na parola^ baslu ina eh'fc bin.
Fé biu cos'èlo?
Lo eli' e d'Sésre, sia d'Sésre;
Lo eh' è d'Idìo, d'idìo;
E lo eh' e d'mi, Margaritin, sia mio.
Gruppo Canavese.
"Vercellese.
Abbiamo avvertila ncT precedente Capo V assoluta inancanta
di produzioni letterarie nei dialetti canavesi; e perciò siamo
lieti d'aver potuto rinvenire due poesie d'occasione che qn\
DIALETTI PEDCM05TAFII. 6t C
soggiungiamo, cioè: uq Sonetto inèdito pel giorno natalizio
d'un amico ^ in dialetto di Vercelli, ed alcune quartine nel-
l'antico dialetto di Brezzo, per reiezione d'un pàrroco. Siccome
poi quest'ultimo dialetto per la corruzione delle voci anche de-
rivate da radice latina è presso che inintelligibile, così a cò-
modo dello studioso che indaga le orìgini^ crediamo opportuno
pòi^erne in sèguito la versione letterale.
Pr el dì d*la fenta d* un amis.
SOSÈT.
JMè car Luis, rè ben domàn (óa festa?
Ma si, domàn: oh ! quanti bei bocbèt
Botónd, pìramidài l'|)ìo\ràn s'In testa.
Mentre forse l'surc ancora a lèt!
Cbi va, cbi vèn, chi cur con gamlKi lesta,
Portàndfi d'blciolàn, d'busìe, d'confèt;
La gioja s*vdd sQ tùti manifesta;
I amis i arivo a ses pr volta, a set.
(;ià la slansa l'è ingombra, e cosi piena,
O genius genius! d' tante bele cose,
eh* a fèje tùie slè a j voi d'Ia pena.
Ma dime: j'c ancor post pr un Sonetin
D'un mal, rh'a sa ncn fé ne vers, ne prose?
Oh! fàji bona cera, Luisin!
Blaletto di Br^sso.
Pigliànd possèss a la parrochidl d* Bróss lo lant illiittar e
ri^erènd Sgnó Don Pero Loì;^ì% Sarloris d' XoK^reilla ^ Rim an
stil véri d'Bros.s
Ch'a n'sien arsiè gl'elmolc anc'an viali
Cause d'pla pèrdita dal Don Caràit.
E ch'a torno lùse culla dielta
Applà da tuió quélnó ni-èt prediletta!
Ch'a bàico anca sgnó Pcde Lovis.
Dm la sci bell'aria dal paradis.
Clini' mal Bross ài piàin d'consolas>ión
Ali na lùié anronlra d'un prió si bon! •
i
613 PARTB TERZA
Col CO tener e piàin d'allegrìa
E ansèm a cusla Gerarchia
Ch'a s'è degna d'vral butà Plere
Par nosl Pasto an cusle carrerc ,
Cognossù prò con gran sodisfasslón
Dai sóen franche prove d'iùlta affessión,
Che lant spiritual , che tamporàl
A poziava vrèine gniùn*ed ugual !
Ah! quàglie vux purànne ni-èi imita
Pr poci anca an fris ringrassià
Lo uòst Pare àul eterno patron
D*un si tant istraordinari dóni
Aliastansa i poàn nit ringrassià
Lo zelo de Uonsgnó d'avài scondà
Le vós dau ciél, e sóen insplrassiòn ,
In parraeftìne un Cura si bon.
Pasto, conlàint i sén abastansa
D' cusla fortunata alliansa;
Ch'a prico ma eh' lassù sainsa crenta,
Ch'a srà provisi d'bròvée I d' polenta.
Handiènl grassie al pi hàut Suvràn
D'avèi anvoèrt tant 1 pò la man,
D' colmane d' tanta consolassión »
InesplicàbiI con le nuste razòn ;
Partlà i pregrin tal Sublimità
Pr una vita lunga I d'sanità,
Pr anvuìlo a nacheta marmorà
Tut farvó must rane la giusta strà.
Sien esaudie le nuste preghiere
Pr intercessión delle Schiere,
Che dopo d'avài an quast mond malpinà
Con ChiàI lassù tui£ quèin£ I pòsson nà 1
DoLB Cbiosetto.
VEISIOME letterale di QUBST''|)LTIII0 COMPOIflMSRTO.
Prendendo possesso della Parrochiale di Brozzo il molto
illustre e reverendo Signor D. Pietro Luigi Sartoris di Now-
reglia j Rime nel vecchio siile di Brozzo.
Che ci siano rasciugate le làgrime anche una fiala
Cagionate da, e per la pèrdita del Don Carrèt,
E che torni a risplendere quell' età
Chiamala da tutti quanti noi-altrl prediletta !
DIALETTI PEOB¥0:iTA?II. 045
Osservi anch' egli signor Pielro Lutgi
Colla sua bella farcia da paradiso,
Come mai Brozzo è pieno di consolazione
Neir andar tulli incontro ad un Priore sì buono!
Col cuore tenero e pieno d* allegria,
E insieme a questa gerarchia
Che s'è degnala di voler mettere Pietro
Per nostro Pastore in queste contrade;
Conosciuto abastanza con grande soddisfazione
Dalle sue franclie prove di tutta affezione,
Sicché tanto per lo spirituale, che pel temporale,
Potea venirne nessun altro eguale !
Ah! quali voti potremmo nol-altrl eméttere
Per potere tanpoco ringraziare
Il nostro Padre grande, eterno Signore,
D'un così grande straordinario dono!
Abbastanza non possiamo ringraziare
Lo zelo di Uonslgnore, per aver assecondato
Le voci del cielo, e le sue inspirazioni
Nel permétterci un Curato sì buono.
Pastore, slamo contenti abbastanza
Di questa avventurosa alleanza;
Preghi solo lassù senza timore,
Che sarà provvisto di castagne bollite e di polenta.
Rendendo grazie all'altissimo Sovrano
D'aver aperto cotanto la mano,
DI colmarci di tanta consolazione
Inesplicàbile colla nostra ragione;
Pertanto pregheremo quella Sublimità
Per una vita lunga e sanità.
Per udirlo lunga pezza predicare,
Tutto fervore mostrarci la retta via;
Siano esaudite le nostre preghiere
Per Inlercessiono delle Schiere,
Sicché, dopo d'aver affaticato in questo mondo,
Con Quel lassù tutti quanti possiamo andarel
Gruppo Monferrino.
Anche ì dialetti monferrinl, come abbiamo avvertito, furono
generalmente negletti ; né , per quanto ci consta, vennero mai
alla luce colle stampe componimenti intesi ad illustrarli, ove si
eccettuino una Canzone alessandrina, ed un Sonetto in dialetto
6^h
PARTE TERZA
dì Mondovì, inseriti nella prima e nella Nuova Miccèide. Ciò
non pertanto qualche poesìa d'occasione girò talvolta luodesta-
mente manoscritta nell'uno e neir altro municipio, e special-
mente in Alessandria, ove la Società degli Immòbili mantenne
vivo per qualche tempo T amore pe' buoni studj. Di queste pro-
duzioni inèdite appunto facendo qua e là ricerca, ci riusci rin-
venirne alcune di qualche pregio nei dialetti alessandrino, ac-
quense e mondovito, e ne arricchiamo la presente raccolta, ia
Saggio così della poesia, come delle svariate favelle monferrinc.
Alessandrino.
Ina Cansón populór scticcia in dialètt Lissandrén.
In fall success.
Chi vó senti ré do rcji
Ista bela novità?
A rè turna u lòmp d*cr slróji;
L^c in bel cas eh' l'è capita.
A n*è nenta 'na nuvcla,
Ma rè capila da bon;
Ista-cbi r'è propi bela
Pr amparè s'u s'è minción.
Ina dona llssandrcnna,
Ch'r'è la fia d*ìn barge,
A s''c faccia ina niaténoa
Da na zéngra slroliigliè.
J*à 'ndvinà eh' a r'c marìàja,
E ch'r'à pia za doi mari;
An poc temp a r'à ancantàja
Con paroli da sturdì.
Cula slréja nialadelta,
eh' r' era fora par grifTè,
Con na lengua da sajetta
J'à squattà diversi affé.
J'à parla d'er purgatori,
D'sò mari ch'u j'era an dreni;
H'à truvà na tabalori
Cb'a j n'j à mai rispondi nénl.
0>n in^aqua a r'à sbrinsàja,
Ch'r'civa an drenta ani in sucòt;
H'à lini d'essi ancantàja
Fàndji vigghi cui diauvròf;
A j'à dio d'er parolassi,
Ch'a r'à fàccia stralùnè;
J'à faò vigghi deri ombrassi
Ch' i son robi da scapè.
A j r'à dàccia ben d'antendi
Par pudói fèj l'arzantén,
E con tuti er so facendi
A j' à pia fina i durcn.
A j'à pia l'avsli da spusì,
E in scussa ben ricama;
Tuli er robi ch'r'élva scusi,
E ch'a i tniva ben lugà.
A j'à pia deri àler robi
Anliippà ani i fassulclt,
A r'è slaccia na zanobi
A lasscsi fé 'r fiuchètt!
A r'è stàccia na minclónna
A lasscsi slrolughè
Da na rassa bozarónna
Ch' r*cra fora par mignc!
A u r'à propi ncnt capìa,
Che sta geni eh' i giru 'r mond
I son tiè d'ina famìa,
Ch'u $ò nom l'è gabamónd;
Che par fera pii sicura,
Lur a parlu bel a pian,
E po'dop a ra drittura
I sgrafOgnu con cr man:
MALITTI PEOEMO^ITAM. 64l5
né doni, tiii da ment,
land ch'i vorru strolughèv,
ime l^òm, 0 d'I' atra geni,
r chM v'possu nénl rubèv;
Mundè vt'ja >la gcnoria:
San* rù-^s, e stèviiì a cà:
S'i tcnrói su-rlii a memoria,
Mai pii aiìiiòn a v'ra fiera!
Ha Favilla der Fazàn,
Si»NÌ.TT.
Quaiìd clì'er bestie I parlavu, aiit iu puló
Ch'u j'era gall^ galeoni e d'i capóiu
Con rijss duvèrt, perciiè l'era d'amsóii^
U j'è antrà drenta in bel Tuzàn anvè.
I capón ch'i Tàn vist, i àn dio: Cji'ù chTò?
eh' a Tveni an^cma a noi ani isl pajóii?
È( an dlsgrassta, dì. d'u tò padrón?
Parla, di su, o va fora d'i pò.
Sonlrnd a Tèsi d'isti coinpimóut,
L'à dio a verta cera: Col banàn
Mèi a son sòlit eh' a n^lspónd mai nòni.
Aniura na galénna ch'l'à consi,
A j'à ciamà con grassia: Sur fazàn,
Ch'u m'diga 'n po'er uiotiv che lù l'è chi? •
A tèi a t'Ui voi di.
Perchè t'èi rispettusa pù che lur,
Ch'ar bcstii fénni fa j sài dèj d'u siùr;
E par fòli 'r favùr
Ven Torà bela sula a l'aria scucrta,
eh' a t'dirò tùt, sta pur sicura e certa.
Ma 'r gali, ch'u stava a l'erta,
Per nenia ch*u J succeda der balladi.
I/à dio, che lù u n' vó meja d'fazanadi;
E con dii o tre cantadi»
L'à cria tant^ che sta gaicnna smorta
IN*à gnanca butà 1 pò Torà d*ra porta;
E con Ina vns forla
I)a fés sentì tre mija e pu lontàn ,
L'à sbalurdì e fa scapè 'r fazàn.
Sta fàvola ra dis: chi vó stimèsi,
Ant serti post a bsogna nént flchèsi;
E pò ra dis: che l'óm quaud ch'u j' arriva.
Fa vnì la dona bonna, s'r'è cativa.
U
A
ChCt PAIITB TERZA
Par ra Mndona d'ra Concessión
8o^èTT.
Vurréfs che cui serpènt fiss dvcntà mul
Quandi ch'l'à tenta Adam e so muj<';
Con cui paroli dusi Giiiè rame
Par ch'i mangcissii tutti doi dcr frùt.
Ah! Re cui pum er fissa slaò pu brut,
Chi sa, ch*u n' fissa ancora da stnchc?
Sia l'era bel... Vat'a fé buzanchc!
Tra jùn e l'atra i Tà mangia pò tiit.
Vardè cs'è ch*er vó di èssi cùriùs,
A dò da ment a cui ch'i n'son uénl giùsl!
Dop d'ra vergogna i s*eru lina scus.
Ila cs'è ch'àn guadagni par fé in pcà d'gura?
I àn guadagna la mort par pièsi In gust,
E i àn trae i so fiói tiò an matura!
E stéissa lèi ancura!
Da culla pianta ciri'à tuccà Adam,
U j*c surti ra pest, ra uerra e fam.
A l'era iu affé grami
Par tulli noi, par ti£ i pecatùr,
S'u n'J a nassiva nènia u nost SIgnùr;
Che par fès Redentùr
E avni ani ist mond, u s^è sercà na Slama,
Cb'r'a bulla sult*ai pè culla pel grama.
4 790. Dopo i coinpoaiiuenti inèditi surriferiti stimiamo far
cosa grata allo studioso riproducendo la Canzonetta del Padre
Agostiniano L. P. A. M. D. m morie d*una gatta j già inserita
con altri componimenti vernàcoli nella Nuom Mfccòide. Per lai
modo^ aggiungendovi ancora il Sonetto inèdito susseguente del
Dottor Ferraris^ avremo riunito qnanto di èdito ed inèdito t*
giunto a nostra cogni/Jone nel dialetto alessandrino.
Canzone.
0 i me car ver patriot,
Si nrcognsi eh* a soii sol bon
Da fé vers da calissón
E d'rimiè enfi fan i bò,
Perchè mai sii me ciapòl,
Ch'i son faé a ra carlona.
Voi savi, che o Kitrattìsta,
fi padróu dra brava .Mìccia,
ó..'àausM.ch'raf«.s.uai.l,««
Ch'ó so pnèl ra ritralàss;
E pò a vri vighi adèss isla
Pr'ina galla? In sporcacèa •
E tira zù zù a ra bona Gh'ò n'var guanca in mez qiuirrn
1 m'zercbè? Mi zeri n'al so. > Ch'mcta fora I so s|)rgàss?
DIALETTI PEDBUOMTAMI.
61^7
A i metrò; dirò, ch'ra gatUi,
eh' a s'dis morta, son taoc anni,
E za staja a angrassè ar cani,
E' è ancor viva ani ist moment.
Sèly r'è viva, e mangia, e a s' gratta,
E ra zuffa ancor di ose;
S' lecca, a sMappa, e an zima ai stc
Ciapa rati alegramcni.
Sèi, r'è viva; e con razón,
O s'pò dì: se chi è dottor,
E ben brav ant n'art , ó n*mór,
E ó n' dovrà mai pii morì.
Ut vlv donca; e vi v da bon.
Se pò ó s'vni, che fln d'I'otanta
Stampa i àbo. e d"* nóv 6 s' canta
Ba so mort per ar Mondvi,
jSta razón va! poc, o nenia;
Perchè Miccia an tanò gattén
Vivrà sèmpcr senza fén,
E vivrà gloriosamént.
l\a zitta r'è ben contenta
D'vighi spars pr i so cantón
Ista gran gcnera^sión
E d'contèni di bei zcnt.
Se pò a Miccia i smójo i fiói,
An Mondvì (l'è zeri ci fati),
0 i sarà pu gali che rati,
R mane dagn an tiitt ar ci;
Sarà ancor Pistèss da noi.
Se ra rassa d'i2 gattcn
A s'farù ver Lissandrén,
Com r'è za luti ra zitta.
1790. Stillo scorcio del passalo sècolo^ avendo il Re dì Sar-
degna falli tagliare alcuni boschi in una landa ^ sulla quale la
Repiiblica genovese pretendeva dirilli di proprietà, un poeta
scrisse un Sonetto in vernàcolo genovese contro questa pretesa
usurpazione^ scagliando basse contumelie al Duca di Savoja.
In difesa quindi del proprio sovrano, il mèdico alessandrino
Ferraris dettava il seguente Sonetto colle stesse rime del ge-
novese, al quale rispondeva:
Soletto
La^sa siè, bòc-fotù. Casa Savoja^
Buzaronòn figon, chi Tà mostra
Gomitè coi tò vers da disperà?
S'a so chi t'ci, a l'fas passe ra voja.
Mostra V mostàss, lìó d'na pilana troja,
Scusa lire d'scondón isl tò sassà;
Sol cli'u nosl re o m'Iassàs an libertà,
A r farciva terme gìst cmc na foja.
E cosa a l'crédti? È 'r chTabi dM dindin ?
E mèi dra roba a j'ò, cujonón ghemo^
Da stretji drent gisl cmè ant ra fanga I ghin,
Tèi, e chi fa per tei Uè quanè ansemu.
Sortì pur fora, ch'cn faruma V (In,
Che I fio d'Gajàud I n'Iremo ncnl, i n' tremo !
^kS PAiiTi rmtk
Dialetto d^Aeqal.
Non avendo potuto conseguire una versione ben fatta delia
Paràbola del figliitòl pròdigo !n questo dialetto, né molto meno
valerci di quella del Chabrol inserita nella Statìstica del Di-
par tiinento di MoHtenoUej perchè male parafrasata^ e ripìeoj
d'errori, ci riputiamo avventurati di poter produrre in Saggio
del dialetto medésimo i due seguenti Sonetti inèditi deirano-
cato Emilio Manara d'Acqui, nel primo dei quali con uiolu
grazia e fluidità di verso descrive i pregi della sua patria; e
nel secondo tentò voltare nella nativa favella il Sonetto inarri-
vàbile del Filicaja:
Italia j Italia j o tiéj cui die la sorte j ec,
I.
A inibirà d'Bórmia, aii testa a ^na gran vai.
Da bel colìnne e vigne circonda,
U ]'è la sita d'Aicq, la capital
D'seltantadùi pais, e dTàut Monfrìi.
A diaccia dMMstéss fiQm, a mira eguàl,
0 9* trova i famós Bagn osé rinoma,
Per 1 aque fresche e càude naturai,
D' virtù miracolosa spermenlà.
L'aqua bojenta poi drenta M pais,
Oadèmia, Ornato, bel stradin, tcàtur,
Son lite cose da traini Tamìs.
V yk d' bonisslm'' aria , e d'òttim vln;
U j'è M progress , e pòi . . . me ne v'dig àter:
V y ò.*\ pé gran bel cor ani i Monfrìn.
II.
Italia, Italia, o te eh' Tal avii 'n sort
Et don sgrassià d!a blessa, eh'' a t' procura
Fortissim guai an quantità, di pura,
Ch'a imporle serio an faccia per gran tori, .
Foste men bela, o un ciste M brass pc fori,
ChTavéiss pé tanl da spavenlèse, o piira
T'améiss pé poc chi do tò bèi d'natiìra
HI par ch'el spasma, e cs'cM? 0 t"* sfida a muri.
ItlALETTI l'BIJKMOMAM. fi* 9
Che 70 <!ai Alpe a slrop nò, ch'a n'vogrrist
Cali* (l'i arinn<le, e tila ansanguinàju
Bffive Tonda del Po cavai franspjs!
>è 1 fiT cli'o n*ò nén tò Tsarc bùllàja,
^è coi Ftrangé per balte coi so arnéi».
PiT servi ^mp, o vIUoriosa, o sfàja.
Dialetto di M^mià^wk.
ime Saggio del dialetto e della poesia di Mondov) ci riuAci
snire i due seguenti Sonetti^ il primo dei quali è di Giu-
e Bruno ^ in morte della gatta d'un pittore di Mondaci, e
m inserito nella prima Miccèide. Il secondo d'anònimo
"e fu dettato in occasione di Nozze.
Sonetto di Gi''^'i)i*v /Jntno.
Las^ma 'n pò %ìc u latin e r'italìàn;
S*purranne nrn fé i ver» an Piemonlài^?
0 eh* a sì 'n Piemontàls, e già ch'i s^fàn,
Sl'*a «mia d'sentije a «corre; olà %mB *nìkln.
Ila mi Co di «onèl? 0 'rbrut bagiàn.
Lo ch'dvané gnun dr me par n*à mai prlài«,
E mi voro canta? m'srà 'n p6 pi san
Ch*ispeta 'nt Ma|. ch'alora o srà "rme mài^.
Tutt'ùn, fa nén, tant i loi di carcò^it.
v credevo ch'ra mia Vu«a ^a tant fola,
rh'a n'sapa nén armane fé 'n avoca?
A n'«omma co*a di? v*pen«c\o foM,
ch'i v'«oja ninè\e in long? ani na parola:
Culla pi hrn^n '-A't/zi %' è timi irocài
Sonetto per \ozze,
Mf* car liunada, sàvu lo ch'i o fac,
Pr prwntèvp dercò mi do fiù?
iw>;rn 'ndà na nfiè a gatagnàu e quà£
Sii 'r bric der Muse «en^a (e armò;
Na i aì%a fiàn rW carcun MàiM ar avaj,
E rh II m' f\u»Tkt*% iMn l»en c<>n 'n •••rlii.
rira fufl^ ti nt'u ìnM d'ani rul inipa^,
1 UrniOr ij'. ;• f;itil rU'l ù wxi a pie i dm.
e 50 PARTE TERZA DIALETTI PEDEMONTANI.
ManADiàn i m^ bui lì con lanla góe
A scardasse pr driò e pr travèrs.
Ciran Io d' pie di viure, i 6 pia di eòe.
E curi' èia ch^u s' pai va fc divers?
Confus au scu ... Ma a disru sì 'ntra noe ,
Fàmaje còse, e tul andrà ncn pers.
Prdiè a spieghèvra 'n vers,
Elena r^è frop bela, e a r'à i 61 vìv:
yóe a v' scàndi, m'ò vis, pur liió e dóc,
E un po' d* brd d' eòe u sarca non caliv.
CAPO VI.
liiblÙKjrafia dei dinleltì pedemontani.
Gruppo Piemontese.
Opera jocuiida Ko. D. lohannis. Georgi] Alioni aslensis, metro inacliarro-
lieo, Diutcrno ci gallico cooiposita. Iinprcssuin Ast per Franciscuiu de
»iivu, anno Domini, iiS2i. — Xui abbiamo citalo quest'opera^ e le due
Hstampc die se ne fecero nel icoi e nel tosa, nella Bibliografia dei dia-
ietli lombardi, poiché in una Farsa si trova il Milanese che vi parla
un incòndito dialetto lombardo, A compiere quel cenno che qui a^rebl^e
\tulo un posto meglio approprialo^ aggiungeremo^ che prima delle due
ristampe mentovate j altra venne publicata col tìtolo: Opera molto piace*
iole di No. M. Giorgio Ariooc, Astesano, novamenle e con diligenxa cor-
retta e ristampata colla sua tavola. In Venezia, itfeo, in-o. Sebbene il
frontispizio accenni chiaramente Venezia come luogo di publicazione ^
Già, jlndrca Jrico nella sua Storia di Trino affermaj che fu publicata dai
Gioliti in Trino: Opera molto piacevole di No. M. Gio. Giorgio Alione,
così si esprime j apud lolìtos Tridiui edita itfou, ut typi indicaut apertis-
sime, quamvis Veuetiis in fronte excusa dicatur.
Ciò jìreìnesso^ siccome tutte le edizioni posteriori sono mancanti di
motti componi manti j e della primaj distrutta per òpera dell' Inquisizione j
è quasi un prodigio il rinvenire un esemplare completo j stimiamo oppor^
tuno offrire ai nostri ti- 1 tori un Indice dei componimenti vernàcoli neUa
medésima contenuti; i quali sono:
f. El Prologo de Tauclore;
2. Comedia de l'Iiomo et de sol cinque sentimenti;
5. Farsa de Zolian Zavatero et de Dialrix sua mogliere, et del
prete ascoso sotto il gromelto;
4. Farsa de doc vcgie repolil&, quale volivano rcprendcr le giovane^
ts. Farsa de la dona, quale del Franzoso se crcdia bavere la robba
de vcluto;
fiJS'i PARTE TKRZA
6. Farsa sopra al ii ligio de la robba ile Mcolao Spranga Astesane;
7. Farsa del marito e de la mogllere. quali liligoreno Insieme per
un petto;
8. Farsa de due vegie, le quale feceno acconciare la la o tenia ft
el soffietlo;
9. Farsa de Sebrina sposa, qualo fece el figliolo in capo del meTse;
10. Farsa del Bracho et del Milnney<io innamorato in Ast;
11. Farsa del Francioso allogiato a Tliosleria del Lombardo;
19. Sententia in favore de due sorelle spose conlra el fornaro do
Prumello.
iS. Frotula de le done;
14. Cantione doe per lì frati de Sancto Augustino, centra II di$ri-
pllnati de Ast;
18. Uno benedicilc dus el uno reficiat.
Per le ulteriori notizie vèfjyasi ciò che abbiam detto nella Bibliografia
milanese, e nei Cenni iislòrici sulla letteratura pedemontana.
Comedia pastorale di nuovo composta per Stesser Bartbolomeo Brayda
di Summariva, el oltre più versi del medésimo. Nel fine la dolce e lieta
vita che alle campagne si prova. — In Torino, appo Gtovan Maria da
SalUEZO, lima. — TYa gli interlocutori della Comedia fu introdotto w
yHlano che parla il dialetto piemontese.
I Freschi della Yitla, dove sF contengono barcellette, canzoni, sdrae-
doli, disperate, grotteschi, bischicchi, pedantesche, i ndò vinelli, ser^
nate, sonetti, grallanate, sestine, et un echo molto galante. E fatte co«e
piacevoli composte da Giulio Cesare Croce, aggiuntovi In ultimo l'Egloga
pastorale di Lilia, di Luchlna et sopra il tramutar al San Michele. —To-
rino, fOBS, ad istanza di Giovanni Manzolino, in-is. -^ In questo volu'
metto di 4% pàgine scritto in italiano ^ la sola aggiunta è pienumtese, e
comincia a pag. se, contenendo: La Canzone di Madonna Lucbina, la
Canson di Disbauchia, Canzone della Ballouria, Canson pr M tramuè d'
San Michel.
LUrpa discordata, dove dà ragguaglio di quanto occorse nell'Af»-
dio I70«, 1700 della città di Torino. — Torino, nella stamperia Fontana
nel palazzo di città. Con permission, in-is. — L* autore di quest'opù-
scolo in versi endecastllnbi e sittenarj rimati piemontesi è D. Franrew
Jntonio Tarizzo prete ^ cittadino torinese ed autore di un altro Raggua-
glio istòrico dell'assedio e liberazione della città di Torino, in prosa ita-
liana. Sebbene manchi la dala^ è nolo èssere stato publicato nel ito€.
Posteriormente se ne fecero due ristampe; la prima forse in Tbriiw,
senza dataj col titolo: L^Arpa discordata nella prima e seconda venula
del signor Duca della Fogliada sotto Torino, in-is. La seconda _, pure in
Torino j senza data^ col titolo: L^Arpa scordata nella prima e secondare
nuta del signor Duca della Fogliada sotto Torino. J quesi' ùliima furo»
aggiunti altri romponimenti poètici piemontesi j cioè: Canzone sol segrclo
DIALETTI PEI>EMO.>TA>(l. 655
di togliere il fumo ai cammioi, e la Relazione dell'assedio della cillà
Un'Alessandria e blocco della Cittadella d'essa fatto dalle truppe di Spagna
alleate con quelle di Francia, Mapoll e Genova, cominciando dalli 6 ot-
tobre f74tf, sino li IO di marzo 1746. Que»to componimenio consta di
872 verti seltcnarj piemoniesij dopo i quali tegue una Canzonetta sullo
stesso proposilo.
Canzonetta nuova sopra la perdita de'Spagnuoli e Franzesi, ed alle-
grezza de' Piemontesi — Sopra l'Aria di Tolon. — Foglio volante j ienza
dalOj che è l'anno 1743. Jl componimento consta di dódici strofe in versi
settenarj piemontesi.
Satire, ossia Tragicommedie italiane e piemontesi. — Torino, presso
Ignazio Soffietti, in-is. Senza data che dev'èssere l'anno 1777. Quc'
si'òpera dimlesi in Ire tomi_, con frontispizj separati j che sono i seguenti:
f .® il Kotajo onoralo, Satira ossia tragicommedia italiana e piemontese
per musica. Tonio primo. Torino, nella Stamperia d'Ignazio Soffietti. Ivi
quattro interlocutori parlano il dialetto piemontese j e tre in lingua «a-
liana, s.*^ L'Adelasia, Satira ossia tragicommedia italiana e piemontese
per musica. Tomo secondo. Torino, dalla stamperia d'Ignazio Soffietti. /9<
ire interlocutori ed il coro parlano italianamente, e due ora Vitaliano
ed ora il piciuon'cse. s.*' L'Adelaide regina d'Italia e poi imperatrice,
tragicommedia italiana e piemontese per musica. Tomo terzo. Torino,
nella stamperia (P Ignazio Soffietti. Sette interlocutori vi parlano l*ila^
liano, un personaggio ed il coro, in dialetto pietnonlese»
La Micceide, ovvero Raccolta di poesie piacevoli di varj autori pie*
niontesi in morie di Miccia, galla di un pittore di Mondovì. — lo llon»
dovi, 1781, per li fratelli Rossi. In questo volume tn-8 di pag, 198, frò-
vasi il Sonetto in dialetto di Mondovi di Giuseppe Bruno di Frabosa^ che
abòiaiìw già recato nei Saggi,
Saggio di poesie varie di Silvio Baibis. Vercelli, 1782, dalla tipografie
patria, in-8. Questo volume e diviso in tre parti j nella terza delle quaU
iròvansi tre Sonetti piemontesi, e due in piemontese italianizzato.
A r'occasion d' na festa d' bai d' paijsan eli' a s'è dasse a Gvon aprei
r'inocuration dre vajrorc a Soe Altezze real r^ prinsi e ra prinsipessi d'
Piemont e ai Duca d'Aosta, d' Genois e Cont d' Aloriana. Cantada ar
Astsana. — An Ast, 1783, ant ra Stamparla d' Fransech Pila. — Questa
poesia, che è in dialetto rùstico astigiano, viene attribuita dal yallauri
(Storia della Poesia in Piemonte) a G. y, Oggeri di S, Damiano d'Asti.
Vocabolario pieraonlesc del medico Maurizio Pipino. — Torino, nella
reale stamperia, ìtbs, iu-s. Quest'opera è divisa in varie parti, cioè.'
i.° Vocal)oIario domestico con unWggiunta; 2."* Raccolta di nomi derivati
da dignità, gradi, ufflzii, professioni ed arti; .'{.''Raccolta dei verbi i più
famigliari, avverbj, preposizioni, congiunzioni ed interjezioni; 4.® Sup-
plì mento al Vocabolario.
Grammàtica piemontesi* del inrdicn .Maurizio Pipino. -> Torino, nella
6K4 PARTB TEB7.A
reale slam perla, I78<. — Questa Granwtàtica è divisa in * capi ^ ed i
seguita da una raccolta di lèttere piemonteii ed italiane ^ e da una rac-
colta ben più interessante di proverbj e modi proverbiali piemontesi.
Poesie pfcmonlesi raccolte dal mòdico Maurizio Pipino. — Torino, nella
reale stamperia, 1785. — Questa preziosa raccolta contiene Sonetti^ Stanze
e componimenti di varii autori^ fra i quali sédici poesie delt'abtite Stimo
BalbiSj e quindici Canzoni del Padre Isler, oltre ad una Nota sull'alfa'
Ifcto e pronunzia pienwnfese. Oltre alle suddette òpere^ l'Autore lasciò
morendo varj scritti inèditi in dialetto pieìnontese, fra i quali trovasi tm
Dizionario universale ragionato di medicina, ed una raccolta di poesie.
Esponendosi al solito corso del Palio nella città d'Asti, per l'anno f78s,
il Cavallo Barbaro dalla molto Ven. Confraternita della Misericordia, So-
netti. In Asti. Folio volante. — Quivi Iròvansi due Sonetti in dialetto
asUgiano urbano _, ed uno in dialetto riistico.
La fera d' Moocalè. Ditirambo inserito ncfr Almanacco Piemontese
<lel 1784. Torino, in-84.
il Conte Pioletto. Commedia piemontese, ediilone originale. Tori no, f 784,
pfcsso Glanmichele Briolo, fn-8. — Questo componimento anònimOj come
appare dalla ristampa che se ne fece più tardi e che riportiamo qui sotto,
è di Carlo Giambatista Tana marchese di Entraqucs ^ e quindi a torto
nel Catalogo dei Libra] Reycends dell'anno 1788, venne attribuito a eerto
-Leoni, come pure per isbaqtio venne citato dui Ponza net suo DiiloBario
Piemontese, col titolo di Tragicommedia -italianapiemontese. LaCoinmedia
è scritta in versi per mùsica; tre interlocutori vi partano in dialetto pie-
moHlese, quattro in italianoj ed uno alterna l' italiano col pietnontese.
Il Conte Pioletto. Commedia piemontese di Carlo Giambatista Tana
d'Entraques. — Torino^ presso Glammichelc Briolo {senza data) in-it.
La Nuova Micceìde, ovvero seconda raccolta di prose e poesie piacevoli
di varj autori, in morte di Miccia, gatta d'un pittore di Houdovì. — In
iloodo\ìy 1780, per Giovanni Andrea Bossi, in-8. — Questo volumetto di
pàgine laa contiene componimenti poètici piemontesi di va9i autori, e
9ono: f Sonetto piemontese dell'avvocato Del Ano Muletti di Salano;
1 Sonetto piemontese di Giambatista Colombo di Blondovì ; i Dialogo pie-
montese in versi d'un Anònimo; i Sonetto italo-piemontese di Donai
Salustia Z; Versi marlellìani in dialetto astigiano del Priore Stefano Incisa
d^Asti; I Sonelto piemontese di un fondachiere di Saluzzo; ed una Can-
zonetta in dialetto alessandrino del Padre Agostiniana L. P. A. H. D.
Raccolta di alcune poesìe eroiche, bernesche, tenere e critiche, la
maggior parte Inèdite dell'avvocato Ferdinando Giberttni. — Senza note
Hpogràliehej i«-8. — Questo libro dev'essere stato stampato nel 1788, •
iutt'al più nel I790. Contiene due poesie in dialetto piemontese, cioè, w
Sonetto, ed una, Sesta rima, intitolata Toni, contro Arpalindo Elicrislo.
Canzon neuva, su l'aria: Dòju ui ^pbil, masse i NobiI, e giugn I7N
(senza indicazione di luogo). Sono 19 strofe di otto versi ottonarj, stam-
pate in follo volante.
biAUTTi riiìrvoNTAM. rtSN
Poesie piemontesi del Padre Ignazio l^ler. jsi^ niln(«tro pnuinritdi' dei
Canònici regolari d'Italia, e cplrbre porla nel dialetto ptoniontOM'. ritma
edizione compiuta secondo Toriginale dell'Autonv - - Torino. iTi»n, pre^o
lo Stampatore Denasio, in-12. — />/ ^iira/'ò/jcra i7*r i'<iii*/.i di iti (NiMTimf
furono publicate in sùguiio in Torino rinqur r*.<f if»i/'i'. r/rf.i/fni i/r/Zf t/ini/f
cla//a stamperia d'Ignazio Soffletti negli anni inoi^ imi, imi, intii, ni
una dalla tipografìa Canfari^ nel inS4 (Jutstr vSuttnniìr, olive nlh ili TtHi-
zoni della prima edizione, conlèngono vn fntiiiuirnto della Hit.'* ed tinii
twtizia biogràfica dcWaulorej e sono lullr in-ì^.
Sur Pompon!, 0 sia M Segretari d* Cuiniilln. Comedln nn Plemontet^
— A Turin, 1800, da Micliel Angel Monin. -^(Jumla ifrarinna voinmrdtnia
è tuli* ora anònima.
Rime piemontesi di Agostino Bosco da Polrlno. -- Ciirmngiiolfi. diiltii
Stamperia di Pietro Barblé. — Sema daln, rhr h Vanwi lOOl, /«-«. lim-
ito volume è il IX delle pnmìe di qui'tC autore rni'rolh tu direi mhiinl,
che per altro non hanno un comune frontinpizio eultetlivo. lìneehiude ot-
tanta avariate poesie nel dialetto di t'nirino poni di mimi Ir dati' nutlffttinn.
Follìe religiose. Poema in ottava rima, scritto in lingua plemoril(!«f fofi
note italiane dell'autore. — Italia, anno I\ rcpiilitlcMno. -- //anònimo
autore di questo poema è il mèdia* /ùfoardo f'nlio , // f*ortfro del porti
piemontesi j del quale nòbinmo parlato a lunqo nri f'mni trite far) . ed
offerte varie poesie nei Sttfjqi. Fu stampato in ToriìHi, nel i^tti, datta ti-
pografla Bianco; ed è diviso in tre Canti ,rhe insieme sòmmtmo If n ottave.
A OD Scoalè d' Z«;non ariuscità eh' a Tè pa d' \;«Jre. I)fatrflyff, eott' epi-
grafe: Amor ferisce i cuori e l'inguinaglie. St-nza indimzIffW. tipffffràften,
in-fòlio volante. — .Sf/no sette strofe d'ottonar] rontro e^rtn 0i//9nnnl flns,
tielto stesso Calvo.
AHo Ami^ compare Toni
Dà 'I l>on di hartia Cironi
A CftStraBopoli , airìMegna di Zenone. — AJ qursta fma Ctmteme fn M
Ur^fe di versi of tamari tUtl medésimo Cairo eontro M f /««fM DN/v sfimm^n^
tovaiOj m folio sriolto , ^tampula pure ^ rnmr la prer^d^-nfr , ht yoTfit^
nel fMi.
Favoli» flmnli -«eritre in lenta rima pi*»monf<^e da Jf#?Mi»r M<vird^ (1*1-
iro. Coltrpfqrtf''
To v'offra ; c.trmi ìHm -tlrigìon d*d pianto;
\ì.i ".♦!»!» ,1 c'>!^nf} illor «'III', umor: rw» -i »
II? lii'jJii ii '^l'^iK. uor\\^ìot\n ,J -T^nto '
Dri'OiTx i\i.r/7/k
LaniMXrr^piihiir^no j '.05 ;. v»)»:** *vdìr.iZ'onr 4* 'ttnqo '•/«*«» T*'irin^,ìn'%
Fivole iiifir,ii ^rrii^ j»i i«»p/,# c'.m.t rii^jf^rinU*^^ rln lf«»-.«T F*^?'»^'!'» 0*1-
peria «fi li»fl«^ OnMfrf ^mni^, f-.n^-fec^o ft^r.ir.u '.rfl/iT»»» '"'Onf :/ or •'■<•-
ftK5 PARTE TERZA
.1
Su la vila ir campagna. Ode pfemonteisa {di Edoardo Cal^o), — Ta-
rin, Pan XI ^ slampcria Guaita. — Questo miràbile componimenfo in tersi
quinarj fu ristampalo in Vercelli, anno XIV, èra rcpublicana, da Zanotti
e Bianco.
Favole morali scrìtte in terza rima piemontese da Messer Edoardo Cai-
vo. — Torino, ini 4, presso la vedova Pomba e figli libraj in principio
della contrada di Po, in-8. È una ristampa j nella quale Iròvanii unite
/e 12 fàs'ole e l'ode sulla Vita di Campagna, fatta nella stamperia Gal-
letti, — ^llre ristampe si fecero posteriormente con Aggiunte di altre
poesie j che sono:
Poesìe scritte in dialetto piemontese da Messer Edoardo Calvo. Quarta
edizione con aggiunte. — Torino, leic, presso la Vedova Pomba e figli,
in 8.° — Questa edizione j oltre alle la Favole , contiene cmcora: Stame
a Ussé Edouard; La Pelission d*j can; I/Ode su la vila d' campagna, td
in riscontro la parodia della medésima , cioè l'Ode su la vita desila, del
mèdico Prunet. — Le posteriori ristampe colle indicate aggiunte /urotio
fatte in Torino j nel I043, l'una presso Pompeo Magnaghi, l'altra presso
G. B. Binelli.
La festa d'Ia Pignata, ossia Amor e Convenienza. Comedla an tre Atl,
e *n vers piemonteis d'D. Carlo Casalis professor d' filosofia. — Tarin,
an XII (1804), 'ni la stamparla filantropica, in 4.*
Nel passaggio per Poirino di S. Santità Pio VII addì 19 novembre it94.
Poesia Comica di Agostino Bosco. — ùirmagnola, dalla stamperìa di Pietro
Barbié, in 8.® — In questo volumetto di se pagine tròvansi 14 scherzi
poètici dello stesso autore sul medésimo argomento, in dialetto di Poiriwi*
Quaresimal sacociabii an vers piemonteis-italian con raggiunta d'doi
Poemel d'I Prof. Carlo Casalis Doutor d'Sacr. fac. prof. em. d'*fllosoOa,
Accademici! immobii d'Alessandria, e allualment professor d' lingua la-
tino e franseisa ani le scole d' Valenssa. — Alessandria, nella stamparla Rossi,
1 80tf , in 8.'» — Questo volumetto contiene su Sonetti piemontesi colla cer-
sione in versi sciolti italiani; un poemetto in settenari piemonleii sulla
limosna; un Ricordo in ottave; un Avviso ai maiali; un epigramma ei
un Sonetto, in diaUtlo piemontese.
Kel passaggio di Pio VII pel Piemonte. Ecloga latina e picnionlcae. —
Torino, I80tt, dalla stamperia d'Ignazio Soffietti. — Componimento tmìh
nimo di io pàgine in 8."
Parapbrase de la parabole de P enfant prodigue en vers pirmontais avec
une note, par Charles Casalis Docteur en Ihóologie, ancien professeur de
phllosophie, membro de TAcadémie imperiale d'AIexundrie et Professeur
adjoint aux classcs de lungue latine à Técolc secondaire de la ville de
Turin. — Turin , looa, de riniprinicrie de J. Glossi, in a.'* — Questa
paràfrasi in 83 ottave piemontesi fu ri»tainpata nel l'omaso piemontese
del 1851 , colle note francesi, ed in quello del i«35 . stanza note , ma eoi-
l'aggiunta di alcune fàvole inèdite.
bl A LETTI PBDBHOMTAM. ({K7
Varafrusi della parabola del tìgliuol prodigo verseggiala In ottave pie-
nioiilesi dal sacerdote Raimondo Fcrraudi saluzzcse, a richiesta del signor
Solto-Prefcito del Circondario di Saluzzo. — Cuneo, presso Pietro Rossi
stampatore della prefettura, i808, in 4."
Diclionnaire porlutif piémontais-francais suivi d*un Vocabulalre fran-
^ais des termcs usilés duns les arts et mctiers par ordrc alpliabétiquc et
de maticre, avec leur cxplicalion, par Louis Capello comte de Sanfranco.
Turin, de T imprimerle de Vincent Bianco, iRi4, Voi. s in 8.*^ — Nel
primo yolume^ olire al FocabolartOj trovasi un Aperto de notlces étymo-
logiques du dialecte piémontais d*après ses rapports avec le latin, Tita-
lien, le fran^ais, l'cspagnol et Tanglois.
Disionari piemonleis, ilalian, latin e franseis compost dal Preive Casi-
miro Zalli d^Cher.— Carmagnola, isiis, da la slanparia d^PederBarblé ,
Voi. 3 in a.® — L'Autore fece più tardi nel I8S2 una ristampa di quc'
gi' òpera f col tìtolo:
Dizionario piemontese, italiano, latino e francese compilato dal Sacer-
dote Casimiro Zalli di Cbieri. Edizione seconda riordinata e di nuovi vo-
caboli arricchita. — Carmagnola, dalla tipografia di Pietro Rarbié. —
Voi. « in 4.'* — Siccome l'Autore mori dopo avere incominciata appena
la ristampa del primo Volume ^ così le Aggiunte sono òpera del tipògrafo
Barbié,
Il Missionario di Campagna, di Giuseppe Fontanonc. — Torino, 1817,
in 8.^ — In questo volumetto di so pàgine tròvansi dódici Sonetti in
piemontese.
Rimedi sicurissim cootra le petcchie, ossia ISovcla moral piemonteisa
de Fauride Mcomedan {Ferraudi lìaimondo) de Salusse ex-Caplan di
Cavaleger d'I Re, tra j' Accademich d''Cher 'I Verace. — Turin, I8i7,
da la stamparla Fontana , in s.** — Questo componimento in ottava rima
fu ristampato nel Parnas Piemontels del lesu.
Celebransi ra festa d'ra Madona d'ra Nev, r'ann 18SS, ce. Sonet. —
In Asti, stamperia di Giovanni Battista Massa. — Folio volante. — Que^
ito Sonetto è in dialetto astigiano rùstico.
La medicina curativa del signor Le Roy. Poemetto piemontese In due
Canti, di un borghigiano. ~ Torino, senza nome di stampatore ej^seìiza
data, che è del lostf.
Istradamento al comporre nella lingua italiana, approvato dalla R.
Direzione delle scuole, e seguito da un Dizionario piemontese- italiano. —
Torino, issa, stamperia della Vedova Ghlringbello e Compagno, f^ol. a,
in is.^ il secondo dei quali contiene il Dizionario ^ che l'Autore dice
compendiato da quello del Zalli, Il nome dell'Autore, l'abate Michele
PonzOj trovasi in calce della lèttera dedicatória. Se ne fecero in sèguito
due ristampe coi titoli seguenti:
I.* Dizionario piemontese-italiano approvato dalla R. Direzione delie
scuole. — Edizione seconda. — Torino, 1827, stamperia della Vedova
Ghirlnghello e Compagno, in i8.°
6KB PAETB TERZA
2.® Dizionario piemontese-italiano conlenentc le voci puramente pie-
montesi e di uso famigliare e domestico, del sacerdote Michele Ponza. —
Terza edizione corretta ed ampliala. — Torino^ dalla stamperia Reale,
1034, in 18." — Per le uHcriori ristampe ed ctggiunle faltevij ^ggui
in sèguito.
Delle Storie di Chicri del cav. Luigi Cibrario. — Torino, tipografla
Alliann, 1827. — Voi. a in 3." Xcl Voi. II a pag. 2C7 troi'ansi in intiero:
Gli Statuti sopra l'Ospizio della Società di S. Giorgio del popolo di Cbieri,
vd II Giuramento che debbono prestare i Uetlori della detta Società.
I Fiori dell'Alpi. — Torino, presso P. G. Pie librajo, 1827. Questo
Volume in 8.° che racchiude una raccolta di poesie e lèttere in prosa,
per la maggior parte del cav. L. Cifrario, contiene altresì un grazioso
Sonetto pinnontvse inèdito del conte liisbaldo Orsini d'Orbassano^ e due
stupendi Sonetti piemontesi del cav. Dorelli.
Voci e modi toscani raccolti da Vittorio AIGeri, con le corrispondenze
dei medesimi in lingua francese ed in dialetto piemontese. — Torino, per
TAlliana, a spese di P. G. Pie librajo della R. Accademia delle Scienze,
1827. — L'editore di quest'operetta in 8.^ di sole 48 pagine fu ileo».
Luigi Cibrario j come appare dall' Awìso al Lettore.
Vers piemonleis, ossia quatr' estri scrit Tauton d'I 1827 a la campagna
d'Siosse da G. A. M. — A Turin, dal stampador Louis Soffiet, In 8.* —
L* autore pseudònimo di questi camponimenli poètici è Giovanni jintonio
Moretta.
Dojra grossa ant Pambruni. — Turin, con permission. — Canzotu
satirica di io pagine in Q.^ stampata nel 1827. L'anònimo autore è Gkh
vanni Ignazio Pansoya, autore pure dell'opera seguente _, e di pareccUi
Capricci inseriti net Parnaso Piemontese colle iniziali P. G. 1.
Ricreassion dM'Autoun. Vers piemonleis scrit da un Piemonteis ch'a
8'dspiemontseria mai, gnanca pr fé d' tragedie. — Turin, da Carlin Syl\*a
slampadour, i827. — Sono cinque Sàtire anacreòntiche ed un Sonetto
dello stesso PansoyUj il quale nel taso puhlicò un altro libricciuoto col
medesimo titolo, e coi tipi dell' Alliana, che fa sèguito al precedente , con-
tenendo tre Capricci nello stesso metro e forma,
Dojra grossa vers mesdi, parodia a Dojra grossa ant Pambruai. Can-
soun piemonleisa. Turin, cun permission. — Senza l'anìw, eh' è il 1827.
L* anònimo autore è Enrico Bussolino, che in varie poesie edile ed inèdite
si denominò L'Armila d'Cavourel, ara distesamente, ed ora colle sèm'
plici iniziali L. A. D. C. , come si scorge in altri suoi componimenti chi
riferiremo più oltre.
L' Amis die 31use piemonteise ai Autor die doe poesie su Dojra grossa. —
Turin, da Lisander Fontana slampadour, I827. — Questo conio di >•
Ottave endecasillabe fu ristampato nel Parnaso piemontese del tsss.
Risposta a P Armila d'Cavòurel Amis die Muse piemonteise; Vers a la
'randa de G. B. Autour dia poesia inlitoulà: Dojra grossa vers mesdi»
DIALETTI PEOEMOilTAMI. 059
parodia a Dojra grossa ani Tambruni. >— TiiriD, senza dala^ che è l'an'
no 1837.
Alia Musa giù d'Icnna, mancandje un Mecenate, ossia J' eclissi dl'om
e soa etisia nioral. — Ode an risposla a 'n medich me amis, eh' a m'in-
Aita a scrive die t>oesìc piemonteise. — Turin taso, dai libre Speiran e
Vaccarin, in i2.** yt piedi delle 20 strofe quinarie j onde consta quesC opù-
scolo j la segnatura L. A. D. C. rivela autore il D assolino j ossia L'Armita
d^Cavourct. Al medésimo Autore appartengono t tre componimenti anìh
nimi seguenti:
Poupouri a la Seoevra^ esplourassion teorico pratica di* altitudine ch^a
rba noster dialett a la poeséja, scrvlends d'j espressioun comunne a le
personne ben educa. Part prima. — Turin ^ isso, da la stamparla Botta,
coun perniissioun. — Quesl' opùscolo contiene varie poesie in vario me*
irò. La seconda Parte non venne mai alla luce.
Ultima cspanssion a Dijo d'un Piemonleis coronel d'Ozar mort a Paris.
Sonett. In fine: D. rArniita d'Cavouret. — Turin, da la stamparla Bolla,
con permission. In folio volante, senza data.
La Consolassion d'j Piemonleis. Cansson. — Da la stamparla Bolla. —
Folio volante j senza luogo ed anno, che sono Torino lasi, ap^ndo per
oggetto l* avvenimento al trono del Jie Carlo Alberto,
Saggio di poesie piemontesi dì un gènere nfTallo nuovo. — Torino, dalla
tipografìa Alliana, I820, in 8." — Sono traduzioni inversi piemonUsi
di varj brani del Dante, del Tasso, del Petrarca, del Metastasio e del-'
l'Alfieri. L'anònimo autore è il conte Luigi Joannini Ceva di S. Michele,
Alemorie storico-diplonialiche appartenenti alla città ed ai Marcitesi di
Saluzzo raccolte dall'avvocato Delfino Aluletli Saluzzese e pubblicate con
addizioni e note da Carlo Muletti. — Saluzzo, Lobetti-Bodoni, issa. — Nel
Tomo jy a pag. sotf tròvansi le Recomendaciones dei fratelli della Casa
di disciplina in Saluzzo, nel dialetto locale di quel tempo, tratte da un
Còdice del sècolo XIV, delle quali abbiamo riportalo un Saggio,
Vocabolario piemontese-italiano di Michele Ponza da Cavour. — Torino,
dalla stamperia reale, lusu-iesr». Voi. 5 in 8.° — Questo Vocabolario sin
dal principio della sua pubticazioìie fu argomento di parecchi scritli cri'
tici, dei quali noteremo i principali, e sono: Kotc critiche al primo fa-
scicolo del Vocabolario pi emonte se- itali ano di Michele Ponza, del prel«
Giuseppe Antonio Ramello da Vercelli. Torino, 1031, presso G. B. Para-
via, in 8/*; Osservazioni di Mastro Simone Barbiere sopra VAwìotatare
degli errori di lingua. Torino, stamperia Cassone, Marzorati e Vercellot-
ti, 1851, in 8." Opera del signor Bocelli professore di Jìettòrica alle
Càrcare; Di Michele Ponza e suoi Censori. Torino, lasi, presso Mando
e Speirani. Opera dell'avvocato Nota figlio del celebre scrittor di Comèdie;
Osservazioni di Mastro Simone Barbiere, sopra Topuscolo intitolato: Di
Michele Ponza e suoi Censori. Toilno, 1 83i , stamperia Ghiringello, in 8.°;
Osservazioni di Mastro Leonardo Ciabattino sopra il Vocabolario piemon-
560 PARTB TERZA
te$e»UaUatw di Michele Ponza» Torino, flSftì, stamperia Bianco, in e.':
Osservazioni di Mastro Leonardo Ciabattino sopra il f^ocabolario piemon-
ffie-italianOj sul B, C, D, di Michele Ponza. Torino, issi, dai tipi di
Bianco^ in 8.® A^vèrtusij che questi due ùltimi opùscoli j non sappiamo
con guai fondamento j vengono d'ordinario attribuiti al cav. Luigi Ciftra-
rio. yéggasi più avanti l'Appendice.
I cattivi medici. Poemetto piemontese di N. R. (Norberto Jfosa) — Susa,
dalla stamperia di Gerolamo Galli. Senza l'antw j che dev'èssere il isso,
in 8."
Fotlfe piemonteìse d'un Armila Canavsan {l* avvocato Giuseppe Maria
Begis). — Turin, I8su, da Masper e Serra. Questo volutnetto in 8.** con-
Uene lA epigrammi satirici^ gènere di compotiimento non mai iraitalo
per l*inanzi.
Li sent Evangiie de nosler Seigneur Gesù Christ, confourma seni Luca et
sent Giann rendu en lengua Valdesa. — Par Pierre Beri ancien Modérateor
des Églises Vaudoises et Pasteur de la Tour. — A Londres, de Timpri-
merie de Moyes. Took's Court, Chancery Lane, isso, in 8.*^
'L Consolator d'coui eh' a perdo a la lolaria. Giornal picmonteis con la
tarifa dMe monede pr Pan issi. — Turin, tipografia Cassone, Marzorati
e Vercpilotti. Questo Giornale in is.** contiene sette componimenti poètici
piemontesi.
Opere piemonteise d'V. A. Peyron. — Turin, isso-Sf . — Voi. 5, in •*
I primi tre Volumi contengono 144 Fàvole ^ un Pròlogo ed una eoncMu^
Siene j e furono stampati nella tipografia di littorio Picco. Il quarto,
contiene 144 poesie diverse. Jl quinto j /'Arte poètica d'Boileau tradola
an vers eroich piemonteis, con el test a front. 1 due ùltimi stampati daXU
tipografia Mando j Speirani e Compagni.
La Musica apologetica a la prima part del Poporì a la Senevra, ossia
Gapitol sui Capito! , olave su le otave, e paragon sul paragon, precedo
da doi Sonet in lode del dialet. Assag pocticb d'V. A. Peyron scrii se-
cond soa neuva ortografia. — Turin, issi, tipografia Picco.
L'AutooD, 0 sia i piasi dMa campagna. Rime piemonteise serite aa
Turin da un Turineis, ch'dop d'*avei goudu 1 piasi dMa campagna j'è
VOQ *1 schirlblss dV^crivie an poesia. — Turin, issi, stamparla dMa Vìd.
Ghlringhel e Gomp. , in 8.®
Raccolta delle poesie piemontesi del Padre Giuseppe Frioli. — Torfno,
I8S1, presso Carlo Grosso lo contrada del Gallo, in 8.® È questa tntarae*
colta di canzoni che vengono tutt^ora cantute dai ciarlatani per te «ùj
e che furono anteriormente stampate in fogli volanti' — Lo stesso stm»"
patore ne publicò una seconda edizione in f a." nel 1 8S8.
Parnas piemonteis. An prim, lasi. — Turin da la stamparla Alllana.'-
In quest'anno ebbe principio la publicasione di questo Almanacco , defli-
nato a contenere una svariata raccolta di cotnponimenti poètici piemontesi
èditi ed inèditi di ogni autore. Nell'anno successivo issa, ceduta la tìf^
DiÀLtrri msiuNiiTÀRi. 601
grafia Ailiana al Fodratti ^ quetti volle ricominciarne la eerie eolla firo'
pria firma, e la continuò tulli gli anni iuccasivij iino a noi; di modo eke
l* intera collezione contta di 24 volumelli in te, che Motto il tìtolo bene
appropriato di Parnas Piemontcis racchiùdono un dovizioto repertòrio
della maggior parte delle poetìc piemontesi sinora comparse alla luce.
Sustanza de la Storia Senta et dar Cataquisme renda en tenga Valdete
par P. Bert. — Londra, less, in 12.**
Storia dei Prìncipi di Savoja del ramo di Acaja {del cav. Pietro Datta), —
yoL t in-B. — Nel secondo volume j a pag. 887, si legge la già da noi
riportata Canzone sulla resa di Pancalìeri nel mio. Fu ristampata nfilla
Storia della Poesia in Piemonte, di T. Vallauri.
Dio prim^ oget d'amor e d' consolassion, conlenent la guida del Cristian
e la filosofia del Vangeli. Dedica a Pillustrissim e rcverendìssim D. Gioan
Batista Giraud. — Turin, I8.ttf, presso V. A. Peyron a la stamparla po-
liglotta.
Appendice al Vocabolario piemontese-italiano di aiictiele Ponza da Ca-
vour, nella quale si contengono circa dodici mila tra voci e frasi piemon-
tesi non più registrate, ne fatte italiane nei precedenti dizionarj. — To-
rino, stamperia reale, issa, in-8.
Ultima descucrta ch^a s'è fasse d'I mond d'Ia luna. — Turin, dal libre
Gioan Batista Binelli , I8S0, in-i6.
Una bela carota grossa da vende, eh' a Tè rubata giù d'ant el mond
dia luna. — Turiti, da Gioan Batista Binelli, 1836, in-8.
Grammatica pienionleisa-italiana (di Enrico Geymet). — Turin, da
G. Pomba e Compagnia, 1837, in-i2.
L'illuminassion a gas. Caprissi d' G. 1. P. {Giovanni Ignazio Pansoya).
— Turin, da Giusep Ballator, 1838, in-8.
Donato piemontese-italiano, ossia Manuale della lingua italiana ad uso
dei maestri e degli scolari piemontesi, di 31ichcle Ponza. — Toriuo, 1838,
tip. Baglione, Rielunotte e Pomba, in-8. La seconda parte consta di prose
e poesie picìwjìitesi di vari autori.
Notizia intorno ai Còdici manoscritti di cose italiane conservati nelle
Blbliotecbc del mezzodì della Francia, del cav. Costanzo Cazzerà. — To-
rino, stamperia Reale, 1838, in-8. Ivi trovasi un Sonetto piemontese di
yittorio Alfieri.
Canzoni Piemontesi. —Lugano, tipografia Ruggia eComp., 1838, ia-l8.
Questo anònimo volumetto contiene Zi Canzoni e tre poemetti j che sono
dell'avvocato Angelo Brofferio di Castelnuo^o d'Asti. — Fu ristampato
più volte, con aggiunte, in data d'Italia,
1 Fumeurs. Facessia polemica d' Fauride Mcomedan, fra j Irrequiet *l
Verace. — Savigliano, tipografia Daniele (senz'anno), in-ia.
Le Strade ferrate. Sestine piemontesi (di Norberto Bosa), — Torioo,
tip. Chi rio e Mina, 1840, in-8.
Storia della poesia in Piemonte di Tommaso Vallauri. -- Torino, tipo-
4»
'663 PAftTt nMA. OULffTTI PIPIIIOXTANI.
grafia Ghlrio € Mina, I84i , voi. t in-8. ^ Ivi, fra i moUì Saggi di pome
iMiwMj latine e francen itrodoUi ad illustrazione della «/ot-iu pidtUe
maionale, ic ne trovano alcuni in dialetto piemontae.
La Giardiniera.
Canionetta sopra le tìglio ebe banoo ricusato di maritarsi neiP tià
fio vane.
Risposta alla precedente.
Caoione sai pastori che dalla montagna discéndono In pianura.
Le Comari. Quetti ùltimi cinque componimenti appartengono al mùmen
indeterminato di quelle Canzoni anònime^ che i cerretani cantano mlk
pùbliche vie, alcune delle quali di^ngono popolari per eccellenza, e ti
diffondono rapidafnente nelle Provincie , o pel soggetto d^occaeione che in-
ieretta, o pel ritmo musicale che piace; altre invece scompàjono appena
nate , e cèdono il posto alle nuove. Oltre che sono tutte osettrt, e di ptà
oscuri autori^ vengono d'ordinario stampate in folio volante, senza htegv
ed anno. Negli anni addietro autore di parecchi fra questi componitsienU
•i fu il Padre Giuseppe Frioli; vèggasi più sopra al titolo: Raccolta dcUt
poesie piemontesi del P. Giuseppe Frioli. Torino, tasi.
Vocabolario piemontese-ila liane, ed italiano-piemontese del sacerdtU
Miobelo Pooia. — Torino, tipografia Paravia, lais. to-a.
APPENDICE
alU precedenti bibliografie dei dialetti
Lombardi ed Emiliani,
Sebbene, come abbiamo esplicitamente dichiarato nell7iUro-
duzione e confermato nel ùìulo di questo libro, nostra inten-
zione precipua, redìgendo il presente lavoro, fosse quella di
tracciare un piano di ordinamento dei varii elementi che insieme
costituiscono e determinano T ìndole speciale e caratteristica dei
singoli dialetti, onde pòrgere allo studioso la sicura norma per
la classificazione dei medesimi, e non già quella di riunire una
compiuta raccolta di notizie e dei materiali a tal uopo indispen-
sàbili, ciò nulladimeno, avendo nel corso della presente publi-
cazione rinvenuto qua e là alquante notizie bibliogràfiche intorno
ai dialetti lombardi ed emiliani, che potrebbero per avventura
interessare ai coltivatori di simili studj , stimiamo opportuno ag-
giùngerle qui appresso in Appendice alle bibliografie rispettivo.
Dialetti Lombardi.
miaaese.
Consonancie di echo. — Senza luogo ed annOj in 8.® — Opiacolo raro^
itampato probabilmcnle a Venezia intorno al flM40. Dopo le Consonancie
in onore di M, Laura ^ trovasi un piccolo poema intitolato: Le Noxie del
Zane in vari dialetti j cioè: bergamasco j napolitano j romano j milanese^
genovese, veneziano j Iwlogncsej ferrarese j romagnolo j piacentino ^ mo*
denesc e mantovano.
Disgratle del Zane, narrate in un sonetto di diciaselte linguali. —
Senza indicazione tipogràfica, — Opuscoletto forse stampato a Venezia
intomo al laiso, ove sono rappresentati i dialetti mantopano, vemzifmo^
milanese, napolitano, romagnolo ^ ecc.
004 rAHTK TKRZA
Avvertimenti àelia lingua sopra il Decameroue, del cav. Llooarcfe Sil-
viati. — Venezia, itt84, % Voi. in 4.* — Alla flne del primo Volumt
trovasi una novella del Boccaccio, tradotta successivamente nei dialetti:
bergamasco, veneziano, friulano, istriano, padovano, genovese, manto-
vano, milanese, bolognese, napolitano, perugino e fiorentino.
Diporti academici di D. Agostino Lampognani abbate Casinense. — Mi-
lano, letts, appresso Lodovico Uonza, in 8.^ — Jn fine di que$i' òpera,
il diporto decimosetlo traila de' Dialetti overo degli Idiotismi d'alcooc
città d' Italia , ed ivi trovami alcuni Saggi in proia dei dialetti porentim,
tfergamascOj venezianOj milanetej pavese, piacentino, bolognete e genovete.
In occasion del faustissem matrimoni del sciur D. Franzesch Piazza dt
Pont In Valtellina colla sciura Donna Marianna. Rimm milanes. — Nova-
ra, 1797, in 8.*
In morte di S. E. Giovanni Benedetto Borromeo Arcse, rime di Done-
Dico Balestrieri. — Milano, Agnelli, 1741.
Poesia ai so nevodinn Marina e Cecca Balestrer che se fanp monefb.
Milano, pel Marcili, 1764, in folio.
Arco trionfale consacrato ai reali sposi l'Arciduca Ferdinando d'Austria
e la principessa M. Ricclarda d*Este, da Domenico Balestrieri. — Milano,
per G. B. Bianchi, I77t , in 8.**
La Pioggia d'oro e la Fuggitiva, di Tommaso Grossi. — Milano, per Vla-
cenzo Ferrarlo, I82s, in la.^
I donn no han tort. — Milano, pel Borsani, lass, in is.®
Amor di figlio e avidità dell'oro. Novella in ottava rima milaoeseidi
Giovanni Ventura. — Milano, pel Brambilla, 1824, in is.**
La Norma resiada. Seslinn. — Mllan, stamparla Malatesta de Carlo
Tinell e Comp. 1832. — yolumelto in 8." di le pagine.
La Ratteide. Poemetto in sesta rima milanese di L. S. Almanacco per
l'anno bisestile isss. — Milano a spese di Benedetto Bouvier.
On sogn de Menegbin Percenna. Canti due in dialetto milanese, per
felicitare la ricuperata salute del signor Duca Pompeo Litta, di Carlo
Cambiaggio. — Milano, per Fusi e Comp., isss, in a."
Carl'Ambròs. Versi milanesi di Giovanni Ventura. — Milano, per Co-
glielmini, I840, in 8.**
In occasione deirEccIisse totale di sole. Sestine di Ambrogio Alberti,
in dialetto milanese. — Milano, per Chiusi e Comp., fl84S, in ic*
Dicerie e narrazioni soirEcclisse deira luglio I84S. Sestine indialeltt
milanese. — Milano, per Tamburini e Valdoni, In 8.^
Viaggio fatto in sogno sulla strada ferrata da Milano a Venezia, (c
Canti cinque in dialetto milanese di Luigi G lardi. — Milano, per Pladd»
M. VisaJ, I84S, in is.
Descrizione e ragionamento sulla strada ferrata da Milano a Veaeiia'
Rime milanesi. — Milano, per Tamburini e Valdoni, 1848, in it.*
Uno scherzo sulla nuova illuminazione a gas in Milano. Rime verateaio
di Leopoldo Berzaghi. — Milano, Tamburini, 1848, in 8.*
DIALITTI #BDI1I0?ITA^I. (6K
Chi cerca trceuva; ossia el progress de la gioriiaiia. Sealinn. de Frusti-
alano Schiettipa. — Milano, Pirotta e Comp. 1847, in 8.°
Tatt i coss a soo temp. Sestine di Fortunato BonelU. — Milano, per
Redaelli, 1848, in 8."*
Raccolta di poesie In dialetto milanese, per Luigi Malvezii. — Milano,
Wilmant, 1848, in 8."
Vita e testament de Pomin de Preja, di Giuseppe Elena. — Milano,
per Chiusi e Comp., isso, in r.**
L*ultiina messa celebrata nella chiesa della Rosa io Milano, o sia un
racconto che fa conoscere cos'erano quei tempi (i4 maggio 1798). Tiri*
fera in versi milanesi di G. B. Fumagalli. — Milano, per Redaelli, istto.
Scritti in dialetto milanese di Giuseppe Sommariva. — Su i donn, gi6
1 omen. — Ai noeuf or de sira. — A Morivion. — Milano, pel Messaggi,
ASSI, In B,*'
Meneghin a Roma. Abort d'una Strenna per el i88i (di Giuteppe «Stmi-
mariva). Milano, pel Messaggi, in 8.®
Macchin per Londra. Fantasìa in dialetto milanese di Giuseppe Som-
inariva. — Milano, Messaggi, I88t , in 8.
I misteri de Milan. Scenn do la viln (di Giuseppe Sommariva). — Mi-
lano, Gio. Messaggi, I8tt3, in 8.*^
El pover Pili. Versi milanesi di Giovanni Raiberti. — Milano, per Giù*
seppe Bernardoni, I8t(2, in 8.^
1 Piazz de Milan. Guida strasordinaria per el lans, compilada dal mi-
lanes Giusep Sommariva. — Milan, Messaggi, I8tf3, in 8.®
I Fest de fSatal. Versi milanesi di Gio. Raiberti. — Milano, per Giu-
seppe Bernardoni, I88s, in 8.^
Ber^amaseo.
Comedia nova de ^otturno napolitano, intitolata: Gaudio d'Amore. —
Vinegia, March. Sessa, is.'si , in 8.^ Questa Comedia^ divenuta assai rara,
è scritta in terza rima, ed uno degli interlocutori vi parU il dialetto
ùergumasco.
Errori incogniti, Comedia di Pietro Buonfanti da Bibbiena. — Firenze,
G. Marescoltl, inso (In fine i«B7), in 8° M fra gli altri per sotiaggi
Zanni vi parla il bergamasco corrotto.
La Fariuella, comedia di G. C. Croce. — Bologna, per Antonio Pliarri.
Senz'anno, In la."
GII otto assortiti, Comedia di Giovanni Sinlbaldi. — Venezia, per Ales-
sandro Vecchi, 1608, in 12.** Gli interlocutori vi parlano il dialetto òrr*
gamasco ed il veneziano,
LI diversi linguaggi. Comedia di Verg. Veruccl. — Vinegia, per Ales-
sandro Vecchi, leoo, In i9." Gli interloeutori vi partano varj dialeUi,
fra i qìéali il berganuisro.
066 PARTE TERZA
Il dottor Baccheton; Comedia dì Bonavventura Gioanellf. — Veneiia,
1619, in IR. — È scruta in vari dialetti j fra i quali anche il bergama9eo.
• Uascarate et capricci dilettevoli recitativi in Comedie, et da cantarsi
in ogni sorte d'instromenti, operete di molto spaso, di P. Yeraldo. -*
Venezia, per Angelo Salvador!, 1626, in it/ — Neil' ao9ertimento l'au-
tore annunzia, che gli interlocutori vi parlano diversi dialetti, eioijil
nttpolitano, il bolognese, il tedesco italianizzato^ il bergamasco , il geno-
vese, il norcino ed il romano.
La Rosalba. Comedia di Angelo Scaramuccia. — Velleiri, 16S&, fn it."
È scritta in diversi dialetti , tra i quali ti trova pure il bergamasco.
La schernita Cortigiana. Comedia di Giovanni Maria Alessandrini di
Ponzano. — Bologna, per Giovanni Longhi, 1680, In fls.* — i/n tnfer-
locutore vi parla bergamasco.
Il titolo non si sa. Opera del dottor Sottogisnio Blanasta. — Milano,
per Lodovico Monza, 1673, in 12.^ — È scritta nei dialetti bergamasco,
bolognese, veneziano e napolitano.
Pantalone mercante fallito. Comedia del Siraontomndoni. — Tenezia,
per Domenico Lovisa, loos, in 12.° — Fra gli inttrlocutori trovasi il
bergamasco,
Tnifaldino medico volante. Comedia. — Bologna, pel Longbi. Sena
Tanno, in I2.* — Tra i vari dialetti vi è parlato pure il bergamasco,
Pantulon speticr, con la metamorfosi d'Arlecbino per amore. Scentea
rappresentanza di Gio. Donicelli. — Venezia, Domenico Louisa. Senz'anno,
in 12.** — Ivi pure è parlato il bergamasco.
Trufaldin Anto pn pagalo per amor, filosofo per conversationc nelPas-
semblca de' matti. Comedia di Nicolò Monaseni. — Vcnetla, per Domeoict
Louisn. Senz'anno, In 12.° f^i si parla il dialetto bergamasco.
L'invidia in corte, 0 vero le pazzie del dottor. — Venezia, per Loaisa.
Senz'anno, in 12.® — n è pure parlato il dialetto bergamasco.
Arlechino finto bassa d* Algeri. Opera scenica di Bonav. Gioanelli. —
Venetia, Domenico Louisa. Senz'anno, in 12." — Fra gli inlerlocHtorì
• trovasi il bergamasco.
La Fortuna de' pazzi ha cura, ovvero dall'offesa il beneficio. Conedli
di Fabrizio Manni. — Bologna, pel Longhl, I7ii, in I2.* — Fi si parU
pure il bergamasco.
La gelosìa schernita ci la costanza premiata. Opera scenica di drle
Sigismondo Capeci. — Bologna, pel Longhi, I7M, in 12.*» — FnseriUs
nei due dialetti bergamasco e bolognese.
Chilonida. Opera da recitarsi dagli alunni del collegio Capranica. —
Roma, 171», In 12." — Ivi Scudellino parla il dialetto bergamasco.
Instrumento del dolor Desconzo, in lingua bergamasca, cosa ridfctilosa
con molti secreti. ~ Senza indicazione tipogràfica. — Quest'opùscolo fu
tampato intorno al ì6ao.
Opera nova dove si contiene una caccia amorosa trasmutata alla ber-
DIALim PBbUIONTA?!!. Cù7
famasca, el altre bellissime battaglie, con un biasmo della caccia d^a-
more, et capitoli bellissimi. — Sensa indicazione veruna. — Questo rart
opùscolo racchiude varie poesie licenziose in dialetto bergamasco. La cac"
eia d'amore è in italiano, ed, ogni quartina è seguita dalla parodìa nello
slesso dialetto. Fu probabilmente stampato in P'eneziaj prima del iiitto.
. Maridaz, over sermó da fa in maschera a una sposa^ in lengua berga-
nasca, ce. — Senia veruna indicazione, in 8.*^ — Qtiesl' opùscolo assai
probabilmente fu stampato in Venezia, pel Sindoni, nel ìtto,
Sennon da far in maschera ad una sposa, in lingua bergamasca. Cosa
nello dilettevole, con due Canzonette in lingua veneziana. — Sema in*
dicazione tipografica; ma pare stampato in Venezia, intorno all'anssa
Ktto, in a.**
Vanto del Zani, dove lui narra molle segnalale prove che lui a fatto
nel magnar. — Senza veruna indicazione, in 8." — Questa poesia in o#*
toPO rima è scritta in bergamasco.
Capitolo in lode del Bocal, con un sonetto di un viaggio del Zani a
Venetia. — Senza luogo ed anno. In 8.** — Stampato forse in yentziap
intomo al ittrto.
La piacevole astrologia del Ravanello. — Senza luogo ed anno, In 8.^ ->-
ifuesta facezia è seguila dalla Genealogia del Zani 3 in dialetto bergamo"
9C0, Fu stampata nel sècolo XI' L
■ Opera nuova nella quale si contiene un Invito de alcuni ortolani, Con
la risposta; el la l'astorelia, con la tramulatione, et alcune slancie in lin-
gua bergaroascha. — Senza luogo ed anno, in 8.* — L^ sole Stanze sono
in dialetto bergamasco , e racchiùdono l'elogio delle taverne.
Il spasso delta villa dei Mantovano, con una Canzon tramutata in lin-
gua bergamasca. — Senza luogo ed anno , in 8.°
Le piacevoli nolll di Gìo. Fr. Straparoia da Caravaggio. — Vinegla,
Comin da Trino, iitao-84. Voi. 2, in 8.® — Fu ristampata pure in fV
nezia, nel i»99, da Alessandro De Vecchi, in 4." La terza Nocella, Ber-
toldo de Valsabia, della y notte, è scritta in prosa bergamasca.
Di Sulpizia romana trionfante. Trattenimenti cinque, ec. di Camillo
Scalìgeri dalla Fratta {Adriano Banchieri), — Bologna, Giovanni BattitU
rerroni, iota, in 12.° — A pag. »» e seguenti vi si trova un racconto
td una breve poesìa in bergamnsco.
I secrèc del niò .Nono, ossia Raccolta di cognizioni ùtili e dilellevoli
(di Ronfani Pasti). Almanacco per Tanno i846. — Bergamo, pel Sonzo-
gnl, in 12.*"
Breseimio*
Ai Giaccobì de la quondam Repubblica Cisalpina. Capilol. — Brescia,
• 700, in 8.*
fitti PARTI TIRIA
Dialetti EsnuANi.
Bolofipneflee
I parenti godevoU, opera piacevolissima di G. C. Croce. — Bolofm,
seni' anno» in 8.® — In questa comcdia famigliare Graziano e Pedrolim
cantano alcune stanze in dialetto boloftncte.
LI diversi linguaggi. Com. di Verg. Vcruccl. — Vincgia, per Alessandro
Teeclii, 1609, In is.® — Fra ì vari dialetti parlati dagli interlocutori ti
trova anche il bolognese.
Bravata di Babino, parte in lingua romagnola, parte toscana. Opera da
ridere di G. C. Croce. -« Bologna, Bartolommeo Cocchi, I6i7, io a.* —
Questo componimento è scritto in terza rima.
II doitor Baccheton, Coniedia di Bonavventura Gioanelli. — Venesla,
1 619, in it.* — Jn questo componimento in vari dialetti , un interloesh
(ore parla il bolognese.
Il Panlalon imbertonao. Cbmedia di Giovanni Briccio. — Venesla, is<s,
io t%.^ — Graziano vi parla il proprio dialetto.
Mascarate et capricci dilettevoli recitativi in Comedie, el da cantarli
in ogoi sorta dMnstromenli, operelc di molto spaso, di P. Veraldo. —
Tenezia, per Angelo Salvadori, loee, in is.^ — Fra i vari dialetti par-
lati dagli interlocutori j si trova anche il bolognese.
La Bosaibn. Comedia di Angelo Scaramuccia. — Velletrl, tesa, in ft.*—
Fra gli interlocutori travasi pure il bolognese.
Il titolo non si sa. Opera dei dottor Sotlogisnlo Manasta. — Milano, per
Lodovico Monia, 1073, in fls.*^ — Un interlocutore parla il dialetto bo*
lognese.
Il Fazoletto. Opera scenica del Brignole. — Bologna, per Giovanni Lm-
ghi, 1683, in 12.^ Ivi il dottor Graziano parla il bolognese.
Pantalone mercante fullito. Comedia del Simonlomadoni. -^ Teoeiii»
per Domenico Louisa, loss, in f s.*^ — Un interlocutore parla il diakUs
bolognese.
La Anta Zingara. Comedia di Beginaldo Sgambati. — Bologna, sens'anoSi
in I2."
Panlalon spetier, con le metamorfosi d'Arlecbino per amore. Scenica
rappresentanza di Giovanni Bonicelli. — Venezia, Domenico Louisa, scota
data, in is.® — Fra gli allori trovasi pure il bolognese.
11 matrimonio in maschera. Comedia di Fabrizio Nanni. — Bologoa,
pel Longhi. Senz'anno, in is.^
Trufaldin finto papagalo per amore, filosofo per conversaiione nel-
r assemblea de' malti. Comedia di Nicolò Monaseni. — Venetia, Doncnics
Louisa. Senz'anno, in is.^ — È scritta in vari dialetti j tra i quali i^
bolognese.
MA LETTI PBDBMOMTAMI. 069
L'Invidia In corle. o vero le pazzie del dottor. — Venezia, Domenico
loulita. Senz'anno, In 12.** — Tra i vari dialetti che vi tono parlati tro-
vati pure il bolognese.
Ariecbino finto bassa d'Algleri. Opera scenica di Bonav. Giovanelli. —
Venetla, Domenico Louisa. Senz'anno, In I9.° — Un attore vi parla il
dialetto bolognetc.
Lamento di Tugnol da Mnierbi per esserli stala rubbata la borsa, ri-
dotta a modo di comedia, composta da Francesco Draghelli. — Bologna,
Girolamo Cocchi. Senz'anno, in a." — È scritto per intero in bolognese.
La fortuna dei pazzi ha cura, ovvero dall' ofTesa il benefizio. Comedia
di Fabrizio Manni. — Bologna, Longhi, I7it, in 12.° — Fra i dii'erti^
dialetti ivi parlati trovasi pure il bolognese,
l.a gelosìa schernita el la costanza premiala. 0|>cra scènica di Carlo
Sigismondo Capcci. — Bologna, pel Longhi, I7i4, in 12." — È scritta
nei due dialetti bolognese e bergamasco.
Il savio delirante. Comico divertimento per musica. — Bologna, I7S0,
In f 2.° — È veramente strana un* Opera in dialetto bolognese ptr musica!
Zanin dagl'islori. Lunari nov per Tann leoo. — Bulogna, In I6.^ —
Questo lunario, che fu riprodotto diversi anni, contiene in cascun anno
una comediola in dialetto bolognese.
Progetto di Ortografia bolognese proposto da un Accademico del Tri-
tello. — Bologna, dal tipi dei Nobili e Comp., 1828, in 8.°
Palese.
Questa è una farsa recitata a gli excelsi signori di Firenze, nfclla quale
si dimostra, che in qualunque grado che l'homo sia, non si può quietare
et vivere senza pensieri, ec. Senza luogo ed anno^ in-s. — Questa farsa
i in versi j ed è forse stampata a Firenze sullo scorcio del sècolo Xy, Ivi
tm interlocutore parla il dialetto pavese^ ed un altro il piacentino.
Diporti Academici di D. Agostino Lampognani. — Milano, letts, presso
Lodovico Monza, In-8. — Ivi fra 1 vari Saggi ^ trovasi un Racconto in
prosa pavese.
Giarlaett, Tacque! ardicol, critich e moral dae! sur Giarlaett con j 09-
sarvazion di Paisàn sgond zcrti dì e slaglon dPan, ec. In Ha me zitti,
Pan 1764 pr al i7oa. Pacr .Marcantoni Por. — Questo almanacco consiste
in un lungo ed insìpido Diàlogo in dialello pavese,, e termina con due
cattivi Sonetti. I-^i ristampato nell'anno lase col seguente titolo:
il vecchio Giarlaett del i7B«.NuovoAlmanacco per Tanno bisestile 1836.
Pavia, per Luigi Landoni.
Alla cara memoria del D. Defendente Sacchi morto II 20 dicembre 1846.
Sestine, pavesi {di Giuseppe Bignami). — Pavia, libreria della Minerva
di Luigi Landoni, I84i.
I Necrologìi. Imitazione del Fnsinato. — Poesia in folio volante di
G. Bignami,
II pio orfanotrofio maschile di Pavia. Sestine in dialello pavese di Cla-
seppe Bignami. ~ Pa\ia, pel Fusi, I84»« ln-8.
APPENDICE
Mentre avevamo sotto il torchio gli ùltimi fogli di qoesto
Saggio j il signor Gabriele Bosa^ indefesso cultore degli stodj
linguistici^ e sopratutlo di quanto può giovare all' illustrazione
della storia patria^ e* inviava^ con una lèttera erudita^ alcuni an-
lichi monumenti del dialetto bergamasco^ da lui rinvenuti fra i
manoscritti e gli archivii della città di Bergamo, i quali, seb-
bene svisati da una incerta e capricciosa ortografia, bastano
per avventura a constatare l'esistenza delle forme caratteristi*
che di quel dialetto, intorno alla metà del sècolo Xlll, prima
cioè che la lingua àulica generale sì venisse sviluppando nella
nostra penìsola, a supplantarvi il corrotto latino. A questi mo-
numenti per molli riguardi preziosi potremmo aggiùngerne altri
contemporanei propri d'altri dialetti lombardi, emiliani e pedo-
montani, non che vèneti, càmici, campani e sìculi, da noi rac-
colti allo scopo di tracciare colla scorta dei monumenti le rìoiole
origini deir italiana favella. Mentre peraltro ci riserbiamo a coor-
dinare di propòsito queste importanti reliquie in una pròssimi
.publicazione, crediamo far cosa grata ai nostri lettori porgendo
loro, a corredo di quanto siain venuti esponendo nel corso del-
r òpera, i componinìcnti comunicatici dal signor Rdsa insieoie
alla lèttera che li accompagnava. E poicliè non abbiamo sot-
tocchio i documenti originali dai quali furono tratti, e neHi
malferma ed incerta ortografia colla quale sono espressi, assii
malagévole torna il determinare con precisione la retta pro-
nunzia delle sìngole voci; così, per tema di alterarne il Tikm,
preferiamo rinunziare al sistema ortogràfico da noi snperior-
'mente stabilito, trascuri vèndoli fedelmente quali si trò>*ano nel
.rispettivo originale.
AFPF.Ì1DICK (71
A compimento poi del presente Saggio^ ed a maggiore schia-
rimento delia classificazione generale da noi proposta, e della
divisione topogràfica della grande famìglia dei dialetti Gallo-Uà»
licij abbiamo stimato ùtile corredare tntta l'opera con una Carta
topogràfica dell' Italia superiore^ nella quale abbiamo tracciato,
oltre ai confini generali delle distinte famiglie càrnica, vèneta,
gallo-itàlica, ligure e toscana, eziandìo le principali divisioni e
jsuddivisioni dei dialetti gallo-itàlici, indicando specialmente i
nomi dei luoghi ove sono rispettivamente parlati.
Per tal modo verrà agevolata l'intelligenza di quanto siam
tenuti mano mano esponendo, e lo studioso, abbraciando con un
«olo colpo d'occhio l'estensione e le speciali suddivisioni di tante
svariate favelle, scorgerà nelle naturali barriere la ragione della
medesime, e potrà forse, mercè un diligente raffronto delle di-
visioni linguìstiche colle molte divisioni etnogràfiche e politiche
alle quali l' Italia superiore andò col vòlgere dei sècoli soggetta,
conseguire nuove ed importanti rivelazioni.
Tale è il fine al quale noi abbiamo dirette le malagévoli e
coscienziose nostre ricerche. Allo stesso fine ci proponiamo di
X^ntinuarle, coordinando colla scorta dei fatti e coli' assistenza
che invochiamo degli studiosi tutte le altre famiglio degli itàlici
dialetti, pienamente convinti, che una Carta linguistica del-
l'Italia moderna per tal modo tracciata^ corrispondendo in ogni
sua parte alla Carta polìtico-geogràfica dell'antica , varrà meglio
d'ogni altra guida ad aiipuntarcì con certezza le prische sedi
delle itàliche tribù primitive, che se ne div^putàrono il possesso.
(jARIssino Amico.
Da qualche tempo ess^nilomi posto a rovistare fra' manoscritti ed
archivii di Bergamo, onde raccògliere notizie stòriche e linguìsti-
che, mi vennero mostrate dal sig. Stefano Borsetti, Cancelliere di
questo archivio Notarile, ed esperto paleògrafo, fra l'altre cose,
due composizioni poètiche volgari, T una del 4255, l'altra del 4540,
ignorate sino ad ora , scritte a Bergamo in lingua , che si direbbe
signorile bergamasca, perchè non è il bergamasco popolare, ma
671. APPB^fDlCI
quello di chi si aiuta colla conoscenza del Ialino nolarile, e del
parlare de* colli lombardi , di farsi capire ed ascoltare piacevolmente
anche dai non bergamaschi. La composizione del 4253 è anteriore
di 43 anni alla nascita di Dante, e di 47 alla poesìa milanese di
fra Bonvesino da Riva, ed al lamento della donna veneziana che
ha il marito alle crociate, da voi ridotte a buona lezione, illustrate
e pubblicate nel fascicolo di novembre 4847 della Rivista Europea.
Se quelle vanno fra più antichi monumenti di un tentativo di lin-
gua letteraria italiana con fondo milanese e veneziano, la nostra lo
è di simile esperimento con prevalenza di clementi bergamaschi»
mentre con base sicula ma più pròssima alla lingua colta più co-
mune, toglievano a formare un volgare illustre Ruggerooe, Rinieri
da Palermo, la Nina Folco da Calabria, Gucrzolo da Taranto, Man-
fredo, Enzo, Federico U, Pier delle Vigne, Guido da Messina; con
materiali toscani, romani, emiliani eletti. Brunetto Latini, Rinaldo
d'Acquino, il Guinizzclli, Onesto e Guidotto da Bologna, S. Fran-
cesco d*Assisi, Fabruzzo da Perugia, Mastro Agnolo da Camerino,
Jacopone da Todi, Guittonc d*Arezzo, Papa Bonifacio Vili, Ricco-
baldo da Ravenna, la Beata Chiara da Rimini, Virginio I^aurenti
da Cori; mentre a loro si vcnìano accostando ncll* Italia settentrio-
nale Albertano giùdice da Brescia, Gotto da Mantova, Albertino
Ciròlogo da Pàdova, Saladino da Pavia, Polo Lombardo, Pietro
Barsegapè da Milano.
Così questa poesia è insieme il più antico documento della Lon-
bardia di lingua italiana e bergamasca, e mostra come la storia
delle origini della lingua letteraria italiana non possa andare disgiunti
da quella de* vernàcoli d*onde esci. Questi monumenti quindi «
coordinano alla storia si della lingua italiana che dei dialetti, ed
acquistano maggiore importanza, e diventano più ùtili, quando
sono collegati criticamente cogli altri monumenti. Io più tardi potrò
coordinarli a studii locali, ma ora non potrei farli conóscere che
nella loro grettezza isolata , onde verrebbero giudicati di quelle
composizioni plebee analemizzate da Dante. Divisai quindi mandarli
a voi, coirjaggiunta di alcune altre cose inèdite , che danno no
saggio del volgare bergamasco ne* secoli successivi XV e XVI *
pensando che, ove vi pajano convenienti, li potete pubblicare ia
appendice al vostro prezioso lavoro sui dialetti gallo-itàlici, oiri
nel proprio ostello saranno illustrali.
APPENDICE 075
// Decàlogo (i25S).
QuesU compofllxione era fra Isirumenti privali legati in no solo volume
i pergamena del ì96Z, scrilta coir idèntico caràttere che parecchi di
negli Isirumenti I onde se non è anteriore, è almeno loro contemporànea.
In nomo sia de Crist ol di present
Di des comandamet alegramet ,
I quai dà de pader onnipolent
A morsis per salvar la zet.
Chi i des comandament observerà,
In vita eterna cum Xristo andarà.
EI primo comandament ol di honorar,
Sover omnia cossa ama ol creatore
Cho lamma e chol cor e cbo la met
E in lu meter tutt ol nostre amore.
E la rason per que no ol debnem amare.
Se vo m^ ascoi te so voi eh uy tara ve.
Per zo che a la sua ymageu al na formato,
i^ lo lìbero arbitro lu sma dato.
Tute le cose a nostra utilitad
E del so sang precios al na recomperato,
E su la eros al sulTri passione
Per la nostra redemcione.
Et secondo comandamento de obscrvar.
Et nomo de deo en va noi mcnzonare
Ni in sperzur, ni in blasfemare,
Mi in faturi, ni in idoli menare.
Non cri ai indui, eh' a l'è rasia.
Ni in vana cossa chi in sto mondo sia.
8oiu cho se sperzura biastema ol creatore ,
E queli che lo madise el digo ancora.
In ydolatri ere 1 miser pecadore
Ai ere ai indui et ai incantadore.
In asse vise se pò deo biastema re,
Unde ve prego che vei debie guardare.
In tol vegio testamento se trova scripto,
Siunt ol povcl de deo fora d'EgIpto,
EI fo un che biaslemava deo benedlgto
E per parola de deo padre ol fo digamot
E de fora ay lo fl menare,
E sì lo fl lapidare.
E pò vide San Grigori de deo servente
Un fanti lo quai avea zinqui ani,
671^ ' Appnmot
El qual biastenia Xrisl omnipoteiite;
01 padre noi castigava de meo te
E biasteiuando dco ol padre en braso Tava ,
01 daiDOD a so dispregio de brazo ilo lolava.
El terzo comandamento de observare ,
8o è la festa de deo beo guardare ,
Andar a la giesia, a li messi, e udì predicf .
El nostro creatore de rcgraciare,
Con tut ol cor e no co la fc vana,
De zo che al ne prcstad in la sctemana.
A noi se de andar tcnasando
Ma pover e infirmi rcvcsetando ,
E ovra de misericordia faxando.
Le doni non de al bai andar cantando,
Ila tirarse la vanitad dal cor e da la testa;
Alora guadanariano la bela festa.
Ciascheduna dona clie va disonestamente
Alla offende a Xrislo omnipolente
E fa vergonsa azcscando so parente,
Com fi una, in tol vegio testamento.
Un bel esempi ve dirò de presente.
Fiola de Jacob a la era in veritadc
Donzella alora piena dò vanitude
Novamcute a la riva a una zitade,
Li doni la vito andar per li gorade ,
Quella donzella fo prisa e vergoniula,
E duramente la fo lapidala.
Li so dudcs (radei sol ten a dcsunorc,
E li piò la zitade a gran fororc,
Homeni e femini e fantini ancora
Per lai de spade 11 misi al bora.
Perzò chi a fieli li casligi per razone
A so chi no li pechi per vostra casone.
El quarto comandamento de observare,
Se tu e pader ni mader, tu li di honorarc
Faic honore e rivcrencia quanto tu poxe
Perche li ta dati la caren, ol sangc,
Li nostri padri che na inzcnerati,
£ li nostri madri che in corpo na portati.
A se mali noti e di yamo (i) dati
E del so sange eli na resaziati,
Eli na acquistati la roba con grade sudore,
Onde no posemo stare a grande honore,
(I) jMtn» p«r abbiamo.
C7f
le iMB bceBo con fa lo re serveoto
Che non cooiosse chi lo serve de nenie.
Com 0 un fiol menescredenle
01 qaal avi va ol pader vegio certameole.
01 pader era vegio , zaziva al sole
Or odi quel que faxisa quel re flolo:
01 pader che era vegio si spudava ,
El fiol l'avi va a schifi e s'il piava
Per li Cavell dredo sol strascinava
Fin ad uno loco ch*el pader si parlava.
Al disse al fiol più no me strascinare.
Fin chiloga e (i) slrasclnè ol me padre.
Chi baie pader e mader mal gne fcnire.
Cosi farà li so fiol alor senza fai Ire.
Chi mal farà per zerto mal convò avire
Che Jesu Cristo ni farà pentire.
Qua de li son vegi de non abir vcrgonia,
Tolemo esempio che ne da la zigonla.
Quand la zigonla è vcgla e no pò volare
La zigonla town se la met a rovure.
E si ìe per casa coshc da mangiare,
Quando un osclo ne da amacHtrumeiilo
Inprcndinic senza demoranicnlo.
El quinto comandamento nNii fa ni«irlre.
Col cor ni cola Icngua ne con Mentire
Ni coli honori guarda non fu li re
Che a Jesuro Xrlnt farete a dr«pia4Ìre
La zobia (l) sanrta Cri«it in orlo diMe:
Chi de agidc fere de agide |N«rÌM'r
Se la morte de neisun te eonoenllMue
Tu r ulcl^sl xl rum se tu (i^rl»*!
Ben che el re Erode* Il puer non I«U«m
Perchè a ti fé morir nenleutia de le mudn^
Al deveola levrus a men tenendo
El ven en fa«»tudi a u et altra wuìm
E pò se dei»p{ro scavale de preM^ute
El sef»to conandauento uou di furare «
Usura ni ranpiua non di hrn ,
A to l' altro |>er forza ed a rol»arr,
A to r allru el demoni te liga ,
Et a ^atf^f^ri «1 to muìUt gran l/rigii
cAl/^l* 4i««iiw <UlU»ltf U'tfivlfM-wW • liOa«#l IIMIm.1 P«« f «' • t fM #|/'
MséiM pm fi**-*/! M 4t<« tm^AM0 4ét filili I Lf«Mi
$7$ AfFEROICl
QuHDdo Pomo è amalato al von a confaMlont,
El prelto le domanda satlsfaceioue;
lllora ol damoni le da tenlaptlone
E sì le dia tu guarire ben a se se a du faro rason,
8e Tomo mor in quela e no abia renduto»
Pensa ben sai e salv o perduto.
El seplimo comandamento non uduiterara
Volontera ol damoni tei cuiiseiit a fare
Perchè do anime in quel fa pecare
E da l'amur de Cristo i fa a lui lenara.
Per zo ol dumoni ol fa biustemare.
Molli na quistà per quel peccato
Chi in tei via de ia luxuria perseverale
Con sigo ol damoni lo monaraie,
8e in questo mondo penileuciu non faraie
L'amor de Cristo el tutto perdaraie.
Per quel peccato bruto e desonesto
Un bel esempio ve dirò manifesto.
Al se lese che air era zinquc citadc
Ilorbi e grazi, pieni de gran vanitati;
Homen e femini e zuven in vcritude
Usava luxuria cum granda carnalilati.
Per quel peccato dco li fu ubls^are
Se no tre persone che scampa de lore.
E l'octavo comandamento, si obudieiilc
E non fa li falsi sagramenli.
Tu biastemi Dco omnipotente
A voli provar quel che non è mente.
Conio li quei do in tei vegio testamento.
In tei vegio testamento se trova
Queli do vcgi Susana acusa
Per que a no lai volu consentire.
A là disse che in adulteri la trovano,
E per quel de via fl lapidata.
Sovra quali deo le manda sentenza.
Daniel profeta ven e dis allora
Questa sentenzia non e iusta seniore.
Ai li va accusata falsamente,
E lapidati lur fo duramente.
El nono comandamento non desiderare
L'altrui moier ni flola ni serore
Che a Jesum Cristo faresti a despia»irt.
De David profeta ve voi dire,
La moier tolse ad un so cavalere.
ni
E po cnLaoe e feelo Borire.
Deo ie BiLiidò raspe! e <cf\ol iKulìre.
Al ù pfBìtfficM de qoelo f nn peoni».
E po di Kt £olì «e \ì\e\ tnehuUto.
C'n di li fiiMi zaiiva cole corone
E li altri fradelì 5el ten « de^onore.
A li ul5Ì5 Amia ad ira ed a furore.
E po^ conira ol padre w revoltaie.
Quando Cairn ulcis AboI« la terra . , .
E de quel peccato iu$tilia domandava
Po un di cava ter quel Axalon ulcU
Per quel pecad che David jti eomlA.
El decimo comandamenlo. ubedlsel per ratoii,
^on desiderar ì* altrui poMejtsion ,
Tera ni vini, ni bosco, ni maMinQ
Cavai, ni bn, ne |)egra, ni ronione.
Per invidia Cairn ulcis Abel,
E li fieli de Jacob vendi so f radei.
Per invidia li Zudci alsi Cristo belo,
Per invidia si desfà litad e caitel,
Per invidia se mct guerra e razla
E molti personi se mct en mala via.
altro libro di istrumenti del 154(0 trovasi inserta una narra-
i in forma poètica , di cui vi copio solo quelle parti che la de«
a concede publicarc.
Confessando la $nia defeta Valtrer a Sani* /igottino
me requerse d'amor fino ol bon ronco frate Sbereia.
A quello Sborela fruire menando mollo eonceia
Ciie disfie ol meo |x*<*cato; |>erdonamii mia fallila.
Quando vene a far partita mìniir man ....
Ve color tuta me mohì
Credia che santo foHAe, e lu «le rosi villano.
To pen$<;r è fol , e vano riiiiiiiiKO <'hl t« tanta
Se tu trovi che te consenta, da l>« aia matadata.
I di questa risma.
k$
078 APPE7ID1CB
Il Calvi nel Campidoglio de* Guerrieri (Milano, Vigone, 1668)
a pag. 295, pubblicò questo epitafio di Guiscardo Lanci, morto io
Bergamo del 4352.
Qui giace l'eccellente cavalieri
Msser Guiscardo, cbe de Lauzi nato
El quale di vlrlù fu tanto ornato
Che dirlo in breve non saria iezerl.
Questo de justitia fo sentieri,
Prudente, forte fo, e temperato,
E dell' altre sorelle accompagnalo
Onde redi fico suo bel verzieri
Del nobile llilan, che ozi è il mazore,
Podestà fo in Cremona, e in Piacenza,
De Brescia capitano fo e rettore,
Genova podestò, e sua- potenza
Compagno fo del mllanes signore,
E consigljer compiacque a sua clemenza.
Mille trecento con cinquantadua
Correva de luio il di secondo
Cbe ci fé fine , e usci de questo mondo.
Christo el riceva nelle glorie sue.
Il Big. Borsetti mi comunicò alcuni fogli di carta lógori , sui qatlt
in bei caràtteri è scritto un prezioso racconto sacro della passione
e morte del nostro Signore, che forse si cantava nelle Chiese. Non
hanno alcuna indicazione di tempo, ma le forme delle lèttere e la
lingua lo farebbero crédere del sècolo XIV; ma Tèssere sopri
carta simile a quella che s* incominciò ad usare da noi nel ihOO
m* induce a créderlo di quest'epoca. Eccolo:
Chi voi odi del nost Signior
Cum el morì cum quanl dolor,
Che ve diro del comenzament
Cum li Zude fi ol tradiment.
Nostro Signor volci tradì
Ma no ga sai trova chi.
Quant cum li disjpoi Cbrist cenava
Xi fortement lu suspirava:
Dia un de vo me tradirà,
Puz a la cena questo sarà.
Tug i discipol a Christ guardava,
E sant Zovan Christ domandava
Uagister me diri a mi
Chi sera quelu che ve derà tradì.
Christo ie respos e tei diro:
Quelu a chi ol pa e sporziro,
E sant Zovan molto stremi
In brazo a Christ stramortì.
El so disipol falsameot
De sira fi io tradiment;
Basand la boca lo tradì
Tug i discipol sen parti.
Juda el vendè quel traditor
Trenta dcner ol so Signor,
APPENDICE
679
A modo de un ladro ai lo mena,
Denanz ad Ana lo acusa.
Ana respos con gran furor.
Si lo inquirì per mal fator.
Tosi a Gaifas ci mcnari
Che al dis che a le re di Zudc.
Denanz a Gayfas Crisi fo menad
E sì aspiava (f) Cristo bead;
E tu quelo che se fa re di Zude,
Crisi ie respos ni bo ni se.
E Crisi ie dis xi humelmenl
Per que me def queslo lorment,
E ho semper pariad palis
Beat color che me averà intis.
E un de lor la ma levava
Una goltada i^i ye dava;
E Crisi ie dis questa reso
Per que me def senza caso.
A una coIona ay lo ligava
Tuta la nog ay lo frustava,
Peccad no fl («) a quei Zudc
Che lo sangue ie ve fina in di pe
Quanl la nog che al fo frustad
In la doma che al fo menad
Denanz a Pilad, al fo acusad
Ana e Gaifas gè la mandad.
Pilal si dis a qucy Zudc
Al re Erodes vo sii menarl,
Cum al vora vo sin fari
Caso i^) ados a lu noi trovar!.
E "1 re Erodes a Cristo guarda,
Cum grand furor si lo domanda.
E lu quel che se fa re di Zudc:
Crisi no respos ni bo ni se.
El re Erodes comanda
Vestì lo daves de porpora
Per fasen bef quei Zude
Per que a noi vols in lur credi.
Cum furur ai lo menava,
Denanz a Pllal ai lo acusa va,
Cescadu crlda e fa remor
Digno a le de mori senza demor.
Pilal Zude sii fi frusta
In la doma sii fi mena.
Caso no so trova a qucst doctor,
Toli baraban che le malfaclor.
E tu comenza a cridà
Che Cristo faza cruclfica.
Se tu noi fé jusllsia
Denanz a Cesar tam acusa.
Respos Pilal, i ma men laf (4)
De che ol voli re siel dad,
A dos ye mis una eros
Per dai tormenl più angustios.
E azi ol fasiva quel Signor
In terra spes per fai desnor
E per me la faccia ye spudava
E de spi pongenll lincoronava.
E su la eros ay lo drizava
Lì ma e y pe che ay linchiodava;
De grandi dolori che al senti.
Poco fo de me che a noi mori.
E Jcsu Cristo cridava fori
Per li grandi peni de la mori,
E per li peni ch^el portava
E molta zenl lu si salvava.
E Jesu Cristo sì el angustios »
Sid ho (is), dis in plana vos,
Ased e fel ie de i Zude,
Ma to non vols ol flol de De.
Ay pe de la eros i fo xi grandi plur,
Kon ne al mondo cor cosi dur,
Che no planzis amarament
0 Zani Crisi fa gran lamenl.
Sancta Maria pris a di :
0 fiol me lum fé mori
(1) E così inlerrDgava. Il verbo spiar ^r chiedere trovasi ancora in alcuni dialrUi pe-
deoiontanì.
(2) Non mosse a compiistione. Peccato per compassione t usalo generalmente nri dialetti
loml>ardi e vèneti. •
(3) Coso per cotpM ; qujsi dicesse:* Cagione di condann4.
(4) Me ne lavo le mani.
(5) Ho sete.
080
APPK.MDICI
Quanl a te guardi floi me bel
01 cor me passa d^un cortei.
0 fiol me (|ue dove fa (i)
Più in qucslo mondo no voye sta
Quando tu nassis a malegre
No vege ben lo dolor me.
0 santo Zoan dilcclo me
De la facia del fiol me
Sanguancnla fina in di pc
Se al fo mai dolor al me.
O dolor grand tu me fé morì
L'anima mia tu la fé partì.
Signor Zude fldnenpiafad
Dol fiol me tanto tormentad.
0 crbor formad en eros
Al me fiol così dolz
No le da tormenti cossi angustios
Ay member cossi doloros.
E pò se volse a san Zovan
Che stava li dolent e gram ,
E pò ie dis, 0 Zoan me
Da mi se pari ol spìrito me;
E pò se volslve a le Marie
Che planziva tuli Ire
E dis seror que doye fa
Ch'el cor me se fent.
llarce te (2) gram fiol me car
Zoan e mi que demo far
Credi va avi de ti confort,
Per li flol voref la mori.
0 flol me de pietad
Asse di to la abandonad
Sola romagnio dolzo fiol
Zoan e mi slam in gran dol.
Parlcm flol me che ten preghi
Xi cum la glaza mi delegui (3)
Spesso te guardi cum gran dol
E de sangue fiol è ol lo color.
Tu me lassas cosi fantina
Per tua mader e per anelila
E te nudrigbe cum gran delecl
Quei may Zude le ma lolet.
Sie vo gram signior Zude,
Reodim a mi ol fiol me,
Credim a mi la veritad
Che a le Signur del regolo bead.
E pò rcguarda ol so fiol,
0 Itis del mondo de te me dol
Quant a te vogo xi slramortìd
De grani dolor noy pu morir,
Po dis o dnlzo fiol me
No me lassa viver de dre.
Consola mi e li seror
E la Mandalena che ha dolor.
E Jcsu Cristo ie respos,
Femlna, ie dis in plana vos,
E te do Zoan per lo car fiol
Che le go no posso star cum e lol.
E tu Zoan la di guarda
E per mader la di ama.
Cristo guarda al firmament
Ciamcl so padcr de present.
0 pader me e le recomandi
01 spirito me che te lo mandi:
Abassa li ogi e stremorli
L'anima illora se parli.
Longino ebreo do demorava
Cum una lanza l'impiagava.
Donde sangue e aqua si ne insì,
La luna el sol si fa scuri.
Quant a la vid ol so car fiol
Che era mori a xi grani dol
Caziva in terra strangossava
Per che ol fiol la abandonava.
E illora fo plang angustios
Da 11 do parti de la eros
La mader crida o floi me
Cum gran dolzor e taleve.
0 fiol me, te vege sta
Su la eros xi re possa
Che lu no senti za più di
Che romagni cum grand dolor.
Più se turba el mar el veni
E li stelli del firoiament
(1) Che'dfgg'io fare?
(a) Tua mercfi.
(3) Coli comt il ghiaccio iu dileguo.
APPENDICI
• 8(
E f morg fnsi de li molimeng
Quant ai odi xl gra lormeng.
E H planziva fortanicnt.
La Mandalcna vcramcnl,
E li Marie planz e plura
La virgina sancla e pura.
O zento giiardod ol me flol
Se al mondo fo ma dolor ni dol
Giiarde cum i sta i ma e i pe
E M lad eh' e fcrid dol fìol me.
Quel che fo sanctilicad,
Del Spirito Sanclo fo annunciad
In dol me corp cum gru dolzor,
Ida non perdi la sua flor.
0 Gabriel tu ma saludas,
Blader de Cristo tu me giames
Tu me bencdis ol frulo me,
Tolet me l'a i fui Zudc.
L'aiigel respos, tu salvare
Mader de Cristo chi tu vorc
Al terzo di te uparirà
Quel che tug ne sai vara.
E san Josep e Mcode
Tois zo de la eros ol flol de De,
Quand zos de la eros fo doponud
I nuol che al fo che a lera nud.
Al moliment Cristo fo porlad.
Li Marie dred ie va plurant,
Dred I va Sanctu AJuria
Che soslcnis no se podia.
Lo secondo di che Cristo mori
La Mandaiena sii querì;
Cum onguenl prccios
Da onzes Cristo glorios.
E era sego in compagnia
Li Marie che fori planziva
E li si ven al moliment
01 sabato de doma per tcmp.
E mollo fori se lamentava
E li Marie, e la beada
E li si era ol moliment
0 fo mes Cristo de prescnl.
01 corp de Cristo andc circando
E elio si è resusitiulo,
Torned indred, did a san Peder
Che al sia fort e aleger.
Che in Galilea apurirà
Al di (le Pasqua ch'il ne dirà
Alegrament indred torna.
La Mandaiena si lo guarda,
E si era uno orto ilio a pc
E Jesu Cristo dentro si andè
La Mnndulena si lo guarda,
E si ye dis, o orioli
S'avreslu novella del meyster me;
Ko me tocha zo, dis a le
Guardei al vis sii cognovo
El dolzo Cristo si tol da pe.
Indred torna cum grang dolor
lllora dis a li seror
Lo vezud ol me Signior
S'ìl vois tocha cum grand amor.
Chi voi servi a Jesu Crist
Di so peccad sia ben contrit
Prenza lubito de la caritad
La eros vermeya el campo bianch.
Amen.
Il dottissimo Barnaba Vacrino nell'opera Gli scrittori di B èrga '
mo, Bergamo. Antoiiie, 1788, mostra clic Giovanni Drcssano nato
in Bergamo nell^DO, compose intorno a scttantamila pezzi poètici,
parte latini, parte italiani, parte bergamaschi, che in grande parte
andarono dispersi, e<i alcuni vennero publicati a Brescia sotto il
tìtolo di Tumuli da voi citati, altri si unirono in un libro mano-
scritto, che ai tempi del Vaerino era posseduto dal conte Marco
Brcssani, discendente dello scrittore, e che ora e serbato nella pù-
bliea biblioteca di Bergamo. In questo vennero trascritte eziandio com-
posizionrelle bcrgamasebe di Pietro Spino e di Fra Benedetto CoHeonì
682 APPBTTDICE
degli Umiliati, il quale aggiùnsevi anche due sonetti In lingua no-
varese, che farò seguire a queste notizie. Dice il Vaerino che a* suoi
tempi, fra le scritture bergamasche si ricordavano la traduzione
della novella 9.% giornata i.*, del Boccaccio, fatta da Salviati, eli
traduzione delle Metamòrfosi d* Ovidio per D. Colombano Brescia-
nini Benedettino, e nella biblioteca di Bergamo si conserva un ma-
noscritto col titolo: Rime di Giulio QuinzianOf sotto il nome di
Tonello y bergamasche e bresciane e misticate, che sembrano della
fine del secolo XVI.
Questa canzone del Bressano, fra le manoscritte, è imporUnte
anche per pittura di costumi.
Per le nozze di Francesco agosto e Margarita Fessi.
Non com più voja aspecia ci dì ^natal
E la vendumìa i pug, e per nò 'nda
A scòla, e per avi sover chef zai
L^octava d'Pasqua, gne coluz chi s'ba
Promelut e dig si per matrimoni
Al tep che d'gras no mangia i bo crischla.
Gne com tal desideri Sant'Antoni
Per vend beligog, pom , caslegni pesti
Da Poltranga e Su risei speda i doni, (i)
Gne ai desidra cb'as faghi di festi
1 Madoni pomposi e balarini,
Per baia e per mozà i su zoii e vestì,
Gne più specia quel di 'indasmell i spini
Sui vasei, ch'alor cba da scud i flg
Olirà i daner, capò, anadróg, galini,
Insomma più ca 1 oxepi cho scrig
Chal pasi carnaval , ol bel Ronzi
Desidra, e questuai l'ha più volti dig,
Per podi, com'el fava a sbaraii,
Zuga con questue quel, ma specialment
Con quel so concorrenl ches clama Opi,
Per que za più d^u mis fé 'n sagramel
De no zoga fi c^ha noi fos passai
01 di chi fa tal malezà la zct.
Es dis de am faghi roroagni stropiat
Sa zugi fina, me e slag in cervel
E fina ^ncù, sebo le slag cinzet.
(I) Anche oggidì nel giorno di S. Antonio le donne di Sori.«ole e di PooteraDÌca «^
gOQO a Bergamo a vendere castagne secche e pomi.
APPEfTDICB 683
A le be vir ch'ai ghen va zo M budel
Qaand al le met vergu a ioga, e che tu
Pio pò a so mud manezà quel osdel (i),
E quei dì eh' e pasat a u per u
E eh' a da gnl tati selmani ac par.
Dopo eh' a quel sconxur as lagbe Indù
E stag al ga pò es no pog de car
Ch^al habi hubut da piadeza col zogn.
Che a tu8 riocres, gne stag u bo repar,
E se diraf coi ulischi d'pom codogn
O i brugna, figa, dag u bo cavai
E fai plani tal ch'ai gnis zo '1 mlzogn,
S'al sa metis ma più sto pis ai spai
Ixi ac d'Ioler come ac ne pareg
Ch'is uncia quaod ai perd pu tri marcheg.
Questa è del Quinzano.
Olem, sales, castagn, alberi, nos
Li rover coi onis , opoi e spi ,
Si com'ie de quest'tep qui fura zos
Che sui so ram noe cata pln oseli.
Ixi sto mi per queste vai ascos
Dal me sol lonz ojde chem fa mori,
Ma s'ba da vcgn quei oter ombrjos
Per quc cum quei n'ho! mi da reverdì?
Ch'cl me bel sol, de quel chiar nom vestui
Che fassa el rossol d'uf prima del gus
Et ai maleg refresca le bais (s).
Sto mes che ve V barn. In so virtut
Em rivarà j so raz fina sul us
E rcsseli em farà broch e rais.
Se gho per ti crudel vendug i bu,
EI car, el piò, li zapi coi restel
LMierpeg, la goi, coi oter osanei (a)
Che sdma nei bailo (4) da fa i fag su.
Ilo fat tut quesl per fa che dai fag tu
llavps quei buo più dolz di brofadel ,
Ma The d'ol cur tat dur i picanei
Ch'o Irat via tut senza podin potu.
(1) Osdel e osadel per utensilio nel i5oo era comunemente usalo a Bergamo, ora non
(i serlui (he nella lingua rùstica suburbana.
(a) Smis per fàuci, ora si usa solo per qat\U de* pesci.
(3) Osmnti per osmdei.
(4) Smilo per case.
684 APPBNDICB
Si che po8 tu li braghi, e f a u sachei,
E fo per i US mo anda cerched dol pa
Canted col me siglor quest^oracio.
Amur m'ha fat vedi quel giocarel
Zo chìvi al mid gae ni ho del rest serva
Oler che quest'suglor che sciega buo.
Questa poesia sa più del bresciano da Quinzano, dove il noslro
Giulio sembra avere dimorato. Prettamente bergamasca antica ap-
pare invece la frottola seguente di Fra Benedetto Golleoni che pare
scritta intorno il 1600.
U de ste di all'hostaria ze u babió
A Putsanpeder, pos hora d' compieta,
A rhoslera agh demag una polpela
E cog a rost d'u bis, u balalró (i)
Cum dag intend eh* al era u laciet bo:
Lu mangiè tut, e la nog sol a pietà
01 velr agh brontolava, gne trop neta
La cosa andè, gne sentiva da bo.
Ch'ai vegn'in rota col marit dM^hostera
Dighet ch'ai g'hiva dag quac ribalda
Da mangia, e biestemmava sant'Antoni.
E lu grignet confesse com'al'era
Cum di quest: am la fag per bufonà
E i balalró ch'ai è 1 lacieg di doni.
E lu dis, am desponi
Dimostra a vostra mojcr cola reso
Ch*al è più ch'ai lacieg dur i colò.
Lo Stesso Fra Benedetto scrisse in lingua novarese questi Sonetti
Contro i medici.
Ar san de guengier uni masa dra seni.
Che fusen in piche zìi procura
E 'n dra gora zcané tug i dotù
Cha no sentruva un bom da ben in chient.
Ai tran dra borsa i dnè a traviment,
E s'vuren i riè, i tezton i zcu,
Sii gran radron, mariù, sii bic morsù
Fin cha noi masi tug no zon content.
(I) MmUirò per rmmmrro.
APPKXDICB 685
Ar è tri ago e più ch'o pievcsavt
Ra dota che pervcn a mia ceru
E più cha d'nans ai me r^han ingarbi:)va
E z' m' iian perà fu i per a vun a un
E lan 1)0 spcs or fla^ cor e corata.
Che no cres più d'havè per in dor cu.
Jlacconto d'una lite.
1 han fa i remò in contrada d'san Vichlu
Blislro Girem Zchlton marsia^orè
Contra mistro Zuan-angcr Teccró
Cb^ai s'han dai di peténgh Intra lui dn,
E 8' a nor gnlva tozt or gob brcntu
A intramesa ra zlrava dor pazqué
Criend artniro, artnìro, or zu z(^ n dre,
Zuan-anger no portava a cà or cu.
Ar l'blva con Zchlton tant mar parava
Per quera gbemba ch'ar no pò dri^à
Cb'ar fé cor cu d'pagura una fritava.
E ra ca«on ch'ai se vuren tanl ma
Ar è ch^ai fen chrusiiù sta zta pannava,
Dar Icmp che ingh coniensa a pinchirà.
// wotlro affegitnmlèMttmé
G4Biuu.> Rosa.
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orientali
i
i
i
Pariesana
Partesana
Frignanese
Gruppo Bolocnbsi
e DiALBTTI ROHACNO
Partesana
Partesana
Partesana
occidentali
INDICE
Nota Preliminare Pag, m
Introduzione $$ v
Prospetto generale dei Dialetti Gallo-Itàlici n xvi
»
PABTE I.
CAPO I.
S I. Divisione e posizione dei dialetti lombardi n s
n 8. Proprietà distintive dei due gruppi occidentale ed orientale» s
» 8. Proprietà distintive dei singoli dialetti » t
" 4. Osservazioni grammaticali in generale » ft
CAPO II.
Versione della Paràbola del Figliuol pròdigo nei principali dialetti
lombardi » ss
Lingua italiana n ss
Dialetto Milanese >» SS
»» Lodigiano » S7
99 Comasco n ss
n di Groslo {yallcUimse) » «»
99 di Bormio m » 40
99 di Livignó " » 41
9» di Val Prcgallia (Cantori Grigioni-yaltelUnese) . . » 4S
» di Val filaggia (Ticinese) "48
» di Val Verzasca »> » 44
M di Val Leventina »» «48
>* di Val di Blenio m » 4S
» di Locamo » » 47
»> d' Intra . (ycrbanese) »» 4S
w di Borgomanero >» » 49
» Bergamasco «so
» Cremasco » st
M Cremasco rùstico » st
» Bresciano » ss
»» di Valcamònica (/?re<cfayio rùstico) m S4
>» Cremonese w ss
088 l!HDICI
t
CAPO III.
Saggio di Vocabolario dei dialetti lombardi Pag, ar
CAPO IV.
"^ -)
Cenni istorici sulla letteratura de! dialetti lorabardi »» et
Letteratura dei dialetti occidentali »» •• !
n dei dialetti orientali »> I04 '
I
*
CAPO V.
Saggi di letteratura vernàcola lombarda «» iii
Dialetti occidentali »> ivi
Milanese » ivi
Ticinese » 127
Verbanese m iss
Lodigiano m 130
Comasco »» iso
Dialetti orientali n tsi
Bergamasco n \\\
Cremasco w iss
Bresciano »> les
Cremonese n ìbb
CAPO VI.
Bibliografia dei dialetti lombardi »9 iti
Milanese » ivi
Lodigiano >» 182
Comasco »> ivi
Ticinese » ivi
Verbanese »> ivi
Bergamasco » iss
Cremasco »> I88
Bresciano »» ivi
PABTE II.
CAPO I.
J I. Divisione e posizione dei dialetti cnjiliani '^ 191
n fi. Proprietà distintive dei tre gruppi Bolognese,. Ferrarese e Par-
migiano w Iti
» s. Proprietà distintive dei singoli dialetti » I97
ji 4. Osservazioni grammaticali in generale » fiit
INDICI 089
CAPO II.
Versione della Paràbola del Flgliuol Pròdigo nei principali dialetti
emiliani Pag, 8t9
Dialetto Bolognese n 884
n Faentino (Bomagtiolo) » 88«
« Ravennate m m 886
» Lughcse n » 887
*» Imolese n n 888
n Forlivese ** n 8t8
n Riniincsc h m 8So
« Cervcse m n 831
» di Cattòlica •» «t 8S8
•* Modenese »» 83S
»> Reggiano i» 8S4
" Frignanese {di Sistola) m 8s«
*» Ferrarese n 8S6
» Comaccbiese n tzi
M Mirandolese 9 838
n Mantovano •» 839
n Parmigiano " 840
» Borgo-Tarese i» 841
n Piacentino n 848
H Bobbiese » 84S
«» Bronese n 844
»v Valenzano n 84tf
>» Pavese » 8 48
CAPO III
Saggio di Vocabolario emiliano «t 847
CAPO iV.
Cenni istèrici sulla letteratura dei dialetti emiliani m 898
Gruppo Bolognese m l%i
n Ferrarese n sio
"* Parmigiano n sls
CAPO V.
Saggi di letteratura vernàcola emiliana n 381
Gruppo Bolognece n ivi
Bolognese n M
Forlivese w 384
600 L'VDICE
Gruppo Fuslgnunese {Dialetto Bomagnolo) Pag, set
Lughcse . n , »9 375
Uodenese n S78
Reggiano •» 888
Frignanese »» 40S
Gruppo Ferrarese «> 408
Ferrarese «Ivi
lllraodolese m 4S1
Mantovano n 4S4
Gruppo Parmigiano n 497
Parmigiano «t ivi
Piacentino 99 4SS
Pavese m 441
CAPO VI.
Bibliografia del dialetti emiliani » 4tfi
Bolognese "ivi
Romagnolo «* 469
Modenese » Ivi
Reggiano n 46S
Ferrarese n Ivi
Mantovano n 464
Parmigiano n 468
Piacentino ** 466
Pavese « Ivi
PABTE III.
CAPO 1.
^ fl. Divisione e posizione dei dialetti pedemontani . . . *> 47i
§ 2. Proprietà distintive dfi tre gruppi Piemontese, Canavese
e Monferrino » 474
§ s. Proprietà distintive dei singoli dialetti k 478
§ 4. Os<ierViizioni grammaticali in generale *» 490
^ CAPO 11.
Versione della Paràbola del Figliuòl pròdigo, tratta da S. Luca,
cap. XV, nei principali dialetti pedemontani n tfo4
Dialetto Torinese «> aos
*y Astigiano (Piemontese) >> tsoe
>» di Tossano t> 807
'* di Cuneo » itos
>f di Caraglio (Valle della Stura, prov. di Cuneo) . . » tt09
>» di Torre (Valdese) »> »io
noicE 091
Dlalelto di Lanzo Pag, mi
M di Corio f9 818
n di Limone mais
M di Valdicri (Valie di Gesso, prov. di Cuneo) . . . >; tfi4
M di Vìnadio m aia
M di Castelmagno ( Valle di Grana, prov. di Cuneo) . » me
» di Elva (Valle di lUacra) n m?
w di Acceglio (Valle di Blacra) » «18
» di San Peyre (Valle di Varai la) »» ma
w d'Oncino (Valle del Po) t> aso
w di Fenestrelle (Valle di Pragclas) » issi
»> di Giaglione (conflne di Novalesa) » 388
n d'Oulx (Valle di Dora Riparia) » Hts
»> di Viù (Valle di Lanzo) » 884
« d'Usscglio (Valle di Lanzo) n usa
»> d'Ivrea (Canavese) • . » tfao
w di Vercelli (Canavese) „ 597
» di S. Bernardo presso Ivrea (Guiavese) »> «se
» di Pavone (Canavese) „ 529
n di Vlstrorio (Canavese) n uso
»> di Caluso (Canavese) m 831
» di Strambino (Canavese) n 838
» di S. Giorgio (Canavese) „ 833
w dì Castellamonte (Canavese) . . »> 834
» di Valperga (Canavese) » 838
M di Poni, Alpctte e Frassinetto » 530
. M di Locana (Canavese) „ 887
» di Sparone (Canavese) „ 338
»> della Valle di Soana (Ingrla, Ronco, Valpralo e Cam-
P'gl'a) » 839
w di Biella (Canavese) „ 540
*f di Caravino (Canavese) m 84t
» di Azeglio (Canavese) m 848
» di Borgomasino (Canavese) „ 843
'• di Drusacco (Canavese) » 844
« di Rucglio (Canavese) m 848
»» della Valle d'Andorno (Canavese) » 848
»» di Settimo Vittone (Canavese) n 347
» Alessandrino (Monferrino) „ 343
» di Caslellazzo Gamondio (Monferrino) » 849
»» di Castelnuovo Bòrniida (MonfriTlrio) ...".. i» 330
» di Ristagno (Monferrino) „ ^^t
" d'Alba (Monferrino) „ ^^^
di Mondovì „ ,1^5
>»
003 l2fDICI
Dialetto del Cairo (Monferrino) Pag, ii4
«> di Garessio (Provincia di Blondovi) n ssft
n d'Ormea (Provincia di Mondovi) » 556
C APO III.
Saggio di Vocabolario pedemontano n «57
CAPO IV.
Cenni istorici sulla letteratura dei dialetti pedemontani ...» «78
CAPO V.
Saggi di letteratura vernàcola pedemontana n 897
Gruppo Piemontese » ivi
di Chicri w Iv
SuIUZZCSC n 600
ricmontesc rùstico . n 604
Torinese »» Ivi
di Saluzzo e d'Elva » 607
Torinosc w 609
Astigiano » 6&8
Astigiano rùstico » 638
di Poirino n 639
Gruppo Canavese »9 640
Vercellese »» ivi
Rrozzese »> 641
Gruppo Uonfcrrino f> 643
Alessandrino n 044
d'Acqui n 648
di Uondovì n 649
CAPO VI.
Bibliografia dei dialetti pedemontani i> 65i
Gruppo Piemontese »> ivi
Appendice alle precedenti bibliografie dei dialetti Lombardi ed
Emiliani »» 663
Dialetti Lombardi »» ivi
Alilanese »> ivi
Bergamasco m 663
Bresciano n 667
Dialetti Emiliani >9 ei8
Bolognese *> ivi
Pavese »» 699
Appe>dice. Lettera di Gabriele Rosa m 679
il
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